Super User

Super User

Giovedì, 31 Luglio 2014 12:08

Cosa succede? Come si fa?

Non credo che il problema dei giovani sia un problema da trattare a parte, come un problema dei giovani. Neanche credo che, così isolato, sia un problema. D’altra parte non credo che ci sia un problema dei vecchi o delle donne, soltanto come un problema dei vecchi e delle donne. Credo che ci sia un unico problema generale della nostra società che impone e propone soluzioni integrali, globali; dato che questo paese non si può migliorare (se non con vacui palliativi) ma si deve cambiare. Proprio così: cambiare intero.

Detto questo, ripetiamo in quattro parole la mappa culturale e geografica dentro la quale è costretto a muoversi, anche dalle mie parti, un uomo giovane che si dispone a intraprendere la propria vita. Un uomo giovane che vuole vivere. Ebbene, se non è mantenuto dal babbo; se ha bisogni concreti e se cerca il lume di qualche semaforo non credo che esistano sul momento molti punti di riferimento sicuri. Dietro alle spalle ha un mitico e ormai stitico ’68; ha il polverone di lotte intraprese all’interno di alcune speranze che sembravano spremersi agli inizi degli anni ’70; alla metà di questo stesso decennio ha il rumore del moto rabbioso vago e subito frantumato del Movimento; ha il marzo ’77 a Bologna con le sue conseguenze; infine ha la microscopica diaspora attuale, che si propone come una miriade di cellule indipendenti. Ma se appena questo giovane cerca di allungare o aguzzare lo sguardo si imbatte in un viscido panorama con miseri riferimenti sociali, senza nuove personalità morali di rilievo, con pochi veterani che possono offrire esempi, senza protagonisti di azioni, senza maestri di idee, soprattutto senza amici disinteressati; questo, occorre pur riconoscerlo, dentro a una disgregazione che sembra sempre più precipitosa. Sicché mi pare che ne consegua, come sentimento primario, spesso esplicito e sempre implicito ma costante, la paura. La paura paurosa, la paura totale che ci prende alle volte quando sentiamo il fiato della morte; o lo pensiamo soltanto. Tale paura, naturalmente, è generatrice di guasti infiniti, dentro e fuori le coscienze. Tuttavia (altrimenti la pazzia sociale sarebbe generalizzata) essa è mescolata contraddetta squilibrata corretta da un sentimento forte, anzi addirittura violento, di grande speranza. La paura è presente, anzi è il presente; la speranza è subito futura, anzi è il futuro. Ma che cos’è il futuro per un uomo giovane? Rappresenta, mi pare, la conclusione di un periodo (un momento) di stravolgente inquietudine e l’avvio di un atto di appropriazione a cui finalmente ci si dispone. Il futuro è il passaggio da una impossibilità di “salvare” la propria vita alla convinzione faticosamente raggiunta di riuscire a districarla dall’oppressione “globale” solo se l’uomo tornerà a conoscere e a riconoscere se stesso attraverso l’uomo e se non si lascerà più sabotare dai falsi fantasmi. Questi falsi fantasmi erano l’approssimazione e l’arroganza, il narcisismo caotico, la precipitazione nel volere risultati e conclusioni; erano soprattutto l’indifferenza spicciola per i problemi antropologici di fondo, snebbiati o coperti dall’ossessivo generico saggismo su argomenti teorici generali. Si va adesso precisando la convinzione che per superare l’attuale “stretta” si devono cambiare non tanto le cose ma le ragioni dentro alle quali le cose sussistono e persistono. In altre parole: rivoluzionare è conoscere fino in fondo, non è violentare. Infatti la violenza attuale non appartiene ai giovani, in quanto si è posta soltanto come un’offesa all’uomo; mostrando, nella sua volgarità, l’incapacità di ottenere qualsiasi risultato svincolante. Tornare a conoscere, invece, vuol dire rapporto nuovo con le cause e riflessioni nuove sulle conclusioni; quindi un allargamento stimolante e imprevedibile dei campi di intervento. Assistiamo all’emergere, in mezzo alla fatica sovrumana della vita, di una tensione collettiva nell’uso culturale della politica (mentre negli anni scorsi era in atto l’uso politico della cultura) con il conseguente recupero metodologico – fra l’altro – della “pazienza” quale formidabile strumento di lotta. Pensare non è più un atto controrivoluzionario; cercare di far maturare (con indipendenza e con la cautela di una vigile attenzione critica) i problemi sostituisce l’obsoleto e micidiale “tutto e subito”, che non concludeva. Voglio dire che c’è una forza giovane, assolutamente matura, disponibile a partecipare, ansiosa di fare e che riesce nonostante tutto a distribuire o a ridistribuire quella quantità giusta di autentica speranza nella vita che – come dicevo all’inizio – ogni sera riesce a uccidere la paura. Naturalmente persiste vergognosa la presenza al vertice del potere pubblico di reggitori che si vorrebbero cancellati via come un incubo. ma questo aspetto della nostra vita ufficiale e sociale dovrebbe essere affidato a un Lovecraft per essere descritto. A lor signori e alle loro ciance dedico questa notizia fra le tante: laureato al DAMS (Università di Bologna), calabrese, ventiquattrenne, intelligente, solo desideroso di fare e continuare a imparare, con alle spalle una tesi acutissima, adesso intento alla stesura di un proprio lavoro originale, non riesce a trovare un letto. Un letto. Ha dormito in una vasca da bagno. Ha dormito alla stazione. Ha cercato a Firenze. Non trova niente. Ecco, io credo che ci voglia una grande forza per scegliere ancora il positivo del mondo in tale situazione. E credo che ci voglia una grande fiducia per continuare a vivere e per continuare a cercare ogni speranza; e un grande amore per gli uomini per volere vivere fra gli uomini in queste condizioni. È un sentimento che lascia di stucco tanto è autentico generoso e provocante per tutti; e che appena ieri faceva dire a un altro, in condizioni analoghe al precedente: lavorare, far qualcosa, inventare qualcosa, sperare qualcosa è una necessità. Sennò cosa succede? Sennò cosa si fa? È dentro a questa necessità di fare che si giuoca il destino di tutti.

 

 

 

La Città Futura, 11 aprile 1979.

 

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Isabella Lo Duca e Davide Mastroianni)

 

 

 

Università degli Studi di Roma, “La Sapienza”, Facoltà di lettere e filosofia

Tesi di laurea in Letteratura italiana moderna e contemporanea.

L’Italia sepolta sotto la neve. L’esperienza poetica dell’ultimo Roversi

Relatrice: Prof.ssa Biancamaria Frabotta

Correlatore: Prof. Giorgio Patrizi

Candidato: Carlo Ruggiero

Anno accademico 1999/2000

 

 

 

Indice

 

I. “Con le orecchie al vento come i cani”. Profilo di Roberto Roversi

Ritratto di Roberto Roversi da giovane

Il tempo di «Officina»

Quei “favolosi” anni Sessanta

Gli anni Settanta. Nuovi canali di comunicazione

Gli anni Ottanta-Novanta

 

II. Il caso Roversi. Fortuna e sfortuna di un poeta intellettuale

La poesia di Roversi, una scoperta tardiva

L’interesse per Dopo Campoformio

Il dibattito degli anni Sessanta

La scelta della clandestinità

Roversi nel “mercato delle lettere”

Un colpevole silenzio

 

III. L’Italia sepolta sotto la neve

Tra vecchie angosce e nuovi stimoli

L’Italia sepolta sotto la neve

Premessa: Il tempo getta le piastre nel Lete

Parte prima: Fuga dei sette re prigionieri

Parte seconda: La Natura, la Morte e il Tempo osservano le parche che giocano la partita

Parte terza: Astolfo trasforma i sassi in cavalli

 

IV. Bibliografie

Bibliografia

Bibliografia critica

 

***

 

 

I. “Con le orecchie al vento come i cani”. Profilo di Roberto Roversi

 

 

“Costituzionalmente si deve avere bisogno di imparare, di perdere le scorie, di tenere gli occhi aperti, di sentirsi ribaltare, di stare con le orecchie al vento come i cani”.

 

Roberto Roversi

 

 

“Lo scrittore? L’autore? Piglio l’uno e l’altro e dico così: non uno che scrive ma uno che fa. Scrivendo si sceglie scrivendo, facendo si sceglie facendo; magari in entrambi i casi si rischia l’osso del collo – quando non si è deciso altrimenti, cioè di passare alla cassa”.

 

Roberto Roversi

 

Ritratto di Roberto Roversi da giovane

 

Forse il profilo più suggestivo di Roversi l’ha tratteggiato Angelo Romanò, quando di lui sottolinea “il rovello lancinante, la disperata proterva integrità, il pervicace rifiuto del mondo, lo smisurato amore del passato, della virtù incarnata nel passato duro, rigido, manicheo, il senso dell’inafferrabilità del tempo, il voler essere puro, incorrotto, compatto dentro la storia che è impura, corrotta, dissoluta […]”1; “come uno che vuole vivere in quel tale tempo. E vuole viverci dentro…”2, aggiungiamo noi, per mezzo delle parole dello stesso poeta, protagonista di una costante e indignata registrazione degli eventi sociali e di una furiosa “contestazione globale” della società italiana contemporanea.

L’opera di Roberto Roversi, poeta, narratore, drammaturgo, critico e animatore culturale tra i più significativi (per vitalità, rigore morale e severo impegno nella formulazione di proposte metodologiche) di tutta la letteratura engagée italiana, appartiene quasi completamente al mezzo secolo successivo al secondo dopoguerra, periodo del quale vive in prima persona, sulla propria pelle, tutte le drammatiche lacerazioni ed i contrasti. C’è però una sua esperienza precedente che, in un profilo generale come quello che tentiamo di disegnare, merita quantomeno la registrazione, se non altro perché mette in luce alcuni tratti caratteristici che permarranno, necessariamente arricchendosi, nella personalità intellettuale roversiana.

Roversi nasce a Bologna nel 1923, da una famiglia che apparteneva “a una borghesia non ricca, appena benestante, ma provincialmente ambiziosa e con qualche dovere3. Un suo zio, uno di quei “personaggi della famiglia, i favolosi gentlemen, coloro che passano lasciando (ancora) tutti sbigottiti”4, fece pubblicare a proprie spese, prima di morire, il suo primo libretto di Poesie da Landi a Bologna, nel 1942; al quale fecero seguito l’anno successivo, e presso lo stesso editore, il volume delle Rime eil romanzo Umano, mentre Roversi era ancora un giovanissimo studente di filosofia. “La guerra”, racconta nel 1960, dalle pagine del numero 2 de «Il Menabò», “mi portò, rovinosamente, lontano. Ero senza idee e senza forze; solo, senza maestri e ignorante […]. Seguendo con rassegnazione i bandi dell’otto settembre fui in Germania con la Monterosa; poi, in Italia, finalmente, coi partigiani piemontesi. Non feci nulla; patii soltanto con tutte le mie forze, ma non più con rassegnazione. Ero a Savigliano, appostato col mitra, nella notte d’aprile, ed ascoltavo il passo dei tedeschi in ritirata, e il canto da cruco, duro, triste che l’accompagnava; poi a Cuneo, a sfilare davanti a Parri, con tutta la gente felice, in quei giorni che sono il più bel ricordo della mia vita”5. Questo è tutto quello che si riesce a sapere sulla partecipazione diretta di Roversi alla Resistenza, interrogarlo oltre su questo argomento vorrebbe dire sentirsi rispondere che, dopo il 1960, mitizzare quel periodo finisce col disinnescarne le ancora attive potenzialità di opposizione politica e culturale; così il poeta, su «L’Unità» in un’intervista del 1966: “Bisogna rivolgerci alla Resistenza non con la tenerezza abbastanza equivoca della memoria, ma con la coscienza che quelle istanze sono tuttora operanti ed aperte. Si devono guardare le difficoltà che ci stanno davanti, non le delusioni che sono dietro”6.

Alla fine della guerra, Roversi torna a Bologna e conclude l’iter universitario con una tesi su Nietzsche, anche se, ora, i suoi interessi sono prevalentemente storici come ci confermano, in tempi molto più recenti, i suoi ricordi: “Mi interessava la storia del Risorgimento soprattutto, letta la prima volta ancora al liceo sulla documentazione interminabile ma, per me ragazzetto, affascinante del Tivaroni. Quei fatti minuti, sottratti alla pompa dei velluti e delle medaglie e delle barbe dei vincitori; quella perspicacia nel documentare e quel respiro che quasi faceva voltare le pagine come un piccolo vento… Chiesi e ottenni di diventare assistente alla cattedra di storia del Risorgimento all’università di Bologna. Rimasi due anni con progressivo appannamento delle speranze di fare, della voglia di fare”7. Un interesse per la storia italiana che mette sotto un’altra luce, alcuni titoli emblematici dell’autore, quali Dopo Campoformio, Ai tempi di re Gioacchino e, ancor di più, Caccia all’uomo,quelloche, tenendo conto della centralità del tema dell’uomo “braccato” nella poetica del bolognese, potrebbe essere assurto come titolo di tutto il macrotesto roversiano. Continua, infatti, Roversi: “Il mio proposito modesto ma convinto era di indagare sul serio, voglio dire in profondità e con continuità, la storia da fanfara e da bandiere al vento (ma in realtà da tragedia e da morte) di quegli anni, disponendomi non dalla parte del vincitore ma sulle carte del nemico. […] Niente, neanche mi ascoltavano. Volevo cercare di indagare sulle violenze ripetute e sui ripetuti massacri compiuti dalle truppe piemontesi soprattutto in Abruzzo, negli anni dell’annessione, ed ero stato conquistato dal severo eroismo dei soldati borbonici asserragliati nella fortezza di Civitella del Tronto per quell’ultima resistenza, senza resa, fino all’ultimo uomo. Solo per fedeltà a una parola. A scuola nessuno me lo aveva raccontato che c’erano uomini simili anche dalla parte sconfitta. Da quel momento, da quelle letture, da quelle notti passate su documentazioni appassionanti, ho imparato come una verità mai più dimenticata a diffidare delle parole dei vincitori. O comunque, di andare cauto nell’ascoltare e di non intrupparmi mai, in nessun caso, nell’applauso… Lasciai senza saluti l’università e mi dedicai ad altro, cercando intorno a me…”8.

Ricerca, questa, che lo portò per cinque anni ad essere contabile in una piccola fabbrica di schemi per raggi X, “lasciando un ricordo non felice, d’umore scontroso e chiuso”9; in seguito, lavorando con un’altra insegnante, e lui con uno pseudonimo, compilò parecchie antologie scolastiche che ebbero un ottimo successo, fino a raggiungere quello che per cinquant’anni sarà il suo duro ma dignitosissimo mestiere: “lavorare con i libri vecchi, con i libri antichi… con i libri che hanno polvere addosso […]”10.

Il capocommesso della libreria Cappelli a Bologna, Otello Masetti, lo avvertì che un imponente e secolare archivio, appartenuto ad un vecchio nobile che smobilitava casa, si trovava nelle mani di un rivenditore di carta straccia; Roversi decise, con un prestito, di comprare quei sacchi e di riscontrare, con lo stesso Masetti, i volumi di quel primo acquisto. Nacque così, nel 1947, la libreria antiquaria “Palmaverde”, e quel lavoro di quotidiani gesti minimi che permette a Roversi, fino ad oggi, di “vivere con quel povero decoro che mi è essenziale, e d’essere libero; di rigirare le mie carte senza che un muso di cane mi fissi con occhio risentito e mi allunghi la paga, con un sospiro, alla fine di ogni mese”11.

Da uno stanzone al primo piano accanto alla chiesa di S. Michelino, si passò ad un “cubicolo” nella centralissima via Rizzoli, poi in via Castiglione ed infine al civico quattro di via dei Poeti, dove la “bottega” si trova tuttora. Queste pareti saranno culla di importanti interessi culturali ed intellettuali, luogo di incontri e di lucida ricerca ideologica tanto da portare il gestore di una piccola libreria a trasformarsi in editore. Per le edizioni della libreria Palmaverde, infatti, sono apparsi, non solo i fascicoli della prima serie di «Officina», ma anche quelli di «Rendiconti», «La Tartana degli influssi» e «Dispacci», fino ai più recenti «Lo Spartivento» e «Numero Zero»; nonché alcuni libretti di una collana di opere “nuove e diverse”, «Il Circolo», che comprendeva testi di Pasolini, Leonetti e di Roversi stesso; le collezioni specialistiche di Opere inedite e rare a cura della Commissione per i testi di lingua; Medievalia, studi e testi latini e greci medievali e i volumi della Biblioteca Musicale della Rinascenza.

Per quanto riguarda invece le opere da produttore in proprio di questo primo periodo, e ci riferiamo alle prime Poesie, Rime e al romanzo Umano, esse rivelano subito il forte impegno morale, la strenua tensione etica ed esistenziale del giovanissimo autore ma anche, come nota Giuseppe Zagarrio, “l’educazione formale ispirata alla lezione più severa e rigorosa dei classici. Leopardi, Petrarca, ma anche e soprattutto Dante e il predantismo, quello più lacerato e aspro più pronto e rauco, insomma Cavalcanti o Cecco o lo stesso Dante più pietroso e apocalittico”12. Ovviamente molto è destinato a cambiare nel corso dei decenni a venire, però, ci chiarisce lo stesso Zagarrio, il lettore più attento ai primi vagiti (e non solo) della poesia roversiana, “restano delle tracce utili, di ordine comportamentistico ed espressivo, che possono servire a fare luce sull’ulteriore lavoro del poeta e fino a quello più attuale, […] tracce che ci dicono di alcuni motivi destinati ad operare ancora in avanti e a trovare ulteriori esiti”13. Il critico individua queste impronte, come abbiamo visto, nel “fascino della severa compostezza del classicismo”, ma anche “nell’assenza [ma si potrebbe anche definire rifiuto] della scelta novecentesca”, nella “propensione etico-religiosa verso un rigorismo di tipo calvinistico”, e nell’”effetto stilistico di accentuazione retorica” di questi versi. Aggiungeremmo noi, azzardando, pure una certa tensione verso la disperazione che si risolve o nell’urlo ribelle ovvero nel lamento inconsolabile; tensione questa che si avvertirà anche nella successiva produzione di Roversi e che Zagarrio, lucidamente, non mancherà di notare.

È del 1954, infine, il primo volume roversiano uscito dopo la fine della guerra, quello che si potrebbe definire il primo risultato compiuto della sua poesia, nel momento in cui, come ci pare giusto fare, i volumetti giovanili vengano considerati come un fecondo tirocinio e come una valida palestra per i suoi versi: Poesie per l’amatore di stampe, per le edizioni Sciascia. In questa raccolta la tendenza roversiana alla monumentalità e il tentativo di sgrossare in ritratti eroici, sia individuali che collettivi, la materia contadina, “la tecnica della ritrattistica e nell’accezione specifica della scalpellatura e dello sbalzo scultoreo”14, caratteristiche proprie del Roversi più maturo, si chiariscono già come “maniera” personale e come base progettuale ferma e sicura.

 

Il tempo di «Officina»

 

Quando nell’aprile del 1955 esce a Bologna, stampato dalle edizioni della libreria Palmaverde, il primo numero di «Officina», Nehru è il premier indiano, Nasser è il primo ministro egiziano, Molotov è ancora ministro degli esteri sovietico mentre Einaudi è il presidente della repubblica italiana; nel “bel paese” il nuovo capitalismo rampante, come ci conferma la produzione in numero sempre maggiore di automobili di piccola cilindrata, sta cercando di allargare i consumi di beni voluttuari. Il 25 aprile si festeggia in tutta Italia il decennale della Liberazione Nazionale, ma “è raccolta e divulgata la notizia che a Prato i ‘celerini’ hanno assaltato, bastonato, disperso il corteo dei partigiani a causa dei fazzoletti rossi al collo e delle bandiere al vento”15. Roversi per sua stessa ammissione viveva, a quel tempo, “assordato da una sensazione di frastuono degradante, di polverone ribollente dentro a una geografia di spacchi aperture frane; sentivo o mi pareva che tutto crollasse per cambiare, a causa di un mutamento forsennato; dentro i tonfi, mi accorgevo di essere partecipe e complice di un preordinato sfracello”16.

È in questo periodo quindi che l’aggregazione sociale che trovò il proprio collante nella Resistenza comincia a sfaldarsi sotto i colpi di nuove e sempre più complesse esigenze, ed è proprio in questo periodo che nella “bottega” di Roversi ebbe inizio il sodalizio con Pasolini e Leonetti ed il quinquennale lavoro di «Officina», progetto a cui il libraio offrì dunque il luogo natale, nonché il suo contributo di poeta oramai maturo. Infatti Roversi in «Officina» non appare espressamente impegnato nella formulazione teorica (tranne alcuni sporadici, ma lucidi, interventi) nella quale emergono invece le maggiori capacità di “agitatori” culturali di Leonetti, e soprattutto di Pasolini.

L’apporto di Roversi alla rivista sarà affidato, oltre che all’oscuro lavoro redazionale e all’attività pratica di editore, in special modo ai versi che apparvero in una serie di quattro momenti, nei numeri 1, 6, 9/10 e 12, coi titoli rispettivamente di Il margine della città bianca; Il tedesco imperatore e Periferia; La raccolta del fieno; Pianura Padana. Il suo ruolo nella “squadra” di «Officina» sarà proprio il bolognese a chiarirlo, anni dopo, ricordando che: “lì dentro ho più imparato che fatto, posso ben dirlo, a parte un fare pratico che mi incombeva e in parte mi ammazzava; la ragione è che gli altri marciavano con un frenetico passo, in un caso, e nell’altro con zampate che ad ogni colpo lasciavano il segno e non finivano di stupirmi; mentre io arrancavo venendo da un forsennato e duro viaggio fuori e dentro me stesso, viaggio che non mi pareva né mi appariva ancora concluso. Imparavo liberandomi, imparavo guardando, imparavo ascoltando, imparavo anche facendo qualcosa; per conto mio ma con una violenta tensione nel fare”17.

Il dibattito contro il “novecentismo” e la conseguente spinta verso forme poetiche tardo-ottocentesche, la ricerca di una tradizione letteraria “altra” ed il lavoro di inserimento della nuova realtà sociale all’interno dello specifico letterario, che erano i punti fermi del progetto di «Officina» e del “neosperimentalismo” pasoliniano, spingeranno, sin da ora, la poesia “officinesca” di Roversi verso “un più” di partecipazione e passione intersoggettiva, fino a precipitare l’umore del poeta nella “rabbia” e nell’“ira”, sia indiretta, dall’analisi cioè dei dati oggettivi di una realtà in via di disfacimento, sia più direttamente, dall’autoanalisi delle personali urgenze umane e sentimentali.

L’esito di questa evoluzione è un sempre più sicuro definirsi di quello che Zagarrio definisce “idillio rustico”, uno stile epico-tragico dunque, alieno ad ogni rischio arcadico, nonché il passaggio dalle giovanili scansioni più brevi alla poesia narrativa, civile e blandamente allegorica dei poemetti. Roversi, difatti, tornerà successivamente su questi versi, per inserirli, con le dovute modifiche, attraverso La raccolta del fieno, all’interno del volume Dopo Campoformio, un sintomo chiaro, ci sembra, della consapevolezza di aver raggiunto uno stabile, anche se momentaneo, equilibrio formale.

Nel 1959, l’edizione della seconda serie di «Officina» fu affidata all’editore Bompiani, liberando così Roversi dalle difficoltà pratiche (ma soprattutto economiche) che la tiratura semi-artigianale della rivista comportava, ma presso Bompiani uscì un unico fascicolo, la redazione si sciolse e i componenti della stessa presero strade diverse. Fu facile, da ogni parte, stabilire che questo epilogo fosse dipeso dal famigerato epigramma di Pasolini su Papa Pio dodicesimo, e dalla “maretta” (o dalla tempesta) che esso aveva provocato, tenendo conto soprattutto della notorietà crescente a livello nazionale e conseguentemente del peso che la figura del poeta di Casarsa andava assumendo all’interno della redazione; invece, ci rivela Roversi, “la verità più interna, molto meno interessante per il pubblico che nemmeno ci seguiva, era che redazionalmente ci eravamo squilibrati, nello stesso arco di tempo, con l’assunzione di Fortini, Romanò e Scalia. I quali, anche se collaboratori da sempre, e da sempre interlocutori molto attivi, tuttavia non avevano avuto la chiave in tasca della casa redazionale e consentivano a noi tre di chiudere le questioni, avendo una certa omogeneità caratteriale…e su alcuni principi di base. […] Il tam tam di Fortini, ad esempio, divoratore di tronchi redazionali come una termite africana, procurava perscrutando ogni dettaglio una perenne tensione”18.

La fondamentale esperienza di «Officina» verrà in seguito criticata da tutti i suoi vecchi redattori e collaboratori, come testimonia il già citato lavoro di G. C. Ferretti sull’argomento, «Officina». Cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta, ed il dibattito che seguì, su «Paragone Letteratura» nel 1975, alla sua pubblicazione con Einaudi. Alle accuse di Fortini, Leonetti e Scalia, circa il presupposto “immobilismo” delle proposte metodologiche di «Officina», si accosta la lucida critica di Roversi ad un operazione culturale che, a suo avviso, aveva prodotto “una rivista fatta da letterati, […] in «Officina» hanno avuto prevalenza, così, problemi inerenti alla letteratura piuttosto che problemi ideologici, problemi politici […]. Non è mai stato chiaro il proposito di trasferire i problemi letterari ad un diverso livello, di collocarli in una diversa e, direi, nuova posizione nei riguardi di una società che si evolveva con tanta rabbia e così in fretta”19. Si capisce così, da queste parole, quale sarà l’intento alla base del successivo progetto di Roversi, la pubblicazione della rivista «Rendiconti», portata avanti da solo nel tentativo di continuare, con maggiore determinazione ed efficacia, ciò che di buono era stato fatto con «Officina».

Sempre al periodo “officinesco” del poeta bolognese appartiene, poi, l’edizione, nel 1959, del romanzo Caccia all’uomo nella collana “La Medusa degli italiani”, curata da Elio Vittorini per Mondadori. In un contesto che aveva visto quasi tutti i titoli della stagione neorealistica, questo romanzo storico che riunisce e rielabora in una struttura unitaria i racconti di Ai tempi di re Gioacchino editi a proprie spese già nel 1952, è quanto di più insolito e non-realistico sia possibile leggere nell’ambito della cosiddetta “letteratura della Resistenza”. Il parlare della propria esperienza indirettamente, infatti, tramite cioè il filtro storico e geografico del periodo napoleonico del Sud, è qualcosa che nessuno scrittore in quel periodo riuscì a fare; Roversi mantiene inoltre il tono delle sue pagine sempre alto, per mezzo di una “fantasia molto letteraria e di artifici retorici che concorrono a rendere del mezzogiorno italiano ‘ai tempi di re Gioacchino’una immagine in cui l’elemento lirico ed evocativo, prevale sulle connotazioni, per lo più evanescenti e come (per forza di cose) sfocate”20.

 

Quei “favolosi” anni Sessanta

 

Conclusa l’esperienza di «Officina», è stata, come abbiamo già accennato, la volta di «Rendiconti», che dal primo fascicolo del 1961 verrà portata avanti da Roversi, da solo, quotidianamente e senza interruzioni fino al 1977, per poi riprenderne il lavoro dal 1992 fino ad oggi. Questa nuova rivista, a differenza della precedente, è servita, con maggior attenzione, a “ricercare nuove metodologie e ad aprire a nuove direzioni problematiche, predisponendo, o almeno ricercando, gli opportuni agganci; quindi si è tentata (e si tenta) non tanto un’opera (un lavoro) di aggiornamento, ma una vera e propria operazione di scavo, molto cautelosa e specifica, per la verità, e senza smanie, ma precisa, persistente e attenta”21. Si tenga conto che siamo agli inizi degli anni Sessanta: quelli che vedranno acuirsi sempre di più le tensioni della società occidentale fino all’esplosione del “maggio francese”, quando deflagreranno le contraddizioni del mondo tanto ad Ovest quanto ad Est, trascinando con esse tutte le istituzioni, anche quelle dell’arte e della letteratura. Il fuoriuscito di «Officina», sulle pagine di «Rendiconti», in realtà, pubblica solamente alcuni saggi e alcune Descrizioni in atto, preferendo dedicarsi ad un più puntuale e segreto lavoro di redazione, presentando quasi sempre interventi e ricerche “scientifiche”, più che testi poetici, perché l’esigenza dalla quale è nato questo nuovo progetto è stata quella di registrare degli strumenti nuovi, per giungere ad una idea della letteratura e del lavoro intellettuale diversa, e come dice Roversi: “partendo da questa premessa, che toccava un punto profondo dell’organizzazione del nostro lavoro: i problemi della letteratura non sono rappresentati dalla letteratura ma dalla lingua. Ne è conseguito l’interesse preminente, almeno fino ad oggi, per i problemi linguistici e per le ricerche metodologiche”22.

Già nel 1960, inoltre, la bibliografia roversiana si era arricchita di un nuovo titolo La raccolta del fieno, pubblicata da Vittorini sulle pagine de «Il Menabò» n. 2 assieme ad una cospicua Notizia su Roberto Roversi (montaggio di citazioni di Leonetti, Roversi e Vittorini stesso), nonché ad alcuni cenni sul poeta bolognese in Le poesie italiane di questi anni di Franco Fortini, le prime note critiche dedicategli sulla stampa letteraria nazionale.

I quarantasei poemetti che costituiscono il nucleo de La raccolta del fieno sono la rielaborazione, con numerose aggiunte e varianti, di alcune poesie “officinesche” e di altre già apparse in Poesie per l’amatore di stampe; un’operazione, anche questa, che trova le sue ragioni profonde nell’intricata matassa dei coevi eventi sociali: “il dopoguerra finiva, era finito rapidamente, nei suoi necessari entusiasmi, nelle sue ultime violenze, e si metteva in moto una diversa violenza, torbida e costante, inesorabile; meno manifesta ma atroce perché non lasciava scampo… dato che era finalizzata a compiere uno sterminio da anno zero, contro la civiltà, il mondo, la cultura contadina. In brevissimo tempo fu spazzato via, al riparo di una indifferenza quasi generale, un mondo che rappresentava l’unica montagna contro l’invadenza del nuovo capitalismo […]. La raccolta del fieno è già, per me, una piccola personale finestra aperta direttamente su quel mondo che cercherò poi in seguito di intendere ancora meglio e di partecipare con più coordinazione in Dopo Campoformio23. Saranno infatti le due edizioni di Dopo Campoformio, nel 1962 con Feltrinelli, ma soprattutto nel 1965 con Einaudi a sancire definitivamente il passaggio di Roversi ad una poesia capace di dare voce “alle esigenze di ragione ed insieme di partecipazione corale, di ricerca storica e strumentale, di schietta polemica laica e popolare”24, una poesia, infine, antilirica, volutamente narrativa e didascalica, in cui la formulazione verbale trova posto nel suo spazio storico di ricerca ed elaborazione culturale.

Roversi, in questo libro “buttato in una oggettività esasperata e dolente”, nel quale, “è perseguito il proposito di narrare una vicenda di forme e di idee che trapassano, si scontrano, declinano, si spengono dentro a questo paesaggio di cose nel corso dei quindici ultimi anni”25 e scritto tramite “la povera, buona, vecchia lingua italiana” (dato che “non si darà nuovo linguaggio e nuova invenzione se non salteranno per forza di idee i cardini delle strutture che si oppongono”), è riuscito, come dirà Giorgio Barberi Squarotti, a trovare finalmente la possibile struttura del poemetto civile di quegli anni. Il genere del poemetto che già in un primo momento era presente nelle pagine roversiane, ma più come esito mimetico, come rapporto spontaneo con le fonti ottocentesche, è ora inteso, e giustificato, come ricerca interdisciplinare e viene specificamente riferito dal poeta all’’architettura’: “L’elaborazione del poemetto, inteso come struttura a più archi di fondamenta, come massiccia palizzata di cemento armato, anche nella flessibilità organica e ‘studiata’, ma attentissima, da inserirsi in un contesto sociale articolato (perverso magari negli egoismi, nei rifiuti, nelle intolleranze e nei pregiudizi, nel modo di intendere la pietra soltanto come peso economico, ma attraente nei momenti di lucide gioie) viene dall’architettura”26. Il volume viene infatti presentato dal suo autore come un unico lungo poema in più lasse, come un viaggio unitario all’interno di quell’Italia in frenetica trasformazione; tutto ciò sarà ancor più chiaro nell’edizione Einaudi del 1965, nella quale le numerose varianti apportate saranno specificamente indirizzate ad una maggiore compattezza sia tematica che formale.

Nelle ultime “lasse” del 1965, dunque, (i poemetti La bomba di Hiroshima, Prima dell’autunno… e Iconografia ufficiale) la poesia del bolognese appare tutta impegnata in nuove spinte etico-ideologiche e metodologiche, proprio secondo i programmi del progetto «Rendiconti». A questo periodo, inoltre, appartengono tanto gli interventi più violentemente critici nei riguardi degli orrori della nuova società italiana, oramai inarrestabilmente avviata verso il “falso miracolo” economico, quanto un nuovo rovello sperimentale che ne investe tutta l’attività creativa. I risultati di queste nuove spinte si faranno progressivamente più convincenti.

Già nel 1963 le prime cinque Descrizioni in atto risultavano composte e comparivano in una cartella di disegni del pittore Giuseppe Guerreschi, mentre nel novembre dell’anno precedente era esplosa su «Rendiconti», forse mai in maniera così veemente, l’ira di Roversi: “Non amo il mio tempo, ‘questo tempo’; e non lo amo così come lo vedo, da noi, qua, mentre presume di aver raggiunto forme perfezionate di civiltà propagandare invece le (logore) formule del linguaggio politico-burocratico occidentale: libertà, democrazia, regime parlamentare; che secoli di storia hanno definitivamente usurato, coprendole di sangue, di una polvere fitta, di ricordi di dolore di perfide contraddizioni. Nazionalismo, metafisica, misticismo […]. Così qualcuno può scrivere: la rabbia di… Sia pure, con ragione; se divergendo da: rabbia in corpore litterae, nella fattispecie per opere cattive e patite per colpa dell’autore, indicasse: per la o per una realtà autentica che, anziché opprimere, e dunque costringere all’azione, offende, e dunque addormenta e insterilisce anche i propositi migliori. Rabbia politica, che è, o dovrebbe essere, sana e giustificata”27.

Tutta la materia di Registrazione di eventi, un nuovo romanzo pubblicato da Rizzoli nel 1964, prende le mosse da questo scontro con il proprio tempo disumano e falso. Ettore, il protagonista del romanzo, è schiacciato da un rifiuto economico, da una logica calcolatrice dalla quale nessuno è salvo. A livello stilistico quest’urto è reso per mezzo di un ardito sperimentalismo che avvicina Roversi agli esiti dei romanzieri neoavanguardisti. Registrazione di eventi si pone quindi al di là del “tempo immobile” di Dopo Campoformio: “Ho cercato una contaminazione linguistica del mio discorso […] dato che sono vivo e non morto e che mi appisolo malvolentieri: ho cercato cioè una persistente deflagrazione del discorso […]. Mi proponevo proprio questo: di strisciare o strusciare due sassi [lirismo e forzature avanguardistiche] per far scintille, di esasperare le mie contraddizioni per giungere a sfiorare, alla fine, un discorso più organico, dopo questa serie di combustioni consecutive in cui bruciassero veramente tutte le mie vanità”28.

Queste spiegazioni dell’autore possono valere, crediamo, anche per le nuove poesie di Roversi, Le Descrizioni in atto,che appariranno “alla spicciolata”, nel corso di tutto il decennio, su «Rendiconti» e su altre riviste, undici delle quali accompagnate su «Paragone Letteratura» n. 182, nel 1965, da una premessa programmatica di un’intransigenza critica ed autocritica senza precedenti. Roversi vi ribadisce la fine di ogni illusione in una sorta di “palingenesi rivoluzionaria”: “Anche Gramsci, il Gramsci tradizionale, iconografico (che ci bastava) ci sfugge […]. Ci occorre un Gramsci autre, che stiamo scoprendo”, e ancora, “così anche la poesia, lasciate le propaggini di Parnaso, […] siede a un tavolo e ascolta, impara e scorda di cantare […], si assume l’impegno di partecipare, con gli strumenti linguistici strutturalmente integrati, alle contestazioni continue dell’equivocità delle operazioni di ammorbidimento e cooptazione che i sistemi ordinati compiono contro lo svolgersi delle ricerche”29; i versi vengono caricati qui di un impegno assoluto, storico, essi divengono uno strumento scientifico, un atto politico: si scrive per la rivoluzione. La vocazione all’urto globale investe l’istituto poetico trascinando con se tutti i residui “retorici” che trova sulla sua strada; la poesia di Roversi, ormai per nulla attenta alla propria specificità (che anzi viene consapevolmente scavalcata), si trasforma così in puro gesto rivoluzionario.

Nello stesso 1965, oltre a ciò, il nuovo, incontenibile furore delle idee di Roversi proromperà anche sul terreno (nuovo per lui) del teatro, con il lineare atto unico Unterdenlinden, in cui il mostro ghignante del neocapitalismo assumerà le fattezze di un Hitler risorto e pronto di nuovo, dalla stanza dei bottoni di una multinazionale, alla conquista.

Questa rinnovata concentrazione ideologica troverà però, nel corso di tutti gli anni Sessanta, il proprio obiettivo primario nelle vicende politiche italiane, essa verrà scagliata principalmente contro la svolta in senso governativo del P.S.I., con la nascita del centrosinistra “organico”, e ancor più contro “lo squallido periplo di un processo socialdemocratico”30. La critica a quella che Roversi definisce “un’operazione assolutamente involutiva e deteriore”31, ma anche “un’opera di pulizia politica [nella sinistra italiana] che gioverà, una volta tanto, all’ordine delle cose e ad un più equo intendimento della situazione”32, si esplicherà in una vera e propria azione di “guerriglia” dalle pagine della stampa letteraria e non, e troverà il proprio culmine in due articoli del 1966, rispettivamente su «L’Unità» del 19 giugno, rispondendo alle domande postegli da Gian Carlo Ferretti, e su «Giovane Critica» in autunno col battagliero titolo: Il codice operativo. Autunno 1966.

È del 1969, invece, un’altra pièce teatrale di Roversi: Il crack, anch’essa incentrata sulla violenza e sul volto inumano della società dei consumi; si tratta, infatti, di un apologo della caduta in disgrazia di un industrialotto trasgressore delle tacite, ma non meno ferree leggi degli affari, in regime di libera concorrenza, che si conclude con le scene finali di giovani contestatori che finiscono fatalmente in prigione. Sullo sfondo, dunque, traspare oramai la rivolta giovanile del sessantotto, che lascia presagire delle novità anche se ancora in maniera nebulosa e non ben decifrabile.

 

Gli anni Settanta. Nuovi canali di comunicazione

 

Gli anni Settanta di Roversi si aprono nel segno della clandestinità, ovvero nel segno del ciclostile. Le Descrizioni in atto, scritte negli anni Sessanta, verranno infatti raccolte in una edizione “fuorilegge”, tirata a mano dallo stesso autore, e spedita nel 1970, gratuitamente, a chiunque ne facesse richiesta; seguiranno poi, con successive integrazioni, le nuove tirature del 1974 e del 1985. Un atto di pratica politica, questo, in sintonia con le citate premesse programmatiche apparse su «Paragone Letteratura» del 1965, ma soprattutto in netta polemica con un’industria culturale oramai chiaramente massificatoria. Questo esperimento tuttavia trovava terreno fertile proprio nell’ambito della contestazione, giovanile e non, di quegli anni e in quell’acceso dibattito si chiariva non come una scelta provocatoria, ma come un’ardita ricerca di nuove possibilità di incontro col lettore.

Furono gli studenti infatti a suggerire a Roversi il ciclostile ma “era già abbastanza evidente fin da allora che lo scontro vero e vitale, sottraendolo a formule datate, avrebbe dovuto essere trasferito sul campo delle nuove tecnologie di comunicazione, dei nuovi sistemi di distribuzione e gestione della comunicazione, dei nuovi linguaggi”33. Un aspetto, questo, tanto importante nelle battaglie politiche del sessantotto che, secondo Roversi, sarebbe stato corretto “allora, […] attraversare il reale trasferendo la propria immaginazione nella codificazione delle parole; invece l’immaginazione fu collocata e poi quasi abbandonata nella concretezza della lotta politica, che andava assestandosi sulla base della violenza pratica”. Questo per Roversi fu “l’errore (di convinzione e di prospettiva) che ha portato al terrorismo”34.

Proprio su questa violenza, sull’ambiguità del potere che ne fa uso e sulle possibilità di azione dell’intellettuale contro di essa, ruota La macchina da guerra più formidabile, il terzo degli scritti di Roversi per il teatro, apparso su «I Quaderni del C.U.T.» nel 1971, e forse il più arduo e meno comunicativo di tutta la sua prosa. “La macchina da guerra più formidabile” è, secondo la definizione di De Sanctis, l’Encyclopédie, la quale mosse guerra al potere. “Questo, secondo Roversi, è sempre uguale a se stesso [nel tipo di violenza utilizzato per reprimere] e per quanto si sforzi, a volte con successo, di appropriarsi della ‘macchina’, i principi di essa sostanzialmente gli restano estranei e avversi”35. L’immutabilità dei metodi di coercizione del “sistema”, che si manifestano nel corso delle tre parti del lavoro (Violenza, Repressione, Conclusione), viene resa dall’autore tramite numerosi anacronismi e contaminazioni della vicenda, nonché per mezzo della strana grafia dei nomi (Volty per Voltaire, Roos per Rousseau, ecc.) e da vari “barbarismi anglicizzanti” (Roversi fa qui uso di una strana Koinè, una sorta di ironico esperanto). In tal modo la violenza descritta tende a superare ogni confine storico e geografico e a rendersi universale ed eterna. Il testo verrà rappresentato dal Gruppo Libero tramite la riduzione e l’adattamento alla scena di Arnaldo Picchi.

Le quaranta, fittissime pagine degli “Appunti per l’allestimento scenico” a firma di Picchi ci sembrano essere la più chiara prova della estrema densità testuale e della lettura singolarmente difficoltosa della redazione originale, ma anche del grande fascino di un testo che si propone come una complessa figurazione dei cruenti avvenimenti che cominciavano ad insanguinare il suolo italiano proprio in quegli anni.

Dei primi anni Settanta sono poi le fruttuose collaborazioni di Roversi con le riviste «Quasi» e «Salvo Imprevisti», dalle pagine delle quali l’autore bolognese continua la sua battaglia, oramai più che ventennale, per dare alla letteratura e all’intellettuale una più precisa funzione politica, per creare le premesse di “un loro inserimento qualificato e qualificante nel contesto delle operazioni culturali”36. Il problema dei rapporti tra politica e cultura, dunque, non può che continuare ad essere centrale, oltre che nella produzione creativa, anche negli scritti teorici roversiani di questo periodo, ce lo confermano le parole di Roversi stesso che, su «Salvo Imprevisti» nel 1973, riportano questo lacerante nodo alla storica questione del “Politecnico”, evidentemente conclusa, ma da cui poteva trarsi un valido insegnamento: “Non più Vittorini o Togliatti, Togliatti o Vittorini, ma subito Vittorini-Togliatti e Togliatti-Vittorini… Non più l’opposizione politico-culturale per cercare di raggiungere agganci opprimenti, rapporti che deludono, ma politica… Oggi da noi non si può far altro che politica”37.

Un gesto determinato da istanze politiche ci sembra infatti il nuovo esperimento di Roversi, condotto per saggiare le possibilità di un diffusissimo, ma (per lui) insolito, mezzo di comunicazione: i testi per canzoni scritti con Lucio Dalla. Dal 1973, dunque, al 1976 appaiono le tre collaborazioni del poeta col cantautore (gli LP Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa e Il futuro dell’automobile); uno strumento, quello delle liriche per la musica leggera, che può apparire poco ortodosso solo ai fautori di una presupposta sacralità della letteratura, e che invece mette in luce la necessità dell’intellettuale, nella moderna “jungla dei segni”, di sondare ogni possibile mezzo d’informazione per eludere e contestare gli oramai corrosi tramiti istituzionali, “così l’appello dello scrivere resta, sia pure rognoso, un atto politico. Non perde la misura”38.

