Super User

Super User

Giovedì, 03 Aprile 2014 14:43

Il diario delle formiche: è guerra (II)

Annotazione.

La precedente puntata (iniziale) di questo testo poematico, preannunciava il timore, elargito con angoscia da tanti sulla base di dati autorevoli, che nei luoghi citati e anche oggi terribilmente tormentati, sarebbe divampato un nuovo eguale furore, anzi: peggiore, procurando così uno scenario apocalittico. Questo non è capitato, ma non fa venir meno l’impiego di sorvegliare e ricordare. Memoria e disposizione ferma dei sentimenti, pur resistendo il grado di affannosa incertezza e di pericolosità.

 

..............................................................

La borsa valori della guerra annunciata ha

assistito alla variazione

del prezzo del greggio dal 1973 è cresciuto

del 400 per cento

l’oro nero resta ancora

l’arma più potente di Saddam Hussein

le maschere antigas possono essere in-

dossate solo per un’ora continua a questa temperatura

molta inquietudine molta febbre dentro

ma molta speranza

il nostro paese è stato in

prima fila nelle fornitura di armi

guadagnare del tempo

dialogando

non basta questa ansia emotiva in

questo momento

dobbiamo invece prepararci a rinnovare

il nostro materiale cultu-

rale complessivo

sono le tre menodieci cioè

ci avviciniamo al momento da tutti temuto

la gente ha sicuramente paura

di fronte a una guerra che

per questo popolo sarà una catastrofe

diciotto milioni di abitanti

questo popolo iracheno che

rischia di essere trascinato in una avventura tragica

IL PRIMO GIORNO abbiamo visto i missili partire

gli aerei alzarsi in volo

non abbiamo ancora visto i cadaveri

li vedremo domani forse ma

è affascinante vedere nella notte

i tornado alzarsi

i missili sibilare come aquile infuriate

illuminando la notte il cielo di rosso

Parlano i non violenti e poi parlano

ecco gli esuli iracheni

Saddam Hussein non è figlio del

nostro popolo

ma una creatura dei signori della guerra

noi sentivamo vergogna per l’occupa-

zione del Kuwait

GIULIANO FERRARA e poi chi è Igor Man?

Non ancora, ci sono notizie

non movimenti di truppe in terra

ma CHIARINI DEL MANIFESTO detta da Baghdad

il bombardamento ha avuto

effetti devastanti punto verso le cinque

del pomeriggio colpito seriamente il

ministero dell’informazione punto

sono oltre sessanta gli attacchi degli F. 15

nel corso della notte

gli arabi anelano a una rivincita sulla storia

bisogna dargliela senza mortificare la giustizia

contro i palestinesi è in atto

una ingiustizia che dura

da quarant’anni

da tel aviv sulla guerra chimica le prime

impressioni erano più

ottimistiche ieri

oggi l’allarme cresce perché

ci sono trenta rampe

missilistiche

mobili

ancora intatte

però la tensione più profonda viene dai

palestinesi

la questione palestinese è il

primo problema in questa zona

maurizio mi senti? Maurizio io ho

la clara ingrao che

deve intervenire

ma sentiamo prima don levi

oh, non mi sembra di dover intervenire sul

problema

palestinese in questo

momento

la tristezza del santo padre

il papa in sostanza è un

cristiano e non cessa

di sperare di ricucire

lo strappo fra politica e morale

nel libano? I miei genitori

prima erano in giordania

poi nel settembre nero sono scappati

in siria poi qua nel libano

noi vogliamo la pace ma non

sacrificheremo la vita per

difendere la nostra nazionalità

palestinese

perché il libano una volta

unito è diventato

un paese così diviso?

mannoni hai qualcosa?

fichera ci sei? no? Allora andiamo avanti come

è finita la fazione cristiana a beiruth?

perché l’hanno uccisi? perché

era un lieder cristiano

e i siriani non potevano accettare ciò

le ripeto noi continueremo a combattere per un

libano

libano

sovrano e

indipendente

ma quale battaglia? la guerra è scoppiata

sedici anni fa

proprio per questa piazza

piazza

ogni giorno c’erano varie

milizie che volevano

conquistare questa piazza da qua a là

e chi ha vinto? nessuno

i libanesi l’hanno persa

lei ha conosciuto…? io, io

conosco solo il mio nome

cosa fa qui? cerco roba di

ferro per fare

qualche soldo

fichera sei in linea? mi dicono

che hai delle novità

sì! Qua a riad il clima si fa pesante

è la terza notte c’è un

clima di paura mancano

le maschere antigas

per gli immigrati è impossibile averla

per gli etiopi i filippini i pachistani

marco pannella

igor man

lucio manisco

dov’erano i pacifisti quando

saddam occupò militarmente

il Kuwait

parla don levi

parla falk

fra tre minuti grazie pubblicità

mangia una fiesta e la vita ti sorride

latte corposo ogni giorno un

po’ più grande

prima c’erano i tedeschi adesso

invece il problema è di tutti

mi hanno detto che lei è stato

in un campo di concentramento

woolf studioso della pace e delle armi

che ha visto gli orrori contro un popolo curdo

igor man dopo la guerra

la mappa del mondo

non sarà più quella

a questo bisognerebbe

prepararsi e pensarci

fin da questo momento

io mi auguro caro Ferrara

io mi auguro caro ferrara

i giovani hanno paura della guerra

la paura è legittima

ma in questo momento ci

sono giovani italiani

che per ordine sono in

guerra in questo momento

la guerra distrugge

la guerra ci aliena crea

un fossato col popolo arabo

ma in questa fase perché

è così forte il sentimento della pace il pacifismo

soprattutto fra i giovani

oggi il nostro paese è

entrato in guerra

è in guerra

vi do appuntamento per il prossimo

collegamento

a fra poco

tutti avevano venduto tutto a

saddam hussein

poi saddam hussein un giorno

è guerra è guerra è guerra

negli stadi di calcio oggi fanno la ola

per la pace

collegamento da new york

lucio manisco mi senti? ci sono novità?

si parla di gas? si parla di bomba atomica?

