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Giovedì, 06 Marzo 2014 11:55

Poesie (da Polpacci)

Settantaquattresima poesia senza ecc.

 

– Andiam dall’eccellenza

andiamo dall’eccellenza.

– Ma senza fiori?

– Senza!

 

 

La ventottesima poesia sulla verità

 

Da quando sono morto

mi sono riciclato

non sono diventato un’anima

ma uno gnomo scatenato

che corre qua e là

ridendo e inseguendo

un po’ di verità.

Alle volte le arrivo alla spalla

sorprendendola ma è leggera

agile astuta labile

come una farfalla.

Così questa impunita

mica riesco ancora (var. neanche da morto riesco)

a stringerla fra le dita.

 

 

Settantaduesima poesia senza né gatto né topo

 

Legge soltanto, e male,

i libri che gli mandano in omaggio

o quelli presi in prestito

dalla biblioteca comunale

(e che non restituisce più)

o le strenne ricevute in regalo

per Natale

(fra cui una vita di Gesù).

 

 

 

Lunedì, 03 Marzo 2014 15:59

Notizie

L’inutilità dei poeti (ma non

della poesia) è una grande consolazione.

 

L’Impazienza veleggiava con la Bugia.

Eran distese sul ponte a mezza via

fra Terracina, le Ebridi e il Prato delle Signore.

Il sole d’agosto, intero, come un fiore

mostruoso sulla fronte.

Spettegolavano da ore

sulla comune amica Ideologia

che all’improvviso s’era malandata

invecchiata strinata schivata strapazzata

tanto che nessuno la salutava più.

Gesù, diceva l’Impazienza,

nessuno lo poteva prevedere

tranne, forse, qualcuno dellEspresso.

E la Bugia: “Si mostrava virtuosa

mentre andava a letto con tutti,

stupida sinforosa”.

Il mare era immenso. Era proprio un mare d’agosto.

L’aria aveva uno strano odore di mosto

che si mescolava ai gerani sbiaditi sulle

colline toscane. “La fine

del mondo è vicina – diceva l’Impazienza –

senza l’ideologia come si fa a pensare?”

Semplice, non si pensa – risponde la Bugia –

non si pensa e si ricomincia a fantasticare”.

15/8/78

 

***

 

IL COMPLESSO DI STOCCOLMA.

Più per abitudine che voglia

un ragno lentamente divorò una sogliola

sulla riva del mare

poi salì sopra un campanile

(era il mese d’aprile) e catturò

una mosca incantata a guardare il panorama;

ma ormai era sazio e non se la mangiò.

Decise che l’avrebbe conservata

per il cenone del prossimo natale

mescolandola all’insalata russa col caviale.

Però la mosca con molta discrezione e a poco a poco

con una lacrima o un timido sorriso

con una parola sussurrata o una canzone

condusse così bene il proprio gioco

che ai primi di dicembre,

al tempo delle nebbie in val Padana,

ottenne dal suo avido aguzzino

di uscire a prender aria in un’altana.

Ma non finì qui. Giorno per giorno

settimana dopo settimana

tanto lo strinse e tanto lo convinse

tanto l’affascinò

che invece di divorarla

il ragno la sposò.

16/9/78

 

***

 

1. Non ti fidare della felicità.

La felicità è infida.

2. Ho il cielo rotto fra le mani.

Sono frammenti di vetro.

Anche i cattivi dormono a quest’ora.

3. Gli anni parevano secoli.

Un rumore.

Il pioppo padano è come la betulla

della grande Russia,

va a morire lontano

ma prima vibra contro il cielo e lo scalfisce.

4. Val più un bicchier di Dalmato

che l’amor mio.

Ma dove vuoi che vada?

La strada porta a un’altra strada.

Bada, che la strada poi finisce.

5. Non sanno gestire la propria vita

e vogliono giudicare il mondo.

Il cormorano è il viaggiatore del mare.

Mio caro cuore, la primavera è arrivata.

6. Oh barriera di Barbeut, oh ultima diga,

a chi paragonare gli uomini di questa generazione?

Verrà certamente un vecchio ma non morto

un uomo vecchio come il fiume

che prenderà a volo le piume bianche degli uccelli

che prenderà in pugno la polvere

per innaffiare i fiori.

La spargerà anche sui miei capelli.

Una polvere bianca.

Io, per esempio, sarò vecchio per sempre

per sempre per sempre per sempre non mi

stancherò d’invecchiare.

7. La violenza delle cose è nelle cose.

8. El stioss, al stolizidi, la stiapata.

Il mare. Il mare.

Su questo puoi partire. O puoi tornare.

10/9/78

 

***

 

Il pool degli inquirenti.

Hoscelto Mercedes perché vuol dire sicurezza”.

Il giudice Grillo avrebbe compiuto

una rapida missione

a Padova da Genova

il giudice Calogero avrebbe compiuto

una rapida missione

a Genova da Padova

il PM Di Noto avrebbe compiuto

una rapida missione

a Roma da Genova

i magistrati Amato e Guasco

avrebbero compiuto una rapida missione

a Genova da Roma

uomini della Digos avrebbero

compiuto una rapida missione

da Padova a Roma e poi

da Roma a Padova e poi

da Firenze a Milano e poi

da Milano a Firenze. Ricordi

amore mio la grande nevicata

dell’anno ’29? E le praterie intorno

a Siena quell’estate prima del terremoto?

