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Giovedì, 08 Maggio 2014 12:19

Poesie per l’amatore di stampe

Ritratto del vecchio Celso

 

Il suo viso è di bronzo

come i vasi cavati dalle tombe.

Dicono che Celso è avido, spietato

ma io lo vidi piangere, una sera,

all’urlo di mio figlio

trafitto dalla vespa.

So che alla notte sale per il viottolo

e poi si getta nell’orto, a rubare

i meloni ormai gialli o i pomidori;

all’alba spaventa l’usignolo

con la sua voce secca:

«Il ladro è venuto, il figlio di puttana

ha rubato le fragili cipolle

e l’orto è devastato»

– il grido rimbalza nel mattino

fresco e violento come una frustata.

Io che vidi il vecchio corpo inchinarsi

fra i tralicci dell’orto

e la sua ombra sfiorata

dal grigio lume della luna,

so che si deve a Celso perdonare.

Nelle sere d’estate

siede sull’erba, immobile, a guardare

il cielo. Dice: «Sono disgraziato»

e nella voce trema una terribile

malinconia. Dice: «Io sono vecchio

e morirò quando la terra grida

al passo di lupo dell’inverno.

All’inverno non voglio morire,

solo, come l’agnello nella stalla».

È un vecchio per racconti di mare;

ha gli occhi grandi e neri di un pirata;

la sua pelle è secca per le ingiurie patite.

Dice: «Chi mi amava, un tempo, ora è partito»

e sembra ascolti un prossimo uragano.

 

 

Il carrettiere

 

Disteso sul carro senza vita

rotto dalla fatica,

sognando al passo lento del cavallo

mentre le stelle cadono

sul grande ombrello verde;

o schioccando la frusta aspra nell’aria

per ferire le nuvole che vanno

là dove non si può andare,

oltre la pianura

dove tutti sognano di arrivare

– grandi fiumi corrono per la pianura,

le città aspettano

e i pioppi quietamente all’orizzonte

accolgono il riposo del sole;

o caricando col triste badile la ghiaia del fiume,

la sabbia del fiume, grigia

come la chioma degli uomini non ancora morti;

o ascoltando nel pieno meriggio

la campana, col cuore in tempesta;

questa è la vita del carrettiere

con nero cavallo e rosso carro.

 

*

 

«Spalanca la tua chiesa, campanaro,

accendi i tuoi ceri, brucia l’incenso

sotto il quadro dell’uomo crocefisso

– solo le vecchie donne accorrono

a pregare per i loro morti.

Ma per la gola arsa e il corpo abbattuto,

per il cuore amaro,

per gli occhi di un peccatore

e per le labbra che hanno imprecato,

oh un bicchiere colmo fino all’orlo

di vino, bianco

come il viso di colei che amo.

Quando sarò morto ogni pena finirà:

non fiume da guadare,

sassi da raccogliere,

vie senza fine da percorrere,

frusta da schioccare

sulla schiena del cavallo ferito dalle mosche.

E dimmi: là, dove tutto è ombra

e gli uomini aspettano distesi,

ha termine il dolore e risplende il paradiso,

a fatica finisce e gli angeli cantano?

Ma questo è certo: né taverna e ragazza,

né cavallo che beve alla fontana.

Campanaro, getta il battacchio nel fiume

e spegni i ceri;

perché tormenti gli uccelli appisolati?

la tua chiesa è deserta;

nella taverna affollata

io posso ricordare la ragazza

che ha tenere le ciglia

quando sorride e guarda».

 

 

Cuore in tumulto

 

Corro, arso dal male della gelosia

che strappa la carne;

il fuoco acre del desiderio.

Strisciano le nuvole lungo i muri

inseguendo ladri in fuga

e vecchie donne uscite dalla chiesa;

un cavallo caduto, con le zampe

secche nel gelo – il carro capovolto –

e il collo proteso nello sforzo

nitrisce tristemente.

Nella sera imminente

gli uomini ascoltano il pianto del cavallo.

Sul viale abbandonato,

con i sassi ammucchiati e le macerie

fra l’erba, disperse nei campi,

vedo la casa rossa, la finestra

dischiusa e il pallido

riverbero dei vetri per il prato;

urlo il suo nome come se travolto

dai marosi, nel mare,

fra l’onda, nella solitudine del mare

disperatamente la invocassi.

Il suo viso come il sole m’appare.

Siede, leggera, sotto la lucerna

con la signora grassa e buona

dal sorriso tristissimo di capra.

I capelli sugli occhi le discendono

mentre mi getta un bacio

porgendo le labbra sulla mano

e poi soffiando con atto leggiadro;

in questo giuoco beato

trascorrono le ore.

 

 

Il vecchio marinaio

 

Impallidisce il cielo verso oriente

e l’onda si fa verde,

il cielo è senza nubi,

senza vento è la terra,

l’aria odora di erbe e di amaro.

Mentre il sole si inalbera nel cielo

lente le barche escono con grandi

vele, nel mare

splende il guizzo improvviso del delfino;

il giorno appare e palpita sull’acqua,

le barche vanno con le reti stese,

dall’una all’altra passano i richiami.

Un vecchio ascolta e lo riafferra il male

della vita trascorsa;

quanti anni! Stefano gettò

in altra terra, magro e disperato,

la miseria del suo petto bacato;

Turi dileguò nella bufera

come un albatro; il duro capitano

morì sul ponte in una sera

colma d’autunno.

Addio, addio! il grido che dai flutti

saluta la terra si è perduto.

Pesano gli anni, il corpo si è incrinato;

per il petto riarso

più non si alza il vento di settembre

a gonfiare le vele, a inseguire

il volo lento e bianco dei gabbiani;

dov’è la voce

forte, sul mare, che chiama la terra?

e il vigoroso strappo sul timone?

e la mia forza a sciogliere le vele?

Ogni nave è sommersa, ogni speranza.

Sole, all’opposto argine del molo,

due grandi barche, fradice di mare,

quiete accolgono l’onda e la rovina.

 

 

Rachele

 

Nel paese d’alta montagna

il torrente vola come un’ape impazzita

e i bambini ridono sul ponte,

il prete nel sole si assopisce.

Paolo accanto alla finestra

zufola e intaglia il legno,

Osso guarda una tela di ragno,

Diletta, fiore di melo,

reclinata la testa dorme, lievissima.

Gli altri, fra il verde tenero dei monti,

cercano le torpide marmotte:

dagli umidi buchi affiorano le bestie

appesantite dal sonno

ma un laccio risplende nel sole,

teso alla morte.

Secca come un pioppo

Rachele guarda le nuvole e gli uccelli,

nel meraviglioso deserto

ode la voce lontana dei figli

e il pallido respiro di Diletta dormente;

ferma sulla porta,

inchiodata come un’immagine sacra,

solo gli occhi sono papaveri ardenti.

 

*

 

Le fanciulle frementi attendono l’amica:

Rachele si sposa, Rachele di bianco è vestita

– la tela è ruvida ma il cuore è un cristallo.

Attendono, le amiche,

che dalla scala di legno discenda,

il volto di fiamma, lo sguardo fuggitivo.

Rachele a tutti stende la mano;

oggi è felice! si è mirata allo specchio,

ha lavato il corpo nell’acqua intiepidita;

Rachele! Rachele! le porte si aprono,

ogni finestra l’invita.

Oggi pranzeranno in piazza

e balleranno sul selciato,

affaticati gli uomini dal vino

rosse le ragazze con la malizia nel cuore.

Domani gli uomini passeranno il confine

– e le donne a pregare

per le valanghe, le tormente, i burroni;

ora le amiche accompagnano Rachele

– la tela è ruvida ma il cuore è un cristallo.

Altri attinge acqua; essa, felice nel sole

come il fieno accanto alla casa,

berrà il vino che arde

e gli uomini canteranno al suo amore.

Le campane suonano a distesa;

Rachele! Rachele! ogni porta si apre,

ogni finestra l’invita.

Le ragazze cantano pensando al loro giorno,

i giovani invidiano alla notte il sacrificio

e all’uomo la tenera preda.

Nel cuore arde fresco il desiderio.

 

*

 

Gli scavarono la fossa

scaglia per scaglia, piccone con piccone,

sudore e lungo affanno.

Dopo anni volati uno accanto all’altro

– ingiallivano le foglie nella pianura –

l’uomo scese rigido fra i sassi;

la morte l’aveva spogliato e diviso

e un vento malefico l’aveva seccato

sul limitare della casa.

Come suonarono a festa

le campane nel dì delle nozze

tanto duro e senza misericordia

fu il tocco del bronzo addolorato.

Lo posero fra i sassi, nel silenzio

del tramonto, quando il cielo

immemore si attarda a rimirare il prodigio;

e senza lamento, poiché tutti sanno

che il bene o il male ha il suo tempo

e la sua ragione.

I figli, accanto alla madre stretti e sorpresi;

Osso guarda una nuvola errante

che segna d’ombra il volto trafitto del padre.

Con pugni di terra fu coperto,

il volto fu accecato, la mano imprigionata;

poi come un gregge di agnelli

pieni di sonno e stupefatti

i piccoli tornarono alle solite mura,

al consueto riposo; nel silenzio

più non si udiva il russare profondo dell’uomo.

Essa raggela

al ricordo di quella notte, eterna.

 

*

 

Così Rachele

scava ogni giorno la sua nicchia per l’eternità

come l’acqua che incide la roccia

per aprirsi il cammino sotto l’arco del cielo;

e conta i figli quando escono al mattino

e ritornano alla sera, poiché i suoi pulcini

sono dolci e tremanti alla fatica.

Carlo mungendo si guardi

dalle corna della mucca impaziente!

Se Rachele sulla soglia attende

le pare che tutti debbano partire

e nessuno mai ritornare,

che i figli scendano in Francia

e le figlie al piano

e sola rimanga

come un cipresso gettato sulla proda di un fosso.

Almeno uno ritorni per chiuderle gli occhi

il giorno dell’estrema fatica!

Ma se ora grida i figli rispondono;

Osso correndo fra i sassi scivola

e s’alza piangendo,

Diletta sveglia guarda smarrita,

Carlo col latte giunge ridendo,

Osso si acquieta;

sulla montagna

lenta la sera stende il silenzio.

 

 

In memoria di Enrica Smeraldi

 

La nonna è morente

– vecchia e grassa qual è –

nella stanza d’affitto

lontano, oltre le mura.

La figlia infastidita

dal lento declino

– ogni anno più bianca

ogni anno più stanca –

l’avvolge in una rete

fitta di rancore.

Il peso del suo corpo

si fa immenso; nel letto

il viso solo affiora

dalle rughe trafitto,

e i capelli disfatti,

le flaccide mani,

gli occhi ormai fievoli

sui beni della terra

– tutto è abbandonato

tristemente alla morte.

Oh io ricordo gli anni

trascorsi, quando a Pieve

nell’ilare silenzio della casa

la nonna mi accoglieva

con la torta di riso e la ciambella

e il vino frizzante nel bicchiere

istoriato con Amore e Psiche.

 

*

 

Ritorno a te, nonna, sopra la tomba

riarsa, senz’ombra, in cui riposi.

Ti reco un lumino nuovo

che splenderà un mese

e quattro fiori di campo

gialli e rossi, come a te piacevano.

Ritorno a raddrizzare la croce,

a pulire il ritratto in cui sorridi

ilare, dal fondo di quegli occhi chiari

che tanta età videro, e piansero

sopra tante sventure.

Quando ti portai dentro la bara

come pesava il corpo

e a me come gridava il cuore:

sentivo il tuo capo sopra la mia spalla.

Era un mattino splendido d’inverno,

bianca la neve e terso il cielo;

sostavano ai cancelli, stupefatti,

i fanciulli.

Ritorno a te, nonna, sopra la tomba

in cui, quieta, riposi;

ti pongo adagio sul petto

quattro fiori di campo

come a te piacevano,

e per un poco anche ti siedo accanto.

Il viale dei cipressi è lieto, ora,

e gli uccelli sono così felici!

 

 

L’arazzo nella villa di Bentivoglio

 

Il fiume avvampa nel sole che nasce.

l’usignolo riposa; solo il passero, basso,

cerca nel solco ma un grido lo spaventa.

Falconi accecati, con ispidi artigli, volano

al richiamo di una preda fremente;

il gemito è vano: ghermito,

l’uccello la testa reclina e il falcone ritorna.

Neri cavalli bevono alla fonte

del castello; gridano i garzoni

a un gobbo che scende la scala: «Oh nano deforme!

mezz’uomo! ti sciupi la schiena!»

il gobbo con lazzi e con ira si avventa.

Splende la mensa nella sala aperta

su tenui colli lontananti,

verdi di vigne e limpidi di cielo;

la frutta riposa su vassoi cesellati

da un artista paziente,

gli uomini ridono gonfi di ingordi bocconi;

agnelli squarciati e rosati

si sciolgono nell’odore di alloro e rosmarino.

In silenzio si ciba il re. Terribile

è la vecchiezza – Dio! – più che la morte.

Grinzoso ha il collo come la biscia in agosto,

dolente il pugno si stringe

sull’arco che un tempo gagliardo piegava,

profonda è la voce più del suon della botte,

nessun vento l’eguaglia.

Fresca di giovinezza è la regina;

il corpo sembra spuma

che si rincorra esile sul mare.

Il re la guarda, lento una sua mano

candida cerca mentre il cuore

urla come il cervo nella selva;

essa raggela

quasi una serpe la sfiori, immonda visione.

Brindano alcuni cavalieri, alte

le coppe e bevono, altri ridendo

con malizia bisbigliano ai vicini.

Il re s’alza: l’ombra immane schizza

nera sul muro; lo segue

bianca e silenziosa la regina.

Gli uomini abbandonano le tazze,

le candele tremano sfinite;

la tavola deserta

è come il mare dopo la tempesta.

 

 

Mara

 

Mara vive come la farfalla

candida, fra un volo

e i lunghi indugi sui calici dondolanti;

splende il suo volto nei campi

quando ancora la luce dorme

sull’onda del canale

e gli storni dai merli della torre

bisbigliano lieti;

Mara cammina staccando

una foglia dal tralcio o un pampano

ritorto a cui succhia l’aspro umore.

Poi dilegua la nebbia

nel maestoso canto del sole,

la campana scende sul focolare del povero

e Mara ritorna

– l’accompagna il sonno del carrettiere

sotto l’ombrello verde

e il passo del cavallo affaticato.

Sulle pareti gli occhi di antichi guerrieri,

il martirio di un santo

dalle frecce trafitto

e l’ansia celeste

di Giuseppe e Maria fuggitivi.

Trascorrono le ore; ombre

cadono dagli alberi,

i buoi vanno allo stagno,

nuvole d’oro coprono il declino del giorno;

Mara ascolta la luce morire

e il suo male salire,

un tarlo le rode il petto,

il sangue nelle vene è come ghiaccio;

cereo il volto, ella si oppone al male

disperata e impotente.

 

*

 

«Tu sei il grillo» – dice Celeste

mentre impasta sul vecchio tagliere –

«tu sei il grillo paziente

che attende la buona ventura».

Nelle sere d’estate – la campagna

palpita e sul fieno

volano stridendo i pipistrelli –

Vincenzo e Celeste ricordano

gli anni trascorsi

e le antiche calure, quando il grano

ardeva come il ceppo nel camino.

Vincenzo canta: «Mara è bella

come la regina di Saba;

avrà mille servi e mille specchi

per la sua giovinezza; allora

sarò lontano per un suo sorriso».

Oh estati di fuoco e di ricordi!

Lentamente Vincenzo fu portato

lungo la vigna e il rigido novembre

spegneva i ceri,

e Celeste si avviò verso il compagno

pallida e stanca, nell’autunno; neri

strisciavano i cipressi contro il cielo.

