Super User
Una nuova città di Troia
Una nuova città di Troia
ha alzato le mura
contro gli stranieri
scesi dal mare
il mare è la città Troia è il mare
le mura della città e del mare prossime alla rovina
l’incendio della pianura da nessuno è atteso.
Esaminando le carte tutte le carte della questione
foglio dopo foglio
scrittura dopo scrittura
il tavolo di legno
le mura della città di Troia il mare la pianura di pietra
la scrittura non correva sui muri sopra le pietre
se non accompagnata dal colore del sangue.
Le carte esaminate scompigliate dal libeccio.
Il terrore delle conseguenze ancora più terribile della
distruzione della città
del suo lutto senza testimoni.
I topi correvano lungo le travi
nel giardino nessuno dei bambini abbraccia la madre.
«Hai proprio un bel vestito» dice l’angelo trapassando in volo
ma quando siamo ritornati a casa
non abbiamo trovato più niente. Vuote le stanze
(mura distrutte, carbone acceso un fiume
di lacrime bianche e i prati urlavano
assistevano allo spettacolo).
È determinante
non preoccuparsi troppo.
(da Il secondo movimento, incompiuto)
Trame, anno III, n. 6, maggio 1991.
Un poeta racconta Bologna
Una nuova proposta di itinerario didattico. Con Roberto Roversi alla scoperta di una città oltre le immagini convenzionali, minacciata dal tempo e ricco di contraddizioni.
Conoscere una città è un po’ come conoscere la gente. È comprensione che si modifica, si rivede, cresce o si impoverisce, secondo cosa rivela l’esperienza. Alle immagini che prendono forma distinta dei monumenti caratteristici si aggiungono talvolta quelle incerte delle nostre sensazioni. Sensazioni di una città “intima”, come di un segreto di una persona, sensazioni che poeti e artisti hanno tradotto in un immenso vitale repertorio di immagini, sentimenti, concetti. Dalla passione estrema e astiosa di Dante per Firenze alla struggente malinconia dell’esistere nelle descrizioni recanatesi di Leopardi; dalle immagini mitiche di Foscolo per Zacinto a quelle familiari e profonde della Trieste di Saba, a quelle intrise di esistenziale inquietudine delle milanesi Case della Vetra di Giovanni Raboni. E poi le città dei cantautori: la Genova dei provinciali, “con quella faccia un po’ cosi”, nelle parole di Paolo Conte, e “porto di guerra senza nessun soldato”, in quelle di Ivano Fossati.
Proponiamo di visitare una città alla ricerca dei suoi sensi profondi, oltre le immagini convenzionali. Suggeriamo allo scopo di “provvedersi” di un “opportuno” accompagnatore, artista o uomo di cultura particolarmente legato alla storia di una città, e di interrogarlo in itinere. O, se ciò non fosse possibile, di interrogare quanto egli ha offerto per la comprensione della sua città. Per esemplificare la nostra proposta abbiamo scelto Bologna e la privilegiata compagnia di Roberto Roversi, poeta e bolognese, sempre e da sempre.
Incontro Roversi nella sua libreria antiquaria “Palmaverde”, fatalmente sita in via Dei poeti, nella parte più antica e suggestiva di Bologna, decisamente il “suo” ambiente. Tra le pile irregolari e variopinte dei libri, lo scrittore si muove con regolarità quasi geometrica, con quella asciuttezza fisica che si abbina alla sobrietà del suo parlare, senza scatti e senza ripensamenti. Tradisce quella signorilità che lo ha visto protagonista senza spettacolo della cultura moderna, una autorevolezza che si accorda, straordinariamente, ad una voglia di ascoltare. Azzardo perciò subito la richiesta più ovvia e più difficile: un’idea di Bologna, attraverso quei luoghi comuni che la vogliono opulenta, grassa, dotta, generosa.
“Direi che Bologna è una città profondamente drammatica, molto diversa appunto da quella che è la sua immagine pubblica. Ricca, godereccia e sapiente viene detta. È sicuramente ricca, ma in una maniera irregolare e un po’ smodata, anche. Godereccia, in modo abbastanza perfido, e non più nel modo aperto, un po’ sbracato, ma sostanzialmente corretto che poteva avere al tempo della sua cultura contadina, quando la città era collegata direttamente con la sua campagna e della campagna assumeva e succhiava proprio gli umori fertili della cultura. Sapiente e dotta, penso ancora di sì, anche se la sua Università non ha più il grande prestigio che ha avuto nel passato, quando Bologna era un punto di riferimento altissimo, uno dei pochi alti riferimenti culturali in Europa. Soprattutto drammatica è Bologna, a mio parere, per le sue vistose, ripetute, inesauribili contraddizioni. È una città che si dibatte in modo forsennato nella sua storicità, nel suo rapporto col luogo. Una città che non vuole abbattere più nulla, ma deve fare ugualmente i conti col presente. Io sostengo che sono contraddizioni che prima o dopo esploderanno, in quanto non si potranno assolutamente contemperare le due anime, e una di queste dovrà vincere. Allora bisognerà scegliere tra la città museo e la città del duemila. La città museo dovrà scartare tanti benefici e tante necessità per ridursi ad essere tutelatrice dei propri monumenti. La città del duemila dovrà ridurre rispettosamente il proprio fardello di monumenti, aprendo degli spazi alle urgenze moderne”.
Ricordo a Roversi alcune sue poesie, dove si concentra il dramma di una città, in immagini che connotano un senso di minaccia, come “Torri divorate”, come “Ombre (…) divorano torri”. Il poeta smorza subito un sorriso un po’ amaro, quasi si schernisce, ma poi accetta di parlarne brevemente.
“Sicuramente queste sono immagini di una città minacciata. Torri ‘divorate’ anzitutto dalla storia, divorate dalla fame di spazio, dalla fame di novità, dalla speculazione. Solamente nel centro di Bologna attorno alle due torri ce ne erano altre quattro, che furono abbattute alla fine dell’Ottocento. Città tutta divorata da tutto questo: il tempo, la non cultura, la non partecipazione dei cittadini che è pericolosissima quanto l’arroganza dei potenti”.
Sposto un po’ l’argomento, esprimo la mia impressione che pure entro i conflitti della città esista ancora un suo carattere forte, distintivo, un volto particolare che le proviene dalla sua particolare vicenda. Roversi intende subito la complessità dell’argomento, ma ha solo bisogno di una piccola pausa. Poi si addentra con semplicità nei meandri del passato/presente.
“La città è stata nei secoli scorsi seconda città dello stato della Chiesa. Era piena di ordini religiosi, di conventi, di chiese naturalmente. Questi ordini religiosi, questi conventi erano proprietari di numerosissimi palazzi, e dunque la città storica era condizionata da questo rapporto vincolante, perciò era sostanzialmente una città un po’ bigotta, un po’ conservatrice, con una economia di sfruttamento da parte delle famiglie nobili, ed anche di sfruttamento meno violento, ma comunque anche determinante, da parte dei ceti medio borghesi della campagna intorno. Questa sorta di cautela, di conservatorismo finanziano, mi sembra che persistano tuttora nell’economia e nel capitalismo di questi anni, che non mi sembra sia un capitalismo aggressivo, capitalismo di rischio, capitalismo che tenta, ma capitalismo di riflusso, che si muove dopo avere un po’ sperimentato le esperienze fatte da altri. Ecco, una sorta di capitalismo molto ‘cauteloso’. E mi sembra questa la condizione determinante della città anche in questo momento, una sorta di cautela culturale prima di operare magari generosamente nelle operazioni di sviluppo sia economico che culturale. Bologna è condizionata da una situazione geografica molto importante, perché è immersa in un luogo di passaggio obbligato. Nei secoli passati l’Europa colta che per qualche ragione, di ricerca, di viaggio, di studio di interesse, o ragione economica, tendeva ad arrivare a Roma, o tendeva ad arrivare a Napoli, altro riferimento altissimo della cultura, doveva passare inevitabilmente per Bologna. Quindi Bologna era molto informata culturalmente delle novità europee, anche prima, per esemplo, di Milano ed anche prima di Roma. Era perciò un contenitore di grosse novità, che però restavano quasi sempre depositate a livello dell’informazione, in attesa che altrove, a Roma o a Napoli o in Europa, queste novità venissero sperimentate ed approvate. Dopodiché la città se ne riappropriava e le elaborava e le applicava utilmente.
Cultura, sostanzialmente, di ‘ironica cautela’, io direi, perché anche l’ironia è una componente abbastanza profonda del carattere reale della città. Tra i personaggi storici il cardinale Lambertini, diventato papa col nome di Benedetto XIV, ha interpretato in modo molto profondo il carattere dei Bolognesi: la ‘bonomia’, come viene detto, quella tensione amabile ed interessata ed attenta verso gli altri, compensata dall’ironia. Questa “correzione”, attraverso l’ironia, dei sentimenti, che sono sempre determinanti, è una costante, una caratteristica del carattere bolognese”.
Parliamo col poeta di come questa generosità operosa e travagliata della città sia espressa nei suoi versi. Bologna vi appareuna città di continui eventi: “La città (…)freme fermenta si dispera sprona si adopera(…) / Inseguita e umiliata / affila armi prima della vita nova (…)”.
“Bologna appare certamente nella mia poesia una città di eventi, una città dove accadono parecchie cose perché essa è appunto una città di passaggio, una città che accoglie molto, che smista molto, e sicuramente accadono cose, accadono molte cose. La città ha un occhio molto inquieto, ma percepisce le esigenze dell’uomo. Una città con cui si deve anche ‘combattere’, ma che aiuta a combattere, che partecipa nel combattere, che non dimentica che essa è un luogo per l’uomo, e non per i traffici, un luogo in cui l’uomo deve incontrarsi, in cui il proprio vivere si esprime e acquista senso, e non un luogo in cui si deve lottare per prevalere sugli altri”.