Nell’ottica della ricerca di sempre nuovi canali di comunicazione che, come abbiamo visto, è la principale preoccupazione di Roversi durante tutti gli anni Settanta, ci sembra di poter inserire anche la stesura, iniziata nel 1974 su una remota commissione della Banca del monte di Bologna in vista del suo centenario, di una pièce teatrale scritta esplicitamente per essere rappresentata in piazza Maggiore a Bologna, Enzo re. Tempo viene chi sale e chi discende. Di questo testo esistono tre edizioni a stampa (una apparsa in cinque puntate su «Bologna Incontri» nel 1977, un’altra, col titolo Enzo re, su «I Quaderni del C.U.T.» nel 1978 ed infine per le Edizioni del Battello Ebbro nel 1997), ma il pezzo non venne mai messo in scena poiché “all’improvviso tutto fu accantonato senza una parola dietro il pretesto (questo si vergognoso) che lo spettacolo sarebbe costato oltre cento milioni”39. La vicenda di re Enzo Falconetto, figlio naturale di Federico II, imprigionato dai Bolognesi, diviene ancora una volta, come ne La macchina da guerra più formidabile, simbolo dell’ambiguità del potere, in questo caso, però, rappresentato dalla penna di Roversi tramite una sorta di stile “epico basso”, striato da sfumature esistenziali, estremamente distante dunque dalla densità del tessuto linguistico dello scritto precedente.

Anche la trascrizione in lingua delle poesie in dialetto romagnolo della raccolta I Bu di Tonino Guerra, curata per Rizzoli nel 1972, si presenta come un intervento in un campo non certo consueto, ma, visto che “la poesia dialettale è uscita dal ghetto, o dall’aulico cincischiamento dei grammatici o glottologi […], ha allargato il suo dialogo, ha coinvolto e interessato tanti, con eccellenti risultati”40, ricco di straordinarie potenzialità eversive.

Ma la realtà sociale e culturale degli anni Settanta cambiava con una velocità sorprendente, ed ecco che, nella “conversazione introduttiva” con Gian Carlo Ferretti all’edizione de I diecimila cavalli, l’ultimo romanzo di Roversi, apparso nel 1976 con gli Editori Riuniti, l’autore sottolinea come le scelte che avevano portato al ciclostilato delle Descrizioni in atto fossero oramai superate da problemi diversi e più complessi. Anche questa apparentemente regressiva opzione editoriale, infine, fu determinata da una diversa necessità politica, quella di cercare (e di raggiungere), in questo caso tramite un canale di partito, un gran numero di lettori per far loro ascoltare la propria voce, “altrimenti il testo restava lì dov’era”. Questo complesso scritto, arricchendosi di numerose citazioni ed allusioni letterarie, si muove, però, all’interno di un ambito molto alto di ricerca, senza concedere nulla per quanto riguarda la leggibilità immediata e dirigendosi nel suo esasperato simbolismo verso nuove, e più attuali possibilità di lotta politica.

In queste pagine, la disperazione per un mondo misero e corrotto s’intreccia indissolubilmente con l’imperterrita e irrinunciabile fiducia dell’autore nella possibilità di cambiare una società nella quale gli uomini vengono contati come cavalli. Come dice Roversi a Ferretti, nella già citata “conversazione”: “Non è che il marxismo sia in crisi, sono in crisi le interpretazioni del marxismo, così suggestive; gli abiti delle quattro stagioni del medesimo stracciati dall’uso; ma il torso di legno duro rimane; soprattutto resiste” “bisogna rivestirlo” “questo è il punto. Bisogna rivestirlo”41.

 

Gli anni Ottanta-Novanta

 

L’ultimo periodo della complessa vicenda intellettuale roversiana si svolge nuovamente nella semi-clandestinità. La sua critica demistificante delle violenze e delle ipocrisie perpetrate dalle istituzioni è, infatti, ancora affidata alle pagine di piccole riviste introvabili e a plaquettes di poesia e narrativa pubblicate presso case editrici estranee ai maggiori (e più redditizi) canali di distribuzione. Come abbiamo già accennato, in questo periodo escono per le edizioni della libreria Palmaverde i “fogli” di poesia «La Tartana degli influssi», «Lo Spartivento» e «Numero Zero», Roversi inoltre si fa redattore, al fianco dell’amico Scalia, del trimestrale bolognese «Le Porte» che, pur privo di dichiarazioni programmatiche, si pone in evidente polemica con l’editoria ufficiale e “le convenzioni (individuali e sociali) della produzione dei segni”. Ad esse, questa rivista, e Roversi con essa, contrappone ancora una poesia radicata nel sociale che sappia, per dirla come il poeta stesso “dissacrare il ritualismo…un po’ farneticante e chiacchierone con cui oggi da varie parti si cerca di ricompensare la poesia dentro al gioco consunto della lingua, o dentro al traballante oracolo del cuore”42.

Mantenendo fede ad una coerenza estrema, che ci sembra l’aspetto più significativo della tenace tensione etica del bolognese, i sanguinosi avvenimenti italiani in quegli anni, dai fatti di Bologna all’affaire Moro, vedono Roversi, da una postazione sprezzantemente defilata ma fortemente partecipe, schierarsi a viso aperto, dove più l’impegno civile lo richiedeva:

Galantuomini in Lebole / che sgovernate l’Itaglia. / Ma io a Bologna da che parte stavo? / Culi secchi maledetti. / Maledetti tre volte. / […] Io a Bologna stavo / non dalla parte del vento e del fuoco / ma all’ombra del dolore43.

La mappa poetica roversiana in quest’ultimo ventennio si è inoltre arricchita di un altro, lungo progetto: L’Italia sepolta sotto la neve. Il sommario di questo imponente poema epico-civile prevede, per più di quattrocento lemmi, quattro sezioni, delle quali le prime due già uscite, come sempre un po’ alla “macchia”, tra il 1984 e il 1992 insieme ad una premessa. Il complesso impasto linguistico di questi versi si risolve in una sorta di “figuratività barocca”, e ci svela, ancora una volta, una realtà che, sebbene attraversata dai “fantasmi” della storia e continuamente alimentata da una fantasia a tratti allucinata, si mantiene sempre sul livello della pura quotidianità, quotidianità che sembra però mutarsi, all’istante, per mezzo delle parole, in scatto poetico. Nella raccolta tuttavia circolano inquietudini e fondi di cupezza sconosciuti al Roversi precedente, determinati forse dalla nuova offensiva della violenza contemporanea, dall’atto cioè di “scancellazione del presente” e del “passato tutto intero”, quindi della vita umana.

Roversi continua tuttora a lavorare a questo complesso disegno ma, nel frattempo, il suo “insopprimibile fervore nel fare” lo spinge a scrivere numerose introduzioni e prefazioni a testi ed autori considerati, nella disastrata situazione attuale della letteratura italiana, validi ed efficaci (tra i molti ricordiamo Teresio Zaninetti, Pietro Guberti, Eugenio Vitali) e a pubblicare alcuni volumetti, sempre in edizioni a tiratura limitata e sempre tramite circuiti editoriali ignoti ai più.

Nel 1986 esce, per Il Ventaglio, Paso Doble, dieci “pezzi” di Roversi intrecciati con le poesie di Luisa Giaconi e preceduti da un intervento nel quale il bolognese giustifica la riscoperta della poetessa fiorentina, immersa fino ad allora nella polvere dell’oblio della cultura italiana. È del 1993 invece Il libro del Paradiso, undici poesie degli anni Settanta ed Ottanta pubblicate in edizione a tiratura limitata da La Caita. Tre anni più tardi, nel 1996, escono due raccolte di poesia: l’introvabile Se tutti i mari del mondo fossero inchiostro con la cooperativa culturale Centoggi, ed i versi scritti a mano di 25 poesie autografe, in un’elegantissima edizione su carta pregiata di soli 150 esemplari. Sono del 1998, infine, il racconto breve Spaventoso rombo e notturna devastazione della grande città di Parigi. 1808, la storia grottesca e semi-autobiografica di un bibliofilo del secolo decimonono, ed i versi di Aber es haben zu singen nella collana “Amici”, su carta tirata a mano, con una notevole incisione di Enrico Della Torre.

La lucida ed inflessibile “registrazione di eventi” di Roversi, in aggiunta, oltre che sulla rivista semestrale «EnnErre». Le nostre ragioni», si distende, tra il 1998 ed 1999, sulle pagine di due supplementi settimanali del quotidiano «Il Manifesto»: «Alias» e «La Talpa Libri», nelle quali il poeta tiene personalmente una rubrica, La biblioteca di Alessandria. Gli scritti del bolognese, sorta di moderni elzeviri, si sviluppano in questa misura, per mezzo di ricordi ed annotazioni personali, in un continuo passaggio dalla letteratura alla storia e viceversa, disegnando affascinanti peripli nella memoria sia individuale che collettiva.

Oggi, quindi, dato che “qualsiasi partecipazione all’interno delle istituzioni, conclude [dal punto di vista di Roversi] sicuramente alla cessione del proprio potere comunicativo e all’accettazione diretta o indiretta del potere comunicativo dell’altro”44, l’eco della voce del poeta bolognese, flebile ma ferma, ci giunge attraverso le crepe aperte nella uniforme e monolitica superficie della società letteraria contemporanea, pagando il prezzo di una quasi totale disattenzione, ma brandendo minacciosamente il proprio pensiero “forte” contro ogni possibile “debolismo” vigente.

Infatti, sebbene “la sconfitta per chi si attesta dall’altra parte del fiume sembra per il momento totale. Bruciati i villaggi, distrutte le biblioteche, irrisi i libercoli superstiti […]”, secondo Roversi “un errore di sufficienza, di arroganza l’hanno pure compiuto; non hanno bruciato le navi. Si può nottetempo prendere il mare, verso qualche approdo… C’è sempre una riva per chi si mette in mare… Ma perché detesto questa società? Perché è, inesorabilmente, il regno del leone nella foresta. Di nuovo il luogo dell’ottocento, con pochi padroni e i piccoli servi delatori. E con i poveri poveri fuori dall’uscio guardati dai cani… E da dove scappo a gambe levate? Da un Paese senza testa, da un Paese senza coda, con solo braccia mani gambe per arraffare…”45.

 

***

 

 

II. Il caso Roversi. Fortuna e sfortuna di un poeta intellettuale

 

“[…] come un monaco di clausura

diventato pazzo, che cerca una clausura

nella clausura

per rifare di nuovo il cammino già fatto

senza notizie biografiche

cicala nel sole della tomba

a trasformare livore in malinconia[…]”

 

Pier Paolo Pasolini

 

“Grazie per il monaco pazzo di mezzo inverno

imbucato in caverne tombe che tocca la volta

con un dito

per forare il cielo

potrò vedere di notte i voli dei giovani

pipistrelli

perdersi nello sfascio dell’orizzonte?[…]”

 

Roberto Roversi

 

 

La poesia di Roversi. Una scoperta tardiva

 

“I critici hanno sempre ragione, quando i critici ci sono e leggono veramente. Io ne ho avuti quattro o cinque soltanto ma pazienti, intelligenti. Questi hanno mille ragioni, nelle loro conclusioni”46. Così Roberto Roversi nel 1978.

Ci sembra di poter dare un volto e un nome a questi critici, tanto la storia della fortuna di Roversi sulle pagine ufficiali delle “patrie lettere” appare scarna oltre che nient’affatto lineare. Una storia significativamente influenzata non solo dalla sua complessa e sofferta ideologia letteraria, ma anche dalla ideologia tout court (sebbene questi due termini appaiano assai difficilmente distinguibili nel programma culturale del poeta bolognese), nelle quali agisce come una sorta di pedale di fondo una costante attenzione ai mezzi di produzione e di distribuzione della letteratura. Roversi ha vissuto e vive nella coscienza di essere, benjaminianamente, un “autore-produttore” inserito, in maniera inevitabile, all’interno dei rapporti di produzione, all’interno degli aspetti più strettamente materiali della letteratura.

Il primo volto che si affaccia su questa scena non può che essere quello severo, deciso ma affabile di Elio Vittorini. È Roversi stesso, in anni assai più recenti, a darcene testimonianza: “Ho tre riconoscenze umane e letterarie che difendo e conservo alimentandole nel ricordo con i sentimenti. Per Giorgio Bassani, per Elio Vittorini, per Paolo Grassi. Vittorini è stato tra i pochissimi con cui ho potuto entrare in un rapporto di attenzione costante sulle mie cose man mano che riuscivo a completarle […]. Un lettore raro; partecipante, incalzante ma anche inesorabile”47.

Sarà Vittorini, infatti, dalle pagine de «Il Menabò» a dar notizia, per la prima volta, del poeta Roversi. È il 1960, da un anno circa si è chiusa l’esperienza di «Officina», il sodalizio con Leonetti e Pasolini (ma anche con Fortini, Scalia e Romanò) non ha retto alle scosse di assestamento della giovane repubblica italiana. Giocando con le date, si potrebbe dire che per creare interesse l’individualissima personalità letteraria di Roversi si sia dovuta liberare dalla feconda esperienza di «Officina», ma anche, come ci testimonia la lettura degli epistolari e dei verbali delle riunioni preparatorie e delle relazioni interne, dalle conflittualità e dagli attriti personali che un luogo di dibattito tanto aperto, e la compresenza di strade tanto divergenti determinavano.

In effetti, nell’“anno zero” della rivista il 1955, il poeta bolognese allora trentaduenne, aveva già pubblicato alcune plaquettes di poesia e narrativa in edizioni di provincia48, ma era pressoché sconosciuto, il suo sviluppo artistico ed anche una certa notorietà matureranno proprio sulle ruvide pagine di «Officina». Vittorini pubblica su quel secondo numero de «Il Menabò» tutti i quarantasei pezzi che compongono La raccolta del fieno, e più avanti è il primo a raccontare del loro autore nella breve Notizia su Roberto Roversi.

Questa “notizia”, più un affettuoso ritratto umano ed intellettuale che una reale analisi dei suoi esiti poetici, delinea gli spigolosi tratti di un uomo “irto di difficoltà e di misuratissimi interventi”49. Così Vittorini: “Roversi mi ha informato della sua famiglia prima che di se stesso, mi ha scritto al riguardo: […] appartenevamo ad una borghesia non ricca, appena benestante, ma provincialmente ambiziosa e con ‘qualche dovere’“50. Da queste pagine, soprattutto, è possibile leggere l’unica confessione, strappata da Vittorini a Roversi, circa gli anni successivi al 1943 (la guerra, la resistenza, il primo dopoguerra), quell’esperienza, cioè, che il carattere del poeta schivo e rigoroso ha tenuto sempre lontana, ricacciata gelosamente nel privato: “La guerra mi portò rovinosamente lontano. Ero senza idee e senza forza: solo, senza maestri ed ignorante; ignorante con disperazione e consapevole […]. Non feci nulla, patii soltanto con tutte le forze ma non più con rassegnazione, […] poi fui a Cuneo a sfilare davanti a Parri, con tutta la gente felice, in quei giorni che sono il più bel ricordo della mia vita”51. E continua Vittorini, citando Leonetti: “In cuor suo è, per temperamento, per ideologia assai ferma, chiuso a relazioni, solitario e legato a pochi […], ha stabilito di non esprimere, o di dichiarare, l’angoscia e la sensibilità tormentata; si è avviato ad una nuova poesia contando che fosse già reale, in lui stesso, il suo ideale morale dove non c’è posto per quegli “stati” che pure contagiano le sue emozioni come quelle di altrui”52. Ed infine: “È uno dei pochissimi giovani che abbiano le capacità sbrigative (e, insomma, la razionalità visiva) di un Michelet”53. Occorre inoltre notare che Vittorini, durante l’anno precedente, aveva accolto nella collana da lui diretta presso Mondadori “La Medusa degli Italiani” la seconda stesura di Ai tempi di re Gioacchino, col titolo Caccia all’uomo. Segno certo di una partecipe attenzione.

Sfogliando quel numero de «Il Menabò» ci si imbatte in un’altra nota su Roversi, questa volta incentrata più sul carattere dei versi che su quello dell’uomo, a firma di Franco Fortini. Il volto austero, spesso tirato dall’ira, di Fortini crediamo possa essere affiancato a quello di Vittorini nella sparuta schiera dei “critici pazienti e intelligenti” di Roversi. L’appunto, che si fa luce tra le note sui verseggiatori contemporanei nel saggio Le poesie italiane di questi anni, è infatti la prima prova di una continua riflessione di Fortini che, attraverso tutti gli anni Sessanta (edoltre), s’incentrerà sui limiti (in primo luogo ideologici) della poesia di Roversi, seguendone la complessa evoluzione. Una riflessione che, muovendosi sul crinale tra letterario ed extra-letterario, si svilupperà in un dibattito fecondo, scoprendo i nessi e le contraddizioni della poesia impegnata di quegli anni, mettendo il dito nella piaga, si badi, non solo la piaga di Roversi ma anche quella dello stesso Fortini e di molti altri. “Ma qual è il limite di questa poesia, quel che, da una parte le conferisce una energia, una presenza, un volume innegabile, e dall’altra, sembra votarla alla ripetizione di uno schema, metrico e psicologico?”, si chiede, “È l’esitazione tra servitù volontaria alla ‘letteratura’, come schermo, maschera, punto d’appoggio convenzionale e libertà immediata, come espressività integrale, ‘sincerità’“54. Esitazione che si riflette, nota Fortini, nell’aggettivazione ora “esornativa”, ora “esplosiva”, e sul piano delle immagini: “tese ognuna da scoppiare, al punto che stai per veder saltare le cerniere sintattiche e logiche, ma inserite in un complesso sentito come idillio o elegia”55. Il tutto, continua, inserito in una struttura di “torva malinconia”. La direzione che può portare Roversi fuori da questa contraddizione (tra tipo di espressione della singola immagine e organizzazione dell’intero poema) è quella del “personaggio” o “bozzetto” inserito in un’apparente regressione di gusto fine-ottocento, che attenuando l’esasperazione espressionistica dà al poeta i suoi “momenti migliori”.

I dubbi di Fortini e la sua analisi sul rapporto tra la specificità del gesto letterario in Roversi e la possibilità di un suo “innesco” sul piano dissestato dei rapporti sociali avrà proficue appendici negli anni successivi, soprattutto dopo l’uscita delle prime Descrizioni in atto nel 1965, ma affronteremo questo cospicuo argomento in seguito.

Per ora ci basti segnalare come il secondo numero de «Il Menabò» registri l’inizio di una attenzione durevole sulla poesia di Roversi dalle pagine di alcune delle più importanti riviste letterarie nel corso di tutti gli anni Sessanta. Un primo esempio ne siano gli interventi che, nel 1961, inseriscono il bolognese tra i significativi testimoni di una nuova poesia nata dalle ceneri dell’ermetismo.

L’illustre firma di Geno Pampaloni verga le pagine del n. 61-62 di «Aut Aut», nel marzo di quell’anno, che segnalano l’opera di Roversi, assieme a quella di Sereni, Luzi e Pasolini come modello del superamento di una crisi, quale “segno di un esito”, del sollevarsi di molti equivoci, sintomi “propri di una società letteraria che riesce ad esprimersi”. L’analisi del poemetto Contadino emiliano de La raccolta del fieno rivela infatti, secondo Pampaloni, l’allontanamento da una temperie culturale, da una poesia, quella della “religione mallarmeana”, che pretendeva troppo, “pretendeva che il lettore si adattasse perfettamente all’autobiografia del poeta […], ch’egli adorasse gli idoli che per il poeta prendevano talora il posto di Dio”56. Una poesia, quella di Roversi, capace di rompere il cerchio antico della solitudine, della cifra esistenziale in “una più aperta e calorosa solidarietà umana”57, senza però sottrarsi alla verità irriducibile della propria coscienza. Egli riesce, scrive Pampaloni, in un’affettuosa sublimazione popolare dell’esperienza storica che, esplicitandosi nella parola tematica “pazienza”, tende a cogliere l’“esistenziale” nello “storico”, e lo “storico” nell’“esistenziale”, non lasciando i due termini irrelati.

In quello stesso anno, e quasi contemporaneamente, Roversi è incluso in una piccola antologia di nuovi rimatori “tra stile nuovo e tradizione”, curata da M. Lavagetto e E. Siciliano sul n. 17 di «Palatina»; in una breve introduzione viene delineato un profilo poetico del poeta di «Officina» tra “moralismo” e “scrupolo masochistico”, quale “giurista” e “glossatore”, versificatore che si è riservato “il diritto doloroso e puntiglioso di introdurre dissonanze, di tendere le immagini fino al limite di una ricerca catechistica”58.

 

L’interesse per Dopo Campoformio

 

Ma è solamente dal 1962, e cioè dalla pubblicazione della raccolta di poemetti Dopo Campoformio, data alle stampe da una delle più importanti case editrici italiane, Feltrinelli, che la poesia di Roversi diviene oggetto di un analisi più approfondita ed attenta, condotta sulle pagine della stampa letteraria dai più importanti “lettori di professione” italiani; inevitabilmente la visibilità di Roversi negli ambienti letterari degli anni Sessanta risulta accresciuta in maniera esponenziale. Quell’assenza di un equilibrio, lucidamente notata da Franco Fortini nella sua lettura de La raccolta del fieno, fra l’intransigenza morale e il discorso specificamente letterario nelle poesie roversiane, viene però evidenziata anche dalle varie recensioni che accompagnano l’uscita del volume feltrinelliano. Tutte, quindi, sembrano indirizzate a dirimere il problematico rapporto di questi versi con la tradizione e a saggiarne le capacità di “carico” di quei valori, intrisi di insofferenza e di strenua resistenza ideologica, che veicolano.

L’intervento di P. Bonfiglioli, apparso su «Palatina» n. 23/24 è teso proprio a considerare come la poesia, per Roversi, non possa essere un’attività assoluta secondo la tradizione ermetica, né pragmatica e fenomenologica secondo i canoni della nuova avanguardia: “[…] l’operazione estetica si spegne ai limiti del ‘villaggio’ oltre i quali comincia un’attività che ha delle ragioni più ampie […]”59. Il libro che Roversi presenta come “buttato in una oggettività dolente”60 e scritto tramite “la povera buona vecchia lingua italiana”61, invero, svela il Bonfiglioli, legge il mondo contadino che ne è l’oggetto attraverso “le cataratte linguistiche di tutto l’analogismo e l’immaginismo novecentesco, italiano ed europeo […], in realtà non esiste lingua meno elementare e più viziosamente letteraria di quella di Roversi”62. E addirittura: “Il villaggio è il Parnaso delle Muse derelitte che hanno saccheggiato le bigiotterie dell’Europa letteraria”63. L’esitazione palesata da Fortini resiste e, spinta da un moralismo feroce che tende sempre più ad eccedere nel furore, è forse ancor più accentuata, divenendo un’insolubile contraddizione tra il dentro e il fuori dell’opera, tra letteratura e rivoluzione.

Con Bonfiglioli si troverà successivamente d’accordo Gianni Scalia che nel 196864 definisce lo sperimentalismo roversiano come “chiuso” rispetto a quello “aperto” di Leonetti: “la lingua di Roversi è una complessa mescolanza-tensione di livelli linguistico-letterari, malgrado le apparenze realistiche, o le affermazioni antiavanguardistiche, l’apparente lingua media di Roversi è di fatto una congerie di livelli, strati, toni […], si tratta di una piena disponibilità linguistica verso il lessico letterario novecentesco, non accettato come tale, ma esasperato in una specie di rabbia espressiva, di furore di documentazione linguistica e verbale”65.

Concorde circa questo aspetto è anche Geno Pampaloni, che torna su Roversi per recensire Dopo Campoformio sulle pagine destinate alla letteratura di «Epoca» del 7 ottobre 1962, per il quale il bolognese non trova alcuna stabilità: “con questo libro, è già (rivela di essere, conferma di essere) dentro la tradizione”66. Resta il contrasto politico e l’intensità di una opposizione, ma questo “[…] fa parte dell’intensità della sua passione, del timbro della sua parola: la protesta che risuona nei suoi versi affonda nel suo modo di essere, più che nel suo modo di capire e di dichiarare”67.

Per quanto riguarda il lavoro di Roversi Bortolo Pento, su «La Fiera Letteraria», invece, accetta la definizione di “poema”, a condizione che “la si spogli di tutti gli attributi sfavillanti di cui una illustre tradizione ultramillenaria l’ha sovraccaricata; purché lo si riferisca ad una epica alla rovescia, priva di declamazione, a una nozione di eroismo fatta di cruccio e di pazienza […], senza che nemmeno la sfiori la tentazione dell’enfasi”68. Ma anche dal punto di vista di Pento vi sono e rimangono “attimi di lievitazione sensoriale e fantastica” e “anche per tale via la poesia è salva”69, momenti lirici, insomma, che Roversi cerca di stemperare con l’ironia “scaltramente imbrigliata dall’aristocratica sapienza dell’uomo di consumata esperienza letteraria”70.

Al contrario, stando ad Aldo Rossi71, nei poemetti di Dopo Campoformio non vi sono impennate liriche, folgorazioni, quell’impasto analogico e simbolico che distingue la poesia dalla prosa, ma “una cantilena dura e monotona che a momenti non disdegna la violenza espressionistica”72 e che disegna una “posizione eminentemente religiosa, ma di una religiosità laica, tra Foscolo e Montale”73. Roversi, però, accoglie “troppa realtà, troppi episodi nei suoi versi; sicché vi è una evidente sproporzione fra ampiezza dei poemetti e risultati concettuali, rappresentativi e morali raggiunti, che sono spesso di eccezionale mordente”74.

Emerge in questo gruppetto di recensori, per l’ampiezza e la densità del suo intervento, Marco Forti che nel suo Le proposte della poesia75 s’impegna in una lunga lettura testuale di Dopo Campoformio,poemetto per poemetto, inserendo contemporaneamente la raccolta all’interno della temperie culturale di cui si fa documento: gli anni Cinquanta e le drammatiche trasformazioni che investivano il territorio e le coscienze italiane. “Il libro di Roversi, le cui diverse parti nacquero negli anni scorsi in una congiuntura culturale che dava loro un significato di innovazione, se non di rottura, si legge ora, nella sua interezza, in una diversa situazione, che lo riproporziona tutto a se stesso”76. Lo snodarsi del racconto, di quello che Roversi stesso definisce “un unico lungo poema in più lasse”77, dai primi poemetti, relativamente nutriti ancora della carica attiva della grande illusione democratica e popolare dell’ultimo dopoguerra, agli ultimi improntati ad uno scontento crescente verso l’arrembante sarabanda tecnologico-industriale, viene seguito attentamente da Forti che trova nei ritratti “essenziali” dell’appendice (sorta di flash back di una realtà in via d’estinzione) il risultato massimo di quella tensione all’oggettività che echeggia sin dal primo verso. Lo stesso Forti si occuperà nuovamente del poeta, recensendo due anni dopo su «Aut Aut» n. 86 un secondo lavoro di Roversi, edito da un altro campione dell’industria culturale italiana, questa volta un romanzo Registrazione di eventi con Mondadori, sottolineando acutamente il tentativo dell’autore di stratificare, nelle sue pagine, il discorso “secondo strutture prese, senza tema d’inganno dall’avanguardia, senza d’altra parte sacrificare o atomizzare la sua interna vicenda storica o ideologica di scrittore”78. Ma questa strada, quella della lettura nell’ottica dello sperimentalismo avanguardistico del romanzo di Roversi, era stata già battuta da Walter Pedullà nel suo ragguaglio di Registrazione di eventi del 1964, successivamente inserito in La letteratura del benessere79.

Pure l’eminente penna di Giorgio Barberi Squarotti si confronterà con Dopo Campoformio nei pochi cenni dedicati a Roversi ne La cultura e la poesia italiana del dopoguerra80 ed evidenzierà come l’autore “sia giunto a costruire la possibile figura e struttura del poemetto civile dei nostri anni: le varie immagini del mondo contadino fra rievocazione storica e descrizione realistica, con la significativa esclusione del mondo operaio, per l’ancora georgica concezione italiana della parola poetica, tuttavia legata a suo perfetto agio soltanto con la terra e i suoi problemi, tranne l’isola milanese […]81.

È però dalle pagine della rivista «Quartiere» del giugno 1963 che si affaccia il profilo di un terzo critico che si può considerare, accanto a Vittorini e Fortini, tra i più attenti ed assidui lettori di Roversi, uno dei protagonisti assoluti della storia della sua fortuna critica: Giuseppe Zagarrio. La lettura di Zagarrio, già da questo primo intervento, s’impernia sull’analisi degli errori ideologici e delle contraddizioni della poetica culturale di Roversi, integrandosi fruttuosamente con le perplessità che Fortini andrà sempre più precisando. L’articolo prende le mosse da uno scritto apparso su «Rendiconti» nel novembre 196282, nel quale Roversi esprimeva, con toni veementi, l’astio nei confronti dell’aborrita situazione socio-politica italiana e ne prendeva sdegnosamente le distanze. Zagarrio ponendosi dalla parte di Roversi, nella trincea, dunque, di un militantismo letterario teso ad un’opera di “guerriglia” avversa ad ogni ufficialità, ad ogni ambiguo compromesso con l’industria culturale, chiariva però i propri dubbi circa un “massimalismo morale e ideologico, che è nobilissimo quanto si vuole, ma potrebbe finire a lungo andare col divenire mito e metafisica in altra forma”83. Bisogna, secondo Zagarrio, guardarsi bene dal rischio della “globalità giudiziaria”, dai toni disperati che conducono ad una conclusione di totale colpa; è necessario porsi sul piano più efficiente del “rapporto a”, non sul piano del compromesso e del giustificazionismo ad ogni costo ma su quello della praxis, della comprensione storica. Una rabbia giusta, insomma, quella di Roversi, “ma fino all’ingiustizia, sana ma fino all’insania, e insomma implacabile e totale fino a chiudersi a una qualsiasi soluzione che non sia […] la coscienza disperata della impossibilità, la solitudine spasmodica appunto o la tragicità, che sono termini tipicamente roversiani”84. Zagarrio partecipa della stessa rabbia, dello stesso travaglio ma sente l’esigenza di superarli, di utilizzarli, di “sviluppare dal messaggio una praxis che vada oltre la soluzione generalizzante e astrattamente libertaria del restituire colpo a colpo serrandosi nelle proprie file”85, altrimenti non rimane che la condizione amarissima della “rassegnazione”, situazione, questa, “cristiano-medievale”, non è più illuministica, non diciamo poi rivoluzionaria e marxista. Tutto ciò lo rende “eticamente solidale” con Roversi ma “ideologicamente differente”, perché questa sua posizione antistoricistica fa il gioco della destra politica, perché si autoesclude automaticamente mentre la destra si muove sul piano più concreto dell’azione. Giuseppe Zagarrio coglie l’aspetto “fattivamente sano e giustificato della rabbia roversiana, il suo scatto produttivo che si traduce in azione, il suo farsi punta e assalto […] cioè guerriglia resistenziale, non disponibile affatto, né per ideologia, né per praxis, alla rinuncia”86, ma ne sviscera le contraddizioni che la costringono a rimanere inattiva: l’ottica non sempre giustificata del “totale complesso di colpa” e la ribellistica “metafisica dell’evento totale”. Questa interpretazione ci pare un inappellabile sintomo di sentita partecipazione agli stessi problemi e porzione importante di un fecondo dibattito che chiama in causa non solo Roversi, Zagarrio e, come abbiamo visto, Fortini ma tutto il militantismo letterario di quei “favolosi” anni Sessanta. Zagarrio tornerà continuamente sull’argomento, a maggior ragione dopo l’uscita delle prime Descrizioni in atto, nelle quali sembrerebbe, riprendendo il già citato giudizio dello stesso Fortini sulla poesia roversiana, che la rilevata “esitazione” tra “servitù volontaria alla letteratura” e “libertà immediata come espressività integrale” si risolva pienamente a vantaggio della seconda. I due articoli che appariranno, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro qualche anno più tardi, nel 1970 su «Quasi» n. 1 e su «Il Ponte»87, saranno infatti indirizzati a scovare nel nuovo tassello della biografia intellettuale roversiana l’equivalente linguistico dei suddetti “errori ideologici”: nel primo articolo per mezzo dell’analisi testuale di un inedito, Esecuzione di un piano (successivamente inserito nelle seguenti tirature delle Descrizioni in atto), nel secondo attraverso la lettura completa dei quarantaseipezzi che ne costituiscono il nucleo originario. La postura irremovibile del poeta, in queste pagine, il compito dirompente e demistificante che vuole affidare alla poesia lo spingono, a sentire Zagarrio, verso un’antinomia di fondo: “la ragione accanto al furore: è questa la condizione di duplicità o di ambivalenza che precipita la poesia-azione ipotizzata e praticata da Roversi. Ora ciò che la rende complessa, ma anche suggestivamente esemplare, è il rapporto (particolarmente drammatico) con cui le due categorie s’incontrano e si scontrano: in una situazione di reciproco condizionamento […]”88. La ragione e il furore sembrano volersi rapportare dialetticamente in un contesto che dialettico non può essere, determinando così una correlazione drammatica che individua “quella continua incandescenza ideologica, vale a dire la continua tensione della coscienza e di conseguenza la condizione continua di lotta verso tutta la summa dei rapporti umani […]”89. L’impossibilità della soluzione positiva, massimalisticamente auspicata dalla ragione, implicherà sempre quella negativa del furore, di qui gli “errori ideologici”: il disprezzo, questo condivisibile, verso gli apparati ufficiali della sinistra (gli uffici della rivoluzione), ma anche, e questo non è condiviso da Zagarrio, verso la massa dei popoli oppressi che dovrebbe essere il soggetto attivo della rivoluzione (“ogni qual volta / i popoli furono chiamati a scontrarsi / per la guerra di lor signori / puntuali si presentarono giovani e con la rosa infilzata sul fucile”), “l’impazienza (im)politica”, il più netto rifiuto verso qualsiasi strategia dei tempi lunghi, l’esaltazione unicamente indirizzata verso singolarità eroiche (il “Che” prima di tutti), l’ingenerosità verso la Resistenza (“una rivoluzione quando è vera / o si vince o si muore”), ecc…”Se si dovesse tradurre questo Roversi in termini ideologici, si dovrebbe gridare all’errore […]” e ancora: “Errori, dunque, del Roversi e dall’interno del suo stesso sistema ideologico […]”90. Errori che lo portano sovente a sfiorare i campi semantici della nevrosi, del suicidio e della solitudine, e dunque all’interno dell’area semantica di un decadentismo deteriore. Ma Zagarrio trova nelle stesse Descrizioni in atto l’elemento capace di scardinare questo circolo vizioso: “l’eppure vitalistico” che (un po’ come l’avversativa foscoliana “ma”) scompiglia il ben saldo ordine coscienziale, e ne impone lo scarto: Roversi contrappone alla massiccia pressione dell’esperienza la volontà di non arrendersi e di recuperare, oltre la nevrosi e oltre la solitudine, un “fervore sconosciuto” di attività e di impegno. La sua poesia continua così ad avere la possibilità di essere azione e contemporaneamente continuo resoconto (un termine caro a Roversi) di essa; una sorta di canto epico, si direbbe, per la misura corale in cui si traduce. Tutto ciò rende i versi del poeta di «Officina» fautori di una perenne eventualità. “Le esplosioni apocalittiche”, insiste Zagarrio, “[…] si chiariranno prima come disperato scatto e fuoriuscita ignea della coscienza, costretta nella solitudine della generale indifferenza […], ma si definiscono poi più precisamente nelle sue misure, dopotutto più scalzanti, di progettazione e incipienza”91. Proprio questo era stato definito anni prima dallo stesso critico il “terreno su cui vorremmo che si muovesse sempre, o sempre più la polemica roversiana, […] terreno solido, terreno fecondo, il terreno più adatto e congeniale a chi intende operare una lotta senza quartiere contro tutte le prevaricazioni della destra, e tanto più della sinistra culturale”92. Zagarrio curerà, oltre a ciò negli anni Settanta, un lungo capitolo dedicato a Roversi in La letteratura italiana. I Contemporanei. Vol. IV per Marzorati, nel 1974 (poi in una seconda edizione nel 1979), nel quale percorrerà attentamente tutta la storia dell’opera roversiana, palesando inequivocabilmente una vigilanza costante e non certo occasionale sulle vicende del bolognese.

 

Il dibattito degli anni Sessanta

 

Si capisce perfettamente, da questi pochi stralci, quanto le Descrizioni in atto si inseriscano nel coevo dibattito sul militantismo letterario, e quanti e quali problemi sollevino in quei fervidi anni Sessanta italiani scossi da mutamenti radicali: dal “boom” economico alla svolta governativa del P.S.I., con la nascita del primo centrosinistra organico, dal neocapitalismo iperpervasivo oramai avviato alla deflagrazione degli effetti del rapporto Kruscev e dei fatti d’Ungheria del 1956.

“È evidente che c’è stata una frattura negli anni Sessanta, e fatti o problemi o uomini ‘rappresentativi’ che prima incombevano (e, pareva, con una certa urgenza) adesso sembrano storicizzati o arcaici o terribilmente stanchi; altri decaduti in una loro longeva senescenza […]. Ci si accorge, mutando le prospettive del mondo e distaccandosi dai tramiti tradizionali o acquisiti che lo pacificavano oscuramente, che anche i nostri strumenti, che addirittura si rifanno a Dante, è nella realtà dell’operare che non servono più, o non servono affatto”93. Queste le parole di Roversi al momento di proporre alcune delle sue prime Descrizioni su «Paragone Letteratura», nel 1965; parole che annunciano una svolta, un necessario adeguamento dei mezzi espressivi, delle frecce all’arco del poeta per fendere una realtà che pareva mutare più velocemente della letteratura. Parole che, ritenendo necessaria una radicale trasformazione della sua poesia, una poesia che si facesse “conoscenza del mondo (possibile) nella sua organicità; contestazione dei sistemi e degli istituti integrativi da qualsiasi parte si svolgano; ribadimento delle responsabilità pubbliche, cioè sociali, che tale strumento di comunicazione comporta, […] secondo il rigore più operativo e più utile della ricognizione strutturale del proprio lavoro”94, non potevano che creare, negli ambienti letterari italiani più attenti alle varie ipotesi per un’idea materialistica della letteratura, un grande interesse. Il nuovo programma di Roversi determinerà difatti un acceso confronto di opinioni a cui parteciperanno, in quello stesso numero di «Paragone Letteratura», Fortini, Raboni e Cesarano (con uno scritto a quattro mani), nonché Angelo Romanò sulle pagine della stessa rivista, qualche mese più tardi.

L’intervento di Fortini sarà, come al solito, sottile e sferzante e, approfondendo la “verifica dei poteri” della poesia roversiana, interrotta cinque anni prima su «Il Menabò», alle dichiarazioni di intransigenza di Roversi risponderà con un’inflessibilità, se possibile, ancor maggiore. Fortini accusa qui Roversi di sterile ingenuità, di battere il martello su “miti sub-religiosi”, di “finitezza funesta”, di “freddo sudor metafisico”: “hai un bel rischiare la vita in versi: si finisce decorati, non fucilati. Quando nessuno considera più delitti ‘les erreurs de la conscience’ (Saint Just), considerarli tali ma dirlo in versi non è delitto sebbene conciliabile contraddizione”95. Il mutamento veemente dei toni e dei ‘meccanismi poetici’ attuato da Roversi determina nell’autore de I Dieci Inverni “l’imbarazzo del critico, del lettore, dell’amico o di tutti e tre” proprio a proposito della “nota impossibilità di prendere alla lettera un testo che annunciandosi poetico la lettera rifiuta”96. A tratti si direbbe un maestro disilluso che riprende un enfatico allievo: “[…] mi è gravemente patetico, caro Roberto, sentirti una fede che è stata e, a strappi, è ancora la mia”. E al grido di schietta ‘gola surrealista’ di Roversi: “grammatica e futuro finiranno”, Fortini così replica: “nell’ordine della rivoluzione oggi vivente, e nemmeno nei ranghi beati delle sante legioni, non c’è posto, questo credo, per il poeta ma, con molto incerta e difficile procedura, forse solo per la poesia. Questa poesia di Roversi mi conferma che né per lui né per me c’è più saggezza”97. Ancora una volta Fortini si impegna a tastare i nervi scoperti e le incoerenze di un tentativo di rendere la poesia un forte elemento di dissenso, dello sforzo di inserirsi nella realtà sociale per cercare, a colpi di versi, di cambiarla. Uno sforzo questo che è anche il suo, messo in pratica nel suo caso calcando sentieri più impervi, certamente più sgusciante, Roversi in maniera più diretta, violenta e di una chiarezza disarmante. Queste divergenze saranno ulteriormente chiarite nella risposta che Roversi darà, qualche anno dopo, alle obiezioni di Fortini: “l’osservazione […] è sostanzialmente molto giusta se ci si pone, e si rimane, dentro la letteratura; invece, se si intende la letteratura […] come un semplice mezzo (uno dei semplici mezzi), come strumento sia pure liso e banale rivolto verso obiettivi (o risultati) non letterari, la forza dell’obiezione mi pare impallidisca”, e ancora, “se non ho altro strumento per le mani e non sono altrettanto buono artificiere per le bombe e tattico per le battaglie […], sarò poi uno dei mille al momento dell’azione; ma intanto […] adatto la mia biro a picchiare sul viso e dico con gli altri, ripetendo con gli altri, che bisogna uccidere il tiranno”98.

Fortini ritornerà sulle Descrizioni in atto nel 1976, nel suo I poeti del Novecento99, e ai dubbi espressi sul piano ideologico accompagnerà una lettura degli esiti formali raggiunti da Roversi, notando come “l’esperienza della coeva ‘nuova avanguardia’ non viene del tutto respinta: in quelle ‘descrizioni’ c’è un piano didascalico-ragionativo […], e ce n’è un altro che evoca immagini naturali o comunque elementi figurativi. I primi e i secondi piani si avvicendano[…], in Roversi c’è una mimesi del parlato e una volontà di connessione e di movimento trasversale che è di dichiarata ascendenza espressionistica e vociana”100.

