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Il diario delle formiche: è guerra (II)
Annotazione.
La precedente puntata (iniziale) di questo testo poematico, preannunciava il timore, elargito con angoscia da tanti sulla base di dati autorevoli, che nei luoghi citati e anche oggi terribilmente tormentati, sarebbe divampato un nuovo eguale furore, anzi: peggiore, procurando così uno scenario apocalittico. Questo non è capitato, ma non fa venir meno l’impiego di sorvegliare e ricordare. Memoria e disposizione ferma dei sentimenti, pur resistendo il grado di affannosa incertezza e di pericolosità.
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La borsa valori della guerra annunciata ha
assistito alla variazione
del prezzo del greggio dal 1973 è cresciuto
del 400 per cento
l’oro nero resta ancora
l’arma più potente di Saddam Hussein
le maschere antigas possono essere in-
dossate solo per un’ora continua a questa temperatura
molta inquietudine molta febbre dentro
ma molta speranza
il nostro paese è stato in
prima fila nelle fornitura di armi
guadagnare del tempo
dialogando
non basta questa ansia emotiva in
questo momento
dobbiamo invece prepararci a rinnovare
il nostro materiale cultu-
rale complessivo
sono le tre menodieci cioè
ci avviciniamo al momento da tutti temuto
la gente ha sicuramente paura
di fronte a una guerra che
per questo popolo sarà una catastrofe
diciotto milioni di abitanti
questo popolo iracheno che
rischia di essere trascinato in una avventura tragica
IL PRIMO GIORNO abbiamo visto i missili partire
gli aerei alzarsi in volo
non abbiamo ancora visto i cadaveri
li vedremo domani forse ma
è affascinante vedere nella notte
i tornado alzarsi
i missili sibilare come aquile infuriate
illuminando la notte il cielo di rosso
Parlano i non violenti e poi parlano
ecco gli esuli iracheni
Saddam Hussein non è figlio del
nostro popolo
ma una creatura dei signori della guerra
noi sentivamo vergogna per l’occupa-
zione del Kuwait
GIULIANO FERRARA e poi chi è Igor Man?
Non ancora, ci sono notizie
non movimenti di truppe in terra
ma CHIARINI DEL MANIFESTO detta da Baghdad
il bombardamento ha avuto
effetti devastanti punto verso le cinque
del pomeriggio colpito seriamente il
ministero dell’informazione punto
sono oltre sessanta gli attacchi degli F. 15
nel corso della notte
gli arabi anelano a una rivincita sulla storia
bisogna dargliela senza mortificare la giustizia
contro i palestinesi è in atto
una ingiustizia che dura
da quarant’anni
da tel aviv sulla guerra chimica le prime
impressioni erano più
ottimistiche ieri
oggi l’allarme cresce perché
ci sono trenta rampe
missilistiche
mobili
ancora intatte
però la tensione più profonda viene dai
palestinesi
la questione palestinese è il
primo problema in questa zona
maurizio mi senti? Maurizio io ho
la clara ingrao che
deve intervenire
ma sentiamo prima don levi
oh, non mi sembra di dover intervenire sul
problema
palestinese in questo
momento
la tristezza del santo padre
il papa in sostanza è un
cristiano e non cessa
di sperare di ricucire
lo strappo fra politica e morale
nel libano? I miei genitori
prima erano in giordania
poi nel settembre nero sono scappati
in siria poi qua nel libano
noi vogliamo la pace ma non
sacrificheremo la vita per
difendere la nostra nazionalità
palestinese
perché il libano una volta
unito è diventato
un paese così diviso?
mannoni hai qualcosa?
fichera ci sei? no? Allora andiamo avanti come
è finita la fazione cristiana a beiruth?
perché l’hanno uccisi? perché
era un lieder cristiano
e i siriani non potevano accettare ciò
le ripeto noi continueremo a combattere per un
libano
libano
sovrano e
indipendente
ma quale battaglia? la guerra è scoppiata
sedici anni fa
proprio per questa piazza
piazza
ogni giorno c’erano varie
milizie che volevano
conquistare questa piazza da qua a là
e chi ha vinto? nessuno
i libanesi l’hanno persa
lei ha conosciuto…? io, io
conosco solo il mio nome
cosa fa qui? cerco roba di
ferro per fare
qualche soldo
fichera sei in linea? mi dicono
che hai delle novità
sì! Qua a riad il clima si fa pesante
è la terza notte c’è un
clima di paura mancano
le maschere antigas
per gli immigrati è impossibile averla
per gli etiopi i filippini i pachistani
marco pannella
igor man
lucio manisco
dov’erano i pacifisti quando
saddam occupò militarmente
il Kuwait
parla don levi
parla falk
fra tre minuti grazie pubblicità
mangia una fiesta e la vita ti sorride
latte corposo ogni giorno un
po’ più grande
prima c’erano i tedeschi adesso
invece il problema è di tutti
mi hanno detto che lei è stato
in un campo di concentramento
woolf studioso della pace e delle armi
che ha visto gli orrori contro un popolo curdo
igor man dopo la guerra
la mappa del mondo
non sarà più quella
a questo bisognerebbe
prepararsi e pensarci
fin da questo momento
io mi auguro caro Ferrara
io mi auguro caro ferrara
i giovani hanno paura della guerra
la paura è legittima
ma in questo momento ci
sono giovani italiani
che per ordine sono in
guerra in questo momento
la guerra distrugge
la guerra ci aliena crea
un fossato col popolo arabo
ma in questa fase perché
è così forte il sentimento della pace il pacifismo
soprattutto fra i giovani
oggi il nostro paese è
entrato in guerra
è in guerra
vi do appuntamento per il prossimo
collegamento
a fra poco
tutti avevano venduto tutto a
saddam hussein
poi saddam hussein un giorno
è guerra è guerra è guerra
negli stadi di calcio oggi fanno la ola
per la pace
collegamento da new york
lucio manisco mi senti? ci sono novità?
si parla di gas? si parla di bomba atomica?