Chiedo a questo punto al poeta di proporci i “suoi” luoghi bolognesi.La sua risposta, è semplice: piazza Maggioreanzitutto, e i cinque“raggi” che dalle “duetorri” si dirigono verso le porte medievali: le vie Zamboni, san Vitale, Maggiore, santo Stefano, Castiglione; le chiese di San Domenico e di San Francesco, con le loro “tombe dei glossatori”; la “goldoniana” via Saragozza, con la sua porta; la Certosa.
“I monumenti di Bologna non sono numerosi, e non sono aggressivi nella loro singolarità. Secondo me, più che nei singoli monumenti, la città va vista nella sua interezza girandola, e soprattutto girandola un po’ prima dell’estate, quando la luce del sole è molto forte, senza che sia opprimente, quando il sole e l’aria fanno uscire dalla pietra proprio il colore vivo della città. Le pietre di Bologna sono fatte con un impasto rossiccio che il tempo ha sbiancato ma che il sole riesce a fare di nuovo risorgere: una città fortemente illuminata di una colorazione veramente struggente per l’occhio. Via Castiglione, per esempio, tutta articolata e snodata da sembrare disegnata con una sola linea sul foglio da un pittore modernissimo, è una strada che propone questo tipo di visualità profondamente colorata.
In inverno, quando l’aria è grigia, la città si appiattisce. Io amo, come si può amare il luogo dove si sta, anche se in modo conflittuale, e proporrei alle persone che me lo chiedono questa Bologna in quel tempo per guardarla conquegli occhi.
La chiesa ‘eroica’ di Bologna è San Petronio. La definisco eroica per avere essa assistito a tutte le vicende spettacolari e determinati della vita politica bolognese. Mentre la chiesa si erigeva si formava il comune di Bologna, come entità operativa reale e consapevole. Davanti a San Petronio sono avvenute tante manifestazioni e tante celebrazioni importantissime della storia bolognese. In piazza Maggiore, fino alla metà del Settecento, avvenivano delle grandi celebrazioni, carnevalesche che trasformavano la piazza intera in straordinari luoghi spettacolari. Addirittura si facevano ‘battaglie navali’, e la piazza veniva allagata, era uno straordinario luogo di divertimento, avvenivano tauromachie.
Via Saragozza è una strada in leggero snodo, meno violento di quanto sia, ad esempio, quello di via Castiglione. È l’insieme di tante piccole casette, variamente colorate, e dunque ha questa sua amabilità, rispetto ad altre strade che sono caratterizzate da palazzi e da case signorili ampie, alto borghesi. Ha un che, non dico di popolare, ma di minuto, da campiello goldoniano. Alla fine c’è porta Saragozza, la sola porta ancora ‘viva’. È collegata con i lunghissimi portici che si inerpicano sui colli e arrivano fino a San Luca. Quando una volta all’anno la madonna di San Luca, una madonna nera, viene portata in processione giù a Bologna, alla porta Saragozza si ferma e viene data la benedizione e poi la madonna entra in città, sempre in corteo. Quando esce si ferma di nuovo alla porta Saragozza e risale. Dunque la porta Saragozza rimane un punto di riferimento della tradizione, e forse anche per questo è stata mantenuta più intatta, rispetto alle altre porte”.
Il gotico venne introdotto a Bologna dagli ordini mendicanti (domenicani e francescani), si espresse nelle modernissime chiese di san Domenico e di san Francesco, in opposizione allo stile romanico appoggiato dal clero secolare. Chiedo a Roversi il suo pensiero sulla collaborazione-rivalità tra domenicani e francescani.
“San Domenico è anche un luogo di cultura. I domenicani fanno conferenze, invitano personaggi di alto livello a dibattere problemi e problematiche anche d’avanguardia. I francescani fanno anche questo, ma in modo meno pubblico ed ufficiale. I domenicani sono più legati alla storia di Bologna, i francescani meno, anche se rimane quel famoso episodio della predica di San Francesco a piazza Maggiore, in cui quasi egli si svestì. Il santo venne a Bologna, capitò in un giorno di mercato e la città era piena oltre che di contraenti e di contadini anche di molti professori e studenti dell’Università che si erano radunati. San Francesco cominciò a predicare nell’indifferenza generale, ed anzi addirittura frastornato dagli sberleffi dei bambini. Ma continuò imperterrito a parlare, e con la forza della parola ma anche di una partecipazione totale dei gesti e del corpo (era l’intuizione medioevale dei modi comunicativi del ‘duemila’) cominciò poco per volta a conquistare l’attenzione, in modo tale che alla fine tutta la piazza lo stava ad ascoltare”.
Fuori porta San Isaia sorge la Certosa, l’antico monastero dei certosini, fondato nel secolo XIV e convertito poi nel 1801 in cimitero della città. Comprende parecchi suggestivi chiostri e la chiesa di San Girolamo, del Trecento ma arricchita di dipinti seicenteschi. Roversi ne parla brevemente, quasi in un religioso rispetto.
“La Certosa di Bologna è una straordinaria Certosa. Anche questo è un luogo da visitare preferibilmente in quella particolare connotazione temporale, colla luce, col sole, perché la pietra bianca, di quel biancore leggermente attenuato dal tempo, torna a splendere direi quietamente, in modo veramente affascinante. Ed è una visita che aiuta anche alla riflessione, secondo me. Perciò la Certosa di Bologna, anche se collocata fuori porta, è un luogo che non è fuori della città, ma è dentro la città, le appartiene e la partecipa. Nella Certosa c’è il modernissimo Monumento ai partigiani di Piero Bottoni, straordinario e suggestivo”.
Arriviamo all’epilogo della conversazione. A Roversi piace concludere ritornando alla storia di Bologna, a quella più recente, aprendo infine con moderazione alla sua speranza di futuro per la sua città. Ma in realtà, da buon bolognese, “corregge” nella discrezione il suo sentimento, che è quello del più commosso augurio.
“Negli anni Sessanta la città ha vissuto un momento di grande fermento culturale proprio a livello della amministrazione comunale. La giunta cittadina, amministrando, contemporaneamente faceva i conti con la situazione culturale del momento e cercando di risolvere i problemi del momento anticipava anche certe soluzioni del futuro. Poi è seguito negli anni Settanta ed Ottanta un periodo di ridimensionamento e di assestamento: la città si è normalizzata dentro la drammaticità contraddittoria della situazione generale. Bologna era diventata una città ben amministrata, ma senza straordinarie novità intuitive. Era un po’ omologata nei problemi e nelle contraddizioni alla genericità delle altre città. Pativa di meno, però, perché aveva alle spalle una serie di sistemazioni ben organiche fatte negli passati.
Adesso la città si sta scuotendo, in un certo modo, anche se non sento grosse novità. Mi sembra però che si senta un fiato diverso che comincia a respirare un po’ forte…”.
Scuolainsieme: trimestrale di cultura e informazione scolastica, anno I, n. 3, marzo 1995.
Commemorazione e diario
Vivo in città e
amo la città detesto la campagna. Giovane,
vivevo in campagna
amavo la campagna detestavo la città.
Non essendo giovane adesso, posso ricordare con
qualche umore
gli odorosi silenzi e il verdefumo dolente e frusciante della
canapa adolescente
poi il puzzo dentro a uno sciamare di velocissime
mosche e tafani
della canapa adulta buttata nell’acqua immobile nera dei maceri.
Di quel tempo mi par di ricordare, anche nelle sere d’agosto dentro la confusione di grilli rane
d’aver visto lucciole volare.
Bologna con le sue luci lontane si vedeva bene da qui a là
di sera.
Adesso la campagna è scomparsa
è nastro d’asfalto incrocio di pianura
senz’alberi e senza voli non un suono di uomo o di
donna
cose morte che cadono, arrugginite negli angoli,
al tempo delle grandi gelate di Salimbene.
La città invece è viva, oh come è viva è ben viva
freme fermenta si dispera sprona si adopera si
divincola urla
pregna di nove mesi o nove secoli deve partorire cose nuove. Può
sembrare anche immonda, desolata, stracciata, vilipesa
la testa nel mare di nebbie che nascondono e
affondano quel cielo
così lontano. È un cuore vuoto! Eppure…
è la fantasia del futuro, la caramella da succhiare
nei giorni di lungo vento
è una ordinata simmetria di speranze tutte da inventare
profumi da esalare, silenzi che irridono da riconquistare.
Con i suoi alberelli di plastica lucida
toccati dal primo scroscio fresco di settembre
la città ogni giorno s’adegua e sorprende
prepara i suoi arditi arcobaleni le sue irrefrenabili risate
solleva adagio le sue meraviglie
sprona al traguardo
scaglia nello spazio il sonno gonfio di luci.
Inseguita e umiliata
affila armi prima della vita nova.
Ricompenserà allora i suoi fedeli
rimasti intrepidi dentro alle sue devastate ferite.
Poesia – Mensile internazionale di cultura poetica, anno VI, n. 66, ottobre 1993.
Sopra le cose non davanti alle cose
Sono certamente un guardatore molto modesto ma almeno attento, con deduzioni del tutto personali; d’altra parte come tanti, che però sono più bravi e sottili a guardare. Dico questo, per il consueto scrupolo a trascrivere qualche nota anche in merito a questa occasione molto interessante di lettura. Dato che è davvero stimolante la quantità di suggestioni che riesco a ricavare dal rapporto diretto con questi ampi fogli parlanti; inesaustamente parlanti.