..............................................................

..............................................................

 

 

 

ilfilorosso, anno XXIV, n. 46, gennaio-giugno 2009.

 

 

 

Lunedì, 31 Marzo 2014 14:58

Il diario delle formiche: è guerra (I)

Annotazione.

Soffiano venti di guerra. Ancora più terribili di quelli già in atto. Come si legge, come si ascolta da notizie bene informate, fra il 5 novembre e il 19 gennaio 2009, bombe americane o bombe israeliane (convenzionali oppure atomiche?) saranno depositate sulla centrale iraniana di Isfahan, sull’impianto di Natanza, sul centro di produzione del plutonio di Arak e altri impianti anche sotterranei. Per la prima guerra del golfo, nel lontanissimo e vicinissimo 1991, radunai questo testo poematico, piccola bibbia di un calvario personale, rimasto volutamente inedito tranne un centinaio di versi. Sento di poterlo rimettere in moto (intanto nella parte iniziale.) per contrastare insieme a tanti altri (fino a che abbiamo fiato) l’uso inesorabile della violenza. Oramai presenza micidiale.

“Posso ascoltare il canto delle formiche sulla punta delle mie dita”

(Hoelderlin)

oppure Hôlderlin

 

 

(1: La giornata dei saluti – 2: Il primo colpo di cannone – 3: Il chiacchiericcio telefonico – 4: La preghiera – 5: L’attesa – 6: La battaglia – 7: L’ultimatum – 8: La Caporetto del deserto – 9: I soldati)

 

1. Il mese di gennaio 1991 non è piovuto mai

i giorni corti sotto un cielo di grande vento

il freddo fa saltare la pietra cade il passero che sento senza più voce

le ragazze ridono e s’insultano camminando nella strada

la città coperta di piccola nebbia di piccolo fango di polvere leggera

i rumori contro il marmo dei vecchi che gridano

non voglio ancora morire

nel mese di gennaio 1991 il carteggio fra i potenti della terra

è quasi giornaliero

minacce

scoppia adagio adagio urlo dopo urlo la lava

il vulcano della guerra brucia il polmone dei giovani soldati

fiore dei cuori in quei giorni purpurei è la guerra

in quei giorni la guerra ho sentito la guerra ho visto la guerra

io arrivo dice la guerra portando l’inferno all’inferno

ma non è la guerra se questa è la guerra

voglio dire che posso andare lontano e tornare

salire lassù dove l’albero conserva interi i segreti

scendere perché la neve d’inverno lo lava

il fischio di un treno dice è l’ora di partire

insisto: non è la guerra se questa è la guerra

vedo la mia casetta con la luce accesa

un fumo dal camino è lì che siede la mia ombra in poltrona

la guerra del golfo per tutta una notte le ore sei di mattina

linea diretta

ho fatto un giro

ma l’isteria che c’è

manca la pasta lo zucchero avete sentito?

si diffondono in questi giorni voci allarmanti

bisogna convincersi che non c’è la ragione

di alcuna preoccupazione

signor Presidente del Consiglio

non vogliamo la guerra

solo la pace vince

pace sì guerra no

i palloncini colorati dei bambini

il corteo ha attraversato la piazza

occorre costringere il dittatore iracheno alla pace

se la guerra scoppierà

diserzione ci sarà

per la pace contro la guerra

la voglia di preghiera per la pace

noi ragazzi ce l’abbiamo addosso

questo malumore

cosa c’entrano le canzoni di Vasco Rossi

con la guerra del golfo? a sentirsi più uniti

tutti i politici del mondo

sono loro i responsabili della guerra

olio zucchero farina scatolame

mah! più o meno seicentomila soldati da

parte degli alleati e

cinquecentomila soldati da parte de-

gli iracheni

le variabili impazzite sono tante

la prima dovrebbe essere di attaccare

Israele prima degli americani

suona il telefono ecco, Roma, la guerra

le guerre si sa come cominciano

e mai si sa come finiscono non si sa

saddam hussein è stato finanziato alimentato

dall’occidente un franckenstein

non tanto da demonizzare ma da capire

Una operazione di polizia internazionale

per quello che vuole essere

il ripristino di un diritto violato

il sindaco di tel aviv dice siamo tranquilli e decisi

perché convinti che Israele vincerà

oggi hanno distribuito le maschere

antigas a tutti ai

giornalisti anche e alle scuole

che cosa possiamo fare per la pace?

fare uno sforzo tutti quanti

ma le prossime ore non danno molte speranze

eppure

eppure quando tutto sembra perduto

c’è sempre un futuro il proverbio è arabo

adesso pubblicità consigli per gli acquisti

Yio piace alla gente che piace

ma dove andate? Certo che qui si mantengono in forma

anche le fette biscottate

ecco riprendiamo con Giorgio Falk gli anni ’80

la ciclicità dell’economia di mercato è

ineluttabile il 1991 sarà di

certo un anno difficile

per la saturazione dei beni

e l’usura dei beni

l’episodio dei due cerchi

il professore di biologia ha detto prendete un compasso

ero al liceo di Losanna

ma perché calerà il petrolio?

siamo immersi in un mare di petrolio

io amo molto navigare

c’è un detto dei marinai chi va per acqua imbarca acqua

e poi noi tutte le sere

parliamo fino alle tre di notte

io non ho comperato nulla

tanto se dobbiamo morire moriremo

Dice Tonino Guerra intanto ti dico subito che io sto

diventando un uomo tribale

siamo un deserto di ideali

se noi prima avevamo un po’ di attenzione

 

2. la comunità europea a questo momento

esce a pezzi da questa situazione

se ci sarà la prima guerra in diretta

ad Amman sono accreditati duemila giornalisti

nella guerra del golfo è stato preconizzato che

per ogni soldato ucciso ci

saranno sei civili morti

gli americani stimano cento morti al giorno

mille nei primi dieci giorni

i sacchi di plastica verde azzurra

per collocarvi i cadaveri dei soldati

...............................................................