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ilfilorosso, anno XXIV, n. 46, gennaio-giugno 2009.
Il diario delle formiche: è guerra (I)
Annotazione.
Soffiano venti di guerra. Ancora più terribili di quelli già in atto. Come si legge, come si ascolta da notizie bene informate, fra il 5 novembre e il 19 gennaio 2009, bombe americane o bombe israeliane (convenzionali oppure atomiche?) saranno depositate sulla centrale iraniana di Isfahan, sull’impianto di Natanza, sul centro di produzione del plutonio di Arak e altri impianti anche sotterranei. Per la prima guerra del golfo, nel lontanissimo e vicinissimo 1991, radunai questo testo poematico, piccola bibbia di un calvario personale, rimasto volutamente inedito tranne un centinaio di versi. Sento di poterlo rimettere in moto (intanto nella parte iniziale.) per contrastare insieme a tanti altri (fino a che abbiamo fiato) l’uso inesorabile della violenza. Oramai presenza micidiale.
“Posso ascoltare il canto delle formiche sulla punta delle mie dita”
(Hoelderlin)
oppure Hôlderlin
(1: La giornata dei saluti – 2: Il primo colpo di cannone – 3: Il chiacchiericcio telefonico – 4: La preghiera – 5: L’attesa – 6: La battaglia – 7: L’ultimatum – 8: La Caporetto del deserto – 9: I soldati)
1. Il mese di gennaio 1991 non è piovuto mai
i giorni corti sotto un cielo di grande vento
il freddo fa saltare la pietra cade il passero che sento senza più voce
le ragazze ridono e s’insultano camminando nella strada
la città coperta di piccola nebbia di piccolo fango di polvere leggera
i rumori contro il marmo dei vecchi che gridano
non voglio ancora morire
nel mese di gennaio 1991 il carteggio fra i potenti della terra
è quasi giornaliero
minacce
scoppia adagio adagio urlo dopo urlo la lava
il vulcano della guerra brucia il polmone dei giovani soldati
fiore dei cuori in quei giorni purpurei è la guerra
in quei giorni la guerra ho sentito la guerra ho visto la guerra
io arrivo dice la guerra portando l’inferno all’inferno
ma non è la guerra se questa è la guerra
voglio dire che posso andare lontano e tornare
salire lassù dove l’albero conserva interi i segreti
scendere perché la neve d’inverno lo lava
il fischio di un treno dice è l’ora di partire
insisto: non è la guerra se questa è la guerra
vedo la mia casetta con la luce accesa
un fumo dal camino è lì che siede la mia ombra in poltrona
la guerra del golfo per tutta una notte le ore sei di mattina
linea diretta
ho fatto un giro
ma l’isteria che c’è
manca la pasta lo zucchero avete sentito?
si diffondono in questi giorni voci allarmanti
bisogna convincersi che non c’è la ragione
di alcuna preoccupazione
signor Presidente del Consiglio
non vogliamo la guerra
solo la pace vince
pace sì guerra no
i palloncini colorati dei bambini
il corteo ha attraversato la piazza
occorre costringere il dittatore iracheno alla pace
se la guerra scoppierà
diserzione ci sarà
per la pace contro la guerra
la voglia di preghiera per la pace
noi ragazzi ce l’abbiamo addosso
questo malumore
cosa c’entrano le canzoni di Vasco Rossi
con la guerra del golfo? a sentirsi più uniti
tutti i politici del mondo
sono loro i responsabili della guerra
olio zucchero farina scatolame
mah! più o meno seicentomila soldati da
parte degli alleati e
cinquecentomila soldati da parte de-
gli iracheni
le variabili impazzite sono tante
la prima dovrebbe essere di attaccare
Israele prima degli americani
suona il telefono ecco, Roma, la guerra
le guerre si sa come cominciano
e mai si sa come finiscono non si sa
saddam hussein è stato finanziato alimentato
dall’occidente un franckenstein
non tanto da demonizzare ma da capire
Una operazione di polizia internazionale
per quello che vuole essere
il ripristino di un diritto violato
il sindaco di tel aviv dice siamo tranquilli e decisi
perché convinti che Israele vincerà
oggi hanno distribuito le maschere
antigas a tutti ai
giornalisti anche e alle scuole
che cosa possiamo fare per la pace?
fare uno sforzo tutti quanti
ma le prossime ore non danno molte speranze
eppure
eppure quando tutto sembra perduto
c’è sempre un futuro il proverbio è arabo
adesso pubblicità consigli per gli acquisti
Yio piace alla gente che piace
ma dove andate? Certo che qui si mantengono in forma
anche le fette biscottate
ecco riprendiamo con Giorgio Falk gli anni ’80
la ciclicità dell’economia di mercato è
ineluttabile il 1991 sarà di
certo un anno difficile
per la saturazione dei beni
e l’usura dei beni
l’episodio dei due cerchi
il professore di biologia ha detto prendete un compasso
ero al liceo di Losanna
ma perché calerà il petrolio?
siamo immersi in un mare di petrolio
io amo molto navigare
c’è un detto dei marinai chi va per acqua imbarca acqua
e poi noi tutte le sere
parliamo fino alle tre di notte
io non ho comperato nulla
tanto se dobbiamo morire moriremo
Dice Tonino Guerra intanto ti dico subito che io sto
diventando un uomo tribale
siamo un deserto di ideali
se noi prima avevamo un po’ di attenzione
2. la comunità europea a questo momento
esce a pezzi da questa situazione
se ci sarà la prima guerra in diretta
ad Amman sono accreditati duemila giornalisti
nella guerra del golfo è stato preconizzato che
per ogni soldato ucciso ci
saranno sei civili morti
gli americani stimano cento morti al giorno
mille nei primi dieci giorni
i sacchi di plastica verde azzurra
per collocarvi i cadaveri dei soldati
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ilfilorosso, anno XXIII, n. 45, luglio-dicembre 2008.