Anche perché i segni di ogni genere, oggi, hanno per lo più un triste cammino e tendono a disperdersi in un grande cimiteromare di vocibisbigli o addirittura in una deflagrazione che sembra generale e invece non è (si salva sempre qualcosa). Scompaiono, ma davvero, in progressione lenta ma ormai inesorabile, anche le grandi lingue non centrali della cultura; intanto. L’olandese, per esempio, come abbiamo appena letto, per autodistruzione dei propri parlanti, che si bruciano lingua e labbra; ed è come vedere in video la demolizione programmata di un grattacielo, che si affloscia (sembra) sopra la propria anima spaurita e ormai spenta. E fa soltanto polvere, come un pianto secco della memoria. Ad ogni modo l’aria sarà presto schiarita e a terra non resteranno che pietre accartocciate.
Ecco, vorrei dire che Pierre Alechinsky (l’opera sua che conosco) a me sembra che compia sulla telacarta (quindi anche in video o in diretta, quasi ferendosi le mani nell’uso di tutto ciò che può produrre segno) l’operazione opposta contraria. Di radunare, cioè, le pietre, i pannelli, i marmi, le travi; di richiamare la polvere risucchiandola dal cielo che è all’orizzonte; e via via sovrapponendo cosa a cosa ricomporre di nuovo l’edificio prima consumato (distrutto); il grattacielo perduto.
A confermare che niente viene demolito o perduto per sempre; che la realtà della vita o dei sentimenti o la forza delle cose pensate in testa non si cancellano una volta soltanto ma corrono a ricomporsi come un qualche fiume sottoterra in qualche altro angolo del mondo (anche solo del nostro mondo privato); e che basta una voglia vera per ricostruirle, per ricomporle direi meglio, dal loro soffocato dolore.
Che può essere dolore anche soltanto di assenza, di mancanza non di manomissione. Per dare forza di volontà a una morte soltanto apparente.
L’arte parte dunque da un’apparente disfatta non tanto per ricongiungersi alla vita ma per ricomporsi e riconoscersi nella vita (in una vita così tormentata e difficile, che ha bisogno non di grandezza ma di volontà fantastica, nella pazienza cauta e insistente dei sentimenti, per sottrarsi alla storia che logora travolge e inquina); per riconoscersi, ripeto, nel moto (direi nel mito) vero della vita, che è splendida speranza sempre rinnovata da un dubbio sempre rinnovato.
Alechinsky con poco, con niente (con quasi niente) sembra affondare di continuo una mano, solo un pugno, dentro a una terra smossa, dentro a una tomba antica appena liberata alla luce; e con un gesto non tragico e impaziente ma invece ripetuto con sottile costanza (che è anche violenza contro il falso pudore e grigiore) radunare e ravvicinare piccoli reperti frammenti schegge di cose e di ossa per ridisegnare la sostanza di un vaso, di un corpo; la verità, comunque, di una vita che sembrava consumata per sempre e che si riavvia nel segno di una ironia gioiosa e amorevolissima anche quando sembra interferita da barbagli di una cupezza improvvisa.
Perché l’artista è sempre al centro e al margine di ogni cosa; e di ogni giorno. Intraprendente e sospettoso. Di ogni cosa che si può vedere e fissare in qualche modo, da una vita all’altra. Da una significazione dilacerata a un’altra quasi irrigidita sotto la sferza della ragioneamore.
Mi confermano a ciò altre osservazioni. Come l’artista lavora (e procede), ad esempio; non di fronte ma di sopra alla sua tavola aperta, al suo foglio disteso. Stare sopra e non di fronte è guardare dall’alto; quindi non osservarlo ma giudicarlo subito, intero. Un atto della ragione (una inquietudine costante) della ragione non della fantasia; è sostanziale cartesiana ricerca di una fermezza, non libero moto di ombreparole, di sentimenti impalliditi.
Così lavorando, Alechinsky propone una sua presenza continua e la responsabilità della sua pittura che è inesorabilmente implacabilmente liberamente sempre in moto, sempre decisa indecisa, sempre imprevedibile dentro a dubbi concreti che esplodono in fuochi rivitalizzanti. Quindi un segno rinnovato ogni giorno. Un colloquio continuo, sotto ogni forma, con il mondo.
Roberto Roversi: tessera n. 1
La tessera n. 1 del Teatro delle Moline fu rilasciata a Roberto Roversi, anzi spedita. Era il febbraio 1973, i giornali avevano appena annunciato che Luigi Gozzi con la sua compagnia, di cui facevo parte, avrebbe inaugurato il suo teatro, in via delle Moline, quando arrivò una busta bianca, quadrata, contenente un biglietto scritto a mano e 500 lire di carta. Il mittente si diceva felice dell’apertura di un nuovo teatro a Bologna, ci augurava pieno successo e ci chiedeva di spedirgli la tessera necessaria per accedere al teatro: firmato Roberto Roversi.
Luigi Gozzi fu molto sorpreso: «Il Verri», la rivista di Anceschi, a cui aveva a lungo collaborato, era avvertita come opposta a «Officina» di Roversi e Pasolini. Da qui il suo stupore ma anche la stima verso un gesto grande nella sua semplicità.
Da allora a ogni debutto cercavamo tra il pubblico i suoi capelli bianchissimi, si metteva di solito nell’ultima fila, non si annunciava, pagava il biglietto alla cassa e qualche giorno dopo mandava due righe con le considerazioni sul nuovo spettacolo.
Poi ci sono state le collaborazioni, le chiacchierate piacevolissime alla Palmaverde, la sua libreria in via De’ Poeti, fino al suo ritiro invalicabile dopo la chiusura della Libreria. Un ultimo biglietto, alla morte di Luigi Gozzi, in busta bianca, rigorosamente scritto a mano.
la Repubblica, 16 settembre 2012.
L’imbellimento strategico
Dove va il romanzo? innanzi tutto, risponderei, dove vaquell’uomo. E che cosa si trascina dietro il romanzo? innanzi tutto, risponderei (con la possibile ironia), la carcassa del tempo, il lembo della sua ovvietà, il trofeo corrotto delle sue bende. Ma la domanda, in ogni senso e per la sua ripetizione, è indecente; o sorprendente, come vuole Blanchot. Accettando tuttavia di esercitarsi in fretta nel giuoco delle profezie o dei placidi consensi-dissensi, delle piccole ricognizioni analitiche e degli altrettanto astratti giuochi verbali – su un soggetto che, in quanto tale, da pagina uno a trecento, sembra lontano come il mare – non si può non ripetere (scolasticamente) che il romanzo, che è una invenzione della borghesia e concresce con i traffici e con i commerci di lei e si intorbida con le sue paure e canta con quel tale usignolo, seguirà come è giusto e anche prevedibile la sorte e le vicende del ventre di classe che l’ha partorito e custodito; magari accettando, come vedremo, a un certo momento e per una precisa necessità, una diversa e più ferma adozione. Cominciando a dire che, il romanzo è una invenzione del cuoco (la torta più ghiotta e appariscente, veramente nuziale, che illustra la sua arte di fabbriciere) se ne può dunque stabilire, in un certo modo, le inquiete ma forse per nulla tortuose vicende.
Un discorso, comunque avviato, sul romanzo, o una serie di domande sul romanzo, sono ancora un discorso o una serie di domande all’interno della cultura borghese; che è d’altra parte quella che stiamo giornalmente consumando (vivendo). Eppure a questo punto, proprio per precisare quanto sopra ho accennato (poiché pare esatta l’indicazione che «la borghesia non è cresciuta o migliorata, né ha preso il sopravvento la parte progressista; ma la borghesia è rimasta infine schiacciata dal capitalismo, che si è appropriato anche dei mezzi di comunicazione» – in ogni senso), direi cheil o undiscorso sul romanzo diventa adesso un discorso, magari generalizzato, pur partendo da una argomentazione così specifica, all’interno della cultura capitalistica; di una cultura da catena di montaggio, da cottimi e minimi garantiti, asettica e apparentemente aerata ma spietata indisponente e ricattatoria al fondo, cioè nei luoghi deputati dove tutto il potere è amministrato.
Poiché al capitalismo, nella sua fame di mercati, occorre sempre, per ogni specializzazione, produrre e mostrare (poter mostrare) unagamma di prodotti, un catalogo per ogni gusto, per ogni classe, per ogni età, per ogni stagione della vita e dell’anno, al mare, ai monti, in campagna, per distrarsi, per riflettere, per ripetere, per imparare, per distinguersi, per viaggiare con la mente o col fisico; per uscire dallo smog dell’infame città; il romanzo sarà allora progetto, sarà prodotto, sarà cosa (in piena rispettabilità e con tutti gli attributi virili o femminili); tanto più condizionato in quanto il proposito dell’autore parrà resistere opporsi contrastare. L’assimilazione e la sottomissione alle regole (a certe regole) riuscirà indolore. Il romanzo, allora, come volontà di narrare, come possibilità di narrare, come conato o conclusione di quella tale voglia, o spinta. Il romanzo, allora, come volontà di documentare, come possibilità di documentare, come estrapolazione e conclusione di quella tale voglia. Il romanzo come ricatto sentimentale, il romanzo come plagio, il romanzo amore, il romanzo erotico (esotico), ilbuonromanzo – quello detto rosa alle volte; il romanzo colto; il romanzo telepatico; il romanzo che esalta le tematiche o invece quello che le denigra, incerto; il romanzo classista auto-punitivo (masochista); l’uno o l’altro nevrotico, ossessivo, scaltro, ubiquo. Il romanzo che si consuma in se stesso, divorato dalle proprie parole; o il romanzo con la lingua del romanzo, il saltarello grammaticale, il suo fragile rondò, la sua densità gergale (o verbale), il regno della crusca. Il romanzo gregoriano e mistico. Quello fantascientifico; il romanzo sportivo.