Mara fu sola; crebbero i languori

e le smanie, il dolore acre

nel sangue; un male improvviso

l’abbatté al tramonto

e la flagellò nelle ore notturne

ed ella silenziosa e stupita soffrì

sola, come il passo

che nella notte cerca il paese.

 

*

 

Ora anche essa è morta.

 

 

Saluto in un mattino d’inverno

 

Nevica e tu mi attendi; corre l’inverno

per la città e i campi

ma i tuoi occhi ridono

oltre i vetri se giungo.

Mi riscalda l’immagine

del tuo viso che affiora,

le braccia che stendi

– in marmo scolpite –

all’abbraccio gioioso

se alla soglia mi affaccio.

«È tardi» dici e aggiungi

al vino soave della gioia

il sottile veleno del rimprovero.

Io non avevo un tempo

il mio cuore di oggi

– frutto che tu maturi –

e se un saluto ti invio

che precorra il mio arrivo

ti sarà prospero il giorno

né ti sfiorerà l’inedia

del quieto polverio.

Vedi che il tempo addobba

gli alberi per il riposo

e il cielo scivola allegro

per sfavillanti declivi?

Ma soltanto ora tu sciogli

la trama lieve del sonno

e apri alla luce

gli occhi belli che ridono

oltre i vetri se giungo

tutto di neve bianco,

rosso il viso e lo sguardo

lacrimoso nel gelo.

 

 

Sera d’avventura

 

Non puoi sempre vivere

con la moglie che fastidiosa attende l’obolo

e il bambino che piange,

né puoi, sempre, cadere sul letto

come un animale abbattuto.

Questa sera andrò lungo il fiume

dove l’aria è più fresca

e il cipresso sbadiglia placido

accarezzando il cielo,

questa sera andrò con Monica lungo il fiume

verso la città alta,

dove le stelle scoppiano violente

e il cielo è verde come l’Adriatico;

giunti al ponte, nel silenzio più fondo,

rovesciata sul tenero cuore dell’erba

io su lei riverso,

oh non ci sarà altro fuoco

che il fuoco del mio cuore

né altro cielo

che l’azzurro dei suoi occhi coperti di ombra.

 

*

 

Ho sentito sul collo il suo respiro angoscioso

e il grido d’amore, aspro

come l’urlo del soldato nella battaglia;

ho ammirato il suo corpo fra il verde.

Balzato sulla giumenta

persi la memoria dei miei anni felici

e degli anni più tristi;

quiete e tempesta lottavano

sopraffacendosi.

La nostra solitudine era meravigliosa.

Quando allentai le briglie

già un lungo cammino era stato percorso;

fra l’erba

la bella creatura giaceva, fragile

e pallida;

sul suo labbro fioriva

un sorriso che non ho mai veduto.

Avanzava l’alba

calpestando i fiori e le stelle del cielo;

io riemersi dai flutti

come l’antico eroe dopo la lotta col mare.

 

 

Temporale

 

Vola la palla oltre la siepe e il campo,

oltre il cancello della villa accanto;

nell’orto è caduta

rosso di pesche morbide e odorose.

Corre Gioietta lieve, con un grido,

e la veste si gonfia come vela

bianca nel vento. Delle ragazze intanto

quale è stesa nel fieno, quale sbuffa

arrossata dal giuoco; a una il volto

riga il sudore e sul labbro scendono

avide stille e lente;

un’altra con lo sguardo affaticato

ad un tronco si appoggia, tende

all’ombra il collo e ne è tutta imbevuta.

Gioietta ritorna con la palla

e con pere nascoste nella gonna

che offre come coppa;

ognuna afferra un frutto ed essa pure

addenta con gli artigli candidi

un frutto che si spacca, trepido,

al morso e ne discende il succo

per il mento, fiume di fiamma.

Intanto il cielo annera

ma le fanciulle stanche

non scorgono le nubi

precipitose dai lontani colli,

mentre il vento si arruffa e i capelli

già scomposti solleva.

Esili i fiori si scuotono nei campi.

Cade la pioggia e le ragazze immote,

gettati i frutti, osservano stupite

i rami che si piegano, le foglie

già tristi e cupe. Un contadino corre,

un porco da un ragazzo scalzo

è inseguito nel prato,

fra gli scrosci s’odono

i tonfi di finestre rinserrate;

a un richiamo improvviso le fanciulle,

con liete grida,

sotto la pioggia corrono e scompaiono.

 

 

Di una giovinetta appena morta

 

«Anche ieri cantavo

mentre riversa sul prato

su me passavano lievi

le nuvole che corrono lontano,

ma ora sono fredda, bianca,

come la statua della fontana

con le braccia spezzate

e la bocca che grida pietà,

né sogno più le isole solitarie.

Quanta neve mi avvolge e quanto vento!

Mi guardi? non ti vedo,

se sfiori la mia fronte non sussulto,

non odo – se parli – la tua voce

che mi fu cara un giorno.

Terribile è il silenzio della morte.

E dimmi, prima che io cada inabissata

senza speranza, e che una pietra chiara

per sempre mi rinchiuda,

dimmi se il sole splende sopra i rami

caldi del melo e se dal pioppo ancora

canta l’usignolo.

Odora l’aria di erba novella?

e s’ode nella sera il fremito

del fiume che si accascia?

Oh addio, addio; addio a te per sempre;

è l’ora tetra e stanca del mortorio».

 

 

Il racconto

 

«Sul prato che il vento d’ottobre rallegra

lasciatemi riposare;

la mia solitudine è un ricordo».

«Racconta» – gridano i bambini

con splendidi occhi alla speranza

– ad uno, sul ginocchio, il sangue raggrumato

arde come la ferita di un santo.

«Il vecchio è stanco» – dicono le donne

andando alla fontana.

La campagna era in fuoco,

così l’ottobre derideva l’inverno.

«Non ho casa, né legna che bruci

chiamando le ombre sul muro,

né bianca farina per il riposo dei topi;

non ho figli che piangano al lume

stanco della candela;

vengo da lontano».

«E i tuoi piedi piagati?

e il tuo viso seccato?

parla del tuo paese!».

Il vecchio tace; ascolta

la luce che chiama fra le vigne

gli uccelli della sera.

«Anch’io come quelli vado

per strade polverose

verso lontane contrade».

«E vedesti gli indiani?

i negri d’Africa che divorano

il cuore dei nemici?

udisti imprese di pirati?».

«Acqua più fresca per la vostra sete

vi offre il pellegrino.

Ecco, vedete; queste mani arse

come l’ulivo quando il vento soffia

strinsero una spada a Roncisvalle.

Nella sera imminente

ascoltavo il terribile lamento

di Orlando e l’urlo del suo corno

che picchiava nel monte».

Gli sguardi si inchinano

riverenti alla voce.

«Ascoltai la preghiera di Turpino

sul guerriero riverso;

Durlindana scheggiata

all’ombra della notte impallidiva».

Il lamento di Orlando a Roncisvalle!

ai ragazzi stupiti

il cuore si affievolisce.

«Una grande pianura è Roncisvalle,

con radi alberi e un triste silenzio;

il grido dei feriti

lo disperdeva il vento».

Il sole discende lentamente

oltre il canale e i campi

e fa d’oro le foglie.

«E il pianto di Turpino?» – chiede

timorosa una voce.

«Turpino pregò impietrito

per i guerrieri morti a Roncisvalle.

Ma ora ritornate alle case,

alla voce soave che vi chiama,

al fuoco che riscalda,

e lasciate il viandante a questo masso».

«Tu sei un guerriero antico!

i tuoi occhi ardono di un fuoco terribile.

Oh resta ancora, con i ricordi vecchi

come la tua mano!».

«Ritornerò con il primo vento

che aprile alza dal prato».

 

 

Libretto d’appunti

 

30 marzo 1947

Scendeva la pioggia splendendo

fra i rami del melo chini

come l’ala di un angelo

sopra la bimba con un gatto in braccio

che osservava, stupito.

Il vento correva.

«Fra poco torna il sereno»

disse un vecchio passando.

Guardai nel cielo e mi accorsi

che primavera era giunta.

 

1 aprile 1947

Ho arrossito quando la signora

ridendo mi ha guardato.

Negli occhi lucenti

brillava, lieto, Amore:

e io, orso, ho tremato.

Così fuggita è la fortuna; intanto

sopra l’albero altissimo

i passeri volavano,

i bambini rincorrevano i cerchi

per i viali bianchi del giardino.

Seduto su una verde panca,

come un vecchio,

ho chiuso gli occhi al sole.

 

14 aprile 1947

Io raccolsi i lillà

non per Abe Lincoln, il presidente,

ma per Elena che la mia vita accompagna

nel faticoso destino.

Io colsi i lillà che spuntavano dall’orto,

oltre il muro, e dolcemente dormivano

dondolando al vento leggero.

Tre bambini giocavano sulla strada;

mi guardarono con i lillà in mano

e scorgendo lo sguardo felice di Elena

risero maliziosi. Io la baciai.

 

20 aprile 1947

Vidi un uomo azzimato

rosso di gioia nel vestito nuovo

camminare svelto verso l’osteria.

Sulla soglia una meretrice

molle nel corpo florido

fumando l’attendeva.

Vidi una donna misera,

con passi cauti

seguire l’uomo felice.

Acquattata in una porta

– dalla finestra spiavo –

essa scorse il suo uomo che cingendo

il fianco alla puttana

la trascinava dolcemente.

Un singhiozzo spezzò

ogni allegria.

 

20 aprile 1947

Sui grossi tomi del Goldoni

oggi ho lungamente dormito.

Dalla finestra aperta

– l’aria è tiepida e leggera –

musica e voci entravano volando.

Io, Elena sognai:

danzava il mio amore

con passo lieve

– il suo corpo leggiadro!

Mi risvegliai che era sera.

 

27 aprile 1947

Un vecchio suonava il flauto,

tristi erano le note:

poi tacque e all’improvviso

la sinfonia del «Barbiere»

sprizzò nel cielo d’aprile.

Ma un uomo mi sussurrava

una odissea di mali:

la figlia impazzita

– rincorreva la madre col coltello

e aprendo la finestra

furiosamente rideva;

egli era stanco, ormai prossimo a morte.

Lo incoraggiai come potevo

ma la miseria del mondo

mi era scesa nel cuore;

io non udivo più il flauto

che, ancora, lieto suonava.

 

24 maggio 1947

Ecco! si scuote adagio, ricompone

sotto le trine il corpo

con un sommesso gemito, muove il capo

dolcemente, sbadiglia

– scivola lento un raggio nella stanza

e il candido lenzuolo si rischiara;

affiora un braccio, ride,

i capelli dileguano gettati

lontano; il risveglio è felice!

Un poco indugia

con lo sguardo, oltre i vetri, alla campagna;

poi getta la coperta come l’onda

getta la spuma, e scalza corre al bagno.

Odo il croscio dell’acqua; quindi appare,

sbuffando lietamente,

avvolta in un morbido panno.

Fruscia un’ape sul vetro;

ella canta

asciugando i capelli e offre

il viso al sole.

 

25 maggio 1947

Partire e mai più ritornare;

abbandonare la casa

con l’uscio socchiuso,

aperte le finestre e le tende

che volano nel vento.

Le vecchie pene per sempre dimenticare.

 

27 maggio 1947

Oggi gettai per un breve pertugio

il libretto nella bottega a Raimondi:

Otello mi aiutava.

Cadde, esile e giallo, prima in terra

poi – quasi persona – si adagiò

contro una stufa rossa;

allora con un cenno lo lasciai.

Otello rise e il cielo

rise e una fanciulla, bella

– a cui maggio scherzava fra i capelli –

con dolce moto mi guardò, felice.

Io trassi buon auspicio.

 

2 giugno 1947

Tu non sei più quella che vidi

in anni lontani

soave danzare – e bianca

come le foglie

quando l’estate matura.

Ora sei stanca e triste; traccia

il tempo, sul tuo volto, solchi

senza speranza, e già un declino lento

hai negli occhi, nel suono

delle parole. Disillusa e mesta

t’affidi alla ventura

senza sorriso.

 

14 giugno 1947

Una giovane monaca

fra le arcate del portico

nella luce calma del tramonto.

Un viso bianco, e gli occhi

lucenti di malizia; il riso

nascosto nella gola calda.

Pareva che dolcemente cantasse.

Io volevo ghermirla.

 

5 agosto 1947

Come può la gente essere allegra

quando sono disperato tanto

che il cuore si spezza

e urlare vorrei come i cani picchiati?

Come può la ragazza sorridere,

il giovane inseguirla,

una vecchia affacciarsi con il gatto

e seguire il passeggio, ora che è vespro?

Come può il cielo adagiarsi

su case e torri, quietamente?

Io sono come il pipistrello che vola

sbattendo contro i muri

e pigola orribilmente.

 

6 agosto 1947

Quando era il tempo della neve

sognavo l’estate assolata,

gonna di polvere, con le biscie immobili

all’ombra della siepe;

quando era il tempo della neve

e dell’ilare fuoco nel camino,

sognavo i lunghi tramonti d’agosto,

le rosse vele nel mare,

il grano scuro nella pianura.

Ora agosto è venuto,

ora è l’estate assolata,

e io sogno il tempo della neve

e il fuoco che urla nel camino,

sogno i brevi tramonti di dicembre

e il pallido suono della campana

sulla desolata pianura.

 

9 agosto 1947

Bruciavano le torri di Bologna

alte sulla pianura

e il cielo era grande come il mare.

Meravigliosa città,

per chi scongiurava la tua voce?

Un vecchio, stretto alla colonna,

nell’aria della sera,

allucinato, magro, con le braccia protese

gridava.

Macchine ebbre correvano fra gli archi

dei portici,

strisciavano veloci per le strade.

Non dimenticherò quel grido di battaglia.

 

12 agosto 1947

Cominciò il fulmine, e il tuono

graffiò il cielo, terribile.

Si incurvarono gli alberi,

la polvere seccò,

gli uccelli cercarono asili solitari;

in un attimo il mondo fu abbandonato.

Il cielo rimase solo,

con nubi, nubi, nubi

correnti nello spazio

e il tuono, il lampo, il croscio;

sul campo, sulla strada

un torrente di pioggia.

Gli uomini, nelle case, ascoltavano;

il cuore mi batteva,

i miei peccati pesarono.

 

14 agosto 1947

Leggevo, e il volto di mio figlio era proteso

– pallido e dolce – a guardare la luna

sola,

sul riposo del fieno.

Nessun mese ha un cielo più terribile

e un astro così nuovo.

 

15 agosto 1947

Vedi! le lampare

più non escono in mare

al tramonto; il pesce

verde e dolce è migrato.

Andavano lente sul mare

e riempivano il cielo;

il mare era calmo

come un prato falciato.

La luna si alzava

dal cimitero sul colle,

fra le tombe, cantando.

 

20 agosto 1947

Vecchie pene, dolori di oggi

e paura del futuro

incidono sulla pelle solchi

che non si cancellano;

non li spiana il sorriso o la speranza.

Chini sui campi

in file sterminate.

Né un albero né un volo.

Su rugginose biciclette, in mucchio,

al tramonto, ritornano alle case

e ai figli

che giocano sulla piazza

sassosa del comune.

Bevono alla fontana e appare,

finalmente, un sorriso

su quelle labbra secche e addolorate.

 

22 agosto 1947

Riposa sul mio petto

quietamente, come un bianco soriano;

socchiude gli occhi felice.

Ma i capelli sfiorandomi il naso

starnutisco, ed essa ride allegra.

Dice: «Usciamo?». Io m’affaccio e vedo

da un cielo annuvolato

scendere la pioggia;

strade deserte e alberi fradici.