Il porto da cui partono le navi
Quanto scrivono! Commenta uno riferendosi ad altri e proprio nel momento stesso in cui anch’egli scrive. Hai ragione! Carta straccia! Dice un altro, nel momento in cui ripone quattro fogli versificati e bene ordinati nel cassetto, chiudendolo a chiave, per il timore che un qualche vento li semini via, o un ladro-poeta li rubi per cibarsene. Segno che ciascuno tutela la propria scrittura con l’avida intransigenza di un animale selvatico che difende gli ultimi nati; e non bada agli altri se non per sopraffarli.
Che sia un male o sia un bene non so. Come l’ospite nella sesta lettera goethiana de “Il collezionista ed i suoi familiari” mi sento di ripetere: “della poesia non voglio sentenziare”. Invece posso prolungare alcune deduzioni più generali, destinate a restare inattuali, fuori dal corso ufficiale di questo tempo che si scuote alle volte come una bandiera affumicata e che tratta la poesia con il riguardo che si ha, e si deve avere, per le persone ammalate. Gravemente ammalate.
Oggi la comunicazione è allargata ma la solitudine si è fatta secca e tetra. Vuol dire che – in generale, naturalmente, e non per le persone “affermate” né per i giovanotti risucchiati dalla cannuccia della Coca Cola nella gola della società dello spettacolo – più fai meno trovi ascolto; più cerchi e meno hai; a meno che uno non accetti di reggere la coda al serpente (ce ne sono tanti che lo fanno); in tal modo arriverà prima o poi a una qualche duratura paga mensile per il lesso. Ma ci sono anche quelli, invece, che strisciano i denti al muro per fare qualche scintilla e cercano di non lasciarsi accalappiare. Con questi si può litigare sotto il sole senza paura di perdere il tempo.
Eppure io, per esempio, leggo molto gli altri, quelli che non la pensano come me, per vedere se è mai il caso, per le loro buone ragioni, di cominciare a pensare come loro. Questo atteggiamento sincretistico tiene allenati, allertati e svegli (privatamente); aiuta ad alimentare l’ironia (autoironia) benefica, che porta a riferirsi sempre a questa conclusione: di essere un coso dentro le cose; non solo senza importanza, come è ovvio, ma senza sostanza. E che questa sostanza, se vogliamo che ci sia – o comunque che cominci ad esserci – deve essere riempita di dati utili per vivere giorno dopo giorno. Utilità e giustizia, curiosità e pazienza, e attenzione sugli altri; molta attenzione; perché senza gli altri non si vive e neanche si scrive (se vuoi scrivere)
(…)
(…) Invece parecchi intellettuali, beati loro, sembra spesso che non abbiano dubbi e che arzigogolino sui dubbi degli altri. Essi, beati loro, credono troppo spesso di sedere sul ramo più alto del fico. Sotto, naturalmente, a rimirare a testa in su e in attesa del verbo, noi poveri cafoni con la coppola in testa per ripararci dal sole che ci abbacina – noi, che non abbiamo un serio commercio con le muse.
In un mondo che per fortuna tende a diventare sempre più aperto – nel senso delle sue novità, che possono essere anche non necessariamente eclatanti – e problematico, sembrerebbero indispensabili, oltre che una attenzione attiva e partecipe in dettaglio, anche una responsabile determinata cautela nei giudizi (dei giudizi). In altre parole: la voglia di imparare dovrebbe prevalere e di gran lunga sulla voglia (o, si potrebbe dire, la presunzione) di giudicare.
Invece la cautela, per lo più, latita; e i giudizi si sprecano. C’è insomma, in giro, un gran stridore di spade che tagliano e segano – e sembrano non lasciare scampo. Mentre accade quasi subito, dopo, che ci accorgiamo come le cose fossero del tutto diverse dalle previsioni o dalle conclusioni (…)1.
(…) Perché questo bisogno di scambiare le parole come sassi lo percepisco quasi un richiamo fisico, a fior di pelle. Scambiare riflessioni, testi, farli intersecare, intrecciare, sovrapporre, perché in qualche modo si annusino come animali – con rabbrividente sorpresa. Animali selvatici. Non faccio riferimento alla selva per belletrismo, ma perché il mondo in cui vivo, che mi piace con un affanno continuo che mi esalta, mi pare suddiviso fra grandi città fortificate molto turbolente dove tutto è già avvenuto – e (dopo prati all’inglese per footing domenicale) selve abbastanza misteriose (meglio, abbastanza intricate) tutte intorno, da cui possono uscire meraviglie di animali che parevano estinti (o sul punto di esserlo) i quali tornano, ripeto, ad annusare il mondo. O i soprastanti venti del mondo (…)2.