Insomma, quelli che sono subito in orbita (all’apparenza) per gli anni duemila e gli altri casarecci, quieti fra le pastorelle (vicino a quel rio), per la luna del mese. Ma proprio in quanto tale, e così sezionato e distratto; proprio per quella matrice sopradescritta (un utero di ferro l’ha custodito) egli ha, come i gatti, sette vite; sorge-risorge ancoradalla cenere. Il capitalismo (che si prepara a menare per un poco la danza) ha bisogno fra altre mille cose anche di questo strumento, così come ha bisogno, per esempio, di esercitare in pubblico una propria carità; in entrambi i casi, sia pure da angolazioni diverse e sia pure con motivazioni assai dissimili, esso scarica le raffiche del proprio programmato concerto di morte (proprio con l’amministrazione di questi mezzi repressivi); e, insieme, scarica la zavorra non troppo peregrina della propria falsa coscienza; e per il colto e per l’inclita si aiuta ad assumere quella maschera di fervore che lo salva da tutte (o in parte) le quotidiane sconcezze.
Sappiamo e leggiamo, abbiamo letto, che la letteratura (dunque anche il romanzo per essa) da molto tempo e a cicli periodici – per una sorta di commedia in cui si mescolano, avvertiti o inavvertiti, i calcoli più sottili – suole fingersi disposta a una morte imminente; secondo gli aruspici avendo già predisposto il proprio rituale funebre, prodromo di un affossamento rapido definitivo. «L’arte è per noi cosa passata», o per la penna del Tenca nell’anno 1845: «del presente è d’uopo disperare, e rassegnarsi mestamente a veder perire la nostra letteratura». Ma è anche vero che ad ogni stagione il distacco è rimandato e gli spettatori – quelli che vogliono – assistono a ricuperi soltanto in apparenza sorprendenti, nel senso di una disponibilità subito risonante e subito vitale (anche se la vitalità, questa vitalità non è poi integra e corposa ma piuttosto una funzione astuta di essa).
Dunque in riferimento a questo oggetto – cioè al romanzo in quanto tale – tutto appare incerto ma tutto appare certo e definitivo; tutto sembra devastarlo e scorrergli via in fretta, bruciato dall’indifferenza di una società che sembra trovi altrove i canali rapidi di informazione e di intrattenimento; bruciato dalla stanchezza di questa società (e alle volte è soltanto una stanchezza apparente), dalle sue nevrosi, dai suoi ossessivi e possessivi interessi; e nonostante questo continuano a passare davanti agli occhi come un fiume come una lava come una ordinata catena come il rimorso – o, se si vuole, come un residuo vegetale – un carosello di fogli che coprono le piazze stravolgendole simili a una forsennata nevicata. Pare che ogni cosa debba restare sommersa; anche il malumore.
L’ambiguità del romanzo, inteso come forma diretta di pressione culturale e come ulteriore salvaguardia di interessi costituiti, è confermata dalla propria ambivalenza che gli consente (anzi in questo senso lo legittima e sospinge) a «riflettere sia la fase costruttiva che quella disgregatrice della società contemporanea» e a aiutarci a spiegare, o spiegarci addirittura come «funzioniamo collettivamente nella società» (secondo Bergum); a registrare dunque anche i contrasti sociali, non altrimenti che una televisione scritta. Poiché la cultura borghese; meglio, la cultura gestita dal capitalismo, ha scoperto in questi ultimi anni la necessità di una partecipazione diretta non solo alla elaborazione di tutti i problemi, ma anche alla loro scoperta – scoperta che una volta era affidata, in una delega disinteressata e infastidita, alle avanguardie.
A tutti i problemi, ho detto, siano quelli del consenso che quelli del dissenso; e soprattutto ha potuto e saputo valutare i vantaggi di ogni genere – ai fini della propria egemonia – che l’utilizzazione e la strumentalizzazione di tale problematica comporta. Una volta, insomma, c’era uno spazio esiguo per la libertà di un artigianato risentito (e attivo); oggi non più. Per quanto ho detto prima, basti il rapido raffronto – giornalistico – con la scoperta «che stiamo distruggendo Torino», pubblicizzata dalla grande gazzetta e dopo vent’anni di scempi inauditi al nord e al sud; o la scoperta (non saprei definirla se più tragica o comica – nel senso della morte) dell’ecologia da parte delle dirigenze politico-amministrative.
Il punto è che il potere può auto-accusare se stesso, può auto-punirsi; può auto-condannarsi; ed ormai senza nemmeno il fastidio, di un tempo, di compiere le piccole operazioni di resezione dal proprio corpo delle escrescenze malate. Fermo e indifferente, egli può continuare a portare in groppa le proprie vergogne; basterà raccontarle, descriverle, cantarle; poiché ormai ogni atto pubblico, quale che sia, può tradursi in un vantaggio, in unamoneta; in quella tale cambiale, il potere dunque gestisce adesso anche il tribunale delle proprie colpe; si ammonisce, si ferisce, si perseguita, si assolve. Appare impietoso con se stesso e invece perso in una girandola di scaltrissime manomissioni.
All’inizio degli anni cinquanta, mentre nella grande fabbrica orgoglio della nazione, si impostavano le catene (montaggio-prigione) per dare il via all’operazione macchina utilitaria-strade ecc., il romanzo si impegnò a descrivere la condizione di sordida ignominia delle classi subalterne appaltando al sentimento (che generalizzava e piangeva) un giudizio politico preciso nella descrizione dei lager nuovi che si apprestavano. Si lamentava la miseria immediata, non il progetto dell’immediato ergastolo a cui si condannava la condizione dell’uomo. All’inizio degli anni sessanta, proprio nel momento della seconda ristrutturazione capitalistica, nel momento della riconversione tecnologica, il romanzo si impegno a descriverequestaaudizione di trasformazione programmata, dell’inurbamento caotico, della parcellizzazione del lavoro contadino e delle concentrazioni metropolitane – restando l’uomo come un oggetto o soggetto di pietà, e dunque subalterno in questo grande giuoco del fondo, e non protagonista. Il romanzo si dispose infatti ad aggredire e frantumare una lingua di marmo e le linee di un montaggio narrativo che apparivano obsolete ed infide.
Dal piccolo scontro risultò una strana misticanza (al livello delle alleanze di potere) di personaggi importanti e di piccoli azionisti. Come alla Montedison. E il vero potere restò ancora una volta segreto.
Oggi è in atto il terzo momento (il terzo atto del dramma?); il momento delle riforme, dichiarate e proclamate; ma le riforme, tutte le riforme, comunque articolate e come bene si sa «portano con sé la ristrutturazione del sistema» – il rilancio della sua forza aggiornata. Perciò a questo punto il discorso sul romanzo, a mio parere, deve ampliarsi a un discorso sull’informazione in generale, in ogni suo modo particolare, radiofonica, televisiva, giornalistica, libresca (ai fumetti, quadri, pubblicità stradale eccetera).
Si stanno formando, o sono già costituite, enormi concentrazioni di gestione e produzione di mass-media; i minori, tutti i minori spariscono; la tecnologia ben più avida del tarlo ha addentato la pagina bianca del libro. È abbastanza terrorizzante l’ipotesi del futuro, nel giuoco tragico fra quei colossi e l’uomo della strada; quindi sembrerebbe di dover registrare una sconfitta senza alcuna battaglia (tanto più che cedendo dal rigorismo argomentativo, o soltanto politico, al rigorismo sentimentale – e che resterebbe comunque soltanto velleitario – si potrebbe sostenere che il vero romanzo di oggi è «la piazza»; è là che si esercita la fantasia giovane in tutto il suo rigore e il suo vigore, e si verifica e si roda il nuovo, o diverso linguaggio. Ma non sarebbe vero; o non sarebbe neppure vero).
Il fatto è che loro, gli altri, quelli, gestendo i diversi canali riversano in abbondanza lo spurgo di una ideologia tendenziosa e letale. L’inquinamento ideologico altrettanto mortale di quello idrico; e a questo come a quello scarse possibilità e probabilità di ripararsi, intanto. Quali altri discorsi sono possibili a questo punto? Cito da Benjamin: «Il vero scopo dei lavori di Haussman era di garantire la città dalla guerra civile. Egli voleva rendere impossibile per sempre l’erezione di barricate a Parigi. A questo scopo già Luigi Filippo aveva introdotto la lastricatura in legno… L’ampiezza delle strade deve rendere impossibile l’erezione delle barricate, e nuove strade devono instaurare il collegamento più breve fra le caserme e i quartieri operai. I contemporanei battezzano l’operazione “l’embellissement stratégique”». Altro che parole! Eppure «solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza». Eppure non si può sempre lamentarsi di essere disperati e lamentare di essere sconfitti. In questo impatto occorre senz’altro esercitare per intanto il gusto dell’ironia, nel vivo di una lotta che è soltanto – e tale deve restare – politica. Agli altri restino le allegorie. Poiché l’uomo è naturalmente in scena, continueremo tutti a sapere cosa fare, noi che siamo servi-pastori.
Libri nuovi, Periodico Einaudi di informazione libraria e culturale, n. 9, luglio 1971.
Otto anni dopo. Rilettura degli «Scritti corsari»
“Tutto si può collocare nel futuro,
anche la demenza umana”.
GADDUS, in una lettera del ’65
Premetto che la presente – anche se è una nota quasi privata – non è d’occasione. Non è una nota scritta soltanto per questa occasione, anche se l’occasione è gradita. È invece vero che da un po’ di tempo mi muovo, sia pure adagio, e senza altro scrupolo che non sia quello di una buona disposizione intellettuale e di una rinnovata curiosità delle idee, a rileggere e a ricontrollare l’uso ancora possibile e plausibile, l’utilizzazione diretta e attuale di un’opera pasoliniana dell’ultimo periodo, nei riguardi della quale, da quando era uscita (organicamente, e allora mi sembrò subito, non occasionalmente radunata da giornali sparsi) avevo motivato un deciso consenso. D’altra parte mi ero già proposto di proseguire la stessa operazione di scandaglio nei riguardi di altre quattro opere che ritengo essere fra le basi argomentative di questi nostri ultimi trent’anni. Mi riferisco a Dieci inverni di Fortini, aSocialismo e verità di Roberto Guiducci, aDiario in pubblico di Vittorini, a Una pietra sopra di Calvino. Ciascuna di queste aveva centrato, per me, uno spaccato del tempo ed era andata a inserirsi nel manipoletto di opere “particolari” che ho collocato nello scaffale preferenziale (con i libri di Mario Tronti, di Raniero Panzieri, di Asor Rosa, di Cacciari – sempre per il versante italiano. E tralascio i recentissimi, che sono ancora lì aperti sul tavolo).