Ritorniamo al nostro ozio immortale.

 

25 agosto 1947

Tradimento! gridalo

al cielo sporco di nubi

e alla terra stanca,

poi che il cuore è arso

dall’odio e dalla tristezza.

Un cane avido

il petto mi divora.

 

6 novembre 1947

La donna tace, quieta,

nel suo angolo oscuro;

ha le mani nel grembo e al pallido

riflesso della brace gli occhi splendono.

La luce del giorno

lieve reclina al palpito del fuoco.

E l’inverno cammina, triste

nell’ululo del vento; infrante cadono

le foglie di novembre.

 

 

 

 

 

 

 

Non avendo in testa nemmeno il più piccolo briciolo di sale per insaporire, da sciape che sono, qualche idea esile e peregrina – fuori dalle frasi dette nell’esclusivo impegno di dare aria alla bocca – per trascinare il dibattito in corso almeno su qualcosa di concreto, legittimo e desiderabile; bene, tutti coloro che impinguano e reggono il carrozzone della sinistra di governo altro non fanno che ricopiare gli schemi americani, senza alcuna novità; e questo lo si verifica ad ogni passo, tanto più che hanno ingaggiato, come si è letto, dall’america, quale grosso maneggione, un domatore importante per condurre agitando la frusta la prolissa sarabanda elettorale (nostrana). Ma oltre ad avere in tale modo ridotto lo scontro elettorale a uno spettacolo ormai risaputo e per molti deprimente, i politici che si aspettano qualche consenso si rendono perfino pateticamente censurabili inseguendo e tentando di copiare alla svelta, ma spesso male, le mosse dell’avversario di destra – che si dimena bene per il proprio utile, per un suo intuito molto esercitato e quindi molto essenziale, semplificato. Einfatti, a questo punto, non sarà mai abbastanza da biasimare l’assillo argomentativo dei nostri politici di vertice immersi e quindi distributori di una esaltazione di risultati acquisiti e di benefìci sociali elargiti: tali e tanti e in quotidiana successione, non solo da infastidire ma anche da rendere sospettoso il più educato e paziente e cavilloso degli ascoltatori (o, se si vuole, degli eventuali periclitanti elettori). Perché tanto trionfalismo è, alla verifica dei fatti, assolutamente fuori riga, appena lo si riscontri (essendo per lo più verbale e televisivo e comizievole) fuori dai salotti indorati e vellutati dove pontificano i reggitori delle patrie fortune; immettendolo invece in drammatico confronto conla violenta realtà della vita quotidiana, popolare – che alla faccia di lor signori non concede sconti e tregua.

 

Non ci stancheremo di ripeterlo in ogni dove e in ogni maniera, saturando la pazienza dell’eventuale lettore, ma è pura verità, confermata da duemila anni di storia, che la democrazia è un gran brutto affare e che, per esercitarla tutta intera sul campo e non nel tronfio cafarnao delle parole, essa è costretta a sopportare e costringe noi a sopportare una fatica del diavolo; tutti: dalle grandi menti che si adergono, ai piccoli vermetti che dignitosamente camminano, ma non strisciando, nella polvere. Essa è dunque difficilissima e richiede partecipazione e sofferenza. Dedizione e convinzione. E allora, ripetiamo anche questo freddamente: quella che oggi vediamo girarci fra le gambe, disarticolata arrogante e inquieta, spesso indossante maschere da trivio, e come ci viene supportata dai fiati vanagloriosi di troppi interessati venditori, è invece una vecchia cavalla azzoppata, carica di zecche, febbricitante scatarrante e avvilente; tale che richiede in fretta una verifica drammatica e totale di tutte le sue viscere. Solo i politici senza estro ma dai mille interessi ci sguazzano dentro, o sopra, ammonendo profetando inquisendo promettendo, in una sorta di virtuale e frastornante vaneggiamento. Invero, il sistema oggi in atto, limitiamoci a dire soltanto qua da noi, è scopiazzatura quasi scolastica (da sbirciatina, furtiva o meno, oltre la spalla del compagno) del granrombo americano, in cui c’è dentro tutto e il contrario di tutto. Da lì noi afferriamo o rubacchiamo, senza più alcuna dignità, che è dimenticata o addirittura buttata in un cassonetto. De Gasperi, che non era certo a noi caro ma che certamente, oltre che un grande uomo era un grande statista, pur gestendo un Paese contrassegnato e svilito da vergogne infinite, da una guerra perduta in modo misero, e con paesi e città che erano una rovina di macerie; con le parole e i fatti, di fronte al mondo intero, ebbe un tale comportamento di dignitoso e convincente rigore da meritarsi il rispetto di tutti; e così giovando in quei primi mesi all’Italia intera. Questi di oggi, sembrano solo personaggi ringalluzziti, pronti a ogni smanceria. Ma per continuare a riferirci alla urgente necessità di riverificare l’intero motore di codesta democrazia operante e vigente nel nostro occidente, l’esempio del sommergibile nucleare Usa è emblematico della supponente arroganza degli attuali padroni del mondo. Mostruoso per grandezza e complessità di apparati tecnologici, armato di missili con testata nucleare, veri orrifici sparvieri della morte, in un amen dal basso del mare risale in superficie, senza guardare e suonare e fischiare travolgendo una nave e uccidendo otto giovani marinai, semplicemente perché in quel momento alla leva specifica, per divertimento, c’era un ometto in braghette e bianca maglietta sbracciata, imbarcato insieme a tanti altri come per una crociera di divertimento. E meno male che la leva o il bottone brancicato da quel miliardario incuriosito non eraquella che liberava uno o tutti i missili, o qualche altro congegno micidiale. Ma, come poi si è visto, i padroni del mondo non hanno fatto una piega; hanno chiesto tranquillamente scusa e hanno voltato pagina. Forse quella crociera continua.

 

Allora mi chiedo, e chiedo anch’io scusa (per l’impertinenza): è più a lungo tollerabile accettare di vivere in un mondo, in un tempo di cui l’esempio appena trascritto è solo uno dei tanti plateali e drammatici accadimenti? Sì, sembra tollerabile, come si vede, perché il pubblico disdegno dura appena quanto un respiro. È possibile, infatti, perché tutto si dimentica sopraffatto ad ogni momento da una turba di notizie che si scancellano l’una con l’altra; altrimenti l’uomo o la donna impazzirebbero. Interviene dunque l’oblio a ripulire o alleggerire la mente dai miasmi della memoria e dei fatti che si addensano e vengono distribuiti con fredda noncuranza, con interessata noncuranza, da una gestione della comunicazione dirottata ormai a mercificare ogni emozione. In quanto, dove si volta la testa, là c’è ormai odore di fogna. L’agricoltura, stravolta nei decenni trascorsi dagli obblighi di servire la grande distribuzione è ridotta ormai a una equivoca farmacopea laboratoriale (le cui conseguenze cominciano a venire alla luce in modo disastroso; e temo che siamo solo all’inizio). Il calcio, prepotente e incombente spettacolo del nostro tempo, il più grande spettacolo del mondo, e quello italiano in cima a tutti, glorioso vanitoso vittorioso, come si dichiarava, adesso è al centro di una violenza inaudita, di sperperi faraonici, di corruzioni ambigue, di ormai continue piccole furfanterie senza fine. L’ecologia: la terra si sta schiantando, torturata da mani avidissime e indifferenti. Bucata e trivellata senza respiro. Dovrebbe essere lasciata in pace per un poco; custodita e tutelata; come si fa, o si dovrebbe fare, con un ammalato grave che merita attenzione e rispetto. Invece progettano di pugnalarla o la pugnalano per ogni dove; e anche solo parlando delle nostre parti, 1) con l’ormai progettato ponte sullo stretto di Messina, 2) con la variante di valico, 3) con la nuova linea ferroviaria sull’Appennino fra Bologna e Firenze, 4) con la manomissione di falde acquifere, 5) con stravolgimenti di ogni genere; e tutto in forma conclusiva, in un modo o nell’altro, per sfogo elettorale, 6) con il ministro Bersani, di solito ingrugnito e arcigno, a riempirsi finalmente la bocca con un sorriso nell’enunciare queste ennesime proterve sopraffazioni; 7) con quanto si legge in data odierna, 25 febbraio, dai giornali: Rutelli col suo treno è approdato in Sicilia e lì promette per rapida realizzazione 10 porti, 7 aeroporti, 995 chilometri di ferrovie, 1226 chilometri di strade. Una esaltazione che sembra non avere più limiti.

Non votarli è una giusta rivalsa per la prossima scadenza; essi che gestiscono le opere pubbliche come i democristiani nei periodi più neri. Solo per arroganza o per interesse di parte ma senza alcuna pietà, o tenerezza per la terra. Sì, la terra dove noi stiamo, che si sbriciola fra le dita, la terra che partorisce grano e rose, e vigneti e non merita questa turpe occupazione da parte di chi ha smarrito valori e sentimenti nella foresta liberistica della vanità, del potere, del denaro.

 

 

 

Il giuoco d’assalto (in cui due giuocatori debbono “mangiarsi” vicendevolmente), a cura di Salvatore Jemma e Roberto Roversi, n. 4, febbraio 2001.

 

 

 

 

Martedì, 06 Maggio 2014 16:26

Gli gnomici nuovi

Si viene affermando in questi ultimi anni, una poesia italiana che potremmo anche definire geografica. I suoi cultori, evidentemente, troverebbero in tale definizione alcunché di limitativo e d’insidioso: essi si considerano piuttosto come ribelli alla schiavitù del formalismo, propria dell’arcadia ermetica. Pensano, e non hanno del tutto torto, di ergersi come liberatori; intendono restituire alla poesia semplicità d’espressione e dignità d’impegno sociale. Sono uomini di sinistra. Hanno riscoperto che la versificazione possiede ampie possibilità di giovare al patriottismo di sinistra. Amano i proletari e i campi. È probabile che il panteismo socialista e georgico di Esenin rimanga il loro ideale: nulla da eccepire; qualsiasi grande poeta sarebbe fiero di avere scritto La Russia sovietica. In un certo modo questi nostri poeti-contadini meritano approvazione, anche se nessuno di loro raggiunge le vette di Esenin. Sarà forse, però, il caso di metterli in guardia contro la loro tendenza ad abusare di analisi gnomiche, non sempre propizie alla poesia. In diversi passi de Le ceneri di Gramsci, ad esempio, Pier Paolo Pasolini è simile a un merlo saputo che sorvoli la penisola italiana prendendo appunti sul suo taccuino di viaggio: il lettore trepida, sgradevolmente, nell’attesa che un paio di endecasillabi riveli la superficie in chilometri quadrati del Lazio. E in questi giorni un altro poeta vicino al Pasolini, Roberto Roversi, spinge così oltre, poetando, l’esibizione della sua buona cultura da giustificare un grido di allarme: anche se il poemetto, che appare nel numero di aprile della rivista bolognese «Officina», sia legato, dobbiamo riconoscerlo, a un argomento terribile, quale il corso del Po. In ciascuno di noi sonnecchia la tentazione di sfoggiare, se si possa, nozioni sul corso del Po; nondimeno Roversi esagera. Il suo poemetto (dal titolo La valle padana) è, per alcuni riguardi, degno del Minuzzolo di Collodi, o meglio del Calendario Atlante del De Agostini.

Poche cose vengono taciute, nel poemetto di Roversi, sull’orografia, idrografia, economia dell’Italia settentrionale. «Nasce il Po» – poeta con esattezza l’autore – «da una costola del Monviso». Il Monviso è non meno esattamente descritto: «Il bigio monte sassoso – scarse vene possiede, ha un arido cuore – ma sotto un’ombra sperduta – cresce la polla che fugge». Altre notazioni idrografiche: «Lo Stirone mescolato al Taro – l’Enza molle – Secchia e Pànaro, bigie acque infide». Ancora: «Sesia, Agogna; e il Lambro rinverdisce». Il delta del Po vien detto «inquieto», il che ci trova tutti d’accordo. Le notizie sulla navigazione fluviale sono cospicue. Esempio: «Barche marce di brina – da riva a riva stentano, vuote – o domestiche, con qualche verdura».

Numerose le osservazioni agricole: «I carrelli – con le scorie di bietole – gocciano miele», e zootecniche: «vitelli pezzati intenti a bere». Quanto ai camion, essi «raccolgono la sabbia». Vi sono trattori. L’abbondanza dei pioppi nella ubertosa pianura è indicata con un’iterazione: «la brezza copre incerta pioppi e pioppi». Si accenna alla foschia. Si dà ragguaglio degli altoparlanti domenicali sulle piazze dei borghi. Si forniscono, tra virgolette, campioni del dialetto di quelle stirpi: «Farò tuto el poder mio». Ciò è istruttivo ma, l’autore vorrà darcene atto, un poco prosastico. D’altra parte è da aggiungere che non mancano nel poemetto La valle padana, belle immagini, sebbene talune di esse – curiosissimo in un poeta engagé – ricordino Montale: si parla, per esempio, di «tonfo di castagne». È innegabile, inoltre, che il tono del poemetto sia complessivamente nobile. Solo, giacché Roversi ci promette una seconda puntata del suo poemetto, non ci nascondiamo il pericolo che l’autore abbia in animo di erudirci sulle risorse del sottosuolo padano, così ricco di petrolio. Sarebbe opportuno che i poeti reagissero al clima di «Lascia o raddoppia»; noi cerchiamo rifugio nei Sonetti di Shakespeare.

 

 

 

«Il Mondo: settimanale politico, economico e letterario», anno X, n. 18, 6 maggio 1958.

 

 

 

 

Lunedì, 05 Maggio 2014 15:57

Ma dove siamo andati a finire!

1. Se siamo a questo punto, la colpa non è certo di Berlusconi. E i politici della ex-sinistra dovrebbero pensare piuttosto alle nostre rogne invece di andare a digrignare i denti in casa altrui. In quanto le rogne, autentiche profondissime e infinite esistono e persistono in casa nostra e tendono, anziché ad attenuarsi, a complicarsi e allargarsi giorno dopo giorno. È come dover assistere, con amarezza, al precipitare continuo di massi vicino ai nostri piedi.

Un guaio intanto determinante è la carenza di personaggi di alto livello propensi a prestarsi in qualche modo alla politica.

(Milano. Ancora non si sa chi potrà contrapporsi ad Albertini. In passati momenti di più lucido spirito politico e dinamismo politico e forte convinzione politica un uomo come Dario Fo sarebbe stato portato sugli scudi. Invece lo hanno maltrattato e quasi ignorato. Un esempio fra tanti). Qualcuno potrebbe obiettare: hanno, anche in questo governo, reclutato Veronesi, che si è confermato subito eccellente. Vero, ma poi?

Non è forse inutile ripetere ancora una volta le ovvietà sulla società occidentale completamente trasformata, rovesciata, azzerata rispetto ai passati parametri di valori; e sulla autentica difficoltà di governare o amministrare, nelle varie realtà locali, trascinati da queste quotidiane violenze.

Ma vorrei aggiungere questa annotazione: se è senz’altro vero che, per limitarsi alla politica e ai suoi obblighi/doveri, oggi sembra di essere surfisti sciabordanti sulle onde di un oceano infuriato; è altrettanto vero che anche il più abile campione ha bisogno di avere sotto i piedi una tavola che lo possa trascinare adattandosi all’ordine perentorio dei piedi.