(…) Dice Keats (nelle “Lettere”): essere per conoscere. Essere, cioè esistere; cioè ricomporsi, riconoscersi. Stabilirsi, nel senso di definirsi. Una operazione non neo-genetica, perché non si ricompone il corpo, raccogliendo gli sparsi avanzi o le giovani membra, ma si riavvicinano le ombre vaganti del nostro desiderio e della nostra vita, a cui si cerca di riaffidare qualche nuovo umore. Conoscersi è già disporsi da sé, proponendo alle cose del mondo un privato luogo d’accesso che accolga le prime o le ultime lacrime della terra – l’eco di perdute battaglie e di imminenti tempeste… la conoscenza è, nelle sue premesse, un momento di vittoria sopra le precipitose oscurità del mondo, poi è attesa continua, speranza che non si allenta, fatica riconosciuta e necessaria; inevitabile. Accade spesso, molto spesso, che alla fine possa diventare anche tragedia (scontro di potere e volere). Una tragedia. Ma allora diventa tragedia dell’attesa, della speranza, della volontà. Il fuoco che brucia, in questo caso, non produce polvere ma grida; le quali risvegliano chi dorme e perfino i morti di un giorno; e sollevano spesso la polvere vagante e residua degli inceneriti nel corso della lotta sopradescritta. In definitiva, chi sta o sceglie di stare dentro al cuore delle parole, può solo sforzarsi di non lasciarsi bruciare tutto intero come un tronco sull’orlo vertiginoso dei monti (…)3.
(…) credo che la scrittura si possa intendere nel senso (dunque non in un unico senso) che patria è il luogo del proprio riconoscimento linguistico, e quindi è il luogo ove già stanno o tendono a confluire tutte le cose che contano e tutte le vite degli uomini coi quali ci si intende. Vite che, proprio o appunto in questo inevitabile anche se tormentato assemblaggio, trovano ragione d’essere, utilità reale, e si riconoscono.
Ecco, in questo riconoscersi delle cose che stanno, e degli uomini che si cercano, vive la patria – che non ha bandiere (naturalmente) ma solo il sentimento che la parola detta vive appena pronunciata o sottoscritta, quindi comunica, si completa ed esplode. La patria di Hoelderlin è il luogo dove si vive non dove si muore; è là dove si dice non dove si tace. Non è il luogo della memoria, in cui si accendono i lumi ai penati; ma il porto da cui partono le navi (…)4.
(…) La parola. La parola, questo scatto sublime ed essenziale, che superbamente incontaminata si ricompone e si rialza dopo ogni tempesta, ogni naufragio. La parola, per i versicolorati insetti itineranti nel campo della scrittura, non dovrebbe contare più (sul momento). Peggio ancora: guardandole lì sul tappeto, una parola vale l’altra; essendo ognuna, in apparenza, trasandata e impudica. Perché (dovrebbe essere così, secondo le indicazioni) oggi conta non dire, non segnare, non sottoscrivere, non proseguire, non affermare; e ha gloria colui che dilacera, spappola, nega. Lo straordinario, minuzioso, naturalmente faticoso ma eccitante assemblaggio dell’esercizio verbale è accantonato come un motore in rapida obsolescenza, o affumicato e sgocciolante dopo una prova… così che questa indifferenza rappresenta una indifferenza voluta non per sé ma per il mondo. Destinato, secondo alcuni calcoli e precisioni a rapida ineliminabile catastrofe; per conseguenza, il segno che lo circonda e lo esprime non può che essere deglutito con le sue ultime boccate. Ma se il mondo, nonostante le sue ferocissime, velocissime contraddizioni fosse invece destinato a durare contro gli eventi, contro le quotidiane profezie? Ecco che la parola riprenderebbe vigore e la costanza che determina, vincendo la sua secchezza; riprenderebbe i suoi colori. La parola avvicinata all’altra ancora, non con la malignità di elidere ma di coesistere con fermezza per raccontare e magari addentrarsi a significare le cose più alte col vento della fantasia, potrebbe perfino tornare ad essere eloquente – attingere le nubi e da lassù riguardare – non per un solo momento – il mondo. Potrebbe perfino perorare, secondo l’antica tradizione; spinta dall’ebbrezza promossa dalla riconquistata libertà di fare e di dire. Non importa se eloquenza o perorazione (o canto che si alzi disperato) avessero fiato breve, la durata di un attimo. Potrebbero ricominciare a dire e a fare il giorno seguente. Importerebbe, in ogni caso, di non perdere le tracce, dentro al mondo forestevole disteso per terra; al fine di potere continuare a comunicare; continuare, continuare (…)5.
1 Roberto Roversi, Nota Quinta, in “Numerozero”, numero quattro, settembre 1987.
2 Roberto Roversi, Avanti adagio, quasi indietro,in “Numerozero”, numero zero, aprile 1986.
3 Roberto Roversi, Annotulazioni, in “Numerozero”, numero uno, luglio 1986.
4 Roberto Roversi, Quarta Annotazione, in “Numerozero”, numero tre, febbraio 1987.
5 Roberto Roversi, Annotulazioni, in “Numerozero”, numero uno, luglio 1986.
Intervista a Roberto Roversi
D.: Come è entrata la canzone con i suoi ritmi, i suoi tempi, nella tua storia e nella tua attività di scrittore?
R.: Tutto è cominciato, così come spesso si avviano occasioni nuove e diverse, per caso. Per un caso. Due miei testi teatrali erano stati messi in scena al Piccolo Teatro di Milano, per convinzione di Paolo Grassi. Nel primo, intitolato Unterdenlinden, c’era una scena di spogliarello abbastanza audace in un night sofisticato. Da qui, mi era venuto il proposito abbastanza determinato di scrivere una commedia musicale, una vera completa commedia musicale, con molta musica, con molte canzoni e balli. Per l’intrapresa e anche solo per cominciare mi era indispensabile una conoscenza, certo una conoscenza non superficiale e più diretta, del rapporto delle parole con la musica. Almeno delle mie parole, con la musica. Così, tramite Cremonini che lavorava e lavora tuttora con Dalla, mi fu possibile fare arrivare a Lucio un gruppetto di testi, variamente composti proprio per saggiare le varie direzioni e ricontrollati per l’occasione. Questi testi poco dopo entrarono nelle canzoni del nostro primo disco.