...............................................................

 

 

 

ilfilorosso, anno XXIII, n. 45, luglio-dicembre 2008.

 

 

 

Giovedì, 27 Marzo 2014 15:46

Il porto da cui partono le navi

Quanto scrivono! Commenta uno riferendosi ad altri e proprio nel momento stesso in cui anch’egli scrive. Hai ragione! Carta straccia! Dice un altro, nel momento in cui ripone quattro fogli versificati e bene ordinati nel cassetto, chiudendolo a chiave, per il timore che un qualche vento li semini via, o un ladro-poeta li rubi per cibarsene. Segno che ciascuno tutela la propria scrittura con l’avida intransigenza di un animale selvatico che difende gli ultimi nati; e non bada agli altri se non per sopraffarli.

Che sia un male o sia un bene non so. Come l’ospite nella sesta lettera goethiana de “Il collezionista ed i suoi familiari” mi sento di ripetere: “della poesia non voglio sentenziare”. Invece posso prolungare alcune deduzioni più generali, destinate a restare inattuali, fuori dal corso ufficiale di questo tempo che si scuote alle volte come una bandiera affumicata e che tratta la poesia con il riguardo che si ha, e si deve avere, per le persone ammalate. Gravemente ammalate.

Oggi la comunicazione è allargata ma la solitudine si è fatta secca e tetra. Vuol dire che – in generale, naturalmente, e non per le persone “affermate” né per i giovanotti risucchiati dalla cannuccia della Coca Cola nella gola della società dello spettacolo – più fai meno trovi ascolto; più cerchi e meno hai; a meno che uno non accetti di reggere la coda al serpente (ce ne sono tanti che lo fanno); in tal modo arriverà prima o poi a una qualche duratura paga mensile per il lesso. Ma ci sono anche quelli, invece, che strisciano i denti al muro per fare qualche scintilla e cercano di non lasciarsi accalappiare. Con questi si può litigare sotto il sole senza paura di perdere il tempo.

Eppure io, per esempio, leggo molto gli altri, quelli che non la pensano come me, per vedere se è mai il caso, per le loro buone ragioni, di cominciare a pensare come loro. Questo atteggiamento sincretistico tiene allenati, allertati e svegli (privatamente); aiuta ad alimentare l’ironia (autoironia) benefica, che porta a riferirsi sempre a questa conclusione: di essere un coso dentro le cose; non solo senza importanza, come è ovvio, ma senza sostanza. E che questa sostanza, se vogliamo che ci sia – o comunque che cominci ad esserci – deve essere riempita di dati utili per vivere giorno dopo giorno. Utilità e giustizia, curiosità e pazienza, e attenzione sugli altri; molta attenzione; perché senza gli altri non si vive e neanche si scrive (se vuoi scrivere)

(…)

 

(…) Invece parecchi intellettuali, beati loro, sembra spesso che non abbiano dubbi e che arzigogolino sui dubbi degli altri. Essi, beati loro, credono troppo spesso di sedere sul ramo più alto del fico. Sotto, naturalmente, a rimirare a testa in su e in attesa del verbo, noi poveri cafoni con la coppola in testa per ripararci dal sole che ci abbacina – noi, che non abbiamo un serio commercio con le muse.

In un mondo che per fortuna tende a diventare sempre più aperto – nel senso delle sue novità, che possono essere anche non necessariamente eclatanti – e problematico, sembrerebbero indispensabili, oltre che una attenzione attiva e partecipe in dettaglio, anche una responsabile determinata cautela nei giudizi (dei giudizi). In altre parole: la voglia di imparare dovrebbe prevalere e di gran lunga sulla voglia (o, si potrebbe dire, la presunzione) di giudicare.

Invece la cautela, per lo più, latita; e i giudizi si sprecano. C’è insomma, in giro, un gran stridore di spade che tagliano e segano – e sembrano non lasciare scampo. Mentre accade quasi subito, dopo, che ci accorgiamo come le cose fossero del tutto diverse dalle previsioni o dalle conclusioni (…)1.

 

(…) Perché questo bisogno di scambiare le parole come sassi lo percepisco quasi un richiamo fisico, a fior di pelle. Scambiare riflessioni, testi, farli intersecare, intrecciare, sovrapporre, perché in qualche modo si annusino come animali – con rabbrividente sorpresa. Animali selvatici. Non faccio riferimento alla selva per belletrismo, ma perché il mondo in cui vivo, che mi piace con un affanno continuo che mi esalta, mi pare suddiviso fra grandi città fortificate molto turbolente dove tutto è già avvenuto – e (dopo prati all’inglese per footing domenicale) selve abbastanza misteriose (meglio, abbastanza intricate) tutte intorno, da cui possono uscire meraviglie di animali che parevano estinti (o sul punto di esserlo) i quali tornano, ripeto, ad annusare il mondo. O i soprastanti venti del mondo (…)2.