Nello scritto successivo di quel notevole numero di «Paragone Letteratura», anche Raboni e Cesarano punteranno l’attenzione più che sul piano concettuale, sulle modificazioni della struttura formale che, rispetto a Dopo Campoformio, si osservano nelle Descrizioni in atto.Cercheranno di svelare, i due critici, il modo in cui in questi versi si rifletta il passaggio ad una realtà formale sensibilmente diversa da quella che poté apparire, nel corso degli anni Cinquanta, al poeta de La raccolta del Fieno; e cioè la realtà della mercificazione e del disconoscimento dell’umano nelle strutture e nella vita della moderna società capitalistica. Il poeta nella precedente raccolta di poemetti aveva trovato una sua posizione, un instabile equilibrio nel problematico rapporto tra un piano positivo, rappresentato dalla possibile autenticità di gesti e sentimenti del mondo contadino, ancora presente ancorché assediato in quel travagliato decennio, ed un piano negativo incarnato nell’arrembante società neocapitalistica. La sua postazione poteva ancora essere, allora, quella mediana di un osservatore che registra lo scontrarsi delle due realtà, la poesia, sebbene appesantita da un moralismo retorico che ne faceva quasi una “mitologia campagnola”, aveva ancora il compito di proteggere e difendere le energie e le verità di quel mondo. Negli anni Sessanta la sua torretta di osservazione è stata distrutta dall’avanzare dell’inferno capitalistico, ed è da lì, dal fondo che ci giungono le sue Descrizioni; ed è da lì, dal fondo che Ceserano e Raboni ce ne danno un resoconto. In Dopo Campoformio “la struttura formale era affidata a campiture piuttosto ampie, elaborate con un dorato impasto di evocazioni visuali e suggestioni, e chiuse in una allure metrica a tratti un poco impettita, oratoria”101. Una scelta, questa, dove è agevole scorgere la posizione antinovecentesca presente nel lavoro teorico di «Officina». La contraddizione tra i due opposti poli, alla quale abbiamo accennato, che nella visione di chiarezza assoluta di Roversi si risolve nella dicotomia città-campagna era rispecchiata sul piano espressivo da una continua alternanza fra una serie di immagini ipertese ed una di immagini più lasse che tendono quasi all’elegia ed all’idillio. Aspetto, questo, che si ripercuote anche sull’aggettivazione: la seconda più serena, sinuosa, la prima dura, irta, quasi plumbea. In queste Descrizioni, dal punto di vista figurativo-sintattico, si assiste ad una omogeneizzazione e, notano Cesarano e Raboni, ad una “accelerazione estrema dei procedimenti espressivi”102. Si affaccia violentemente il discorso diretto di tipo sentenzioso, quelli che in precedenza sembravano giudizi interni e circostanziati, giustificati dal contesto, sembrano acquistare ora una grevità “astratta”, ma insieme “corporea”, propria delle sentenze. A livello metrico, inoltre si osserva un tentativo di sottoporre “strutture già sperimentate in passato a prove di carico particolarmente severe, che le sollecitano e le deformano senza oltrepassare tuttavia, sino ad ora, il limite di rottura”103. Più avanti Cesarano e Raboni registrano quella che Oreste Del Buono ha definito “una felice contraddizione”104 tra la distanza, espressa da Roversi negli scritti teorici, dagli esiti formali raggiunti dalla neoavanguardia, e una produzione poetica, quale quella delle Descrizioni in atto, che si avvicina pericolosamente alle istanze di un linguaggio ch’egli definisce “da crociera turistica”; ma credono, i due critici, di poter giudicare “tali coincidenze come sintomi o indizi di un clima espressivo condensatosi in questi anni su un’area più vasta di quella di pertinenza del formalismo avanguardistico […]”105.

Angelo Romanò, nell’agosto di quello stesso anno, nel n. 186 della stessa «Paragone Letteratura», si inserirà nel dibattito, leggendo la diatriba innescata da Roversi come un’utile introduzione alla lettura delle poesie di Majorino. Le fondazioni, i metodi e gli obiettivi disciplinari che Roversi richiede per la poesia, nel citato scritto programmatico, la violenza demistificante ed autocritica, il gesto scientificamente “contro” non vengono, secondo Romanò, da operatore in proprio, cioè in quanto poeta, rispettati. “Nelle poesie c’è l’altra e la maggior parte di lui: il rovello lancinante, la disperata, proterva integrità, il pervicace rifiuto del mondo, lo smisurato amore per il passato, […] il senso dell’inafferrabilità del tempo, il voler essere puro, incorrotto, compatto dentro la storia che è impura, corrotta, dissoluta […]”106. Quella di Roversi è, per il critico, “la dolorosa esaltante pazzia di chi crede che i versi siano, contro ogni evidenza, un’arma di rivoluzione; dunque accetta il rischio di essere un solitario, soggettivo, patologico ribelle”107. Majorino, al contrario, possiede come dati di fatto quelle che per Roversi sono le più faticose conquiste del lavoro intellettuale: la meticolosa ed imparziale precisione e il rigore metodologico nel catalogare la realtà quotidiana, un contegno culturale imperturbabile; la sua è una poesia che si regge su un progetto minimo, astenendosi dal definire e dal denunciare, alla ricerca sempre di una giusta spiegazione.

La valutazione di questa incoerenza verrà considerata validissima da Gian Carlo Ferretti, che nel suo La letteratura del rifiuto108 avvertirà l’importanza dell’argomento e si introdurrà autorevolmente nel dibattito, ma alla dicotomia tra programma ed esiti in Roversi, messa in evidenza dal Romanò, contrapporràl’assoluta consapevolezza del poeta, “che appunta la sua ira e il suo sarcasmo sulla condizione ambigua e colpevole di un’opposizione intellettuale letteraria, subalterna insomma, che confina il poeta fuori dalla lotta che si combatte: velleitario poeta e velleitario politico insomma, privo di una qualifica e di un lavoro preciso”; una consapevolezza, dunque, che “dà all’agonismo di Roversi […] una drammaticità autentica che respinge, di per se stessa, ogni accusa di astrattezza ideologica e di mitologizzazione di una protesta privata”109. Roversi sembra aver trovato, per Ferretti, il modo di contrastare attivamente, senza sentimenti blandi, con rigore e scientificamente avvalendosi di una sperimentazione linguistica, metrica e stilistica che fa uso in modo estremamente libero delle prove di mezzo secolo di letteratura.

Il nuovo massimo di concentrazione ideologica che si esplicita nelle quarantasei Descrizioni in atto, può chiarire anche il perché Roversi abbia voluto dare, in quello stesso 1965, una definitiva sistemazione ed un assetto unitario ai testi di Dopo Campoformio, col prepararne una editio ne varietur per Einaudi. In tal modo il marcato lavoro di “limatura” dei singoli poemetti raccolti nel 1962 (alcuni apparsi già in Poesie per l’amatore di stampe e in La raccolta del fieno) e di organizzazione degli stessi in una struttura unitaria (il percorso a ritroso di “un solo lungo errore”), trovava una sua coerente conclusione nel traguardo di una distanza critica dalla quale poter portare a termine tutto un periodo mai rinnegato, ma oramai superato.Questo lungo processo di riscrittura e riassestamento è stato seguito attentamente, in tutte le sue fasi e varianti, da Giansiro Ferrata, che in un intervento apparso su «Rinascita» del 27 marzo 1965, cioè proprio a ridosso dell’uscita del volumetto einaudiano, considera come nella nuova edizione il poeta finisca col “respingere quanto di frammentario e rapsodico l’aveva accompagnato nel ’62”. Il “nuovo” poema “si snoda da solo per i suoi undicicapitoli […]”110. Roversi, secondo Ferrata, ha qui tolto ciò che andava tolto, ha aggiunto pagine efficaci ed è riuscito a stabilire le regole del proprio impegno “senza premeditarle, le ha sviluppate così come si porta a maturazione la forma di un’opera lavorando sulle inquietudini e sugli esperimenti. Non c’è stata nessuna programmazione ideologica, solo il passaggio da un fermento ad una prospettiva storica […], fatta di storia vissuta e pensata”111. Ora, il “lungo poema in più lasse” diviene realmente un libro di opposizione, un libro di contrasto politico senza alcuno scrupolo di ordinamento dall’esterno.

È del 1967, invece, uno dei rarissimi resoconti, a firma di Gilberto Finzi, di una produzione teatrale di Roversi; un altro esempio lampante di un interesse generalizzato per tutte le opere roversiane negli anni Sessanta. I testi teatrali dello scrittore sebbene non numerosissimi112, costituiscono uno spicchio importante (prova ne siano anche le rappresentazioni di Unterdenlinden nella stagione 1967 e di Il crack due anni dopo, presso “Il Piccolo” di Milano) di un macrotesto che lo scrittore ha sempre considerato come unitario, “una matassa da sfilare, stando attenti ai nodi […], fili corti, fili lunghi, fili che si spezzano e da riannodare. Anche i testi teatrali, sullo stesso piano… quelli conclusi, altri distesi nei fogli”113. Quel breve saggio, dunque, appare in Lo spirito del ’45114 col lapidario titolo di Adolfo è vivo, e si risolve in una appassionata lettura da un’ottica prevalentemente ideologica (difficile prevederne un’altra) di Unterdenlinden, edito da Rizzoli nel 1965.

Finzi inserisce correttamente il breve e tematicamente compatto atto unico di Roversi all’interno di quell’esperienza “sempre più delusoria nelle coscienze, sempre più provocatoria nelle virulente incontenibili esplosioni di apparenza: tecnica, economia e società (amorfe, senz’altra bellezza che quella esteriore di luccicante brillio)”115 degli anni Sessanta. Per Roversi il passaggio aspro dalle speranze ai chiarimenti, dalle promesse alla disillusione, si materializza nelle sembianze di un Hitler redivivo che si appresta alla riconquista: non un folle, ma un corretto, efficiente ed abile capitano d’industria. L’autore così, conclude Finzi, “in una lineare struttura teatrale ha disciolto i peggiori veleni, storie e contraddizioni dell’epoca; che nella chiarezza semplice di un assurdo-logico ritorno, ritrova l’oggettivizzata chiave delle antinomie, che usa deliberatamente, direttamente con logica fredda senza sottigliezze e senza ambiguità: fino in fondo”116.

 

La scelta della clandestinità

 

Ci sembra di essere giunti, così, ad uno degli snodi fondamentali di questa storia, quella della fortuna di Roversi, della sua visibilità nella società letteraria italiana, quella dei “critici che hanno sempre ragione” quando “ci sono e leggono veramente”. È il 1970, infatti, quando Roversi raccoglie, in netta polemica con i metodi produttivi e distributivi mistificatori dell’industria culturale, i testi scritti dal 1963 in poi in un ciclostilato in proprio, che si apre con questa sigla perentoria: “Questo è il gruppo integrale delle Descrizioni in atto composta dal 1963 al 1969, di cui molte inedite; e adesso raccolte per essere liberamente mandate”.

Uno splendido esempio, questo, di condotta produttiva fattualmente eversiva, e punto di riferimento di tanta teoria, ma anche prassi, della contestazione degli anni Settanta; un’operazione culturale che ci sembra espressione di estrema conformità tra il “dentro” e il “fuori” del testo, tra la materia trattata e la materia con cui la letteratura deve inevitabilmente venire a contatto: la coeva realtà sociale e fatalmente l’industria culturale. La scelta di Roversi è, usando le parole di Giuliano Manacorda, “una cosa sola con il contesto dell’opera, ne è l’etichetta autentica […], la verifica in re, la manifestazione tangibile che la sua non è opera di sole parole”117. I temi di “soffocamento, assassinio, sterminio e genocidio”118 che esprimono violentemente la “rabbia politica” di Roversi, trovano la loro espressione più coerente nella realtà, nel tentativo di legittima difesa dal “tritatutto editoriale”. Un tentativo che, sebbene abbastanza diffuso in quei movimentati anni (esempi ne siano Venticinque poesie di Fortini e Gli sguardi, i fatti, i senhal di Zanzotto), sottolinea l’approdo ad una effettiva azione di rottura, indissolubilmente legata alla coscienza della fragile inconsistenza, della precarietà, della fondamentale contraddittorietà dell’atto dello scrivere oggi, da sempre delineate da Roversi negli scritti teorici.

C’è un interessante intervento del 1967 pubblicato su «Rinascita»119 in cui Roversi dichiara (rispondendo alla domanda: “per chi si scrive una poesia?”) di non credere più ad un rapporto diretto con l’interlocutore collettivo, e ciò a causa dello sviluppo dell’industria (culturale e non) capitalistica. Dunque non si può scrivere più per qualcuno, semmai “contro qualcuno”, e meglio ancora “contro se stessi”. La sottrazione dell’individualità all’autore, l’inevitabile caduta della sua autonomia, la mercificazione dell’opera d’arte, portano ad una sostanziale impossibilità di libero e incondizionato intervento e all’inutilità della letteratura in questa fase della lotta anticapitalistica. La sua risposta non è una risposta tecnica ma una risposta politica ad una situazione in cui il pubblico “è sollecitato a questo tipo di consumi (i libri) dai mezzi di pressione (oppressivi) tradizionali: giornali, settimanali, Rai-TV, prospetti pubblicitari a domicilio, lotterie, concorsi, ecc…”120. È giunto il momento di “spezzare la penna sul ginocchio e perdersi nella tempesta”.

Leggendo queste parole si comprende pienamente la scelta di Roversi di arrivare al cospetto del pubblico tramite canali di distribuzione diversi, con lettere a mano, più in dettaglio, da solo.

Una dura critica molti anni dopo, nel 1982, verrà inferta a queste tesi, ritenute massimaliste, da Giampaolo Borghello in Linea rossa. Intellettuali, letteratura e lotta di classe121. Per il quale “il bel gesto” di Roversi rimaneva tale mentre i problemi divenivano sempre più complessi, e difficilmente risolvibili da azioni eclatanti o ribellistiche negazioni.

Un esperimento, quello del ciclostilato, di cui il poeta stesso specificherà a fondo le motivazioni assai più recentemente, rispondendo, sembrerebbe, anche alle accuse di Borghello: “Non è stato un rifiuto dell’industria culturale, […] figurati che paura avrei fatto a quell’industria, e per loro quale perdita grave!…No, no…avevo pubblicato, […] senza troppa difficoltà con Mondadori, Feltrinelli, Einaudi, poi anche con Rizzoli, nonostante, e devo dirlo non per mortificazione ma per igiene mentale ed autoironia, non avessi più di cinquanta lettori, potevo arrivare a cento, con i curiosi familiari. Quindi avrei fatto ridere, se mi fossi messo ad alzare muri e divieti. […] In quegli anni Sessanta uno dei problemi di fondo impostato e promosso con violenza di propositi del tutto legittima […], direi anzi uno dei problemi determinanti si riferiva alla comunicazione. […] Non potendo conquistare la comunicazione, cioè i centri della comunicazione ufficiale, ci si proponeva di allestire e gestire almeno alcuni alternativi […]. Il ciclostilato con le Descrizioni in atto scritto nel corso di quegli anni faccia a faccia, spalla a spalla con gli avvenimenti, intendeva, presumeva… presumeva come atto, di inserirsi come una scelta militante e diretta, in cui uno metteva in gioco ciò che aveva, nel cuore di questo problema drammatico e, come ho detto determinante. Mi inserivo come un chicco di polvere ma con determinazione”122. Una citazione un po’ lunga, ma necessaria, crediamo, a comprendere per mezzo delle parole dello stesso autore, come la poesia-azione di Roversi, si trasformi coerentemente in azione politica, nel gesto di distribuzione all’interlocutore collettivo.

La tortuosa (e perigliosa) strada della “clandestinità” imboccata da Roversi non mancherà di destare l’interesse della “congrega” letteraria italiana; già il 24 maggio del 1970, sulle pagine assegnate alla cultura nel periodico «L’Espresso», Valerio Riva dà rilievo alla scelta roversiana, inserendola puntualmente in un discorso generale sulle pubblicazioni clandestine. Furono proprio gli studenti come dice lo stesso Roversi rispondendo a Riva in questo articolo a dargli l’idea del ciclostile, ed in effetti, come abbiamo già appreso dalle sue parole, proprio negli ambienti della contestazione giovanile, la sua scelta acquistava una prospettiva chiara e completa. Comincia a nascere, scrive Riva, una rete editoriale alternativa, l’editoria fatta in casa inizia a farsi sentire, librerie fuorilegge nascono in Germania, in Inghilterra e negli Stati Uniti, ce n’è una anche in Italia; la poesia di Roversi si carica di una forte spinta antagonistica e di una forte politicità integrandosi in questo nuovo contesto. L’ampliarsi del fenomeno è esemplificato, ci riferisce Riva, dal fatto che Roversi dopo aver “tirato” meno di cento copie delle sue Descrizioni in atto,per venire incontro alle numerose richieste, abbia dovuto stampare ancora più copie di quante se ne siano mai vendute dei suoi libri di poesia a stampa. Il penetrante articolo, che lucidamente coglie appieno il significato e la portata del progetto di Roversi, si conclude con quella che nel 1970 può considerarsi come una sorprendente profezia: “[…] verrà il giorno in cui teoricamente non si venderanno più libri, scrittori e lettori avranno sempre bisogno di duplicatori, magari elettronici e collegati tutti come terminals ad un unico computer centrale che immagazzinerà nella sua memoria tutto lo scibile umano e tutta la letteratura universale […]”123. La descrizione, questa, di un futuribile sistema di distribuzione della letteratura che oggi, nell’epoca della “comunicazione globale”, ci appare certo meno lontano.

Anche Giovanni Raboni, nuovamente dalle pagine di «Paragone Letteratura»124, riconduce la sua attenzione sulle Descrizioni in atto, e sulla loro tiratura “fuorilegge”. Una illegalità che anch’egli legge nella giusta prospettiva, non come ribellistico rifiuto ma come ricerca di più dirette e meno corrose modalità d’incontro con il lettore, un libro di poesia ha poco da perdere, dunque non si tratta di un atteggiamento oppositivo per una struttura (l’industria capitalistica) che si condanna da se, ma di una legittima difesa, di una ricerca di nuove possibilità. Nel merito delle poesie, la lettura, ora possibile, della totalità delle Descrizioni libera tutto il loro potenziale di orrore e furore, che si esplica in un discorso che fa della compattezza la propria cassa di risonanza. “Roversi ha lavorato in orizzontale su temi di soffocamento, assassinio, sterminio e genocidio […], che non sopportano prelievi e campionature di sorta”125. “Il Vietnam di Roversi”, per essere descritto, ha bisogno di un unico, interminabile poema “senza né capo, né coda”. Anche dal punto di vista stilistico il valore fondamentale consiste nella “grandezza di scala, nel carattere, per così dire, cubico delle varie soluzioni proposte […], che acquistano, nella coscienza di chi legge, il loro significato di violenta giustizia solo se vi si lascino ripercuotere secondo l’estensione necessaria”126, e cioè nella dilatazione smisurata di un libro che non può parlare d’altro e che non potrà mai finire di essere scritto.

Lo stesso Zagarrio, nel già citato saggio Poesia fra editoria ed anti ne «Il Ponte» (Firenze 1970), sottolinea la funzione delle Descrizioni in atto come splendido archetipo nella prassi del “circuito alternativo”, come esempio di comportamento produttivo anti e punto di riferimento centrale della coeva contestazione.

Anche Giuliano Manacorda, nel 1972 in Vent’anni di pazienza127, mette in rilievo la scelta di Roversi “che sta nel rifiuto di ogni alienante dipendenza dall’industria culturale, nel rifiuto deciso di stare in qualsiasi forma al gioco non immacolato della società letteraria in regime neocapitalistico”128, notando tra l’altro come la rabbia di Roversi esploda, qui, con una violenza che in Dopo Campoformio era ancora trattenuta, che ancora si distendeva in forme in ogni caso letterarie tra l’elegiaco e il didascalico. Ora la poesia delle Descrizioni in atto lascia parlare la realtà ex ore suo, basta la constatazione, la semplice “descrizione” appunto, per suscitare l’orrore. Ma pare a Manacorda che esistano due diversi tipi di descrizioni all’interno del volume: “il primo non è propriamente un descrivere, ma piuttosto un additare le categorie del vivere in ‘questi giorni di pece’“ (ciò che manca in questo momento è la precisione del riferimenti ad eventi e persone, un bersaglio, insomma), si avverte così ancora la tendenza ad una letteraria bellezza, ma dopo la XV “descrizione” circa, “l’intenzione trova i suoi traguardi precisi, fatti e persone sono chiamati in causa per nome, il descrivere si fa più propriamente tale”129.

 

Roversi nel “mercato delle lettere”

 

Colui che però analizzerà più a fondo il rapporto di Roversi conl’industria culturale nelle varie fasi della sua carriera (se tale la si possa realmente definire), è Gian Carlo Ferretti nell’opera Il mercato delle lettere130 (Einaudi, Torino 1979). Ferretti, che già si era occupato del poeta bolognese in La letteratura del rifiuto (Mursia, 1968) e in «Officina». Cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta (Einaudi, 1975), può prendere sicuramente posto, accanto a Vittorini, Fortini e Zagarrio, nelle serrate fila dei “lettori più attenti” di Roversi che stiamo cercando di mettere assieme. Nella lunga analisi che Ferretti compie, in questo libro, delle traversie della poesia italiana del Novecento nell’angusta struttura dell’industria culturale moderna, infatti, Roversi ricopre un ruolo fondamentale. Il suo rilievo non è determinato solamente dalla scelta eclatante del ciclostilato nel 1970, scelta che Ferretti vede realisticamente come tentativo “disperato, ma rigoroso di sottrarre la propria raccolta poetica agli equivoci ed alle strumentalizzazioni del mercato”, anche se questo affrancamento si svolge “come se la macchina dell’industria culturale non esistesse e perciò oggettivamente vulnerabile nei confronti di essa [facendone affiorare, per esempio, una certa istanza di rivolta elitaria, velleitaria e moralistica: un peccato di orgoglio intellettuale, insomma]”131; ma è un rilievo dato soprattutto dalla fisionomia “editorial-letteraria” dello scrittore che si arricchisce progressivamente dai tempi di «Officina» agli anni Settanta, lasciando però immutate le caratteristiche di fondo. Roversi nel 1955 si fa co-redattore ed editore di una rivista su cui sembrano riflettersi non pochi contrassegni del suo carattere intellettuale “schivo, elitario e protoindustriale”132. La stessa poesia officinesca di Roversi porta i segni di una tenace letterarietà, di un rigoroso moralismo, di una problematica squisitamente pre-imprenditoriale. Roversi è “un oppositore tanto più solitario quanto più intensamente partecipe dei conflitti reali […], strenuamente attaccato alla severità di una propria dimensione preindustriale ed artigiana”133, contemporaneamente e paradossalmente “ascetico-aristocratico” e “culto-popolaresco” nel modo di essere e di scrivere, quindi, in modo analogo, negli anni Sessanta esterno ai fasti dell’industria editoriale. Mai un best seller, mai un premio letterario, ma un’intensa attività nelle riviste, come la “sua” «Rendiconti», ma anche altre “rivistine” introvabili, intensi rapporti di discussione e collaborazione con gruppi politici organizzati e personalità di rilievo, dentro o fuori dalla “sinistra storica”, tra organi importanti e pubblicazioni emarginate. Lo stesso Dopo Campoformio sembra trovare una collocazione significativa in questo senso nella collana diretta da Bassani per Feltrinelli, “la presenza di quella raccolta poetica insieme a quelle di Fortini (Poesia ed errore, 1959) e Volponi (Le porte dell’Appennino, 1960) sembra voler riproporre certi termini di un discorso officinesco che rende in modo più o meno esplicito il rifiuto del falso ‘miracolo’ italiano […]”134. Ma è l’edizione di Registrazione di eventi con un grande editore come Rizzoli, “ancora in gran parte legato alla sua vecchia immagine, che rappresenta una clamorosa eccezione nel curriculum di Roversi”135. Forse, ipotizza Ferretti, una fase di tendenziale “modernizzazione” e di adeguamento, non a caso il romanzo, “scoppia nella confezione di Rizzoli” con tutta la ‘strumentazione’ del caso: grafica industriale, edizione rilegata con sovraccoperta, fascetta con l’invitante slogan: “così ci si illude di vivere”. Poco dopo, per contro, ci sarà il clamoroso gesto del ciclostilato per le Descrizioni in atto, anche se la veemente critica delle reali possibilità di azione politica di un intellettuale inserito negli ingranaggi del grande capitale, che la tiratura a mano delle Descrizioni sottende, verrà progressivamente modificata: è del 1971, infatti la pièce, La macchina da guerra più formidabile136, incentrata sulla pericolosità del “dotto” all’interno del “sistema”non appena lo stiletto della sua penna divenga sciabola.Negli anni Settanta sembrano esplicitarsi ulteriormente le proiezioni esterne della sua condizione di militante solitario ma partecipe: un autore così poco pubblico percorre le vie del teatro e dello spettacolo (indicativa risulta la collaborazione nei primi anni del decennio col cantautore Lucio Dalla per i dischi distribuiti su grande scala dalle edizioni R.C.A.) ma senza rinunciare al suo arroccamento moralistico. La sua posizione era stata e rimane però quella di un “minoritario” di sinistra, egli aveva mantenuto un rapporto di leale ed aperta discussione col P.C.I. con fasi di adesione. Emblematica di una di queste fasi, per Ferretti, è l’edizione de I diecimila cavalli con gli Editori Riuniti. È Roversi stesso che nella “conversazione introduttiva” al romanzo con Francesco Leonetti precisa la propria scelta: “L’operazione politica delle Descrizioni in atto è superata da altri problemi, da richieste oramai diverse nella sostanza e più complicate. […] Adesso gli Editori Riuniti propongono di pubblicare questo libro, ho accettato e accetto come un atto di pratica politica, altrimenti il testo restava dov’era”137. Dunque una scelta nuova, tramite l’utilizzo di un canale di partito, in una edizione economica con apparati critico-interpretativi, alla ricerca del maggior numero di lettori possibile. Una nuova strategia politica, nei fatti. Ma il romanzo mostra di resistere ad una lettura di massa, ad una presenza capillare, così Ferretti: “la sua struttura e scrittura sperimentale, il suo movimento di costante frantumazione e riorganizzazione del discorso, la sua densità problematica e simbolica, la sua forte letterarietà, sembrano destinarlo alla lettura di quei pochi lettori a cui erano pervenute le Descrizioni in atto e comunque non molti di più”138. Roversi si trova a fare i conti con una situazione di mercato a cui non sfugge nemmeno una casa editrice di sinistra, che ne è anzi per più versi condizionata, il romanzo non può non rientrare nella logica imprenditoriale. Certo egli vive in pieno questa situazione ma, scrive Ferretti, lo fa senza alcuna illusione di purezza, nel continuo tentativo di vivere il momento politico all’interno dello specifico letterario facendosi carico di tutte le dolorose contraddizioni che questo comporta. “Uno scrittore, insomma, che a proposito di un suo romanzo può affermare, in modo paradossale ma emblematico, con onestà e un po’ di utile autoironia: ‘leggete il mio libro prima di acquistarlo’“139.

L’“istituzionalità” del mezzo di distribuzione del nuovo romanzo di Roversi ha inevitabilmente comportato il subitaneo apparire sulla stampa nazionale, in quel 1976, di numerose recensioni, tutte però mettono l’accento sulla non facile leggibilità del romanzo e sull’alto potenziale simbolico di un’opera globalmente considerata complessa e densa, ricca di riferimenti al dibattito sociale e politico (quindi, nell’ottica roversiana, culturale) in corso.

Mario Spinella è il primo, su «Rinascita» n. 12 del 19 marzo 1976, a dare notizia del nuovo volume. In un denso “occhiello”, dal suggestivo titolo “Il fuoco e la neve”, Spinella svela le numerose citazioni che arricchiscono il complesso impasto delle pagine di Roversi, a partire dal titolo, sintagma di un antico poeta cinese citato da Mao. Ma “di tali riferimenti e perfino di numerose citazioni dirette, Roversi fa ampio uso. E, in quella prima pagina […], non a caso incontriamo i nomi di Diogene Laerzio, di Epicuro, di D’Alembert, mentre ancora più numerosi per tutto il romanzo sono i riecheggiamenti indiretti, i ‘calchi’ culturali, le allusioni a testi letterari del passato. La cultura e la letteratura sono così esplicitati nella loro funzione di materiali […]”140. La diligente lettura del critico ci chiarisce anche numerosi prestiti da “canzonette”, modi di dire correnti, slogan pubblicitari, anch’essi materiali culturali da sussumere direttamente e che costituiscono anzi “già di per se stessi eventi dai quali l’azione è, per così dire, tutta impastata e segnata”141 in un assemblage e collage propri dell’arte contemporanea, dell’avanguardia. Roversi, continua Spinella, guarda alle sperimentazioni dei vari “issimi” come ad un nodo essenziale dell’officina culturale contemporanea. Un altro riferimento esplicito che non sfugge a Spinella è il Vittorini di Conversazioni in Sicilia, e più ancora, forse, di Il Serpione strizza l’occhio al Fréjus, una consonanza più di “genere” questa, il genere “epico-lirico”, non solcato perciò dal simbolo solo occasionalmente e ricco di accentuazioni ritmiche e di una ricorrente versificazione. L’autore bolognese, però, a differenza di Vittorini non sembra cadere mai nella tentazione dell’allegoria, rischio primario della letteratura che ha come referente privilegiato l’ideologia. Il nocciolo del romanzo è infatti lo spirito del sessantotto che Roversi sviscera tramite l’utilizzo scientifico dell’apparato linguistico a sua disposizione, un romanzo sperimentale, dunque, ma “nel senso migliore del termine”142.

Sulla densità del tessuto linguistico del romanzo incentra la propria interpretazione anche Mario Lunetta, in un articolo del 24 marzo di quello stesso anno su «Il Messaggero» di Roma, notando come “l’energia di Roversi sia multidirezionale solo all’apparenza: in realtà la sua capacità di sintesi è perfino ossessiva e in tutti i casi indirizzata, con magnifica coerenza, all’uso visionario di un delirio antagonistico in cui la logica è sempre ‘altra’, la metafora ‘sguincia’, la rappresentazione ‘straniante’ […]”143.

Pure Felice Piemontese nel recensire I diecimila cavalli su «Paese Sera Libri» dà rilievo alla dimensione convulsa e magmatica del romanzo, proprio come convulsa e magmatica è l’Italia di quegli anni, un Italia che è ben più dello sfondo su cui si svolge la trama. I riferimenti culturali sono infatti “non passivamente raccolti ed esibiti ma costitutivi della struttura stessa dell’opera”144. Nel libro, continua Piemontese, ritroviamo tutto il dibattito letterario e politico di questi anni, rivissuto dall’interno criticamente, anche se “non tutto è convincente […], non lo sono gli echi vittoriniani troppo espliciti ed esibiti, così come non sufficientemente giustificati sembrano alcuni riferimenti simbolici. C’è anzi un’attitudine metaforizzante che a volte risulta sovrabbondante (provoca un eccesso di letterarietà) anche se, in verità, Roversi stesso rivela un’impazienza stilistica verso i suoi stessi riferimenti”145.

 

Un colpevole silenzio

 

La coraggiosa scelta della “macchia”, iniziata con il ciclostilato delle Descrizioni in atto, e inframmezzata, come abbiamo visto, dall’edizione de I diecimila cavalli con gli Editori Riuniti, verrà propugnata anche negli anni successivi. Fino ad oggi, infatti, le opere di Roversi verranno pubblicate da piccole case editrici semisconosciute o su riviste difficilmente reperibili, su “fogli volanti” come ci conferma lo stesso autore: etichette quali Nordsee, Pendragon, La Caita, Cooperativa culturale Centoggi, e ancora, l’Associazione Autori Contemporanei, La Città del Sole o Il Girasole; edizioni a tiratura limitata, con esemplari numerati, o su carta tirata a mano da mastri cartai. La clandestinità teorizzata da Roversi è stata attuata in pieno nel corso di tutti gli anni Ottanta e Novanta, corredata da una fitta attività di “registrazione” dei mutamenti sociali e di opposizione agli “orrori istituzionali” condotta dalle pagine di riviste a piccola diffusione. Una scelta consapevole e coraggiosa, che inevitabilmente lo porta fuori dalle luci della ribalta letteraria italiana, in un esilio volontario, sdegnoso ma partecipe, proprio secondo il ritratto disegnato da Ferretti.

Direzioni editoriali, queste, fuori dai circuiti più evidenti, che hanno limitato fortemente l’evidenza della produzione roversiana e la ricerca di un più ampio pubblico tentata con l’edizione de I diecimila cavalli. Roversi scompare dalle cronache letterarie, non si ha più notizia delle sue poesie, gli interventi sempre più rari che lo riguardano hanno peculiarmente come oggetto la sua attività degli anni Sessanta, con la significativa eccezione del volume distribuito dagli Editori Riuniti.

Esempio chiarissimo di questa tendenza è la completa latitanza della più recente poesia di Roversi da alcuni volumi che hanno come oggetto la storia della letteratura italiana del Novecento. Già nel 1976 Silvio Ramat nella sua Storia della poesia italiana del Novecento edito da Mursia, analizzava con relativa attenzione i poemetti di Dopo Campoformio nella loro endemica storicità, tralasciando completamente però le Descrizioni in atto, che come abbiamo visto erano state ciclostilate in propriogià nel 1970, ed avevano avuto, inoltre, una nuova “edizione” con sostanziali integrazioni nel 1974 (Nel 1985 Roversi si metterà di nuovo al lavoro col ciclostile, inserendo nella raccolta altri testi scritti nel frattempo; nel 1990, infine, le Descrizioni in atto, con tutte le aggiunte degli anni Settanta ed Ottanta, verranno pubblicate in una prima ed unica edizione a stampa per i Quaderni dello Spartivento, anche questa però fuori commercio e spedita gratuitamente). Del resto proprio di un poemetto di Dopo Campoformio, e precisamente de Il sogno di Costantino, Ramat si occuperà a lungo nel suo quasi omonimo I Sogni di Costantino146, una cospicua analisi tematica dei riflessi che gli affreschi di Piero della Francesca ad Arezzo ed altre grandi opere d’arte del passato hanno avuto su alcune importanti esperienze letterarie italiane del XX secolo. Un lungo percorso che da Le faville del maglio di D’annunzio arriva a Pasolini e Roversi attraverso “gli appunti visuali” di Roberto Longhi, del quale entrambi i co-redattori di «Officina» avevano frequentato i corsi universitari, ma arricchito soprattutto da una fedele lettura testuale del poemetto roversiano.

Le scarsissime notizie di Roversi offerte da G. M. Anselmi e A. Bertoni in L’Emilia e la Romagna, storia dell’attività culturale in quella regione e in special modo a Bologna (in Letteratura italiana. Storia e geografia, vol. III: L’Età contemporanea, diretta da Asor Rosa per Einaudi, Torino 1989), omettono, anch’esse totalmente, Le Descrizioni in atto, nonché tutta la produzione successiva a I diecimila cavalli, occupandosi esclusivamente di Dopo Campoformio e di Registrazione di eventi.

Ancor più significativo ci sembra l’esempio de La storia della letteratura italiana contemporanea. 1945-1995147 a cura di Giuliano Manacorda, la vicenda di Roversi raccontata in questo volume infatti subisce un’improvvisa interruzione a metà degli anni Settanta. Le opere a cui si fa riferimento sono di fatto le stesse di cui sempre Manacorda aveva dato notizia, quasi un decennio prima nel suo Letteratura italiana d’oggi. 1965-1985 (Editori Riuniti, 1987), l’attività letteraria di Roversi sembra fermarsi alle Descrizioni in atto del 1970 e alla stesura del romanzo datato 1976. Dopo questa data il nome di Roversi scompare, viene tirato in ballo unicamente a causa di collaborazioni con alcune riviste letterarie, tra le quali «Quasi», «Le Porte» e «Salvo Imprevisti». Le più recenti esperienze poetiche roversiane, quali, negli anni Ottanta, le varie parti dell’unico lungo poema L’Italia sepolta sotto la neve o, negli anni Novanta, Il libro del Paradiso non vengono nemmeno citate.

In controtendenza si pone invece un’opera in cui alcuni estratti da questi ultimi lavori di Roversi vengono inclusi, accanto ad altri da Dopo Campoformio e dalle Descrizioni in atto: l’antologia Poeti italiani del secondo Novecento. 1945-1995148a cura di M. Cucchi e S. Giovanardi; forse l’unico volume edito negli anni Novanta capace di fornire una visione relativamente completa della produzione roversiana dagli anni Sessanta ad oggi.

Ancora un breve saggio apparso su «Allegoria» nel recentissimo n. 33, nel giugno 2000, e cioè l’ultimo intervento in ordine cronologico dedicato a Roversi sulle pagine di un’importante rivista letteraria, ha come oggetto un testo degli anni Sessanta, e più precisamente Registrazione di eventi, col titolo La pazienza “cauta e astuta” di Roberto Roversi a firma di Simona Luciani. La curatrice sembra essere conscia della sorte di Roversi nella società letteraria italiana, tanto da esordire sottolineando che “l’opera narrativa di Roversi ha dovuto fare i conti con una certa trascuratezza nella critica contemporanea; cosa piuttosto grave dal momento che oggi Registrazione di eventi […] è considerato da molti critici […] uno degli esempi più interessanti tra i tentativi di rinnovamento del romanzo italiano”149. La lettura si svilupperà poi da un’analisi formale dell’“arditissima, ma sempre controllata sperimentazione stilistica e strutturale”150, alla verifica dell’ideologia che la sottende, quella della feroce critica alla società “dei mille frigoriferi, del calo della benzina e delle macchine a piccola cilindrata”, della “solitudine economica” del protagonista Ettore, fino a trovare una degna continuazione del romanzo nella pièce teatrale dell’anno successivo Unterdenlinden, “minore ma di notevole significato culturale e tristemente attuale”151.

Stesso discorso vale per il saggio apparso qualche mese prima e dedicato a Roversi da Giuseppe Murraca nel suo Utopisti ed eretici nella letteratura italiana contemporanea152, un’accurata analisi delle Descrizioni in atto lucidamente inserite nell’intricato dibattito politico e letterario degli anni Sessanta.

L’assenza di una recente monografia sul poeta bolognese ci sembra essere, però, il più chiaro sintomo dell’oblio di cui è caduto vittima; nessuno, infatti, sembra ritenere necessario un resoconto aggiornato del complesso percorso intellettuale ed umano di Roberto Roversi, sebbene, già nel Febbraio 1978, L. Caruso e S. M. Martini avessero curato il numero 134 della famosa collana “Il Castoro” per La Nuova Italia, completamente dedicato alla sua personalità culturale. Nell’inevitabile stringatezza delle piccole monografie fiorentine, tentarono di raccontarne la poliedrica attività letteraria e di delinearne la natura in tutti i suoi molteplici aspetti. Della superficialità del risultato crediamo siano da incolpare più i ristretti limiti editoriali in cui il volume risulta inevitabilmente angustiato, che le intenzioni dei due diligenti curatori. Martini e Caruso, invero, partendo dalle prime giovanili esperienze roversiane giungono all’ultimo periodo incarnato, all’epoca, dal volume de I diecimila cavalli, tentando di cogliere tutte le sfumature che vanno progressivamente a complicare i percorsi intrapresi dal poeta, ma anche dal romanziere, dal drammaturgo, senza dimenticare il critico ed il promotore culturale che nella persona di Roberto Roversi si danno convegno. Il loro zelo però appare frustrato dall’incomodo margine delle novanta pagine del “castorino”.

La chiusa del volume ci rivela infatti la piena coscienza, nei due curatori, della provvisorietà di questo comunque significativo lavoro: “[…] a questo punto ci pare venga fuori un possibile aggiornamento relativo al tema roversiano dello scrittore in questa società. Ed è su questo termine di aggiornamento che preferiamo concludere un discorso (provvisorio) su un autore nel pieno delle sue possibilità espressive”153. Possibilità, aggiungiamo noi, che sembrano esser rimaste senza eco, nessuno infatti amplierà lo sforzo di Caruso e Martini, almeno fino ad oggi.

Nella desolante situazione che abbiamo tratteggiato, l’eclissi di Roversi dalla scena della stampa letteraria nazionale degli anni Ottanta-Novanta è illuminata, a tratti, dai tempestivi interventi di Antonio Motta, ma soprattutto di Gianni D’Elia.

Motta, in un lungo articolo nel maggio 1995 su «Italianistica», ripercorre tutta l’attività letteraria di Roversi dalle prove giovanili di Poesie, Rime e Umano alla “Premessa” del recente poema L’Italia sepolta sotto la neve, definendolo come “un viaggio conoscitivo, calviniano, alla ricerca di altri mondi possibili, dove esiste quella striscia di realtà da conquistare (non l’isola felice di Robinson), quelle esigue spanne di terreno ideale e morale necessario per vivere” e cogliendo una “soglia di leggera e tragica ironia che soffia in questi versi”154.

Motta sottolinea inoltre un aspetto sul quale raramente parlando di Roversi è stato messo l’accento, “il lavoro capillare, attento, puntuale, attorno alla poesia dei giovani”, lavoro di cui “si dovrà tener conto, un giorno, per ridisegnare la mappa poetica roversiana”155. Tutta l’esperienza di Roversi viene qui velocemente tratteggiata, quasi a volerne ricordare l’importanza ai disattenti operatori culturali contemporanei.

Di questa importanza invece è certamente consapevole Gianni D’Elia, colui che infine vogliamo inserire nella lista dei lettori di Roversi più assidui e partecipi che abbiamo cercato di stilare nel presente capitolo, se non altro perché interrompe schiettamente e consapevolmente l’indebito silenzio che circonda il poeta in questi anni.

Nel novembre del 1989 infatti, dalle pagine della rivista «Poesia» n. 11, D’Elia recensisce, ed è l’unico crediamo, i 46 frammenti dalla prima parte del lungo progetto de L’Italia sepolta sotto la neve, pubblicata allora grazie ad Angelo Scandurra. Il critico comprende l’isolamento della sua voce al riguardo, ricordando immediatamente “[…] la reticenza ad apparire e la stessa difficoltà di seguire ‘fisicamente’ l’opera di uno degli autori più liberi e intransigenti della poesia italiana”, ma contemporaneamente avverte quanto questo diario policentrico, “questo poema epico e civile […] appaia come una novità reale e importante, per tensione espressiva e tensione linguistica, tanto da ricollegarsi al lavoro forse più impegnativo di Roversi, Le descrizioni in atto156.

La “solita” rabbia di Roversi, il suo quasi quinquagenario tormento, la sua continua cupezza trovano qui, secondo D’Elia, un nuovo equilibrio, un’altra stabilità che, determinando l’erompere di una rinnovata interrogazione continua, ininterrotta della vita, sfocia nell’ossessione della verbalità. Ossessione nella quale, però, “il linguaggio non è un mezzo, ma una realtà corrente della fantasia, che è sviluppo della capacità tecnica”157. Roversi raggiunge nella sua ricerca di un’espressione materialistica, stando alla lettura del critico, la stabilità tra il verso libero e prosodico ed un verso metrico oramai inconsapevole, “naturale”, poiché l’intenzionalità dell’opera pare rivolgersi alla coincidenza di prosa e poesia, di frase e verso, di etico e politico, di “estetico” e “cognitivo”. “E non era questo forse”, si chiede addirittura, “il sentiero retorico dell’unica poesia materialistica in Leopardi? […]”158.

Ma è soprattutto grazie ad una lunga ed appassionata intervista apparsa su «Lengua» n. 10, nel 1990 che D’Elia conquista di diritto il suo posto accanto a Vittorini, Fortini, Zagarrio e Ferretti. Un’intervista che, significativamente intitolata Conversazione in atto, coglie appunto le potenzialità ancora “in atto” dell’attenta critica, della imperterrita politicità, della coerenza estrema del poeta di «Officina». Roversi, infatti, viene qui non solo invitato a raccontare di se, del suo passato, ma anche a dare giudizi sul presente, sulla situazione politica, sociale e culturale contemporanea. Così accanto al ricordo del lavoro di «Officina», delle prime prove giovanili, della propria esperienza di libraio e piccolo editore a Bologna, del fervido dibattito del sessantotto e dintorni, dei contrasti con Fortini, dell’avventura del ciclostilato, ecc…, Roversi delinea con toni drammatici la situazione letteraria contemporanea, quella di “una disastrata letteratura, che allappa”, specificando: “Una situazione allarmante, tenuto conto soprattutto del modo, delle strettoie, attraverso le quali le opere, una volta scritte, e comunque scritte vengono stampate, distribuite, buttate più che distribuite, scaricate più che distribuite sul mercato librario, sul mercato della lettura… Allappa, allappare lo intendevo nel merito di una sostanziale omogeneità di gusto, di sapore […]. Per traumi diretti, potrei raccontare aneddoti impensabili, nella società dello spettacolo e delle macchine; i quali in qualche modo potrebbero confermare che essa prospera ma in maniera non naturale, perché assestata dentro l’arroganza del caos. Nel senso che i grandi si fanno i fatti loro e i piccoli si devono arrangiare e non importa se vanno al diavolo. Insomma, mangiare la minestra o saltare eccetera…”159.

Ed è proprio in questo sconfortante panorama, nella omogeneità e piattezza di questa letteratura che si sono insabbiate le tracce di Roversi. Ed è proprio per questo, oggi crediamo, che la figura di Roversi, nella sua proterva integrità, nella sua coerenza spasmodica, nel suo sdegnoso rifiuto di ogni facile compromesso, possa divenire modello di una difficile ma effettuabile alternativa, al fine di vivere la letteratura come impegno e come sfida, con la necessaria dignità, senza la quale essa diventa niente più che una brillante evasione. Solo così la poesia potrà avere ancora, tenacemente, la funzione di:

 

[…] contestare / stravolgere calpestare / […] oggi strumento di scasso, oggetto di rapina, / disciplinata frusta, tavola bianca di schemi / e di severi decaloghi (schivando tutti gli altri pericoli)”.