Interrogato a Padova un supertestimone.

Il piano per l’austerità del

ministro Nicolazzi.

Le cose nostre non le devi mettere in piazza.

Oh, al gver ivan labla malgor difoga

istos rilant borga osud ordiani.

Nuvole, nuage basse bianche

nuvole che correte dritte dentro al

porreu porlarifraga obra pu insù.

È già arrivato majo il mese pazzo e

in Abruzzo si mangiano le virtù

ma non è ancora primavera.

Piove anzi, fa freddo. Si appannano i vetri

e quando scende la sera quattro stoccate ucci-

dono tutti i piccioni viaggiatori.

29/12/78

 

 

 

Salvo Imprevisti – Quadrimestrale di poesia, anno VI, n. 1, gennaio-aprile 1979.

 

 

 

Lunedì, 03 Marzo 2014 10:36

Il segreto è la musica


La canzone Il segreto è la musica fa parte del disco L’età del vento (2003).

Questa è la presentazione dell’album scritta da Roberto Roversi e pubblicata in copertina.

 

La città di Roma, da Luca detta e cantata, non sembra una città vissuta o anche abitata con la tensione o la premura dei sentimenti, ma è soprattutto partecipata o perscrutata nel suo cuore profondo anche se poi è un poco graffiata con torva malizia.

Cantando egli ci fa entrare non sopra o accanto, ma sul cuore vivo delle sue pietre vetuste come per un atto d’amore, soprattutto come per una spinta di ricerca, di conoscenza.

Sì, questo può accadere anche con il tramite di semplici canzoni.

Se l’autore “striscia”, prima, sul pietrisco delle strade…

Dunque, qua dentro non c’è una città da manuale turistico… Oh, quanto sei bella…!

Ma una città in ogni momento, di giorno e di notte, sempre sentita sulla pelle, nonostante le infinite ferite dei suoi lunghissimi secoli.

 

 

IL SEGRETO È LA MUSICA

(R. ROVERSI – R. MONTANARI)

 

Era una bella sera d’estate,

Era una sera con molto vento

Col sentimento della paura

Per la mia vita che via scappava…

Dalla finestra, guardavo attento

La strada scura, dove in un punto una farfalla

Volava adagio sul manifesto di un grande giornale

C’era una vecchia che tutte le sere,

scendeva a dare qualcosa ai suoi gatti…

           Ma di questa sera, il segreto è la musica

           Perché con la musica io sento che vivo…

           Ma di questa sera il segreto è la musica

           E sfidano il tempo quei ragazzi cantando la libertà

           Magia della musica…

           …Qui! A Campo de’ fiori…!

Negozi, gatti, libri e persone

Voci sperdute lusso e barboni;

Ed io seduto, sopra i scalini

Mangio un gelato di fragola e panna

C’è un quadro falso messo in vetrina,

Un uomo passa, lo guarda, cammina…

Una bambina che suona il piano

Sento Chopin su nell’aria lontano

           Ma di questa sera il segreto è la musica

           La luna nasconde la sua faccia da dietro una nuvola

           Fra i palazzi di ieri qui a Campo de’ fiori…

           E quei ragazzi stanno ancora li

           Cantando a bassa voce “Yesterday”

                 Ma di questa sera il segreto è la musica

                 Il vero segreto si può dire è ancora la musica

                 Perché con la musica io sento che vivo…

                 Grande questa sera che mi porta la musica

                 Tra poco il mercato ricomincia e i banchi riaprono

                 Sotto il viola dell’alba…

                 …Qui! A Campo de’ fiori…!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Venerdì, 28 Febbraio 2014 15:01

Ecco perché sono stanco

ecco perché sono stanco

       non avevo aspettato il gelo del vento

 

e il vento porta sulle spalle

       il tempo

e il tempo si porta via la giovinezza

dell’uomo in fioritura

      e sulle montagne il tuono

scrosciare sgranare frusciare assaltare

come la slavina sui sassi

e la gente in fuga e le case bruciare

e la gente gridare la sento.

La guerra non è mai salvamento

 

 

 

poi fra le nuvole terribili di nero

la luna vedo che non piange più

senza una ragione.

È guerra anche nel cielo

bombarde cannonate fucilate

sangue che cammina come un torrente

in mezzo al fumo c’è l’ombra della gente

in fuga…

Come si sono accorciate le giornate.

 

(da Poesie sulla guerra, inedite)

 

Bollettario – Quadrimestrale di scrittura e critica, anno X, n. 29, maggio 1999.