Ho sentito il bisogno di compiere ciò, al fine di valutare bene (ripeto, per uso privato) in questo momento, se non dobbiamo ormai cominciare a ritenerle scaglie di marmo della storia (sia pure della nostra storia), da affidarsi quindi a una tiepida e incostante museografia oppure se queste opere durano ancora intrepide, sia pure impolverate dal tempo, quali frammenti vibranti e squillanti, anche nella durata, da cui attingere nuovi riferimenti e qualche proposito di comportamento – in questa epoca d’angoscia.
Ma intanto comincio da queste pagine di Pasolini. Che non sono molte (circa centocinquanta), dato che tralascio i “documenti e allegati”, anche contro l’invito dello stesso autore: il quale preavverte che l’occhio di chi legge deve (dovrebbe) correre dall’una all’altra “serie”, poiché – aggiunge – gli scritti della parte seconda e ultima sono integrativi, corroboranti, documentari. E infatti non mancano frammenti interessanti anche nelle pagine seguenti. Ma il mio progetto di lettura non si riferisce a untutto Pasolini, sia pure da riscontrare nei limiti di un’opera sola. Il mio fine è di utilizzare questo testo nel modo più diretto possibile, esercitandomi sopra perfino con alcune volute o necessarie scorrettezze. E poi il libro non l’ho avuto in regalo: sono quindi uno spettatore/lettore pagante: razza esemplarmente indiscreta, indisciplinata, poco prevedibile, mai del tutto controllabile.
E così, scrivendo e pensando fra me e me le riflessioni seguenti, non so né posso prevedere le conclusioni. Non so se ricalcherò la mia linea precedente, che porta difilato al campo del consenso motivato, oppure se potrò o dovrò scantonare scegliendo una strada più tormentata che, questa volta, utilmente mi contraddica. Il fatto è che in questo momento anch’io mi sento impaziente: e poi curioso: e con il bisogno di rassodare (se possibile) o di cambiare (se necessario) qualche mia prospettiva mentale istituzionalizzata – essendo che le idee, tutte insieme, si sono fatte molto pesanti da portare. E allora, a questo fine, rimetto gli occhi sugli Scritti corsari.
Pasolini stesso senza malizia, senza retorica, ma con uno di quei suoi scatti molto risentiti che a me pare tutt’ora molto generoso, ad apertura di libro dà il mandato a me lettore di “rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta”, dato che, a suo giudizio, sono io che devo “ricongiungere passi lontani che però si integrano” e organizzare “i momenti contraddittori ricercandone la sostanziale unitarietà” (e dico che non è un lavoro da poco nemmeno per lettore scaltrito) al fine di eliminare le eventuali incoerenze (ossia “le ricerche e le ipotesi abbandonate”) e sostituire “le ripetizioni con le eventuali varianti”, o altrimenti “accepire le ripetizioni come delle appassionate anafore”.
Ricordiamoci che gli scritti “corsari” furono stampati negli anni dal 1973 al 1975 per lo più su «Il Corriere della Sera»: poi raccolti in volume, sempre nel ’75. Perciò essi coprono la prima metà degli anni ’70, un periodo fra i più foschi e tuttavia fra i più dinamici di questo dopoguerra. Un periodo in cui fare politica non era uno dei modi ma ilsolomodo, per tanti, di rapportarsi alla vita. In quegli anni un dinamismo frastornante e disarmato nella sostanza (anche quando esibiva sanguinando i suoi strumenti di tortura e di guerra) trasformava ogni rapporto col reale per lo più in un vitalismo pragmatico da cui veniva sottratto ogni progetto di cauta riflessione o di contrapposizione organica.
Queste pagine di Pasolini, proponendosi invece un occhio-verità sugli accadimenti di ogni giorno (tutti, sempre, molto significativi) esigevano di essere lette e intese proprio come interventi legati direttamente alla realtà, senza nessuna intermediazione, se non quella specifica di un linguaggio fortemente emozionale. Insomma, come interventi politici. E allora: quale era lo specifico della politicità di Pasolini? Quale era, quale è ancora la qualità, la durata “politica” dei suoi scritti ecc., dai primi agli ultimi?
La domanda può essere intesa come generale e riferirsi al complesso della sua comunicazione: ma può essere inoltrata da un lettore anche con riferimento particolareggiato a una sola opera (non è un procedimento scorretto). Ed essere motivata, in profondo, dalla constatazione che nei suoi scritti (preciso ancora che nelle mie intenzioni e nei miei riferimenti mi limito ai saggetti d’argomento direttamente politico) c’è una particolare insistenza nell’aggrumare i dati e gli elementi del sociale per interferire non tanto in essi ma con essi, discutendoli e selezionandoli. Quindi anche in queste pagine di Pasolini la quantità di materiale “esterno” inglobato è notevole; alle volte addirittura sorprendente. Lui colloquia con tutti e sembra che sia presente a tutto, e abbia anche visto direttamente tutto. O quasi tutto.
Eppure non è stato, non è mai diventato unpamphlétaire. Un saggista politico non alla Ronchey ma alla Swift. Gli mancava un elemento determinante, l’ironia. La particolare stravolgente malizia che riesce a fare diventare foglia anche l’affusto di un cannone. O viceversa, naturalmente. E che ha benedetto tante pagine di Gadda. Nel Pasolini degli scritti corsari il cannone resta cannone, un terribile sputafuoco. Non mi sentirei di concludere nemmeno che sia stato un osservatore diretto, voglio dire con la foga partecipativa di essere tutto dentro all’occhio che vede. In ogni suo aggancio alla realtà che si sta facendo, e quindi spesso è terribile, c’è invece inerente un sussulto abbastanza evidente di ribrezzo (o forse è più esatto direrifiuto?) come se di volta in volta si accingesse per una pietà viscerale o per dovere o per scelta sacrificale a provvedere al soccorso di una piaga infetta. Ecco: sembra la cura a un lebbroso compiuta senza allegria – e senza speranza.
E allora, non essendo né questo né quello, direi che il Pasolini che leggo adesso mi sembra intanto unconservatore di cuore e la sua propensione innovatrice, così drammatica, mi sembra soltanto formale. L’ombra di una cosa. Il suo sogno. D’altra parte, anche se mi contraddico in parte subito, direi che Pasolini è stato, dal momento in cui ha assunto un pubblico rilievo e qualche fama (cioè da quando ha conquistato e rassodato non tanto un potere reale ma almeno il diritto a una presenza motivata e ascoltata a un livello alto); è stato, ripeto, un giudice di quegli anni. Perché sotteso a lutto ci sento un settarismo di rabbiosa violenza, che tende a correggersi con l’esercizio della tenerezza attenta ma che al fondo, per potere precisarsi e per potere comunicare, ha bisogno di un impatto diretto. Come uno scontro sul campo. E quando lo scontro non è in atto sente la necessità di cercarlo, di andare a provocarlo. Come un animale da preda si aggira con i nervi scoperti e dietro la spinta di una fame esistenziale, continuamente alimentata dalle circostanze. Tutto ciò, si intende, all’inizio del suo operare si svolgeva dentro i limiti della giovinezza e di una splendida inesperienza caparbia e curiosa, poi, col passare degli anni veniva ristretto prima nell’ambito di una traumatica autodifesa dalle aggressioni esterne e poi dedicato a cercare di correggere una realtà sfilacciata, inquinata dalle occasioni.
In questo senso ho detto che era un giudice. Senza volgarità o superbia matta. Manaturalmente un giudice; disposto a fare tutti i conti anche con la minutaglia della realtà – ritenuta anch’essa indispensabile ma anche partecipe al grande guasto del mondo che si compiva. E tutto detto e fatto con terribile semplicità. La sua “posizione” politica (o potrei dire: la sua “politica”) in realtà è teologica; perché cerca la verità rannicchiata nei cuori; cerca e non può fare a meno di cercare gliinterni; e gli uomini. Gli uomini negli interni – in un atto che fanno, in un angolo di strada, in una stanza, a fare dire scrivere quella cosa, quel gesto. O a sconvolgere il mondo ma mai come massa, come singoli. Insomma, tutto recepito e ridescritto come dei continui, prolungati primi piani.
Voglio dire che Pasolini tende (in queste occasioni) a ridurre i fatti a particolari e tende ad allargare – ma di propria mano – i particolari a fatti esemplari, tipici o atipici. Mette in atto una inesauribile manipolazione del reale. Il contenitore in cui esercita questa acuta, insistita e un po’ ossessiva operazione di contaminazione che si conclude di volta in volta in esemplificazioni contratte e folgoranti, è la pagina scritta, con il segno appena segnato che vibra così come una lastra di metallo caduta per terra e percorso da vibrazioni sovrapposte. Questa “condizione di comunicazione” sempre all’erta e pronta ad avviarsi, è alimentata da una rabbia del cuore mai acquietata. Ma l’insistenza a mantenere uniformemente al grado più alto di accensione lo “stato dei sentimenti”, mi induce a pensare che lasua realtà, in effetti, sia più ricordata che partecipata. Come ho già detto, anche quando le cose e gli avvenimenti sono a portata di mano, li sento come mediati da un ricordo di grande dolore. O di grande violenza. O di una ingiustizia feroce e presente. Questi “momenti” sono partecipati registrati e infine contrapposti e contraddetti con un massimo grado di tensione, di partecipazione. Come conseguenza, una tetraggine appena sfiorata (non certo inzeppata); l’intermittenza delle iterazioni; la risalita dopo grumi di scrittura affrettata o precipitosa. Spesso, semplicemente e completamente spaventata.