 

Roberto Roversi, XII Descrizione in atto

 

***

 

 

Cap. III. L’Italia sepolta sotto la neve

 

“Il presente è compiuto. Ho rabbrividito un poco”

 

Roberto Roversi

 

“Il ribelle è colui che ancora non vuol finire di parlare, e parla; di mettersi in viaggio, e viaggia. […] Il ribelle si strugge dentro la vita, perché la vita è il suo mondo”

 

Roberto Roversi

 

“Oggi siamo sul punto di dovere, non dico ricominciare, ma riprendere il cammino. Capelli bianchi o neri. Perché questi anni sono melma e qualcosa si dovrà pur fare”

 

Roberto Roversi

 

Tra vecchie angosce e nuovi stimoli

 

Come è stato fin qui sottolineato, tutta l’esperienza di Roberto Roversi progredisce nella ricerca di un’opposizione politica e culturale contro ogni mistificazione e contro ogni idealismo, dunque contro ogni enfasi nella letteratura quale momento irrazionale, metastorico, sublime e per questo inoffensivo. Un antagonismo, il suo, che pur muovendosi costantemente sotto il segno del materialismo non ha mai accettato però di sottomettersi alle istanze teoriche di un determinismo “volgare”, alle semplificazioni di un rispecchiamento puramente descrittivo, alle restrizioni di un rapporto univoco tra struttura e sovrastruttura. Roversi, al contrario, ha sempre cercato di opporre alla logica capitalistica delle istituzioni vigenti l’uso politico delle tecniche letterarie, la veemenza di un discorso politico-ideologico diretto a varcare i ristretti limiti nei quali la poesia (e lo scrivere tout court) viene dalla suddetta logica ghettizzata. Egli, come ci dimostra la riflessione ininterrotta sulle continue modificazioni dei mezzi di produzione e di distribuzione della letteratura, che è stata per oltre mezzo secolo l’elemento fondante della sua attività intellettuale, ha sempre considerato materiali non solo i canali attraverso i quali le idee – letterarie e non – si diffondono, ma anche le circostanze in cui nascono e gli effetti che determinano nel sostrato sociale. Lo spessore materico dell’oggetto-libro, insomma, contrapposto all’ideale metafisico delle circostanze psicologiche e spirituali della genesi letteraria e, allo stesso tempo, ad ogni vuoto avanguardismo, abbandonato com’è alla deriva di una colpevole impossibilità di comunicare.

Quest’attività di dura opposizione ma anche di appassionata ricerca sulle forme del linguaggio e sulle modalità della comunicazione, finalizzata alla conquista anche per l’istituzione letteraria di un più puntuale decoro metodologico, ha avuto battesimo sulle pagine di «Officina», sulle pagine dunque di una rivista impegnata in problematiche peculiarmente pre-industriali o proto-industriali e, spinta da una coerenza tanto inflessibile da apparire a tratti ossessiva, è stata propugnata con determinata ostinazione per tutti questi anni. Nella visione di Roversi, anzi, la difesa della propria autonomia dalle incessanti pressioni del “potere” sembra acquisire addirittura nuovo rilievo oggi, nell’era cioè della comunicazione e del mercato globale, in un’epoca nella quale “la società che è stata definita con infelice eufemismo ‘trasparente’ esibisce [sempre più] un guscio opaco e caoticamente variegato che oppone resistenza all’analisi critica, […] sembra in grado di occultare la sua complessa struttura, ammantandosi in una fitta coltre di ideologie, vera fantasmagoria di immagini corrispondente alla fantasmagoria delle merci, prodotte e offerte al consumo su scala planetaria”160.

Nel hic et nunc, infatti, le ideologie letterarie dominanti, da quella apologetica di un “postmoderno” deteriore (nei fatti un’accettazione acritica dell’attuale fase del capitalismo vincente), a quella conservatrice di un rinnovato, regressivo ritorno alla tradizione, alla difesa dell’uomo (dell’individuo borghese) che assediato dalla violenza tecnologica tende a rifugiarsi nello spirito immortale della creazione artistica, appaiono tanto legate ed interconnesse da non lasciare che pochi, angusti spazi alle possibili formulazioni critiche. L’interminabile battaglia di Roversi diviene così una strenua resistenza, sempre più difficile ma sempre più stimolante, e la letteratura pare persino acquisire nell’attuale orizzonte politico nuove, fondamentali responsabilità. Allora, se nel 1966 Roversi poteva ancora scrivere che “occorre dare un significato all’opposizione politico-ideologica, non esautorandola alla periferia, ma innestandola con un continuo rapporto con il centro intorno al quale si muove la lotta operaia in Italia: il partito comunista”161, in un mondo quale quello attuale, in cui anche le prospettive istituzionali della sinistra sembrano muoversi cautamente tra i cocci del muro di Berlino, alla ricerca di una sistemazione “onesta”, la politicità degli scritti roversiani e le potenzialità di contestazione che lo strumento letterario ottiene nel suo “programma operativo” divengono essenziali, per riuscire “non dico tanto a dirottare ma ad incrinare questo meccanismo perverso che tende invece per abitudine a rendere circolare ogni progetto, ogni proponimento, ogni tensione”162.

In questi anni, dunque, il bolognese sembra rimanere rigorosamente fermo sulle sue posizioni, insistendo su istanze teoriche che aveva già chiaramente formulato negli ormai lontani anni Sessanta e che lo avevano portato all’eclatante scelta del ciclostile per le sue Descrizioni in atto. Il perfezionarsi dell’ideologia del consumo, anzi, determinando una situazione definita da Roversi “allarmante”, una realtà nella quale la cultura “che apparentemente sembra ‘alta’ [continua ad essere] una cultura in pompa magna ma che nella sua struttura di fondo è quella normale che il potere vuole distribuire”163 e in cui l’istituzione “dell’editoria e della comunicazione è completamente modificata rispetto ad un recentissimo passato”164, sembra addirittura inasprire il suo disperato arroccamento, esasperarne la sdegnosa solitudine.

Roversi continua ad insistere nei toni violenti ai quali ci ha abituato, teorizzando una “resistenza attiva” che sembra doversi ancor oggi collocare nell’ambito della “clandestinità”, nella scelta di un’organizzazione aggiornata e convinta di una comunicazione direttamente gestita, “una comunicazione impegnata a contrapporsi al rastrellamento quotidiano dell’attenzione pubblica, […] un intervento sulla pelle viva della comunicazione”165.

Nel perpetrarsi di questa opera da “guastatori”, “uno dei canali solo in apparenza più modesto e marginale, ma in realtà – per verifica mai consumata – corrosivo, tanto da confermare almeno una utilità dissacrante”, non cessa di essere rappresentato “dal borbottio fastidiosamente implacabile delle rivistine (la parte più povera del mondo culturale), l’armata quasi invisibile delle formichine della parola […]”166. Il lavoro instancabile ed oscuro sulle pagine delle riviste, che come abbiamo visto è stato (insieme alla distribuzione di libelli “fuorilegge”) uno degli irrinunciabili impegni di tutta la febbrile ricerca intellettuale roversiana, continua perciò ad essere necessario, anzi sembra addirittura acquistare un nuovo peso a contatto con la metamorfosi della società italiana degli ultimi anni.

Anche nel costernante stato di cose, perciò, l’unico modo per “gestirsi in un modo che non sia ottocentesco, ma con un minimo di vitalità contemporanea, senza essere patetici, ma vitali dentro la nostra determinatezza”, l’unico modo rimasto a Roversi per continuare ad esprimere la propria rabbia (“io parlo di rabbia, di rabbia infuriata, la rabbia furiosa, la rabbia provocante, uno stimolo continuo”167), rimane inevitabilmente quello di gestire la propria comunicazione fuori dall’organizzazione istituzionale, fuori dai gangli del potere (finanziario), sottraendosi alla folle logica di un “villaggio globale” che ha bisogno di essere alimentato continuamente di novità, in una accelerazione che rende i ritmi addirittura trituranti. Cioè anche – e soprattutto – dalle pagine di piccole riviste, dalle poco trafficate strade sterrate da cittadina di provincia dell’editoria alternativa.

Pure le più recenti innovazioni tecniche applicabili alla gestione della letteratura non sembrano intaccare il compatto e duraturo sistema teorico roversiano. Le nuove tecnologie della comunicazione, infatti, secondo il poeta bolognese sono già diventate oggetto di un asfissiante controllo da parte delle oppressive istituzioni ufficiali, sopprimendo ogni eventualità di metodi di distribuzione alternativi improntati all’uso dei più moderni sistemi informatici. Oggi dunque si è costretti ad utilizzare di nuovo i canali clandestini di sempre: “la nave che ci reggeva, […] supportando molti e contrastanti umori ed errori, è sprofondata nel gorgo e intorno pare avere solo brandelli di cose; frammenti di piccoli legni sufficienti però a reggerci sul momento, non potendo contare su altro”168.

Il furore delle parole di Roversi e l’incondizionata coerenza della sua poetica culturale si mostrano però, a contatto con l’attuale fase politico-sociale, sempre più fragili e ancor più passibili, crediamo, di rimanere intrappolati in quello che, già nel 1963, Zagarrio definiva “massimalismo morale e ideologico”, nonché pericolosamente soggetti al sempre incombente rischio di divenire “mito e metafisica in altra forma”169. Sebbene anche in quella occasione Zagarrio, con l’abituale lucidità, abbia messo in evidenza la necessità di superare certe posizioni generalizzanti, al fine di utilizzare al meglio ed attivare fruttuosamente la pur giusta “rabbia politica” roversiana, non crediamo che il bolognese sia riuscito, almeno fino ad oggi, a sciogliere le sue annose contraddizioni ed a valicare una impasse che, si badi, è quella di molta letteratura militante degli anni Sessanta. Infatti, benché Roversi tenti attualmente un aggiornamento dei propri “strumenti”, le istanze politico-ideologiche che li sottendono rimangono sostanzialmente inalterate e forse indissolubilmente ancorate ad un ben preciso e limitato periodo storico.

In ogni caso, all’interno dell’imperturbabile compattezza del suo programma culturale, alimentato nel corso degli ultimi anni soprattutto dalle pagine di «EnnErre» (una “rivistina”) e soprattutto tramite una serie di fitti dialoghi con Alba Morino, pensiamo sia da inserire il nuovo incontenibile “furore nel fare” del poeta bolognese. Roversi, come abbiamo più volte accennato nei capitoli precedenti, continuerà nel corso di tutti gli anni Ottanta e Novanta ad occuparsi ed a collaborare con numerose riviste quasi sconosciute al grande pubblico (tra le molte citiamo «Lacio Drom», «Piazza Grande», «L’area di Broca», «L’immaginazione»), dopo aver rimesso in piedi il progetto «Rendiconti», abbandonato nel 1977 e ripreso nel 1992 con nuovo, incontentabile entusiasmo, rendendosi necessario “[…] radunare sparsi frammenti nel naufragio di cose e idee in atto per allestire un primo appiglio a cui affidarsi”170; anche se è già stato messo in cantiere l’ultimo numero (stavolta definitivo) della rivista che uscirà tra qualche mese. Il bolognese seguita, inoltre, a “distribuire” numerosi “opuscoli” di poesia e narrativa per mezzo di un altro strumento (o canale) della rete editoriale alternativa: le piccole case editrici, anch’esse “formichine della parola”, anch’esse resistenti all’“abuso informatico” che corrode il mondo della comunicazione ed aliene ai fasti dell’industria culturale capitalistica.

In breve, sebbene la situazione generale in questo momento sia estremamente contorta, Roversi nel leggerla giunge “a delle conclusioni che sono drammaticamente angoscianti ma allo stesso tempo drammaticamente sollecitanti e ad una precisa scelta di campo in cui ognuno di noi ha deciso di operare. Senza questa scelta di campo ben precisa io penso che non si possa fare se non della cultura di partecipazione alle istituzioni, quindi è un altro genere di discorso”171. Un genere di discorso che, come abbiamo visto, Roberto Roversi non ha mai voluto fare.

 

L’Italia sepolta sotto la neve

 

Proprio nella “complessa durezza” di questo tempo che abbiamo tentato velocemente di delineare, nella difficile battaglia, cioè, in cui l’indefessa forza morale di Roversi continua a proporsi come “antagonista impaziente” all’attacco delle armate ideologiche della “parte più rapace del mondo”, si inserisce quale nuova “bocca da fuoco” uno dei suoi ultimi progetti: L’Italia sepolta sotto la neve, un lavoro editoriale, come dice l’autore stesso, “avviato e difeso quasi coi denti, in situazione di isolamento e difficoltà”172.

Questo lungo poema si presenta come un vero e proprio programma di lavoro a lungo termine. Nelle prime pagine della “Parte prima”, pubblicata per “Il Girasole edizioni” nel 1989, infatti, scopriamo un sommario173 che prevede oltre ad una premessa, edita dall’autore già nel 1984, quattro parti composte da oltre quattrocento frammenti numerati in successione. Le cinque sezioni previste dal sommario, insomma, sono state pensate come frazioni di un’unica monumentale opera da pubblicare sempre un po’ alla “macchia”, in più tempi, senza fretta, secondo quella “pazienza” che nel corso di tutti questi anni il poeta non ha mai mancato di alimentare; non la pazienza “bolsa e quieta, buona per tutte le stagioni, ma l’altra, quella cauta e astuta, che procede adagio e attende all’erta, con tutti i nervi tesi, a speculare nel buio”174.

Ecco dunque nel 1984 apparire la premessa in versi al poema in “Nordsee”, un semisconosciuto manifesto bolognese di poesia, col sottotitolo Il tempo getta le piastre nel Lete. Cinque anni dopo nella curatissima ma altrettanto ignota collana Le gru d’oro, a cura di Angelo Scandurra, fa la sua comparsa la prima parte, Fuga dei sette re prigionieri e, stando a quanto ci riferisce personalmente Roversi, nel 1992 per la “Pendragon” l’introvabile seconda parte: La Natura, la Morte e il Tempo osservano le Parche. Ancora da pubblicare ma già messe in cantiere la terza parte, col sottotitolo Astolfo trasforma i sassi in cavalli, alcuni frammenti della quale sono già apparsi in una cartella di immagini litografiche di Giuliano Collina e nella rivista calabrese «Il Filorosso», e la quarta parte: Adler-Stey show: spettacolari sensazioni.

Roversi, dunque, negli anni Ottanta vara un nuovo, imponente tentativo di opporre all’“avanguardismo a freddo” ed al “poetismo sublime” imperanti, entrambi ugualmente superficiali, una poesia che muovendosi come sempre negli oscuri vicoli della clandestinità conquisti a poco a poco la chiarezza e la densità del reale. I versi del poeta emiliano, infatti, tendono nello svolgersi della narrazione ad un realismo che, sebbene minacciato dalle ingombranti ombre della letteratura e del passato, racchiuda in sé i più netti significati e le più puntuali motivazioni dell’orrore presente. La scrittura, anche in queste ultime raccolte, continua ad essere per Roversi “un cemento che imprigiona ogni verità; rafforza ogni attesa; solidifica ogni parola, ogni pagina, non le lascia più andare. Le condanna ad essere vive per sempre o le uccide per sempre”175.

Il diario polifonico ma contemporaneamente personalissimo (nella lucida analisi delle istanze tanto personali quanto sociali) di questo viaggio in volo libero su una società intorpidita da un “sistema” disumano e falso (la “neve”) si dirige, così, sempre verso il terreno fermo della quotidianità, dei gesti minimi, degli aspetti più consueti della vita. Esso appare dunque come un tentativo di restituirci una verità che, benché nascosta sotto la fitta coltre degli inganni del nostro tempo (tra i quali il bombardamento “medianico” al quale siamo tutti sottoposti), tendendo bene l’orecchio si può sentire ancora palpitare. E Roversi, in questa Italia sepolta sotto la neve, il proprio orecchio lo tende come sempre e riesce a percepire, ad ogni ora più soffocata ma comunque martellante, l’eco lontana di una realtà più autentica. Del resto, nel corso di tutta la sua vicenda, l’autore bolognese ha dimostrato di essere abile come pochi a superare dalla sua postazione decentrata le immote acque del luogo comune per accedere ad un fondo di verità e di moralità resistente, rinfocolando le residue speranze in un cambiamento e le ancora attive potenzialità di lotta politica.

Questo lungo poema, insomma, si propone non come suggello ad un’epoca in cui la civiltà dei consumi ha raggiunto il proprio apogeo ma come racconto in fieri di un tempo, anch’esso in divenire, in cui le possibilità per un’esistenza più umana e più piena si assottigliano ma rimangono ancora scoperti dei solidi appigli morali ed ideali, nascosti nelle pieghe della vita quotidiana, sui quali far leva per continuare a combattere.

I “destini generali” e quelli individuali, gli aspetti più palesi della realtà tangibile ma anche quelli più nascosti vengono descritti o “registrati”, però, senza imprecazioni disperate o facili moralismi, senza il prevalere di quel discorso diretto di tipo sentenzioso che era stato l’elemento forse più caratteristico delle Descrizioni in atto. Anche se lo scatto morale e l’ira irrefrenabile in alcuni casi non vengano ben controllati ed esplodano ancora nell’invettiva, nel poema primeggia, in realtà, una materia verbale che benché febbrile risulta sempre ragionata, sempre capace di stendere anche sui più piccoli fatti un velo di enigmatica chiarezza.

Si fa spazio inoltre, rispetto alla produzione precedente, la tendenza ad una maggiore introiezione dei dati della realtà concreta. Essa, crediamo, trova giustificazione nella nuova, complessa fase della lotta politico-ideologica che è andata via via delineandosi nel corso dell’ultimo ventennio e nella quale questo poema roversiano perentoriamente si inserisce. Oggi infatti, negli “anni di melma” che viviamo, venuta meno la spinta di quel movimento generale degli anni Sessanta-Settanta che sembrava delineare una ben chiara prospettiva di trasformazione sociale, nel pieno di una deriva delle prospettive politiche della sinistra, un aggiornamento dei metodi, la ricerca di un percorso che si faccia più individuale a Roversi “più che necessario sembra doveroso”. Rimanendo ovviamente saldi gli obiettivi di sempre, il discorso poetico del bolognese, quindi, oltre che dall’abituale impulso etico e civile viene attraversato da una cupa malinconia, da una visione estremamente dolorosa e tragica della propria vecchiaia, una vecchiaia tormentata dai rimpianti per gli errori passati, straziata dall’orrore presente e che spinge a tratti queste poesie verso un tono addirittura elegiaco. In tal modo un forte senso della memoria si riversa in queste pagine, ma i ricordi che affollano i pensieri del poeta non possono che restituirci un passato singolarmente complesso, intricato e di difficile lettura. Sebbene esso si contrapponga fortemente, grazie alla passione civile e morale che lo vivificava, alla vacuità attualmente imperante, allo stesso tempo custodisce il seme, l’origine, il segreto di questi giorni senza nerbo, teatro della violenza che devasta il mondo. Il rammarico e lo sconforto per gli errori commessi, perciò, possono mescolarsi nelle varie sezioni del poema con una rappresentazione allucinata e, a tratti, tragicamente ironica degli sconvolgimenti in atto.

La mesta descrizione che Roversi ci rende della vita d’oggi sembra inoltre necessitare di un nutrimento letterario, il suo cammino non può non tener conto delle impronte già affondate nel terreno cedevole della letteratura. Nell’immaginario roversiano, allora, si affacciano spesso i volti severi di poeti del passato, le voci di ideali interlocutori che fanno da pedale di fondo a quella dell’autore. Questo continuo dialogo immaginario si sviluppa tanto in maniera diretta, è questo il caso di Tommaso Campanella (al quale sono dedicate tutte le sezioni del poema), di Dino Campana (protagonista di un frammento della seconda parte) e di Pier Paolo Pasolini (autore di una poesia che coinvolge Roversi e che riceve, qui, una degna risposta in versi), ma anche di D’Aubigné, Brecht, Empedocle e di molti altri, quanto indirettamente, tramite cioè una serie di citazioni, criptocitazioni o calchi letterari (è questo il caso di Montale, Shakespeare, Eschilo, Eliot, Ariosto, ecc…). Fuor di metafora insomma, il suo discorso si avvale anche di altri accenti, la parola di Roversi, infatti, pare sempre confrontarsi oltre che con le proprie paure, con i propri errori, con la propria rabbia e disperazione anche con le polverose pagine già vergate dalle grandi penne del passato, in un continuo colloquio atto a rendere la vita un unico, intricato groviglio polifonico.

Per di più quello dell’inverno e della neve, come simbolo di un presente vuoto ed invivibile contrapposto alla luminosa primavera di un futuro possibile, è un topos assai diffuso negli ambienti di “certa” letteratura italiana del Novecento. Ci basti solamente pensare all’amico/nemico di Roversi, Franco Fortini, autore de I Dieci Inverni ma anche delle coeve poesie raccolte nel volume Poesia e errore, composizioni nelle quali, alla stregua di questo lavoro roversiano, l’inverno rappresenta una stagione drammatica della società italiana in cui una neve dannosa e artificiale copre ed intorpidisce qualsiasi eventuale riflessione critica.

Si noterà, infine, che i sottotitoli alle varie parti di questo poema sono sempre contrassegnati da riferimenti mitici o cavallereschi che si contrappongono nettamente ad una materia poetica, al contrario, costantemente tesa verso la cronaca, verso la prosa del mondo. Il poeta, crediamo, anche in questo caso avverte la necessità di intingere il proprio pennello in tavolozze diverse al fine di creare un ampio ventaglio di tonalità, una molteplicità cromatica indispensabile per tratteggiare gli irregolari e sfumati contorni di una situazione estremamente complessa. Il mito e la materia cavalleresca, infatti, sono forse gli strumenti più adatti alla rappresentazione di un tempo quale quello attuale, sconvolto da nuove guerre, violenze e devastazioni.

Roversi, in conclusione, sembra raggiungere in queste poesie, anche grazie ai numerosi riferimenti letterari presenti, il massimo di quella “razionalità visiva” che Vittorini gli attribuiva già nel lontano 1960. Essa si dispiega in una serie di climi psicologici (oltre che atmosferici) e di rappresentazioni affabulanti che si alternano in una esposizione estremamente tesa e ricca di sconvolgimenti, una esposizione nella quale, però, “i cavalli della fantasia” vengono saldamente legati “ai cerchi di ferro della realtà più dura e immediata; della realtà più cruda; fissati nel muro”176.

La vita dunque, nel continuo suo svolgersi, giorno per giorno si fa storia e viene avvolta dalle parole dell’autore che ce ne restituisce un disegno intricato, estremamente dovizioso, ricco di molteplici suoni ma anche, in maniera inevitabile, profondamente umano nell’intensa fiducia che lo sottende.

 

Premessa: Il tempo getta le piastre nel Lete

 

La premessa al diario del suo lungo viaggio all’interno di questa Italia sepolta sotto la neve viene pubblicata da Roversi nel numero cinque di “Nordsee”, un foglio-manifesto di poesia “clandestino” e ovviamente fuori commercio, curato da Marco Calabria e Maurizio Maldini per le edizioni “Alpha Beta” di Bologna. Gli ottantuno frammenti che compongono questa prima raccolta sono disposti senza alcun titolo sull’enorme manifesto bianco, contrassegnati esclusivamente da una numerazione progressiva e suddivisi in cinque sezioni distinte da numeri romani.

Il poeta bolognese, ancor prima del sommario, presenta questi versi con un esplicativo promemoria, una nota che recita: “I testi tentano di raccontare un momento di tempesta con progressiva lotta per sfuggirla fino ad assestarsi su un approdo sottratto ad ogni nebbia - e forse perfino in un calore di sole. L’uomo lì dentro comunque si salva da un inizio di naufragio. Senza il miele delle sirene. Fra il fumo di mondi. Avendo imparato ancora una volta, dopo tanta vita consumata, che si deve ascoltare tutto, non tacere niente, per vivere non come conviene ma come gli è assegnato. In realtà i poveri scrittori di versi sono indispensabili solo quando si deve ricominciare dopo una sconfitta. Ecco perché prima di nascere devono morire”177. Subito dopo compare una significativa epigrafe a firma di Robert Capa, il famosissimo fotoreporter di guerra morto in azione, che pare evidenziare la rinnovata esigenza del poeta di mettersi totalmente in gioco, rischiando in prima persona, per registrare gli orrori attualmente vigenti in modo chiaro, non mistificato: “Se la foto non è buona, vuol dire che non eri abbastanza vicino”.

Roversi, dunque, esordisce con l’annuncio di una morte e di una rigenerazione, di una sorta di catarsi attraverso la quale, sfuggendo ai pericoli del naufragio in corso, sembra dover cambiare pelle per poter riprendere la propria navigazione su un mare che si fa sempre più burrascoso. Ma anche con un’esplicita dichiarazione della necessità di immergersi completamente nell’interminabile inverno di questi anni, per renderci un’istantanea limpida e non sfocata della realtà circostante. D’altronde la struttura narrativa del poemetto risulta estremamente semplice e lineare: il poeta è defunto e racconta di come le sue spoglie, raccolte in un’urna cineraria, vengano trasportate attraverso la fitta nebbia della pianura Padana verso un luogo sconosciuto, su una buffa Mini Morris guidata da una meravigliosa creatura bionda che risponde al nome di Catharina Blonde. Le fattezze della bella traghettatrice, uno splendido Caronte che richiama indirettamente il fiume dantesco presente nel sottotitolo (“L’aliscafo di Carondemonio dal regno dei / morti porta alla terra dei vivi” III. 52), fanno risorgere la passione amorosa dell’autore ed è proprio questo ridestato sentimento, l’avvenuta manifestazione del senso assoluto della bellezza (“Anch’io conosco le meraviglie di un mondo / che non riesce ancora a morire” II. 46)che gli permette di rinascere a nuova vita. Così, la rivelazione dell’inevitabilità della vita contrapposta alla necessità biologica della morte lo rende disponibile a combattere ancora, gli fa decidere di continuare, nonostante tutto, a respirare anche quest’aria che diviene sempre più pesante.

L’Italia sepolta sotto la neve si presenta, dunque, già da questi primi squarci, come il racconto di un viaggio conoscitivo nel “grande freddo” d’oggi alla ricerca di nuove possibilità di azione, di un modo dignitoso di vivere questi giorni senza dignità: “mi guardo allo specchio mi palpo / LA FACCIA a destra sinistra il profilo / penso che si può cominciare. Tempo / di mettersi in azione”. (IV. 64).

Le potenzialità di una flebile speranza, difatti, oggi appaiono ancora attive e Roversi offre ad un lettore partecipe del suo stesso tormento la narrazione di un’avventurosa esplorazione, diretta verso altre realtà raggiungibili dove esista ancora la possibilità di un futuro nuovo di cui impadronirsi, una terra promessa dove i valori della sua fervente moralità conservino il necessario spazio vitale per continuare a resistere alle offese del “potere”: “La dimenticanza (non l’oblio) è conoscenza / ho la speranza e in data odierna parto / sulla groppa di un delfino cerco il prato del mare / do un addio / mai più ritornerò” (II. 24). Il suo discorso poetico, così, si fa spazio tra la neve e la nebbia per mezzo di gelide iperboli che non sembrano lasciare margine ad alcuna fiducia: “Il micidiale gelo del nord portato sul carro dei vincitori impetuosi / è approdato su questa pianura con fiori di vetro. / Il cuore è un guerriero con la lancia in mano / appassita dal vento di una tomba etrusca” (II. 30). Il glaciale inverno che il poeta descrive, per di più, tramite una variazione consonantica che determina un significativo slittamento semantico, si trasforma spesso in un orribile inferno (“Mi allontano verso l’inverno. È l’inferno / dei suoni”. IV. 66), un inferno da attraversare con intelligenza e rinnovata fiducia per ritornare in superficie “a riveder le stelle”: “vorrei avere le scarpe con un’armatura che richiede intelligenza / per camminare nell’inferno e DA LÌ RITORNARE” (IV. 66). Allora il ghiaccio che tutto copre è spesso rotto, nel corso delle cinque sezioni di questa raccolta, da luminosi squarci di ottimismo improvviso, immagini di rinnovato vigore: “Ma non ha spento il mio cuore. / Un brivido io. La / vita mi perseguita è magnifico vivere, un’errabonda luce” (II. 17).

Il lugubre tragitto verso un approdo sconosciuto, insomma, l’attraversamento di questa spessa e cinerea coltre che si conclude con una sorta di laica resurrezione sembra simboleggiare nitidamente la nuova, disperata esigenza del poeta di superare l’orrore di un inferno sociale sordido ed egoista, la spasmodica ricerca di una rigenerata volontà, lacerando il buio di tempi in cui le strade per un mondo diverso sembrano sempre più ombre sfocate.

Roversi dopo un tormentato periodo di limbo, dopo aver sofferto in un disilluso torpore una mesta abulia, una morte apparente (“Ho passato settimane vuote mi sono sentito / senza più anima mi sono sentito senza / il vento della vita del tutto appassito / mi sentivo mi sono sentito tutto appassire / sfiorivo fra il canto delle rose esplodenti era la voce delle cose a consumarmi”. II. 16), si affaccia di nuovo sul mondo, dato che “in questo tempo se vuoi dire le cose bisogna pensarle profondamente / scavare” (III. 50).

Il poeta sceglie ancora la vita e prende la propria decisione, crediamo, tramite un riferimento esplicito al celeberrimo monologo shakespeariano di Amleto: “Dio com’è bello morire se scegli di dormire sognare / su scogli terrestri irti di punte / taglienti e un vento / che neanche si vede” (IV. 61). C’è del “marcio” nell’attuale situazione sociale e tra l’essere ed il non essere Roversi, come il principe di Danimarca, decide di battersi per la verità. Egli, infatti, non è “[…] mai stato vivo come dentro questa morte” (IV. 65) e torna tra le anime vive tramite un scontro fisico, totale con il rigido ambiente circostante.

Del resto, già ad un primo sguardo, nel poema si prospetta la lucida rappresentazione di un’Italia in condizioni di completo inabissamento. La nebbia che, come abbiamo visto, avvolge lo strano corteo funebre di Roversi e i due termini connotanti presenti nel titolo e nel sottotitolo, rispettivamente la “neve”, il gelido e compatto strato di falsità imposte, ed il “Lete”, il fiume infernale dell’oblio, concorrono tutti a produrre l’immagine di un ambiente nero e livido, nel quale la violenza in atto nei confronti della memoria del passato ma anche del presente tutto intero si tramuta in un processo costante di “scancellazione” e distruzione dei fondamentali valori umani: “È in atto la scancellazione del presente. / O del passato prossimo. / È in atto la scancellazione del passato tutto intero”. (II. 29). Appare come un dovere irrinunciabile, perciò, nel lasciare la terra alle proprie spalle, difendere la memoria dei giorni passati e conservare il ricordo degli errori che hanno determinato la disastrosa condizione attuale: “Affrettati cane della memoria abbaia insulti. / Tacitare le astrazioni. / Cosa posso raccontare? / Progressivamente ho visto distruggere il mondo e il mondo ricomporsi”. (II. 28).

Nella raccolta così si diffondono, seguendo quel processo di introiezione al quale abbiamo già accennato, tetre preoccupazioni, cupi scenari, pensose considerazioni sul proprio destino mortale sconosciute al Roversi precedente. La sua voce a volte si arrochisce, si fa dolente e malinconica nell’esprimere un inconsolabile senso di amarezza, di solitudine, di angoscia: “non posso, non posso più non posso ancora o forse / non so più rappresentare la morte / come un fatto impossibile la / morte è ancora vita dentro la vita / gli occhi sono chiaramente aperti / dentro alla piccola tempesta di buio che sopravviene e sono / occhi galoppanti / con strani freddi pensieri / sui prati circostanti […]” (II. 20). Ma a questo punto il suo è un viaggio inevitabile, doveroso (“Mi dispongo a seguire il viaggio degli / uomini che partono. / Questa terra si inabissa con le sue antiche canzoni di gesta […]” III. 39), anche se estremamente difficile, pericoloso, estenuante attraverso un mare in tempesta.

In condizioni quasi proibitive, il poeta appare come un navigatore solitario che si appresta a salpare con la stiva comunque carica di rinnovata fiducia, la sua parola poetica allora acquista nuovamente limpidezza e luminosità: “Non avrei mai pensato / che si può essere così ferocemente felici liberi so- / li sulla groppa di un delfino che naviga naviga in bassi fon- / dali […]” (II. 24).

Perciò, anche se a volte questo epico periplo pare investito da quella che Antonio Motta definisce “una soglia di leggera, tragica ironia”178: “Vorrei tornare bambino vorrei tornare / con le penne di usignolo calde / […] vorrei essere solo a giocare nel cielo profondo di questa Emilia […]” (IV. 66), è doveroso oramai per Roversi perseverare, salire a bordo di nuovo, tornare a rimboccarsi le maniche: “Ricominciamo, dunque; anzi, riprendiamo a muoverci come se fossimo alla ricerca di una perigliosa esperienza che ci manca. La vita non sembra conclusa ma, al contrario, da avviare e non ci consideriamo trafitti, accantonati. Questa complessa durezza del tempo è uno stimolo che non lascia margine a un troppo prolungato disarmo delle idee”179. Il battello di Roversi, colmo di feconda energia, salpa nuovamente, un lungo e avventuroso viaggio inizia da queste pagine, perché oramai “IL TEMPO DEL DOLORE È FINITO” (V. 81), ma “ Poi è arrivato il tempo. Quando / non bastava più aspettare” (III. 34).

 

Parte prima: Fuga dei sette re prigionieri

 

La “Parte prima” de L’Italia sepolta sotto la neve appare nel mese di febbraio del 1989 in un prezioso libretto giallo con carta e copertina tirate a mano dal mastro cartaio Franco Conti, un volume curato da Angelo Scandurra per conto delle eleganti edizioni catanesi “Il Girasole”. Si tratta dunque, anche in questo caso, di un testo difficilmente reperibile e certamente non destinato ad una larghissima diffusione.

Occorre notare subito che secondo il progetto roversiano, esposto nel già citato sommario generale delle prime ruvide pagine di questa pubblicazione, i frammenti della seconda sezione avrebbero dovuto essere più di ottanta, il testo invece ne propone solamente quarantasei, ancora una volta senza titolo e contrassegnati progressivamente dal numero 82 al numero 127. Anche se dalle nostre ricerche non risulta l’esistenza di altre edizioni di questa parte del poema, è lo stesso Roversi a sottolineare in una nota finale quanto, seguendo un metodo di lavoro per lui usuale, questa prima stesura non sia definitiva e di certo completamente, o almeno in parte, da rivedere.

In ogni caso, a partire dall’enigmatico sottotitolo Fuga dei sette re prigionieri, che sembrerebbe alludere alla tragedia I sette a Tebe scritta da Eschilo nel quinto secolo a.C., il viaggio intrapreso da Roversi nella “Premessa” continua attraverso un’Italia attanagliata dal freddo e dal gelo, un’Italia in cui si osservano con orrore i segni della decadenza in atto. Tanto nell’opera del tragedo greco che narra la lotta tra i due figli di Edipo per il possesso della città di Tebe, quanto in queste poesie roversiane, infatti, il dramma pare scaturire dall’imminenza di una catastrofe, determinata non solo dallo scontro degli interessi delle parti in lotta ma anche dalle colpe degli avi che inevitabilmente ricadono sulla discendenza. Roversi sembra dunque proporre da subito la dolorosa immagine di un presente in via di distruzione, ma anche di un passato da rileggere con occhio critico per individuare, una volta per tutte, le molte colpe di cui è costellato.

Dai versi a nostra disposizione, poi, è possibile rilevare quanto sia marcato quel movimento centrifugo al quale abbiamo accennato. In esso il poeta scioglie tutte le “distruzioni in corso, le utopie nascoste di anni sazi e disperati, la rabbia civile e le figure della tarda modernità (il viaggio, l’esilio, i giovani, lo spatriamento)”180, dando vita ad un processo in cui il mondo odierno, in tutti i suoi aspetti, ma anche i ricordi di quello passato vengono trascinati in un turbinio di parole e ne escono disgregati, fissati in immagini infinitamente combinate.

In questa sorta di “vortice poetico”, oltre a ciò, la contrapposizione costante degli elementi semantici connotanti fuoco / neve tende a rendere, ancor più esplicitamente di quanto avvenisse nella premessa, il quadro di una società nella quale la devastazione dei valori, l’incendio di ogni ideale viene ammantato da un niveo velo mistificante (“Una montagna di neve/erba una montagna d’oro / […] Dove succedono le cose comincio a nevicare il giorno / ventotto / agosto/gennaio e nevica nevica nevica […]” 94; “Eppure / inquadro le città sparse con la paura del fuoco”. 104). Una contrapposizione che, a livello cromatico, ovviamente si risolve nella dicotomia rosso / bianco: un mondo glacialmente candido (“Oh bianco il mondo / bianco da est ad ovest da nord a sud bianco la nebbia / si scioglie fra canne di laghi profondi infernali. […]” 94) vive così nell’attesa“che un inferno immensamente rosso / mescoli sole sabbia dei paesi senza più uomini / alle macerie dentro le case / alle porte sbarrate […]” (108). Roversi dunque, in questi versi, si accanisce sul paesaggio circostante, accentuando le tracce del disfacimento per mezzo di un discorso poetico dai toni freddamente aspri e capace di caricare la realtà di immagini continuamente tese fino al limite, ma anche tramite una serie di iterazioni e di ripetizioni che tendono a rallentare questo discorso, quasi a voler rendere il lettore partecipe della fatica del suo lento incedere tra la nebbia e nella neve. L’Italia di Roversi qui ci appare in una serie di scorci pietrosi e sepolcrali, spesso notturni ed osservati da un punto di vista che si direbbe aereo, con una straordinaria profondità di campo, come lo era quella sulle notti italiane inquadrate dall’occhio attento di Pier Paolo Pasolini ne L’Appennino, il grandioso e visivamente spettacolare poemetto di apertura del volume Le ceneri di Gramsci. Il panorama descritto da Roversi, però, è completamente immerso nella neve e si presenta tanto innaturalmente solitario e silenzioso quanto quello dell’amico di Casarsa era tumultuoso e colmo di vita, movimentato da quell’istintiva “allegria” popolare che appariva come un vero e proprio serbatoio di vitalità poetica. Il poeta bolognese invece, nella desolante situazione attuale, per descrivere la vita concreta deve prima attraversare uno spesso e denso strato di nebbia e scavare a fondo nella neve che tutto copre e fa tacere. Così lo sguardo di Roversi, squarciando faticosamente la coltre grigia e brumosa che lo avvolge, oltre ad indugiare spesso sulle istantanee della quotidianità, sui particolari di una materia assolutamente informale (“mentre la donna dice dovresti dimagrire un poco / se vuoi indossare i vestiti dello scorso inverno / non muovere le mani mentre parli” 93), si ferma anche su fatti epocali, sulle forze propellenti della storia d’oggi (“[…] si scioglie il freddo la sabbia / d’Africa l’Africa cade sui capelli / i plurisecolari pensieri intrecciati ad alberi arbusti / qualcosa si consuma che andava perduto”. 85), con l’abituale attenzione partecipe di colui “che vuole vivere in quel tale tempo. E vuole viverci dentro”181.

Non c’è in queste pagine nulla di inconsistente, tutto sembra acquistare attraverso la parola poetica il proprio giusto peso specifico; l’autore sembra voler rendere tramite la sua poesia la realtà più vera, la vita più degna di essere vissuta, il mondo più complesso di quanto appaia ma sicuramente più limpido, più comprensibile, dato che “le idee confuse sono la / confusione della storia […]” (90). Il tutto orchestrato, però, da una parola che si mantiene saldamente ancorata alla realtà, senza perdere mai di vista la materialità dei dati e degli oggetti osservati, “perché la buona scrittura (si intende la scrittura che vuole partecipare) deve scavare nel fango, aspettare lì il nemico”182.

Un’interrogazione continua dunque, ininterrotta, che Gianni D’Elia, nell’unico scritto dedicato esplicitamente a questa raccolta sulle pagine della critica italiana, non si esime dal definire come “una macrosequenza barocca”, “una concatenazione seriale” visto che in ogni testo l’ultima parola è ripresa nell’attacco del testo successivo, evidenziando inoltre come “lo stesso immaginario mitico del viaggio e del diario policentrico che Roversi ha scelto, nella rigorosa costruzione di una materia apparentemente informale, spinge l’autore verso una figuratività barocca, o meglio settecentesca e tardobarocca, con richiami alla pittura inglese e italiana”183. Costanti sono, infatti, in particolare i rimandi a due quadri del Settecento, uno di Alessandro Magnasco Soldati e mendicanti fra i ruderi, vero e proprio leitmotiv della raccolta,e l’altro di Thomas Gainsborough che sembrano alludere ad un tempo di nuove agitazioni e nuovi terrori, nuove violenze, guerre ed occupazioni straniere.

D’Elia, poi, mette l’accento sull’intenzione dell’autore di far coincidere prosa e poesia, frase e verso, “immaginario e civile”, “etico e politico” anche attraverso l’uso alternato di un verso libero e prosodico ed un verso metrico “oramai inconsapevole e ‘naturale’”, “il respiro della lingua italiana già catturato nelle misure canoniche”184. Così, all’interno dell’andamento prevalentemente ritmico del poema, Roversi sembra permettersi di recitare alcuni “endecasillabi naturali” estratti quasi spontaneamente dalla consueta cadenza del nostro parlare. La prosa e il verso, quindi, possono coincidere senza mediazioni nella descrizione di questo solitario paesaggio odierno: “l’autostrada in quel momento deserta” (98)

Allora lo sguardo acuto e penetrante di un uomo che viaggia nell’Italia dei nostri giorni, troppo spesso assordato dal “cicaleccio” continuo e vano dei “media” (“[…] Il tempo / usano il veleno il silenzio il labbro / della commozione / la quantità di querele l’inutile lamento / parlano parlano parlano […]” 117), si muove con questo ritmo tra memoria del passato, orrori del presente ed utopia futura, costantemente alimentato da una “ossessione della verbalità” capace di “tracciare un’epica allucinante della tarda modernità, […] una testarda etica dei sentimenti e delle idee in discussione, il disperato ottimismo di fondo nella volontà di mettersi sempre in discussione e in ascolto”185.

Una poesia sempre tesa verso un faticoso approccio alla vita, dunque, inevitabilmente spinta da un’istanza antiretorica e lontana da qualsiasi possibile eccesso di eloquenza. Una parola poetica che perciò sembra trovare la propria sorgente nella veemente moralità di Tommaso Campanella e nell’asprezza espressionistica di Clemente Rebora, due degli autori tra i più bistrattati nella storia della letteratura italiana e tra i più amati da Roberto Roversi.

L’intransigenza di Campanella e la fermezza e forza dei suoi scritti hanno avuto un’enorme influenza sul poeta bolognese sin dai primi anni, tanto da fargli affermare che: “già nel 1943 ero sotto le ali del frate legato nelle profonde segrete vaticane, e dentro almeno con gli occhi… lo vedevo… dentro alla sua disperazione intransigente, inesorabile. Ero addirittura travolto da quella voce, da quell’ombra… Tommaso Campanella! […] Il 1943 era un anno tremendo. Quella di Campanella mi sembrava la mia condizione. Pubblicai in trenta copie il libretto azzurro scuro delle Rime, dedicato appunto al frate. […] Dopo, prendendo nel tempo a stampare altri libretti, la dedica al frate macigno, al frate tremendo e che splende, è rimasto come segno buono e costante, un indice propiziatorio […]: a Th.”186. Ed infatti “a Th.” è anche la dedica di questa Italia sepolta sotto la neve.

