Super User
Poesie (da Polpacci)
Settantaquattresima poesia senza ecc.
– Andiam dall’eccellenza
andiamo dall’eccellenza.
– Ma senza fiori?
– Senza!
La ventottesima poesia sulla verità
Da quando sono morto
mi sono riciclato
non sono diventato un’anima
ma uno gnomo scatenato
che corre qua e là
ridendo e inseguendo
un po’ di verità.
Alle volte le arrivo alla spalla
sorprendendola ma è leggera
agile astuta labile
come una farfalla.
Così questa impunita
mica riesco ancora (var. neanche da morto riesco)
a stringerla fra le dita.
Settantaduesima poesia senza né gatto né topo
Legge soltanto, e male,
i libri che gli mandano in omaggio
o quelli presi in prestito
dalla biblioteca comunale
(e che non restituisce più)
o le strenne ricevute in regalo
per Natale
(fra cui una vita di Gesù).
Notizie
L’inutilità dei poeti (ma non
della poesia) è una grande consolazione.
L’Impazienza veleggiava con la Bugia.
Eran distese sul ponte a mezza via
fra Terracina, le Ebridi e il Prato delle Signore.
Il sole d’agosto, intero, come un fiore
mostruoso sulla fronte.
Spettegolavano da ore
sulla comune amica Ideologia
che all’improvviso s’era malandata
invecchiata strinata schivata strapazzata
tanto che nessuno la salutava più.
“Gesù, diceva l’Impazienza,
nessuno lo poteva prevedere
tranne, forse, qualcuno dell’Espresso”.
E la Bugia: “Si mostrava virtuosa
mentre andava a letto con tutti,
stupida sinforosa”.
Il mare era immenso. Era proprio un mare d’agosto.
L’aria aveva uno strano odore di mosto
che si mescolava ai gerani sbiaditi sulle
colline toscane. “La fine
del mondo è vicina – diceva l’Impazienza –
senza l’ideologia come si fa a pensare?”
“Semplice, non si pensa – risponde la Bugia –
non si pensa e si ricomincia a fantasticare”.
15/8/78
***
IL COMPLESSO DI STOCCOLMA.
Più per abitudine che voglia
un ragno lentamente divorò una sogliola
sulla riva del mare
poi salì sopra un campanile
(era il mese d’aprile) e catturò
una mosca incantata a guardare il panorama;
ma ormai era sazio e non se la mangiò.
Decise che l’avrebbe conservata
per il cenone del prossimo natale
mescolandola all’insalata russa col caviale.
Però la mosca con molta discrezione e a poco a poco
con una lacrima o un timido sorriso
con una parola sussurrata o una canzone
condusse così bene il proprio gioco
che ai primi di dicembre,
al tempo delle nebbie in val Padana,
ottenne dal suo avido aguzzino
di uscire a prender aria in un’altana.
Ma non finì qui. Giorno per giorno
settimana dopo settimana
tanto lo strinse e tanto lo convinse
tanto l’affascinò
che invece di divorarla
il ragno la sposò.
16/9/78
***
1. Non ti fidare della felicità.
La felicità è infida.
2. Ho il cielo rotto fra le mani.
Sono frammenti di vetro.
Anche i cattivi dormono a quest’ora.
3. Gli anni parevano secoli.
Un rumore.
Il pioppo padano è come la betulla
della grande Russia,
va a morire lontano
ma prima vibra contro il cielo e lo scalfisce.
4. Val più un bicchier di Dalmato
che l’amor mio.
Ma dove vuoi che vada?
La strada porta a un’altra strada.
Bada, che la strada poi finisce.
5. Non sanno gestire la propria vita
e vogliono giudicare il mondo.
Il cormorano è il viaggiatore del mare.
Mio caro cuore, la primavera è arrivata.
6. Oh barriera di Barbeut, oh ultima diga,
a chi paragonare gli uomini di questa generazione?
Verrà certamente un vecchio ma non morto
un uomo vecchio come il fiume
che prenderà a volo le piume bianche degli uccelli
che prenderà in pugno la polvere
per innaffiare i fiori.
La spargerà anche sui miei capelli.
Una polvere bianca.
Io, per esempio, sarò vecchio per sempre
per sempre per sempre per sempre non mi
stancherò d’invecchiare.
7. La violenza delle cose è nelle cose.
8. El stioss, al stolizidi, la stiapata.
Il mare. Il mare.
Su questo puoi partire. O puoi tornare.
10/9/78
***
Il pool degli inquirenti.
“Hoscelto Mercedes perché vuol dire sicurezza”.
Il giudice Grillo avrebbe compiuto
una rapida missione
a Padova da Genova
il giudice Calogero avrebbe compiuto
una rapida missione
a Genova da Padova
il PM Di Noto avrebbe compiuto
una rapida missione
a Roma da Genova
i magistrati Amato e Guasco
avrebbero compiuto una rapida missione
a Genova da Roma
uomini della Digos avrebbero
compiuto una rapida missione
da Padova a Roma e poi
da Roma a Padova e poi
da Firenze a Milano e poi
da Milano a Firenze. Ricordi
amore mio la grande nevicata
dell’anno ’29? E le praterie intorno
a Siena quell’estate prima del terremoto?