 

 

 

Giovedì, 27 Febbraio 2014 12:08

Lo straccio del garantismo

Secondo me, si comincia a sentire come urgente un rinnovato impegno del politico sul politico, almeno fra i giovani. E mi pare che confermi in un mondo di macerie deluse la volontà di ritrovare oppure di rilanciare – per chi non l’aveva già perduto – l’entusiasmo freddo, magari ironico ma persistente e duro, di battersi ancora (impegnarsi ancora) per rimettere in sesto il mondo. Parlo intanto del nostro paese e per i fatti non di una cultura che sembra stanca, ripetitiva, un poco ossessionata dall’incubo delle certezze perdute (o di quelle che affiorano per assicurare in fretta); incubo che la fa sbattere contro i muri come un parpaglione impaurito; ma per i fatti della situazione politica che tende con testarda arroganza a emarginare – fra l’altro – proprio tutti i dettagli delle situazioni (ogni singolo dettaglio); in modo tale che questi finiscono per adagiarsi ai margini della nostra vita sociale come cumuli di stracci.

Fra i tanti stracci, il garantismo; cioè il richiamo costante al cuore della legge e al diritto del singolo. Che vuoi garantire, cuor mio, dicevano in giro, se il garantismo è garantito da niente e se poi, anche rivestito da una qualche garanzia, se la squaglia di nascosto e fila via come un ladro? E non è forse vero che la violenza è tanto spietata ossessiva da sopravvenire da ogni parte e da non lasciare alcuna uscita di sicurezza per potere, obiettivamente, spendere parole che richiamino tutti, quindi anche il potere, all’osservanza giusta delle leggi? Da queste domande potrebbe conseguire un auto-obiezione che si identificava nel chiedersi se al giorno d’oggi non sia una perdita di tempo insistere a scrivere e a parlare su questo aspetto ormai vincolato dei problemi.

Perché altri dicono: abbiamo visto che non conta più niente; e a forza di insistere abbiamo cominciato a ripeterci, a scocciare, così che non ci ascolta più nessuno. Perciò anche una petizione in favore del giusto diritto sottratto a Luigi Manconi oggi potrebbe sembrare, nella sostanza inutile. Eppure, testardamente, insisterei e la metterei così, richiamandomi al fatto: Luigi Manconi, giornalista professionista, è stato licenziato dal suo giornale per avere firmato come direttore responsabile l’ultimo numero della rivista Metropoli, pur dissociandosi con una nota pubblicata sulla stessa rivista dalle idee espresse negli articoli e dalle scelte di metodo in esso indicati. Era una prestazione in esclusiva funzione della tutela della libertà di stampa. Libertà di stampa che, anche a mio parere, va difesa in ogni forma e in ogni occasione; perciò Manconi ha scelto in un modo corretto.

Tanto che ciascuno di noi dovrebbe fare quel che sa e quel che può, perché questo sia ribadito a più voci e perché le giuste ragioni di Manconi siano raccolte e gli valgano di nuovo non solo la riassunzione, ma il decadimento delle ragioni e delle conclusioni che questo licenziamento motivano. E tuttavia – aggiungo – se lo ottenessimo sarebbe giusto, sarebbe bello, ma riferito sempre a un caso particolare (sia pure di un amico); mentre partendo da Manconi dovremmo riportare con vigore/rigore il discorso sulla libertà di stampa (libertà reale), che in questo momento sembra un discorso desueto e invece propone motivazioni e sollecitazioni urgentissime. Ad esempio: negli ultimi anni, leggi restrittive sono passate senza che il giornalismo italiano se ne sia minimamente interessato più di tanto. Una, impedisce (o discrimina) agli iscritti all’albo speciale di dirigere riviste politiche o che abbiano a giudizio della corporazione prevalente intonazione politica. Così a me, per fare un caso, fu impedito di assumere la responsabilità della rivista Il cerchio di gesso, che penò a trovare una soluzione alternativa fino a che arrivò Stefano (Benni). D’altra parte oggi non è più possibile se non in casi straordinari autogestire la propria comunicazione e la moria delle piccole testate politico/culturali (drammaticamente) quasi quotidiana. Poiché la stampa ufficiale l’abbiamo ogni giorno sotto gli occhi e vediamo in quale calderone bolla e ribolla, forse ci è preparato un futuro in cui il sollievo della mente sarà affidato di nuovo alle dispense Fabbri/Curcio (come se fossimo ritornati agli anni Sessanta – ma allora c’era anche ben altro) o alla filmfollia televisiva. Credo che battersi oggi per Manconi sia anche battersi per noi. Fargli avere giustizia è come togliere un chiodo di ferro da queste giornate riempite di piccole infamie, di torbidi delitti, di terribili faccende ed infiniti discorsi a vuoto sulla libertà. E poi, insisto, bisogna continuare a dire e a ridire le nostre cose. Con ironia, con monotonia, ma con voglia di dirle.

 

 

 

il manifesto, 18 giugno 1981.

 

 

 

Mercoledì, 26 Febbraio 2014 17:18

Alla zia di John Lennon

ALLA ZIA DI JOHN LENNON che

ha il dito alzato ha la spuma dell’onda

sulla testa

ha il dito alzato ha il quarto dito alzato

stizzosa vezzosa signora

ha il dito alzato. Sull’onda.

Ha la cresta dell’onda alta sul dito alzato

vecchia signora sull’onda

con la testa tranciata dalle vene (coperta

di erbe) divinità

della foresta.

È LA ZIA DI JOHN LENNON dimenticata

(forse abbandonata)

durante una festa.

