Friulani e siciliani

Periodicamente, con un’inevitabilità che si può ormai calcolare nelle sue scadenze, accadono e si compiono in Italia disastri naturali apocalittici: alluvioni, terremoti, smottamenti di montagne. Il fatto è che nessuna precauzione è mai stata messa in atto, nonostante i possibili avvertimenti; e che non si è mai neppure avviata l’organizzazione di una struttura scientifica che permettesse di prevedere o almeno di intervenire con tempestività. Queste lamentele si leggono ovunque, e con una ironia incattivita dal ripetersi degli errori, soprattutto nei giornali stranieri. Noi invece, che abbiamo visto tante volte di questi strazi e di queste tragedie con relative conclusioni, partecipiamo agli avvenimenti con un senso di autentico sgomento che diventa ancora una volta volontà politica di spazzare via definitivamente la gestione di un potere che con la sua forsennata cialtroneria perpetua le contraddizioni e impedisce di fatto di affrontare sul serio i problemi di fondo.

Ma a me in questa nota preme soprattutto additare il rituale che consegue e che accompagna queste catastrofi, le quali travolgono sempre e solo migliaia di lavoratori; un rituale da sempre vergognosamente uguale. Così: le notizie cominciano a filtrare con estrema lentezza e i dati e i riferimenti non sono sicuri, in quanto non è mai in atto ad alcun livello anche il più modesto strumento o apparato di prevenzione e di allarme. Per esempio domenica scorsa il ministro degli Interni ha documentato con queste parole la funzionalità e la rapidità d’intervento degli organi burocratici: “Il disastro si è appalesato nelle sue reali dimensioni in progressione” (vale a dire che si sono accorti o convinti solo un po’ per volta che c’era stato un tale terremoto). Roma è Roma e il linguaggio delle eccellentissime eccellenze è purtroppo lo specchio di altre magagne.

Ma noi dobbiamo ricordare che il Friuli è stato stretto da sempre nella morsa della servitù militare, poiché è zona strategica di frontiera; e che nel Friuli non si muove foglia che l’autorità militare non voglia. Non s’alza una casa né un rustico può essere restaurato. Eppure, con mezzo esercito lì acquartierato con tutti gli strumenti tecnologici e di terra, nelle ore seguenti alla tragedia sono stati i radioamatori a tenere le fila dell’informazione e a diffondere notizie e richieste di pronto impiego e d’aiuto. Ribadendo ancora una volta il distacco che esiste da noi fra gerarchie militari e popolazione. Sono stati i soldati come popolo a mescolarsi alla gente del luogo e a prodigarsi come sappiamo. Dunque dal basso ancora una volta è partita la spinta immediata e determinante per aiutarsi a soccorrersi. Poi di seguito è cominciata la trafila delle invocazioni, nelle dichiarazioni col contorno dei burocratici e politici proponimenti che voglio qua esemplarmente indicare.

La vergogna del Belice è stata subito portata come cartina di tornasole; l’iterazione è stata immediata: il Belice non si deve ripetere. L’hanno stabilito con “orgoglio” le autorità – che sono tutte corresponsabili del Belice. Sovrapponendo a quella “vergogna” l’impegno di una funzionalità operativa immediata e senza rallentamenti si avviava un’operazione politica scaltra: esautorando quella realtà negativa dal ruolo centrale e relegandola al margine, l’esemplarità si riduceva ad un errore sia pure macroscopico ma in sostanza non ripetibile; quindi già superato. Un’occasione non una abitudine della norma. Anche perché… e qui scatta il secondo momento della calcolata modificazione di una situazione reale attraverso l’uso manipolato o strumentalizzato dalla comunicazione… non si ripeterà il Belice perché la popolazione friulana è eroica, è abituata al duro lavoro e al duro faticare, al sacrificio e alla rinuncia, non piange non si dispera ma ha subito deciso di aiutarsi da sola, non aspetta la manna ma usa le mani e il piccone e subito ha deciso d’aiutarsi da sola. Dunque in un’Italia sconvolta dalla violenza l’esempio del Friuli è un incitamento alla speranza, ha sospirato Gustavo Selva sulla rete due radiofonica. Così, con una contrapposizione non esplicita ma insinuata e di rimando fino alla monotonia, i friulani che si autogestivano dando esempio di concretezza, di civismo, di grande dignità, di orgoglio, non chiuso ma operante venivano opposti ai siciliani del Belice fatalisti, sentimentali fino alle lacrime, attenti a leccarsi le ferite e incapaci di muovere un passo autonomo e in continua attesa degli aiuti da fuorivia; perciò sono, dunque, ancora costretti a pernottare in baracche. Le colpe del loro essere attuale dipendevano da non aver avuto ingegno a programmare, a scegliere e a volere; da aver voluto affidarsi a urbanisti, sociologi, architetti, pianificatori in genere e non al pronto uso delle braccia; infine da aver rinunciato a imporre loro scelte autonome e culturali.

Diciamo in modo chiaro e una volta per tutte: non uno sciacallo ha detto o scritto o insinuato queste atroci volgarità ma la calcolala e attenta astuzia del potere che non concede nulla a vuoto e bada bene a correggere le proprie magagne e la propria vergogna sulla pelle del popolo. Inserendo senza scoprirsi questa contrapposizione nel contesto di una tragedia appena accaduta intendeva assolvere se stesso svilendo e mortificando la dignità autentica, il coraggio e la pazienza mai rassegnata di una comunità che dal potere centrale non ha mai ricevuto altro che cartoline precetto, ingiunzioni di tasse, sfratti e violenza di fuoco.

Ribadendo queste convinzioni, occorre ripetere che le macerie di Gemona e degli altri centri devastati friulani sono cadute una seconda volta addosso agli abitanti della Sicilia, di Longarone, del Salento, di Firenze, del Delta padano; ancora una volta addosso a questo straordinario popolo che ha in ogni luogo tanta dignità e tanto coraggio quanto obbligo di rispetto.

Ma si badi: c’è una seconda (o terza) solfa della comunicazione a cui badare; il pianto ufficiale dura poco poco da noi e le notizie fanno presto a scomparire dalla prima pagina. È sempre accaduto e temo accada presto anche questa volta, quando anziché “Friuli” cominceranno a dire “zone terremotate”. L’indicazione generica sarà lì a testimoniare che comincerà il vero calvario, di isolamento e di lotta, per i superstiti – che dovranno organizzarsi. A Longarone volò il capo del governo del tempo vale a dire Leone, girò in elicottero, pianse coi superstiti e pregò coi superstiti e ripartì promettendo giustizia ai superstiti. Passò il tempo e i sopravvissuti se lo trovarono di fronte, non più al governo ma in tribunale, a difendere contro di loro uno dei responsabili del disastro. Questo è un pezzo d’Italia da ricordare, il 20 giugno 1976.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 14 maggio 1976.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 14 maggio 1976
Letto 2663 volte