Poiché la storia di questi testi corsari sprofonda, come ho detto, in anni che le commemorazioni giornalistiche oggi, con sapida retorica, dicono di piombo e di fuoco. La spinta sindacale, innervatasi con eccezionale dinamismo alla fine degli anni ’60 o al principio del nuovo decennio, dopo essersi ufficializzata si stava ormai squilibrando dietro schematismi generali – fra la presunzione e l’impaccio – che cominciavano a raffreddare il moto delle cose appena pensate. In altre parole, questa grande forza della nostra società si involveva progressivamente dentro a un trionfalismo affrettato, che gli negava di intravedere i nuovi pericoli emergenti e che l’avrebbe debilitata fino a portarla agli attuali autentici malanni. Poi gli attentati di Brescia e al treno Italicus avevano lacerato con traumatica violenza la struttura di una società ancora abbastanza forte alla base, ma infastidita poi perplessa con sgomento di fronte alle interferenze imprevedibili che affioravano intorno a queste periodiche azioni delittuose. Infine si concretava in forme sempre più massicce la violenza di una “sinistra” datata, ideologicamente involuta e arretrata, ma che appariva terribile.
Nello stesso periodo Pasolini, usando non tanto una autorità che gli veniva di continuo contestata, ma la possibilità certamente acquisita di farsi leggere, ascoltare e pubblicare (comunque, dimenare scandalo) tende non tanto a essere o stare fuori dal Potere Reale, ma ad esserecontro. Ed è scelta molto coraggiosa e pericolosa. Non lo rifiuta (sarebbe moralistico) ma lo contesta (con una tenacia assorbente).
Al tempo dei ragazzi di vita, al tempo dei primi processi, erano le istituzioni ufficiali che si opponevano a Pasolini; il quale, essendone ancora fuori si presentava vulnerabile, certamente, ma ancora temibile e perciò apertamente perseguibile con puntiglio e cattiveria.
Mentre ultimamente a Pasolini non sfuggiva, è chiaro, la posizione preminente acquisita: ma invece di parteciparla, in qualche modo, cominciava a provare, direttamente sulle cose e contro le cose, a usarla. Chiedendo magari aiuto ad altri, per allargare questa possibilità e capacità di intervento, come ha documentato Scalia. La collaborazione al «Corriere della Sera» mi pare senza dubbio che sia stata accettata e usata direttamente ai fini di questo progetto di primo intervento. Pasolini ha patito anche la sua debolezza operativa, in quel periodo. L’impossibilità, cioè, di ordinare e allargare questa sua area operativa, trasferendola da quella degli scritti personali e degli umori esacerbati (che poco poco riuscivano non dico a intaccare ma a scuotere i noduli delle istituzioni ufficiali, nonostante le ripetitività delle descrizioni e delle invettive) a quella di una contrapposizione effettuale, ideologica o teorica, tutta sulle idee, a più mani; nel segno di una collaborazione allargata che testimoniasse di un consenso ritrovato. Anche fra i vecchi amici.
Perché Pasolini, nel corso di questo suo ultimo azzannare la vita e la carta, percepiva una monotonia nelle cose che stava dicendo, o scegliendo di dire. Una sorta di pesantezza, per quanto appassionata. Anche tutta una serie di approssimazioni, trascinate dal vento del furore. Scriveva: “Io vivo nelle cose e invento come posso il modo di nominarle”. Scriveva: “Sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede”; e aggiungeva: (scegliendo, quasi per darsi o ricevere forza, di farsi più che agnello pastore, cioè di giudicare): “uno scrittore che cerca di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.
Ma a conferma di una reale situazione di debolezza, che lo sollecitava a quelle iterate richieste d’aiuto, basta un riscontro della tabella dei suoi argomenti privilegiati, individuati i perseguiti in questi suoi scritti; tabella abbastanza limitata, ripetitiva e anche riduttiva. Tenderei a comporla (ricomporla) con alcuni termini-chiave subito in evidenza: OMOLOGAZIONE – CONSUMO (CONSUMISMO) – FUTURO (MONDO FUTURO) – NUOVO POTERE – DISPERAZIONE.
L’idea di omologazione è inquieta e originale, in un primo momento, ma poi si appanna con precipitazione per l’uso continuato e generico a cui viene consegnata: OMOLOGAZIONE DEI CITTADINI DI DESTRA E SINISTRA – OMOLOGAZIONE DELLA CULTURA DI DESTRA E SINISTRA – ACCULTURAZIONE OMOLOGANTE – INTERCAMBIABILITÀ DI TUTTI GLI ITALIANI GIOVANI – L’OMOLOGAZIONE BRUTALMENTE TOTALITARIA DEL MONDO COME FINE DEL NUOVO FASCISMO – QUEL NUOVO FENOMENO CULTURALE OMOLOGANTE CHE È L’EDONISMO DI MASSA ecc. ecc.
Per il “consumo”: I BENI SUPERFLUI RENDONO SUPERFLUA LA VITA – L’IMMENSA IDEOLOGIA CONSUMISTICA – PRODURRE E CONSUMARE – LA CHIESA POTREBBE ESSERE LA GUIDA DI TUTTI COLORO CHE RIFIUTANO IL NUOVO POTERE CONSUMISTICO, ecc.
Sul “futuro” (il futuro del mondo): UN MONDO INESPRESSIVO, SENZA PARTICOLARISMI E DIVERSITÀ DI CULTURE, PERFETTAMENTE OMOLOGATO E ACCULTURATO – IL FUTURO CHE A NOI, RELIGIOSI E UMANISTI, APPARE COME FISSAZIONE E MORTE, ecc.
La “disperazione” (privata o pubblica): PROVO UN IMMENSO E SINCERO DISPIACERE NEL DIRLO (ANZI, UNA VERA E PROPRIA DISPERAZIONE) – MA È POSSIBILE PREVEDERE UN MONDO COSÌ NEGATIVO? QUALCUNO, COME ME, TENDE A FARLO, PER DISPERAZIONE – SONO DISPERATAMENTE PESSIMISTA – ATROCE FORMA DI DISPERAZIONE DEI GIOVANI FASCISTI, ecc.
Queste succinte estrapolazioni non fissano certo il discorso generale, a cui servirà fra l’altro una valutazione più approfondita dei dettagli; ma credo che aiutino a concludere almeno la mia nota con una indicazione oscillante fra un calo di tenuta e, per altri versi, una resistenza ancora attiva. Certo, c’è una modificazione di tensione che impone un uso diverso del libro. E in riferimento a ciò, e solo per mio scrupolo, dirò che mi accorgo che leggendolo tendevo ad acquietarmi dentro a un consenso in cui prevaleva più un magma affastellato dei miei sentimenti, che una precisa convinzione puntellata dallo smalto delle argomentazioni. Forse (con una sacrosanta ingenuità) mi accontentavo di averlo (questo libro), di conservarlo, più che usarlo e rimetterlo in discussione. Queste pagine, così, tendevano a ingrigire (non dico intristire) dentro a una considerazione che non imbrigliava ormai quasi più i nostri pensieri. I miei pensieri. Mentre tornano di nuovo a farsi attive oggi, che non mi accontento più. E comincio a correggerle con altro. Solo così posso riprenderlo in mano e tornare a leggerlo, per usarlo. E le idee che si bruciano consumandosi, anche queste possono ridare una qualche sostanza ai nostri discorsi; e alla nostra rinnovata (ma lucida e libera) miseria.
Non è forse una nuova collocazione splendida, per questo libro che amo, mentre, per me, lo sto portando fuori dall’applauso e dal rimpianto – non più come pagine calpestate e stravolte, ma come un possibile luogo reale d’incontro?
Adesso so che non voglio più sentire gli zoccoli di Pasolini camminare sul piano di sopra; e che comincerò a leggerlo, a leggerlo/rileggerlo non più come un contemporaneo ma come lo leggeranno i posteri, fra la sorpresa e il fastidio. Così questi scritti corsari che un tempo avevo giudicati e patiti (non goduti) come una filotea, mi ritornano in mano come un brogliaccio scattante di umori considerazioni situazioni in parte perfino consumate, sulle quali posso ritornare per cancellare, sottolineare, approvare, scontrarmi, impensierirmi. Dato che a tutti noi spetta di continuare a lavorare poco o molto, in generale, è uno stimolante lavoro anche quello che può essere riservato al margine di queste pagine.
Gadamer, nel corso di una conferenza pubblicata nel 1972, disse: “Fra i contemporanei di Hegel, Goethe era senza dubbio lo spirito più universale. Ciononostante, egli non era in grado di leggere Hegel”. Bene, noi che universali non siamo, cerchiamo almeno di rileggere – così – Pasolini. Che non è Hegel.
Logos, anno III, n. 13-14, gennaio-aprile 1984.
Una nota
Provo, anzi dico meglio, ricavo dalla lettura di questi testi e della collegata intervista riflessiva, i buoni attivi stimoli (i fermenti necessari e inevitabili da una lettura attenta di poesia) per tornare a confrontarsi con la realtà e la verità della comunicazione profonda ed essenziale quale deve essere sempre nell’intento e nella conclusione l’operare poetico; quindi comunicazione che intenderei definire sacra; nel senso antico di fornitrice di emozioni estreme. Tale essendo per me (non solo, naturalmente, e con ben altra autorità) la ragione giusta e vera, la giusta e vera sollecitazione per comunicare con questo estremo linguaggio, unico superstite dal disboscamento linguistico in atto, da ogni parte, per creare, per allestire i parchi giuochi, i parchi belvedere, i parchi dell’economia avida e insaziabili nei quali le uniche finestre aperte risuonano delle voci mercantili dell’inglese. Ripeto: comunicare con questo estremo linguaggio salvifico e per entrare nella caverna poetica (della poesia) che risuona da tempi immemorabili di mille voci diverse e imprevedibili, e dove ogni parola ha un suono, un fuoco, un rimbombo ogni volta sempre nuovo che trema (non frana) nel cuore dei sentimenti, nei pensieri delle riflessioni più profonde o anche più acerbe, o nelle rabbie costanti che incalzano talvolta anche una intera vita. L’“angolo visuale” indicato dall’autore.