D.: Nella tua poesia e narrativa c’è un costante riferimento alla realtà bolognese e a quella nazionale, e quindi ai temi contemporanei più incalzanti. In molte canzoni che hai scritto c’è invece un volo nel futuro (ad es. Il motore del 2000), che ci pone in una dimensione più fantastica. Forse per le elaborazioni delle canzoni prevale un immaginario diverso da quello del Roversi scrittore? Se questo è vero, come convivono questi tuoi aspetti diversi: quello più impegnato, critico, morale e quello più fantasioso e leggero delle canzoni. Come convive il poeta corsista che scrive e fustiga il costume della nostra società e l’autore di canzoni di successo?
R.: Almeno a me, non pare che ci sia divaricazione in quel che faccio, con convinzione e per quello che vale. Non c’è un fiume in mezzo, né due rive separate. Il motore del 2000 è l’unico testo, in trenta e più canzoni, che guarda appena oltre il naso, le altre stanno tutte legate all’ombra dei piedi, o all’ombra della testa. Il motore del 2000 era una delle canzoni di uno spettacolo forte molto bello che Dalla ha portato in giro per l’Italia e che aveva per titolo Il futuro dell’automobile. Si partiva da I muri del ventuno, la prima occupazione delle fabbriche Fiat e Lancia a Torino nel 1921 per arrivare appunto alla canzone sopracitata, attraverso un percorso tematico fortemente politicizzato, direi fortemente ideologizzato. La storia d’Italia, nelle sue implicazioni drammaticamente negative, dico la storia d’Italia di cinquant’anni di questo secolo, era appuntata, annotata, direi era descritta attraverso l’automobile, lo sviluppo dell’automobile. Nuvolari, per esempio, era centrato perché con le Mille Miglia e le altre corse combattute con auto come le Ferrari, le Alfa Romeo 1750, le Cisitalia, aveva contribuito in modo determinante ad accentrare l’interesse del pubblico più vasto sull’automobilismo, che si andava rapidamente sviluppando, e quindi a sollecitare la asfaltazione delle maggiori strade italiane, molte delle quali non erano modificate di molto dal periodo napoleonico: Napoleone in Italia portò, come si sa, grande attenzione e grande premura in merito. Nel disco, il complesso delle canzoni ridusse il titolo, per decisione della casa discografica, a Automobili per questo decisi di non firmare il disco se non con uno pseudonimo, per l’esattezza, Norisso, un poeta dell’Arcadia romana del Settecento. Un nome preso a caso. In un contesto così delineato, Il motore del 2000 è appena un timido sguardo a un futuro molto ravvicinato.
D.: Nella tua attività di scrittore e di promotore di cultura ti sei mosso a diversi livelli. Sei stato fondatore con Pasolini, Leonetti ed altri di una rivista come “Officina” e di altre iniziative che hanno avuto un ruolo centrale nel dibattito e nella storia della letteratura contemporanea. Negli anni ’70 poi hai sostenuto diverse attività nate per così dire dal basso (per opera di giovani aspiranti poeti, ecc.) al di fuori dell’Università e dei canali privilegiati. Che rapporti ci sono stati tra esperienze così diverse e come puoi giudicarle nel loro insieme?
R.: Prima “Officina” per cinque anni, poi “Rendiconti” per diciassette, poi varie scritture personali e il lavoro decennale con gli altri amici con “I fogli dei sei giorni”, dei “Dispacci”, dei “Prati di Caprara”, della “Tartana degli influssi”, della rivista di prima istanza “Numero Zero”, e questo lavoro che chiedeva grande pazienza, grande umiltà da tutti, grande entusiasmo e grande convinzione e aggiungo, grande partecipazione, si è potuto svolgere senza intoppi per il contributo determinante, essenziale, sopra tutti, di Maldini, Jemma, Milli, Petazzini, Brunini, e per “Numero Zero” anche con Gobbato e Giorgini. Poi il bell’impegno de “Lo spartivento” ormai diventato una quercia robusta, a cui mi pare indispensabile, necessario, inevitabile partecipare, ma che è soprattutto opera creata e perseguita da Gabriele Milli, con un vero risultato. Condividendo l’inquietudine costante nella riflessione e nella ricerca politica, adesso mi coinvolge la collaborazione a “Nunatak”, che mi avvicina ad amici molto più giovani ma che mi accettano, stimolandomi. Con questi riferimenti costanti non ci si può impigrire e si deve pedalare, dentro il grigiore tempestoso dei giorni. Io, per me, sento tutto legato quello che ho fatto o a cui ho partecipato dall’interno, un’unica corda, grossa, per la salvezza. Non certo dalla storia ma, si può dire dalla vita, che se ti aggrappa secondo la norma o ti distrugge o ti riempie d’odori. L’impegno è stato dunque di cercare, insieme ad altri, una riflessione comune attraverso la scrittura. Il giudizio su tutte le cose fatte? Sono state fatte, dopo tutto, e con l’attenzione dovuta. Adesso contano e si giudicano le cose che si stanno facendo o da farsi. Basta un semplice sasso per ricordarci del cammino già percorso.