Interrogato a Padova un supertestimone.
Il piano per l’austerità del
ministro Nicolazzi.
Le cose nostre non le devi mettere in piazza.
Oh, al gver ivan labla malgor difoga
istos rilant borga osud ordiani.
Nuvole, nuage basse bianche
nuvole che correte dritte dentro al
porreu porlarifraga obra pu insù.
È già arrivato majo il mese pazzo e
in Abruzzo si mangiano le virtù
ma non è ancora primavera.
Piove anzi, fa freddo. Si appannano i vetri
e quando scende la sera quattro stoccate ucci-
dono tutti i piccioni viaggiatori.
29/12/78
Salvo Imprevisti – Quadrimestrale di poesia, anno VI, n. 1, gennaio-aprile 1979.
Il segreto è la musica
La canzone Il segreto è la musica fa parte del disco L’età del vento (2003).
Questa è la presentazione dell’album scritta da Roberto Roversi e pubblicata in copertina.
La città di Roma, da Luca detta e cantata, non sembra una città vissuta o anche abitata con la tensione o la premura dei sentimenti, ma è soprattutto partecipata o perscrutata nel suo cuore profondo anche se poi è un poco graffiata con torva malizia.
Cantando egli ci fa entrare non sopra o accanto, ma sul cuore vivo delle sue pietre vetuste come per un atto d’amore, soprattutto come per una spinta di ricerca, di conoscenza.
Sì, questo può accadere anche con il tramite di semplici canzoni.
Se l’autore “striscia”, prima, sul pietrisco delle strade…
Dunque, qua dentro non c’è una città da manuale turistico… Oh, quanto sei bella…!
Ma una città in ogni momento, di giorno e di notte, sempre sentita sulla pelle, nonostante le infinite ferite dei suoi lunghissimi secoli.
IL SEGRETO È LA MUSICA
(R. ROVERSI – R. MONTANARI)
Era una bella sera d’estate,
Era una sera con molto vento
Col sentimento della paura
Per la mia vita che via scappava…
Dalla finestra, guardavo attento
La strada scura, dove in un punto una farfalla
Volava adagio sul manifesto di un grande giornale
C’era una vecchia che tutte le sere,
scendeva a dare qualcosa ai suoi gatti…
Ma di questa sera, il segreto è la musica
Perché con la musica io sento che vivo…
Ma di questa sera il segreto è la musica
E sfidano il tempo quei ragazzi cantando la libertà
Magia della musica…
…Qui! A Campo de’ fiori…!
Negozi, gatti, libri e persone
Voci sperdute lusso e barboni;
Ed io seduto, sopra i scalini
Mangio un gelato di fragola e panna
C’è un quadro falso messo in vetrina,
Un uomo passa, lo guarda, cammina…
Una bambina che suona il piano
Sento Chopin su nell’aria lontano
Ma di questa sera il segreto è la musica
La luna nasconde la sua faccia da dietro una nuvola
Fra i palazzi di ieri qui a Campo de’ fiori…
E quei ragazzi stanno ancora li
Cantando a bassa voce “Yesterday”
Ma di questa sera il segreto è la musica
Il vero segreto si può dire è ancora la musica
Perché con la musica io sento che vivo…
Grande questa sera che mi porta la musica
Tra poco il mercato ricomincia e i banchi riaprono
Sotto il viola dell’alba…
…Qui! A Campo de’ fiori…!
Ecco perché sono stanco
…
ecco perché sono stanco
non avevo aspettato il gelo del vento
e il vento porta sulle spalle
il tempo
e il tempo si porta via la giovinezza
dell’uomo in fioritura
e sulle montagne il tuono
scrosciare sgranare frusciare assaltare
come la slavina sui sassi
e la gente in fuga e le case bruciare
e la gente gridare la sento.
La guerra non è mai salvamento
…
poi fra le nuvole terribili di nero
la luna vedo che non piange più
senza una ragione.
È guerra anche nel cielo
bombarde cannonate fucilate
sangue che cammina come un torrente
in mezzo al fumo c’è l’ombra della gente
in fuga…
Come si sono accorciate le giornate.
(da Poesie sulla guerra, inedite)
Bollettario – Quadrimestrale di scrittura e critica, anno X, n. 29, maggio 1999.
Lo straccio del garantismo
Secondo me, si comincia a sentire come urgente un rinnovato impegno del politico sul politico, almeno fra i giovani. E mi pare che confermi in un mondo di macerie deluse la volontà di ritrovare oppure di rilanciare – per chi non l’aveva già perduto – l’entusiasmo freddo, magari ironico ma persistente e duro, di battersi ancora (impegnarsi ancora) per rimettere in sesto il mondo. Parlo intanto del nostro paese e per i fatti non di una cultura che sembra stanca, ripetitiva, un poco ossessionata dall’incubo delle certezze perdute (o di quelle che affiorano per assicurare in fretta); incubo che la fa sbattere contro i muri come un parpaglione impaurito; ma per i fatti della situazione politica che tende con testarda arroganza a emarginare – fra l’altro – proprio tutti i dettagli delle situazioni (ogni singolo dettaglio); in modo tale che questi finiscono per adagiarsi ai margini della nostra vita sociale come cumuli di stracci.