Lo stesso Rebora, però, è stato un riferimento costante per Roversi che lo considera il più grande poeta del Novecento italiano: “[…] Rebora sentivo che aveva un trapano in mano che punzonava il marmo in continuazione, con un rumore anche agghiacciante, talvolta persino fastidioso. Ma si prolungava, si prolungava… Mi sembrava alle volte che fosse impegnato a bucare il lucchetto della prigione di Campanella, per liberarlo. Mi sembrava anche che di fronte al mondo, alle cose del mondo, entrambi avessero la stessa disperazione violenta… ma intransigente”187. La stessa “disperazione violenta ma intransigente” di fronte alle “cose del mondo” ci sembra di poterla scorgere anche in questa nuova raccolta roversiana; una vicinanza che nasce, come ci conferma l’autore stesso, “da situazioni culturali affini, dall’essere nella vita in un determinato modo, il mio modo”.

La disperazione di Roversi è spinta fino all’intolleranza da un’esigenza di chiarezza quasi fanatica, da un cupo ascetismo, come volle definirlo Pasolini in una “poesia in forma di rosa” dedicata a Roversi e ripresa dall’amico di «Officina» in queste pagine (“Grazie per il monaco pazzo di mezzo inverno / imbucato in caverne tombe che tocca la volta con un dito / per forare il cielo […]”110), e diviene proprio per questo capace di non nascondere la specificità dell’oggetto letterario, di utilizzare invece il linguaggio non come un semplice mezzo ma come una realtà corrente tra le altre, nel turbine della vita “oggidiana”.

La letteratura, che è stata per tanti anni il “campo di lavoro” del bolognese, qui diviene infatti uno dei materiali da decostruire e ricomporre, con precisione, fondendolo con altri materiali al fine di ritrarre il mondo in tutti i suoi aspetti. La sua parola si fa corporea, tangibile e si avviluppa indissolubilmente con la memoria delle delusioni vissute e delle vittorie conseguite, con la propria storia. Essa diviene il protagonista assoluto dei suoi ricordi (“le parole allora scaldavano come lana della pecora. / Ho contato fino a cento le ombre scomparse […]” I. 92), ma anche delle disillusioni e dell’amarezza di questo tempo: “[…] le parole una per una cadono dentro al cassetto / il tonfo è secco / per rivolgersi al miele delle parole al loro suono il ven- / to invernale non grida, arriva. Aspettare” I. 97). La parola roversiana appare ancora come l’elemento determinante dell’eterna speranza in un futuro diverso, un monito indirizzato agli uomini che verranno (“Lo sai tu che la penna invecchia la vita si perde / ma la parola detta è consumata solo da un orecchio / buono” 107).

Lo scrivere, che oggi a maggior ragione è divenuto, come abbiamo già visto, uno degli ultimi baluardi per una possibile resistenza operativa, per un approccio non falsificato alla realtà, si tramuta in un arma concreta, “un pungolo nel cuore del mondo”, tanto da rendere plausibile l’immagine di una sorta di metamorfosi concretizzante, di una esplicita materializzazione del proprio discorso poetico: “[…] Perché lasciamo perdere le parole? / Guarda dall’alto il fiume adattarsi a libro / segna il nome sul sasso / il poema poco per volta è composto / diventa presente, un fumo / un toro impazzito dentro al cerchio di fuoco” (85). Per Roversi, infatti, in queste poesie “il mondo si scrive da solo sopra una carta”(123).

Dunque la poesia del bolognese per mezzo di un linguaggio che si fa oggetto e tramite un’andatura “scarna e testimoniale”, un ritmo “basso e iterativo”188, ma anche attraverso una intensa fantasia, quella che D’Elia definisce come “vero protagonista del poema”, capace non di produrre immagini ma “[…] di fissare il neobarocco contemporaneo già troppo ‘carico’ di istantanee, di disgregarlo per mettere in evidenza se stessa, il proprio ritmo lungo e irritato che ‘doppia’ la realtà”189, tenta di restituirci una quotidianità in cui le irriducibili forze morali dell’umanità – e la letteratura tra di esse – vengano esplicitamente mostrate nell’eterno conflitto che le vede duellare con gli inganni in atto. Sia l’abbassamento retorico che qui predomina, sia l’incedere lento e grigio di queste pagine sembrano voler sottolineare proprio questa disperata richiesta di verità che ci appare come l’intenzione prioritaria dell’intero poema roversiano.

In tal modo, tutti i temi da sempre presenti nelle opere del poeta sembrano acquistare qui una nuova luce, ferma, definitiva, una fissità solenne e lapidaria, quasi fredda. Un dolore secco si alterna a momenti di mesta elegia, i colori del mondo si scompongono attraverso la nebbia, un silenzio assordante avvolge un gelido paesaggio da natura morta vivificato esclusivamente da lente, inquietanti figure. Anche se a volte l’ira prende ancora il sopravvento, chi si era appassionato all’ardente inclinazione belligerante di un autore così viscerale e “sanguigno” si trova spiazzato da una visione di un mondo in via di distruzione che spesso si fa tanto statica, malinconica, dolente.

Si avvertono, dunque, accanto alla consueta tensione etica e all’insopprimibile “ira politica” di Roversi, dei momenti di profondo avvilimento, accompagnati da una immagine estremamente sofferta della propria senilità, un’età segnata da un “dolore civile” che sottolinea implacabilmente l’impotenza attuale del poeta. Il tempo delle proficue battaglie oramai appare lontanissimo, sembra perdersi nei recessi della memoria: “Oggi piove. / È sereno. / Il mese sereno crudele / scioglie le montagne del tempo, il fiume è / neve. / In quell’estate i giorni con pause impenetrabili. / Racconta per telefono notizie della guerra “ (I. 86).

Le età della vita umana, lo spietato destino biologico a cui è assoggettato, possono allora alternarsi, nella sapienziale riflessione di Roversi, con le stagioni che inesorabilmente, ciclicamente trasformano l’amatissimo paesaggio padano. L’inverno che attanaglia un territorio devastato diventa anche l’inverno della vita e la sua voce sembra perdere peso, scivolando lentamente nell’amarezza: “Lavora una talpa nel giardino degli acquazzoni d’ / aprile mese crudele. / Aprile s’affaccia, brucia, brucia le foglie appena, / sui fogli scritti appena scritti. / Così calmo anche il mese crudele. Si spegne. / Aprile viaggia su strani arcobaleni. / Saluterà la terra. / Ciò che lui ha detto ha fatto. Così è scritto. / Lascia cadere parole / un uomo vecchio alle spalle le raccoglie piangendo” (86).

Questi versi, inoltre, sembrano richiamare direttamente i versi di T.S. Eliot, il poeta che per primo, nella sua The Waste land, dipinse aprile come “il più crudele dei mesi”. Il tepore del mese primaverile, tanto nelle parole di Roversi quanto in quelle del grande verseggiatore di origine americana, sciogliendo la neve dell’inverno e risvegliando i colori della natura, ridesta anche il ricordo e la speranza, riacutizzando senza alcuna pietà un dolore oramai sopito. Roversi così, nel descrivere una nuova “terra desolata”, coperta anch’essa di macerie fumanti, si avvale proficuamente delle parole di un altro esimio “interlocutore”, anzi di colui che forse meglio di chiunque altro ha descritto nel suo capolavoro un momento di desolazione e crisi della civiltà occidentale, una civiltà che oggi appare seriamente minacciata per l’ennesima volta di distruzione.

I luoghi della memoria e dell’odierno sconforto inoltre, quel paesaggio emiliano in cui Roversi si era formato in un contatto “fisico diretto e quotidiano, con suoni, rumori, odori, luci, voci, dialetti, violenze […]”190 e che ne La raccolta del fieno ed in Dopo Campoformio era stato difeso, con le unghie e coi denti, dall’offensiva del nuovo capitalismo degli anni Sessanta, si mostrano oramai indelebilmente segnati dalle tracce della vittoriosa industrializzazione forzata, rappresentate di frequente tramite descrizioni apocalittiche di una violenza espressionistica degna del prediletto Rebora (“Polvere della fabbrica che uccide il Reno / acque di lacrime veli / funebri legati a / scandagli in terre secche / cumuli precipitosi di sacchi / le discariche al limite di un pioppeto[…]” 108), ovvero attraverso una visione più pacata, imperturbabile, disingannata (“dietro il cancello della fabbrica chiusa per ferie / lei lo abbraccia dietro al passaggio al li- / vello incustodito fa segnali coi piedi scalzi in- / forca occhiali da sole. / Cosa si può fare dei baracconi da zingari abbandonati lungo una siepe fra l’erba?” 91).

In grande evidenza in questo panorama, ancora una volta, sono le strade, o meglio le autostrade, quelle “in-utilissime […] che la Fiat ci ha elargito, e ha voluto concedercelo perché non si ottiene che ciò che essa vuole”191, quelle che attraversavano, violentandolo, il mondo contadino di Dopo Campoformio e che facilitavano gli spostamenti nell’inferno capitalistico di numerosissime Descrizioni in atto. I veicoli che le percorrono sembrano gli unici elementi in movimento di un ambiente innaturalmente immobile e silenzioso e vengono seguiti dalla parola roversiana che ora si fa nuovamente lucida e salda: “Tutto comincia così / da qualcosa che brilla / un vetro in movimento / l’asfalto brucia perché l’inverno è lontano / […]” (99); “[…] Sull’asfalto il viadotto rotola insegne d’amianto. / I tir austriaci inseguono da sponda a sponda l’orma di case in fuga / la giornata è scossa da alcuni presagi. / Chi l’avrebbe detto dieci anni fa?[…]” (105).

E con le strade, anche la “morte stradale”, un altro tema da sempre presente nelle opere di Roversi quale simbolo della insania di una società in perenne corsa, senza traguardo (si pensi ad Ettore, il protagonista di Registrazione di eventi, che trova la morte in un folle viaggio in auto alla rincorsa del proprio passato, ma anche alle due giovani “comparse” de I diecimila cavalli ed alla tante vittime cadute sull’asfalto delle Descrizioni in atto), viene in questi versi rinnovato per mezzo di una descrizione che non lascia trasparire nessuna passione, nessuna sorpresa (“Tacendo / ascolto il cristallo rompersi / sotto il diamante di una parola che lo incide. / In quell’istante un cane è schiacciato da un tir”(118); “[…] Il morto sull’autostrada dice saluta sorridendo la vita”(111).

Ma la prospettiva dell’autore, come abbiamo detto, è estremamente ampia, nel corso dell’estenuante viaggio lungo questa Italia “sepolta sotto la neve” e sconvolta dalla violenza attuale, infatti, lo sguardo tagliente di Roversi si posa non solo sul territorio emiliano ma anche (riproponendo in termini geografici la contrapposizione tra fuoco e neve a cui abbiamo accennato) sulle riarse terre del profondo Sud (“Brucia Sicilia Sardegna / brucia Calabria da bosco a bosco da uomo a uomo / brucia l’ulivo / guarda il fuoco del bosco l’acqua il bosco / […]” 116) e sulle innevate montagne dell’Abruzzo (“[…] Mi sono anche spaventato ma / il tempo inclemente faceva nevicare. / L’Abruzzo è un poco misterioso e io per caverne e / caverne […]” 125).

Il ruolo predominante, però, il ruolo da prima attrice non poteva che assumerlo la “sua” Bologna, la città “da sempre identica nei miei occhi”, la città “non bella ma bella nella contraddizione, bella nella sua complessità”. In questa raccolta infatti, Bologna appare come una città imporporata da freddi tramonti, investita da colori rossi e scuri, lacerata da bagliori dorati, contrapposta nel suo calore all’indifferente bianco della neve che raggela il mondo (“La città si innalza tetragona e infiammata” 106; “Vedremo la città d’oro apparire da lontano”. 109); una città stratificata, medievale, turrita, imponente (“Oh Bologna / calda di torri diroccate o di ombra di torri / ha il pianto delle cicale sgozzate conficcate in gola ai maceri / della pianura / città sorella alla brace alla pioggia alla pietra / cammina nel silenzio d’autunno / mentre i nobili nel casino di caccia parole. / vivrà mille anni ancora aspettando il passato 113), ma allo stesso tempo, dato che “nell’inverno lo stile è tutto”(82), resa grandiosa ed altera da “lo stile barocco fondato sulla / razionalità della scuola emiliana”(82). Una città, infine, che ci sembra non dissimile dalle antiche città italiane (tra le quali la stessa Bologna) dei Canti Orfici, dalle “torri barbare”, “rosse e impenetrabili”, abitate da enigmatiche, sfumate figure femminili e affrescate dai colori bizantini dell’occhio allucinato di Dino Campana.

A rendere più suggestiva questa ipotesi concorre il fatto che lo stesso Campana, anch’egli tra i poeti più amati da Roversi in gioventù, appaia inoltre, in un frammento di questa seconda parte de L’Italia sepolta sotto la neve, affettuosamente rappresentato mentre si affaccenda con frenesia tra le sue carte: “[…] Dino Campana, da Marradi, sapeva / […] / dove trovare i poeti al caffè / celebrati illustri di penna sapienti / caro Campana così inzaccherato / strappa fogli lacera carta brandelli / butta segnali dentro l’eco di un’ombra / esiste una immaginaria porziuncola interiore / Campana mio puoi affilarci la spada […]” (105). Un omaggio anche in questo caso, crediamo, ad un poeta che ha fatto della sua disperazione ed intransigenza una ragione di vita.

In questo “luogo poetico” in cui i segnali della rovina di giorni disperati sembrano soverchiare a volte la fiducia nel futuro, il tema predominante della poesia roversiana sin dalle prime plaquettes degli anni Quaranta, e cioè la rabbia e l’avvilimento dell’uomo tartassato da una società rapace e da una vita disumana, non poteva essere abbandonato. Le vergognose ingiustizie che quotidianamente si presentano agli occhi dell’autore vengono tuttora accuratamente registrate con un tono adesso freddo e testimoniale: “[…] un povero si accascia alla stazione di Padova / un ricco scende dall’aereo personale / ciascuno comunica all’altro io sono / […] / Licenziato dalla Fiat, abbandonato dalla moglie e dai figli / Damiano Allegretti operaio” (105).

Così anche la proverbiale “rabbia politica” di Roversi esplode, a volte, con il furore incontrollabile e la determinazione assoluta che già conosciamo, veicolata da un linguaggio ancora esplosivo e stridente (“[…] rabbia rabbia esplodono fra la polvere le lattine coca cola sul ripiano del bar / è la voce dell’ultima fabbrica a riempire il mondo di canzoni a / giocare con il turno di notte. Avanza / un ferito da chissà quale lotta dice / nessuna commozione […]” 95) e la sua visione a tratti si fa enfatica, quasi allucinata da un discorso poetico sottoposto a forti sollecitazioni, ad un enorme sforzo di tensione (“[…] la terra di tombe appena scoperte fuma nel suo inferno / perduto. / L’urlo dei maiali nel silenzio del mare / quando è l’ora di strappare le stelle prima del sonno” 116).

Certamente lo stato attuale delle cose appare estremamente difficile. Oggi, infatti, “si ascoltano segnali incerti / dimenticate parole” (110), gli spazi reali per una resistenza attiva si assottigliano nel torpore imposto alle menti e Roversi talvolta sembra cedere alla disillusione. Il suo discorso così si placa di nuovo e si trascina dolente e meditabondo (“ieri (forse) qualcosa si poteva fare / ma oggi non si può fare molto. Le / occasioni diminuiscono le occasioni sce- / mano. Le persone. La falce. / La luce degli occhi viene dalle caverne / fra le foglie prendono il Tavor e chiudono gli occhi[…]” 97). La sua parola poetica sembra voler misurare una distanza tra le persone che s’accresce sempre più in un mondo devastato dalla violenza economica: “è impossibile l’amicizia forse è impossibile essendo l’ / uomo ormai un vuoto a perdere su spiagge calamitose”. (115).

Accanto alla rabbia ed al disinganno si affacciano quindi, in questi versi, pensose considerazioni sullo scorrere del tempo(“[…] È inevitabile dicono: / ciascuno corregge il destino / precipitosamente e / come un albero divorato da un ramo / scalzato non senti invecchiare il cuore dentro di te?/ […]” 102), sulla fragilità dell’esistenza umana (“E l’uomo ha troppe morti da consumare / per sceglierne una sola”), sulla volatilità degli affetti (“Finita l’estate la città si spiana / il cielo ciclopico schianta l’ala di un aereo bianco / che si inabissa e noi, addio, / forse un altro anno ci incontreremo? / Ci trasferiamo dalle pene d’inferno alle pene di cuore / con ironia - il cuore è un deserto con l’acqua che scorre / da foglia a foglia intanto / […]” 109). La voce di Roversi è a questo punto umbratile e meno rabbiosa, una cupa malinconia accompagna queste parole e tende a distendersi in forme decisamente elegiache, mentre anche il passato si affaccia col suo pesante fardello (“Non ho saputo leggerti mano avara. / Circondata dai cunicoli dai labirinti della vita / e da petali che così osannano / io sono un campo d’autunno […]” 115).

In ogni caso, però, il poeta ripone una disperata fiducia nelle verità che la memoria continua a trascinare con se, nel fatto che “[…] nessuno può scomporre / il dare dall’avere, l’infelicità dalla noia / il passato da un presente che rotola / superbamente rumoroso / frammenti d’ossa nel mercato delle pulci” (111), ma sa bene che per continuare a contrastare efficacemente bisogna imparare da questo passato senza rimanervi inerme prigioniero: “Chi mi vuol bene / deve dimenticare i giorni passati / cercheremo di non compiangerli troppo. […]” (92). La memoria dei giorni trascorsi, acquista allora, in questo poema (e nella visione del suo autore), un’importante funzione di “supporto” per il presente. Come ci conferma personalmente il bolognese, è divenuto necessario salvare dall’oblio generalizzato, dall’azione in corso di annientamento della memoria, ciò che del passato può tornare utile per gli odierni conflitti, soprattutto il ricordo delle violente speranze e dell’indomita passione civile che avevano investito coloro che affrontarono la drammatica esperienza dell’ultima guerra mondiale.

È in questo momento infatti che il discorso di Roversi subisce un’accelerazione improvvisa, un sussulto decisivo che lo fa uscire dal più cupo sconforto per proiettarlo nel campo a lui più consono della ragione, della lucida riflessione morale e civile. Fa la sua comparsa un “fervore sconosciuto” che ci pare molto simile a quell’impeto risolutivo delle Descrizioni in atto che Giuseppe Zagarrio ha efficacemente definito “l’eppure vitalistico”192 di Roversi: la “guarigione” d’eccezione offerta al poeta e alla poesia ed opposta alla coscienza delusa, una perenne eventualità di cambiamento, un disperato ottimismo nel mondo a venire.

A questo punto si fa definitivamente spazio, mettendo fine al continuo alternarsi di totale sconforto e ferma determinazione che appare forse come l’elemento distintivo dell’intera raccolta, il piano ragionativo a scapito dei tetri elementi figurativi. Il discorso roversiano diviene sempre più veemente e sentenzioso: “ancora tutto da fare, da imparare” (99); “occorre soffrire un poco / avere ancora pazienza” (90).

Così, dal momento che “[…] Un vecchio inconcludente è niente. / Un vecchio deluso è un recluso (124), ancora oggi “c’è un uomo che scrive ma la paura della vita la / paura della morte la paura della notte - le / lunghe insonnie le trascorre gridando contro la luce / che non arriva”. (113). Il tormento di Roversi si converte allora, anche ne L’Italia sepolta sotto la neve, in vicenda dolorosamente attiva, la ferma volontà di non arrendersi, la voglia di progettare nuove possibilità di rivolta prevalgono ancora una volta. L’ottimismo disperato del poeta, travolta ogni difficoltà, prorompe nuovamente a pieno carico in un linguaggio elettrizzato da una rinnovata, inarrestabile energia: “[…] la terra è piccola per un futuro / che non può imprigionare la mia ombra. / Ah madre quando parlo delle nuove battaglie / solo tu mi sai ascoltare – il dolore / è una lepre che corre” (114).

La “difesa morale” di Roversi dunque si può (si deve) sempre più avvalere della forza d’urto della letteratura per organizzare un fecondo antagonismo. Nonostante tutto, infatti, “nella casa fra i pioppi/betulle al lume di una lampada ad olio (ancora) / la mano stende il velo d’inchiostro” (96). Il vecchio poeta può (deve) avere ancora la forza morale necessaria per nuovi propositi, per rigettarsi, anima e corpo, nel lavoro intellettuale con la curiosità e la solerzia nel fare che lo contraddistinguono (“Vorrei avere molti libri da / leggere. Ancora. Tempo davanti. / Libri con segni sconosciuti / vecchie tipologie polverosi / libri trovati nel ripostiglio di casa […]” 101; “leggi un poco dovunque / non stancarti di chiedere e parlare […]” 120) e le speranze possono (devono) essere fomentate poiché “è la voglia di vivere che salverà il mondo” (121), ma anche perché “c’è sempre un poco di paradiso / in una zona disastrata” (122).

Sebbene l’Italia sia “sepolta” sotto uno spesso strato di gelidi inganni, le infuocate parole di Roversi possono (devono) continuare a mantenere il proprio valore di impegno assoluto, storico; alle volte, difatti, “è più facile che una voce si conservi sotto la neve”(101).

 

Parte seconda: La Natura, la Morte e il Tempo osservano le Parche che giocano la partita

 

Secondo quanto ci è stato riferito personalmente da Roversi, l’introvabile edizione integrale della seconda parte de L’Italia sepolta sotto la neve sarebbe apparsa nel 1992 presso le edizioni “Pendragon” di Bologna, col sibillino sottotitolo La Natura, la Morte, il Tempo osservano le Parche.

Come spesso accade per le opere di un autore tanto intransigente in materia di scelte editoriali, la ricerca di questo fantomatico testo roversiano è risultata vana. Dopo un’attenta indagine, però, siamo riusciti ad entrare in possesso del numero 58 de «Lo Spartivento», il “foglio di poesia militante” stampato dalle edizioni della libreria “Palmaverde” nell’ottobre di quello stesso anno, nel quale dodici degli originari novanta frammenti del poema sono raccolti con una piccola ma significativa aggiunta ad un sottotitolo che ora recita: La Natura, la Morte e il Tempo osservano le parche che giocano la partita. I novanta lemmi di cui si comporrebbe la seconda sezione, infatti, corrispondono, a detta dello stesso autore, ai novanta minuti durante i quali si svolge una partita di calcio, individuando in tal modo una sorta di cornice calcistica che conferisce di certo a questo lavoro una maggiore compattezza tematica rispetto alla raccolta precedente.

Già ad una prima lettura dei pochi versi a nostra disposizione, appare evidente quanto questa robusta struttura portante, all’interno della quale trovano collocazione gli elementi abituali dell’ultimo progetto di Roversi, risulti insolita ma al contempo straordinariamente elastica, capace cioè di integrare tali elementi in un “ragionamento” poetico di eccezionale densità. Nel corso dei novanta minuti/poesie difatti, la penna dell’autore impegna tutte le proprie forze nel disegnare una fittissima conversazione tra i calciatori in campo e gli spettatori assiepati sulle gradinate.

Prende dunque corpo un discorso poetico in cui è il dialogo a trionfare, surreale, complesso e spesso sorprendente, un dialogo in cui predominano le voci provenienti dalla folla sugli spalti e grazie al quale riusciamo a distinguere i volti di numerose figure storiche e di alcuni dei protagonisti della cultura occidentale. Si riconoscono i lineamenti di Kant, Brecht, del grande pianista Glenn Gould, dell’onnipresente “Che” Guevara, ecc… (“[…] Volti antichi di camminatori affiorano sulle gradinate / fra l’onda dei capelli. Sembra un sogno” 167). La “registrazione” degli avvenimenti presenti è perciò dialogizzata, filtrata all’interno di questo continuo colloquio durante il quale la voce di Roversi si frammenta nelle voci dei numerosi parlanti, ma anche per questo ricchissima di riferimenti culturali che, risultando elementi costitutivi della struttura stessa dell’opera, contribuiscono ad ampliarne lo spessore e la problematicità.

Il protagonista assoluto di questo secondo stralcio dell’interminabile poema è però, senz’ombra di dubbio, Théodore-Agrippa D’Aubigné, uomo d’armi e grande poeta sul crinale tra i secoli XVI e XVII, individuo dalla vita travagliatissima, ricca d’imprese militari al sevizio del protestantesimo, di perigliose avventure e di terribili amori. Un personaggio certamente singolare, contraddittorio, ugonotto feroce ma capace di scrivere toccanti liriche barocche sull’attesa delle rondini in primavera. É lui che Roversi utilizzerà come un vero e proprio alter ego in queste pagine, come suo principale portavoce. È dalla bocca del signor D’Aubigné che, infatti, affioreranno sempre più spesso le sferzanti affermazioni dell’autore.

Tra l’altro la figura del poeta francese ritorna più volte nella poesia italiana del Novecento e sempre come emblema della battaglia senza tempo sferrata contro ogni tipo di tirannia. Già nel 1943 Eugenio Montale affidò il piccolo manoscritto di Finisterre, comprendente quindici poesie, a Gianfranco Contini che lo portò clandestinamente in Svizzera, perché i riferimenti alla guerra, ma anche (e soprattutto) un’epigrafe tratta proprio da D’Aubigné che suonava come una chiara condanna dei “prìncipi” e dei tiranni (“Les princes n’ont point d’yeux pour voir ces grand’s merveilles, / Leurs mains ne servent plus qu’à nous persécuter…”), ne rendevano impossibile la pubblicazione in Italia. La raccolta fu pubblicata a Lugano e venne in seguito inserita (e l’epigrafe con essa) in La bufera e altro del 1956. Anche nell’ultima raccolta di poesie di Franco Fortini compare l’ombra imponente dell’implacabile ugonotto. In Composita solvantur del 1994, infatti, un componimento fortiniano intitolato L’inverno è, per ammissione dello stesso autore, una “appropriazione” de L’hiver di Agrippa D’Aubigné. Roversi dunque, facendo risuonare la propria voce nelle parole del poeta francese, sembra voler sottolineare per l’ennesima volta quella funzione di contestazione globale contro ogni tipo di oppressione politica e sociale che ha sempre considerato un dovere inalienabile dell’istituzione letteraria.

Quello del calcio, oltre a ciò, è un tema che negli scritti roversiani è apparso più di una volta. Nel romanzo I diecimila cavalli, per esempio, il derby della domenica, il grande evento sportivo diveniva nelle mani del “potere”, nelle mani dei “signori in grigio”, un potente narcotico per le classi popolari in rivolta, lo strumento principe delle varie “eccellenze” per bagnare le polveriere sociali. La partita in programma, in quella occasione, doveva essere giocata per soffocare con l’assordante frastuono dello stadio traboccante di gente ogni squillo di rivolta: “Facciamola incominciare ‘sta partita, ca custa l’on ca custa. Quelli sono voltagabbana, se la godono ad aspettare per vedere lo spettacolo. Come a teatro con le loro bandiere”; lo spettacolo sportivo appariva infatti, in quell’ultimo romanzo, un efficace palliativo per le rivendicazioni di una folla inferocita: “la situazione dall’altra parte della città è caotica, è molto critica anche se è sotto controllo, dunque è nostro preciso compito di far defluire questi scimpanzé, in centurie ordinate e in fila indiana”193.

In questa raccolta invece il tema calcistico si fa più complesso e acquista nuove, essenziali sfumature. Accanto all’immagine delle forze sociali popolari ancora una volta imbrigliate dalla passione per lo sport nazionale (“IL POPOLO SEDUTO chiede / Quando avrà termine la partita? […]” 166), si affaccia l’ombra di un’altra partita, ben più importante, quella giocata dalle parche del sottotitolo alla raccolta, una partita nella quale le figurazioni del destino, con sovrumano distacco, si contendono ben più di un pallone. Oggetto del contendere diviene invece, anche in questo caso, il futuro di ogni possibile impegno morale opposto ad una società dell’oppressione nella quale i basilari valori umani, etici e civili, sembrano essere costantemente messi in pericolo (“[…] perderemo le virtù d’amore / se la partita non sarà terminata / con un tiro preciso nel momento dell’attesa” 164). Nella visione del poeta infatti, il naufragio civile risulta al momento compiuto: oggi ci sono “gradinate vuote la gente dispersa”e“solo la prossima gara riempirà questa patria / di bandiere. Voci. Le voci coprono l’acqua di molta allegria / sono voci lontane” (164).

In questa “Parte seconda”, dunque, la “resistenza” di Roversi si materializza nel match decisivo che si sta svolgendo contro la terribile compagine di una “società dello spettacolo” “che dentro al frastuono predominante omogeneizza tutto, tutto livella appiattisce […]”194; tra squilli di tromba e sventolio di bandiere, in una grottesca atmosfera da lugubre festa, l’offensiva finale, lo scontro decisivo sembra essere iniziato: “[…] Prima che la notte cada, è stabilito. I leoni / decidono di assaltare i soldati stremati. / POI NON CI SARÀ CAMPO MAGLIE NON PIÙ LA / PARTITA. Voci. / Solo lo stadio sarà vuoto” (166).

Come già era avvenuto nella prima parte e nella premessa de L’Italia sepolta sotto la neve, la decadenza in atto continua ad essere straripante ed in apparenza inarrestabile, le possibilità di contrastare questo perverso meccanismo appaiono, anche qui, ridotte al lumicino. Il poeta bolognese, così, non può che insistere nella rappresentazione allucinante di un mondo tartassato da nuove razzie e violenze (“Ho visto l’orso morire / verso il tramonto solo nella vallata / volavano uccelli enormi senza ali / cadevano conficcandosi in terra risalivano / stringevano in bocca l’agnello […]” 223), ma anche stordito dal sistematico insabbiamento della verità, ancora una volta raffigurato da uno spesso e gelido strato di neve: “[…] Oggi rubano uomini e donne come farfalle / li infilzano con il chiodo li legano all’albero / sotto la neve lì stanno / corpi che aspettano il tempo” (167). Le immagini disegnate da Roversi continuano ad essere tese fino al limite, esasperate da una fantasia furiosa che ci rende del mondo una visione apocalittica ed allucinata. La sua parola poetica sembra qui addirittura più irrequieta rispetto alle sezioni precedenti, agitata da improvvise iperboli che mescolano disordinatamente le istantanee della partita con quelle di un presente magmatico e di un passato lontano, in un impasto convulso ed estremamente complesso.

Il “macro-tema” calcistico diviene perciò, in queste pagine, un contenitore eccezionalmente capiente, il vero collettore di ogni altro tema e il movimento centrifugo della prima parte del poema, all’interno del quale Roversi aveva tentato di rendere la vita nodo polifonico, dopo averla frantumata nei suoi più disparati aspetti, inverte qui la sua direzione. La poesia roversiana sembra ora investita da una spinta opposta, centripeta, diretta verso lo “stadio delle giovani iene” (170), all’interno del quale è racchiuso il mondo d’oggi e dove si gioca, arbitre le Parche, la “partita” finale, la decisiva sfida con la storia.

Allora Roversi / D’Aubigné è “durante la partita mentre il pallone vola” che può esaminare con rabbia la condizione delle vittime della società degli “egoismi globali”, “questa gente nel bosco sotto rami e foglie / gocce di nebbia sulle dita le querce che frusciano i / treni lontani” (167). E mentre le azioni sul campo si susseguono con alterni risultati, egli le segue con apprensione ma anche col consueto estremo rigore di osservazione, perché “la palla non è mai conquistata / per sempre. / La sua conquista non è mai / come la vita tutta compiuta non / può la palla essere distrutta / non rasa al suolo” (216). È solo alla fine di questo scontro epocale, infatti, che si potranno finalmente tirare le somme: “Sospendiamo il gioco delle ombre / oggi sotto lo striscione di arrivo cadiamo nell’eternità” (220).

L’autore dunque, all’interno di questa compatta impalcatura, sempre tramite un processo dialogizzante nel quale predomina la voce altera e bellicosa del signor D’Aubigné, diluisce tutti i rancori e le speranze, le delusioni e le attese di questo “lungo momento”195 in cui sia i nemici sia gli amici sembrano scomparsi (“DOVE I NEMICI DI UN TEMPO? / dove gli uomini dalle lunghe barbe con le alte spade / e gli occhi forano il cielo lanciando fiamme?” 220). Nei suoi occhi, la vita sembra trascinarsi in un tempo senza più dignità, illuminato dai fuochi fatui del baccano tecnologico e l’implacabilità giudiziale del poeta delle Descrizioni in atto torna a prevalere nel furore di un immaginario ossessivo ed angosciante: “Oggi erra l’ombra dei topi / fra le foglie che neanche l’autunno / chiama più con amore. / Dice il signor D’Aubigné sono queste le meraviglie? / […] / Non abbiamo più nemici / siamo uomini spenti. / Che vita è questa?” (220).

Ma la partita, in ogni caso, non viene mai interrotta nell’attesa che D’Aubigné / Roversi scorga, in un cielo oramai sgombro di nubi, tornare a volare le rondini, il fulgido emblema delle speranze in una nuova primavera per l’umanità: “[…] Chiedo alle rondini di tornare / se viene meno la speranza / sia chiara l’attesa / sia giusto l’ordine di migrare” (223).

Anche in questa seconda parte de L’Italia sepolta sotto la neve il discorso di Roversi segue, quindi, un percorso altalenante. Accanto ai momenti di disillusione si affaccia sempre la speranza, allo sconforto si avvicendano costantemente i progetti per ricostituire una riflessione costruttiva, una rinnovata utopia. La parola poetica roversiana, allora, assecondando questo movimento delinea immagini contrastanti che si susseguono senza alcuna mediazione, prima indefinite, sfumate, impregnate di tetra malinconica, poi lucide, dirompenti, spinte da una rinnovata, implacabile fiducia. Così il poeta sembra abbandonarsi, a volte, alla soluzione dolorosa della rinuncia e della resa (“[…] arrivo alla fine della giornata / qualche volta con disperazione / altre volte è una luce intera che all’improvviso si spegne / su questa vita che non è poi disperata.[…]” 167), alle angherie di un passato inclemente che si affaccia con tutti i suoi dubbi e le sue colpe, ancoraaccompagnato dalla penosa coscienza del fatale scorrere del tempo: “Alle giovani penne che oggi interrogano il mondo / che mondo consumato consegno / io che ero aquila predatrice e volavo oh volavo? / […]” (223).

Alle recriminazioni però, come sempre accade, si sostituisce presto la volontà di riorganizzare la difesa, in modo tale da farsi trovare pronti nel momento più propizio. Una flebile fiamma sembra poter illuminare questi tristi giorni: “[…] senza tristezza. Oggi / lavorare aspettare / dolorare le mani / nessuna pietà per i vincitori. / Ci tocca l’onesto soffrire nel momentaneo tramonto. / Ma non saremo altrove / il giorno della danza fruttifera / della lieta mattanza” (223).

La stessa scelta di tirarsi fuori dal gioco non immacolato dell’industria culturale, ovvero l’opzione della “clandestinità”, come l’abbiamo definita, qui si chiarisce esplicitamente come parte di un’ampia strategia attuata al fine di giocare, nel corso di tutti questi anni, le proprie carte fino in fondo: “Non pubblico più libri dice il giocatore di calcio / perché non voglio che qualcuno / tagli le pagine del mio libro / con un coltello sporco di burro. / Non saprei sopportarlo / né da vivo né da morto. / […] / Un bosco di alberi parole / chiede che l’occhio non si chiuda prima che sia / accontentato. […]” (215)

Inoltre, per le sorti della propria squadra, quella composta “non di superstiti disastrati, ma di persone che intendono provvedere con la parola, la scrittura, la riflessione – partendo quasi da zero – ad approdare su un lembo di terra nuovo possibile per l’uomo”196, lo scrivere sembra mantenere, anche in questa raccolta, una funzione basilare. Infatti in questi versi“[…] la parola ha sempre / in serbo una sorpresa o un sopruso / per il lettore che non ha strappato la pagina”(215) ed è solo attraverso la letteratura che il vecchio poeta riuscirà a decifrare la moderna confusione, l’odierna condizione umana: “prima che il mondo ci lasci (o ci abbandoni) / […] raccogliere qualche / frammento di parole / per capire le obiezioni degli amici / il rumore degli anni, queste ultime avventure. […]” (164).

Perciò, quando “la clessidra stabilisce la fine della partita” (170), la speranza di Roversi di fare e muoversi per andare contro al marasma quotidianamente esibito non è andata perduta. L’alacre persistenza da sempre teorizzata risulta ancora possibile, anzi oggi ancor più necessaria, come ancora necessaria è la disperata lucidità coscienziale che dà vita a questi versi. Allora, sebbene gli scontri si facciano progressivamente più duri (“Francesco Lomonaco giacobino dice vedo / gli uomini migliori morire di dolore / e muori per la seconda volta Guevara / offeso dal silenzio come un cristo camminatore su povero / legno” 225), lo stadio non si è ancora svuotato, l’incontro prosegue con rinata energia (“ti cerco compagno amico di questa sconfitta / non perderti nella folla silenziosa dei cani / grida come l’eroe un tempo conosciuto nell’isola che non / (ha nome” (225).

Ed alla domanda dagli spalti: “Cosa devo leggere chiede Glenn Gould / per capire l’Italia?” (225), Roversi, stavolta in prima persona, così risponde: “non l’italietta di ghirlande seduta sulle colonne di Roma / con gambe scheggiate sospese nel vento” ma “un’Italia ferita a morte ma che la morte non vuole” (225).

 

Parte terza: Astolfo trasforma sassi in cavalli.

 

La versione completa della terza parte de L’Italia sepolta sotto la neve verrà pubblicata solamente tra pochi mesi, ma alcuni frammenti di questo poema sono già apparsi nel 1995 in una pregiata cartella di litografie di Giuliano Collina e, tra il 1998 ed il primo semestre del 2000, sulla rivista semestrale «Il Filorosso», diretta a Catanzaro da Francesco Graziano e Gina Guarasci. Come sempre accade per gli scritti di Roversi, questi pochi stralci dell’opera che hanno visto la luce sono frutto di una sistemazione momentanea, una fase di un work in progress che troverà una definizione stabile solo dopo numerose stesure, ma già permettono di intuire, con una certa precisione, le direzioni principali che il discorso poetico dell’autore intende intraprendere.

Il sottotitolo di questa sezione, Astolfo trasforma i sassi in cavalli, infatti, sin dal principio richiama alla memoria l’Orlando furioso di Ariosto, il protagonista del quale già si era affacciato nelle pagine della “Parte prima” del poema in una fulgida immagine di battaglia (“e invidiavo con tenerezza / quelli che come Orlando dalle mischie / s’alzano e con la penna che luccica – e senza sangue […]” I. 90). Roversi, dunque, anche tramite incisioni rapide nella memoria cavalleresca di un’Emilia lontana, sembra voler rianimare nel mondo d’oggi quel senso di instabilità, di pericolo incombente che lo scrittore ferrarese, contemporaneo di Machiavelli e Guicciardini, aveva iniettato sotto l’apparentemente imperturbabile serenità del suo capolavoro. E in questo caso specifico, tramite uno dei più famosi episodi del “furioso” (Astolfo che sulle ali dell’Ippogrifo vola sulla luna alla ricerca del senno di Orlando, perduto fra i cumuli di tutto ciò che gli uomini si lasciano sfuggire in terra), l’autore emiliano sembra voler fare riferimento a tutti quei miti di illusione, vanità e delusione che concorrono a disegnare, tanto nel grande poema cavalleresco quanto in queste pagine roversiane, un mondo senza più direzione, devastato da una sola, inarrestabile follia universale.

Già da questo esiguo numero di versi, inoltre, si può osservare come il processo dialogizzante che aveva investito il discorso roversiano nella seconda parte del poema si prolunghi in questa terza, subendo comunque sostanziali modificazioni.

Infatti questo unico, interminabile scritto, che si dovrebbe snodare a detta dello stesso Roversi senza interruzioni né grafiche né concettuali per più di quattromila versi, si presenta di nuovo come un fitto dialogo a distanza, stavolta però tra due sole voci parlanti: quella senza eco dell’astronauta sovietico abbandonato nello spazio per mesi al tempo del governo di Gorbaciov e quella soffocata ed atterrita di Maria Silocchi, rappresentante della Bologna “bene”, sequestrata nei primi anni Novanta e violentata e martirizzata dopo esser stata tenuta a lungo prigioniera in un anfratto profondo della campagna emiliana.

Forse sarebbe più esatto definire questo dialogo, utilizzando le parole dell’autore stesso, come l’alternarsi di due monologhi incrociati ma non sempre integrati, tra “la paura adirata e temente ma mai rassegnata dell’astronauta russo […] e la paura dentro un barlume di speranza, finché si è spenta straziata, della signora Silocchi, qua in Emilia rapita […]”197.

Il discorso di Roversi, in ogni caso, qui si sdoppia e si converte in una rappresentazione del mondo attuale compiuta tramite l’utilizzo di due punti di vista diametralmente opposti: da una parte uno sguardo che dall’alto copre il mondo nella sua totalità, dall’altra quella di un occhio reso cieco dall’oscurità profonda di una fossa.

Il passaggio da una prospettiva all’altra solitamente si compie senza alcuna intercessione, allora la voce che proviene dal sottosuolo (“[…] Oggi consumata dal silenzio / come la radice di un albero / sotto la terra / anch’io interrata sono la radice / senza più foglie senza il futuro più mai […]” 1531) si fonde totalmente, senza nessi visibili, con una voce che rompe il silenzio assoluto dello spazio (“[…] sono qua nello spazio nero di vita e senza la voce / pellegrino perduto sulla sabbia del deserto di stelle / fra le stelle l’uomo vive senza sonno e dice / ciò che è lasciato non è mai dimenticato […] 1810), determinando così una visione “grandangolare” della realtà osservata. Oggetto dell’occhio vigile di Roversi, infatti, è ancora una volta la realtà sociale dei giorni d’oggi: “sul quaderno delle miserie / scrivo le vicende di questi anni che non conosciamo. / Fossili. Cupi fuochi. La sera / ride sul fiume del tempo. Da riva a riva […]” (1823).

Esaminato da due prospettive d’eccezione, dunque, entrambe solitarie (“[…] Ero solo in quel momento solo davvero / nessun pensiero era vero ma vero […]”, 1651) ed entrambe braccate dalla paura della morte (“la morte è già con me vicina di fango di buca” 1563), il mondo attuale descritto dal poeta continua ad essere investito da una violenta invettiva (“[…] cos’è questo mondo / questo ilare mondo / che si scompone facendo le guerre nel mare delle parole […]” 1744), un mondo che brancola nel nulla, senza più direzione (“[…] oggi scopro che il disordine / è la regola e l’ordine una eccezione […]” 1763) ed ancora devastato da sempre nuove distruzioni. Il linguaggio di Roversi si fa spazio, anche in questi frammenti, per mezzo di esplosioni apocalittiche che non mostrano alcuna pietà per quello che oramai è diventato un inferno di macerie e d’angoscia (“Io in mezzo agli astri sempre ben voluti / vedo le città della terra / ardere. Vedo la terra bruciare fra le braccia di guerrieri stranieri. Bruciano le biblioteche severe i libri piangono./ Mani allungate rubano rosse auto veloci barche d’altura. / Mettiamo la Russia / mettiamo la Merica […]” 1767).

L’ingordigia di una società senza più giustizia viene così registrata dai due sguardi isolati nel buio che, appartati ma disperatamente attenti alla vita che si svolge lontana, sembrano richiamare, estremizzandola, la distaccata ma eccezionalmente partecipe postazione scelta da Roversi, la sua torretta d’osservazione sul mondo, sommersa da centinaia di polverosi volumi nei due cupi stanzoni di via de’ Poeti numero quattro.