 

(…) Dice Keats (nelle “Lettere”): essere per conoscere. Essere, cioè esistere; cioè ricomporsi, riconoscersi. Stabilirsi, nel senso di definirsi. Una operazione non neo-genetica, perché non si ricompone il corpo, raccogliendo gli sparsi avanzi o le giovani membra, ma si riavvicinano le ombre vaganti del nostro desiderio e della nostra vita, a cui si cerca di riaffidare qualche nuovo umore. Conoscersi è già disporsi da sé, proponendo alle cose del mondo un privato luogo d’accesso che accolga le prime o le ultime lacrime della terra – l’eco di perdute battaglie e di imminenti tempeste… la conoscenza è, nelle sue premesse, un momento di vittoria sopra le precipitose oscurità del mondo, poi è attesa continua, speranza che non si allenta, fatica riconosciuta e necessaria; inevitabile. Accade spesso, molto spesso, che alla fine possa diventare anche tragedia (scontro di potere e volere). Una tragedia. Ma allora diventa tragedia dell’attesa, della speranza, della volontà. Il fuoco che brucia, in questo caso, non produce polvere ma grida; le quali risvegliano chi dorme e perfino i morti di un giorno; e sollevano spesso la polvere vagante e residua degli inceneriti nel corso della lotta sopradescritta. In definitiva, chi sta o sceglie di stare dentro al cuore delle parole, può solo sforzarsi di non lasciarsi bruciare tutto intero come un tronco sull’orlo vertiginoso dei monti (…)3.

 

(…) credo che la scrittura si possa intendere nel senso (dunque non in un unico senso) che patria è il luogo del proprio riconoscimento linguistico, e quindi è il luogo ove già stanno o tendono a confluire tutte le cose che contano e tutte le vite degli uomini coi quali ci si intende. Vite che, proprio o appunto in questo inevitabile anche se tormentato assemblaggio, trovano ragione d’essere, utilità reale, e si riconoscono.

Ecco, in questo riconoscersi delle cose che stanno, e degli uomini che si cercano, vive la patria – che non ha bandiere (naturalmente) ma solo il sentimento che la parola detta vive appena pronunciata o sottoscritta, quindi comunica, si completa ed esplode. La patria di Hoelderlin è il luogo dove si vive non dove si muore; è là dove si dice non dove si tace. Non è il luogo della memoria, in cui si accendono i lumi ai penati; ma il porto da cui partono le navi (…)4.

 

(…) La parola. La parola, questo scatto sublime ed essenziale, che superbamente incontaminata si ricompone e si rialza dopo ogni tempesta, ogni naufragio. La parola, per i versicolorati insetti itineranti nel campo della scrittura, non dovrebbe contare più (sul momento). Peggio ancora: guardandole lì sul tappeto, una parola vale l’altra; essendo ognuna, in apparenza, trasandata e impudica. Perché (dovrebbe essere così, secondo le indicazioni) oggi conta non dire, non segnare, non sottoscrivere, non proseguire, non affermare; e ha gloria colui che dilacera, spappola, nega. Lo straordinario, minuzioso, naturalmente faticoso ma eccitante assemblaggio dell’esercizio verbale è accantonato come un motore in rapida obsolescenza, o affumicato e sgocciolante dopo una prova… così che questa indifferenza rappresenta una indifferenza voluta non per sé ma per il mondo. Destinato, secondo alcuni calcoli e precisioni a rapida ineliminabile catastrofe; per conseguenza, il segno che lo circonda e lo esprime non può che essere deglutito con le sue ultime boccate. Ma se il mondo, nonostante le sue ferocissime, velocissime contraddizioni fosse invece destinato a durare contro gli eventi, contro le quotidiane profezie? Ecco che la parola riprenderebbe vigore e la costanza che determina, vincendo la sua secchezza; riprenderebbe i suoi colori. La parola avvicinata all’altra ancora, non con la malignità di elidere ma di coesistere con fermezza per raccontare e magari addentrarsi a significare le cose più alte col vento della fantasia, potrebbe perfino tornare ad essere eloquente – attingere le nubi e da lassù riguardare – non per un solo momento – il mondo. Potrebbe perfino perorare, secondo l’antica tradizione; spinta dall’ebbrezza promossa dalla riconquistata libertà di fare e di dire. Non importa se eloquenza o perorazione (o canto che si alzi disperato) avessero fiato breve, la durata di un attimo. Potrebbero ricominciare a dire e a fare il giorno seguente. Importerebbe, in ogni caso, di non perdere le tracce, dentro al mondo forestevole disteso per terra; al fine di potere continuare a comunicare; continuare, continuare (…)5.

 

 

1 Roberto Roversi, Nota Quinta, in “Numerozero”, numero quattro, settembre 1987.

2 Roberto Roversi, Avanti adagio, quasi indietro,in “Numerozero”, numero zero, aprile 1986.

3 Roberto Roversi, Annotulazioni, in “Numerozero”, numero uno, luglio 1986.

4 Roberto Roversi, Quarta Annotazione, in “Numerozero”, numero tre, febbraio 1987.

5 Roberto Roversi, Annotulazioni, in “Numerozero”, numero uno, luglio 1986.

 

 

 

 

 

 

Mercoledì, 26 Marzo 2014 10:48

Intervista a Roberto Roversi

D.: Come è entrata la canzone con i suoi ritmi, i suoi tempi, nella tua storia e nella tua attività di scrittore?

 

R.: Tutto è cominciato, così come spesso si avviano occasioni nuove e diverse, per caso. Per un caso. Due miei testi teatrali erano stati messi in scena al Piccolo Teatro di Milano, per convinzione di Paolo Grassi. Nel primo, intitolato Unterdenlinden, c’era una scena di spogliarello abbastanza audace in un night sofisticato. Da qui, mi era venuto il proposito abbastanza determinato di scrivere una commedia musicale, una vera completa commedia musicale, con molta musica, con molte canzoni e balli. Per l’intrapresa e anche solo per cominciare mi era indispensabile una conoscenza, certo una conoscenza non superficiale e più diretta, del rapporto delle parole con la musica. Almeno delle mie parole, con la musica. Così, tramite Cremonini che lavorava e lavora tuttora con Dalla, mi fu possibile fare arrivare a Lucio un gruppetto di testi, variamente composti proprio per saggiare le varie direzioni e ricontrollati per l’occasione. Questi testi poco dopo entrarono nelle canzoni del nostro primo disco.