E ai surfisti della politica italiana, mancano appunto le tavole sotto i piedi, così devono cercare di scivolare a pelle viva, affannando prima di essere risucchiati dall’onda. La tavola, in questo caso, dovrebbe essere dentro la testa, a sostenere nell’affanno delle giornate e dei relativi impegni, una visione personale del mondo, una scelta di vita, il modo di poter entrare con convinzione nel prossimo futuro dicendo, le strade sono molteplici e caotiche, io perseguo questa e a questa mi attengo e a lei mi lego. Con determinazione. Invece occhi e testa si volgono da ogni parte per arraffare ciò che è detto da chi grida più forte. Se non sbaglio, i programmi della televisione italiana sono una esemplificazione della vita politica; non perché, con lucida intraprendenza, si siano assegnati l’impegno di rappresentare la nostra società com’è, ma perché anche essi, con cinismo rincorrono l’avversario cercando di mordergli le natiche per infastidirlo o sopravanzarlo senza alcuna autonomia di linguaggio o di invenzione; immergendosi nella sciatteria più deprimente. Solo per smania di adeguamento.

 

2. Si ha l’impressione, anzi la convinzione, da qualche parte e da condividere, che l’Italia di questi giorni sia inoltre sovrapposta da una gialappa di retorica verbale debordante, tanto da lasciarci avviliti. Anzi, tramortiti. E che non ci sia neanche un filo, sia pure il più esile, a legare (a collegare) la cima vanagloriosa e autoreferenziale alla base affaticata, i palazzi illuminati agli asfalti impauriti; il potere reale, supponente e strafottente, alla gente dentro il mare della vita, accattivata con l’antichissimo ricatto della carità.

Non c’è un programma sociale di pronta precisa realizzazione, a parte il ponte sullo stretto di Messina – di cui gli onesti possono considerare l’urgenza. Si vive giorno per giorno. Ci avvertono, con enfasi, che al nord occorrono almeno centomila operai immigrati, mentre al sud sappiamo che i disoccupati sono milioni. Gli industriali proclamano questa necessità a conferma di una vitalità operativa; ma come da sempre, qua da noi, abituati a rovesciare sul governo i loro problemi, non si preoccupano di altro, tranne che in pochissimi casi. Non del problema della casa, che sembra inoltre interessare poco anche il governo. Ciò che costa dieci al sud al nord costa cinquanta e in questo contrasto, senza una politica della casa proposta come una urgenza primaria, pare evidente che ogni altro problema resterà irrisolto. E che gli eventuali nuovi arrivi da fuorivia dovranno andare a rintanarsi negli antri come topi.

La gialappa, a cui mi riferivo, giunge puntuale ad avvolgere questo o questi problemi in infinite occasioni di convegni e convegni e di incontri e discorsi propositivi reiterati, macchinette di suoni senza più neanche le molle. Se invece di girare in continuazione, questi politici ballerini si fermassero sulle sedie a governare davvero, giorno per giorno, cercando di risolvere anche solo un piccolo problema in una settimana e un grande problema in alcuni mesi! Tutti, salvo pochi, sentirei di poterli definire i politici nutella, da spalmare con leggiadro scintillio sul pane delle ovvietà, delle insaziabili e insanabili ovvietà.

Altro esempio, per riempire la tiritera? È accaduto che Berlusconi, in un programma di Bruno Vespa, abbia tracciato su una grande mappa distesa contro un muro (una tavola di legno) il suo enorme programma di revisione completazione ristrutturazione della rete stradale italiana.

Collegava i vari tratti, nei luoghi diversificati, con un pennello nero e con una linea dritta, tanto da sorprendere; sembrava un pittore infervorato (per chi poteva apprezzarlo per la convinzione). A me invece sembrava la modesta reincarnazione di un Totò redivivo, di uno Charlot, di fronte a quel foglio bianco che si riempiva così rapidamente di segni a indicare strade ponti autostrade viadotti, dalle Alpi a Capo Passero! E la spesa: 18, 20 mila miliardi, e lavoro per tutti, industria, operai eccetera. Ebbene, nei giorni scorsi, il governo, il consiglio dei ministri, ha varato un pacchetto strade per 64 mila miliardi, e sui giornali le indicazioni relative sembravano la fotocopia del disegno tracciato da Berlusconi invasato. Come se non sapessero fare altro, alla fine, che rincorrere l’avversario.

 

3. Mi domando se questo è il modo di governare in previsione dei prossimi drammatici eventi. Il quotidiano La Stampa di Torino, con titolo su quattro mezze colonne, avvertiva: “Cinquantamila cinesi pronti a entrare in Italia” (2 agosto 2000). Un giornale radio del settembre seguente comunicava: “Gli studiosi ritengono, sulla base di dati motivati, che nei prossimi dieci/quindici anni si riverseranno in Europa dai 60 ai 70 milioni di immigrati, spinti anche dalla progressiva desertificazione di molte zone africane. Desertificazione che comincia ad aggredire anche zone dell’Italia meridionale.

Il mondo si sta decomponendo, se non provvediamo subito, e concordemente, a realizzare sul serio cose incisive. Invece di scampanellare retorica ad ogni occasione, incidendo su niente.

E per l’uranio impoverito? Il Manifesto, attendibilissimo, di mercoledì 10 gennaio 2001, con il titolo “Scatole inglesi” scriveva: “L’uranio impoverito, il DU (Depleted uranium) è prodotto da un’impresa negli USA che è controllata da un’altra, controllata a sua volta da una terza e così via fino ad arrivare dall’altra parte dell’Atlantico a una impresa pubblica appartenente al governo inglese: British Nuclear Feuel (Bnfl)…”. Mi fermo qui. Sarebbe un articolo tutto da leggere per riflettere. È un intreccio diabolico di riciclaggio di scorie nucleari ecc. Ecco perché non mi pare errato l’esempio della tavola da surf per correre sulle onde alte venti metri: in che modo voglio vivere? E vivere con i miei figli? E non lasciarmi annientare? Dove posso poggiare i miei due piedi per non sprofondare nel mare? Un poco di legno leggero e solido, non la vacua indifferenza delle parole…

 

 

 

Il giuoco d’assalto (in cui due giuocatori debbono “mangiarsi” vicendevolmente), a cura di Salvatore Jemma e Roberto Roversi, n. 3, gennaio 2001.

 

 

 

 

Mercoledì, 30 Aprile 2014 17:26

Per capire il nostro presente

Scrivevo sul precedente foglietto, a proposito della necessità, per capire il nostro presente, di ricordare un poco della nostra storia (recente) costellata di fatti drammatici e ormai disattesi; scrivevo, per cominciare, sull’8 settembre anno 1943; cercando di collegarmi, agli interventi di vario genere apparsi sulla stampa italiana al seguito delle dichiarazioni di Ciampi che ne aveva parlato come dell’inizio della liberazione d’Italia. L’8 settembre 1943, lo ricordo appena per i giovanissimi, è il giorno della resa sottoscritta dall’Italia con gli eserciti alleati già sbarcati in Sicilia e in procinto di risalire l’Italia combattendo contro l’esercito tedesco che l’aveva occupata.

L’aggettivo “vergognoso” non era addebitato in senso moralistico, sentimentale; ma realistico e pratico; nel senso di “criminale” mancanza di valutazione e previsione delle conseguenze sulla pelle della gente comune, di un intero popolo; sui soldati schierati in mezza Europa e abbandonati senza un ordine, senza un preavviso a inevitabili tragiche diaboliche rappresaglie. Ma oltre l’intero esercito; il popolo intero.

Il termine “vergognoso” infastidisce chi aveva allora e continua ad avere oggi la pancia piena; non chi aveva allora e continua ad avere oggi la pancia vuota. E voleva essere, nell’ambito dell’auspicata conoscenza di sé come aggregato sociale, solo una sferzata di terribile attualità. Infatti, sottostando a poteri verbosi retorici e improvvisati, subiamo spesso con fatalismo conseguenze indescrivibili nel senso del sacrificio e del dolore; da cui poi non ricaviamo gli aiuti per rinnovarci, corretti definitivamente dai precedenti errori, dalle precedenti nefandezze.

La nostra rassegnazione ai malanni subiti e patiti, è secolare ormai. Basti appena l’accenno che, dopo l’8 settembre, e con le vicende precedenti del 25 luglio (da corte a comunale cinquecentesca, con quel tanfo di torbido, fosco, improvvisato che sarebbe piaciuto a Stendhal), trascorso appena un anno e invitati a un referendum monarchia o repubblica, la metà degli italiani, senza traumi, ha rivotato per i Savoia. Rassegnati e ignari come sempre.

Tutto il secolo XVIII, per non rifarci più indietro, è stato per noi un passaggio da un padrone all’altro. Prima spagnoli, poi austriaci poi francesi; l’Ottocento, un condominio prevalente con i francesi; poi fine Ottocento e primo Novecento con Austria e Germania ma subito a inizio guerra trasferendoci con Francia e Inghilterra; infine seconda guerra mondiale con Germania hitleriana, per concludere l’itinerario con gli alleati angloamericani. Insomma un subire, un palleggiare un arrancare e mai una scelta decisa, voluta; ma quasi sempre subita, premuta, ostentata; da società timida e mascherata.

Ecco perché, a mio parere, il lavoro più urgente per capire qualcosa di noi stessi dovrebbe essere quello di un bagno totale; di una derattizzazione per vedere di preparare i conti con gli anni che verranno e per consegnare ai giovanissimi una società almeno senza più i pidocchi della smemoratezza, dell’oblio, dell’ignoranza. Ma nessuna istituzione aiuta veramente e con coscienza, così ciascuno deve fare sempre i conti con se stesso. Questo bagno, che mi permetto di definire necessario e urgente, dovrebbe intanto spazzare via dal nostro corpo sociale la patina di servilismo, in realtà poco fruttuosa, che a tutti i livelli ci ricopre e ci distingue; rendendoci rassegnati. Natale da nababbi esaltano, manovrando cifre e umori, i pubblici uffici istituzionali; e magari tanti si lusingano e godono. Ma in generale non è vero e noi restiamo vestiti come sempre, camicia con la cravatta però calzoni o sottana con le toppe e con i buchi; insomma, un davanti e un didietro che ci  impegna a nascondere sempre, con impudica esaltazione, le nostre vergogne. E con la retorica di Ciampi, anche le sue dichiarazioni servono a mettere una toppa, non lasciando spazio e voglia per considerazioni faticose anche dolorose ma alla fine necessarie. Siamo un cavallo con tre zampe sole, la quarta, necessaria per correre, ce la siamo venduta al mercato. Perché a incensarci senza approfondire siamo bravissimi; annegando in ogni occasione i nostri mali nella retorica, accontentandoci spesso di nuotare in una deprimente volgarità. Altrimenti, dopo centocinquant’anni, non saremmo ancora qui a discettare e a spaventarci con gli irrisolti terribili problemi del Meridione e delle Mafie.

Ma al diavolo! Dodicimila miliardi sono pronti per essere spesi per panettoni spumanti viaggi e altro. Speriamo in meglio il prossimo anno. A parte il biblico problema (incubo) dell’immigrazione. Per il quale serviranno assai poco gli onesti ma frettolosi tamponi da brava massaia della signora Turco.

In una Italia dove troppo si promette e niente si fa.

 

E, adesso, ci rivolgiamo a spettacoli recenti, tutti da sceneggiare.

A Genova, tempo fa (un anno, due anni?) al Congresso diessino, avviato nell’incertezza, fra i “distinguo”, i dissidi mal dissimulati, proprio l’ultimo giorno arriva D’Alema (da tempo defilato) e fa un discorso grande acuto lucido chiaro lungimirante, da vero statista che ha in mano frusta e in testa idee (l’esaltata aggettivazione è dei giornali e degli inviati speciali); tanto che i delegati balzano in piedi (prima erano seduti) con le lacrime agli occhi e applaudono applaudono si sbracciano si sbracciano e lo confermano, da ospite che era, padrone della sala, delle anime, dei pensieri; del partito. Erano convinti, credo, delegati e simpatizzanti, appena chiuse le porte della sala e tornati ognuno a bàita, che qualcosa almeno di meno eccitato isterico fumoso (e contorto) potesse rendersi presto visibile e comprensibile. Invece, varie settimane fa abbiamo letto sui giornali una intervista a D’Alema nella quale («non mi hanno neppure invitato») si lamentava, per una riunione importante dei vertici del partito, di essere snobbato e di sentirsi emarginato. Tanto che si era impegnato già da tempo – come ormai fanno tutti i politici un tempo di vertice ma che si sentono quasi fuori giuoco, esempio Gorbaciov – ad avviare una propria “Fondazione”, predisposta a sollecitare e a raccogliere qualche nuovo consenso e qualche contributo economico alla luce del sole. E invece, in questi giorni, capita una nuova assise diessina ed ecco i delegati, a un discorso di D’Alema appena ricuperato, balzare in piedi con gli occhi lucidi, spellarsi le mani, gridare come a un gol di Maradona; e i giornali riprendere la manfrina del discorso lucido esemplare chiaro fremente preciso, da capo carismatico. Mentre Veltroni, che ogni volta sembra sul punto di prevalere, è ribattuto in una zona d’ombra.

Dunque uno stillicidio di umori e di sostanza. Chi è che decide? Dove sta seduto il vero capo? Dove si sta andando? A chi credere, almeno per una stagione? Penso che il buon cittadino, perplesso e desideroso di chiarezza e almeno di alcune mezze verità, abbia sul momento deciso di non fidarsi di alcuno.

 

 

 

Il giuoco d’assalto (in cui due giuocatori debbono “mangiarsi” vicendevolmente), a cura di Salvatore Jemma e Roberto Roversi, n. 2, dicembre 2000.

 

 

 

Lunedì, 28 Aprile 2014 13:10

La Piazza Maggiore

L’unica vera piazza di Bologna

Dunque: è la più bella piazza del mondo, come qua in giro si sente dire? O sono esagerazioni del campanile? È almeno una piazza molto bella? O è solo una piazza antica di una città italiana, con chiesa e palazzi al posto giusto, vecchi al modo giusto, con la determinata armonia che corrispondeva – al momento in cui fu costruita – a un sostanziale rigoroso garbo della ragione storica, al decoro del gusto? Cercherò di riscontrarlo come per un viaggio privato, con un po’ di pazienza; fuori dalla retorica della storia e dalla suggestione diretta e sempre ammaliante delle antiche pietre.

Tanto più che mi sembra sia stato detto bene che la piazza Maggiore è l’unica vera piazza di Bologna. Altre non ce ne sono, in questo ruolo autentico, determinante, coinvolgente, talvolta sconvolgente, di “piazza vera”. Non la piazza S. Stefano, non la piazza Malpighi, o la piazza Aldrovandi – così cara a Umberto Saba, che la ricorda con forza duratura:

 

Piazza Aldrovandi e la sera d’ottobre

hanno sposato le bellezze loro;

ed è felice l’occhio che le scopre.

L’allegra ragazzaglia urge e schiamazza

che i bersaglieri colle trombe d’oro

formano il cerchio in mezzo alla piazza […].

 

Ma intanto, proprio per ordinare termini, riferimenti e prospettive come per un discorso fra persone di garbo: cos’è, effettivamente, nella realtà urbanistica e sociale, una piazza? Cos’era un tempo, cos’è oggi? Quali differenze vanno riscontrate (se ci sono), quali contrasti; quali somiglianze (se ci sono), quali ripetute oppure irripetibili identità?

Così, subito, ho annotato alcune domande o alcune incertezze che si presentano, nell’arco dei problemi e dei riferimenti, a dare qualche risalto all’argomento. Di queste, la prima intendevo che fosse proprio rivolta a farsi rispondere intorno alla reale bellezza della piazza; la piazza Maggiore di Bologna.