L’ultima volta che il suo cuore prese fuoco

il più piccolo dei vulcani si accese non

per disperazione ma per un giuoco.

Tu ti illudi di partire, di andare – le

dicevano le sirene –

ritorna indietro invece e non badare

alla nostra coda di pesce.

Il giovane vulcano cominciò a rovesciare

lava lava lava lava lava

sulla città della costa

mille furono i morti.

Dunque non era più un gioco.

La ZIA DI JOHN LENNON stava sempre lì

sul mare

ad ascoltare le sirene cantare.

E non si accorse del fuoco.

 

 

 

Bologna incontri, anno XV, n. 12, dicembre 1984.

 

 

 

Mercoledì, 26 Febbraio 2014 15:50

Nelle case dei poeti la polvere non sporca

Avevo 22 anni e studiavo a Bologna. Erano i giorni di Natale quando mi chiamò Gian Mario Fazzini e mi chiese di vederci. Ci incontrammo, non ricordo con precisione che giorno fosse, nella sua libreria, allora in Via Ferrari a Campobasso. Un gioiello più che una libreria, un piccolo Tempio costruito da lui con grande attenzione ai particolari, per venerare la parola. Chiacchierammo della vita, come spesso capita di fare con Gian Mario: lui è uno di quelli che le parole si soffiano, escono fuori dalla bocca come sussurri e diventano magicamente una bella esperienza.

Mi porse un manoscritto, le sue parole, quelle in poesia, e cominciò a raccontarmi una storia. La storia di un’amicizia, di un laccio fatto di corda, sottile ma resistente, a legare lui e Roberto Roversi, uno dei più grandi poeti e intellettuali italiani. Si conobbero quando Gian Mario studiava a Bologna e da allora, come due neuroni specchio, non avevano mai smesso di scambiarsi pensieri e riflessioni da condividere, poesia, affetto e racconti di vita. Lettere, così come si faceva un tempo, con la calligrafia sul foglio e il francobollo sulla busta.

Ricordo quel pomeriggio in compagnia di Gian Mario come se lo stessi rivivendo ora mentre scrivo.

Ero seduto, mi guardavo intorno e ovunque c’erano libri, nuovi e antichi, usati, vissuti, scritti, strappati dal tempo, consumati dalla luce, libri mangiati e libri ancora da mangiare, quelli da portarti a letto e farci l’amore, quelli da tenere come compagni di viaggio, quelli che ti viene voglia di leggerli sulla cima di una montagna, stando seduto sul ramo di un albero o con i piedi sporchi di sabbia bagnata dalle onde che arrivano appena a sfiorarti. Libri che a guardarli pensi siano impolverati ma nelle case dei poeti la polvere non sporca. Libri da venerare, tutti. Gian Mario era seduto di fronte a me, ovviamente padrone, fiero e consapevole della sacralità del luogo e, per questa ragione, comodo nel suo ambiente naturale. Concluse il racconto chiedendomi di fare da ambasciatore occasionale per quella corrispondenza con Roversi. Pensai al postino di Neruda poi mi sentii imbarazzato e fragile e quella mia iniziale emozione si trasformò subito in uno stadio di alta pressione scatenando dentro di me vento e tempesta: il peso di una importante assunzione  di responsabilità. Ora riproiettando nella mia mente le immagini di me, nei giorni successivi a quell’incontro, mi rendo conto di aver custodito quel manoscritto come fosse un preziosissimo tesoro, fino alla consegna. Accettai di poggiare le mani su quella corda e seguirla fino a destinazione, come spesso si fa lungo un tracciato di montagna, fino alla cima.

A Bologna, in quel periodo, abitavo a Via D’Azeglio, la stessa strada su cui passeggiava e viveva Lucio Dalla, lui nella parte “bassa”, nel tratto che va da Piazza Maggiore a Via Farini, io alla fine della strada, praticamente sulle mura di Porta San Mamolo. Roberto Roversi abitava, manco a farlo apposta, in Via dei Poeti, non lontano da casa mia. Ci separava Via delle Tovaglie, tirava vento quel giorno e svolazzavano, appese alle finestre, colorate.

Arrivai davanti al portone, in legno, enorme, da farci passare una macchina. Su una delle due ante era stata ricavata, praticamente intagliata, un’altra porticina per facilitare l’ingresso a piedi. Il nome sul citofono in ottone, Roversi c’era scritto. Suonai una sola volta, brevemente. Mi aspettavano e mi diedero subito il tiro (così si dice da quelle parti), spinsi la porticina. C’era un cortile dietro il grande portone e subito mi arrivò, dalla parte dell’orecchio di sinistra, il battere di passi che scendevano lentamente lungo le scale. Passi leggeri, pensai. Restai immobile, con il manoscritto ben stretto tra le mani. Mi raggiunse una donna, la sua voce come il suo corpo, leggera, elegante e gentile, fui subito a mio agio. Mi presentai e capii che non sarebbe stato neanche necessario farlo perché anche lei, come aveva fatto Gian Mario durante il nostro incontro, cominciò a raccontarmi di quella corda che li annodava in quel legame di affetti. Empatia! Pensai. “Vieni, saliamo, mio marito ti aspetta!” mi disse facendomi strada lungo le scale. La tempesta divenne cielo sereno e il vento si fece portanza trascinandomi come fa sulle barche a vela, leggero anche io.