Mi avvinchio pertanto, sempre, a una “enunciazione” di Hölderlin da un suo frammento sul tragico: l’ode tragica comunica nel fuoco più alto. È vero che non sempre un testo, muovendosi con modestia, vuole intende infrangere con un urlo da monte a monte il cristallo del cielo, tuttavia non mi sembra discutibile che ogni testo che non giuochi col testo, ogni testo “sincero” che si giuoca sulla propria pelle, sembri sempre fuoriuscito dalle porte di un qualche inferno, anche quando rivolge solo un grido d’amore o un notturno solitario sussurro a una qualche Laura o Beatrice del nostro tempo. Il poeta, l’autore della parola, delle parole smosse è sempre un Bruno che brucia nel fuoco di legno di bosco ma mai ripudiando la vita anche se cerca, se ambisce la morte, e la donna sul momento desiderata ha anch’essa il corpo illuminato da un sole feroce.
Tali motivazioni intime e minime, tali riflessioni strette strette fissate da chiodi, mi sono suggerite, direi mi sono ribattute, riconfermate dopo aver attraversato queste pagine come un bosco alterno di parole, o come navigando sul mare (davvero inquieto) delle parole. E avendo esemplarmente estrapolato il testo di pagina 18 come indicatore e condensatore di tutte le “vertiginose” varianti della raccolta. Che non si attesta su un unico scoglio delle sirene, ma si frange contro varie barriere esplodendo in onde. Fra le onde. La realtà sembra di continuo “smontata” con la rabbia curiosa di esaminarla, di contestarla, di capirla; e così la donna, le donne via via sono dettagli di luce o di mezze ombre e si scompongono infine in una frammentata figurazione che le rende più pensate che temute, che desiderate veramente (quindi vere in un presente che sta in un baleno trapassando). “Lo sfrangersi delle vetrate sui vestiti” pagina 17. “Massa di scuro e di lucore” pagina 18. Con il precipitare (ma ordinato) in campo in precise collocazioni di gruppi di parole, di aggettivi volutamente sfarzosi o dimessi o freddamente ambigui e tecnici e temerari. Bioccosi refoli – serica lava – devolve – irrugano – bitume – soffonde – nel profondo timpano mi assordo – una zolla di neuroni alla deriva – ogni mia disperata entropia.
Un brulicare di parole sul prato avido della pagina come di cavallette calate dall’alto, e in breve la pagina sembra divorata (ma non lasciata sola). Resta insistente il tormento delle ali che sbattono mentre le parole / cavallette si allontanano trascinando quasi via la luce. O non sono cavallette succhia sangue ma api dai riflessi teneri e d’oro. È in questa incertezza alta tragica e dolente la misteriosa realtà (verità) della poesia, in ogni occasione essa si presenti, anche quando appare misera e discinta. Essa è qualcosa che c’è, afferma l’autore. Molto vero. È altrettanto vero che bisogna cercarla. Qualcosa che si aspetta, che deve venire ma che bisogna avvicinare con cautela, camminando a fatica sui sassi appuntiti della vita, sui quali è d’obbligo camminare a piedi nudi. La poesia sembra dover essere come un paio di stivali delle sette leghe che ci consente di attraversare lo strazio crudo della realtà.
Come ho detto innanzi, tutte queste rapide ma concentrate considerazioni mi sono rinnovate dalla lettura di questi testi provocanti, che non mi lasciano solo.
Roberto Roversi, settembre 2005
Poesie per l’amatore di stampe. Oggetti e non più ombre
Una limpida ingenuità d’animo è la prima caratteristica di Roversi, giovane e “verde” come direbbe Dylan Thomas
Se oggi più che un’impressione, una precisa indicazione critica si può trarre dalla bella antologia della «Lirica del Novecento» di Luciano Anceschi, è la certezza che la nostra parte di secolo (quella, per usare date molto chiare e comode, il cui inizio coincide con la fine della seconda guerra mondale e l’estinguersi in scarsi e fumosi bracieri di esperienze ormai totalmente consumate) non può più vivere di rendita su una situazione stabilizzata vent’anni fa, e per vent’anni rifinita, e continuare a ripetersi indefinitivamente con gli stanchi lineamenti di un lamentoso monologare. Specialmente quando il lamento si riveli un pretesto all’esercizio formale: utilissimo, del resto, in altra sede, in sede critica, per suggerirci la inadeguatezza e la distanza di un clima letterario dalle sue radici nella vita del poeta. In dieci anni sembra che non si sia fatto nulla: eppure qualcosa si è fatto, si è preso coscienza di un linguaggio e lo si è rinvigorito con un sentimento più acuto del tempo; tanto che se non saremmo assolutamente in grado di indicare un poeta esemplare, per non dire il poeta, abbiamo tuttavia la certezza della disponibilità di questo nuovo linguaggio per la poesia. Ma avvicinandoci alla pagina vediamo che «scrivere in versi» oggi non è facile; e ci sembra naturalmente impossibile se, come notavamo qualche anno fa e come oggi vediamo ribadito da Montale, «l’ermetismo non sia superato dall’interno», ossia il poeta non abbia una precisa coscienza del linguaggio che impiega e della sua storia.
Ma già in numerose voci sentiamo che gli oggetti, e le parole che sono ridivenuti oggetti e non più ombre penose, e un sentire più fresco, più impregnato dei giorni e delle cose di tutti, hanno i lineamenti di una riscoperta, riconquistata ingenuità. Sembra che alla fine, nell’impegno «obiettivo» del poeta si sia stordita (se non placata e scomparsa), quell’ansia, «metafisica e no», che ha dominato scopertamente l’ultimo mezzo secolo di produzione poetica.
Una limpida ingenuità d’animo di fronte agli oggetti è la prima caratteristica della poesia di Roberto Roversi, giovane e «verde» come direbbe Dylan Thomas, in tutti i sensi della parola, ora apparsa in volume presso l’editore Salvatore Sciascia di Caltanissetta. Il titolo, «Poesie per l’amatore di stampe», ricorda che Roversi dirige una libreria antiquaria a Bologna: ma se lo è, è l’unico riferimento libresco del volume. Più importante è forse la collocazione della sua poesia a Bologna, nella città di Morandi e di Raimondi – un luogo comune che indica abbastanza chiaramente quel rifarsi ad una tradizione concreta, radicata nella terra, e insieme quella assidua ricerca formale, che sono gli aspetti più evidenti, e nella fusione dei due termini, il risultato più persuasivo, dell’arte di Morandi e della narrativa (vedi la recentissima e bellissima raccolta di racconti, «Notizie dall’Emilia») di Giuseppe Raimondi.
Nelle poesie di Roversi le immagini si succedono dinanzi agli occhi con un ritmo profondamente interiore, ma sono immagini degli occhi, sono lineamenti di cose di paesaggi di figure disegnati con mano ferma, con amore per la loro qualità fisica, e l’incidenza intellettuale, rarissima, ha tuttavia un limite direi fisico nella cosa stessa. Esempio di questo sono gli ultimi versi di «Il Vecchio Marinaio»:
Sole, all’opposto argine del molo,
due grandi barche, fradice di mare,
quiete accolgono l’onda e la rovina.
Ma più spesso, quando Roversi tocca poesia e l’immagine realizza un’equazione di sentimento-oggetto, vediamo che l’immagine è fonte di gioia per questo poeta che ne ha gli occhi colmi e trova in essa l’unico mezzo di esprimerla e chiarirla.
Questa è la vita del carrettiere / con nero cavallo e rosso carro («Il carrettiere»); come l’acqua che incide la roccia / per aprirsi il cammino sotto l’arco del cielo («Rachele»); rosso il viso e lo sguardo / lacrimoso nel gelo («Mattino d’inverno »); e si potrebbe continuare a scegliere di poesia in poesia quel punto centrale della narrazione che viene a risolversi sempre in una immagine; ma questo conta dire, perché qui diviene nuovo, che l’immagine non è posta a decorazione, ma è appunto la «soluzione oggettiva» di quel breve racconto che è spesso una poesia di Roveri. Penso che Roversi conosca assai bene e abbia, se non subito, certo assimilato il tono e l’intima natura, aperta a cadenze narrative, della poesia di Saba.
Talora, l’influsso si fa più scoperto, come in: Nevica e tu mi attendi; corre l’inverno o Dice: «Sono disgraziato» / e nella voce trema una terribile / malinconia…; il tono idillico, vedi «Mattino d’inverno», caro a tanta poesia sabiana.
Il pericolo più forte della poesia di Roversi mi sembra appunto risieda in questa giustapposizione involontaria di prosa e di poesia. Ogni possibilità poetica di Roversi si esaurisce nell’immagine: e qui l’immagine ha sempre la qualità lirica della poesia; ma troppo spesso, specie nella prima parte del volume, uno schema di prosa, un vigore, o meglio, una violenza narrativa che già formava il pregio di un libretto di racconti del Roversi «Ai tempi di Re Gioacchino» soffoca l’immagine e le toglie quel valore lirico che le è proprio. Quando questa violenza si placa, quando la narrazione si fa voce interiore e non più gioco di fantasia. I versi si raccolgono in un loro ritmo che è il ritmo della vera poesia.
Vedi! le lampare
più non escono in mare
al tramonto; il pesce
verde e dolce è migrato.