Fra i tanti stracci, il garantismo; cioè il richiamo costante al cuore della legge e al diritto del singolo. Che vuoi garantire, cuor mio, dicevano in giro, se il garantismo è garantito da niente e se poi, anche rivestito da una qualche garanzia, se la squaglia di nascosto e fila via come un ladro? E non è forse vero che la violenza è tanto spietata ossessiva da sopravvenire da ogni parte e da non lasciare alcuna uscita di sicurezza per potere, obiettivamente, spendere parole che richiamino tutti, quindi anche il potere, all’osservanza giusta delle leggi? Da queste domande potrebbe conseguire un auto-obiezione che si identificava nel chiedersi se al giorno d’oggi non sia una perdita di tempo insistere a scrivere e a parlare su questo aspetto ormai vincolato dei problemi.
Perché altri dicono: abbiamo visto che non conta più niente; e a forza di insistere abbiamo cominciato a ripeterci, a scocciare, così che non ci ascolta più nessuno. Perciò anche una petizione in favore del giusto diritto sottratto a Luigi Manconi oggi potrebbe sembrare, nella sostanza inutile. Eppure, testardamente, insisterei e la metterei così, richiamandomi al fatto: Luigi Manconi, giornalista professionista, è stato licenziato dal suo giornale per avere firmato come direttore responsabile l’ultimo numero della rivista Metropoli, pur dissociandosi con una nota pubblicata sulla stessa rivista dalle idee espresse negli articoli e dalle scelte di metodo in esso indicati. Era una prestazione in esclusiva funzione della tutela della libertà di stampa. Libertà di stampa che, anche a mio parere, va difesa in ogni forma e in ogni occasione; perciò Manconi ha scelto in un modo corretto.
Tanto che ciascuno di noi dovrebbe fare quel che sa e quel che può, perché questo sia ribadito a più voci e perché le giuste ragioni di Manconi siano raccolte e gli valgano di nuovo non solo la riassunzione, ma il decadimento delle ragioni e delle conclusioni che questo licenziamento motivano. E tuttavia – aggiungo – se lo ottenessimo sarebbe giusto, sarebbe bello, ma riferito sempre a un caso particolare (sia pure di un amico); mentre partendo da Manconi dovremmo riportare con vigore/rigore il discorso sulla libertà di stampa (libertà reale), che in questo momento sembra un discorso desueto e invece propone motivazioni e sollecitazioni urgentissime. Ad esempio: negli ultimi anni, leggi restrittive sono passate senza che il giornalismo italiano se ne sia minimamente interessato più di tanto. Una, impedisce (o discrimina) agli iscritti all’albo speciale di dirigere riviste politiche o che abbiano a giudizio della corporazione prevalente intonazione politica. Così a me, per fare un caso, fu impedito di assumere la responsabilità della rivista Il cerchio di gesso, che penò a trovare una soluzione alternativa fino a che arrivò Stefano (Benni). D’altra parte oggi non è più possibile se non in casi straordinari autogestire la propria comunicazione e la moria delle piccole testate politico/culturali (drammaticamente) quasi quotidiana. Poiché la stampa ufficiale l’abbiamo ogni giorno sotto gli occhi e vediamo in quale calderone bolla e ribolla, forse ci è preparato un futuro in cui il sollievo della mente sarà affidato di nuovo alle dispense Fabbri/Curcio (come se fossimo ritornati agli anni Sessanta – ma allora c’era anche ben altro) o alla filmfollia televisiva. Credo che battersi oggi per Manconi sia anche battersi per noi. Fargli avere giustizia è come togliere un chiodo di ferro da queste giornate riempite di piccole infamie, di torbidi delitti, di terribili faccende ed infiniti discorsi a vuoto sulla libertà. E poi, insisto, bisogna continuare a dire e a ridire le nostre cose. Con ironia, con monotonia, ma con voglia di dirle.
il manifesto, 18 giugno 1981.
Alla zia di John Lennon
ALLA ZIA DI JOHN LENNON che
ha il dito alzato ha la spuma dell’onda
sulla testa
ha il dito alzato ha il quarto dito alzato
stizzosa vezzosa signora
ha il dito alzato. Sull’onda.
Ha la cresta dell’onda alta sul dito alzato
vecchia signora sull’onda
con la testa tranciata dalle vene (coperta
di erbe) divinità
della foresta.
È LA ZIA DI JOHN LENNON dimenticata
(forse abbandonata)
durante una festa.
L’ultima volta che il suo cuore prese fuoco
il più piccolo dei vulcani si accese non
per disperazione ma per un giuoco.
Tu ti illudi di partire, di andare – le
dicevano le sirene –
ritorna indietro invece e non badare
alla nostra coda di pesce.