Ci si può agganciare fin dal principio ad alcune verifiche. Per esempio, all’autorità e alla curiosità erudita di antichi viaggiatori – anche senza andare troppo indietro nel tempo – che cito senza adattarmi a una successione cronologica, proprio per offrire una documentazione come pescata in un mazzo. Forse così sarà possibile precisare impressioni o disattenzioni abbastanza simili e interessanti sulla nostra piazza, anche per i bolognesi che si interessano non superficialmente della loro città.

Un gesuita, o ex-gesuita del Settecento, osservatore senza indulgenze, viaggiatore instancabile, non facile a lasciarsi frastornare dalle pietre o a sorprendersi per piccole novità: Gabriel-François Coyer, venuto in Italia fra il 1763 e il 1764 e rimasto fra noi abbastanza per potere vedere e godere non solo le bellezze ritenute eccelse ma anche molti dettagli. A Bologna esclama: “Le piazze sono ben poca cosa. Ma ci si arresta davanti a una fontana; dove un Nettuno di bronzo sembra comandare alle acque. Egli ha veramente la maestà di un dio”.

Pochi anni prima, nel 1750, un altro francese, Charles Nicolas Cochin, incisore, aveva scritto: “La piazza Maggiore. Vi si vede una fontana pubblica, opera di Giovanni da Bologna […]”.

Il padre domenicano Giovan Battista Labat, nel 1706: “Ciò che contribuisce infinitamente alla bellezza della chiesa di S. Petronio è che essa è situata tra due grandi piazze: la principale è davanti alla facciata, è più lunga che larga, ma vastissima in tutti i lati: la parte di mezzo d’essa è occupata da una fontana di marmo recante una statua colossale di bronzo […]”.

In Italia negli anni 1739 e 1740, in una delle sue lettere di viaggio Charles De Brosses annota: “In qualunque modo sia, si va per una lunga strada, di là alla piazza principale, ornata dalla più bella fontana in marmo e bronzo che io abbia mai veduto. È un Nettuno colossale […]”.

Venuto in Italia nella prima metà del 1740, il padre di Goethe, Giovanni Gaspare, scrive in una lettera questo appunto: “In mezzo della gran piazza è una statua di bronzo che raffigura Nettuno”. L’inglese E. Veryard, in una relazione dettagliata pubblicata poi nel 1701, fa questo solo riferimento: “Durante il nostro soggiorno in questa città vedemmo un saltimbanco sulla gran Piazza […]”. Infine Goethe, nel suo Viaggio in Italia, parla di quadri e quadri qui a Bologna e infine precisa: “Sono salito sopra la torre a consolarmi all’aria aperta. Veduta splendida”. Della piazza non un cenno, né un’occhiata.

 

Bologna, bella in un rigore pensieroso

A questo punto si potrebbe cominciare a sottoscrivere una convinzione che trova i primi appigli in impressioni lontane nel tempo: cioè, che la piazza Maggiore non è una delle sette meraviglie, ma ha pregi e difetti che sono poi pregi e difetti tipici, in generale, di Bologna.

Città, a parere di attenti visitatori (cultori delle bellezze dei luoghi), che non può essere scissa dall’insieme delle sue pietre e delle sue ombre; che non può essere scomposta dall’insieme gagliardo e di fascino duro ma preciso che stabilisce la sua caratteristica. Come pochissime città – in Italia forse nessuna, in questo modo – la sua particolare attrazione consiste in una logica lineare sapienza di armonizzazione; nella sua corposa e rigorosa unità.

Non è troppo bella per pochi ma pregiatissimi pezzi da antologia (o da atlante). Ma è bella in un rigore pensieroso e non facile spesso da decifrare, da definire. Bellezza che si percepisce senza affanno; come in una immersione quieta. I suoi portici? Anche i suoi portici. I suoi palazzi e i suoi giardini? Anche questi. Le sale dei palazzi, con soffitti spesso eccezionali, le scalinate, gli alberi di questi giardini? Anche queste e anche questi. Le chiese? Le chiese. Gli scorci da strada a strada, da cantone a cantone, da vicolo e incrocio a vicolo e incrocio? Anche tutto questo, certo.

Perciò Bologna – e propongo queste annotazioni tenendo sempre fisso il riferimento alla piazza – non è tanto suscitatrice di ammirazione (o di quegli innamoramenti turistici che colpiscono i visitatori itineranti, obbligati alle forti e rapide emozioni) quanto dispensatrice maliziosa, talvolta scontrosa, di un’affezione prolungata; di una attenzione, di una attrazione che procedono con una cautela che spesso si trasforma in amore. Amore, non passione; perché la città detiene risentimenti, piccoli sospetti, resistenze non facili da affrontare. Ma un amore che si confronta e si propaga, spesso, per durare.

Bologna, che nella sua storia documenta progressioni e sovrapposizioni violente e contrastanti; anarchica e guelfa, liberale e conservatrice, giacobina e papalina; come luogo e raccolta di antichissime pietre e di antichi edifici, esibisce – meglio, elargisce – un fascino lento che toglie ogni margine alla retorica, e alimenta costantemente i rapporti diretti soprattutto con coloro che la vivono (che la abitano); ma anche con coloro che non si stancano di incontrarla.

Da Bologna non si può soltanto passare; a Bologna bisogna indugiare, bisogna stare; per trovare un diretto collegamento con la città oltre che con le sue pietre. Scrive Ezio Raimondi: “Muoversi su questa strada, attenta alla complessità antropologica degli spazi, significa al tempo stesso allontanarsi definitivamente da una considerazione solo estetica del paesaggio, per fare di quest’ultimo qualcosa di vivente: non l’oggetto di una contemplazione distanziante, ma il risultato fattuale di una prassi complessa”.

Non si può dire meglio. Per un paesaggio con alberi, terra e orizzonti intorno; ma credo bene anche per una piazza, con pietre intorno, spazi che incombono e il cielo che sembra tenuto sospeso da un filo che non si vede. La situazione, o disposizione, è identica. I problemi che ineriscono non sfuggono a una comune tipicità; a una comune conclusione.

A Bologna il forestiero è assimilato con premura, senza prevaricarlo ma senza badare a spese e anche senza preavviso. In altre parole, chi resta è preso, servito, conquistato, magari assimilato. La città ha la capacità di assorbire senza addormentare ma anche senza alcuna indulgenza. E non delude mai. Almeno, mai fino in fondo. Perché è subito pronta, riconoscibile.

Infatti Bologna sembra costruita, nel corso dei secoli, sempre dalle stesse persone, quasi dalle stesse mani; come se le generazioni si passassero la voce, la cazzuola, il mattone; nonché i grafici in scala. Voglio dire, con una costante aderenza all’idea non teorica ma reale, concreta, dell’uso a cui ogni costruzione era destinata. Quella “grazia costumata” di cui parla Roberto Longhi a proposito di Vitale; o “la popolare cordialità come fondamento di grazia e di cultura” a cui faceva riferimento Francesco Arcangeli. Quindi con il progetto rivolto più a realizzare in funzione di che a creare.

A pochi chilometri Ferrara, Modena, Ravenna si proponevano in qualche modo, anche se ugualmente straordinarie, diverse. Già diverse. Qua da noi la scienza dei sentimenti, quindi la scienza dell’uomo che è rispetto quotidiano per le sue esigenze vitali (si potrebbe scrivere: energie vitali), sembra avere presieduto nel corso dei secoli al formarsi (al realizzarsi) della nostra città. Piuttosto che affidarsi al fantasioso ma anche tempestoso disegno dell’arte, che tende non a comporre ma a travalicare i segni e i limiti del tempo. Di corrispondente “buona pittura di stampo locale” parla ancora Roberto Longhi riferendosi al Trecento, ricordando inoltre quella falange di miniatori “che vengono vivacemente illustrando i più astrusi testi giuridici come se avessero fra mano i più affascinanti romanzi cavallereschi o le più divertenti novelle popolari. Città centrale, di passaggio, suggestionata e suggestiva, in cui entrano e passano i venti secchi e acuti”.

Una città non lirica ma riflessiva e ironica, con un sottofondo di irridente o scontrosa amarezza. Un moto di sottile, nascosta ma quotidiana amarezza. L’insonnia della fantasia che non esplode (o sembra non esplodere) mai, ma non si lascia neanche mai esaurire.

L’immagine della città aperta, grossa e grassa; ridanciana e proliferante in ogni senso – che appartiene da tempo alla frettolosa arrogante genericità dei referti giornalistici – si ricompone in uno stato (che è norma) di attenzione scrupolosa, di amabile cautela, di operosa resistenza all’ovvio volgare.

 

È ancora l’occhio della città?

Con questo, possiamo tornare a riferirci più precisamente alla piazza proponendoci ancora una volta, e a ragion veduta, la domanda: è l’occhio della città, oltre che il cuore della città? Non solo il luogo delle sue assemblee antiche, dove legiferare e scontrarsi o incontrarsi; del suo programmare e dubitare; ma anche il contenitore allestito per il suo popolaresco fantasticare?

Certo, in questo vano aperto sotto il cielo, grandi avvenimenti si sono avvicendati e grandi drammi sono precipitati o hanno ricevuto un epilogo. Ma mi chiedo se ancora oggi questa piazza Maggiore può essere usata come il più giusto contenitore per esaudire o esaurire obblighi civili; come un pronto riferimento di partecipazione pubblica – anche se non più come riferimento di una abitudine sentimentale o culturale. In quanto anche dalle conclusioni statistiche di una ricerca molto interessante, abbiamo ricevuto la conferma che la piazza non sembra essere più, generalmente, il centro riconoscibile e riconosciuto, il riferimento immediato e coinvolgente nell’eventualità di grandi avvenimenti, o di precipitose crisi della società. Luogo deputato in cui ancora una volta confluire per informarsi, ascoltare, discutere, inveire, proclamare.

Ormai contornata e un poco oppressa dalla città che si accalca ed è tanto cresciuta, fino a tendersi con qualche dolore; rimasta uno spazio aperto sempre più polveroso sotto un cielo sempre più ottuso e sempre meno da rimirare; ci possiamo domandare se continua a mantenere nonostante questi rovinosi eccessi la sua prevalenza di prestigio su ogni altro spazio deputato, a Bologna, ad esaudire l’impegno della socialità, della coralità. O se invece non è perduta (meglio: declassata) per sempre; ridotta a contenitore di ombre storiche o del divagare domenicale di qualche famigliola all’inseguimento di un attimo di sole. In merito, eventuali conclusioni dovrebbero subire verifiche e magari registrazioni; dato che nell’ambito della ricerca sopraindicata, del 1979, rivolta a una campionatura di cittadini bolognesi, è scritto che nella “memorizzazione e visualizzazione del centro cittadino, l’immagine complessiva che emerge sembra articolarsi attorno ad una molteplicità di punti di riferimento (circa 40 complessivamente) a conferma, anche in questo caso, di una notevole variabilità intersoggettiva”.

E, a conferma delle impressioni degli antichi viaggiatori “la prevalenza di attenzione viene assunta da quegli elementi ad aspetti che più direttamente si riferiscono alla ‘forma’ della complessiva struttura urbana: vie, piazze ma, soprattutto, strutture ed edifici a carattere monumentale (le due torri, S. Petronio, Fontana del Nettuno)”. Per concludere che “nonostante la notevole diversità con cui viene soggettivamente rappresentato il centro di Bologna rispetto a queste caratteristiche, nei suoi confronti viene concordemente espresso un atteggiamento decisamente positivo: gli aggettivi che lo qualificano sono piacevole ed accogliente; tuttavia, quando da una valutazione complessiva della zona in cui la piazza è inserita, o meglio, delle zone del centro si passa a quella delle opportunità che esso offre nel facilitare o meno gli aspetti di relazione tra la gente, la tendenza a qualificarlo come luogo per tutti risulta fortemente contrastata da quella opposta (‘il centro è soltanto per pochi’)”.

Si parla del centro come di uno spazio più aperto, vero cuore della città; non esplicitamente della piazza Maggiore, che dovrebbe essere lo spazio immediatamente più riconoscibile e definibile se ancora fosse legato non solo alla memoria storica ma tuttora alla vita e al lavoro diretto degli abitanti della città.

Comunque, prima di concludere la presente argomentazione – basata su sussidi abbastanza perentori e dedotti sul campo – cercherò di ricapitolare in breve i dati più importanti di questa memoria storica (vale a dire la vita attiva, il progressivo formarsi come radunata e sovrapposizione di pietre, gli anni nel loro svolgersi e gli eventi memorabili di essi, della piazza); perché altri fascicoli di questa storia di Bologna hanno definito in modo esauriente tutti i dettagli. E mi affido alle indagini e alle conclusioni degli esperti, che hanno perlustrato la vita della città nel corso dei secoli, per dedurne un manipoletto di notizie che ritengo non si debbano, neppure in questa occasione, tralasciare.

 

Le origini

Forse delineatasi come spazio aperto per accampamento militare romano, se non proprio nel perimetro attualmente così ben definito, si può almeno dire che nell’ultima parte del Duecento e sicuramente nel Trecento la piazza era già assestata all’incirca nei limiti attuali.

La città, questa città, allora si componeva e si scomponeva attraverso rapide demolizioni e pronte riedificazioni; ma il luogo era ormai un punto di riferimento e di aggregazione canonico. Leggiamo per esempio nei Fioretti: “Addivenne nel principio della Religione che santo Francesco mandò frate Bernardo a Bologna, acciocché ivi, secondo la grazia che Iddio gli aveva data, facesse frutto a Dio: e frate Bernardo facendosi il segno della croce, per la santa ubbidienza, si partì, e pervenne a Bologna. E vedendolo i fanciulli in abito disusato e vile, sì gli faceano molti ischerni e molte ingiurie, come si fa a un pazzo: e frate Bernardo pazientemente e allegramente sosteneva ogni cosa per l’amore di Cristo. Anzi, acciocché meglio e’ fusse istraziato, si puose studiosamente nella piazza della città; onde, sedendo ivi, gli si raunavano d’intorno molti fanciulli e uomini; e chi gli tirava il cappuccio di dietro, e chi dinnanzi, chi gli gittava polvere, e chi pietre, chi lo sospingeva di qua, e chi di là. E perocché la pazienza è opera di perfezione e pruova di virtù, un savio dottore di legge […]”. La piazza è ormai pullulante di studenti, professori dello Studio (come il savio Nicolò di Guglielmo dei Pepoli, dottore in legge e lettore dello Studio, che a seguito di questo incontro regalò il luogo per il primo convento francescano in città), piccoli trafficanti, contadini del contado, plebaglia inquieta, ragazzi.

La piazza, infatti, si era da poco allargata, avendo assorbito (lo confermano gli studiosi attraverso i documenti) la Platea Maior – cioè, le case e le casette collocate lungo una linea all’incirca identificabile con l’inizio di via D’Azeglio.

Questa rilevante mobilità urbanistica condiziona, qualifica e direi quantifica la vita sociale del tempo. La costruzione degli edifici più importanti, o soltanto più ampi, intorno a quest’area, chiedeva naturalmente il sacrificio degli edifici preesistenti e, spesso, il sacrificio di intere sfilze di abitazioni, soprattutto popolari, lungo un asse sempre ben precisato. Quindi si trattava, per lo più, di casette che l’occhio perdeva senza troppa nostalgia; come è accaduto anche in tempi ravvicinati, negli sventramenti a partire dalla fine dell’Ottocento per arrivare agli anni Venti di questo secolo; non solo, proseguiti poi al seguito di presunzioni imperialistiche fino alla seconda guerra mondiale.