 

 

D.: Nella tua poesia e narrativa c’è un costante riferimento alla realtà bolognese e a quella nazionale, e quindi ai temi contemporanei più incalzanti. In molte canzoni che hai scritto c’è invece un volo nel futuro (ad es. Il motore del 2000), che ci pone in una dimensione più fantastica. Forse per le elaborazioni delle canzoni prevale un immaginario diverso da quello del Roversi scrittore? Se questo è vero, come convivono questi tuoi aspetti diversi: quello più impegnato, critico, morale e quello più fantasioso e leggero delle canzoni. Come convive il poeta corsista che scrive e fustiga il costume della nostra società e l’autore di canzoni di successo?

 

R.: Almeno a me, non pare che ci sia divaricazione in quel che faccio, con convinzione e per quello che vale. Non c’è un fiume in mezzo, né due rive separate. Il motore del 2000 è l’unico testo, in trenta e più canzoni, che guarda appena oltre il naso, le altre stanno tutte legate all’ombra dei piedi, o all’ombra della testa. Il motore del 2000 era una delle canzoni di uno spettacolo forte molto bello che Dalla ha portato in giro per l’Italia e che aveva per titolo Il futuro dell’automobile. Si partiva da I muri del ventuno, la prima occupazione delle fabbriche Fiat e Lancia a Torino nel 1921 per arrivare appunto alla canzone sopracitata, attraverso un percorso tematico fortemente politicizzato, direi fortemente ideologizzato. La storia d’Italia, nelle sue implicazioni drammaticamente negative, dico la storia d’Italia di cinquant’anni di questo secolo, era appuntata, annotata, direi era descritta attraverso l’automobile, lo sviluppo dell’automobile. Nuvolari, per esempio, era centrato perché con le Mille Miglia e le altre corse combattute con auto come le Ferrari, le Alfa Romeo 1750, le Cisitalia, aveva contribuito in modo determinante ad accentrare l’interesse del pubblico più vasto sull’automobilismo, che si andava rapidamente sviluppando, e quindi a sollecitare la asfaltazione delle maggiori strade italiane, molte delle quali non erano modificate di molto dal periodo napoleonico: Napoleone in Italia portò, come si sa, grande attenzione e grande premura in merito. Nel disco, il complesso delle canzoni ridusse il titolo, per decisione della casa discografica, a Automobili per questo decisi di non firmare il disco se non con uno pseudonimo, per l’esattezza, Norisso, un poeta dell’Arcadia romana del Settecento. Un nome preso a caso. In un contesto così delineato, Il motore del 2000 è appena un timido sguardo a un futuro molto ravvicinato.

 

 

D.: Nella tua attività di scrittore e di promotore di cultura ti sei mosso a diversi livelli. Sei stato fondatore con Pasolini, Leonetti ed altri di una rivista come “Officina” e di altre iniziative che hanno avuto un ruolo centrale nel dibattito e nella storia della letteratura contemporanea. Negli anni ’70 poi hai sostenuto diverse attività nate per così dire dal basso (per opera di giovani aspiranti poeti, ecc.) al di fuori dell’Università e dei canali privilegiati. Che rapporti ci sono stati tra esperienze così diverse e come puoi giudicarle nel loro insieme?

 

R.: Prima “Officina” per cinque anni, poi “Rendiconti” per diciassette, poi varie scritture personali e il lavoro decennale con gli altri amici con “I fogli dei sei giorni”, dei “Dispacci”, dei “Prati di Caprara”, della “Tartana degli influssi”, della rivista di prima istanza “Numero Zero”, e questo lavoro che chiedeva grande pazienza, grande umiltà da tutti, grande entusiasmo e grande convinzione e aggiungo, grande partecipazione, si è potuto svolgere senza intoppi per il contributo determinante, essenziale, sopra tutti, di Maldini, Jemma, Milli, Petazzini, Brunini, e per “Numero Zero” anche con Gobbato e Giorgini. Poi il bell’impegno de “Lo spartivento” ormai diventato una quercia robusta, a cui mi pare indispensabile, necessario, inevitabile partecipare, ma che è soprattutto opera creata e perseguita da Gabriele Milli, con un vero risultato. Condividendo l’inquietudine costante nella riflessione e nella ricerca politica, adesso mi coinvolge la collaborazione a “Nunatak”, che mi avvicina ad amici molto più giovani ma che mi accettano, stimolandomi. Con questi riferimenti costanti non ci si può impigrire e si deve pedalare, dentro il grigiore tempestoso dei giorni. Io, per me, sento tutto legato quello che ho fatto o a cui ho partecipato dall’interno, un’unica corda, grossa, per la salvezza. Non certo dalla storia ma, si può dire dalla vita, che se ti aggrappa secondo la norma o ti distrugge o ti riempie d’odori. L’impegno è stato dunque di cercare, insieme ad altri, una riflessione comune attraverso la scrittura. Il giudizio su tutte le cose fatte? Sono state fatte, dopo tutto, e con l’attenzione dovuta. Adesso contano e si giudicano le cose che si stanno facendo o da farsi. Basta un semplice sasso per ricordarci del cammino già percorso.