Il giovane vulcano cominciò a rovesciare
lava lava lava lava lava
sulla città della costa
mille furono i morti.
Dunque non era più un gioco.
La ZIA DI JOHN LENNON stava sempre lì
sul mare
ad ascoltare le sirene cantare.
E non si accorse del fuoco.
Bologna incontri, anno XV, n. 12, dicembre 1984.
Nelle case dei poeti la polvere non sporca
Avevo 22 anni e studiavo a Bologna. Erano i giorni di Natale quando mi chiamò Gian Mario Fazzini e mi chiese di vederci. Ci incontrammo, non ricordo con precisione che giorno fosse, nella sua libreria, allora in Via Ferrari a Campobasso. Un gioiello più che una libreria, un piccolo Tempio costruito da lui con grande attenzione ai particolari, per venerare la parola. Chiacchierammo della vita, come spesso capita di fare con Gian Mario: lui è uno di quelli che le parole si soffiano, escono fuori dalla bocca come sussurri e diventano magicamente una bella esperienza.
Mi porse un manoscritto, le sue parole, quelle in poesia, e cominciò a raccontarmi una storia. La storia di un’amicizia, di un laccio fatto di corda, sottile ma resistente, a legare lui e Roberto Roversi, uno dei più grandi poeti e intellettuali italiani. Si conobbero quando Gian Mario studiava a Bologna e da allora, come due neuroni specchio, non avevano mai smesso di scambiarsi pensieri e riflessioni da condividere, poesia, affetto e racconti di vita. Lettere, così come si faceva un tempo, con la calligrafia sul foglio e il francobollo sulla busta.
Ricordo quel pomeriggio in compagnia di Gian Mario come se lo stessi rivivendo ora mentre scrivo.
Ero seduto, mi guardavo intorno e ovunque c’erano libri, nuovi e antichi, usati, vissuti, scritti, strappati dal tempo, consumati dalla luce, libri mangiati e libri ancora da mangiare, quelli da portarti a letto e farci l’amore, quelli da tenere come compagni di viaggio, quelli che ti viene voglia di leggerli sulla cima di una montagna, stando seduto sul ramo di un albero o con i piedi sporchi di sabbia bagnata dalle onde che arrivano appena a sfiorarti. Libri che a guardarli pensi siano impolverati ma nelle case dei poeti la polvere non sporca. Libri da venerare, tutti. Gian Mario era seduto di fronte a me, ovviamente padrone, fiero e consapevole della sacralità del luogo e, per questa ragione, comodo nel suo ambiente naturale. Concluse il racconto chiedendomi di fare da ambasciatore occasionale per quella corrispondenza con Roversi. Pensai al postino di Neruda poi mi sentii imbarazzato e fragile e quella mia iniziale emozione si trasformò subito in uno stadio di alta pressione scatenando dentro di me vento e tempesta: il peso di una importante assunzione di responsabilità. Ora riproiettando nella mia mente le immagini di me, nei giorni successivi a quell’incontro, mi rendo conto di aver custodito quel manoscritto come fosse un preziosissimo tesoro, fino alla consegna. Accettai di poggiare le mani su quella corda e seguirla fino a destinazione, come spesso si fa lungo un tracciato di montagna, fino alla cima.
A Bologna, in quel periodo, abitavo a Via D’Azeglio, la stessa strada su cui passeggiava e viveva Lucio Dalla, lui nella parte “bassa”, nel tratto che va da Piazza Maggiore a Via Farini, io alla fine della strada, praticamente sulle mura di Porta San Mamolo. Roberto Roversi abitava, manco a farlo apposta, in Via dei Poeti, non lontano da casa mia. Ci separava Via delle Tovaglie, tirava vento quel giorno e svolazzavano, appese alle finestre, colorate.
Arrivai davanti al portone, in legno, enorme, da farci passare una macchina. Su una delle due ante era stata ricavata, praticamente intagliata, un’altra porticina per facilitare l’ingresso a piedi. Il nome sul citofono in ottone, Roversi c’era scritto. Suonai una sola volta, brevemente. Mi aspettavano e mi diedero subito il tiro (così si dice da quelle parti), spinsi la porticina. C’era un cortile dietro il grande portone e subito mi arrivò, dalla parte dell’orecchio di sinistra, il battere di passi che scendevano lentamente lungo le scale. Passi leggeri, pensai. Restai immobile, con il manoscritto ben stretto tra le mani. Mi raggiunse una donna, la sua voce come il suo corpo, leggera, elegante e gentile, fui subito a mio agio. Mi presentai e capii che non sarebbe stato neanche necessario farlo perché anche lei, come aveva fatto Gian Mario durante il nostro incontro, cominciò a raccontarmi di quella corda che li annodava in quel legame di affetti. Empatia! Pensai. “Vieni, saliamo, mio marito ti aspetta!” mi disse facendomi strada lungo le scale. La tempesta divenne cielo sereno e il vento si fece portanza trascinandomi come fa sulle barche a vela, leggero anche io.
