Per terra e per acqua

Quando combatto in acqua sono ammiraglio, e quando combatto in terra sono generale.

Mi riferisco al libro di Antonio Meluschi: L’armata in barca, appena pubblicato dall’editore Vangelista di Milano. Sono 120 pagine e costano 2.000 lire. Tutti sappiamo e sentiamo che questo è un periodo serio, faticoso ma in movimento: vale a dire che, se sapremo gestire e anche sopportare con intelligenza dei fatti e delle idee (nonché degli inevitabili umori) la situazione, potremo rinnovare e migliorare le cose della nostra vita e collaborare alla crescita, finalmente autentica e determinante, della vera democrazia in Italia. La forza e la possibile chiarezza per questo proposito le caviamo e le possiamo cavare da più parti (anche dalla semplice occhiata di un amico); dunque anche da alcuni libri, che ci aiutano a pensare e a vedere.

Questi libri – o queste “opere”, in quanto scritte con partecipazione totale da parte dell’autore e non sollecitate da altra motivazione che non sia quella di un bisogno di verità – questi libri dobbiamo abituarci a scoprirli e a sceglierli fra la carta a stampa che l’industria editoriale sforna con la catena di montaggio. Scegliendo, ci difendiamo. Scoprendo, ci rifiutiamo di lasciarci suggestionare dal terrorismo dell’informazione. Ebbene, queste centoventi pagine di Meluschi si leggono con il piacere aspro e risentito che accompagna a volte le sorprese, a volte le conferme, comunque sempre lo stimolo della realtà non riinventata o ricreata ma neppure semplicemente riferita – ecco: come un resoconto di battaglia della vita. Anche narrata ma non cantata né trascritta, perché presuppone ad ogni pagina una scelta.

Non recensisco il libro né potrei sostituirmi ad altri; mi auguro che l’Unità dedichi a quest’opera una attenzione adeguata. Ne parlo invece come lettore di prima mano, come lettore attento in generale e come interessato al discorso in atto sulla letteratura o narrativa della resistenza; discorso rimesso in moto, e in modo organico, da due ottimi libri che è giusto almeno indicare: quello di Falaschi su “La resistenza armata nella narrativa italiana” a lire 2.400 e l’altro di Luti e Romagnoli su L’Italia partigiana, pubblicato da Longanesi a lire 5.000.

Ma mentre in questo Meluschi neppure è ricordato, nel primo c’è un riferimento semplice ma esplicito nel testo, a pagina 55 e nella nota corrispondente. Vediamo come. Scrive Falaschi nel terzo capitolo intitolato Il racconto (e il romanzo): Il racconto è il prodotto più tipico di tutta la letteratura partigiana. Compare a partire dal 1945 sui Quotidiani di sinistra a grande diffusione… Così i racconti migliori avevano una diffusione notevole… Gli scrittori più conosciuti erano Calvino… Marcello Venturi, Antonio Meluschi e Silvio Micheli… Meluschi, aggiungo io, era allora nel vivo dell’impegno politico e culturale, anche con quel libro pubblicato nel 1946 da Randa a Milano, La morte non costa niente, così violentemente “diverso” e “avanzato” da avere avuto vita grama, diffusione contrastata e quasi clandestina ma tuttavia in profondità. Un libro su cui occorrerà ritornare. E sempre in quel periodo Meluschi propose anche, come autore ed editore, quella Epopea partigiana che resta un contributo fondamentale alla storiografia resistenziale e che dovrebbe essere subito riproposta in una tiratura popolare.

Quindi le ragioni obiettive per compiere un’ampia ricognizione intorno e dentro l’opera e la personalità di un autore che ad ogni impatto produce scintille sono molteplici, tutte interessanti e sarebbe complessivamente urgente la sistemazione di questo (importante) tassello nella mappa accidentata, frastagliata e caotica degli autori di libri di questi ultimi trent’anni.

