Roberto Roversi, Ai tempi di re Gioacchino

Roberto Roversi, Ai tempi di re Gioacchino – Libreria Antiquaria Palmaverde, Bologna 1952.

 

Sulla rivista «L’Indicatore Partigiano» del 1949 uscì un racconto di briganti calabresi a firma di Roberto Roversi. E Roberto Roversi, un giovane scrittore bolognese di cui sono sicuro si sentirà parlare fra chi non ha perso il gusto di narrativa e di poesia, lo ha oggi raccolto in un volumetto di squisita edizione, come primo di sei racconti.

Tolte le date diaristiche, escluse virgole che pausavano, aggiunte e levate parole, mutàtene altre, immessi episodi, la narrazione ha assunto una fisionomia meno libresca. Tuttavia questo racconto, che ha funzione di introdurre nell’ambiente, è l’unico che risente di toni letterari qua e là pedanteschi. Gli altri vivono di una intensa drammaticità, e negli ultimi due è piena e potentissima, di un fatalismo verghiano veramente.

Roversi sa cogliere il senso della natura e delle sue forze nell’incombere della Sila, nella vecchiaia di dolore della terra di Calabria. Su ogni persona – gli uomini coi loro desideri, le donne indifese, i preti rassegnati, i briganti, i paesani, i soldati – grava distacco e solitudine, e la morte.

Si veda nel secondo racconto il silenzio di Mariantonia quando è presa dai soldati, conosce la fine del marito datosi alla macchia, torna al paese: la sua vicenda di silenzio si svolge sullo sfondo dell’incalzare della pioggia. Si guardi La passione della monaca di casa, agli elementi che l’attraversano e ai loro trapassi: il vento e le pecore e poi l’aria sospesa, le pecore, la neve, di nuovo il vento e la pace, il vento freddo. Sulla solitudine indifesa delle persone, fra morti e preghiere, è l’ombra dei monti e dei briganti nel loro incombere invisibile su tutto; e la luce della visita di uno di essi diviene la fatalità che spinge Caterina a morire con lui che aveva, come lei, «gli occhi pieni di solitudine».

E si legga il racconto finale, I poveri cristiani, che riflette l’editto di Saint-Cloud in un villaggio calabrese, svolgendosi sul forsennato chiedere ai passanti di far morire prima chi sta per morire, sulle morti che avvengono in un’atmosfera di sensualità e di superstizione, chiudendosi nella rassegnazione triste di fronte alla morte.

Un linguaggio teso e disperato, che assume toni dolci a contatto della primavera e delle erbe, che sa cogliere il dominio doloroso del destino, che entra nella vita, attraverso l’intersecarsi dei più diversi sentimenti, a contatto con la morte, questo è il risultato della narrativa di Roversi.

Egli ha sentito la lezione di una lingua chiara e precisa (vedi, esemplare, il diario dell’ufficiale francese: dov’è, fra l’altro, nel fresco ricordo di Eugenia, la possibilità d’una salvezza nella condanna triste della fatalità), e difficilmente una parola è rivolta a scoprire origini diverse. Unica eccezione il verbo «ronfare»: come è usato nelle pagine 112 e 153.

Partito dalla lettura un po’ rozza del libretto di Montefredine sul generale Mahnès, Roversi, bolognese, ha trasportato un suo mondo per così dire tragicamente omerico in Calabria; e ha scritto racconti, di cui l’ultimo è l’espressione più compiuta.

Roversi è scrittore schivo – e Bologna è ancora città da potervi stare in disparte – e questo merito può nuocergli in una cultura fatta ruotare da gruppi e capigruppi. Segnalarlo qui è riconoscerlo degno di un’attenzione meritata.

 

 

 

Il Ponte, anno IX, n. 4, aprile 1953.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Luciano Serra
  • Tipologia di testo: recensione
  • Testata: Il Ponte
  • Editore: La Nuova Italia
  • Anno di pubblicazione: anno IX, n. 4, aprile 1953
Letto 2634 volte