Andavano lente sul mare
e riempivano il cielo…
È dunque una deficienza tecnica più che una sospensione di doti native: una definizione che il tempo e uno studio severo colmeranno facilmente. Ma intanto alcune cose hanno già la pienezza espressiva che dà al Roversi un luogo definito, e meritato, nella giovanissima produzione di questi ultimi anni. Chiuso il volume siamo ancora tentati dal ricordo dei versi:
Partire e mai più ritornare;
abbandonare la casa
con l’uscio socchiuso,
aperte le finestre e le tende
che volano nel vento.
Le vecchie pene per sempre dimenticare.
La Fiera letteraria: settimanale delle lettere, delle arti e delle scienze, anno IX, n. 26, domenica 27 giugno 1954.
Cerchiamo
Cerchiamo, come sempre, e come alle volte non ci riesce per troppo carico sentimentale (o troppa rabbia accumulata nel frattempo); cerchiamo, come sempre si dovrebbe e si deve, di pestare sulle cose effettive traslocando dalle riflessioni più generali; indispensabili anch’esse, ma con il rischio di accumularsi ripetitive – in un Paese quale è il nostro, dove tutto (o quasi tutto) accade per essere poi rapidamente rimosso nella discarica impietosa della storia di questi ultimi cinquant’anni. Io non credo, non lo credo davvero, che altri Paesi siano “migliori” del nostro; ma hanno maggiore compostezza nel capire l’ordine delle normali magagne, più rispettosa convinzione nelle strutture sociali di base e una memoria storica non ancora completamente usurata, livellata dallo sfascio dell’indifferenza, della trasandatezza, della strafottente ignoranza generale.
Tutti qua hanno il telefonino, ma non leggono un libro; tutti hanno l’auto, ma non leggono i giornali; tutti guardano la televisione, ma non conoscono neanche un poco le vicende del proprio quartiere (né si preoccupano mai di farlo). I politici si esaltano quando, apprestando un avvenimento culturale o una nuova mostra in un museo, la gente accorre. Ma sono poche formiche, anche se sembrano tante, nella grande massa degli indifferenti e degli sprovveduti. Siamo facili agli umori, alle lacrime coccodrillesche, alle improvvisazioni e ai sussulti sentimentali ed emozionali, ma tutto dura tanto poco da non lasciare mai alcuna traccia.
Il culto della nostra storia (culto inteso come frequentazione non episodica né marginale) non è in atto; il risorgimento, più di cento anni, rappresenta un vuoto di vulcano spento; a parte l’immagine di Garibaldi a cavallo, tutto è dentro a una nebbia perniciosa, uomini, fatti, parole, accadimenti. Non un solo film, se non pochi un tempo e propagandistici e risibili, è mai stato realizzato con convinzione e partecipazione “epica” da artisti veri, partendo magari da alcuni libri che tanti altri Paesi di autentica cultura terrebbero in conto di medicine per la sanità delle nuove generazioni. Fuori da ogni retorica. Non c’è un film sulla nostra seconda guerra mondiale; e sulla prima, il soldato rappresentato da Gasmann o da Sordi è il soldato incialtronato, tanto da morire senza neanche sapere perché. Il solo periodo, seguente all’8 settembre, ha un film capolavoro cioè Paisà di Rossellini, perché raccontato con quel lucido sentimento epico che è partecipazione senza retorica e senza altri condimenti aggiuntivi.
Questa annotazione, forse prolissa, per arrivare a toccare con alcune parole i fatti, congiunti, accaduti in questi giorni ultimi (scrivo domenica 18 marzo).
Un comico, non di grande vena, solito ad attestarsi su smaccate e sboccate volgarità anche in passato, dopo aver suscitato maretta con una puntata di un suo spettacolo televisivo, mostrandosi coprofago, ha portato in discussione, nella sua trasmissione serale, un libretto (un libro) appositamente curato e sostenuto dal partito di Di Pietro (il senatore edex magistrato) su Berlusconi; sulle malefatte finanziarie di Berlusconi. È esploso un bordello, intorno al quale si sono avventati, o scatenati cominciando un ballo, censori, moralisti, integralisti, liberisti, tutori della libertà di opinione. Una canea indecente e frastornante, in una mescolanza di personaggi la più ossessiva. Scadente, invadente, e meno rassicurante.
Si affermava, in detto libro o libello di documenti, a dir dei compilatori, ufficiali, che la fortuna di Berlusconi era stata avviata col sussidio di capitale malavitoso, o almeno di oscura provenienza. E lo si invitava dunque a rispondere chiarire e precisare. In altre parole, discolparsi, a soffiar via la polvere che veniva sollevata, insieme a parecchi scheletri nell’armadio. Ma ho fastidio per questa comparsata periodica, di untori e di protagonisti ripeto. Moralisti da fine mese.
La domanda invece, unica e chiara, che sempre mi assilla e mi tormenta, è la seguente: come è mai possibile, anzi, meglio, dove andare nel più profondo a scavare le ragioni, perché queste imputazioni pubbliche vengono rivolte da quasi vent’anni restando sempre senza risposte – non dico da Berlusconi, che naturalmente ha tutto l’interesse e tutti i vantaggi ad essere elusivo e ironicamente generico oppure inesatto – ma dalle sole parti che avrebbero dovuto già avere gli strumenti, il mandato, l’obbligo di indagare giudicare condannare; cioè magistratura e parlamento della Repubblica italiana? La magistratura avvia, rimanda, ritarda e fino ad ora alle conclusioni dovute o assolve o comunque chiude l’inchiesta; mentre altre cento restano in piedi per conclusioni rimandate a chissà quando e chissà come. In parlamento, la sinistra che oggi inveisce, ha largheggiato nel vezzeggiarlo (Berlusconi), invitarlo in cento modi, soprassedendo in molte occasioni a scendere nei particolari.
Ed è solo nei periodi molto prossimi alle elezioni, come è già accaduto varie volte, che si scatena la canea delle invettive, delle accuse, degli svelamenti, delle magagne velenose. Passato il momento, e vada come deve andare, tutto tornerà come prima, proponendo qualche strillo solo in determinate occasioni subito consumate.
Mentre un problema “offensivo” per la società intera dovrebbe essere affrontato e risolto realisticamente per beneficio morale di tutti – soprattutto degli elettori, che sono continuamente mortificati e offesi da una classe politica di mediatori e venditori di lamette in piazza. Si aggiunga, al quadro mortificante, e per aggiungere squallore a squallore, che i moralisti della rete televisiva propostasi come moralizzatrice, sono pagatissimi ex salariati di Berlusconi; Freccero a Parigi (Rete 5) e Santoro a Mediaset. Freccero, dirigente del 2° canale, tuona: “Io faccio la televisione e non prendo ordini da nessuno” (“La Repubblica” del 18 marzo) mentre reciprocamente i capoccia della RAITV si mandano telegrammi di congratulazioni per gli ascolti ottenuti nell’occasione, gonfiandosi come tacchini. Io ho seguito quelle trasmissioni con amaro fastidio, perché non c’era alcuna ricerca di verità, ma solo contrasto politico immediato. Nulla che aprisse cuore e mente a sperare in qualche cosa e ad ascoltare qualche buona notizia. Ma forse è inutile questa speranza, perché il momento politico è squallido, la sinistra è in una barca con un buco al fondo, i singoli personaggi parlano parole che sono di vento. Ma alla fine, cosa poi aspettarsi? Il periodo del potere DC, ormai completamente rimosso, pieno di scandali e stragi era forse migliore? Sì, un poco, perché un manipolo di uomini veri e alcuni politici erano sulla strada a dirigere il traffico. Adesso, Berlusconi? Lo interrogheremo fino a cento anni, mentre lui risponderà, come vuole, stringendo in mano il suo potere – e ne abbiamo appena avuto l’esempio, a conferma ieri, del senatore Andreotti chiamato in tribunale a rispondere di collusione approfondita con la mafia (a Palermo) e di essere il mandante di un omicidio (a Perugia), ma rimasto tranquillo e beato in Senato a partecipare alle sedute, a intervenire nei dibattiti, a partecipare a convegni, a inaugurare mostre, blandito e ossequiato dalla stampa. La stampa, si badi bene, che qua da noi non ha mai processato se stessa. Si arroga soltanto il sacrosanto diritto di spargere notizie (e processare gli altri). Le quali sono benefiche, necessarie, inevitabili (ripeto) solo se seminate con metodica continuità fino a ottenere il buon risultato, e non soltanto tre giorni prima e non già tre giorni dopo l’occasione ufficiale di un’elezione. Basterà uno dei tanti festival sanremesi della nostra vita pubblica a far dimenticare Berlusconi, i suoi miliardi iniziali, le sue società off-shore, i suoi paradisi, e ad attenuare e diluire la spenta supponenza dei gestori della mediocre comunicazione nostrana.
Ancora una volta fa un male del diavolo a constatare il vuoto spento e affumicato che c’è nel vulcano sgretolato della sinistra comunista italiana – tutto silenzio o stridule grida.
***
Un buon contributo per capire realisticamente la situazione non solo nostra ma generale (un guazzabuglio ormai quasi indistricabile, mal sostenuto da pezze incollate sul momento – come già detto) è dato, per esempio, dalle due colonne a firma Alfredo Recanatesi di lunedì 19 marzo sulla “Stampa” di Torino: “Un sospetto politico per le borse in caduta”. Le quali, almeno o intanto, potrebbero indurci a distogliere il nostro sia pure timido interesse dalle diatribe grevi insulse mantenute in piedi a calci dai due opposti schieramenti. Tanto simili, ormai, da disperdersi entrambi nelle nebbie dell’indifferenza…
Il giuoco d’assalto (in cui due giuocatori debbono “mangiarsi” vicendevolmente), a cura di Salvatore Jemma e Roberto Roversi, n. 5, marzo 2001.