 

 

D.: Oggi molte esigenze sono mutate, certo negli ultimi decenni è stato importante, in particolare a livello sociale e politico, creare nuovi spazi di comunicazione per mettere in luce la scrittura sommersa, capire cos’era, lasciando libera la spontaneità. Nel frattempo molte iniziative spontanee e marginali si sono moltiplicate e forse hanno perso quel senso di rottura e di innovazione. Inoltre si è esteso un forte processo di omologazione culturale e sociale per cui tanto nelle associazioni di base quanto nelle cerchie letterarie più ambiziose emergono gli stessi condizionamenti derivati dagli standard televisivi, fumettistici e cinematografici. Cosa ne pensi?

 

R.: Dico soltanto che è molto vero che quasi tutto è cambiato, stravolto, non modificato. È un fatto che si prevedeva ma non, almeno, con così forsennata rapidità e, aggiungerei, incostanza. Se ne è preso atto, con la dovuta preoccupazione, con il necessario interesse e con la costante attenzione e anche con un poco di ironia. Certo è che ciò che era consentito fare con urgenza nel decennio passato oggi avrebbe un peso del tutto irrilevante e, nelle eventuali operazioni, direi mortificante. Sembra quasi passato un secolo. Anche se ripeto, non c’è nulla da rinnegare. Il lavoro svolto è un nodo, o vari nodi, in una lunga corda tesa che si prolunga.

 

 

D.: Si può parlare oggi di letteratura ufficiale e non? E dove è lo spartiacque? È una questione di linguaggio, di tematiche, di concezione diversa del ruolo dello scrittore e della letteratura o è rimasta semplicemente una distinzione riferita al modo di produzione e di distribuzione, dal momento che spesso troviamo nell’ambito delle pubblicazioni indipendenti scritture di epigoni che ambiscono a una forma letteraria accademica e che quindi non riescono a veicolare idee nuove.

 

R.: Si può parlare, a mio parere di letteratura dentro le istituzioni o fuori. Magari ancora fuori e in attesa di entrarci. Nessun giudizio moralistico in merito ma solo di collocazione, con un collegamento diretto con chi non accetta neppure alla lontana la cultura, e la gestione della cultura, in atto, contrassegnata da un generale disegno della società e da un generale disimpegno dalla società che ritengo si debbano rifiutare in toto. È il nuovo regno della foresta che ci viene elargito e proposto, con insinuazioni convincenti ma dove gli alberi sono di plastica lavabile mentre le belve all’interno sono vere, e micidiali. Con la più completa semplicità e con dura convinta ingenuità, si va alla ricerca di un modo solo giusto e onesto per tutti, ma per tutti davvero. Un risultato che poteva sembrare un poco vicino e che invece è andato perduto. Da ritrovare. Non ci manca la pazienza, tanto più che gli scienziati proprio in questi giorni ci hanno appena avvertiti che il mondo, la terra, prima di esplodere sotto la sferza dirompente del sole è certo che durerà per duecento miliardi di anni. Cosa vogliamo di più? Ne abbiamo di tempo per ricucire ogni tela.

 

 

D.: Di questi tempi è difficile orientarsi tra i prodotti dell’editoria. Si trova un po’ di tutto e il panorama generale è più indistinto. Se una volta la piccola editoria si qualificava per certe scelte di qualità e promuoveva con più lungimiranza l’autonomia di ricerca, adesso la situazione è più complicata e spesso si ha la sensazione che le parti si siano invertite, nel senso che certe scelte più coraggiose e innovative sembrano provenire maggiormente da certi filoni della grande editoria.

 

R.: La piccola editoria ha vita grama e quella che appare più costante e intraprendente è quasi sempre appoggiata o collegata alla grande. L’autonomia, l’autogestione è scelta stupenda e quasi disperata. Ma anche così stando le cose è da perseguire. In quanto alle scelte più coraggiose, non mi lascerei molto lusingare. Nella società della foresta e del profitto inevitabile, se il forte ti premia l’inghippo è assicurato. Vuole magari soltanto succhiare da te il tuo giovane sangue. E ti fa una carezza. E poi dal potere forte, dal potere comunque organizzato, bisogna sempre stare alla larga in ogni caso. Non lo dico io, poveraccio, condivido soltanto questo aureo consiglio, ma lo dicono i grandi classici. Che spesso hanno pagato di persona.

 

 

 

Temporali, n. 14, gennaio 1994.

 

 

 

Lunedì, 24 Marzo 2014 15:32

Quattro “Notizie”

Mentre ero assorto

nei miei pensieri

è venuto qualcuno

che sembrava

mi volesse fare prigioniero.

Queste nebbie calando all’improvviso

oggi decidono l’inverno

e la sapienza della vita

da polvere ritorna sasso.

Mi devo pentire per tre cose

l’acqua il sangue il fuoco

ma non per l’ombra più saggia

di quella che non induce a dormire.

L’ombra del risveglio.

E sento grande traffico nel cielo.

Anche la cometa guarda, aspetta.

 

***

 

Amo ciò che finisce

o ciò che comincia

e vibra. Vibrando nel verde dell’alba.

Il tramonto amo, fuoco sulla

mano dei fiori

al bordo dell’autostrada. E amo

l’ombra del vecchio.

Il vecchio passeggia da solo col bastone

conversa con l’aria.

Amo le chiome delle ragazze che non si spaventano

il grido del corvo contro il tetto della casa.

Lo zoccolo del cavallo senza ferri

quando solleva la polvere vicino alla tomba etrusca.

Alle volte

si può morire di niente.

O vivere di niente.

Questa è la pace che il nostro secolo frantuma,

inesorabile.

 

***

 

Fuori sacco viaggiava

la notizia cattiva.

Dentro al sacco viaggiava

la notizia buona.

Fammi uscire, gridava

la notizia buona.

Resta dentro, bisbigliava

la notizia cattiva.

La voce della cattiva

rimbalzava però come il tuono

e il grido della buona

respirava come una foglia.