Mi accolse con un sorriso e una stretta di mano che fu un abbraccio. Gli consegnai il manoscritto e fui felice di essere riuscito a portare a termine il mio compito. Mi chiese di Gian Mario e mi raccomandò di portargli un suo abbraccio. Roversi era un uomo sereno, uno che non ha bisogno di raccontare se stesso e così volle trascorrere quel tempo a parlare di me. Mi chiese se ero stato accolto bene nella sua città, ci teneva che fosse così. Io amo quella città! La barba lunga ma disegnata con precisione sul viso, bianca di saggezza, come i suoi capelli. Mi guardai intorno, così come mi era capitato di fare nella libreria di Gian Mario, ovunque pile di libri, in qualsiasi stanza, in qualsiasi angolo. Libri messi uno sopra l’altro come torri da superare per proseguire verso altre stanze, libri che ti indicano la strada. Pensai fossero pronti per un trasloco ma quello era il “modo” in quella casa. Bevemmo un tè, la mia tazza era stata poggiata su una edizione de Il ponte sulla Drina di Ivo Andric, parlammo della vita. Libri da venerare e polvere che non sporca. Nella casa dei poeti la polvere non sporca.
Da quel giorno pulisco con attenzione la mia piccola libreria, la polvere a casa mia sporca ma lo faccio sempre con piacere perché questo gesto mi avvicina, ogni volta, a una parte di me a cui voglio particolarmente bene, quella molto vicina al cuore. Ogni volta che tolgo via quella polvere e prendo in mano quei libri penso a Gian Mario, a Roversi e a quella corda lunga centinaia di chilometri, così li ringrazio entrambi per una esperienza che porterò per sempre con me.
Sette note per un concerto in sordina. Diario del 31 luglio
1) Qual è il linguaggio di queste prime giornate? Diciamo intanto, almeno lo penso, che sono giornate importanti e che posso avere qualche conclusione importante. Ma non affrettiamo i tempi. Intanto guardiamo, i risultati li sapremo poi. Prima annotazione: non mi pare che l’affollamento sia eccessivo. Anzi, direi che in quanto a gente accorsa, forse siamo sotto la media della speranza. Ma dopo tutto non credo che l’affollamento sia il principale risultato (il successo) richiesto per questi incontri. Ciò che si dovrà registrare come un dato importante sarà piuttosto dare forza alla ignavia del dibattito politico-culturale in corso.
2) Dibattito non certo accresciuto o impreziosito dall’intervento di Fortini sul manifesto di ieri l’altro; apparso sotto la piccola sciccheria di una lettera aperta alla Rossanda.
Vedo che manda al diavolo il convegno di Bologna. Io direi. Ma ecco che arriva Maurizio con la prima copia del nostro giornale di poesia.
Foglio dei quattro giorni. Piccolo giornale quotidiano in piccoli versi per le quattro albe e quattro tramonti dei giorni bolognesi, che sono giorni concreti.
3) La città, dentro al suo grasso tiepido, comincia a scuotersi. Forse questa può diventare l’occasione per una spinta che la faccia uscire dal suo imbambolimento. Cominciano le prime discussioni, cominciano i primi commenti.
4) Io direi che la lettera di F. è cosparsa di tanti piccoli petali mortuari. Quelle cinque colonnine a mezza gamba mi sembrano come quei fiori, agghindati con nastrini, abbandonati contro un muro dopo un funerale. Nella sua fame ormai teatrale di distruzione, Fortini non si accorge di apparire soltanto così, ai bastardi infami che devono morire al presente, che devono chiedere aiuto, che devono smettere di leggersi le loro caritatevoli poesie di bambini cresciuti: “Se volete uscire dal bivio venitemi a cercare, forse parlo se mi pregate, con la mia bocca o col mio libro aperto”. Così sembra dire Fortini. E senza generosità, senza curiosità, per i figli che sono agnelli, Fortini sta. Comincia a passare molta gente che conosco. A conferma che invece di tacere e sedere, con una giusta decisione parecchi hanno preferito muoversi e ascoltare. E magari parlare. Perché non si parla per sempre.
5) Ho ricevuto per il Foglio un testo sulla droga di Marisa Zoni con un titolo che colpisce: anche la droga è strage. C’è anche una poesia giusta e bella che l’accompagna. Ecco intanto una ragione vera e drammatica perché i giovani si mettano in cammino. Scuotere anche con le parole e con i fatti questa società che promette tutto e non conclude o risolve nulla.
6) Mi accorgo che se sei interrogato su queste cose che accadono in città e se parli non con la bocca ma col giusto criterio di cercare o di volere un po’ di verità, riesci sempre a raggiungere qualcosa di più preciso alle cose. Comunque è abbastanza straordinaria la provocazione che la città insinua anche solo proponendo i suoi problemi; al di fuori dell’occasione orribile di una strage. Arrivano due ragazzi con alcuni fogli, che magari sarebbero rifiutati dalla collana bianca di Einaudi. Parlano anche loro di droga forte. Sono senza illusioni, senza padre. Senza padri. Parlano a voce bassa. Uno dice che vorrebbe piangere ma non ci riesce, che due mesi fa ha tentato di uccidersi. Vanno via in fretta ma promettono di ritornare. Dicono che anche Bologna in questi giorni ha una voce che fa pena, che è una città a cui non si può non volere bene.