In questo modo i due monologhi sembrano spartirsi le percezioni raccolte dall’occhio del bolognese su una realtà in veloce cambiamento, quello dell’astronauta russo – più rabbioso e mai rassegnato (“[…] la gelida rabbia dell’uccello con il petrolio di / ali / al vento gelido grida […]” 1654) – raccoglie attraverso il piccolo oblò della sua navetta spaziale le istantanee del presente in una visione straordinariamente ampia che si distende sulla terra nella sua globalità, registrando gli avvenimenti epocali, quelli che diverranno storia (“Si illumina il mondo di sangue. / Vedo / il volto della Russia non più sovietica / consegnata alla ruggine delle nuove catene… / […] / ma noi non siamo il mondo / non andiamo alla conquista dell’Australia / a forza di bollicine / non conquistiamo col mitra Messico Olanda […]” 1382; “Nelle pianure dell’Asia cavalli veloci / polvere polvere polvere sulla città di New York / sangue nel cielo di Berlino di Roma […] 1806). Nell’oscuro recesso in cui è tenuta prigioniera, avvolto dal più cupo terrore, illuminato però a tratti da un’intensa speranza (“[…] Vivo con tre catene al collo con topi bisce vivo / odoro l’uva appena raccolta da lontano[…]” 1926), il soliloquio della signora Silocchi invece si dipana tra fatti minimi ma comunque non meno significativi per Roversi, tra gli odori ed i rumori che le giungono dalla campagna emiliana squarciando il silenzio della caverna (“[…] rumori di una festa. Suoni. Tamburi nel cielo spezzato. / Voci di campagna metalliche, risse. […]” 1481) e dalla vicina città di Bologna, la “solita” Bologna del poeta, la “[…] città mai dimenticata. Ah città mia / indice della mia vita casa della mia casa” (1765), (“[…] Qua nel bosco le voci di una città vicina / alberi parlano strisciano parole / sul muro di terra segno la curva del tempo come una croce” […] 1804). Ma le parole della terrorizzata prigioniera scavano anche tra i ricordi ed i sogni che affollano nottetempo la sua mente, incursioni rapide in una terra antica ed oramai lontana: “[…] Così il velluto del tempo / si addormenta fra le aiuole / nessuno osava dissentire / alle parole del vecchio vuoto d’orecchio ma labbro loquace […]” (1552). Il mondo contadino emiliano torna così ad essere rappresentato tramite quelle immagini di pacato lindore, ma anche di pietroso tormento, che erano tipiche dei poemetti di Dopo Campoformio: “[…] nebbia alzata dal fiume / polvere sopra il lume della vecchia casa / le mele distese sopra i tralicci le canne la paglia / il cavallo azzoppato che si lascia morire […] (1492).

I due protagonisti del dialogo però, nonostante la loro disperata situazione, insistono nel conservare la speranza in un futuro diverso, in un improbabile ritorno, rappresentata in entrambi i casi dalla luce del sole contrapposta all’oscurità nella quale sono costretti: “in Islanda andare. Vorrei andare. / Là da monte a monte non sole cala la sera / la notte bianca cammina sulle acque […]” (1647); “[…] con me oh gioia esplode la vita / inerpica le sue luci […]” (1562), la stessa speranza, crediamo, che continua ad illuminare il cammino di Roversi anche nel buio pesto dell’attuale situazione politico-sociale, “partendo magari dalla convinzione, e i fatti ogni momento la confermano, che c’è molta più richiesta di speranza di quanto si creda, da ogni parte”198.

Per l’ennesima volta in questa Italia sepolta sotto la neve, infatti, il discorso di Roversi si snoda alternando momenti di cupo sconforto, di disillusione a momenti in cui la fiducia nel futuro prende decisamente il sopravvento. Così, in un mondo dominato dalla vacuità e dalla vanità dell’attuale fase della società dei consumi (“[…] Le cose che non hanno peso / non volano. O volano nella sorpresa generale. / La leggerezza del niente ha conquistato la terra / l’invade con parole […]” 1819), in una società frastornata in cui l’uomo, “l’irrequieto seme del mondo / non si raduna più a parlare / sottovoce da mille anni […]” (1706), progettare un futuro migliore è ancora possibile, la speranza persiste nella coscienza che questo inutile presente diverrà presto passato: “[…] Prima o dopo doveva accadere amico compagno / il futuro non è ancora passato non è migrato nella / caverna del niente ghiaccio delle memorie… / ascolta il giorno non piangere per me non lamentare / il giorno nasce col verde fuoco del sole non sarà / l’ultimo sole…” (1401).

Nelle parole dei due protagonisti, inoltre, come nelle precedenti parti de L’Italia sepolta sotto la neve, si presenta nuovamente il ricordo del passato, soprattutto della seconda guerra mondiale, il conflitto che più di ogni altro ha insanguinato il secolo XX; un sangue, questo, che però oltre a rendere quei giorni drammatici, certamente li ha resi più degni, più veri di quelli che viviamo (“Penso agli uomini antichi che scrivevano il futuro / oggi uomini e donne approdano e scrivono lacrimanti il passato / camminano scalzi su viottoli di cenere polvere. […]” 1687). Mentre allora “sedeva la guerra per terra / seminava morte nel mondo guerriero / signora bella spegneva soffiando la vita / soffiando la morte la vita esaltava” (1724), oggi la vita “pallida lustra d’acqua divaga nella notte emerge nel giorno / è l’alba / verde infine d’alghe marcite fra le pietre e / comincia a vivere urlando pazza di nuova vergogna […]” (1759).

Come abbiamo già più volte ripetuto, la memoria di quel tempo di grandi speranze e di violente passioni ha, secondo Roversi, la possibilità di impartire insegnamenti fondamentali ad un presente che appare senza alcuna decenza, allora le immagini e le emozioni di quelle drammatiche esperienze si affacciano qui con eccezionale chiarezza, tramite metafore luminose che si contrappongono ancora una volta al buio attuale: “[…] Poi l’oblio delle cose accadute in quel particolare momento. / Meravigliosa cosa è non cedere alla meraviglia / di una libertà perigliosa. Grande era l’esultanza / delle vicende accadute in quel particolare momento / ma per non dannarsi la coscienza / si cercava di fare senza / dell’automobile, dei suoni musicali, dei nuovi vestiti, di / creme di pane di libri. O di fiori. / Era tutto un correre gridare scalciare ballare e astratti furori. […]” (1878); “[…] che anni quelli / l’uomo raccontava la speranza / la speranza bruciava bruciava bruciava / con bandiere di luci di voci di sputi bandiera grigia violenta” (1510).

Nell’orbita di questa sorta di programma di difesa della memoria crediamo di poter inserire anche l’importante opera di versificazione delle lettere dei condannati a morte della Resistenza, compiuta da Roversi nel 1995 nel tentativo di “mantenere e alimentare la memoria, attraverso un esercizio di conoscenza e azione, e nel dialogo tra le generazioni anche affidato alla leggerezza e alla gioia dei vent’anni”199, al fine di continuare, con la fede imperterrita nei valori di quel tempo, la comunicazione di allora dentro l’oblio di oggi, dato che “un naufragio si è certamente compiuto ma non tutto di tutto è stato travolto”200.

Tuttavia il XX è anche il secolo della paura atomica e lo sguardo severo e la lucida parola di Roversi si posano sul “secolo coperto di sangue come una montagna / di neve” (1847): “Era una vera e propria droga raccontava vicino / all’orecchio dell’amico / ero come drogato. L’idea di poter immaginare sempre nuove armi. / Costruirle / Di notte facevo sogni a base di esplosioni atomiche. […]” (1841). Il verso del bolognese, quindi, nella descrizione della follia nucleare a volte torna ad essere informativo, sentenzioso, un verso “da telegramma”, come lo era quello delle Descrizioni in atto: “[…] 886 esplosioni sotterranee hanno lasciato sulla pelle del deserto / crateri vasti come interi quartieri di città / e 4500 chilometri quadrati non più abitabili […]” (1867).

Così, anche se nella condizione in cui viviamo si presenta prepotente la tentazione della fuga, la voglia di abbandonare questa terra devastata, nuovamente rappresentata tramite immagini di straordinario e disarmante vigore (“[…] tempo nel tempo per ripren- / dere il cammino salpare veleggiare acque cupe salutare / aspettare l’arrivo dei naufraghi approdi improvvisi gettarsi / contro la scogliera ferirsi la mano nella / sabbia scrivere sulle orme bagnate baciare la terra […]”1412), il messaggio ultimo di Roversi, quasi una missiva in una bottiglia affidata all’oceano in tempesta, ci appare come un messaggio di speranza, di fiducia in un futuro ancora possibile: “[…] Sarò tutto e niente ma sarò ancora. Sarò. Mi è / impossibile altrimenti pensare. La speranza è tempesta / è il getto improvviso del petrolio da una ferita della terra / urlo delle moto in gara / è il colore del quadro di Fontana e la donna di Hopper / è il cielo sopra una tenda nel deserto / questo e altro sarò ma una speranza vera… / non stringerò la mano… / dormire sul sasso è ancora vivere” (1463).

È questa inalterabile fiducia nell’avvenire, crediamo, a segnare l’ultimo risultato della caparbia, disperata moralità ed intransigenza di Roberto Roversi.

 

***

 

 

IV. BIBLIOGRAFIE

 

Bibliografia

 

Opere poetiche

 

Poesie, Landi, Bologna 1942.

Rime, Landi, Bologna 1943.

Poesie per l’amatore di stampe, Sciascia, Caltanissetta 1954.

La raccolta del fieno, in «Il Menabò» n. 2 Einaudi, Torino 1960.

Dopo Campoformio, Feltrinelli, Milano 1962.

Cinque descrizioni in atto per la cartella del Guareschi, Prandstaller, Padova 1963.

Testa di vecchio, il collezionista n. 4, Bologna 1965 (Poemetto allegato a “Sei litografie” di Vasco Bendini).

Dopo Campoformio (nuova edizione accresciuta e aggiornata), Einaudi, Torino 1965.

Le descrizioni in atto, Ciclostilato in proprio, Bologna 1965.

Trenta poesie, Impegno 70, Mazara del Vallo 1972 (intervento in “Lettera a Leonida Breznev” di Rolando Certa).

Cento poesie, in «Il Cerchio di Gesso», n. 3, maggio 1978.

Trentuno poesie di Ulisse dentro al cavallo di legno, Ribichini, 1981.

L’Italia sepolta sotto la neve. Premessa: il tempo getta le piastre nel Lete, Nordsee, Bologna 1984.

Paso Doble (con Luisa Giaconi), Il Ventaglio, Roma 1986.

L’Italia sepolta sotto neve. Parte prima: fuga dei sette re prigionieri,Il Girasole, Valverde, Catania 1989.

Descrizioni in atto(nuova edizione riveduta e accresciuta), Coop Modem, Bologna 1990.

L’Italia sepolta sotto la neve. Parte seconda: la natura, la morte, il tempo osservano le parche, Pendragon, Bologna 1992.

Vide de figures, textes de Roberto Roversi, ouvres de Antonio Violetta. Traduction de Colette Arnaud, Edition de la Différence, Paris 1993.

Il libro del Paradiso, La Caita, Manduria 1993.

Carta e penna. Quattro incisioni di Antonio Bobo e dieci poesie di Roberto Roversi, Bandecchi e Vivaldi editori, Pontedera 1994.

Scrittura scenica (con Franco Fortini, Alba Morino, Ottiero Ottieri, Emilio Isgrò e Alfredo Antonaros), «EnnErre», Milano 1994.

L’Italia sepolta sotto la neve. Premessa: il tempo getta le piastre nel Lete (nuova edizione), Quaderni del Masaorita, Bologna 1995.

Parole e segni. Tre frammenti di un poema di Roberto Roversi con immagini litografiche di Giuliano Collina, Edizioni Lithos, novembre 1995.

Se tutti i mari del mondo fossero inchiostro, Edizioni Cooperativa culturale Centoggi, 1996.

25 poesie autografe, La Città del sole, Stampa, Torino 1996.

Aber es haben zu singen (con incisione di Enrico Della Torre), Amici, A.A.C., 1998.

 

Opere narrative

 

Umano, Landi, Bologna 1943.

Ai tempi di Re Gioacchino, Libreria Palmaverde, Bologna 1952.

Caccia all’uomo, Mondadori, Milano 1959.

Registrazione di eventi, Rizzoli, Milano 1964.

I diecimila cavalli, Editori riuniti, Roma 1976.

Spaventoso rombo e notturna devastazione della grande città di Parigi 1808, Letteraria Zanetto, 1998.

 

Testi teatrali

 

Unterdenlinden, Rizzoli, Milano 1965.

Il crack, in “Il Sipario” n. 275, marzo 1969.

La macchina da guerra più formidabile, in «I Quaderni del C.U.T.» n. 9, 1971.

Tempo viene chi sale e chi discende, ciclostilato in proprio, Milano 1975, (ripubblicato in forma ridotta come Enzo Re, in «Quaderni del C.U.T.», Bari 1980).

Enzo Re, Tempo viene chi sale e chi discende, I Quaderni del Battello Ebbro, Bologna 1997.

 

Saggi ed interventi

 

Prefazione a “I segni topografici” di Giuseppe Addamo, Cittadella, Bertoncello 1967.

L’Emilia e la Romagna: la cultura delle regioni, di Tommaso Di Salvo e Giuseppe Zagarrio; saggio introduttivo di Roberto Roversi, La Nuova Italia, Firenze 1970.

Materiale ferroso, note e appunti degli anni ’60 e ’70, ciclostilato in proprio, Bologna 1977.

Intervento in “Pierpaolo Pasolini e il Setaccio 1943/1945” (a cura di Mario Ricci), Cappelli, Bologna 1977.

«Officina» (1955-1959), a cura di Katia Migliorini, presentazione di Roberto Roversi; con interventi di Donatella Marchi e Gianni Scalia, Edizioni dell’Ateneo & Bizzarri, Roma 1979.

Aretino, Pietro. I Ragionamenti. Premessa di Roberto Roversi, Savelli, Roma 1979.

Intervento in “La poesia in mostra”, quarantacinque autoritratti a voce alta, con un contributo di Roberto Roversi. A cura di Stefano Mecetti, Le Lettere, Firenze 1982.

Occhi di vetro occhi di legno. La tradizione burattinaia nella bassa reggiana, con Remo Meloni e Marco Fincardi, Diabasis, Bologna 1990.

La scoperta di Bologna, con Luciano Leonotti, L’inchiostroblu, Bologna 1991.

Quattro porte ai quattro venti: Pieve di Cento e la sua gente nelle fotografie di Giovanni Melloni, testo di Roberto Roversi; foto raccontate da Dafni Carletti, Cassa Rurale e Artigiana di Cento, Cento 1992 (poi Beccari, Stampa, San Giovanni in Persiceto 1996).

“La finestra si apre” di Teresio Zaninetti; con una nota critica di Roberto Roversi, Ligea, Catania 1994.

Prefazione a “Le radici della memoria” di Pietro Guberti, Edizioni del Leone, Spinea 1994.

Galileo: 1988-1994, di Eugenio Vitali, nota di Roberto Roversi, Edizioni del Girasole, Ravenna 1995.

Siamo andati sui monti più alti (versificazione delle lettere dei condannati a morte della Resistenza), Istituto storico della Resistenza e di storia contemporanea, Modena 1995.

«Rendiconti» n. 40 “Su Pier Paolo Pasolini”, numero monografico, Pendragon, Bologna 1996.

Il riso nel latte: un’estate di tanti anni fa: 1937, di Benny Faeti, nota di Roberto Roversi, Edizioni del Girasole, Ravenna 1997.

La carne e lo spirito. Poesia morale spirituale francese del Cinquecento, a cura di Davide Monda; premessa di Roberto Roversi; postfazione di Eva Rizzuti; collaborazione di Danilo Galletti, Il ponte vecchio, Cesena 1999.

Roversi: guardare, ascoltare, mescolare, in Scrivere, corso di scrittura creativa, Rizzoli, 15 gennaio 2000.

 

Trascrizioni in lingua

 

I bu. Poesie Romagnole di Tonino Guerra, Rizzoli, Milano 1972.

 

Testi per canzoni

 

Il giorno aveva cinque teste (disco con Lucio Dalla), L.P. R.C.A., Milano 1973.

Anidride solforosa (disco con Lucio Dalla), L.P. R.C.A., Milano 1975.

Il futuro dell’automobile (disco con Lucio Dalla), L.P. R.C.A., Milano 1976.

 

Collaborazioni principali

 

«Officina»

«Rendiconti»

«Nuovi Argomenti»

«Paragone»

«Quaderni Piacentini»

«Giovane Critica»

«Che Fare»

«Quasi»

«Libri Nuovi Einaudi»

«Rinascita»

«Le Porte»

«Il Manifesto»

«EnnErre»

«Il Filorosso»

 

 

 

Bibliografia Critica

 

F. Fortini, La poesia italiana di questi anni, in «Il Menabò» n. 2, 1960 (poi in Saggi italiani, Garzanti, Milano 1987).

E. Vittorini, Notizia su Roberto Roversi, in «Il Menabò» n. 2, 1960.

M. Lavagetto-E. Siciliano, Stile nuovo e tradizione, in «Palatina» n. 17, 1961.

G. Pampaloni, Tra l’antica e la nuova stagione di poesia, in «Aut Aut» n. 61-62, 1961.

P. Bonfiglioli, Errore e furore Dopo Campoformio, in «Palatina» n. 23-24, 1962.

A. Rossi, Zanzotto e Roversi, in «L’Approdo Letterario», gennaio-giugno 1962.

L. Baldacci, in “Il giornale del mattino, 10 maggio 1962.

F. Leonetti, L’ira di Roversi. Il disordine di Zanzotto. Generalità, in «Paragone» n. 152, agosto 1962.

G. Pampaloni, Il vagabondo Roversi e l’aristocratico Zanzotto, in «Epoca», 7 settembre 1962.

A. Debenedetti, in «Il Punto», 15 settembre 1962.

B. Pento, Roversi Dopo Campoformio, in «La Fiera Letteraria», 21 ottobre 1962.

M. Forti, Dopo Campoformio, in Le proposte della poesia, Mursia, Milano 1963 (poi in Le proposte della poesia ed altre proposte, Mursia, Milano 1971.

G. Zagarrio, La rabbia di Roversi, in «Quartiere» n. 15-16, giugno 1961.

O. Del Buono, Una felice contraddizione, in «Corriere d’Informazione» 10-11 giugno 1964.

E. Miccini, Ideologia, avanguardia ed altro in Leonetti e Roversi, in «Nuova Corrente» n. 34, autunno 1964.

M. Forti, Su alcuni nuovi romanzi, in «Aut Aut» n. 86, 1965.

B. Pento, Un tempo e un paese della terra, in «Letture di Poesia Contemporanea», Marzorati, Milano 1965.

G. Ferrara, I poeti e la storia del nostro tempo, in «Rinascita» 27 marzo 1965.

F. Fortini-G. Ceserano-G. Raboni, dibattito in «Paragone» n. 184, aprile 1965.

A. Romanò, Questioni di poesia, in «Paragone» n. 186, agosto 1965.

G. Barberi Squarotti, La cultura e la poesia italiana del dopoguerra, Cappelli, Bologna 1966.

G. Finzi, Adolfo è vivo, in Lo spirito del ’45, Giordano, Milano 1967.

G. Manacorda, Storia della letteratura italiana contemporanea. 1945-1965, Editori Riuniti, Roma 1967.

G.C. Ferretti, La rabbia politica di Roversi, in «La letteratura del rifiuto», Mursia, Milano 1968.

G. Scalia, La questione dello sperimentalismo, in «Critica, letteratura, ideologia», Marsilio, Padova 1968.

M. Petrucciani, Idoli e domande della poesia e altri studi, Mursia, Milano 1969.

V. Riva, Il romanzo di un giovane inedito, in «L’Espresso», 24 maggio 1970.

G. Raboni, Il Vietnam di Roversi, in «Paragone» n. 242, 1970.

G. Zagarrio, Poesia fra editoria e ‘anti’, in «Il Ponte», Firenze 1970 (poi Celebes ed., Trapani 1971).

G. Zagarrio, L’eppure di Roversi, in «Quasi» n. 1, maggio-agosto 1971.

A. Asor Rosa, Sintesi di una storia della letteratura italiana, La Nuova Italia, Firenze 1972.

G. Manacorda, Roberto Roversi, in Vent’anni di pazienza, La Nuova Italia, Firenze 1972.

F. Camon, Il mestiere di scrittore, Garzanti, Milano 1973.

W. Pedullà, Il linguaggio di Roversi allena alla disperazione, in La letteratura del benessere, Bulzoni, Roma 1973.

Romano Luperini, Marxismo e intellettuali, Marsilio, Venezia-Padova 1974.

G. Zagarrio, Letteratura italiana. I Contemporanei, vol. IV, Marzorati, Milano 1974 (Poi II edizione, Marzorati, Milano 1979).

G.C. Ferretti, «Officina». Cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta, Einaudi, Torino 1975.

M.L. Serini, Com’era bella la nostra «Officina», in «L’Espresso» 1975.

G. Raboni, Roversi dentro alla materia e Il Vietnam di Roversi, in Poesia degli anni ’60, Editori Riuniti, Roma 1976.

F. Fortini, I poeti del Novecento, Laterza, Bari 1976.

F. Fortini-F. Leonetti-G.C. Ferretti, Materiali: dibattito su «Officina», in «Aut Aut» n. 54, 1976.

S. Ramat, L’elementare politico di Roversi, in Storia della poesia italiana del Novecento, Mursia, Milano 1976.

F. Ferrarotti, Gli anni di «Officina», in «Paese Sera Libri», 11 giugno 1976.

L. Caruso-S.M. Marini, «Officina», in «Dettagli» n. 1, 1976.

L. Caruso, Roberto Roversi, in Scritti in onore di C. Carbonara, Giannini, Napoli 1976.

E. Piemontese, Mostri e simboli di Roversi, in «Paese Sera Libri», 11 giugno 1976.

M. Cucchi, Privato e politico, in «L’Unità», 26 giugno 1976.

A. Altomonte, I diecimila cavalli, in «Il Tempo», 15 maggio 1976.

M. Spinella, Il fuoco e la neve, in «Rinascita», 19 marzo 1976.

M. Lunetta, Teatrale e simbolico, in «Il Messaggero», 24 marzo 1976.

G. Scalia-P. Valesio, in Lucio Dalla Il futuro dell’automobile dell’anidride solforosa e di altre cose, Savelli, Roma 1977.

L. Caruso-S.M. Marini, Roversi, La Nuova Italia, Firenze 1978.

G.C. Ferretti, Il mercato delle lettere, Einaudi, Torino 1979.

G. Finzi, in Gelli-Lagorio, 1980.

R. Luperini, Il neosperimentalismo tra «Officina» e «Il Menabò»: Roversi, Leonetti e Volponi,in Il Novecento, vol. II, Loescher, Torino 1981.

G. Borghello, Due dibattiti di «Rinascita»: Autonomia della letteratura e Poetica sociale, in Linea rossa. Intellettuali, letteratura e lotta di classe 1965-1975, Marsilio, Venezia 1982.

G. Zagarrio, Le Descrizioni in atto di Roversi, in Febbre, furore e fiele: repertorio della poesia italiana contemporanea (1970-1980), Mursia, Milano 1983.

F. Graziano, R. Roversi: esemplarità attiva di un intellettuale del nostro tempo fra poesia e narrativa, in «Periferia», settembre-dicembre 1983.

G. Manacorda, Letteratura italiana d’oggi. 1965-1985, Editori Riuniti, Roma 1987.

G. Raboni, Poeti del secondo Novecento, in Storia della letteratura italiana: Il Novecento, Garzanti, Milano 1987.

S. Ramat, I sogni di Costantino, Mursia, Milano 1988.

G.M. Anselmi-A. Bertoni, L’Emilia e la Romagna, in Letteratura Italiana. Storia e geografia, diretta da Asor Rosa, vol. III: L’età contemporanea, Einaudi, Torino 1989.

G. D’Elia, L’Italia sepolta sotto la neve, in «Poesia», novembre 1989.

G. D’Elia (a cura di), Conversazione in atto, intervista in «Lengua», n. 10, 1990.

G. Spagnoletti, Letteratura italiana del Novecento, Newton Compton, Roma 1994.

A. Berardinelli, Letterati e letteratura degli anni ’60, in Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1995.

V. Viola, in Krumm-Rossi 1995.

M. Motta, Roberto Roversi, in «Italianistica», gennaio-aprile 1995.

M. Cucchi-S. Giovanardi (a cura di), in Poeti italiani del secondo Novecento 1945-1995, Mondadori, Milano 1996.

AA. VV., Quaderni di critica. Volponi e la scrittura materialistica, Lithos, Roma 1998.

M. Raffelli, La bottega di Roversi, in «Il Manifesto», 24 giugno 1998.

G. Muraca, Utopisti ed eretici nella letteratura italiana contemporanea, Rubbettino editore, 1999.

S. Luciani, La pazienza “cauta e astuta” di Roversi, in «Allegoria» n. 33, settembre-dicembre 1999.

N. Borsellino-W. Pedullà (a cura di), Storia generale della letteratura italiana, vol. XII, Federico Motta editore, Milano 1999.

***

 

 

NOTE

 

1          A. Romanò, in Questioni di poesia, «Paragone Letteratura», agosto 1965, p. 124.

2          R. Roversi, in Roversi, a cura di Luciano Caruso e Stelio M. Marini, La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 1.

3          R. Roversi, in Notizia su Roberto Roversi, a cura di Elio Vittorini, «Il Menabò», n. 2, Einaudi, Torino 1960, p. 100.

4          R. Roversi, ibidem.

5          R. Roversi, ibidem.

6          R. Roversi, intervista in «L’Unità», 19 giugno 1966.

7          R. Roversi, in Conversazione in atto, a cura di Gianni D’Elia, in «Lengua» n. 10, 1990, p. 22.

8          R. Roversi, ibidem.

9          R. Roversi, in Notizia su Roberto Roversi, a cura di Elio Vittorini, «Il Menabò», n. 2, 1960, p. 101.

10              R. Roversi, ibidem.

11         R. Roversi, ibidem.

12         G. Zagarrio, in Letteratura italiana del Novecento. I contemporanei, a cura di Gianni Grana, Marzorati, Milano 1979, p. 8704.

13         G. Zagarrio, ibidem, p. 8705.

14         G. Zagarrio, ibidem, p. 8076.

15         R. Roversi, in «Officina» (1955-1959), a cura di Katia Migliorini, Edizioni dell’Ateneo e Bizzarri, Roma 1978.

16         R. Roversi, in «Officina». Cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta, a cura di G. C. Ferretti, Einaudi, Torino 1975, p. 478.

17         R. Roversi, ibidem.

18         R. Roversi, ibidem, p. 48.

19         R. Roversi, in F. Camon, Il Mestiere di scrittore, Garzanti, Milano 1973, pp. 164-165.

20         L. Caruso e S. M. Martini, Roversi, La Nuova Italia, Firenze 1978, pp. 45-46.

21         R. Roversi, ibidem, p. 36.

22         R. Roversi, ibidem.

23         R. Roversi, Conversazione in atto, a cura di Gianni D’Elia, in «Lengua» n. 10, 1990, p. 40.

24              M. Forti, Le proposte della poesia, Mursia, Milano 1963, p. 254.

25         R. Roversi, Dopo Campoformio, Feltrinelli, Milano 1962.

26         R. Roversi, in 7 domande sulla poesia, «Nuovi Argomenti», marzo-giugno 1962.

27         R. Roversi, La settima zavorra, in «Rendiconti» n. 4-6, novembre 1962, p. 135.

28              R. Roversi, in F. Camon, Il mestiere di scrittore,Garzanti, Milano 1973, p. 172.

29         R. Roversi, in Interventi, «Paragone Letteratura» n. 182, 1965, p. 115.

30         R. Roversi, L’angoscia genera i pidocchi, in «Rinascita» n. 44, 10 novembre 1967, p. 14.

31         R. Roversi, intervista in «L’Unità», 19 giugno 1966.

32         R. Roversi, Il codice operativo. Autunno 1966, in «Giovane Critica», autunno 1966.

33         R. Roversi, Il ’68 dell’immaginazione, in «EnnErre» n. 9, 1998, p. 13.

34         R. Roversi, ibidem.

35         L. Caruso, S.M. Martini, in Roversi, La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 67.

36         R. Roversi, Interventi, in «Paragone Letteratura» n. 182, 1965.

37         R. Roversi, in «Salvo Imprevisti» n. 6, 1973.

38         R. Roversi, in F. Camon, Il mestiere di scrittore, Garzanti, Milano 1973, p. 170.

39         R. Roversi, in Enzo re. Tempo viene chi sale e chi discende, Il Battello Ebbro, Bologna 1997, p. 202.

40         R. Roversi, Conversazione in atto a cura di Gianni D’Elia, in «Lengua» n. 10, 1990, p. 46.

41         R. Roversi, conversazione introduttiva a I Diecimila cavalli, Editori Riuniti, Roma 1976, p. XX.

42         R. Roversi, in «Le Porte» n. 1, 1981.

43         R. Roversi, Cento poesie, in «Il Cerchio di Gesso» n. 3, maggio 1978, p. 1.

44         R. Roversi, Kultur, in «EnnErre» n. 6, 1997, p. 7.

45         R. Roversi, Conversazione in atto, a cura di Gianni D’Elia, in «Lengua» n. 10, 1990, p. 52.

46              R. Roversi, in Roversi, a cura di L. Caruso e S.M. Martini, La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 1.

47              R. Roversi, in Conversazione in atto a cura di G. D’Elia, «Lengua» n. 10, 1990, pp. 40-41.

48              Poesie 1942, Rime 1943, con Landi; Ai tempi di re Gioacchino, 1952, nella sua libreria Palmaverde e Poesie per l’amatore di stampe, 1954, con Sciascia.

49              F. Leonetti, Notizia su Roberto Roversi, a cura di E. Vittorini, in «Il Menabò» n. 2, 1960, p. 100.

50              E. Vittorini, ibidem, p. 100.

51              R. Roversi, ibidem.

52              F. Leonetti, ibidem, p. 100.

53              E. Vittorini, ibidem, p. 101.

54              F. Fortini, Le poesie italiane di questi anni, ibidem p. 107.

55              F. Fortini, ibidem.

56              G. Pampaloni, Tra l’antica e una nuova stagione di poesia, in «Aut Aut» n. 61-62, gennaio-marzo 1961, p. 22.

57              G. Pampaloni, ibidem, p. 24.

58              M. Lavagetto-E. Siciliano, Stile nuovo e tradizione, in «Palatina» n. 17, gennaio-marzo 1961, p. 47.

59              P. Bonfiglioli, Errore e furore dopo Campoformio, in «Palatina» n. 23-24, 1962, p. 45.

60              R. Roversi, Dopo Campoformio, Feltrinelli 1962.

61              R. Roversi, ibidem.

62              P. Bonfiglioli, in «Palatina», n. 23-24, 1962, p. 50.

63              P. Bonfiglioli, ibidem, p. 50.

64              G. Scalia, Critica, letteratura, ideologia, Marsilio, Padova 1968.

65              G. Scalia, ibidem, pp. 236-237.

66              G. Pampaloni, Il vagabondo Roversi e l’aristocratico Zanzotto, in «Epoca», 7 ottobre 1962, p. 112.

67              G. Pampaloni, ibidem.

68              B. Pento, Roversi dopo Campoformio, in «La Fiera Letteraria» 21 ottobre 1962, p. 2.

69              B. Pento, ibidem.

70              B. Pento, ibidem.

71              A. Rossi, Zanzotto e Roversi,in «L’Approdo Letterario», n. 17-18, gennaio-giugno 1962.

72              A. Rossi, ibidem, p. 192.

73              A. Rossi, ibidem.

74              A. Rossi, ibidem.

75              M. Forti, Le proposte della poesia, Mursia, Milano 1963.

76              M. Forti, ibidem, p. 254.

77              R. Roversi, Dopo Campoformio, Einaudi, Torino 1965.

78              M. Forti, Su alcuni nuovi romanzi, in «Aut Aut» n. 86, marzo 1965, p. 46.

79              W. Pedullà, La letteratura del benessere, Bulzoni, Roma 1973.

80              G. Barberi Squarotti, La cultura e la poesia italiana del dopoguerra, Cappelli, Bologna 1966.

81              G. Barberi Squarotti, ibidem, p. 177.

82              R. Roversi, La settima zavorra, in «Rendiconti» n. 4-6, novembre 1962.

83              G. Zagarrio La rabbia di Roversi,in «Quartiere» n. 15-16, giugno 1963, p. 8.

84              G. Zagarrio, ibidem.

85              G. Zagarrio, ibidem, p. 10.

86              G. Zagarrio, ibidem.

87              Poi in Febbre, furore e fiele, Mursia, Milano 1983.

88              G. Zagarrio, Febbre, furore e fiele, Mursia, Milano 1983, p 391.

89              G. Zagarrio, ibidem.

90              G. Zagarrio, ibidem, p. 393.

91              G. Zagarrio, ibidem, p. 397.

92              G. Zagarrio, in «Quartiere» n. 15-16, giugno 1963, p. 11.

93              R. Roversi, Interventi,in «Paragone Letteratura» n. 182, 1965, p. 115.

94              R. Roversi, ibidem, p. 116.

95              F. Fortini, ibidem, p. 117.

96              F. Fortini, ibidem.

97              F. Fortini, ibidem.

98              R. Roversi, in F. Camon, Il mestiere di scrittore, Garzanti, Milano 1973.

99              F. Fortini, I poeti del Novecento, Laterza, Bari 1976.

100            F. Fortini, ibidem, p. 193.

101            G. Cesarano e G. Raboni, Interventi,in «Paragone Letteratura» n. 182, 1965, p. 122.

102            G. Cesarano e G. Raboni, ibidem.

103            G. Cesarano e G. Raboni, ibidem.

104            O. del Buono, Una felice contraddizione,in «Corriere d’Informazione» 10-12 giugno 1964.

105            G. Cesarano e G. Raboni, Interventi, in «Paragone Letteratura» n 182, 1965, p. 123.

106            A. Romanò, Questioni di poesia,in «Paragone Letteratura» n. 186, 1965, p. 124.

107            A. Romanò, ibidem.

108            G. C. Ferretti, La letteratura del rifiuto, Mursia Milano 1968.

109            G. C. Ferretti, ibidem, p. 235.

110            G. Ferrata, I poeti e la storia del nostro tempo,in «Rinascita» 27 marzo 1965, p. 20.

111            G. Ferrata, ibidem.

112            Unterdenlinden, Rizzoli, Milano 1965, Il crack, in «Il Sipario» n. 275 marzo 1969, La macchina da guerra più formidabile, in «I Quaderni del C.U.T.» n. 9, 1971 e Tempo viene chi sale e chi discende, ciclostilato in proprio, Milano 1975, poi in forma ridotta come Enzo re, in «I Quaderni del C.U.T.», 1980.

113            R. Roversi, Conversazione in atto,a cura di G. D’Elia, in «Lengua» n. 10, 1990, p. 52.

114            G. Finzi, Lo spirito del ’45, Giordano Milano 1967.

115            G. Finzi, ibidem, p. 213.

116            G. Finzi, ibidem, p. 216.

117            G. Manacorda, Vent’anni di pazienza, La Nuova Italia, Firenze 1972, p. 407.

118            G. Raboni, Il Vietnam di Roversi,in «Paragone Letteratura» n. 242, 1970.

119            R. Roversi, L’angoscia genera i pidocchi, in «Rinascita» n. 44, 10 novembre 1967, pp. 13-14.

120            R. Roversi, ibidem.

121            G. Borghello, Linea rossa. Intellettuali, Letteratura e lotta di classe,Marsilio, Padova 1982.

122            R. Roversi, Conversazione in atto, a cura di G. D’Elia, in «Lengua» n. 10, 10 novembre 1990, pp. 29-30.

123            V. Riva, Il romanzo di un giovane inedito,in «L’Espresso», 27 maggio 1970, p. 15.

124            G. Raboni, Il Vietnam di Roversi,in «Paragone Letteratura» n. 242, aprile 1970.

125            G. Raboni, ibidem, p. 118.

126            G. Raboni, ibidem, p. 119.

127            G. Manacorda, Vent’anni di pazienza,La Nuova Italia, Firenze 1972.

128            G. Manacorda, ibidem, p. 407.

129            G. Manacorda, ibidem.

130            G.C. Ferretti, Il mercato delle lettere,Einaudi, Torino 1979.

131            G.C. Ferretti, ibidem, pp. 203-204.

132            G.C. Ferretti, ibidem, p. 233.

133            G.C. Ferretti, ibidem, p. 234.

134            G.C. Ferretti, ibidem, p. 235.

135            G.C. Ferretti, ibidem.

136            R. Roversi, La macchina da guerra più formidabile, «I Quaderni del C.U.T.», n. 9, Bari 1971.

137            R. Roversi, I diecimila cavalli, Editori Riuniti, Roma 1976.

138            G.C. Ferretti, Il mercato delle lettere, Einaudi, Torino 1979, pp. 237-238.

139            G.C. Ferretti, ibidem, p. 239.

140            M. Spinella, Il fuoco e la neve. in «Rinascita» n. 12, 19 marzo 1976, p. 23.

141            M. Spinella, ibidem.

142            M. Spinella, ibidem, p. 24.

143            M. Lunetta, Teatrale e simbolico, in «Il Messaggero», 24 marzo 1976, p. 13.

144            F. Piemontese, Mostri e simboli di Roversi,in Paese Sera Libri, 11 giugno 1976, p. 1.

145            F. Piemontese, ibidem p. 4.

146            S. Ramat, I Sogni di Costantino,Mursia Milano 1988.

147            G. Manacorda, Storia della letteratura italiana contemporanea. 1945-1995, Editori Riuniti, Roma 1996.

148            M. Cucchi e S. Giovanardi, Poeti italiani del secondo Novecento. 1945-1995, Mondadori, Milano 1996.

149            S. Luciani, La pazienza ‘cauta e astuta’ di Roversi,in allegoria n. 33, settembre-dicembre 1999, p. 231.

150            S. Luciani, ibidem.

151            S. Luciani, ibidem, p. 236.

152            G. Murraca, Utopisti ed eretici nella letteratura italiana contemporanea, Rubbettino editore, 1999.

153            L. Caruso e S.M. Marini, Roversi, La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 91.

154            A. Motta, Roberto Roversi, in «Italianistica», gennaio-aprile 1995, p. 218.

155            A. Motta, ibidem.

156            G. D’Elia, L’Italia sepolta sotto la neve, in «Poesia» n. 11, novembre 1989, p. 67.

157            G. D’Elia, ibidem.

158            G. D’Elia, ibidem, p. 68.

159            R. Roversi, Conversazione in atto,a cura di G. D’Elia, in «Lengua» n. 10, 1990, p. 18.

160            AA. VV. La costellazione della scrittura materialistica, in Volponi e la scrittura materialistica, Lithos, Roma 1998, pp. 29-30.

161            R. Roversi, Il codice operativo. Autunno 1966, in «Giovane Critica», n. 31-32, 1972, p. 40.

162            R. Roversi, Mare, tempesta. Poi travi, frammenti di tavole, porte. E parole, pensieri, in «Rendiconti» n. 31, luglio 1992, p. 6.

163            R. Roversi, Kultur,in «EnnErre» n. 6, 1997, p. 7.

164            R. Roversi, ibidem, p. 8.

165            R. Roversi, ibidem, pp. 11-12.

166            R. Roversi, ibidem.

167            R. Roversi, ibidem, p. 11.

168            R. Roversi, in «Rendiconti» n. 31, luglio 1992, p. 6.

169            G. Zagarrio, La rabbia di Roversi, in «Quartiere» n. 15-16, giugno 1963, p. 8.

170            R. Roversi, ibidem, p. 8.

171            R. Roversi, Kultur, in «EnnErre» n. 9, 1997, p. 8.

172            R. Roversi, L’Italia sepolta sotto la neve, Il girasole edizioni, Catania 1989, p. 57.

173            Sommario de “L’Italia sepolta sotto la neve”.

            Premessa [1-81]: Il tempo getta le piastre nel Lete. Roma, Nordsee, 1984.

            Parte prima [82-163]: Fuga dei sette re prigionieri.

            Parte seconda [164-245]: La Natura, La Morte e il Tempo osservano le Parche.

            Parte terza [246-327]: Astolfo trasforma i sassi in cavalli.

            Parte quarta [328-409]: Adler-Stey show: spettacolari sensazioni.

174            R. Roversi, in S.M. Marini, L. Caruso, Roversi, La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 38.

175            R. Roversi, in Scrivere. Corso di scrittura creativa, Rizzoli, Milano 15 gennaio 2000, p. 150.

176            R. Roversi, ibidem.

177            R. Roversi, L’Italia sepolta sotto la neve, Nordsee, Alpha Beta, Bologna 1984.

178            A. Motta, Roberto Roversi, in «Italianistica» gennaio-aprile 1995, p. 218.

179            R. Roversi, Mare, tempesta. Poi travi, frammenti di tavole, porte. E parole, pensieri,in «Rendiconti» n. 31, luglio 1992, p. 9.

180            G. D’Elia, L’Italia sepolta sotto la neve di Roberto Roversi, in «Poesia» n. 11, novembre 1989, p. 67.

181            R. Roversi, in S.M. Martini, L. Caruso, Roversi, La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 1.

182            R. Roversi, in Scrivere. Corso di scrittura creativa, Rizzoli, Milano 15 gennaio 2000, p. 151.

183            G. D’Elia, L’Italia sepolta sotto la neve di Roberto Roversi, in «Poesia» n. 11, novembre 1989, p. 67.

184            G. D’Elia, ibidem, p. 68.

185            G. D’Elia, ibidem.

186            R. Roversi, in Conversazione in atto, a cura di G. D’Elia, in «Lengua» n. 10, 1990, p. 37.

187            R. Roversi, ibidem, p. 42.

188            G. D’Elia, L’Italia sepolta sotto la neve di Roberto Roversi, in «Poesia» n. 11, novembre 1989, p. 68.

189            G. D’Elia, ibidem, p. 67.

190            R. Roversi in Conversazione in atto,a cura di G. D’Elia, «Lengua» n. 10, 1990, p. 41.

191            R. Roversi, Il codice operativo. Autunno 1966, in «Giovane Critica» n. 31-32, 1972.

192            G. Zagarrio, L’eppure di Roversi, in «Quasi» n. 1. maggio-agosto 1971.

193            R. Roversi, I diecimila cavalli, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 197.

194            R. Roversi, Mare, tempesta. Poi travi frammenti di tavole, porte. E parole, pensieri, in «Rendiconti» n. 31, luglio 1992, p. 4.

195            R. Roversi, ibidem, p. 9.

196            R. Roversi, ibidem, p. 6.

197            R. Roversi Arance bruciate in vulcani affamati di cielo, in «Il Filorosso» n. 26, gennaio-giugno 1999, p. 28.

198            R. Roversi, Mare, tempesta. Poi travi frammenti di tavole, porte. E parole, pensieri, in «Rendiconti» n. 31, luglio 1992, p. 3.

199            R. Roversi, in Siamo andati sui monti più alti, Istituto storico della Resistenza e di Storia contemporanea, Modena aprile 1995.

200            R. Roversi, Mare, tempesta. Poi travi, frammenti di tavole, porte. E parole, pensieri,in «Rendiconti», n. 31, luglio 1992, p. 9.

 

 

 

Martedì, 29 Luglio 2014 11:32

Una rubrica non basta

C’è modo e modo di porsi di fronte a una città e ai suoi pregi e difetti. C’è il modo campanilistico di esaltarne incondizionatamente i pregi e c’è il modo lesionistico di denunciarne inappellabilmente i difetti. Il modo scelto da Roberto Roversi su queste colonne, in una rubrica che da qualche tempo ci offre intelligenti osservazioni e pertinenti rilievi sulla vita associativa a Bologna è, secondo il mio parere, il più indovinato e utile.