Poco dopo il mondo

si cavò la voglia

del tuono.

Un bambino trovò la foglia gialla per terra.

Era la guerra.

 

***

 

Artaud mi piace da matto.

E mi piace Dashiel Hammet.

Anche Hammet mi piace da matto.

Poi mi piace come ho detto Hoelderlin

nel mulino sul fiume

con la sua fantasia che è un lume di barca alla deriva.

Anche Hoelderlin mi piace da matto.

Mi piace Goethe mentre viaggia in Italia.

Poi mi piace Courier il vignaiuolo

 

Courier il pamphlettista

Courier assassinato nel bosco, da solo.

Anche Courier mi piace da matto.

Con la sua macchia sul codice di Longo detto il Sofista.

E poi mi piace Cavalcanti che arriva da lontano.

Cavalcanti mi piace da matto là nel suo esilio fra le paludi.

E mi piace Salimbene de Adam

coi suoi racconti degli inverni gelati.

Anche Salimbene mi fa impazzire.

E poi Bonvesin de la Riva e poi

Morgenstern che suona contro vento

e ad ogni momento vuole vivere e morire.

Bonvesin e Morgenstern sono favolosi.

Chi altro mi piace da matto?

Risponderò domani.

Adesso butto sassi nel fiume.

Ho le mani occupate

ad (per) allontanare i cani

della violenza vecchia della guerra

che già Omero

– ah, Omero mi piace da matto –

mentre cantava fra il fuoco ha maledetto.

 

 

 

Dispacci, foglio numero 9, 26 marzo 1986.

 

 

 

 

Giovedì, 20 Marzo 2014 16:50

Trenta poesie (da Dispacci)

1. Pollock.

2. Cummings che dice io porto il tuo cuore nel mio cuore.

3. Miles Davis alcuni anni fa in un palazzetto dello sport.

4. Una canzone dei Beatles.

5. Tre testi di Brecht:

il primo In Polonia nel Trentanove una grande battaglia ci fu;

il secondo è questo Rispondendo a una domanda sulla patria K. aveva detto: Posso

patire la fame dovunque;

il terzo infine : Mangia e bevi – mi dicono – e sii contento d’averne.

6. I pensieri di alcuni bambini.

7. Il racconto di Alcide Cervi quando comincia a dire: Questi sono dolori grandi, che offendono la vita.

8. L’ultima orazione di Castro sul Che.

9. Incollare le pagine tagliare le pagine. Spegnere il lume, abbassarlo. La notte può essere

inverno. Seduto davanti alla porta vedo sgozzare il maiale.

10. Parlare a un sordo.

11. Le ultime poesie di Hoelderlin Scardanelli: Lo spirito di Dedalo e della foresta è il tuo.

12. La ruota del mulino

la ruota del suo mulino

il falegname la pialla la

voce del mugnaio che batte il grembiale e chiama le anatre.

13. La pioggia taglia le mani e i capelli

io io io…

14. Il riso di un padrone chiude con violenza una porta.

15. Le parole dei poveri.

Nascere e camminare.

16. Breznev, questo Breznev chi è ?

17. Un altro farà una strada più breve.

Noi dobbiamo andare in salita.

18. Non dico le parole che amo.

Dico solo le parole che ricordo.

19. Con mio padre non parlavo mai tranne qualche sera quando tornavamo tutti e due

dalla città.

Un manovale che si è impiccato in carcere viene seppellito per pubblica carità.

20. Dicono gli industriali giapponesi:

la scelta è fra quantità e qualità.

Correggono i tedeschi la scelta è qualità und quantità.

Ma nelle città industriali i gatti impazziscono.

Siamo qua per mostrarvi

le terribili conseguenze di un inquinamento.

I bambini nascono deformi, i genitori

si vergognano dei figli, li nascondono ai vicini.

21. Il futuro si apre ogni giorno e brucia la mano.

Così un lebbroso appena guarito dal male

non può essere felice

come se fosse giorno di carnevale.

22. Mandel’stam, Pilniak, Olesa, Babel o la signora Cvetàeva

guardano in silenzio camminano per la pianura si

avvicinano ascoltano parlano con noi.

Raccolgono la neve.

23. La Polonia non è lontana è vicina.

Guarda attraverso i vetri.

Aspetta.

24. Due capre si dissanguano

dentro l’ombra degli elicotteri.

Siamo ormai nel duemila.

25. Non soffocherete più gli uomini, signori del fuoco!

Spartire le cose pescate è un atto di giustizia.

26. Anche seppellire i morti.

27. Vivere ascoltare imparare

navigare su un fiume

partire partecipare ritornare

con sette cuori diversi.

E settecento furori.

28. Il potere è ancora potere soltanto.

È soltanto potere ancora.

È potere.

29. Libertà è verità.

La verità è difficile.

30. Allora anche voi

passate transitate transite

ma non disperdetevi.

Cercate ancora.

[Ripeto: accade più in un’ora che in cento anni].

 

 

 

Dispacci, foglio numero 2, 1981.

 

 

 

 

Giovedì, 20 Marzo 2014 12:54

NEWS

25/6/’82

Camminavo sullo spazio senza alberi. Le foglie

scendono sulle ali degli aerei pietrificati

la faccia di un uomo (la sua facile ironia)

lentamente ruotando

si perde fra i fiori l’aria è

morbida

ci cammino sopra come il puledro sulla pista appena innevata.

L’accoglienza da parte degli amici fu ottima.

MI DOVETE AIUTARE

Cara cara cara sfugge via la campagna attraverso il finestrino cara

fugge la campagna cara cara addio

fugge via PER SEMPRE

un’erba dal verde così

intenso io non l’ho mai trovata

alla sera (sembra) ha il colore del mare profondo

l’erba

UNA CASA BIANCA E SOLA con un fanale rosso

sperduta nel centro della pianura

sta l’í sola ad aspettare l’ultimo uccello fe-

rito a morte.