Mi accolse con un sorriso e una stretta di mano che fu un abbraccio. Gli consegnai il manoscritto e fui felice di essere riuscito a portare a termine il mio compito. Mi chiese di Gian Mario e mi raccomandò di portargli un suo abbraccio. Roversi era un uomo sereno, uno che non ha bisogno di raccontare se stesso e così volle trascorrere quel tempo a parlare di me. Mi chiese se ero stato accolto bene nella sua città, ci teneva che fosse così. Io amo quella città! La barba lunga ma disegnata con precisione sul viso, bianca di saggezza, come i suoi capelli. Mi guardai intorno, così come mi era capitato di fare nella libreria di Gian Mario, ovunque pile di libri, in qualsiasi stanza, in qualsiasi angolo. Libri messi uno sopra l’altro come torri da superare per proseguire verso altre stanze, libri che ti indicano la strada. Pensai fossero pronti per un trasloco ma quello era il “modo” in quella casa. Bevemmo un tè, la mia tazza era stata poggiata su una edizione de Il ponte sulla Drina di Ivo Andric, parlammo della vita. Libri da venerare e polvere che non sporca. Nella casa dei poeti la polvere non sporca.

Da quel giorno pulisco con attenzione la mia piccola libreria, la polvere a casa mia sporca ma lo faccio sempre con piacere perché questo gesto mi avvicina, ogni volta, a una parte di me a cui voglio particolarmente bene, quella molto vicina al cuore. Ogni volta che tolgo via quella polvere e prendo in mano quei libri penso a Gian Mario, a Roversi e a quella corda lunga centinaia di chilometri, così li ringrazio entrambi per una esperienza che porterò per sempre con me.

 

 

 

 

1) Qual è il linguaggio di queste prime giornate? Diciamo intanto, almeno lo penso, che sono giornate importanti e che posso avere qualche conclusione importante. Ma non affrettiamo i tempi. Intanto guardiamo, i risultati li sapremo poi. Prima annotazione: non mi pare che l’affollamento sia eccessivo. Anzi, direi che in quanto a gente accorsa, forse siamo sotto la media della speranza. Ma dopo tutto non credo che l’affollamento sia il principale risultato (il successo) richiesto per questi incontri. Ciò che si dovrà registrare come un dato importante sarà piuttosto dare forza alla ignavia del dibattito politico-culturale in corso.

2) Dibattito non certo accresciuto o impreziosito dall’intervento di Fortini sul manifesto di ieri l’altro; apparso sotto la piccola sciccheria di una lettera aperta alla Rossanda.

Vedo che manda al diavolo il convegno di Bologna. Io direi. Ma ecco che arriva Maurizio con la prima copia del nostro giornale di poesia.

Foglio dei quattro giorni. Piccolo giornale quotidiano in piccoli versi per le quattro albe e quattro tramonti dei giorni bolognesi, che sono giorni concreti.

3) La città, dentro al suo grasso tiepido, comincia a scuotersi. Forse questa può diventare l’occasione per una spinta che la faccia uscire dal suo imbambolimento. Cominciano le prime discussioni, cominciano i primi commenti.

4) Io direi che la lettera di F. è cosparsa di tanti piccoli petali mortuari. Quelle cinque colonnine a mezza gamba mi sembrano come quei fiori, agghindati con nastrini, abbandonati contro un muro dopo un funerale. Nella sua fame ormai teatrale di distruzione, Fortini non si accorge di apparire soltanto così, ai bastardi infami che devono morire al presente, che devono chiedere aiuto, che devono smettere di leggersi le loro caritatevoli poesie di bambini cresciuti: “Se volete uscire dal bivio venitemi a cercare, forse parlo se mi pregate, con la mia bocca o col mio libro aperto”. Così sembra dire Fortini. E senza generosità, senza curiosità, per i figli che sono agnelli, Fortini sta. Comincia a passare molta gente che conosco. A conferma che invece di tacere e sedere, con una giusta decisione parecchi hanno preferito muoversi e ascoltare. E magari parlare. Perché non si parla per sempre.

5) Ho ricevuto per il Foglio un testo sulla droga di Marisa Zoni con un titolo che colpisce: anche la droga è strage. C’è anche una poesia giusta e bella che l’accompagna. Ecco intanto una ragione vera e drammatica perché i giovani si mettano in cammino. Scuotere anche con le parole e con i fatti questa società che promette tutto e non conclude o risolve nulla.

6) Mi accorgo che se sei interrogato su queste cose che accadono in città e se parli non con la bocca ma col giusto criterio di cercare o di volere un po’ di verità, riesci sempre a raggiungere qualcosa di più preciso alle cose. Comunque è abbastanza straordinaria la provocazione che la città insinua anche solo proponendo i suoi problemi; al di fuori dell’occasione orribile di una strage. Arrivano due ragazzi con alcuni fogli, che magari sarebbero rifiutati dalla collana bianca di Einaudi. Parlano anche loro di droga forte. Sono senza illusioni, senza padre. Senza padri. Parlano a voce bassa. Uno dice che vorrebbe piangere ma non ci riesce, che due mesi fa ha tentato di uccidersi. Vanno via in fretta ma promettono di ritornare. Dicono che anche Bologna in questi giorni ha una voce che fa pena, che è una città a cui non si può non volere bene.