Roversi ci propone una lettura particolare della nostra città, una specie di controllo fisico tattile dell’uso di questa citta (che per determinati motivi si trova a svolgere un ruolo di città-modello) da parte dei suoi abitanti o meglio dei suoi utenti. E con garbo ci indica i motivi critici che contrastano, e a volte impediscono, il pieno svolgimento di questo ruolo: il trasporto pubblico, che non, favorisce la partecipazione serale dei cittadini alle varie iniziative culturali: la cineteca comunale, che non cura a sufficienza il servizio e la durata delle proiezioni al cinema Roma; l’emarginazione della cultura contadina della città; la concentrazione esagerata di sedi bancarie in vaste zone del centro; la conseguente carenza di luoghi d’incontro per consentire ai cittadini di esprimere i propri sentimenti, oltre che provvedere alle proprie scadenze bancarie.

Attraverso questa lettura critica della città, Roversi propone, in effetti un dialogo con tutti, per non fermarsi a constatare i difetti ma trovare insieme i modi di superarli. Purtroppo la sua tenacia è rimasta finora inascoltata e il dialogo è rimasto un monologo. Ed è un vero peccato, perché, rimanendo allo stato di denuncia, il discorso si ferma a metà strada. Io tuttavia non credo che questo silenzio sia dovuto ad indifferenza del pubblico o ad un muto dissenso. Penso piuttosto che sia la brillante dote espositiva di Roversi ad intimorire i suoi lettori, consigliandoli a rinunciare ad un confronto letterario con lui.

Per questo propongo un esperimento: che sia lui stesso a rispondere ai suoi quesiti, proponendo i rimedi ai difetti denunciati.

La sua rubrica «Chi comunica che cosa e come», ad esempio, potrebbe essere alternata ogni volta da un’altra rubrica intitolata, poniamo: «Chi non comunica e perché» dove potrebbero essere descritti i vari impedimenti e le difficoltà, vere o presunte, secondo il giudizio dell’autore, che si incontrano a risolvere i vari problemi.

Mi rendo conto che questa proposta, nella misura in cui si sottrae ai lettori la facoltà di intervenire direttamente, costituisce un invito a disertare una battaglia, sia pure letteraria. E come tale va respinta. Ma la conseguenza sarebbe che al posto di una sola rubrica di Roversi, ne avremmo due. E questo è un risultato troppo gradevole per lasciarcelo sfuggire di mano senza neppure soffermarci un attimo a valutarne l’opportunità.

 

 

 

l’Unità, martedì 27 gennaio 1976.

 

 

 

Mercoledì, 23 Luglio 2014 18:22

Il discorso

Testo scritto per Gian Maria Volonté

 

[Entra nello studio, avvia il registratore, comincia a parlare].

 

1. Voglio stare sulle cose e badare ai particolari. Non a tutti, solo ai più importanti. Non voglio annoiare ma voglio premere sulla gente.

Con questo discorso devo rovesciare lo parola come un camion che solleva il cassone e butta giù la ghiaia. La ghiaia può coprire un uomo. Quanti sono stati sotterrati così negli ultimi anni? Ma questo è da sviluppare al momento opportuno.

Il fatto è che noi politici non possiamo calcolare tutto, né metterci a contare le cose una par una. Ripeto: i particolari sono importanti ma solo i particolari che la gente può capire senza troppe spiegazioni. Invece è un mio difetto voler spiegare ogni dettaglio, per paura d’essere frainteso. Poi capita che sforzandomi di precisare le code appena dette finisco per essere ancora più oscuro.

Vorrei riuscire a convincermi che questa volta devo seguire la strada della verità. Dico meglio: la strada di questa verità. Così mi auguro di essere ascoltato dalla gente, mentre adesso la gente non ascolta quasi più.

Non sono le parole una per una ad annoiare, anche se come vedremo hanno bisogno dell’officina. Annoiano le vecchie idee dentro a queste parole. Le vecchie conclusioni. Le vecchie premesse. Annoiano anche me, quando le ascolto da un altro. In questo modo si finisce per non seguire più niente. Il nostro orecchio si perde. Nessun filo logico che non sia – come posso dire? – da grandi magazzini. Le cose che facciamo, soprattutto lo cose che diciamo sembrano destinate a essere svendute in blocco.

 

In questa casa ci siamo io, la Nora, Vittorio, la mamma, Carla, Kriss. A parte Kriss, gli altri voglio fare in modo di interessarli sto’ discorso, mentre lo compongo. Così anch’io potrò ascoltarmi.

 

2. Starò sulle cose e baderò ai particolari. Per questo chiedo attenzione. Vi chiedo un po’ del vostro tempo. Voglio parlarvi. Davo farlo. È necessario che ascoltiate. I miei argomenti li prendo da chi mi ha preceduto. Li conoscete. Però alcuni particolari straordinari glieli aggiungo io, dato che li ho cercati e trovati. Ma non credo che a un momento della nostra vita, in un momento molto importante della nostra vita, possiamo continuare a mentire a noi stessi. Non ci credo più.

Perciò nell’ambito delle nostre specifiche competenze di uomini politici, di uomini costretti a mentire con tutta la violenza del caso, ritengo di richiamarmi al dovere, anzi no, al piacere di dire una verità; e voi di ascoltarla. Una verità in merito alla situazione attuale, molto complicata. Cercherò di proporvela e voi, dopo le prime paure, vi convincerete che è utile.

 

3. A questo punto è urgente una dieta terminologica, cioè una verifica dei termini del linguaggio. Bisogna rimettere sul tavolo le dieci parole chiave e ricontrollare il loro significato. La parole oggi sono come grondaie piene di ruggine, non tengono l’acqua. Quali parole? Ho detto: le più importanti. Ma tutte le parole oggi sono una gelatina di suoni. Prendiamone pure alcune. Libertà, ad esempio. Libertà vera, libertà sola, libertà unica e cara, libertà difficile. Libertà impossibile. Piccola libertà. Libertà consumata. Nuova libertà. Libertà e democrazia. Libertà e socialismo. Libertà e comunismo, se adesso non ci fosse Lenin. Dunque libertà, poi democrazia, socialismo, comunismo, fascismo. Poi il mio, il tuo, il suo partito. Poi io stesso. Cosa siamo? Adesso cosa siamo? Cosa siamo diventati? Eravamo meglio? Peggio? Non voglio rispondere per il momento.

Dunque: libertà, democrazia, socialismo, comunismo, fascismo, cristianesimo, cattolicesimo. Il Papa. La giovinezza dell’uomo. Oppure la morte. La morte dell’uomo. In Russia il rapporto, il rapporto…

[Si alza, prende un opuscolo dallo scaffale, cerca una pagina].

 

Ecco, è qua… Il rapporto Ilicev sullo stato dell’ateismo in Russia, in cui si ritrova questo tema [legge]: “La contraddizione dell’uomo con la sua morte non è superata. Il sistema ha molto da offrire a chi è giovane, ma a chi sta per incontrare la sua morte non ha più niente da dire”.

[Cammina pensando. Si rimette a leggere il suo foglio].

Naturalmente il sistema comunista ha molto da offrire a chi è giovane, sotto l’aspetto delle formule e delle parole. Ma è vero che uno dei problemi di fondo è questo, per capire le cose che seguono e mi interessano. Il comunismo non ha mai fatto i conti con la morte. Con la morte coma problema, non con la morte come occasione di morte. Come problema generale dell’uomo. Per i cattolici questo problema è tutto, per i comunisti questo problema è inesistente. I cattolici sono in questo caso spirito e trasparenza; i comunisti restano legati a filo doppio a questa terra e non hanno pensato di alzare gli occhi al cielo… Qua mi andrebbe bene citare Schaff.

[Cerca il libro, trova la pagina].

Si potrebbe intendere il problema della morte come un problema collettivo, quindi da affrontare – e risolvere, se si può – socialmente. Non come un problema privato dell’uomo. [Legge]: “Il marxismo insegna che il problema dell’individuo può essere risolto solo su un più vasto piano sociale e che la conoscenza delle leggi che reggono la vita sociale è condizione indispensabile par risolvere questo problema”. [Alza gli occhi]. In altre parole, ci chiediamo che valore ha la vita. [Riprende a leggere]: “La morte resta comunque il principale stimolo a meditare sul senso della vita”.

 

4. Se consideriamo questo dato, cioè che sulla morte si è parlato troppo poco, allora vediamo quanti problemi nuovi e difficili, e per molti aspetti anche affascinanti, ci vengono proposti. La morte è una realtà e dobbiamo avere la pazienza e la tranquillità necessarie per visitarla non come si visita un museo ma come si visita una casa che abbiamo deciso di abitare. Non è lei che ci aspetta, siamo noi che l’aspettiamo. Ma la nostra lucidità e il nostro coraggio di approfondire le cose ci aiutano anche a rovesciare questa attesa e a dimenticarla.

La bellezza del problema sta in questo, che noi l’aspettiamo e contemporaneamente la dimentichiamo. I due momenti si mescolano e producono un brivido dei sentimenti che rappresenta il fascino profondo della vita. Aspettiamo la morte o abbiamo desiderio di lei; dimentichiamo la morte e ne abbiamo nostalgia. Contemporaneamente, con una serenità struggente, noi viviamo. Continuiamo a vivere. Desideriamo vivere. Vogliamo vivere. È una sovrapposizione di tensioni intime sempre in atto, che vibrano come una corda. Noi camminiamo su questo filo e sotto abbiamo il vuoto. Ma questo filo non si spezza fino che non decidiamo di tagliarlo. È la nostra volontà di morire che chiama la morte. Un poeta ha detto: morte vita la morte nella vita, vita morte la vita nella morte.

È da questo nodo, più adatto a un filosofo che a un politico; oppure a un teologo… È da questo nodo che si può partire. Perché la morte è nostra, certamente, e noi l’aspettiamo. Ma questo problema diventa diverso, forse più ambiguo, se la morte che noi desideriamo di morire ci è data con la violenza da un altro, che con questo atto ci sorprende.

Quanto della morte vera resta in questa morte falsa? Noi moriamo veramente o questa morte è solo una sofferenza della morte e si limita a lasciarci senza vita, tradendo il nostro desiderio di morte? Può morire un uomo che è ucciso? un uomo che da ucciso subisce solo la violenza di un atto e non la tenerezza che è dentro a una morte desiderata e aspettata?

Credo che questa violenza sia portata, o compiuta, non tanto per procurare morte ma per togliere vita, quindi che sia una violenza esclusivamente contro la vita. Una violenza contro natura. Dunque una violenza infame nella sua inutilità, nella sua atrocità.

Se questa morte non ha nulla della morte giusta allora va punita come un atto di ingiustizia. Come una nuova Sodoma non produce altro che illusioni. Macerie. Questa morte non per l’uomo ma contro l’uomo assomiglia a una città distrutta e sepolta dalla sabbia. O a una nave sommersa.

 

5. La morte di Socrate è una morte violenta ma è anche una morte desiderata. Oltretutto, nel suo splendore, è una morte raccontata. Ha un’armonia così piena che sembra immergersi nell’oro fuso. Non resta che luce.

Ma quand’ero ragazzo cosa è stata per me la morte violenta dei conti Tubertini? Lui uccise lei, il figlio poi si uccise. Oppure lei uccise lui, il figlio poi si uccise. Credo che questa sia la versione esatta.

Il palazzo, dopo alcuni giorni, sembrava gelido come d’inverno, mentre eravamo in luglio. Gli altri, fra cui mio padre e mia madre, camminavano nel salone di sopra. Io sedevo sui gradini di uno scalone di marmo, avevo in mano un gessetto rosso, di pasta grassa e molto viva. Disegnavo vicino ai miei piedi facce piccole e tonde, tutte uguali, in fila; poi mi ricordo che le coprivo subito con la mano. Su parecchi gradini avevo disegnate sempre le stesse facce, un ovale e due punti per gli occhi, un segno per la bocca, le orecchie, tre capelli ritti in testa, le spalle appena indicate.

Le voci dall’alto, una sensazione di freddo immobile – ce l’ho anche adesso dietro le spalle – questo segno ripetuto con rabbia; lo zio Rigo che parlava in inglese a voce alta; io disegnavo la faccia del conte Tubertini e la cancellavo via via con il palmo della mano. Come facevo, se non l’avevo mai incontrato? Sapevo che si era ucciso.

Avevo chiesto a mia madre: cosa vuoi dire si è ucciso? Vuoi dire che è morto. E io posso uccidermi? Tu potrai morire quando sarai vecchio, mi aveva risposto.

Quindi la morte la identificavo con una persona tutta bianca; per questo le facce del conte Tubertini erano sdentate e con tre capelli in testa a significare vecchiaia.

Avevo fatto la stessa domanda a mia nonna: io posso uccidermi? Mi aveva risposto: morirai quando sarà il tuo tempo. E quando sarà il mio tempo? Lo sa dio.

Perciò dello morte avevo un’idea confusa, paurosa, legata a certe scadenze, ad alcune date, ad alcune persone: alla vecchiaia vista come un tempo incerto e inquieto; e al buon dio visto come un vecchio che stava sempre seduto perché doveva morire.

Cancellando il rosso dei disegni con le mani non solo mi ero sporcato ma molti scalini erano imbrattati da una colata che sembrava sangue impolverato e dava l’impressione di scendere adagio, come un fiume con poca acqua. Adesso mi sembra che tutto lo scalone fosse inondato di rosso.

L’urlo di mia madre dalla balaustra, le altre persone unite lassù nere nere, il rumore dei passi che scendevano. Rimasi immobile con la mano premuta sull’ultimo disegno. Non volevo che lo vedessero dato che non avevo potuto cancellarlo, perché in quel momento mi sentivo impaurito. Impaurito in modo feroce. Dopo quell’urlo e mentre sentivo che scendeva, anch’io avrei ucciso mia madre così come il conte Tubertini aveva ucciso la moglie. O viceversa. Per me la violenza della morte si è trasferita fin da allora nella violenza di un rosso sbrodolato nella mano e nella approssimazione delle risposte di mia madre e di mia nonna che rimandavano ogni cosa all’infinito. A un destino molto misterioso. Approssimativo.

È questa la ragione per cui riesco a pensare alla mia morte soltanto se guardo a un cielo con le stelle. Il suo splendore così esiguo è il solo che può darmi brividi di un’angoscia tanto precisa. Defilato da quel ciclo, da tutto quel cielo, non ho simili pensieri né il peso relativo.

 

6. Questo passaggio d’umore mi ha sempre fatto pensare d’essere poco sensibile, refrattario ai grandi problemi e alle grandi idee; quindi grossolano. E grossolano può essere, almeno in parte. Perché devo confessare che mi ha sempre affascinato la realtà più che la fantasia. La realtà che viene chiamata nuda e cruda mi sembra una pasta da manipolare, con possibilità infinite di adattamento, di modificazioni; e mi fa sentire un protagonista, partecipe di qualche cosa. La fantasia è sfuggente, inquieta, indecifrabile; insomma non mi dà fiducia. O forse sono io che sbaglio e traviso perché non ho fantasia. Questa mancanza potrebbe limitare anche il mio discorso, che vorrei riuscisse importante. D’altra parte non è neanche da escludere che proprio la mancanza di fantasia possa avviare il mio realismo a essere ancora più attento dentro le cose. Dovrebbe aiutarmi a non aver paura.

Perché proprio il problema della paura dentro le cose è da precisare, almeno in questi appunti preliminari, per mettermi in moto. La paura della realtà è, come ho detto, la paura verso tutte le cose. Anzi, è più di questa paura. Noi non vogliamo affrontare lo cose per paura della verità che c’è dentro; di una verità che può essere angosciosa o addirittura terribile. Quindi è paura delle conseguenze di una verità che, una volta trovata, non si può non divulgare. Ecco perché la verità non è un termine astratto ma una realtà di elementi che feriscono, incidono, inquinano e possono uccidere o fare uccidere.

Vedo che ritorno al tema della morte. Alla morte come violenza, in conseguenza di una verità che non si deve divulgare. Alla morte violenta come causa di una verità violenta.

È un circolo da cui non si esce. Io almeno non ci riesco. Direi che la conclusione sta nel trovare e nel provare la semplicità della ragione. Proprio così: la semplicità, che ci costringe a evitare la violenza in questi due atti: quando si cerca e poi quando si distribuisce la verità. Perché la verità per essere tale, cioè utile, davo essere comunicata. Senza questa comunicazione non c’è verità. La verità soltanto cercata e trovata non è ancora una verità necessaria.

È una verità uccisa con la violenza del silenzio. È niente altro che silenzio. Mentre quando c’è una verità che deve essere detta non bisogna stancarsi di dirla. La vera verità è parlata.

 

7. Dividerò il mio discorso in parti, ma prima voglio contribuire a chiarire altre parole specifiche, utili all’elenco dei dati che intendo sottoporvi. Tre termini soprattutto: comunismo, socialismo, violenza. Sono termini che si aizzano come cani. Ma non sono tre parole, sono due. Perché dico comunismo-socialismo invece di comunismo e socialismo? Perché non sono diversi nella sostanza anche se si offendono e si scontrano incazzati come fratelli nemici. Questo naturalmente, come sempre, fa il giuoco di tutti gli altri mentre non aiuta loro stessi a uscire dal vortice delle bolle di sapone. Tali effetti mi sembrano i discorsi sui valori assoluti. Intanto in questi due anni la situazione si è scollata molto in fretta e in profondità.

Ciascuno tira a suo modo e sembra non volere compari. È a torso nudo, quasi che voglia fare la cura del sole. Questo desiderio di autonomia è certamente molto interessante. Però le cose restano difficili e nessuno riesce a trovare il bandolo per scioglierle e superarle. Non ci riesce nessuno. È da questa impossibilità che nasce quel senso di vuoto disperato che travolge tanti.

Ecco un altro termine che entra in giucco. La disperazione, in politica, nasce quasi sempre dalla impossibilità di fare. Fare, nel nostro caso, vuol dire cercare la verità delle cose per capirle e per modificarle alla radice, quando si può. Si è disperati quando tutto questo è impossibile; non quando non si vuole. La mancanza di volontà non genera disperazione. Questa arriva addosso quando c’è la volontà ma non si trova né l’occasione né il modo di fare e cercare. Anzi, quando non c’è il modo. Perché se c’è l’occasione si trova anche la volontà e la disperazione si allontana.

Per molte ragioni, invece, tutti partecipiamo prima o dopo a questo ballo di stanchezza. Restiamo lì imballati, nessuno riesce a muoverci nemmeno col segno della croce. E la nave su cui stanno le cose del mondo si allontana.

È proprio vero che i politici non hanno santi in paradiso a che ciascuno deve sbrigarsela da solo. Il politico non può contare sugli altri, perché gli altri sanno di non potere contare su di lui. Allora è tutto uno scaricarsi e glissarsi. Ad ogni modo questo rientra ancora nelle formule di un balletto sociale. Aprire e chiudere di tende. C’è Goldoni e la sua eccezionale armonia a dare ordine alle scene. Si apre una porta entro io, contemporaneamente si chiude una porta esci tu. In scena non ci sono mai più di tre o quattro persone. Parlano parlano mentre un signore in silenzio si muove alle loro spalle.

 

8. Il socialismo o il comunismo è volere la giustizia, una certa forma d giustizia; ma è volere l’eguaglianza con la violenza? Questo non è più vero da tempo. Tutti quelli in buona fede ne sono convinti. Anche gli avversari. Socialismo o comunismo ai giorni nostri è soltanto un modo non più impossibile di governare. E non c’entra la violenza. È uno dei modi che tiene conto di quelli che fino ad oggi sono stati trattenuti ai bordi della piscina. Ma lo parlavo della violenza. La violenza è sollecitata da una singola volontà o da una aggregazione. Alle volte basta un uomo, alle volte occorre il numero, la gente per esercitare violenza. La folla anche quando è lì quieta è sempre violenta. Per esempio, la folla a Monza, all’autodromo, il giorno in cui morì Patterson. Faceva paura. Ma bisogna ripetere ancora una volta che questa è violenza d’antan. La vera violenza, oggi, è più fredda, quindi è più cupa, soprattutto è più micidiale. Non è la violenza di tanti contro uno, ma di uno o di pochi contro tanti. O contro tutti. È paragonabile al gelo su un corpo nudo. Non produce odio, produce terrore, un terrore sacro, quindi immotivato nella sua realtà. Come se ciascuno di noi raccogliesse per caso da terra un messaggio di morte nel quale leggesse segnato contrassegnato e maledetto il proprio nome. Si porrebbe la domanda: oggi sono scampato ma domani? Nessuno mi odia in modo particolare, nonostante questo posso morire. Posso essere coinvolto nella mia morte. Oggi, domani? In treno, in aereo, per la strada, a scuola, al bar, nel mio letto?

È chiaro che parlo della violenza politica, così astrusa e indecifrabile nella sua apparenza. Parlo della violenza dura, immediata; troppo schematica per offrire appigli sicuri. Non della violenza codificata dagli psicologi, quella che ciascuno patisce e consuma come oggetto del proprio delirio; perché questa violenza è una trama che incombe come la ragnatela dell’uomo ombra e può anche strozzare. D’altra parte non sarebbe il mio compito. Parlo della violenza che vediamo, di cui avremo subito dopo la cronaca dettagliata sui giornali o alla televisione.

Dico cronaca dettagliata; non ho detto cronaca completa né cronaca esatta.

È un fatto indiscutibile che questa violenza intercambiabile e senza connotati sicuri è la violenza ufficiale con cui dobbiamo non solo convivere ma con cui dobbiamo fare i conti. Questo non vuol dire che ci dobbiamo rassegnare ma nemmeno che dobbiamo contrastarla in ogni modo, rifiutandola. Comunque prendiamo atto che ci sta di fronte.

 

9. Qual è l’occasione di questa violenza? Alcuni si riferiscono a una crisi dei valori. Cosa sono i valori? In termini spiccioli e senza astrazione, sono la patria, la famiglia, la virtù, l’amicizia. Sono anche l’anima e l’immortalità par alcuni; per altri la realtà di questa terra, le cose che si fanno. I valori, con altro termine, sono i principî. Se hai uno di questi valori ci resti attaccato e sembra di non avere più paura. Come un credente, che non ha bisogno di altri sofismi per essere tranquillo di fronte alla propria morte. La fede toglie ogni angustia. E per questa angustia intendo la paura spicciola. Ma della fede, che non è un principio né un valore, parlerò più avanti. A me preme ritornare sulla violenza come crisi dei valori.

Secondo molti siamo a questo punto perché non sappiamo a che santo votarci. È stato distrutto tutto del mondo antico, quindi, dicono, anche i valori. E siccome nelle peggiori ovvietà c’è qualcosa di vero, la distruzione dei valori può essere o potrebbe essere una causa. Non c’è più la famiglia, con i riferimenti al padre e alla madre; non c’è più la bandiera che fa riferimento alla patria; in molti casi non c’è più la icona, che fa riferimento alla credenza di un dio.

Dicono: senza questi appigli che affondano nei secoli, l’uomo e la donna possono sembrare mosche che volano contro il muro cercando la finestra. Puntano alla libertà e non la trovano. Cercano di scappare, non ci riescono. Mentre la finestra è lì vicino, basta muoversi. Invece si scontrano con i vetri chiusi cercando un cielo che non c’è, perché è lontano e irraggiungibile.

Ad ogni modo cerchiamo di guardare controluce gli antichi valori che sarebbero stati dispersi. Comincio dalla famiglia. Anzi no, comincio dalla bandiera, dalla patria. Per mettere le carte in tavola, almeno ai fini della verità, sia pura nei termini semplici che mi servono per questo discorso, farò un riferimento personale e in quattro parole voglio dare la storia biografica della mia generazione. Che, se non sbaglio, è quella che impera in questo momento. Inoltre aggiungerei che mi dispiace di non essere stato un signore della guerra, un portatore di spade e di ori; insomma un guerriero vincente. Posso essere utile soltanto come testimonio. Sono un semplice portatore di notizie, non un portatore di messaggi. Ma dirli che bastano le notizie a fare avanzare il discorso. Perché dentro a queste notizie si può ripigliare il filo sulla violenza, sulla giustizia, sulla verità. E su altri problemi ancora.

Per prima cosa ripeto che porto la mia testimonianza senza avere particolari privilegi. I dati non sono straordinari semmai tipici, quindi non mi concedo nemmeno il conforto di una divertita primogenitura. C’è chi ha vissuto più a fondo di me; con più intelligenza; con più passione; con più angoscia. Io ho avuto e ho cercato di avere amore. Mi tengo il merito d’essere sopravvissuto in un’epoca che aveva propensione a uccidere; e ho il vantaggio d’essere stato evitato a un certo momento dalla morte o dalla sfortuna. Potrei rallegrarmi, ma non riesco a capire il senso e il significato della felicità. Sento la felicità come colpa. Come un valore da evitare. Ma tornerò sopra anche a questo.

Mi domando perché sto complicando le cose; perché mi coinvolgo in prima persona dentro ai fatti e dentro ai pensieri accaduti. Non è paura ma sono perplesso, perché non vorrei che servisse a poco o servisse a far dirottare il filo verso secche imprevedibili. Forse questo scrupolo contiene qualcosa di vero ma preferisco procedere in questo modo, perché son so dove andrò a finire. Ho comunque bisogno, me lo sento addosso, di mettere dentro alle cose che scrivo e che detto anche la parte più attiva di me, sia buona o cattiva, perché la conclusione… può essere micidiale.

 

10. La storia delle idee è molto più breve della storia dell’uomo. Noi viviamo più a lungo delle nostre idee. Queste sono soli calanti, eclissi precipitose cha ci lasciano in crisi, tanto che non riusciamo nemmeno a ricordarle bene queste occasioni di paure o di autentico terrore. Basterebbe, a salvarci, che smettessimo di pensare e di fare; che restassimo semplicemente in attesa. Forse. Ma in attesa di cosa, se non di un atto o di un fatto compiuto dall’uomo? Anche un atto compiuto da un uomo nemico, ammesso che esista ancora un nemico in questo mondo uniforme almeno nella sua parte ufficiale. Nella parte cioè dove vediamo distesa nel sole. Invece tutto si complica quando affondiamo la mano e cerchiamo di pescare al buio. Io ad ogni modo ci provo, per necessità, a mettermi a confronto con due o tre momenti della nostra vita: per ricordare alcune date nonché i fatti che fissano i limiti della mia.

Sono nato là, sono vissuto qui. Per le cose generali che sono quelle interessanti per tutti, posso dire d’essere venuto al mondo al principio di una dittatura e che ero giovane ma non ancora completamente maturo quando la dittatura è saltata dentro a una guerra civile. Perciò non potendo scegliere sono stato spettatore spaventato e incerto mentre la guerra risaliva il mio paese e spianava la terra come la lava di un vulcano. Quando tutto finì non provai neanche il conforto di un po’ di felicità o il senso di liberazione dal male che sembrava inebriare gli altri, in quanto il male vero e proprio non l’avevo patito. L’avevo solo sfiorato.

Mentre i più anziani godevano e si ristoravano con ogni pretesto, io cercavo di identificarmi in qualcosa di concreto. E la libertà per me non era concreta. Concreta era stata la dittatura, con la sua violenza definita ed esplicita in ogni momento. Nella libertà, almeno in questa libertà che vedevo corrermi sotto gli occhi come un nastro colorato in movimento, c’era una approssimazione che mi impediva di raccogliere qualche riferimento preciso. Si rideva, si cantava, si poteva fare ciò che ognuno voleva o che facevano gli altri. Sembrava che essere felici, spensierati, fosse un dovere. Chi non partecipava alla festa era guardato con sospetto. Soprattutto, mi sembrava di capire; dico mi sembrava di capire perché, ripeto, tutto per me era confuso e complicato; che la vita, nella sostanza delle cose, non fosse molto cambiata. Naturalmente erano impressioni di un giovane immaturo.

 

11. In quel periodo mi innamorai. Mia moglie è torinese, io sono mantovano. Suo padre era un medico, il mio era un piccolo proprietario di terra abbastanza aperto alla lettura e cultore di tradizioni popolari. Mi sposai subito, con tenerezza debbo dire e con una soddisfazione che dura nonostante gli anni. Ma così facendo congelai i miei dubbi e le private incertezze, buttandoli come sassi dentro alle scelte della mia vita pratica. Scelte che dovetti compiere subito, a seguito del mio matrimonio. Scelsi di cercare un lavoro e lo trovai, e di lavorare continuando a studiare. Raggiunsi la laurea e con la laurea un miglioramento nelle condizioni generali: prima un avanzamento nel lavoro poi addirittura un cambiamento sostanziale. Mi realizzavo dentro a una convinzione sempre più solida e in apparenza tranquilla. Invece evitavo lo scontro con la realtà. Vivevo nel mondo, credevo di capirlo ma non cercavo di capirlo. Questo era il punto. Non avevo in proposito alcuna vera curiosità; avevo solo delle necessità. L’inquietudine dei primi anni della giovinezza ristagnava nel mio inconscio come un pantano. Non avevo più avuto alcuna voglia o alcuna sollecitazione per cercare di vincerla. Al quel punto della mia vita, dopo il matrimonio e dopo che nacque mia figlia, ero troppo preso dalle necessità di ordine pratico per cambiare registro o per avere spinte al riguardo.

Che cosa mi convinse a entrare in politica? Me lo chiedo adesso per la prima volta, perché quando ci sei dentro e la ruota comincia a girare non te lo domandi più; non è un problema in quel momento. Ci sei dentro e basta. Se puoi ci resti. Ma il passaggio dalla vita privata a quella pubblica è sempre motivato da una spinta affettiva di ordine pratico o di ordine psicologico. Il desiderio di vincere la timidezza, ad esempio; di arricchire in qualche modo e alla svelta – ci sono casi evidenti; di avere un potere reale, oppure la semplice vanità che è la più pura di tutte le arti. La maggior parte dei miei colleghi, infatti, hanno compiuto la loro opzione politica per questa vanità. Sia che si accontentino di poco oppure che desiderino tutto, imboccano la via che risuona ai loro orecchi di osanna non soltanto verbali. Se non sembrasse una stupidaggine da rotocalco direi, rimuginando me stesso, che la mia ragione è stata la paura di invecchiare. Di invecchiare in modo costante e uniforme. Senza scosse. Come una palla che rotola da un muro all’altro e procede dritta ma senza speranza.

Stavo bene con mia moglie, ci sto ancora bene. Amavo mia figlia. L’amo ancora. Eppure non mi accontentavo di ciò che avevo intorno. Non mi bastava l’ordine della giornata. Il passaggio a questa realtà cruda e disumana che è la realtà della politica è stato incentivato proprio da questo. Subito dopo mi sono psicologicamente rilassato. Non ho avuto più paura di vivere. Si sono sbloccate anche le paratie stagne dell’indifferenza, dentro alle quali avevo inzeppate senza documentarle le domande piene di problemi a cui non avevo risposto. Così – ripeto – ho congelato i miei dubbi e le private incertezze: nel momento della piena giovinezza. Mi sono rilassato e in questo senso non ho avuto più paura. Da quelli che mi conoscevano bene mi è stato anche ripetuto che ero migliorato. Nel senso che cominciavo a interessarmi alle cose; quindi mi interessavo di più, rispetto al passato, alla gente.

 

12. Tuttavia l’abitudine di un certo sofisticato egoismo mi restava attaccata e agivo sì in varie direzioni però sempre condizionato da interessi mentali prevalentemente privati. Interessi esistenziali. Questo non comportava grosse difficoltà in quanto, è un punto a cui volevo arrivare, mi stavo accorgendo che molti altri più o meno della mia età – gente che si stava affermando o che stava emergendo con prepotenza – non soltanto aveva gli stessi problemi ma seguiva la stessa strada, con gli stessi passi, all’interno della professione. Questo lavorare direttamente nella realtà, ben attento e legato al mio ordine mentale diviso fra l’egoismo e la curiosità, mi ha consentito un lungo periodo di attivismo con risultati professionalmente interessanti. Insomma stavo diventando un dirigente, nell’opinione degli osservatori e dei colleghi, abbastanza duro e abbastanza intransigente per rassicurare ma abbastanza comprensivo e persuasivo per poterci collaborare insieme con intelligenza. Quella dell’intelligenza era una lode che ricevevo frequentemente. Una lode o una constatazione?

È chiaro che per questa strada si può andare avanti all’infinito. Passo dopo passo uno, prima di finire la vita, diventa ministro. Ma poi? Dopo, intendo? Beh, uno può diventare presidente. Sì, il presidente. E poi? Uno decide che tutto è finito, tira i remi in barca e aspetta la morte. O ricomincia daccapo.

Sono abbastanza vecchio per essere considerato saggio ma non ancora tanto vecchio da poter essere considerato e da considerarmi fuori dal giuoco. Per questo sono ancora per qualche anno inamovibile nella routine del potere ufficiale. Che è così poco attraente nei suoi ingranaggi. E adesso, dopo tanto tempo, ho deciso di usarlo; spero che mi ascolterete. Cosa intendo quando dico di usare il potere ufficiale? Cercherò di spiegarlo con questo intervento.

 

13. Nel senso della mia vitalità e per quanto si riferisce alla mia capacità e alla mia volontà di vivere per agire dentro le cose, questo potere ricevuto, in parte difeso e che ho saputo un poco aumentare, per me è importante. Cosa intendo inoltre quando parlo di agire dentro le cose? Intendo il proposito, svolto come un progetto molto deciso e preciso, di intaccare la crosta uniforme delle convenzioni; in altre parole, di intaccare l’abitudine, ogni abitudine, quando serve a mascherare la prepotenza calcolata. Perché non si deve dimenticare che bisogna sempre proporsi di rinnovare e migliorare le cose, la vita; poco o molto che sia. Ma questo bisogno, se dura come impegno e come una necessità dentro di noi, è già un segno di vitalità e di un cambiamento in atto dentro di noi, e di una passione che ci serve da propellente per sperare di metterci in orbita. Dove? Dentro la realtà. Dentro, badate, non sopra. La realtà, se scattano queste nuove tensioni che possono cambiare la vita di un uomo e modificarla dal profondo, diventa la pentola dell’alchimista, non una entità astratta e nemica.

Le mie possono sembrare parole buttate lì per cercare di convincere chi ascolta della bontà di ciò che proponiamo. Ma non vende merce; distinguo soltanto alcuni esempi generali con alcuni aneddoti personali mescolati dentro. Bisogna anche dire che fino a un certo punto; diciamo, fino a circa dieci anni fa, l’insieme dei dettagli che facevano la storia e l’insieme degli elementi che facevano la cultura erano ancora abbastanza individuabili secondo schemi normali. Quei valori a cui ho fatto cenno prima: la patria, la famiglia, la bandiera eccetera; e tutti i termini che rimandavano a valori politici: comunismo, socialismo, fascismo, popolarismo eccetera; significavano in concreto un insieme di fatti definiti, subito individuabili. La violenza – un altro termine esplicito e molto contraddetto – si manifestava come una forza tradizionale. Feroce, infuriata magari caotica ma nomale. Era ancora la violenza dell’ottocento, quella che puniva soltanto. Chiaro che da dieci anni tutto è cambiato.

Ma io mi sono cambiato prima. Molto prima del sessantotto, che sembra una pietra di confine, ho subito i contraccolpi che mi hanno portato a cambiar pelle poco per volta e a dedicarmi alla politica attiva. Non sono stato investito da nessuna spinta prepotente, che fosse un prodotto del tempo. Cambiavo per me, perché la mia vita mi portava a cambiare. La vita, come esperienza totale delle cose. Non per particolare intelligenza, allora, ma per necessità diretta e anche faticosa; posso dirlo senza orgoglio. Eppure se questo fatto non mi rende più grande, mi rende come uomo pubblico meno condizionato dagli avvenimenti seguenti e dai problemi di questi anni farraginosi.

 

14. Dieci anni fa, in concreto si è sviluppata un’azione non di rottura ma di capovolgimento della situazione ufficiale abbastanza significativa, abbastanza nuova e in profondità. Fino a intaccare le cose. Questa azione si sviluppò in mezzo a un frastuono di vetri rotti, tanto da complicare la comprensione di molti problemi in quanto la rottura di un vetro poteva sembrare, per un momento, la rottura di una intera casa o di un muro maestro. Quando ritornò la calma, una calma apparente che non è durata molto, ci accorgemmo che in giro non c’era soltanto cenere ma c’erano anche frammenti di vetro; e c’era in corso una sostanziale modificazione di rotta. L’ago magnetico era stato squilibrato. Si identificavano alcuni nuovi riferimenti. Forse sarebbe utile individuare in dettaglio alcuni di questi elementi, per capire gli episodi e i fatti seguenti. Fra l’altro credo che sia giusto farlo in quanto si sono spese parole a non finire intorno a questo argomento e si sono scritte pagine e pagine ma senza molto frutto, se si toglie il piacere individuale di dare un giudizio – e non esprimere soltanto un’opinione – in merito a un momento così importante della nostra storia. Una storia che sembra di ieri mentre è ancora tutta di oggi.

Se riesco a spiegare dall’interno che cosa era quel mio lavoro, impegnativo, prima che lo lasciassi per dedicarmi a tempo pieno alla politica, posso in un certo modo offrire qualche elemento per intendere gli atti e le scelte delle parti politiche negli anni seguenti di fronte a problemi molto gravi, che richiedevano soluzioni, oltre a chiavi di interpretazione, precise ma soprattutto nuove rispetto alla media precedente.

Il mio era un ufficio sindacale. Un posto che quando ci entrai era abbastanza importante poi via via diventò, a causa dagli eventi più che per merito mio, importante. Parecchio importante. Diciamo che era un posto quasi di vertice. Sopra la mia testa i capi erano pochi. Quando uno è collocato in queste sedie ha una scelta sola: interpretare con intelligenza l’umore ufficiale, cercando d’altra parte di non dimostrarsi né troppo manovrabile né troppo pronto al consenso. Anzi, una dose non dico di autonomia ma di dissenso articolato è bene accetta; nei casi in cui venga a mancare è perfino sollecitata. Per tatticismo naturalmente. Altrimenti vieni definito abbastanza in fretta un personaggio scorbutico, faticoso; non addetto a compiti impegnativi e a impegni direttivi. O, come dicono, manageriali. In quei posti si fanno le cose che sono concordate; e si può portare senza intralci il proprio contributo. Che molto spesso si limita a mettere in discussione i piccoli dettagli marginali; oppure, e anche questo intervento è tanto più gradito se fatto al tempo giusto, a suggerire alcune aggiunte. Ho detto aggiunte, non modifiche. Per le aggiunte c’è sempre un margine, anche minimo: comunque si trova il tempo di discuterle. Danno la sensazione di essere il risultato di discorsi fruttuosi, impegnati. Le modifiche al contrario sono viste come la peste, in ogni occasione. Perché il più delle volte se si togli anche una sola parola crolla tutto il castello di frasi messo insieme dopo giorni di discussioni.

Sta il fatto che per i primi quattro anni mi trovai bene. Avevo autonomia in un settore che svolgeva un compito preciso: l’addestramento professionale. Ma quando si trattò di passare dalla teoria alla pratica e di avviare qualche atto concreto che servisse a confermare non solo a parole una scelta politica che sembrava efficace, cominciarono prima le perplessità, i dubbi che scavano, poi i contrasti e cosa ancora più nevrotizzante, i sabotaggi impliciti. Fu in quel periodo che mi convinsi, con un maggiore peso di dati e di elementi in mano, dell’impossibilità di fare riforme organiche nel settore anche più limitato della vita pubblica e sociale italiana; se prima non si riesce per convinzione generale e con un consenso prevalente a organizzare il sistema di potere, quindi il sistema di governo, in un modo diverso. E modo diverso non vuoi dire che si debba fare per forza una rivoluzione dentro la cose; ma che si debbano almeno accantonare gli uomini marci o più renitenti; questo sì. Sarebbe una necessità immediata; ma contro questa sbatte qualsiasi progetto di novità sociale. È appena il caso di dire che ai primi tempi di un lavoro attivo perché mosso dalla speranza di riuscire a fare qualcosa di serio, e di riuscire a farlo veramente, seguirono giorni di sospensione rabbiosa, di arresti improvvisi, di dubbi, di contrasti con gli altri; contrasti prima mediati poi più aperti e diretti. Una tattica precisa e cauta, quasi da guerriglia. Fino a che mi accorsi di un progressivo vuoto che si disponeva intorno a me. Tutto sembrava come prima: i saluti con gli altri, i sorrisi con gli altri, le informazioni che mi venivano passate burocraticamente. La vita procedeva al modo solito. Però il telefono non suonava, nessuno mi chiamava. La mancanza di quel suono a lungo andare rischiò di trasformarsi per me in un trauma. Sentivo il suono provenire de tutte le stanze contigue, perché credo di proposito tenevano le porte spalancate; sentivo i colloqui, le lunghe discussioni, percepivo con una sottigliezza ormai da specialista il clic del microfono riappeso. Alle riunioni di vertice ero sempre meno convocato, fino a che mi dimenticarono completamente. Arrivò il giorno in cui non ebbi più niente da fare. Con un garbo eccezionale e con una lentezza che avrebbe meravigliato perfino un illusionista mi erano state tolte, direi quasi sottratte, tutte le pratiche ed erano stati bocciati uno dopo l’altro e con ragioni argomentate oltre il consentito, i miei progetti a venire. Quelli che avevo da tempo inoltrati come proposte di lavoro a lungo considerate e valutate. Mi trovai senza fogli sul tavolo; neppure il giornale che mi era inviato d’ufficio. Niente più posta.

Furono giorni amari. Mi rendevo conto di ogni cosa, anche del più piccolo dettaglio; ma posso dire che non riuscivo a soffrire, come fossi un uomo ferito tanto profondamente da non percepire più neanche un sintomo di male. Ero piuttosto gonfio di rabbia, ma rivolta contro me stesso non contro gli altri. Voglio dire che non l’avevo contro i colleghi, il partito, l’organizzazione. Sentivo che la causa di quello che mi capitava era nel manico; era un mio difetto di metodo, in una situazione particolare di emergenza. Quindi in definitiva era un difetto politico; una mancanza politica. Dovevo cercare di correggermi in fretta, invece di perdere il tempo a mugugnare contro l’ingiustizia degli uomini e la fragilità dei rapporti umani. Se avessi voluto continuare nella direzione intrapresa in precedenza – sicuramente la più giusta e la più corretta perché la più nuova. – mi sarei bruciato, sarei uscito dal giro; anzi, sarei stato buttato fuori con un colpo secco. Non mi sarebbero rimasti neanche gli occhi per piangere. Senza venire meno ai principi e al desiderio di agire in un solo modo e per fini determinati, dovevo cercare di ricuperare peso all’interno della mia istituzione di lavoro; se ci fossi riuscito – ma non era detto – avrei dovuto puntare subito a collocarmi altrove. A defilarmi, compiendo alcune azioni giuste che mi portassero a trasferirmi in un luogo diverso dal precedente ma ugualmente importante. Magari in un centro di lavoro all’apparenza più prestigioso, anche se meno aggressivo nella sostanza e più innocuo in quanto al potere effettivo. Comunque dovevo procedere per gradi. Per chi lavora pubblicamente, nelle istituzioni politiche che sono sotto l’occhio delle telecamere, è vero che tutto sembra difficile in un modo terribile; anche la più piccola cosa. Ma è altrettanto vero che basta la cautela di sapersi non tanto offrire quanto proporre nel momento giusto e con un programma – anche minimo – che si possa realizzare, che dia tanto la garanzia di potersi realizzare a tempi brevi quanto di poter durare e di procurare qualche consenso. Per uno della mia condizione il programma consisteva in questo: fare in modo, usando tattica previsione e intelligenza, che i più vicini ricomincino ad avere bisogno di te. Poi seguiranno i più lontani, quelli che contano. Bastano poche cose al principio. Non sono tanto i bisogni ma quelle che chiamo e continuo a chiamare le necessità. Queste sono simili, ma più complicate, serie e urgenti, dei bisogni; adesso tanto strombazzati. E non solo nello vita privata, ma anche nella vita sociale, per il proprio lavoro. Se non riusciamo a soddisfare le necessità l’uomo può anche morire. O muore addirittura. In ogni caso è perduto, almeno nei suoi rapporti con gli altri. Queste necessità vanno individuate circoscritte e accontentate (adesso si dice: appagate) sia pensando, sia facendo, con la teoria e con la pratica; e nessuno può immaginare quanta gente attiva e responsabile sia all’opera per questo lavoro di ricucitura e di consenso. Fanno e disfanno le cose, soddisfano nel limite del possibile le domande, anticipano in qualche modo anche i principali desideri. Naturalmente per far questo occorre anche una giusta disposizione degli astri; però il desiderio di fare bene e di anticipare permane. Si dispongono lì pronte a operare. Sono tante forze miracolose che la squallida routine quotidiana finirà purtroppo con gli anni a spuntare, reprimere, avvilire.