 

 

 

Dispacci, foglio numero 4, 1982.

 

 

 

Lunedì, 17 Marzo 2014 11:58

Lui solo aveva

Lui aveva

era il solo ad avere

«l’inverno mette il gelo nelle ossa»

non posso

eri così lontana tu non potevi sapere

non non potevi non potevi non potevi

ah, lascia perdere

qua, fermiamoci, ricordi?

laggiù, dopo l’albero

ma tu non potevi saperlo

ma tu non potevi saperlo

non potevi non

e poi lui solo aveva

lui aveva

era il solo ad avere

«la nebbia di questa maledetta pianura».

Lascia andare, vediamoci

domenica. Oggi sono stanca mi

sono svegliata alle cinque ma

è vero «la nebbia della pianura padana

mette il gelo nelle ossa».

 

(Post-scriptum 1981)

 

 

 

Dispacci, foglio numero 1, 1981.

 

 

 

 

Giovedì, 13 Marzo 2014 13:31

Notizie (in Post)

19 settembre 1978

 

Gli elle Cinque (USA) dicono

che è tempo di andare ad abitare lo spazio.

Piattaforme circolari.

Vita in assenza di gravità.

Una grande felicità (ritrovata) fra luna e astri

inviperiti (e adesso criminali).

Lì mi posso prendere tutti i grattacieli

pioggia quando voglio e

la nebbia.

Anche la nebbia quando uno vuole.

Non c’è sole.

E perfino la morte

quando uno vuole oppure

un poco di felice felicità quando si deve.

Quando si deve.

Quando si vuole.

Ma bisogna andare. Presto andare.

Perché con gli altri che sono vicini alla luna

non si può scherzare.

Può cadere la neve.

 

***

 

21 settembre 1978

 

Enorme, bugiardo

come Hegel aspetta la morte dell’arte.

È un mio cugino da parte

di madre.

Per il giorno della dipartita si è già vestito a lutto.

Sta lì buttato come uno straccio sull’acqua

con calzoni di seta

e mutande rubate mentre le vecchie donne del

paese vanno a sbattere contro i gradini delle chiese.

Ha deciso che dopo il funerale

si ritirerà in un porcile abitato da un maiale etrusco

ucciso dal vaiolo.

Là dentro tutto solo farà solitari nelle notti d’inverno

o giocherà a poker con un giovane diavolo

dell’inferno.

 

***

 

4 giugno 1979

 

Mio zio l’orango sterminò il branco

perché impazzito d’amore

per una ballerina di Giava che teneva sua schiava.

Il branco era composto

da un fosco orango pio che era mio zio

da cinque oranghe tutte casa e chiesa

dalla già citata oranga ballerina

e da quattro giovani traviati

oranghi fannulloni e insolenti

che trafficavano droghe con la Cina.

La tragedia scoppiò all’improvviso

un pomeriggio dopo il temporale

e non ebbe nessuno spettatore.

Fu gelosia o follia? Nessuno lo può dire.

Ma in pochi minuti il tribunale

stabilì trattarsi di un delitto d’onore

che non si doveva punire. Anzi

che non si voleva. Mio zio l’orango

fosco orango pio

ritornò libero e io

mi decisi a stare dentro al fango anch’io.

 

***

 

22 settembre 1979

 

Nessuno era così ciulla e sbadato

quanto l’uomo magro come uno spillo

che reggeva un birillo sul naso

al modo di una candela

accesa.

Metti giù quel birillo

stupido uomo spillo

gridò un gatto

semplicemente matto

che navigava a vela

dentro la scarpa di una grande dama.

Passarono circa tre mesi

e una carovana di zingari

(fra loro c’era anche un coyote

che s’era preso l’ameba)

rubò dal naso dell’uomo spillo

il birillo

e cercò di venderlo in Suisse.

Ma gira e rigira per i quattro cantoni

a venderlo ahimè non ci riuscì

e così questa storia

finisce qui.

 

 

 

Post – Periodico di informazione e scambi culturali, anno I, n. 2 (in attesa di registrazione), marzo-aprile 1989.

 

 

 

Lunedì, 10 Marzo 2014 12:45

Per Stefano Benni

22-10-1979

Star verignan gheloss

oza rintana

sdiruva parasaz ingua mochina

slovana fiom spedana.

Scina.

 

Per una più pronta comprensione del breve testo laudativo, diamo qua sotto la traduzione in volapük:

 

Buk mödik fasedik

fulik de suemads

pöfüdik kapälnik kel flapön flitäd

luki jotabom de alim.

E usi blibön.

 

[Chi lo voglia può rifarsi, per il volapük, all’opera seguente: Grammatica comparata del volapük secondo le regole grammaticali date dal medesimo illustre Inventore della lingua universale, compilata da Maria Tommasi Maestra di Lingue e Musica; Jiplofed, Jipoedan Ä Jispodal Volapüka. Milano, Ditta G.B. Paravia & C. Editori, 1889].

 

Glossarietto:

 

Buk: libro.

Mödik: molto.

Fasedik: spiritoso.

Fulik: pieno.

Suemad: idea.

Pöfüdik: utile.

Kapälnik: intelligente.

Kel: il quale.

Flapön: battere.

Flitäd: ala.

Luki: sopra.

Jotabom: spalla.

Alim: ognuno.

Blibön: restare.

 

[Libro molto spiritoso / pieno di idee utili e intelligenti / un libro buono / pieno di idee che battono le ali / sopra la spalla di ognuno. / E lì ci restano. / A speculare, guardare, difendersi, distendersi, scontrarsi, lottare. Senza fermarsi a mugugnare].