7) Dicevo: perché concedere a Fortini il privilegio di concludere e continuare a ossessionarci stabilendo di volta in volta i cerchi dei malvagi e i rarissimi cerchi su cui attestare gli angiolini vicini alle stelle? Si accontenti di sé. Io voglio rispondergli così, come lettore del manifesto: Franco, Franco Fortini / piangi una volta sola / invece di leggere la parola amore / sul dizionario del Rigutini.

 

 

 

il manifesto, 1 agosto 1981.

 

 

 

Un anno fa, esattamente il 2 agosto, una bomba faceva un massacro nella stazione ferroviaria di Bologna. Ricordo come un incubo quelle ore terrificanti dentro a un caldo afoso, umido, proprio padano. A distanza di un anno la giunta comunale ha deciso di non compiere atti retorici o ritualistici ma di cercare un coinvolgimento più giusto e diverso intorno a quella tragedia; invitando a Bologna la gioventù libera d’Europa perché, se vuole, venga a discutere dei problemi che in questo momento sono comuni a tutti o quasi tutti: le droghe, la casa, una vita pulita, la guerra, la pace, il terrorismo la violenza. Ebbene, su questo proposito, sin al principio, si è scatenata la bagarre; e la città si è un poco impietrita, E in effetti, cosa sta capitando oggi a Bologna? Perché sono tornati a calare i cronisti di quotidiani e settimanali a indagare, chiedere, occhieggiare, ammiccare proprio come nei momenti di emergenza?

Per fare un primo punto dall’interno, bisogna anticipare che la città è attualmente non dico annegata ma certamente a mollo in un mare di spettacoleria e carnevaleria scatenata; ballano, cantano, suonano, guardano in ogni angolo in ogni quartiere in ogni strada; e tale gratificante e per certi versi frastornante dedizione al divertimento partecipato può lusingare o può meravigliare costringe anche a confrontarla con il vuoto silenzio delle estati bolognesi di tanti anni passati, quando trovare aperto un negozietto con il cocomero fresco era tale notizia da arrivare di filato sul giornale. Ma si sa, quelli erano gli anni del boom e la retorica ufficiale voleva che nei mesi estivi tutti fossero al mare in montagna in campagna e gli intasamenti (i primi intasamenti) erano fotografati e commentati con un orgoglio appena appena celato: vedete? tutti o quasi tutti siamo felici finalmente liberi di andare. Erano gli anni del benessere, del benessere, del benessere. Poi sono arrivati gli anni del malessere, poi gli anni del malanno precipite e adeguate le corse sulle autostrade continueranno, ma il buio delle città in estate e quindi della nostra città dopo essere stato rotto dalle prime luci, poi da Dino Sarti in piazza il 14 di agosto, è tutto in braccio alla nicchiareria prorompente che è dilagata come un fiume senza argini in tutto il nostro paese. Eppure sotto scuse in questi giorni la città nicchia o si scuote mentre pubblicamente si è acceso un discorso rissoso (non dico di rissa) che smaga e fa né un bel vedere, né un bel sentire. Sono i socialisti, in prima fila a sostenere, ahimè, che invece di cantare e suonare (infatti alle quattro giornate che si preparano sono stati invitati non solo a partecipare, ma ad esibirsi, molti complessi rock italiani e stranieri) era meglio pensare e quindi programmare qualcosa di più ufficiale, di più serio, di più intimamente raccolto, dolente; come, ad esempio, un munito di silenzio o il suono delle campane o una marcia altrettanto composta silenziosa, oppure una messa con Te Deum nella metropolitana di San Pietro (il cardinale la celebrerà, avendolo deciso).

Credo che il frastuono delle parole e il dissenso delle polemiche siano per l’occasione, per questa occasione che si va preparando, solo un pretesto; che vuol coprire atti politici più complessi e complessivi. Ma in ogni caso credo che tale frastuono e tale dissenso, per quanto è possibile a ogni singolo cittadino attento, siano da contrastare. Da ribattere come soltanto tattici, politicamente interessati, non alternativi o sostitutivi a progetti più stimolanti che nessuno, al contrario ha saputo o potuto esibire e proporre; fuori dalle formulazioni generiche e approssimative. I giuochi della politica non ci interessano in questa occasione, non debbono interessare; mentre importa centrare il modo più giusto perché i morti di un anno fa continuino ad essere vivi e vivi sul serio nel cuore della gente. Ciò è possibile se si tengono a mente e presenti alcune cose. La prima: che una celebrazione ufficiale stancamente ritualistica, che commemora i morti che sono morti, col suo silenzio suonato, con l’apparente, soltanto apparente, affanno del cuore e delle rimembranze sarebbe un atto vile, in uno stato, in un momento, in una società che non sono stati capaci di ottenere anche solo un piccolo piccolissimo progresso nel campo delle indagini sull’eccidio.