In antico, la durata dei lavori costringeva (o aiutava) a visualizzare lentamente, pazientemente, il mutare del paesaggio urbano. La città cresceva e si modificava, ma ci si adattava adagio ad assorbire e a giudicare le nuove realtà. D’altra parte, secondo cronache e scrittori, la scomposizione e ricomposizione degli spazi che, nell’insieme, formeranno infine l’attuale dispositivo della “grande” piazza, avvenne in una progressione di tempo non poi troppo breve. Basta riferirsi, per esempio, ad alcune indicazioni precise del Vianelli: “Non si conosce con esattezza quando si sia formata la piazza Maggiore attuale; è certo però che nell’ultimo ventennio del secolo XIII essa già esisteva, e che dal Duecento al Quattrocento, mediante demolizioni e ricostruzioni degli edifici circostanti, assume il perimetro attuale […]. I vecchi autori dividono la ‘Piazza Maggiore nuova’, così formatasi, in varie parti contraddistinte da diverse denominazioni […] lo Zanti individua la Piazza Maggiore vera e propria (davanti alla scalinata di S. Petronio); la Piazza Pularola, ‘qual hora si dice Porta Nova’ (il che fa pensare che egli alluda all’inizio dell’attuale via Quattro Novembre, già Porta Nova); la Piazza Reale (antistante al palazzo del Comune e comprendente anche l’attuale piazza del Nettuno), detta così per aver alloggiato, nel palazzo stesso, ‘Papi, Imperatori, Regi, Duchi, Principi e altri gran personaggi’; e la Piazza Montanara, cioè ‘quella parte di piazza che volta verso la strada di S. Mamolo. Così detta perché in questa parte ne vengono li montanari a vendere le cose che portano per il vito humano, come maroni, frutti e altre cose simili’”.

Sempre il Vianelli riferisce che altri (specificatamente il Banchieri) distinguono la Piazza Grande (cioè la Piazza Maggiore attuale), la Piazza Nova (ora piazza del Nettuno) così denominata “perché fu spianata un’isola al tempo che l’Eminentissimo Cesi eresse in tale occasione la gran Fontana”, e la Piazza Pollarola “poiché i giorni di mercato ivi sin’hoggidì si vendono i pollami, e tal sito intendesi dalle Pescherie sin alle Orifizerie” (cioè verso l’angolo nord-est dell’attuale piazza).

Sembra quindi indiscutibile, sulla base della documentazione, che la piazza Maggiore, oltre esistere (cioè aprirsi come un contenitore) nel centro della città, ne rappresentava sul serio il punto vitale di raccordo. A livello alto, nel senso della sua ricettività ufficiale; a livello popolare, come il luogo di incontro o stanziale per trafficare.

 

Rivolgimenti dell’ultimo secolo

Questo uso così ravvicinato e continuo fra piazza e cittadini, in una mescolanza attiva ma anche ibrida, durò fino a tutto il secolo XIX come vedremo; ma si può intanto precisare che in “Piazza” e intorno alla “Piazza” grande continuò fino al primo decennio del secondo dopoguerra (quindi intorno al 1955) il raduno settimanale (al venerdì) di contadini, mediatori, commercianti in genere e operatori agrari, per trattare con rapporto diretto i loro affari di verifica e di compra-vendita; prevalentemente, al riparo di sole o pioggia, sotto i portici. Tanto che nei vicoli intorno alla piazza si aprivano ancora vecchie osterie, bettole, trattorie che servivano come fortino di difesa delle usanze gastronomiche emiliane e delle secolari abitudini residue della nostra città/campagna.

Un mondo di gente, abitudini, odori, sapori e voci che si muoveva intorno alla piazza; e che oggi è scomparso. Così la “Piazza” è diventata un’altra; consegnandosi, rassegnandosi o adeguandosi a una diversa funzione: più genericamente e lucidamente illustrativa; meno percorsa dall’attivismo costante di un tempo. È ormai una levigata piazza degli anni Duemila. Pronta ad accogliere i meticolosi ma indaffarati turisti giapponesi. Come un cane di razza ripulito, tosato, profumato ma poi nella consuetudine della giornata solo sopportato e talvolta vilipeso. È ormai una cosa antica da conservare. Un cimelio. Con i problemi relativi ai vecchi cimeli, di cui non si riesce a riconoscere l’uso e che non si sa bene come trattare, come riempire; perfino come conservare. Intanto dopo le otto di sera, questo grande spazio diventa un buco fatto per il transito delle ombre. Perché, anche per la vita di questi anni, è una scatola chiusa.

A conferma vale riprendere un’affermazione di Gianfranco Secchiaroli, deducendola dall’inchiesta del 1979 già ricordata: “Più che una vera e propria prospettiva di integrazione nell’ambiente del centro, l’orientamento degli atteggiamenti sembra dunque indicare un rapporto di ‘lontananza-ammirazione’, che esprime forse una sostanziale estraneità ad esso”.

Quindi si può dire, come un dato anche statisticamente confermato, che il rapporto fra piazza Maggiore e i cittadini bolognesi, da naturale abitudine di vita e da naturale promozione culturale e sociale, si è trasformato in una relazione di transito normalizzato, solo in poche occasioni interferito da drammatiche vicende che anni recenti hanno di prepotenza inserito nelle giornate della nostra vita.

In una lucida nota pubblicata in rivista nel 1988 con il titolo Letteratura e paesaggio, Ezio Raimondi scrive: “Il paesaggio, allora, per usare le categorie concettuali del Wölfflin, non è più una semplice esperienza ottica, bensì il prodotto di una decisione esistenziale che in quanto tale dà luogo a una nuova forma letteraria”. E così, anche l’uomo d’oggi entra nella piazza come se dovesse attraversare per necessità un campo di grano, separando sì le spighe nel procedere ma non vedendo che assai poco davanti al proprio naso e sentendole ricomporsi in fitta siepe alle proprie spalle, come se niente fosse successo, neanche il passaggio in quel momento di un corpo umano. E questo perché il luogo (questo luogo della piazza grande) è oggi solo finalizzato a un passaggio rapido non a una sosta duratura; non a ricevere e trattenere ma a distribuire e rimandare; così che in ultima analisi non c’è scopo neanche a guardare e a guardarsi intorno per ammirare, con la sostanza della pazienza, qualche cosa, qualche dettaglio; tanto che il nostro passare da un luogo a un altro, da uno spazio a un altro è ormai così rapido che l’occhio corre subito al fondo, al fondo dello spazio, quindi al fondo della piazza; perché è là che desideriamo prontamente arrivare, perché è là che ci sentiamo richiamati; perché la nostra impazienza è sempre altrove. Oppure può capitare che l’uomo d’oggi stia nella piazza (questa o un’altra) cercando di essere in qualche modo protagonista; ma non di una vicenda della realtà che coinvolge anche gli altri, piuttosto di uno spettacolo in cui tende a far risaltare solo la parte esteriore di sé; un’ombra colorata, senza dramma.

Tuttavia può anche capitare in altre poche occasioni – come ho detto – che le pietre antiche sembrino risentirsi dal loro sonno – scosse dalle vicende attuali – e riprendano quasi a pulsare come materia che vuole essere di nuovo ricomposta per partecipare al dramma dell’uomo.

 

Ancora sul tempo antico

Ma al tempo in cui le pietre (in quello spazio ancora aperto e che solo allora cominciava a prendere forma) non erano ancora sporcate dal passare turbinoso del tempo, la vita della città si svolgeva più accentrata, più concentrata nella successione dei dettagli o nella ripetizione di grandi avvenimenti: “Le donne gentili danzavano in piazza / e co’ i re vinti i consoli tornavano”. Dunque un luogo anche di festa aperta, oltre che di aperti commerci, o di violenza; in cui godere, con più diretta partecipazione e con più verità di occasioni, i momenti della storia e della vita. La città allora completava la sua vita quotidiana, si può dire, in un delirio all’aperto.

Oggi non è più possibile rapportarsi alla realtà con la stessa immediatezza di un tempo; sperando di trovare una identificazione problematica, un corretto aggancio con riferimenti sociali in atto o legati a una cultura.

Scrive Gina Fasoli: “L’amore per una città è un sentimento su cui vale la pena di riflettere un poco: che vuol dire amare una città, la città in cui si vive o si è vissuti? È un sentimento non facile da decifrare nelle sue componenti […]”. Infatti, un sentimento non facile da decifrare. Dicono gli storici, e lo scrivono, che fu a causa dello “Studio” che la città cominciò a delinearsi, direi a “comporsi” – con più precisione – come importante centro civico; poi a prendere corpo con uno sviluppo urbanistico che sostituiva ampie costruzioni a piccole costruzioni (spesso palazzi a casette).

Riferimento culturale a livello europeo, all’inizio quasi esclusivamente per il merito dei maestri di diritto, che posero le basi (le fondamenta reali) di una fama che durò inalterata per secoli; la città di Bologna cominciò ad assorbire in forme sempre più massicce i vantaggi (direi “le provocazioni” sociali), quindi le spinte d’urto in avanti, di una immigrazione sempre più numerosa e in certo modo qualificata (in prevalenza, culturalmente qualificata), trattandosi spesso di docenti e studenti di ogni parte d’Europa. Tanto che la città, per rispondere alla richiesta dei nuovi abitanti e degli ospiti, si estese rapidamente esorbitando presto dalla strettoia delle prime mura – un perimetro ampio quanto un grosso anello.

 

L’espansione urbanistica dei primi secoli

Ma già nel corso del 1100 la consistenza urbanistica indusse a riesaminare le modalità di gestione di questo tessuto sociale così, come dire?, dinamico; tanto da arrivare alla scelta della formula del “Comune” come sistema di governo cittadino. Non tanto un governo di popolo ma un governo vincolato alla partecipazione reale del popolo.

Di questa prima espansione, comunque, della città si trova una prima documentazione urbanistica verso il 1080, quando viene costruita la nuova cerchia delle mura, che raccoglie all’interno un’area cittadina molto allargata. Un secolo e mezzo dopo, intorno al 1230 si può documentare un secondo e più sostanzioso allargamento della città e quindi delle sue mura di difesa. “In sostanza – è stato scritto – nel giro di meno di un secolo l’area urbana sestuplica la propria consistenza e s’assicura un suburbio rigidamente delimitato e di superficie addirittura tripla […]. L’ampliamento della superficie urbana fino alla seconda cerchia di mura – che verrà detta poi dei terresotti o anche, ma impropriamente, del ‘Mille’ – e la successiva chiusura dei borghi nella terza e ultima cerchia, entro la quale Bologna si manterrà senza ulteriori incrementi per oltre sei secoli, fin quasi alla fine dell’Ottocento, creano le condizioni per una revisione della struttura interna dell’abitato, in relazione anche al nuovo e diverso modo di gestione politica della città”.

Intorno a quegli anni, e comunque in un margine di tempo molto ristretto, dopo avere adempiuto all’obbligo, anzi alla necessità, di seguire e in sostanza controllare (si potrebbe già dire, anticipando: quasi in una funzione di servizio) la crescita demografica e urbanistica della città; adeguando a questa crescita il perimetro murario di difesa; la città definisce la individuazione del proprio centro effettivo – del proprio occhio pubblico – costruendo su terreni di volta in volta ma celermente acquistati i nuovi palazzi in cui collocare o adeguare i nuovi centri istituzionali, le nuove sedi della attività direzionale: politica, amministrativa, economica. Per alcuni dettagli (al fine di documentare sia pure in succinto quanto detto) è appena il caso di richiamarsi ai documenti di acquisto, fin dall’inizio del 1200, del terreno per la costruzione del Palazzo Comunale. Che, a stabilire e a confermare un rapporto sempre diretto con lo spazio aperto sottostante, e quindi con il popolo adunato, sarà subito fornito di un viadotto scoperto, sorta di prolungata balconata, molto stretta, che gira per la facciata. Così che da lì, in ogni occasione e momento, i reggitori del potere comunale potevano informare quasi faccia a faccia il popolo sui decreti appena promulgati, sulla disposizione e gli obblighi stabiliti; su notizie di pace e guerra appena giunte per corriere.

È dunque importante tornare a ricordare che lo spazio così aperto, e mantenuto aperto, nel cuore della città – che veniva subito non solo delineandosi ma precisandosi nelle sue funzioni – assumeva fin dall’inizio una prevalente funzione pubblica e civile; era cioè un luogo di raccolta, di radunata popolare nelle più svariate occasioni e per una diretta informazione fra il potere politico-amministrativo e i cittadini.

Si stabiliva così come luogo privilegiato (appunto, la piazza) per la più diretta, pronta socializzazione, in ogni senso.

Le costruzioni che seguirono negli anni, a meglio delimitare – pur rispettandone lo spazio già individuato e precisato nelle sue funzioni essenziali – la piazza pubblica, altro non faranno che servire non tanto a fini estetici ma funzionali, dentro al rigore delle scelte, la piazza “nova”; apprestata per una funzione pubblica e sociale; e organizzata senza alcun utilizzo di preesistenti strutture architettoniche o abitative. Appunto, meramente “nova”.

Insisto su questo punto, vincolante per capire la funzione del grande spazio centrale – riservato, definito e preservato nel tempo – all’interno dell’organizzazione politica e sociale di Bologna.

E “nova”, nel senso effettivo sopraindicato, la “piazza” resterà per secoli, non sottraendosi ad ospitare il suo popolo né nei giorni della sventura nera né nei momenti esaltanti di una ventura di guerra o comunque di lotta. Fino a non molti decenni fa, quando – come ho già ricordato – mutazioni epocali hanno sconvolto non solo l’immagine della piazza come zoccolo della città, ma la sua funzione per un rapporto continuato e diretto, anche se magari contrastato, con la gente.

 

S. Petronio e S. Pietro

Consideriamo, per esempio, la diversa utilizzazione culturale, religiosa e quindi sociale delle due chiese piantate, in poche centinaia di metri una dall’altra, nel cuore della città: S. Petronio e S. Pietro. Le dividono 400 metri ma sono distanti chilometri. La prima, che prorompe a cielo aperto e sembra morsicata dal tempo, così smozzicata, è invadente o imponente ma senza opprimere. Lì pronta ad aprire porte e finestre per accogliere gente, è un prolungamento naturale della piazza, un suo imbuto mistico; un cuore disposto ad ascoltare le voci del popolo, a sopportare le pene di chiunque abbia il sentimento di cercarlo. Adagiata dentro alla sua pelliccia di marmo schiarito come un orso che non vuole rintanarsi, S. Petronio pulsa calore perfino sulla drammatica solitudine dei giovani che si rifugiano contro il suo portone.

La seconda, S. Pietro, è così severa che incute rispetto; slitta contro il cielo sottraendosi, pare, ad ogni confronto con le case intorno, con la gente; anzi, dall’alto sembra premere come un incubo che ammonisce più che intenerirsi; come una nube che non intende muoversi semmai portare qualche nerbata di pioggia. Si stabilisce nella sua esclusiva funzione di sentinella di Dio; alto luogo dedicato non tanto alla cura ma alla salvezza dell’anima. Mentre S. Petronio, che appartiene alla città, si stabilisce come sentinella degli uomini, disposta ad allargare le porte e le braccia e a riceverli, dolorando.

In questa esplicita contrapposizione è ancora una volta verificabile, se non sbaglio, la diversa disposizione della società bolognese, in continua alternanza fra terrestre e celeste, fra corpo e anima, fra necessità di vita e divinità sperata, fra riso (risentito e talvolta aspro) e inquietudine profonda, ferita da qualche prolungato affanno della speranza. Convalidando così la costante drammaticità di questa città straordinaria a malconosciuta.

 

La festa della porchetta

Mi pare utile, sempre per chiarire anche visivamente la situazione urbanistica del centro cittadino negli anni antichi ai quali ho fatto riferimento, indicare lo studio utilissimo anche se non recente di uno storico che delinea, con supporti grafici, i successivi adattamenti urbanistici della piazza. Da questi grafici deduciamo lo spazio ancora disponibile intorno e poi, via via, le modalità di assunzione di questo spazio, l’abbattimento delle precedenti costruzioni, l’edificazione delle nuove costruzioni pubbliche o civili; molte delle quali arriveranno fino a noi.