D.: Oggi molte esigenze sono mutate, certo negli ultimi decenni è stato importante, in particolare a livello sociale e politico, creare nuovi spazi di comunicazione per mettere in luce la scrittura sommersa, capire cos’era, lasciando libera la spontaneità. Nel frattempo molte iniziative spontanee e marginali si sono moltiplicate e forse hanno perso quel senso di rottura e di innovazione. Inoltre si è esteso un forte processo di omologazione culturale e sociale per cui tanto nelle associazioni di base quanto nelle cerchie letterarie più ambiziose emergono gli stessi condizionamenti derivati dagli standard televisivi, fumettistici e cinematografici. Cosa ne pensi?
R.: Dico soltanto che è molto vero che quasi tutto è cambiato, stravolto, non modificato. È un fatto che si prevedeva ma non, almeno, con così forsennata rapidità e, aggiungerei, incostanza. Se ne è preso atto, con la dovuta preoccupazione, con il necessario interesse e con la costante attenzione e anche con un poco di ironia. Certo è che ciò che era consentito fare con urgenza nel decennio passato oggi avrebbe un peso del tutto irrilevante e, nelle eventuali operazioni, direi mortificante. Sembra quasi passato un secolo. Anche se ripeto, non c’è nulla da rinnegare. Il lavoro svolto è un nodo, o vari nodi, in una lunga corda tesa che si prolunga.
D.: Si può parlare oggi di letteratura ufficiale e non? E dove è lo spartiacque? È una questione di linguaggio, di tematiche, di concezione diversa del ruolo dello scrittore e della letteratura o è rimasta semplicemente una distinzione riferita al modo di produzione e di distribuzione, dal momento che spesso troviamo nell’ambito delle pubblicazioni indipendenti scritture di epigoni che ambiscono a una forma letteraria accademica e che quindi non riescono a veicolare idee nuove.
R.: Si può parlare, a mio parere di letteratura dentro le istituzioni o fuori. Magari ancora fuori e in attesa di entrarci. Nessun giudizio moralistico in merito ma solo di collocazione, con un collegamento diretto con chi non accetta neppure alla lontana la cultura, e la gestione della cultura, in atto, contrassegnata da un generale disegno della società e da un generale disimpegno dalla società che ritengo si debbano rifiutare in toto. È il nuovo regno della foresta che ci viene elargito e proposto, con insinuazioni convincenti ma dove gli alberi sono di plastica lavabile mentre le belve all’interno sono vere, e micidiali. Con la più completa semplicità e con dura convinta ingenuità, si va alla ricerca di un modo solo giusto e onesto per tutti, ma per tutti davvero. Un risultato che poteva sembrare un poco vicino e che invece è andato perduto. Da ritrovare. Non ci manca la pazienza, tanto più che gli scienziati proprio in questi giorni ci hanno appena avvertiti che il mondo, la terra, prima di esplodere sotto la sferza dirompente del sole è certo che durerà per duecento miliardi di anni. Cosa vogliamo di più? Ne abbiamo di tempo per ricucire ogni tela.
D.: Di questi tempi è difficile orientarsi tra i prodotti dell’editoria. Si trova un po’ di tutto e il panorama generale è più indistinto. Se una volta la piccola editoria si qualificava per certe scelte di qualità e promuoveva con più lungimiranza l’autonomia di ricerca, adesso la situazione è più complicata e spesso si ha la sensazione che le parti si siano invertite, nel senso che certe scelte più coraggiose e innovative sembrano provenire maggiormente da certi filoni della grande editoria.
R.: La piccola editoria ha vita grama e quella che appare più costante e intraprendente è quasi sempre appoggiata o collegata alla grande. L’autonomia, l’autogestione è scelta stupenda e quasi disperata. Ma anche così stando le cose è da perseguire. In quanto alle scelte più coraggiose, non mi lascerei molto lusingare. Nella società della foresta e del profitto inevitabile, se il forte ti premia l’inghippo è assicurato. Vuole magari soltanto succhiare da te il tuo giovane sangue. E ti fa una carezza. E poi dal potere forte, dal potere comunque organizzato, bisogna sempre stare alla larga in ogni caso. Non lo dico io, poveraccio, condivido soltanto questo aureo consiglio, ma lo dicono i grandi classici. Che spesso hanno pagato di persona.
Temporali, n. 14, gennaio 1994.
Quattro “Notizie”
Mentre ero assorto
nei miei pensieri
è venuto qualcuno
che sembrava
mi volesse fare prigioniero.
Queste nebbie calando all’improvviso
oggi decidono l’inverno
e la sapienza della vita
da polvere ritorna sasso.
Mi devo pentire per tre cose
l’acqua il sangue il fuoco
ma non per l’ombra più saggia
di quella che non induce a dormire.
L’ombra del risveglio.
E sento grande traffico nel cielo.
Anche la cometa guarda, aspetta.
***
Amo ciò che finisce
o ciò che comincia
e vibra. Vibrando nel verde dell’alba.
Il tramonto amo, fuoco sulla
mano dei fiori
al bordo dell’autostrada. E amo
l’ombra del vecchio.
Il vecchio passeggia da solo col bastone
conversa con l’aria.
Amo le chiome delle ragazze che non si spaventano
il grido del corvo contro il tetto della casa.
Lo zoccolo del cavallo senza ferri
quando solleva la polvere vicino alla tomba etrusca.
Alle volte
si può morire di niente.
O vivere di niente.
Questa è la pace che il nostro secolo frantuma,
inesorabile.
***
Fuori sacco viaggiava
la notizia cattiva.
Dentro al sacco viaggiava
la notizia buona.