7) Dicevo: perché concedere a Fortini il privilegio di concludere e continuare a ossessionarci stabilendo di volta in volta i cerchi dei malvagi e i rarissimi cerchi su cui attestare gli angiolini vicini alle stelle? Si accontenti di sé. Io voglio rispondergli così, come lettore del manifesto: Franco, Franco Fortini / piangi una volta sola / invece di leggere la parola amore / sul dizionario del Rigutini.
il manifesto, 1 agosto 1981.
Festa pagana, festa politica, festa? Perché a Bologna il 2 agosto
Un anno fa, esattamente il 2 agosto, una bomba faceva un massacro nella stazione ferroviaria di Bologna. Ricordo come un incubo quelle ore terrificanti dentro a un caldo afoso, umido, proprio padano. A distanza di un anno la giunta comunale ha deciso di non compiere atti retorici o ritualistici ma di cercare un coinvolgimento più giusto e diverso intorno a quella tragedia; invitando a Bologna la gioventù libera d’Europa perché, se vuole, venga a discutere dei problemi che in questo momento sono comuni a tutti o quasi tutti: le droghe, la casa, una vita pulita, la guerra, la pace, il terrorismo la violenza. Ebbene, su questo proposito, sin al principio, si è scatenata la bagarre; e la città si è un poco impietrita, E in effetti, cosa sta capitando oggi a Bologna? Perché sono tornati a calare i cronisti di quotidiani e settimanali a indagare, chiedere, occhieggiare, ammiccare proprio come nei momenti di emergenza?
Per fare un primo punto dall’interno, bisogna anticipare che la città è attualmente non dico annegata ma certamente a mollo in un mare di spettacoleria e carnevaleria scatenata; ballano, cantano, suonano, guardano in ogni angolo in ogni quartiere in ogni strada; e tale gratificante e per certi versi frastornante dedizione al divertimento partecipato può lusingare o può meravigliare costringe anche a confrontarla con il vuoto silenzio delle estati bolognesi di tanti anni passati, quando trovare aperto un negozietto con il cocomero fresco era tale notizia da arrivare di filato sul giornale. Ma si sa, quelli erano gli anni del boom e la retorica ufficiale voleva che nei mesi estivi tutti fossero al mare in montagna in campagna e gli intasamenti (i primi intasamenti) erano fotografati e commentati con un orgoglio appena appena celato: vedete? tutti o quasi tutti siamo felici finalmente liberi di andare. Erano gli anni del benessere, del benessere, del benessere. Poi sono arrivati gli anni del malessere, poi gli anni del malanno precipite e adeguate le corse sulle autostrade continueranno, ma il buio delle città in estate e quindi della nostra città dopo essere stato rotto dalle prime luci, poi da Dino Sarti in piazza il 14 di agosto, è tutto in braccio alla nicchiareria prorompente che è dilagata come un fiume senza argini in tutto il nostro paese. Eppure sotto scuse in questi giorni la città nicchia o si scuote mentre pubblicamente si è acceso un discorso rissoso (non dico di rissa) che smaga e fa né un bel vedere, né un bel sentire. Sono i socialisti, in prima fila a sostenere, ahimè, che invece di cantare e suonare (infatti alle quattro giornate che si preparano sono stati invitati non solo a partecipare, ma ad esibirsi, molti complessi rock italiani e stranieri) era meglio pensare e quindi programmare qualcosa di più ufficiale, di più serio, di più intimamente raccolto, dolente; come, ad esempio, un munito di silenzio o il suono delle campane o una marcia altrettanto composta silenziosa, oppure una messa con Te Deum nella metropolitana di San Pietro (il cardinale la celebrerà, avendolo deciso).
Credo che il frastuono delle parole e il dissenso delle polemiche siano per l’occasione, per questa occasione che si va preparando, solo un pretesto; che vuol coprire atti politici più complessi e complessivi. Ma in ogni caso credo che tale frastuono e tale dissenso, per quanto è possibile a ogni singolo cittadino attento, siano da contrastare. Da ribattere come soltanto tattici, politicamente interessati, non alternativi o sostitutivi a progetti più stimolanti che nessuno, al contrario ha saputo o potuto esibire e proporre; fuori dalle formulazioni generiche e approssimative. I giuochi della politica non ci interessano in questa occasione, non debbono interessare; mentre importa centrare il modo più giusto perché i morti di un anno fa continuino ad essere vivi e vivi sul serio nel cuore della gente. Ciò è possibile se si tengono a mente e presenti alcune cose. La prima: che una celebrazione ufficiale stancamente ritualistica, che commemora i morti che sono morti, col suo silenzio suonato, con l’apparente, soltanto apparente, affanno del cuore e delle rimembranze sarebbe un atto vile, in uno stato, in un momento, in una società che non sono stati capaci di ottenere anche solo un piccolo piccolissimo progresso nel campo delle indagini sull’eccidio.