La prima preoccupazione è che quei morti non sono stati né vendicati con onore né onorati con la vendetta della giustizia. Non hanno avuto giustizia. E allora abbiamo il coraggio di riconoscere che, quel giorno e intorno a quella tragedia, era necessario e più che necessario era indispensabile e urgente organizzare un discorso diverso, un modo nuovo per tenere accesa la memoria e la tensione del cuore. E che la decisione della giunta è da approvare. Certamente, in concomitanza c’è e ci sarà un tentativo, un proposito, un progetto del Pci di agire nell’area del consenso e di aprire nuovi spazi di dialogo e di rapporti; ma questo a me sembra legittimo, dato che il Pci come partito di governo locale è quello che ha sopportato più duramente e per intero il peso del dissenso giovanile in questi ultimi anni.

Però è anche vero che la decisione complessiva, in riferimento a una scadenza così tragicamente importante, ha manifestato e confermato il proposito finalmente introiettato da parte del Pci, o per esso della giunta, di addivenire a un riesame complessivo dei problemi di fondo e a nuove formulazioni, nuove progettazioni del e nel rapporto coi giovani. Nella politica dei giovani. Che è ancora quasi tutta da impostare. E che non può essere solo musicale o spettacolare. Le cose, come di vede, si stanno muovendo. Perciò in chiare lettere, a futura memoria, dico che è corretto secondo me appoggiare il proposito, questo proposito; mentre d’altra parte è giusto mantenere qualche motivata preoccupazione.

La prima preoccupazione è che l’intera operazione in ordine al programma e alla gestione delle quattro giornate sia burocraticamente tenuta in mani ufficiali e come tale amministrata; vale a dire con lo scrupolo che niente sia lasciato non dico all’improvvisazione ma a una specifica invenzione “sul campo”; e che sia privilegiato il momento delle varie tavole rotonde o comunque dei dibattiti e dei problemi identificati e trascelti via dai partecipanti. Una seconda preoccupazione è che ragioni ufficiali, istituzionali, non dico spingano ma costringano a mettere la sordina ai problemi più dirompenti, come sarebbe quello sulla pace e sulla guerra, sul terrorismo e sulla violenza politica, quindi specifica; non tanto sulla violenza in generale che finisce per essere una definizione teorica tanto allargata da essere alla fine abbastanza astratta. Però occasioni per risultati che (a disdire i profeti di sventura) possono essere utili, molto utili per tutti a me sembra siano in atto; conviene, con una decisione politica per la libertà di gestione e di interpretazione, di farle fruttare.

Questo è necessario per tutti. Anche per questa antica straordinaria città, che è una stella un poco offuscata. I giorni di luglio-agosto possono essere (io credo che saranno) un’occasione per accendere qualche nuova speranza; e qualche nuova volontà. Solo così, solo in questo modo, interrogandosi sulle idee, sui problemi sulle speranze sui progetti e sulle dure necessità specialmente delle nuove generazioni, si darà un primo cenno di vera giustizia a questi nostri fratelli assassinati. Sarà il modo più onesto di dire: non vi dimentichiamo perché non possiamo. Perché non vogliamo. E voi non siete morti ma vivi perché ci aiutate a pensare. Ancora una volta Bologna, per alcuni giorni, si prepara a essere il cuore del mondo. Se le presteremo il nostro cuore.

 

 

 

il manifesto, 18 luglio 1981.

 

 

 

Lunedì, 24 Febbraio 2014 15:52

Gliòmmeri

li dedico a Francesco Graziano

 

I.

Petrarca: “l’insaziabile fame di libri”

(in una lettera a Giovanni Anchiseo

SINOSSI. Compendio che comprende tutta

insieme la materia. Prospetto

della materia di un trattato.

LIBRO. Volume di fogli cuciti insieme.

VOLUME. Libro a se stante, anche se

costituisce parte di un’opera.

DIZIONARIO. Opera che presenta il lessico

di una o più lingue raccolto

in ordine alfabetico.

LESSICO. Dizionario, specialmente

di lingue classiche antiche

od orientali,

o di termini scientifici.

VOCABOLARIO. Raccolta ordinata dei

vocaboli di una lingua

corredati da definizioni, spiegazioni

eccetera…

Non la rovina della pietra

ma la cenere del libro.

Il libro è corpo e anima che si consumano e si estinguono

come il corpo dell’uomo lungamente patito e desiderato.

Il fuoco lo brucia cantando

perché la vittoria sopra il tarlo killer mistificatore

lo esalta oh sì!

L’uomo è il libro che si compone nel fuoco

l’uomo e il libro nel fuoco sono compagni

parlano della comune avventura

parlano prima del distacco

parlano parlano mentre la nave affonda

la cenere è leggera leggera nell’aria

l’occhio dell’uomo la raccoglie e si quieta per un momento.

La parola del libro è divorata

da implacabili fiamme. Eppure

non sopravviene l’oblio

la memoria non si cancella

la storia delle cose umana vicenda incombe ancora

con l’elenco dei nomi l’elenco dei nomi e

di fatti accaduti, delle piccole glorie

delle sconfitte terribili.