Fammi uscire, gridava
la notizia buona.
Resta dentro, bisbigliava
la notizia cattiva.
La voce della cattiva
rimbalzava però come il tuono
e il grido della buona
respirava come una foglia.
Poco dopo il mondo
si cavò la voglia
del tuono.
Un bambino trovò la foglia gialla per terra.
Era la guerra.
***
Artaud mi piace da matto.
E mi piace Dashiel Hammet.
Anche Hammet mi piace da matto.
Poi mi piace come ho detto Hoelderlin
nel mulino sul fiume
con la sua fantasia che è un lume di barca alla deriva.
Anche Hoelderlin mi piace da matto.
Mi piace Goethe mentre viaggia in Italia.
Poi mi piace Courier il vignaiuolo
Courier il pamphlettista
Courier assassinato nel bosco, da solo.
Anche Courier mi piace da matto.
Con la sua macchia sul codice di Longo detto il Sofista.
E poi mi piace Cavalcanti che arriva da lontano.
Cavalcanti mi piace da matto là nel suo esilio fra le paludi.
E mi piace Salimbene de Adam
coi suoi racconti degli inverni gelati.
Anche Salimbene mi fa impazzire.
E poi Bonvesin de la Riva e poi
Morgenstern che suona contro vento
e ad ogni momento vuole vivere e morire.
Bonvesin e Morgenstern sono favolosi.
Chi altro mi piace da matto?
Risponderò domani.
Adesso butto sassi nel fiume.
Ho le mani occupate
ad (per) allontanare i cani
della violenza vecchia della guerra
che già Omero
– ah, Omero mi piace da matto –
mentre cantava fra il fuoco ha maledetto.
Dispacci, foglio numero 9, 26 marzo 1986.
Trenta poesie (da Dispacci)
1. Pollock.
2. Cummings che dice io porto il tuo cuore nel mio cuore.
3. Miles Davis alcuni anni fa in un palazzetto dello sport.
4. Una canzone dei Beatles.
5. Tre testi di Brecht:
il primo In Polonia nel Trentanove una grande battaglia ci fu;
il secondo è questo Rispondendo a una domanda sulla patria K. aveva detto: Posso
patire la fame dovunque;
il terzo infine : Mangia e bevi – mi dicono – e sii contento d’averne.
6. I pensieri di alcuni bambini.
7. Il racconto di Alcide Cervi quando comincia a dire: Questi sono dolori grandi, che offendono la vita.
8. L’ultima orazione di Castro sul Che.
9. Incollare le pagine tagliare le pagine. Spegnere il lume, abbassarlo. La notte può essere
inverno. Seduto davanti alla porta vedo sgozzare il maiale.
10. Parlare a un sordo.
11. Le ultime poesie di Hoelderlin Scardanelli: Lo spirito di Dedalo e della foresta è il tuo.
12. La ruota del mulino
la ruota del suo mulino
il falegname la pialla la
voce del mugnaio che batte il grembiale e chiama le anatre.
13. La pioggia taglia le mani e i capelli
io io io…
14. Il riso di un padrone chiude con violenza una porta.
15. Le parole dei poveri.
Nascere e camminare.
16. Breznev, questo Breznev chi è ?
17. Un altro farà una strada più breve.
Noi dobbiamo andare in salita.
18. Non dico le parole che amo.
Dico solo le parole che ricordo.
19. Con mio padre non parlavo mai tranne qualche sera quando tornavamo tutti e due
dalla città.
Un manovale che si è impiccato in carcere viene seppellito per pubblica carità.
20. Dicono gli industriali giapponesi:
la scelta è fra quantità e qualità.
Correggono i tedeschi la scelta è qualità und quantità.
Ma nelle città industriali i gatti impazziscono.
Siamo qua per mostrarvi
le terribili conseguenze di un inquinamento.
I bambini nascono deformi, i genitori
si vergognano dei figli, li nascondono ai vicini.
21. Il futuro si apre ogni giorno e brucia la mano.
Così un lebbroso appena guarito dal male
non può essere felice
come se fosse giorno di carnevale.
22. Mandel’stam, Pilniak, Olesa, Babel o la signora Cvetàeva
guardano in silenzio camminano per la pianura si
avvicinano ascoltano parlano con noi.
Raccolgono la neve.
23. La Polonia non è lontana è vicina.
Guarda attraverso i vetri.
Aspetta.
24. Due capre si dissanguano
dentro l’ombra degli elicotteri.
Siamo ormai nel duemila.
25. Non soffocherete più gli uomini, signori del fuoco!
Spartire le cose pescate è un atto di giustizia.
26. Anche seppellire i morti.
27. Vivere ascoltare imparare
navigare su un fiume
partire partecipare ritornare
con sette cuori diversi.
E settecento furori.
28. Il potere è ancora potere soltanto.
È soltanto potere ancora.
È potere.
29. Libertà è verità.
La verità è difficile.
30. Allora anche voi
passate transitate transite
ma non disperdetevi.
Cercate ancora.
[Ripeto: accade più in un’ora che in cento anni].
Dispacci, foglio numero 2, 1981.
NEWS
25/6/’82
Camminavo sullo spazio senza alberi. Le foglie
scendono sulle ali degli aerei pietrificati
la faccia di un uomo (la sua facile ironia)
lentamente ruotando
si perde fra i fiori l’aria è
morbida
ci cammino sopra come il puledro sulla pista appena innevata.
L’accoglienza da parte degli amici fu ottima.