La prima preoccupazione è che quei morti non sono stati né vendicati con onore né onorati con la vendetta della giustizia. Non hanno avuto giustizia. E allora abbiamo il coraggio di riconoscere che, quel giorno e intorno a quella tragedia, era necessario e più che necessario era indispensabile e urgente organizzare un discorso diverso, un modo nuovo per tenere accesa la memoria e la tensione del cuore. E che la decisione della giunta è da approvare. Certamente, in concomitanza c’è e ci sarà un tentativo, un proposito, un progetto del Pci di agire nell’area del consenso e di aprire nuovi spazi di dialogo e di rapporti; ma questo a me sembra legittimo, dato che il Pci come partito di governo locale è quello che ha sopportato più duramente e per intero il peso del dissenso giovanile in questi ultimi anni.
Però è anche vero che la decisione complessiva, in riferimento a una scadenza così tragicamente importante, ha manifestato e confermato il proposito finalmente introiettato da parte del Pci, o per esso della giunta, di addivenire a un riesame complessivo dei problemi di fondo e a nuove formulazioni, nuove progettazioni del e nel rapporto coi giovani. Nella politica dei giovani. Che è ancora quasi tutta da impostare. E che non può essere solo musicale o spettacolare. Le cose, come di vede, si stanno muovendo. Perciò in chiare lettere, a futura memoria, dico che è corretto secondo me appoggiare il proposito, questo proposito; mentre d’altra parte è giusto mantenere qualche motivata preoccupazione.
La prima preoccupazione è che l’intera operazione in ordine al programma e alla gestione delle quattro giornate sia burocraticamente tenuta in mani ufficiali e come tale amministrata; vale a dire con lo scrupolo che niente sia lasciato non dico all’improvvisazione ma a una specifica invenzione “sul campo”; e che sia privilegiato il momento delle varie tavole rotonde o comunque dei dibattiti e dei problemi identificati e trascelti via dai partecipanti. Una seconda preoccupazione è che ragioni ufficiali, istituzionali, non dico spingano ma costringano a mettere la sordina ai problemi più dirompenti, come sarebbe quello sulla pace e sulla guerra, sul terrorismo e sulla violenza politica, quindi specifica; non tanto sulla violenza in generale che finisce per essere una definizione teorica tanto allargata da essere alla fine abbastanza astratta. Però occasioni per risultati che (a disdire i profeti di sventura) possono essere utili, molto utili per tutti a me sembra siano in atto; conviene, con una decisione politica per la libertà di gestione e di interpretazione, di farle fruttare.
Questo è necessario per tutti. Anche per questa antica straordinaria città, che è una stella un poco offuscata. I giorni di luglio-agosto possono essere (io credo che saranno) un’occasione per accendere qualche nuova speranza; e qualche nuova volontà. Solo così, solo in questo modo, interrogandosi sulle idee, sui problemi sulle speranze sui progetti e sulle dure necessità specialmente delle nuove generazioni, si darà un primo cenno di vera giustizia a questi nostri fratelli assassinati. Sarà il modo più onesto di dire: non vi dimentichiamo perché non possiamo. Perché non vogliamo. E voi non siete morti ma vivi perché ci aiutate a pensare. Ancora una volta Bologna, per alcuni giorni, si prepara a essere il cuore del mondo. Se le presteremo il nostro cuore.
il manifesto, 18 luglio 1981.
Gliòmmeri
li dedico a Francesco Graziano
I.
Petrarca: “l’insaziabile fame di libri”
(in una lettera a Giovanni Anchiseo
SINOSSI. Compendio che comprende tutta
insieme la materia. Prospetto
della materia di un trattato.
LIBRO. Volume di fogli cuciti insieme.
VOLUME. Libro a se stante, anche se
costituisce parte di un’opera.
DIZIONARIO. Opera che presenta il lessico
di una o più lingue raccolto
in ordine alfabetico.
LESSICO. Dizionario, specialmente
di lingue classiche antiche
od orientali,
o di termini scientifici.
VOCABOLARIO. Raccolta ordinata dei
vocaboli di una lingua
corredati da definizioni, spiegazioni
eccetera…
Non la rovina della pietra
ma la cenere del libro.
Il libro è corpo e anima che si consumano e si estinguono
come il corpo dell’uomo lungamente patito e desiderato.
Il fuoco lo brucia cantando
perché la vittoria sopra il tarlo killer mistificatore
lo esalta oh sì!
L’uomo è il libro che si compone nel fuoco
l’uomo e il libro nel fuoco sono compagni
parlano della comune avventura
parlano prima del distacco
parlano parlano mentre la nave affonda
la cenere è leggera leggera nell’aria
l’occhio dell’uomo la raccoglie e si quieta per un momento.
La parola del libro è divorata
da implacabili fiamme. Eppure
non sopravviene l’oblio
la memoria non si cancella
la storia delle cose umana vicenda incombe ancora
con l’elenco dei nomi l’elenco dei nomi e
di fatti accaduti, delle piccole glorie
delle sconfitte terribili.