Mi riferisco al Palatium Vetus (Palazzo del Podestà), primo fra tutti, che si proporrà come protagonista unico per circa mezzo secolo in questo spazio ormai configurante il centro della città. Poi il Palatium Novus (Palazzo di Re Enzo), che completerà e organizzerà le sedi del potere effettivo cittadino, in un periodo in cui l’aristocrazia comincia ad essere se non direttamente insidiata, condizionata dall’insorgente potere popolare; quindi in un certo senso limitata. Potere che era coordinato ed espresso dalle varie “società” dei mestieri e delle arti, molte delle quali avevano la sede nelle case o nei palazzi prospicienti la piazza.

È dunque – ripetiamolo – il 1200 il secolo che dal principio alla fine vede delinearsi nella sua consistenza di grande luogo pubblico la piazza; questa piazza. Anche come contenitore dei rapidi scontri o delle violente battaglie delle fazioni cittadine, che bagnavano le pietre di sangue. Su tutte, la guerra che vide impegnati in una successione incredibile di spietatezza i Lambertazzi e i Geremei; insieme alle rispettive parti. Data storica da ricordare, intorno a questo evento, il 2 giugno del 1274; quando i Lambertazzi sconfitti dopo mesi di guerra per i vicoli della città dall’altra potente famiglia, sfilarono in più di 12000 per la piazza prima di uscire oltre le mura abbandonando Bologna, che restò così mezza deserta; minacciando un ritorno prossimo e una prossima vendetta.

Molti storici sostengono che per celebrare e testimoniare l’importanza dell’avvenimento, si cominciò da quel giorno a dar corso alla Festa della porchetta, vera festa popolare di Bologna, allestita sempre in piazza e diventata nei secoli il momento più sconvolgente di spettacoli, di eccezionali azioni teatrali, di giuochi e di conseguenti violenze o entusiasmi.

Altri cultori di memorie patrie, invece, ricollegano l’avvio a un avvenimento altrettanto e forse ancora più importante, cioè alla sconfitta di Enzo re alla Fossalta e al suo successivo trasferimento nella prigione bolognese, nell’anno 1249.

Come che sia, basterà annotare che la festa, ripetuta nei secoli fin quasi all’Ottocento, assunse aspetti via via sempre più grandiosi, che sconvolgevano l’assetto della piazza e che sono documentati con maestria minuta e affascinante nelle tavole a colori delle Insignia degli Anziani custodite all’Archivio di Stato.

 

Giostre e patiboli

A stabilire la centralità della “piazza” per la vita sociale e amministrativa di Bologna, si deve aggiungere che in questo luogo si erigevano i palchi per le esecuzioni capitali o per bruciare le donne condannate come streghe dai cupi pregiudizi dei tribunali. Oppure che, all’opposto, vi si disputavano le giostre o i tornei dei cavalieri, a partire dal 1147 e sino agli ultimi anni del Settecento. In queste occasioni si costruivano in piazza palchi contrapposti; collocati davanti a S. Petronio, anzi sulla scalinata della chiesa, e riservati alle donne; sotto il Palazzo del Podestà, e riservati agli uomini.

All’inizio, questi scontri erano così spietati da procurare ferite gravi o da lasciare per terra i morti; avanzando nei secoli, soprattutto dal Rinascimento, l’apparato guerresco adeguandosi alla cultura, ai costumi, ai sentimenti del tempo si ammorbidì; trasformando la ritualità violenta dell’azione in una sorta di cerimoniale amoroso, in cui la donna era diventata il personaggio centrale; e la protezione della donna, l’omaggio a una donna era l’obiettivo del cavaliere, la ragione del suo giostrare in piazza.

Tuttavia, essendo sempre presente un clima di accesa competizione all’interno di queste azioni bellico-rituali-scenografiche, la violenza di fondo un tempo in atto sul campo veniva riacciuffata dal popolo, che la gestiva come una occasione straordinaria per zuffe private, risse, tafferugli, grida, inseguimenti dentro e fuori la piazza. In ogni modo l’evolversi dei tempi, con segnali che inevitabilmente vengono recepiti anche dalla “piazza”, consente di trasferire la truce violenza – una volta esplicita nei giochi popolari o nei giochi abbastanza perversi proposti o quasi imposti dai nobili al popolo – in atteggiamenti e in azioni meno truculenti o in forme meno assatanate di spettacolo. Così vediamo che si dà sempre più spazio – non solo nella normalità ma anche nelle occasioni di avvenimenti o celebrazioni molto importanti – ai giochi di destrezza o di fantasia o all’acrobazia; in modo che nuovi protagonisti si intrufolano nella piazza a riempirla di rinnovata vitalità.

Non era raro, d’altra parte, che giostre o tornei fossero organizzati di proposito durante la visita o il passaggio in città di personaggi molto illustri o regali; allora, se erano donne, venivano indicate o scelte come regine di quel torneo. Come accadde nel 1655 a Cristina di Svezia, quando sostò a Bologna in un suo viaggio verso Roma. Altre volte, invece, per i potenti della terra venivano messi in opera marchingegni che per pochi giorni oppure per qualche mese riuscivano a sconvolgere il volto stesso della piazza. Un’occasione ancora memorabile fu, fra il 1530 e il 1531, la permanenza di Carlo d’Asburgo, venuto qua per essere cinto dal papa con la corona imperiale e per un convegno politico che durò parecchie settimane. I bolognesi allestirono un ponte di legno che da Palazzo d’Accursio arrivava sul sagrato di S. Petronio, al fine di consentire all’imperatore, al papa e a tutti i dignitari di muoversi senza alcuna molestia da parte del “populazzo”.

A stabilire magari alcune convergenti ma non certo strabilianti identità o somiglianze storiche, si può anche annotare che per l’occasione a Bologna si impegnarono in un grosso sforzo di pulizia cittadina, di riordino o riadattamento viario, di sistemazione dell’acciottolato, delle facciate delle case; un tentativo di ricontrollo e abbellimento per rendere gradevole non solo il volto esterno della città ma per migliorare i suoi servizi essenziali. Così come capita in questo anno 1990 per il campionato mondiale di calcio, in tante città italiane. Anche allora, inoltre, furono poi coinvolti molti grandi artisti per inventare continue sorprese spettacolari in quei mesi di sfarzo, di movimento, di feste, di convegni.

 

Bandi sul degrado

Era vero infatti che, fuori dal palcoscenico delle parate ufficiali, la situazione dell’igiene pubblica e lo stato di degrado in generale delle costruzioni private erano ormai non più sopportabili, tanto da costringere a interventi diretti delle autorità. Potrei ricordare, fra i tanti possibili, il bando in data 5 maggio 1588 del vicelegato di Bologna, che esemplifica anche situazioni precedenti, con l’ordine “che non si debba orinare, ne fare altre sporcizie, ne indecentie presso le mura, ne sopra le Scale della Chiesa di S. Petronio”. E ancora: “Volendo […] provedere al dishonesto abuso, qual con poco honore e rispetto del Signore Iddio da alcuni mal creati, e dishonesti huomini è posto in costume, in Orinare, e anco scaricare il ventre dinanti la facciata della Chiesa di S. Petronio verso la Piazza […]. Vietando similmente, che non si possi giocar suso li murelli di detta Chiesa, così dinanti detta facciata, come dalli lati, ne meno attacarli Agnelli, Capretti, o altri animali per scorticarli […]”.

Altri bandi, sempre di questo secolo, sono affissi contro l’uso ormai continuativo di “lavar herbaggi, bugate et altre immonditie alla Fonte di piazza”. La “piazza”, dunque, confermatasi nel bene e nel male il vero “umbilicum urbis”, il cuore della città; sanguigno palpitante sporco vitale. Perché è vero che, trapassate le occasioni ufficiali, le grandi feste o le giornate di gloria – quando gli apparati o gli orpelli confondono e mescolano la miseria popolare allo splendore e all’albagia dei nobili – piazza Maggiore torna a riaffermare la specificità della propria realtà quotidiana: quella di bazar, di mercato levantino, di luogo di piccoli affari, di sbocchi truffaldini, di grida, di voci, di popolo in continuo movimento; e di mariuoli. Si alzano e si aprono ogni giorno botteghe e botteghini, tavole, trabacche (piccoli padiglioni aperti, riparati da una semplice tenda) e bagaglie (cianfrusaglie radunate); che utilizzano quasi per intero lo spazio disponibile e coprono, meglio: nascondono la piazza agli occhi di chi volesse osservarla e un poco anche goderla intellettualmente.

Perciò alla fine del Cinquecento vengono emanati bandi non più soltanto intimidatori ma rigorosi e precisi per cercare di dare un ordine all’intreccio quasi indistricabile di questa vita commerciale. Per esempio, con il bando in data 15 settembre 1594: mercato solo il sabato; ciascun venditore collocato dentro a uno spazio indicato, corrispondente al genere della merce: i pignatari a fianco di S. Petronio (e anche oggi, lì, troviamo via de’ Pignattari); i merciai lungo l’odierna via Ugo Bassi; i rigattieri in fondo alla piazza del Nettuno; i venditori di vasellame in piazza Galvani (allora delle Scuole); chi vendeva mobili, contro il Palazzo del Podestà, di fronte alla via Orefici. Le ortolane, numerose, alla mattina potevano sostare in piazza del Nettuno, alla sera anche di fronte al Palazzo Pubblico. Ha scritto Giancarlo Roversi: “Il mercato in piazza, con le sue mille suggestioni folcloriche e pittoriche e la sua immensa carica di umanità, ha connotato il cuore della città anche durante i primi settant’anni dell’Ottocento col suo contrappunto di colori, di odori, di suoni e di sussulti vitali”.

 

Fine del mercato in piazza

La chiusura di questo secolare centro cittadino di vendita al minuto e di incontro popolare avvenne nel 1877, quando la Giunta comunale ordinò il trasferimento del mercato (uno sconcio che deturpa il centro della città, dandogli un’impronta provinciale) in piazza VIII Agosto, consentendo ai venditori di alimentari il passaggio in piazza S. Francesco.

Leggiamo una pagina di Alfredo Testoni che si può trascrivere per elencare le reazioni della città in occasione di quel trasloco molto contestato: “Allorché il municipio decretò che dalla nostra piazza Maggiore se ne andassero i venditori di commestibili, gli erbivendoli e i merciai che sotto botteghe ambulanti fatte di stuoie gridavano a squarciagola la loro merce, le proteste salirono tanto in alto che per poco non successe la rivoluzione […]. Pareva un controsenso, una profanazione; tanto era inveterata quella usanza, che da noi “l’andare in piazza” anche adesso significa semplicemente “andare a spendere al mercato”.

Così dunque appariva, prima che si disperdesse, piazza Maggiore; piena di gente, di traffici, di voci dell’autentico popolo bolognese e anche di suoni. E per i suoni non possiamo dimenticare, sia pure in questa contratta enumerazione di dati importanti, la storia parallela della musica nella piazza di Bologna.

 

La musica in piazza

Fin dal 1200 ogni bando dalla ringhiera del Palazzo della Signoria veniva preannunciato da squilli di tromba dei banditori. Ma è alla metà del Quattrocento che si comincia ad accompagnare le uscite pubbliche dei magistrati con la musica, avendo il Comune costituito appositamente un gruppo; che circa un secolo dopo raggiungerà un organico di 19 elementi. Questi, quasi ogni sera e fuori dagli impegni di cerimonie ufficiali, proporranno veri concerti riservati alla cittadinanza, dalla ringhiera del Palazzo e con il pubblico in piazza; sempre più graditi per l’alta qualità d’esecuzione. E per esemplificare l’interrelazione intervenuta in seguito, sul terreno mobile e vitale della piazza, tra vita popolare, vita spettacolare, vita di traffici, vita politica e vita musicale, è forse sufficiente richiamarsi al dramma in musica – allestito per la Festa della Porchetta e andato in scena il 24 agosto 1627 – di Camillo Cortellini “decano dei musici della Signoria, sonatore di trombone in quest’ultimo complesso e in quello di S. Petronio”. Una tavola delle Insignia illustra lo spettacolo rendendolo vivo.

Con il fascino del colore e del disegno si vede che avevano alzato anche uno “schermo gigante” con un bel panorama di verde e di cose, sopra una marea di gente. Ma può interessare la cronaca finale di questa festa; una delle tante, nei secoli, che in ogni caso hanno stabilito la specificità dello spirito e della cultura popolare bolognese; portata a una teatralità realistica, sanguigna, infervorata, quasi da toccarsi con mano e poco rassegnata a lasciarsi indottrinare dallo sperimentalismo astratto, sofisticato, esangue e a concedersi alla rarefazione dei sentimenti: “L’essito di questa festa non lo registro sovra il presente foglio, perché il giudizio di quello va lasciato all’universale. So che la plebe più bassa sodisfatta, si per le prede fatte con gran sollazzo de’ riguardanti, degli animali in larghissima copia dispensati, tanto di terra e d’aria, quanto d’acqua; si per l’abondantissima quantità de’ vini, che pioveva da molte bande della montagna, ha per molti giorni continuato un mormorio d’affettuosi applausi. So bene che provocando questo negozio moltitudine di forestieri notabile, e reputazione ed utile considerabile ha recato alla nostra città. So che la nostra piazza e palazzi che la circondano non si sono mai fatti più bel teatro di quello che si fecero quel giorno, si per quantità, come anco per la qualità di persone”.

 

Conclusione

Gli applausi affettuosi, che stabiliscono il vero sentimento del consenso cittadino, sempre nei secoli; come ritrovarsi a una partecipazione diretta e comprensiva delle scelte di fondo della comunità. Poi la reputazione e l’utile, ricercato e constatato come compenso o conseguenza delle operazioni proposte, delle scelte realizzate.

Sembra, nella chiarezza di questa indicazione, che nulla sia cambiato – o cambiato di poco – come connotazioni di fondo degli umori cittadini. Una volta, si può ancora ripeterlo, protagonisti reali della vita di questa piazza major, piazza Maggiore, che vede ergersi in una severità che non è senza una carica di serenità controllata la chiesa, focolare di fede e di civismo, proprietà del Comune, cioè del popolo di Bologna.

Ed è accaduto con emozione, proprio mentre sottoscrivevo le ultime righe, che nel cielo non ancora troppo estivo esplodesse all’improvviso il suono delle campane. Una carica inesauribile di suoni che si rovesciava per navigare l’aria, mare misterioso e senza troppi confini. Segnalavano che in quel momento si avviavano le celebrazioni per i seicento anni della chiesa che dureranno in vario modo fino all’autunno. Insieme, per questa scadenza secolare, si trovavano il cardinale e il sindaco della città. Non ospite ma antico padrone di casa. Appunto. Per concludere, vorrei prendere le oneste parole da un opuscolo del 1609, compilato da Camillo de’ Conti di Panico, che celebrava in versi “Le bellezze della Piazza di Bologna”: “Onde s’ho fatto errore, chiedo perdono. / E mi dedico, e dono / Perpetuo Servitore, / A’ chi vive signore / Di quest’Alma CITTÀ famosa tanto, / Che ’1 Mondo poche n’ha di simil vanto”.

 

 

Bibliografia

 

Carducci G., Nella piazza di San Petronio (Dalle Odi Barbare, Libro I). In Poesie di Giosue Carducci 1850-1900, Bologna 1924.

Falletti P.C., Qual è e come fu la parte più antica del palazzo del Podestà, “L’Archiginnasio”, a. I, 1906.