Questa pioggia fa fuggire gli spiriti del mare

annidati fra le pieghe dei fogli

dentro le legature solenni

intenti a scalzare verbo dopo verbo

le ferite della verità delle parole.

Il silenzioso furore dell’invettiva

un fuoco sacro

li stana li seduce li consola.

Anch’io lettore (qua mi sottoscrivo)

sono nient’altro che un camminatore

solitario

in battaglia di verba

circondato dai cavalli morti

dagli scudi dei guerrieri.

Il tarlo seduto alla Tavola Rotonda

stabilisce le regole del mondo.

 

II.

Oppressa verità, alto decoro.

Così era e così è. Tu corri

scivolando via sulla barca dei sogni

ma io perseguo la tua traccia

spezzo il mio pane

sollevo i veli al tuo fantasma bianco

non ti concedo tregua requie pace sonno

sollevo i veli al tuo fantasma bianco

è inutile che fingi indifferenza

impallidito risecchisci stendi

una cortina di nebbia sulla strada

che cala fra le pagine

tarlo avaro assassino

lo sai alla fine la mia mano

intrepida benefica

afferrerà ancora una volta il regolo

per colpire

ferire

annichilire

e ti scaglia lontano dalle parole sacre

del tomo del Balestrieri che mi è caro

che difendo e che ieri hai turbato.

Questo è il tuo ultimo cammino

il tuo destino.

 

III.

Tarlo tarluccio tarallino

piccola pancia

e grande fame

vieni dalla Danimarca

acquattato come un assassino

che deve fuggire

fra le pagine luminose e caute

della bibliografia del Brunet

in ristampa anastatica.

Ti accompagna l’immagine

della biblioteca londinese di Holla and Park

bombardata nell’anno ’40

con dentro ancora gente che ricerca e legge.

Sovrano destino dei libri

(impolverati

fra le macerie cantano

di resistere sempre sem-

pre sempre e

non tacere mai).

 

IV.

Dice Brecht di prima mattina

giro la manopola e ascolto

i notiziari di vittoria dei nostri nemici.

Cosa può aspettarsi allora

un uomo

che cammina con il bastone?

Sostare con pazienza sulla strada

E osservare il mondo.

Egli vede (assiso

Sul bordo delle onde)

Le anguille riprodursi a mille

Rendere il mare dell’asfalto furioso

E stabilire ancora una volta che

Il mondo non finisce continua continua continua all’infinito

[continua

e uomo (o donna) devono permanere

per una resistenza ad oltranza

attesa di nuove avventure.

 

V.

Il gran sapiente antico ha le sue pagine d’oro

non sotto un albero di fico ma dentro i

libri bruciati libri divorati

libri con il fremito sopra il cuore

libri spiaccicati dalla pietra

libri marciti come un fiore

libri restaurati con amore

libri dimenticati sopra un muro

libri cancellati con il gesso

libri mescolati con la creta

libri con l’odore di sacrestia

libri ricoperti dalla polvere

dai fulmini feriti e da tempesta

libri annotati da una mano amica

libri caverna per formiche operose

libri impietriti da terribili inverni

libri affannati per un lungo cammino

libri ostello per il tarlo ubiquo

vestito da pulcinella e da signore

ma in realtà vero diavolo stupratore

che sorprendo inseguo schiaccio con un dito.

Giusta vendetta al suo furore.

VI.

Come si chiude una libreria

quando il libraio vecchio stanco muore?

Bruciando i libri

vendendo i libri

mangiando i libri

strappando i libri

dimenticando i libri in uno scaffale tarlato

oppure, sì,

sul ring gelido della lotta greco-romana della vita

ascoltando i libri camminare per la strada

investendoli di male parole

spalancandoli con segni a matita segreti

non concedendo nulla al caso

buttandoli in un campo per farli morire

come fanno col ghiro sorpreso nell’antico cammino di pietra

poi via sgommando con l’automobile

perché il libro piangente

lo rincorre nella polvere dei campi

come il cane in una domenica d’agosto?

La libreria chiusa venduta

non ha posto per la malinconia

è una caverna senza voli

e gli scaffali vuoti aspettano la spada

del mozzatore di teste

l’angelo vendicatore.

Mentre il sangue scorre

I libri ascoltano le ore passare

Prima del delirio dell’alba.

 

VII.

Oh! quanta gioia

che precipita precipitosa fra e maglie del primo mattino

il primo della primavera che ieri era ancora

molto

lontana.

È precipitoso anche il percorrere del tempo

non era così prima

quando il libro era giovane

la neve sui tetti.

Allora non si accorgeva

né della notte o del giorno

dormiva nello scaffale ed era tutto sole

respirava ed era tutta notte.

Che spettacoli! con donne e uomini trapassati.

È solo, adesso.

È solo vetro adesso il presente propenso a infrangersi

pronto ad essere frantumato da un semplice televisore.

I pesci ancora naviganti

Hanno le mani del cuore assopite.

 

Povera Italia

molte parole

fatti miseri oscuri

parole e morchia.

Il giorno è sabbia fra le dita del mare.

 

 

 

ilfilorosso, anno XXIV, n. 48, gennaio-giugno 2010.