Questa pioggia fa fuggire gli spiriti del mare
annidati fra le pieghe dei fogli
dentro le legature solenni
intenti a scalzare verbo dopo verbo
le ferite della verità delle parole.
Il silenzioso furore dell’invettiva
un fuoco sacro
li stana li seduce li consola.
Anch’io lettore (qua mi sottoscrivo)
sono nient’altro che un camminatore
solitario
in battaglia di verba
circondato dai cavalli morti
dagli scudi dei guerrieri.
Il tarlo seduto alla Tavola Rotonda
stabilisce le regole del mondo.
II.
Oppressa verità, alto decoro.
Così era e così è. Tu corri
scivolando via sulla barca dei sogni
ma io perseguo la tua traccia
spezzo il mio pane
sollevo i veli al tuo fantasma bianco
non ti concedo tregua requie pace sonno
sollevo i veli al tuo fantasma bianco
è inutile che fingi indifferenza
impallidito risecchisci stendi
una cortina di nebbia sulla strada
che cala fra le pagine
tarlo avaro assassino
lo sai alla fine la mia mano
intrepida benefica
afferrerà ancora una volta il regolo
per colpire
ferire
annichilire
e ti scaglia lontano dalle parole sacre
del tomo del Balestrieri che mi è caro
che difendo e che ieri hai turbato.
Questo è il tuo ultimo cammino
il tuo destino.
III.
Tarlo tarluccio tarallino
piccola pancia
e grande fame
vieni dalla Danimarca
acquattato come un assassino
che deve fuggire
fra le pagine luminose e caute
della bibliografia del Brunet
in ristampa anastatica.
Ti accompagna l’immagine
della biblioteca londinese di Holla and Park
bombardata nell’anno ’40
con dentro ancora gente che ricerca e legge.
Sovrano destino dei libri
(impolverati
fra le macerie cantano
di resistere sempre sem-
pre sempre e
non tacere mai).
IV.
Dice Brecht di prima mattina
giro la manopola e ascolto
i notiziari di vittoria dei nostri nemici.
Cosa può aspettarsi allora
un uomo
che cammina con il bastone?
Sostare con pazienza sulla strada
E osservare il mondo.
Egli vede (assiso
Sul bordo delle onde)
Le anguille riprodursi a mille
Rendere il mare dell’asfalto furioso
E stabilire ancora una volta che
Il mondo non finisce continua continua continua all’infinito
[continua
e uomo (o donna) devono permanere
per una resistenza ad oltranza
attesa di nuove avventure.
V.
Il gran sapiente antico ha le sue pagine d’oro
non sotto un albero di fico ma dentro i
libri bruciati libri divorati
libri con il fremito sopra il cuore
libri spiaccicati dalla pietra
libri marciti come un fiore
libri restaurati con amore
libri dimenticati sopra un muro
libri cancellati con il gesso
libri mescolati con la creta
libri con l’odore di sacrestia
libri ricoperti dalla polvere
dai fulmini feriti e da tempesta
libri annotati da una mano amica
libri caverna per formiche operose
libri impietriti da terribili inverni
libri affannati per un lungo cammino
libri ostello per il tarlo ubiquo
vestito da pulcinella e da signore
ma in realtà vero diavolo stupratore
che sorprendo inseguo schiaccio con un dito.
Giusta vendetta al suo furore.
VI.
Come si chiude una libreria
quando il libraio vecchio stanco muore?
Bruciando i libri
vendendo i libri
mangiando i libri
strappando i libri
dimenticando i libri in uno scaffale tarlato
oppure, sì,
sul ring gelido della lotta greco-romana della vita
ascoltando i libri camminare per la strada
investendoli di male parole
spalancandoli con segni a matita segreti
non concedendo nulla al caso
buttandoli in un campo per farli morire
come fanno col ghiro sorpreso nell’antico cammino di pietra
poi via sgommando con l’automobile
perché il libro piangente
lo rincorre nella polvere dei campi
come il cane in una domenica d’agosto?
La libreria chiusa venduta
non ha posto per la malinconia
è una caverna senza voli
e gli scaffali vuoti aspettano la spada
del mozzatore di teste
l’angelo vendicatore.
Mentre il sangue scorre
I libri ascoltano le ore passare
Prima del delirio dell’alba.
VII.
Oh! quanta gioia
che precipita precipitosa fra e maglie del primo mattino
il primo della primavera che ieri era ancora
molto
lontana.
È precipitoso anche il percorrere del tempo
non era così prima
quando il libro era giovane
la neve sui tetti.
Allora non si accorgeva
né della notte o del giorno
dormiva nello scaffale ed era tutto sole
respirava ed era tutta notte.
Che spettacoli! con donne e uomini trapassati.
È solo, adesso.
È solo vetro adesso il presente propenso a infrangersi
pronto ad essere frantumato da un semplice televisore.
I pesci ancora naviganti
Hanno le mani del cuore assopite.
Povera Italia
molte parole
fatti miseri oscuri
parole e morchia.
Il giorno è sabbia fra le dita del mare.
ilfilorosso, anno XXIV, n. 48, gennaio-giugno 2010.