Ma qua, l’ho detto, mi riferisco a L’armata in barca; che è, con acutissima semplicità e con una insinuazione “struggente” all’interno delle singole situazioni, la storia (proprio “storia” non cronaca) della lotta armata in valle, a Comacchio. E tuttavia, con una novità che prende, è la storia di una lotta armata sostenuta con accanimento non da fazioni ma da uomini. Una storia di figure vive. Altri libri ci hanno procurato momenti di lettura e di introspezione indimenticabili (Levi, i due Levi, Vittorini, molte memorie nel vivo della carne) eppure in pochi si era raggiunta quella “profonda tranquillità” che trasferisce in ironia della ragione e in profondo sommovimento dei sentimenti tutte le storie e ogni vicenda; e che in conclusione porta a identificarsi, o a concludere, nella pietà dura dei vincitori verso i vinti; nella pietà verso il nemico. Pietà non cattolica ma, latina (l’autentica pietas); pietà che non limita il coraggio e la violenza nella lotta ma che aggiunge qualcosa d’altro e di più alla lotta stessa; per renderla più totale, più giusta, più utile, più prolungata nel tempo.

A conferma del riferimento a Falaschi e delle righe sopraindicate, anche questa opera di Meluschi. articolata in quindici capitoli, è in realtà un solo racconto con venti figure (tutte esemplari): un racconto centrato su personaggi completi: Braciola, sua figlia Genoeffa, Gelindo – di cui basta ricordare quella morte: “e a strappi il corpo di Gelindo saliva e si abbassava, finché si arrestò, si mise a dondolare. Aveva un solo pensiero, sua madre… Passò una compagnia di tedeschi che aveva saccheggiato un frutteto, fecero a gara nel tirargli contro delle pesche, e ad ogni colpo il suo corpo tremava come se fosse ancora vivo” (pagina 102).

Per me l’episodio, esemplare, ha immediati rimandi ad altri racconti, di cose e fatti avvenuti dentro alla lotta, in una forma apparentemente “irrispettosa” per la morte che è invece il modo più virile non tanto di commemorare i morti e di lacrimare sui morti quanto di usarli ancora, di stringerli, sentirli. Infatti mi viene in mente La morte di Dolguscjòv ne L’armata a cavallo di Babel. Anche lì la scena è senza apparente violenza ma come se fosse in atto sopra a un vulcano; ed è conclusa anch’essa da un gesto straordinariamente rituale, l’offerta di una mela da un amico a un amico, da un combattente a un combattente: “Mangia – mi disse – mangia, fammi il piacere. Ed io accettati l’elemosina di Grisciùk, e mangiai la sua mela con angoscia e devozione”. Così Gelindo, il ragazzo, nel suo pianto molto prima di morire impiccato è consolato da un vecchio combattente con una carezza sui capelli. Questa omerica tenerezza di soldati presuppone a monte una cultura contadina: la steppa, la pianura, o magari i pescatori di frodo. Una astuzia dolente da Bertoldo, che non scherza mai anche quando è sguaiato, perché pensa alla morte della sua gente anche quando è sguaiato. Una rabbia fantasiosa e fantastica da Picaro, che lotta e lotta e si batte per avere il diritto a un giorno, un giorno solo di libertà e di amore. Ho parlato di Meluschi con un consenso preciso e con riferimento indiretto a Babel (un esempio); ricorderei intanto un altro racconto in questa chiave ed è di Fenoglio: “I ventitré giorni della città di Alba”. Più indietro, per identica tenerezza non disfatta ma virile e per profondità di cose inseguite e fermate, mi fermerei sulle Noterelle di Abba. Tali libri non sono molti. Ancora? La buffa di Barni e Caporetto 1917 in dialetto milanese dell’eccezionale e misconosciuto Tessa.

Quanto ordine c’è ancora da fare e quanti vasi autentici da portare alla luce. Ma intanto questi libri sono da tenere stretti, da leggere e rileggere, per imparare, per vivere.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, martedì 25 maggio 1976.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: martedì 25 maggio 1976
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