Goethe J.W., Viaggio in Italia, tradotto e illustrato da E. Zaniboni, Firenze 1925.

I Fioretti di San Francesco, a cura di A. Sodini, Milano 1926, cap. V, pp. 247 e sgg.

La piazza Maggiore di Bologna. Storia, arte, costumi, a cura di G. Roversi, Bologna 1984.

Raimondi E., Letteratura e paesaggio, “L’Ippogrifo”, a. I, n. 1, 1988.

Secchiaroli G., “Andiamo in centro?”. “E lo psicologo: Ma cos’è il centro?”, “Bologna incontri”, a. X, n. 9, settembre 1979.

Sorbelli A., Bologna negli scrittori stranieri, Edizione anastatica integrale a cura di G. Roversi, Bologna 1973.

Vianelli A., Le piazze di Bologna, Roma 1984.

 

 

 

Walter Tega (a cura di), Storia illustrata di Bologna. Bologna contemporanea: gli anni della democrazia, 22/V, AIEP Editore, 1990.

 

 

 

 

Basterebbe dire, credo, che questi versi sono, in concreto, una necessità (la necessità non rimandabile, irrinunciabile, di comunicazione); senza i quali l’autore, in quel preciso momento così contratto, sarebbe stato perduto per sempre.

Dunque, una drammatica terribile necessità.

Ma c’è anche un rigore, direi una coerenza (magari residua o resistente nonostante tutto) che rende questa comunicazione non una richiesta d’aiuto ma il diario di uno scavo ossessionante, prolungato in profondità, per ritrovarsi; o, ancora più esatto, per non perdersi. Per non perdersi del tutto.

Quindi vorrei mettere subito una prima pietra, a mio giudizio, per stabilire un possibile confine a queste pagine; definendole o l’esplosione di situazioni psichiche o il diario di una grave situazione d’emergenza.

È probabile che entrambe le indicazioni possano coesistere o, addirittura, interferire. Ma io ricordo bene, e con qualche sgomento, Nuvoli di quei giorni. Qua dentro, di sicuro, c’è una parte della sua pelle, rosicchiata dal fuoco. Che abbia con grande fatica e affanno saputo e potuto uscire fuori e in qualche modo non dico tanto salvarsi ma preservarsi, rappresenta un risultato – anche se da confermare via via con insistenza nella lotta – che aiuta. Aiuta anche noi a vivere giorno per giorno.

Ma per entrare più nel merito dello specifico testuale, come si possono leggere, come si dovrebbero intendere questi versi? Rispondo intanto io, come uno dei lettori: non solo, ma avendo potuto o dovuto seguire questa improvvisa esplosione determinatasi poi come un continuo affluire di pagine che si inseguivano. Intanto: qua di seguito, le violente talvolta terrificanti esitazioni del pensiero sono anche – in corrispondenza – le esitazioni altrettanto violente e talvolta altrettanto terrificanti della scrittura? Oppure (e forse meglio) le esitazioni della scrittura corrispondono alle esitazioni del pensiero (la memoria che si interrogava e si inseguiva)? Sono legami corrispondenti? È forse abbastanza evidente, a chi legge, che da pagina uno alla fine qua dentro si procede per sussulti stridenti, o feroci.

È costante l’improvvisazione, che sembra sempre determinata da uno spasmo della coscienza in continuo assillante martellamento.

Un parziale riverbero di una vicenda si collega ad un altro riverbero fino a realizzare la stesura tramata e completa (quasi completa) di un momento veramente insostenibile: di fronte al quale il grido contratto e breve (e che si sprofonda quasi in se stesso: dentro alla sua stessa voce) è la sola, unica possibilità di sopravvivenza. O di superamento.

A me sembra che qua dentro ci sia, in forma contratta ma irripetibile, scarnificata, l’odissea di una esistenza che sembrava doversi consumare in quel preciso momento (e che la parola scritta ha, in questo modo – in qualche modo – salvata). Non è un diario privato, ripeto; nulla che sia poeticamente istituzionale; ma la pura e cruda verità di uno “stato”; di una esistenza vitale che era sul punto di dover rinunciare a se stessa. Di privarsi di ogni voce.

È invece questo recuperato coraggio di dire tutto, insieme al coraggio di non chiedere niente, che rende questo libretto un reperto esemplare. Sembra scavato dal fondo di un mare; o dalla sterminata opprimente superficie di una laguna.

Per questo non mi pare che si possa giudicarlo neanche alla lontana con i criteri critici tradizionali, per cercare magari di collocarlo in qualche pertugio del nostro sistema, della nostra galassia poetica. Queste cinquanta pagine stanno subito per conto loro, come un carbone che non si spegne.

A riscontrarle con gli occhi non si può sfuggire all’attrazione di chi si sente, o magari solo percepisce, che lì dentro c’è l’ombra vera di qualcosa che appartiene anche a noi. Che è sfuggito anche a noi. L’ombra, di un volo spietato.

Non il segno di un naufragio; ma della fine del mondo.

Tale fine però non si è compiuta – o completata. Le pagine danno anche questa stimolante conclusione, nonostante tutto. Qualcosa resta che rende umana anche la speranza, sottraendola infine ad ogni buio. Da identificare. Per opporgli in qualche modo, e come si sa, e come è possibile, un po’ della nostra luce.

 

 

 

Giovedì, 17 Aprile 2014 17:38

Mai più! Mai più! Mai più!

I treni partivano

i treni arrivavano

“al mare” dicevano i treni

“alla montagna” dicevano i treni.

I treni ridevano

cantavano

erano felici i treni.

(Mai più! Mai più! Mai più!)

 

Il cielo era con nuvole azzurre

all’improvviso

il cielo è diventato nero

il cielo è diventato fuoco

il treno non è più partito

il treno non è più arrivato

il treno si è fermato (è in ginocchio per terra).

(Mai più! Mai più! Mai più!)

 

A un tratto il cielo

il cielo è diventato di fuoco

i bambini piangevano

le mamme gridavano

stesi per terra in silenzio

uomini donne bambine

mentre il sangue cadeva dal cielo.

(Mai più! Mai più! Mai più!)

 

Le nubi non erano più bianche

erano rosse di sangue

erano nere di fumo.

Poi il tempo è passato

i morti sono ancora con noi

con noi in partenza col treno

al mare in montagna.

(Mai più! Mai più! Mai più!)

 

Ascolto

ascolto

ascolto

Quello che vola lassù:

ci porta in vacanza

al mare o in montagna

fra le nuvole bianche

(Mai più! Mai più! Mai più!)

 

Ascoltate guardate

guardate la grande nave

passare

le onde

le onde calde del mare

nuotare

andiamo al mare.

(Mai più! Mai più! Mai più!)

 

Ascoltate

ascoltate

guardate

il treno

che arriva a Bologna

noi nella stazione aspettare

allegri per correre al mare.

(Mai più! Mai più! Mai più!)

 

 

 

la Repubblica, 2 agosto 2011.

 

 

 

 

Giovedì, 10 Aprile 2014 10:36

L’arte della guerra

La guerra dice che la guerra è guerra.

La guerra dice che la pace è fiacca

addormenta l’uomo cacciatore.

La guerra dice che la guerra è amore

della guerra dice nella storia

non c’è gloria per uomini e nazioni

se non in guerra.

La terra non è fiori non primavera non è canzoni

la guerra è l’urlo dei nemici o un fuoco di bombarde.

Le bombarde fanno cadere tutte le foglie dal cielo

le bombarde mietono il grano della vita fra gli uomini.

Così la guerra è guerra e nella terra sta.

Uomini del Peloponneso e alleati!

Gli Ateniesi quando ci vedranno portare nel loro paese

devastazione distruzione

ci affronteranno in campo

il re e gli abitanti sono fuggiti sui monti

Menone fa pagare caro l’eccidio dei suoi uomini

la città e la reggia sono messe a sacco

mentre Giugurta amante della guerra

invade i territori d’Aderbale

fa prigionieri

s’impadronisce di armenti

dà edifici alle fiamme

con la cavalleria trascorre devastando

e Germanico incita a continuare nella carneficina

non fare prigionieri solo distruzione

di tutto il popolo

verso il tramonto ritira dalla battaglia una legione

mentre le altre si saziano di sangue nemico fino alla notte.

Cesare avanza bruciando edifici e villaggi

si impadronisce di bestiame e di uomini

ma la crudeltà di Ezzelino assomiglia al diavolo

non ci pensa ad ammazzare uomini donne bambini

un giorno fa bruciare vivi undicimila padovani

in campo San Giorgio nella città di Verona

ha dato fuoco alla dimora in cui erano chiusi

stridono da ogni parte

lui con i suoi cavalieri corre allegro in un torneo

intorno a loro

ma i Franchi salgono su con le scale

i Musulmani si perdono d’animo e corrono nelle case

per tre giorni i Franchi li passano a fil di spada

uccidono più di centomila persone

poi si impadroniscono di Gerusalemme

la popolazione è passata a fil di spada.

Anni e anni il rumore delle bombe a gas

si mescola al frastuono dei proiettili esplosivi

una campana suona in mezzo alle esplosioni

colpi di gong annunciano dappertutto i gas i gas i gas

e Sc-p! una granata passa su di noi

e Sc-p! un’altra cade più lontano

avanti, ordina Fabian, avanti per la trincea

ma com’è triste un panorama di vittoria!

la nebbia nasconde ancora gli angoli sotto il suo sudario

e non riconosco più niente

su questa grande carta di terra sconvolta

tutto si confonde e la stessa pianura consumata annientata

senza un albero senza un tetto senza nulla di vivente e

punteggiata di macchie minuscole: dei morti, dei morti.

Vi sono ventimila cadaveri nemici

ha esclamato il colonnello fiero di noi.

E a mano a mano che i fanti avanzano

attraverso quel terreno sconvolto da fossi crateri granate

i mitraglieri tedeschi li falciano

riducendo interi plotoni a pugni di uomini

il bombardamento di Coventry Il bombardamento di Dresda

l’assedio di Stalingrado la presa di Varsavia

la linea gotica nell’Italia devastata

la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi

ma se i generali sono somari

anche i politici sono somari

se i generali mandano con la voce gli uomini al macello

anche i politici mandano le città mandano i paesi

al macello delle bombe.

 

 

 

Temporali, n. 7, maggio 1991.

 

 

 

Lunedì, 07 Aprile 2014 12:32

Il diario delle formiche: è guerra (III)

Ultima parte (finale) della mia trascrizione dell’assillante e ansimante trasmissione RAI-TV, con riferimento alla prima guerra del Golfo: decennio 1990. Quasi calco iniziale anche dell’attuale macello. Il solo respiro buono, per il momento, è che la situazione non sia precipitata ancora di più nel baratro dell’infamia, come si temeva. Ripeto che il testo tende a riconsegnare al lettore, sulla carta, l’ingarbugliata confusione reale della comunicazione.

 

Ultimatum

Ultimatum

Ultimatum

in una sola notte ad Al Batin

ho ascoltato la sinfonia ossessionante dei motori

sentire per ore e ore il

fischio acuto degli F-16

il ruggito degli F-15

il sussurro lieve e sinistro degli A-10

e quei poveri contadini pastori operai

messi in uniforme da saddam

per andare al massacro

quell’unità si è disintegrata

dicono gli ufficiali del comando

c’è un limite dunque anche alla

fedeltà, alla devozione

sei armate all’attacco del kuwait

difficile l’assistenza ai militari catturati

la convenzione di ginevra prevede che i

soldati catturati

in combattimento

non devono essere fotografati o filmati

il generale di sua maestà britannica christopher

hammerbeck guida le forze

il principe saudita khaied bin sultan

è il massimo esponente

il generale della u. s. army frederick

franks laureato a west point è l’uomo che guida

il comandante dei marines americani generale

walter boomer guida la fanteria

chiave del successo dell’offensiva alleata la massima (v)

taglieremo le linee

li distruggeremo

secondo la rete televisiva americana cBS furiosi

combattimenti

dovranno affrontare enormi problemi

di logistica

servizio renault. sorriso no stop

matrimonio in vista per arnett

stiamo facendo a pezzi gli usa

una confusione selvaggia regna

stanotte

nel deserto fra il delta e il confine

la sacca di bassora dove gli alleati

hanno intrappolato

qualcuno morirà ancora nel deserto

magari già pensando a casa

i camions dei marines

portano fino a qui carichi di body-bags

ci piantano sopra un’asticella di legno

ficcandola nella sabbia umida

verrà mai qualcuno a cercare queste tombe nel mare

del nulla?

VERRÀ MAI QUALCUNO A CERCARE QUESTE TOMBE NEL MARE DEL NULLA?

questi tumuli abbandonati al deserto e alle tempe-

ste di sabbia

siamo sotto attacco

state calmi e sereni

elicotteri aerei dappertutto

stai calmo mettiti al riparo

hanno sganciato moriremo dio onnipotente stiamo per

morire

sei al coperto? sei al coperto? rispondi

dall’altra parte non risponderà più nessuno

è l’ora di Stephen King. Quattro dopo mezzanotte

miglior libro del re degli horror – best seller Sperling e

Küpfer

il sollievo di Israele forse è finita

la sorte che attende il rais

agip g.p.l. auto rete agip lire 860 al litro prezzi

massimi al distributore

i piloti alleati

vedevano nei loro visori a infrarossi

anche il corpo tiepido di un uomo

contro il freddo del deserto

alfa 33 finanziamo un desiderio

10 milioni di finanziamento senza interessi in 18 mesi

e avevano l’autorizzazione a scaricare

il piacere di guidare una 33 da oggi è anche finanziato

i cannoncini di bordo su qualunque cosa

mettetevi oggi alla guida di una 33 i concessionari

vi aspettano

si movesse anche la notte

i marines raccontano che i bunker scavati nella

sabbia dai soldati

per ripararsi da quarantuno giorni

e centomila missioni aeree continue

vende sì! sì Planini vende! Planini vende il vostro ap-

partamento in contanti e al miglior prezzo

di mercato

sono buche d’inferno

tunnel infetti di

vivere e investire dove non ci sarà mai la guerra

feci, vomito, urina, pidocchi scorpioni

dove la carne da cannone di saddam viveva

giorno e notte

khobz khobz nom nom

batterie di cannoni e di katjuscia

lanciarazzi multipli

carri T-72

rovesciati anneriti

gesù e maria torniamo a casa tutti interi

grida un marine americano sulla

strada di kuwait city e

mi abbraccia

profuma di dopobarba

profuma di pace

mitterand vuole andare avanti

oggi comincia il festival di Sanremo

londra no al cessate il fuoco

per la birra non serve la sete

bush guerra fino alla resa

il psi al vaticano giusto l’attacco

le piante mangiaveleni

latte bianco ma non candido

palermo michele greco ha lasciato l’ucciardone

il “papa” è uscito ridendo

quando lo “stato” è avvolto di mistero

la qualità è sempre la scelta upim per te

national geographic in regalo la carta geografica del

medio oriente

ticket restaurant il valore del servizio

il ministro della sanità ordina

basta con i congressi-vacanze

in edicola più bravi i tedeschi

la marcia continua esasperatamente lenta

bisogna andare cauti il terreno

è difficile e ci sono

troppe cannonate nell’aria

uno sta sul campo di battaglia e

pensa alla vita e alla morte

il deserto pare un’unica e disperata pozzanghera

piove acqua e petrolio dal cielo nero

nuvole sospinte dal vento

i cieli della turchia della grecia orientale

verso il mediterraneo verso le spiagge italiane

e

cessate il fuoco

CESSATE IL FUOCO

QUI SI MUORE SI MUORE SI MUO

 

 

 

ilfilorosso, anno XXIV, n. 47, luglio-dicembre 2009.