MI DOVETE AIUTARE
Cara cara cara sfugge via la campagna attraverso il finestrino cara
fugge la campagna cara cara addio
fugge via PER SEMPRE
un’erba dal verde così
intenso io non l’ho mai trovata
alla sera (sembra) ha il colore del mare profondo
l’erba
UNA CASA BIANCA E SOLA con un fanale rosso
sperduta nel centro della pianura
sta l’í sola ad aspettare l’ultimo uccello fe-
rito a morte.
Dispacci, foglio numero 4, 1982.
Lui solo aveva
Lui aveva
era il solo ad avere
«l’inverno mette il gelo nelle ossa»
non posso
eri così lontana tu non potevi sapere
non non potevi non potevi non potevi
ah, lascia perdere
qua, fermiamoci, ricordi?
laggiù, dopo l’albero
ma tu non potevi saperlo
ma tu non potevi saperlo
non potevi non
e poi lui solo aveva
lui aveva
era il solo ad avere
«la nebbia di questa maledetta pianura».
Lascia andare, vediamoci
domenica. Oggi sono stanca mi
sono svegliata alle cinque ma
è vero «la nebbia della pianura padana
mette il gelo nelle ossa».
(Post-scriptum 1981)
Dispacci, foglio numero 1, 1981.
Notizie (in Post)
19 settembre 1978
Gli elle Cinque (USA) dicono
che è tempo di andare ad abitare lo spazio.
Piattaforme circolari.
Vita in assenza di gravità.
Una grande felicità (ritrovata) fra luna e astri
inviperiti (e adesso criminali).
Lì mi posso prendere tutti i grattacieli
pioggia quando voglio e
la nebbia.
Anche la nebbia quando uno vuole.
Non c’è sole.
E perfino la morte
quando uno vuole oppure
un poco di felice felicità quando si deve.
Quando si deve.
Quando si vuole.
Ma bisogna andare. Presto andare.
Perché con gli altri che sono vicini alla luna
non si può scherzare.
Può cadere la neve.
***
21 settembre 1978
Enorme, bugiardo
come Hegel aspetta la morte dell’arte.
È un mio cugino da parte
di madre.
Per il giorno della dipartita si è già vestito a lutto.
Sta lì buttato come uno straccio sull’acqua
con calzoni di seta
e mutande rubate mentre le vecchie donne del
paese vanno a sbattere contro i gradini delle chiese.
Ha deciso che dopo il funerale
si ritirerà in un porcile abitato da un maiale etrusco
ucciso dal vaiolo.
Là dentro tutto solo farà solitari nelle notti d’inverno
o giocherà a poker con un giovane diavolo
dell’inferno.
***
4 giugno 1979
Mio zio l’orango sterminò il branco
perché impazzito d’amore
per una ballerina di Giava che teneva sua schiava.
Il branco era composto
da un fosco orango pio che era mio zio
da cinque oranghe tutte casa e chiesa
dalla già citata oranga ballerina
e da quattro giovani traviati
oranghi fannulloni e insolenti
che trafficavano droghe con la Cina.
La tragedia scoppiò all’improvviso
un pomeriggio dopo il temporale
e non ebbe nessuno spettatore.
Fu gelosia o follia? Nessuno lo può dire.
Ma in pochi minuti il tribunale
stabilì trattarsi di un delitto d’onore
che non si doveva punire. Anzi
che non si voleva. Mio zio l’orango
fosco orango pio
ritornò libero e io
mi decisi a stare dentro al fango anch’io.
***
22 settembre 1979
Nessuno era così ciulla e sbadato
quanto l’uomo magro come uno spillo
che reggeva un birillo sul naso
al modo di una candela
accesa.
Metti giù quel birillo
stupido uomo spillo
gridò un gatto
semplicemente matto
che navigava a vela
dentro la scarpa di una grande dama.
Passarono circa tre mesi
e una carovana di zingari
(fra loro c’era anche un coyote
che s’era preso l’ameba)
rubò dal naso dell’uomo spillo
il birillo
e cercò di venderlo in Suisse.
Ma gira e rigira per i quattro cantoni
a venderlo ahimè non ci riuscì
e così questa storia
finisce qui.
Post – Periodico di informazione e scambi culturali, anno I, n. 2 (in attesa di registrazione), marzo-aprile 1989.
Per Stefano Benni
22-10-1979
Star verignan gheloss
oza rintana
sdiruva parasaz ingua mochina
slovana fiom spedana.
Scina.
Per una più pronta comprensione del breve testo laudativo, diamo qua sotto la traduzione in volapük:
Buk mödik fasedik
fulik de suemads
pöfüdik kapälnik kel flapön flitäd
luki jotabom de alim.
E usi blibön.
[Chi lo voglia può rifarsi, per il volapük, all’opera seguente: Grammatica comparata del volapük secondo le regole grammaticali date dal medesimo illustre Inventore della lingua universale, compilata da Maria Tommasi Maestra di Lingue e Musica; Jiplofed, Jipoedan Ä Jispodal Volapüka. Milano, Ditta G.B. Paravia & C. Editori, 1889].
Glossarietto:
Buk: libro.
Mödik: molto.
Fasedik: spiritoso.
Fulik: pieno.
Suemad: idea.
Pöfüdik: utile.
Kapälnik: intelligente.
Kel: il quale.
Flapön: battere.
Flitäd: ala.
Luki: sopra.
Jotabom: spalla.
Alim: ognuno.
Blibön: restare.
[Libro molto spiritoso / pieno di idee utili e intelligenti / un libro buono / pieno di idee che battono le ali / sopra la spalla di ognuno. / E lì ci restano. / A speculare, guardare, difendersi, distendersi, scontrarsi, lottare. Senza fermarsi a mugugnare].