 

15. In dodici mesi avevo ricuperato il favore di quei pochi che contano e stabiliscono il destino di un uomo; avevo ripreso a essere consultato; ero invitato ai vertici; partecipavo a tutte le riunioni e m’avevano ridato la segretaria. Il telefono squillava. Così quando proposi di passare alla Camera mi accontentarono. Non tanto per una giubilazione ma perché in quel periodo cominciava un lavoro di dettaglio, molto specifico, sui problemi emergenti, con un proliferare di commissioni e sottocommissioni e il partito aveva bisogno non soltanto di uomini rappresentativi ma di specialisti da utilizzare a tempo pieno. Io andavo benissimo in quel momento; perché avevo acquistata molta esperienza professionale e perché avevo raggiunto una maturità nella gestione dei miei rapporti con gli altri da essere interpretata, l’ho già detto, come autentica capacità politica. Mi fermo su questo dato. Cos’è la saggezza – o la capacità – per un uomo che si consuma sul palcoscenico del quotidiano, ogni giorno che passa? È solo un po’ di esperienza radunata dalla pratica, sotto cui si nasconde una ironia che può perfino diventare volgare, anche se annacquata dietro il solito sorriso? È la capacità di non lasciarsi angosciare dai fatti che accadono e ci comprimono, perché abbiamo raggiunto una capacità di approfondimento e di visione del mondo più articolata e più generale? È indifferenza mimetizzata, cioè una durezza di scorza che si acquista immergendosi nel mare della politica? È volontà di sopravvivere dentro forze contrastanti? È la volontà quasi maniacale di giustizia e di progresso che ci perseguita?

 

16. Risponderei semplicemente che la capacità di esprimere saggezza sta in queste cose, piccole o grandi, messe insieme. E mescolate insieme. Un entusiasmo che non si può né si deve lasciare cadere è mischiato a tanta utile ironia. Un po’ di rabbia è mescolata alla sopportazione e a un poco di speranza. Questo per quanto si riferisce alle cose e alle occasioni. Mentre il giudizio sugli uomini porta a un’altra conclusione che non può essere se non tollerante e negativa. Perché l’uomo – lo sappiamo – non sarà mai diverso dalle sue stesse passioni. Può cambiare o modificare l’ordine dei bisogni. Però c’è un fatto importante da tener presente ed è che l’uomo, anche se in generale non riesce mai a realizzare il progetto molto responsabile e deciso di modificarsi sopportando ogni fatica, alle volte sembra propenso a modificare alcuni aspetti della propria condizione; mostrandosi sensibile ai richiami della amministrazione della giustizia – per esempio – o del corretto uso della gestione pubblica. Questi temi che vengono spesso dibattuti e divulgati in pubblico con tavole rotonde a cui partecipano un po’ tutti assicurano prestigio, attenzione; magari consenso. E questo l’ho detto. Devo aggiungere, in parziale contraddizione con quanto ho affermato poco fa, che col passare del tempo mi accorsi che al di fuori della competenza professionale ero stato, come dire? consegnato al parlamento anche per essere ammansito dentro alla pancia di questa balena; e intanto per essere smammato lontano dai miei precedenti colleghi. La verità era che io l’avevo chiesto, questo trasferimento da un lavoro al banco di deputato; ma loro, sì loro me l’avevano fatto chiedere. Un po’ per volta mi avevano costretto a farlo. Me ne accorsi dopo. Confortati dal mio ingenuo e mal calcolato consenso, mi avevano infilato in un contenitore assolutamente inoffensivo. Ero stato depositato soltanto in un centro di orologeria e di ragioneria. Il parlamento così massiccio e così frequentato, è un ripostiglio di elettrodomestici, messi lì in parcheggio e che possono essere richiesti solo per alcune pulizie annuali o per determinate occasioni. Occasioni di prestigio, mai di effettiva utilità. La politica vera si fa altrove; le decisioni si prendono altrove e lì non arrivano; non arrivano neppure i suoni delle cose se non con la forma di ordini del giorno da sottoscrivere a tamburo battente e per spettacolo pubblico. Il governo, i partiti agiscono da tutt’altra parte, sotto vestiti diversi. Le segreterie dei partiti, naturalmente dei partiti che contano, sono marchingegni che si segnalano per una ritualistica differenziata come l’anticamera del re Sole. Fra gli elettori, i deputati, i militanti, chi può avvicinare il gran capo e i suoi ministri? Dopo che uno è stato eletto e gli par d’essere cresciuto di autorità, si accorge a poco a poco che passeggia sul tappeto di Aladino, un luogo soffice e mobile che offre qualche banale soddisfazione, ma che è troppo alto da terra; il panorama che fa vedere è ampio ampio ma lontano lontano. Di lassù, si ha l’impressione di vedere tutto, di sapere tutto ma non si riesce a toccare niente. Appena allunghi il collo o il braccio, quello che hai puntato è dietro le spalle e scompare in un baleno. Non c’è nessun riferimento preciso, non c’è alcuna possibilità di riflessione prolungata o di intervento diretto. Dal momento dell’entrata in questo luogo di supposto potere, sognato magari da una vita intera, quel che viene a mancare e ferisce nel vivo è il contatto con la realtà e con le cose che accadono. Molti credono di accantonare questa frustrazione, nata dall’impossibilità di fare anche la più piccola e la più innocua fra le cose possibili e di potere intervenire nella sostanza delle cose; accantonano questa frustrazione con una forma di arroganza generalizzata e con l’esercizio di questa stessa arroganza, la sola che sia consentita. È l’esibizione, è la consumazione non coatta né forzosa ma ansiosa di privilegi. In quanto la maggior parte di questi uomini ha bisogno di manifestare i privilegi consumandoli. Con una rabbia piena di voglia e come un esercizio necessario, più ancora che come un esercizio consentito. Così si trasformano e si uniformano; diventano grevi e svogliati, paciocconi o magri come una candela ma indifferenti, pieni di smanie e di strani fervori, di fragilità del tutto imprevedibili, di cupe approssimazioni, di voglie altrettanto rapide. Sono anche feroci in questa smania di ritrovarsi sui luoghi che ospitano il teatro in cui si svolge la loro quotidiana rappresentazione. Quelli che puntano a crescere, seguono la sauna e i massaggi, irradiano i raggi sul viso, vestono il grigio omogeneo, dimagriscono e continuano a dimagrire fino ad assumere in questa magrezza nuova e assurda musi da cavalli, musi prolungati scavati, i cui dentoni bianchi escono da gingive che trasudano rosso di ciliege. C’è un ministro in carica che è un esempio visualizzato di questo quadro del Giorgione.

Mi sono trovato fra loro e ho dovuto subito fare i conti e prendere qualche contromisura. Il luogo bisogna riconoscerlo è solenne; la stessa solennità un poco torbida che c’è nei musei del nostro risorgimento, che hanno le bandiere dei combattimenti messe in un angolo, dove stanno polverose e sfilacciate. Al contrario lì l’umidità non c’è perché la ricerca di ogni confort e di ogni possibile soddisfazione è inseguita con lo sperpero, con le minuzie calcolate o con l’accavallarsi di costose inutilità. Eppure non c’è niente di vero niente di vivo niente di utile nella sostanza, a cominciare dagli uomini. La forza della vita e la verità della vita sono fuori, lontane. Lontane da questi specchi e da questi tappeti con l’odore di spray e di naftalina. La vita da lì è lontana. L’ho provato anch’io questo senso di provvisorio, di progressivo distacco dalla realtà e dall’esperienza della mia vita per entrare in un tunnel dove l’aria è rarefatta e condizionata. È come muoversi in un limbo senza accorgersene e procedere all’indietro con un moto lentissimo uniforme; con un impercettibile senso d’ansia per eventuali ostacoli ma senza percepire veramente anche le più piccole sensazioni di movimento o di distacco dalle solite cose; quando tutto diventa sfumato, quasi irreale o addirittura irreale, e non è più possibile correre ai ripari; mentre d’altra parte sembra di essersi abituati al piacere molto equivoco di questo viaggio all’inferno. A parte i capi, che sono generali astuti anche se non sempre previdenti per battaglie che si direbbero impossibili non solo da vincere ma anche da combattere, gli altri restano quasi sempre relegati al rango di truppa appiedata, a cui si chiedono prestazioni rapide, dietro il compenso dei piccoli favori o dei piccoli riconoscimenti o dietro il convincimento dei piccoli ricatti. A noi ci viene chiesto – anzi, addirittura imposto – di essere vassalli senza armatura e senza lingua, la cui sola forza deve essere il silenzio che approva e la pazienza che sa aspettare.

 

17. Questa premessa potrà sembrare infarcita di dettagli troppo privati per interessare il pubblico ma l’ho fatta di proposito perché mi era necessaria. Era necessaria a mettere in moto una serie di riferimenti, senza la conoscenza dei quali mi sarei sentito, più avanti, indebolito nella volontà di fare o nel mio proposito di verità. Che voglio consumare; consumarlo tutto, molto in fretta; e di una verità, dicevo, che è giustizia. Ma di questo ho cominciato a parlare. Adesso entro nel mio discorso e mi dispongo, lo posso dire? a recitarlo. Una recita che è una rappresentazione dal vivo. Posso rifarmi allo squillo del telefono, anzi al silenzio del telefono nella mia stanza pulita nuova ma vuota di carte, nel momento della disgrazia.

È sorprendente come l’assenza, la persistenza o la modificazione dei suoni giuochi un ruolo alle volte definitivo nella vicenda delle cose umane e nella vita di un uomo. Un suono è un suono, tanti suoni formano cento suoni ai quali ci abituiamo o ci sottraiamo con fastidio ma con moti naturali. Questo perché i segnali entrano come componenti fisici nelle nostre abitudini. Mentre l’abitudine non ci aiuta affatto, anzi si adegua in fretta a respingerli, quando questi segnali aumentano o tendono a aumentare per condizioni obiettive di sviluppo sociale, per nostra scelta o per il trasferimento della nostra attività da un luogo a un altro. Se per esempio passiamo dalla campagna alla città o viceversa, modifichiamo in fretta la nostra resistenza o la nostra insofferenza ai suoni, al frastuono, al silenzio.

Accade il contrario quando i suoni tendono a modificarsi, ad attenuarsi, addirittura a cessare per cause precise, magari motivate ma che sfuggono alle norme sopra indicate. Ad esempio: quando in questo silenzio, o in questo frastuono, entra direttamente la mano oppure la volontà di un uomo che si ostina ad agire contro di te. Quando lavoro, se il telefono squilla – e squilla spesso, certi giorni squilla sempre – posso mandare al diavolo i miei simili, ma in fondo questo squillare è un ritmo necessario, addirittura consistente, è un momento della mia giornata. Ma quando ti accorgi che i suoni e ogni altro richiamo cominciano a rallentarsi e a diminuire in concatenazione con un tuo declino di prestigio sul posto di lavoro; e arrivi ad ascoltare – proprio così – arrivi ad ascoltare un silenzio completo; allora, lo dico per esperienza diretta, si tocca uno dei punti più bassi della parabola; è un momento terribile, difficile da amministrare e soprattutto da sopportare.

La mia non è una argomentazione generica o soltanto estrosa in ordine a problemi che devono concludersi verso risoluzioni importanti. Semmai è un’argomentazione che va sviluppata; anzi, che va esemplificata, con il proposito di non perdere né far perdere nessun dettaglio. Neanche quello che sembra essere un dettaglio insignificante.

 

18. Dunque: il telefono prima suonava poi da questo momento, da questa mattina non suona più. Ieri molti chiamavano, oggi nessuno chiama. È cessato qualcosa perché è accaduto qualcosa. Magari in concomitanza con una discussione che non ricordo; in concomitanza con l’ammonizione arrivata all’improvviso; o legata a quell’avvertimento in apparenza amichevole ma nella sostanza ultimativo. Per queste cause che si possono anche legare ti accorgi che è accaduto questo fatto imprevedibile: il tuo telefono non suona più. La stanza e il tavolo sono tirati a lucido ma sopra non c’è neppure una carta. La porta non solo della tua stanza ma di tutte le stanze vicine è aperta. Vedi gli altri che si muovono, ti sei immerso nell’immobilità come nell’acqua. Senti lo squillo degli altri telefoni nel momento stesso in cui guardi il tuo che è lì silenzioso. Senti le voci che si esprimono in domande e in risposte; tu taci. Senti anche il fascino di una conversazione banale, il chiacchierare fra colleghi; mentre tu puoi solo pensare, perché non hai a chi rivolgerti. Non puoi essere informato, non puoi informare. La comunicazione in entrambi i casi è stata interrotta. Potresti accendere una sigaretta; ma la stanza, di proposito io dico, è cosi asettica nella sua esattezza di dettagli tecnologici che hai timore di sporcare, di far fumo, di seminare la cenere. Hai paura di toccare, di sfiorare, di appannare. Potresti alzarti come hai fatto mille volte negli anni passati fino a pochi giorni fa, ma non puoi. Sei psicologicamente vincolato a questo silenzio che ti avverte e ammonisce. Questo silenzio è una voce che continua a parlarti all’orecchio, riferendoti notizie parziali mescolate a dubbi continui e a un borbottio indefinito, frastornante.

Decidi che andrai a protestare; a chiedere la ragione di questo silenzio, di questa esclusione che è la controfaccia di un declassamento voluto e preparato dagli altri. Decidi di farlo; dentro di te gridi che lo farai, stai già facendolo; ma non ti alzi. Non ci riesci. Guardi allora il telefono perché pensi di telefonare. Lo farai tu se gli altri non lo fanno. Almeno questo gesto deve riuscirti. Guardi ma non ti muovi. Guardi e sei quasi sicuro che il telefono non suona perché l’hanno staccato. Quello è lo scheletro di qualcosa, non la sua voce e il suo orecchio.

Questo insieme di piccoli elementi, polverume di cose e di fatti, può sembrare troppo inconsistente per essere significativo in maniera determinante; ma io sostengo che se è guardato con attenzione può offrire un malloppo di dati per scandagliare sia l’uomo singolo sia l’uomo associato. Insomma, l’uomo sul posto di lavoro. Credo che si possa capire, intanto, come i suoni agiscono con autonomia e autorevolezza, all’interno di un sistema di rapporti. I passi sul corridoio ammorbiditi da una moquette di cinque centimetri. Passi felpati. L’aprirsi delle porte. Un’azione, questa, senza rumore. Puro moto dell’aria, vento appena soffiato che non si vede e non si sente. Può essere solo pensato, legandolo alla considerazione che un uomo sta entrando. Dove? Poi lo spacco improvviso della luce contro il vano della porta. Neppure questo si vede. Ma si può pensare. Tutto insomma è pensato e ingozzato dalla nostra memoria che è avida come un’oca e che finisce per diventare famelica.

 

19. Sei lì dentro al tuo studio-caserma-bunker e passi il tempo a leggere testi battuti con macchine do scrivere elettriche simili a stampatrici tanto la battuta è nitida e senza uno sbaffo, oppure con le mani sugli occhi trasferisci le tue capacità nella fantasia del reale. Non immagini nulla; vedi, pensando, le cose che accadono. Le vedi come stanno accadendo; senza essere un visionario. Niente è prima, niente è dopo. Solo alcune cose, alcuni atti nel momento che stanno avvenendo. Le scarpe sul tappeto, il suono di un telefono lontano, la voce che parla ed è chiara, ma senza che si possa capire il senso del discorso; l’aprirsi di una finestra, il chiudersi di una porta. Alle volte anche un bisbiglio di più voci.

Quando capita questo è come un allarme. La visione si annebbia, la curiosità prevale fino a spingere ad alzarsi, arrivare alla porta, aprirla, guardare fuori sporgendo appena gli occhi. La luce dei corridoi non è luce di cielo ma esce dal muro, con getti che non si vedono, sciogliendosi intorno come acqua che non scroscia ma scivola. È una luce verdognola, lattiginosa; sembra di berla più che guardarla. Pesa addosso e macchia, invece di aiutarti a vedere e a vivere.

Io stesso ho immaginato parecchie volte che dentro alle stanze di quel luogo orribilmente significativo capitassero anche episodi banali, perfino volgari. Da far concludere che dopotutto l’ideologia del lavoro lì dentro non regnava sovrana. Pensavo che gli uomini potessero insidiare le donne oppure che donne e uomini di comune accordo si stendessero sui divani, sulle poltrone, sui tappeti. Che sedessero in circolo a parlare delle loro cose private, solo per lasciare passare il tempo. Che alcuni si portassero del lavoro da casa per smaltirlo senza preoccupazione. Davo per scontato che nella prima ora tutti leggessero il giornale, Quando c’erano le partite di calcio importanti, nel corso dello settimana, poiché non tutti si potevano dare ammalati, la voce dei transistors riempiva le stanze. Così concludevo che anche quello era un normale luogo di lavoro; con molte persone, ma niente di eccezionale. Non importava che fosse un luogo dove il lavoro non era capitalistico ma politico. Politico in un modo diretto, vale a dire sindacale. Ma lasciamo andare.

La conclusione, e può essere da parte mia una conclusione nevrotica, è che dopo cinque anni avevo acquistato una grande capacità di adeguamento e di sopportazione ai suoni e ai colori, se questi erano collegati al mio lavoro. Contemporaneamente avevo acuito una sensibilità tagliente per le conseguenze di queste fantasie visive e auditive. Resto perciò convinto, anche al di fuori di qualsiasi contesto, che colori e suoni così individuati formano un elemento caratterizzante della psicologia di chi lavora; tanto più della psicologia di un dirigente. Ma anche il dirigente dopotutto, non governa suoni e forme, li subisce. Crede di servirsene per aggredire, invece è aggredito da questi. Li propone li dispone e si trova, stravolto, come imprigionato nella ragnatela di segni. C’è una ambiguità straordinaria e una sofferenza specifica in questo rapporto dell’uomo con i suoni e i colori che dovrebbero verificare e stabilire soltanto il suo potere di fare. Mentre nella realtà significano vanità o approssimazione di questo fare. Che sembra rigido mentre è improvvisato e pieghevole come una canna.

 

20a. Ma questi elementi favorevoli o contrari mica si trovano lì, sul posto di lavoro. Quale che sia il livello e la sua importanza, in direzione o giù in magazzino, nella fabbrica o nell’ascensore. È nell’insieme del mondo tutto intero che si svolge il quotidiano disastro ecologico. Ma anche nell’uomo tutto intero, che è di vetro soffiato e contiene soltanto una porzione di vino. Le stesse cose, in diversa disposizione, potrebbero capitare in casa, nella vita privata. A me capitavano anche a casa. Naturalmente le difficoltà e i contrasti erano disposti in un modo diverso. Più eccentrici e mimetizzati. Li coglievo agendo di seconda mano e soltanto decidendo di farlo. Infatti in quel periodo non potevo che essere nervoso in una maniera caotica. Me ne accorgevo da solo. Non mi controllavo, perché non ci riuscivo; e mentre lì in casa un grosso contrattempo poteva lasciarmi indifferente, spesse volte bastava niente per mandarmi in bestia. Le mie eccitazioni si sovrapponevano e servivano a produrre un’aria che non potrei dire insopportabile – neppure mia moglie in quel momento le ha mai definite così – ma eccitabile; un’elettricità indotta che finiva per contagiare anche gli altri, magari controvoglia; e riusciva a farli a pezzi. Mai sentito in passato e in seguito mio moglie urlare; sì, urlare. In quei mesi lo faceva, quando capitava; senza alcun scrupolo, senza vergogna dei vicini, che certamente ascoltavano o potevano ascoltare. Anche questa è stata una esperienza mortificante e faticosa che non sono riuscito a cavarmi dalle spalle e che mi ha portato a interessarmi più direttamente agli ultimi avvenimenti capitati nel nostro paese; sui quali vorrei portare un contributo di chiarezza non tanto distensivo quanto risolutivo.

Avessi solo delle idee da offrire nessuno mi ascolterebbe, tanto meno i colleghi, presi dai loro problemi e dalla terribile onda di riflusso di questi fatti; invece ho cose concrete, alcuni episodi importanti e sconosciuti da indicare, soprattutto ho dei nomi da fare. Questo rende il mio intervento eccitante ma pericoloso. Eccitante e molto pericoloso. So anche questo. E può spiegare o almeno suggerire la ragione di questo insistere su mie vicende private; troppo strette par essere esemplari, lo so; ma ritornandoci sopra mi vengono stimoli a consolidare il mio impegno dentro agli avvenimenti che stanno accadendo.

 

20b. Mia moglie, che è una donna decisa ma mite e con cui è stato sempre possibile parlare dei problemi personali anche nei momenti di maggiore tensione, in quel periodo era quasi uscita di testa. Quando non c’ero viveva e agiva normalmente, quando tornavo a casa o quando eravamo insieme la tensione fra noi – non motivata da una ragione specifica – cresceva rendendo l’atmosfera incandescente. Mi sentivo bruciare perfino le mani. Il cuore batteva e aspettavo una sua frase perché ero certo che sarebbe stata l’esca per una sfuriata.

Senza saperlo in modo chiaro, era forse il solo modo perché mi liberassi dall’incubo professionale; e per non impazzire. Mi sono accorto di questo e fino a che punto fossero stati inquinati la nostra vita e i nostri sentimenti quando scopersi che si imbottiva di tranquillanti non soltanto per dormire ma durante il giorno. Non l’aveva mai fatto. La situazione creatasi era dolorosa e pericolosa, perché poteva concludersi con la fine del nostro rapporto; con conseguenze esistenziali che ho sempre temuto. Ritenevo che senza mia moglie la mia vita sarebbe cambiata in peggio e mi sarei disunito o addirittura mi sarei distrutto. Avrei perduto un perno equilibrante. Eppure mi rendevo conto in quel momento di non avere sufficiente chiarezza e autorità verso me stesso per richiamarmi a un maggiore controllo che registrasse i miei rapporti con lei. Io e solo io li avevo portati al limite del collasso.

Per non incrinare questo ultimo reticolo che ci teneva uniti, restavamo seduti in silenzio, con la televisione spenta e mia moglie singhiozzava tenendosi una mano sugli occhi. Avrei potuto parlare; avrei potuto farle qualche domanda, invitarla a spiegarsi; ma ero sicuro che non avrebbe risposto, che non sarebbe servito a niente. Per riuscire a recuperare un po’ di ordine fra noi, avrei dovuto rimettermi in sesto dimostrando, anche senza parlare, d’avere ripreso il vecchio equilibrio. Infatti la frase ripetuta da mia moglie, all’inizio della crisi, era questa: non sei più quello di prima.

 

21. Già, non ero più quello di prima. Ero cambiato. Forse il cambiamento era stato profondo, lacerante. Questo però non lo sentivo in modo chiaro; ma fisicamente stavo malissimo. Nessuno mi poteva confortare. Non parliamo di mia figlia, distratta dai suoi cento impegni. Era al suo primo lavoro, tutta eccitata. In altro momento mi avrebbe fatto tenerezza, adesso mi irritava. Lei lo sentiva e glissava, abbozzando un mezzo sorriso. Si preoccupava di sua madre. Sentivo che le due donne erano coalizzate non tanto contro di me ma a difendersi da ne – che ritenevano incattivito in modo irragionevole.

Una sera con addosso una esasperazione che non riuscivo a calmare (avevo deciso che finché mi fosse stato possibile non avrei cercato di risolvere i miei problemi con l’aiuto dei tranquillanti, forse per un residuo di moralismo campagnolo) sono uscito per camminare. Non lo facevo da un paio di anni. Passeggiare è un’abitudine che non si dovrebbe perdere e invece si sta perdendo; anch’io l’avevo ormai perduta. Ai nostri giorni si corre o si cammina. Passeggiare, invece, è andare adagio a osservare qualcosa in dettaglio, col piacere di indugiare. Anche solo i piccioni, o la neve che cade.

In quel periodo non c’era ancora la neve e io guardavo i piccioni addormentati sulle traverse dei portici; soprattutto guardavo la gente, varia di età e di colori, che s’avviava in gruppi verso il centro. Fu la sera che capitarono tutti quei guai, quando fu ucciso un uomo. Non ero sul posto ma lì vicino; ebbi la sensazione della gravità di quello che capitava perché vidi alcuni giovani schizzare via infangati e addirittura con del sangue addosso. Sporchi, contusi. Uno di questi, meno stravolto degli altri, sono riuscito a sottrarlo alla polizia. Stavano per agguantarlo, mentre in quel momento era fermo vicino a me e non faceva niente altro che guardare, quando allungando la mano e toccandogli la spalla dissi calmo calmo ai due agenti: è mio figlio. La frase era assolutamente innocua ma era stata detta con tanta tranquillità e contemporaneamente con tanta decisione che uno dei due agenti, quello che stava per fermarlo, mi guardò e trattenne il braccio. Sembrò una scena al rallentatore. Si allontanarono, staccandosi dal ragazzo, molto adagio. Lui mi guardò, non disse niente. Sembrava sorpreso ma anche sospettoso per quella dichiarazione che non si aspettava. Era possibile che non mi avesse visto, perché ero alle sue spalle.

 

22. Quando mi avviai mi seguì. Ci allontanammo dal luogo degli scontri, perché l’aria bruciava per i lacrimogeni. Prendiamo un caffè, gli dissi. Dopo, il ragazzo cominciò a parlare. Ricordo che mi colpì il modo di questo discorso, perché sembrava il resoconto di un viaggio fatto da un uomo anziano. Raccontava i fatti della sua vita come se fossero eventi memorabili toccati ad altri. Usava un tono epico, molto circoscritto e molto efficace. Restammo insieme più di un’ora poi ci lasciammo.

Eppure l’incontro fu molto importante; per due motivi. Il primo, perché mi scaricò dell’aggressività che mi ingolfava in quel momento lasciandomi non tanto vuoto ma direi liberato; liberato da un peso che mi opprimeva; e questo mi rese quasi felice. Il secondo, perché quel ragazzo mi disse una frase che, proprio perché si mescolava a mie rogne che non ero riuscito ad accantonare, mi aiutò a riflettere sulle cose, con più capacità di individuare i dettagli. Fu un aiuto sul piano della conoscenza, del modo di vedere più che sul modo di essere. Un aiuto che potrei definire ideologico. Modificò il mio baricentro rispetto alla realtà.

È una frase che sento ancora, così come si ricorda con tenerezza un aforisma antico. Poi la svilupperò, inserendola in questo contesto. Ricordo che tornai a casa e senza dire niente andai a dormire. Il giorno dopo stesi un piano d’azione a cui mi tenni stretto nei giorni seguenti e che mi aiutò a sciogliere almeno in parte i contrattempi che mi condizionavano. Anche mia moglie finì per dirmi: hai un’altra aria. Qualche giorno dopo riprendemmo perfino a fare l’amore.

 

23. Quel ragazzo mi aveva aiutato con semplicità, dentro a una situazione due volte sconvolgente: la mia personale e quella più generale cha si riferiva alla situazione politica e dell’ordine pubblico. Mi aveva molto aiutato a liberarmi dalle strettoie psicologiche per appoggiarmi, direi per affidarmi di nuovo al mare e alla novità dei problemi, dei pensieri. A uomini come me, abituati ad un ritmo ordinato delle idee – che si cercano e si allineano con rigore ma non corrono mai il rischio di sovrapporsi; e quando lo fanno producono un casino, come nel mio caso – dà il capogiro la violenta libertà di interpretazione che le classi più giovani hanno del mondo d’oggi. Non si fermano di fronte a nessuna difficoltà, sembra che non abbiano paura di niente. Nessuna paura di aggredire i problemi, quando i problemi sono distesi lì davanti come leoni in un circo, indecisi se lasciarsi affrontare. I problemi immediati, quelli politici, i più direttamente legati alle cose. È diverso quando le circostanze isolano questi ragazzi poco per volta e li costringono a guardarsi intorno, grattando via l’aggressività che per loro è sempre una difesa e li mettono di fronte alla solitudine della vita.

Il ragazzo m’aveva mostrato la possibilità di collegare abbastanza naturalmente alcuni fatti e alcuni avvenimenti che potevano sembrare non solo distaccati ma opposti e per varii motivi. M’aveva detto d’essere comunista e di fumare. La droga per lui non era ancora un problema di sopravvivenza e di vita ma era subito diventata un problema ideologico. Un problema da impostare con sottigliezza, perché le risposte potrebbero essere mille e tutte sfumate. Risposte non politiche ma canoniche.

Si era chiesto, a un livello riflessivo molto motivato e con una pacatezza che a me sembrava lucida, come legare (ricordo che non ha mai pronunciato il verbo giustificare)… come legare a un problema privato, quello della sua decisione di fumare, che rifletteva una scelta libera e non una sottomissione, il problema più generale che si richiamava a una terribile realtà: il problema della droga che uccide, opprime, ricatta. Della droga come flagello medievale, voluto dagli uomini. In altre parole, per capire meglio dentro alle cose: come rapportare il semplice al complesso e il privato al generale, uscendo fuori dal sentiero del moralismo isterico? Quale altro giudizio di valore politico poteva sostituirlo? Era necessario provvedere e questa sostituzione? I valori personali erano scaduti altrettanto rapidamente che i valori pubblici? era ancora utile, ai fini della chiarezza, servirsi di valori morali? E richiamarsi alla giustizia, all’onestà, al bisogno di fratellanza?

Ecco una frase che mi colpì: bisogno di fratellanza. Tanto letteraria nella sostanza e fuori uso quanto moderna e ancora molto utile se cavata fuori all’improvviso, con una semplicità felicissima, dal contesto di un discorso che era un fuoco di esemplificazioni.

 

24. Mi convincevo della distanza fra i miei problemi e i problemi di questi giovani, che non erano giovani per età ma perché avevano strumenti diversi con cui aprivano le porte delle cose; mentre sentivo come una necessità e come una verità irrinunciabile che questo modo diverso di guardare i problemi doveva essere condiviso anche da uno come me; se era vero che a distanza di nemmeno trecento metri si sparava e cha un uomo sarebbe stato ucciso. Lì si scontravano le teste, addirittura; e non era semplicemente une ideologia che doveva prevalere. La lotta era più dura e quindi più difficile.

Il contesto di quella conversazione era nuovo per me. Mi sorprendeva la naturalezza con cui parlava di cose gravi; una naturalezza che non era indifferenza, anzi era una partecipazione personale tanto approfondita e vissuta con intensità da diventare costante e generale. Un autentico dramma esistenziale.

In quel periodo smaniavo, mi commiseravo, stavo mandando in frantumi una vita composta di legami solidi, anche se faticosi; mi rivoltavo di dentro sbraitando fino a cadere in una specie di delirio, inutile in ogni senso; e tutto questo per portarmi fuori dai binari soliti, riprendere a camminare per cercare problemi e anche contrasti nuovi. In questa smania che non controllavo, era proprio la paura della novità, dell’avventura; di una novità imposta con tutti i mezzi e con la conseguente incertezza del domani, a rendermi confuso. Il ragazzo col quale avevo parlato, al contrario, sembrava venire da un altro mondo.

Lo avevo ascoltato pensando che nonostante l’età doveva essere in fondo più maturo, più saggio di me; che avesse macinato direttamente molte più cose. La guerra? Non l’avevo fatta, l’avevano fatta gli altri. Io l’avevo solo conosciuta. E mi era sembrata un mezzo giuoco e una mezza violenza. Invece questo ragazzo, e gli altri ragazzi come lui, e poco prima di lui o dopo di lui, la guerra non l’avevano nemmeno conosciuta; ma conoscevano direttamente e ogni giorno una forma ancora peggiore di violenza, partecipandola e subendola, la violenza che oltre a essere ripetuta come un rituale mascherato non si spera di vedere finire e non si sa come farla finire. Negli anni passati si è sperato che la violenza si spegnesse perché non riuscivamo a fermarla, stringendola nelle mani come si fa con un panno inzuppato; ma questa speranza è durata poco ed è ormai caduta. Oggi, chi lo vuole, spera in un modo diverso. Infatti niente, per il momento, è destinato a finire.

 

25. Questa è la frase che mi colpì alla fine del racconto svolto da quel ragazzo con voce calma, anzi addirittura bassa, quasi parlasse a sé solo. Infatti era solo. Altrimenti come avrebbe parlato in quel modo con uno sconosciuto? Ma io mi chiedevo: se niente finisce si può ugualmente sperare di fare qualcosa? Mi rispondevo: sì, posso sperare che la speranza non diventi niente. Dobbiamo spingere in questo senso e per questo progetto. La speranza può essere allargata ai gruppi ma in ogni caso non è più come un tempo, quando tutto ciò che era o apparteneva al privato si doveva socializzare. Adesso ognuno si tiene il suo, e se lo tiene abbastanza stretto come per difesa, però quando i sentimenti premono e spingono ad uscire dalla prigione esistenziale per manifestarsi e cercare, allora si accende o può accendersi qualcosa che assomiglia a un semaforo. Un semaforo politico. Si apre col verde e possiamo unirci in corteo, si blocca sul rosso e dobbiamo ritirarci in casa. D’altra parte la casa non è più un rifugio o un luogo di riflessioni private; è la casa-caserma di battaglie che mentre sembrano private sono pubbliche, di effusioni che si scontrano col fuoco dei sentimenti in movimento, alcuni anche indecifrabili; è un luogo di raduno di pensieri messi insieme a fatica e da ripulire, come si fa col riso; è la verifica quasi ossessiva che nonostante tutto siamo vivi e viviamo; è anche il ripostiglio della lotta faticosa e qualche volta disperata con la solitudine cha vuole entrare dentro, o con la morte che batte contro i vetri o contro la porta.

Cominciavo a capire. Intorno le strade sembravano una bolgia. Mi accorgevo del tragico rituale di questi scontri, in cui una violenza innocente-feroce viene sopraffatta da una violenza astuta e matura. In questi momenti vediamo come i segnali ciano sempre identici, solo ingranditi dalle occasioni; e come il rituale della rappresentazione non sfugga a un copione preordinato. Uguale al canovaccio dei vecchi comici dell’arte; niente altro che un filo narrativo su cui innestare secondo l’estro le divagazioni dell’attore protagonista.

Anche lo scontro in piazza ha questo ritmo apparentemente ottuso, di cosa saputa e vissuta; eppure ogni volta è recitato col proposito di inserirci delle improvvisazioni nei punti sottolineati con la matita rossa; quindi nei momenti indicati. Lì deve accadere qualcosa e lì accade qualcosa. Quasi sempre. D’altra parte c’è chi obietta che nel senso di una programmazione così precisa questo potrebbe non essere vero; che i gestori del potere potrebbero affidarsi a qualche santo in paradiso che li aiuti a sbrogliare la tela.

 

26. Mi rendo conto che questi discorsi sono stati fatti mille volte e che non c’è molto per cercare nuovi orientamenti o appigli diversi. Ciascuno pensa con una certa approssimazione e secondo alcune idee che ad ogni modo servono, perché la finezza non aiuta, specialmente quando in piazza si spara. Magari possiamo domandarci come mai tanto spesso si spara, si uccide; e le conseguenze hanno uno svolgimento calcolato e non sembrano affatto dettate o da un incidente disgraziato o dalle circostanze, come scrivono i giornali. Certo, nel fatto tragico si può calcolare l’avventatezza dei giovani e la scarsa preparazione professionale di molti poliziotti, che sono altrettanto giovani. Questo è stato detto.

Però negli scontri di piazza di questi anni c’è sempre stato un punto di frizione da cui appare una tecnica collaudata non solo per l’accensione della violenza ma soprattutto nella progressione di questa violenza verso termini prestabiliti; prestabiliti almeno con approssimazione.

Quindi dentro a questa sarabanda di fuoco e di dispetti ci deve essere un calcolo. Qualcosa al di sopra dei contendenti, indicato come il filo conduttore del ballo. Chi sarà mai? Non un personaggio soltanto, un piccolo gruppo isolato, per quanto aggressivo. Le minoranze non fanno storia, fanno solo leggenda.

Deve essere una forza di grande rilevanza sociale, capace di organizzarsi nell’anonimato più rigoroso. Come mai non si riesce a distinguerla e identificarla? E come mai possiamo indicarla con una approssimazione ideologica ormai in via di esaurimento, quindi scarsamente significante? Noi diciamo ancora: il capitalismo, il potere, la norma, le multinazionali, l’anarchismo, il terrorismo eccetera. E i nomi, gli indirizzi? Non è possibile assegnargli una collocazione più esatta?

 

27. Ad ogni modo questi problemi, con le relative domande, adesso riesco a legarli meglio alla mia esperienza generale, alla mia cultura che va corretta; li lego meglio anche all’esperienza del mio precedente lavoro sindacale. Dove abbastanza bene funzionava ogni lotta o progetto o programma di lotta quando era finalizzato o almeno legato a obiettivi evidenti, circostanziati; a obiettivi precisi. Mentre sembrava scivolare via e sbriciolarsi quando questi obiettivi tendevano a diventare generali. Quindi ad allargarsi. Infatti le conclusioni elaborate al vertice nazionale finivano per essere contraddette all’interno delle singole aziende. Dove i problemi sono molto più precisi e particolari – come affermavano i delegati di base.

Ma per riprendere il discorso più generale. Forse i nomi e gli indirizzi a cui alludevo non si fanno perché non si possono fare, e non si possono fare perché i nomi e gli indirizzi sono cambiati o cambiano spesso. Perché il quadro sociale di riferimento, in questi anni, non solo si è modificato ma si è stravolto. Dico: si è stravolto; non: è stato stravolto. Perché i vecchi personaggi oggetto delle nostre invettive, della nostra rabbia sociale e delle nostre ire quotidiane o sono scomparsi o sono decrepiti o sono addirittura defunti e i nuovi padroni della guerra giuocano in un modo diverso, a sorpresa; con tonalità di colori e di suoni apparentemente astratte, più sofisticate; e tendono con malizia non a condurre il giuoco ma a mescolarsi ai giocatori con astuzia calcolata. Questa ironia – o questa astuzia – è una forma nuova di coraggio aggressivo, sia pure orribile. Noi ci affanniamo a correre avanti e indietro sbandierando fuoco e fiamme; loro, impattati sotto un’ombra, sono attenti a condurre un giuoco legato a interessi macroscopici, senza mai scoprirsi. Vediamo ancora una volta che tutto ci resta fra le mani; sfumato, indecifrabile, policromo. La mafia, la droga, il sottogoverno, la finanza, la banca, la borsa. Non si perde la testa? La volontà di lottare e di ottenere qualcosa non salta via come un tappo? Dove vivono questi signori che non si prendono? Chi sono? Ho letto di gruppi dislocati nelle isole del Pacifico, completamente attrezzate e isolate; dove la violenza della tecnologia si unisce alla vacanza e al sole. Sulla carta esistono ancora le capitali del mondo ma ci accorgiamo ogni momento che i centri del potere economico si sono decentrati e sono stati divisi in tanto piccole entità che sfuggono ad ogni indagine ma restano legate strettamente fra loro. Non più ufficialmente identificabili mentre il loro potere, unitario, si rafforza e dura.

Il plus-valore è ormai uno scioglilingua ad uso dei bambini. In giuoco v’è il valore totale; il valore assoluto, opprimente; che prende tutto e tutti e non lascia niente. Il valore completo della cosa; non più la semplice eccedenza. Si comincia a parlare, a guadagnare, a programmare, e a servire in termini fantascientifici. Mentre la classe operaia – ancora legata all’antico carro dello sciopero o della manifestazione di piazza, dichiarata sempre possente dagli stessi giornali del governo, con una concordia pericolosa – è divisa nelle sacche dei singoli paesi, senza essersi mai posto l’impegno di un vero collegamento internazionale. La classe operaia è legata alla fabbrica nella quale lavora e la fabbrica è la vecchia piazza delle zuffe medievali che non si sfogano fuori dalle mura. Da qui il fallimento evidente, in termini di metodo, delle speranze che all’inizio del secolo e fino agli anni cinquanta sembravano realizzabili, per la felicità di tutti. La felicità non c’è stata. La speranza, come ho detto, è per il momento una farina che sporca soltanto le mani.

 

28. Eppure è necessario partire, come parto io, dalla convinzione che una qualche felicità è possibile. O che è possibile qualcosa di simile, da sovrapporsi e sostituirsi alla felicità; se la così detta felicità è una richiesta che sembra troppo forte e poco confacente per i tempi che corrono. Perché senza questa speranza molti altri propositi cadrebbero. È un punto, che però contraddico subito con quanto segue. Ricordo come una frustata la risposta di Mandel’štam alla moglie che l’interrogava, nella Russia di Stalin, in una delle tetre camere d’affitto o di circostanza in cui si rifugiavano sera dopo sera. “Potremo mai essere felici, un giorno?” chiedeva la donna sotto il peso di una fatica esistenziale estenuante. Il poeta rispondeva, con una tenerezza che la verità delle parole rendeva completa: “Perché dovremmo essere felici?”. Ogni volta cha sento questa voce alzarsi dalla pagina del libro un brivido di terrore e di entusiasmo mi corre per la schiena. Dentro di me vengono mortificati tanti spasimi inutili, pieni di boria, che si riferiscono al privato; contemporaneamente mi esalta una speranza nelle cose che rende possibile ogni progetto riguardo al futuro. Invece la speranza a cui alludeva con giusta e intensa fatica la moglie, quella moglie, era la speranza dei sentimenti; che tendono ad appagarsi per distendersi e adattarsi nel cuore. Mandel’štam rifiutando questa speranza per sé la rivolgeva a tutte le cose. La nostra fatica, credo che volesse dire questo, è dedicata a capire – per aiutare a risolverla una volta per tutte – la difficoltà generale della vita. Non la mia vita soltanto; non la tua; ma la vita di tutti gli altri.

 

29. Anch’io sento di poter partecipare a questa conclusione che può sembrare sconvolgente, se vista dentro a un momento storico grandioso ma tragico. In quel periodo la fame incombeva, morivano a mucchi; ancora abbiamo sotto gli occhi le fotografie dei bambini trasformati in piccole belve per rubare ogni cosa, al fine di sopravvivere. La Russia era sotto una cappa di neve; i fiumi gelati; le betulle dentro alle forme di ghiaccio non erano intaccate dai venti, E su tutto, lo spettacolo degli uomini: eroismi delazioni omertà, piccole o grandi paure, orgoglio e divismo, autentiche provocazioni. La voce arrabbiata degli uomini riusciva a coprire e a nascondere la voce della natura. Così anche le quattro parole di risposta si alzavano e si inserivano nei vortici d’aria che le buttavano in giro. Non restavano una risposta privata, una risposta rubata. Erano risposte di una vita che non si rassegnava e che cercava collegamenti oltre i piccoli legami dalla storia; voglio dire nelle idee.

Quindi la felicità non è data, quando la libertà non c’è. Felicità è libertà, libertà è verità. E questa verità è una profonda libertà. L’intreccio degli argomenti appare flessibile ma resistente. Nessuno riesce a scioglierlo. Ad esempio: contraddice, con una formulazione diretta, l’affermazione oggi molto gridata ma molto gretta, come ho già ricordato, che il privato è politico.

Messa in questi termini la questione non regge. Il privato è politico? Andrebbe bene, in quanto la mia insoddisfazione privata, di cui non do ragguaglio esplicito ma solo una referenza di massima, chiede e richiede con urgenza di essere soddisfatta oppure raccolta e vezzeggiata. Dicono: senz’altri termini è questo che la società mi deve e lo esigo. Personalmente ritengo che simile argomentazione non regge all’urto neppure in astratto; neanche come affermazione polemica. Non regge in quanto manifesta senza mezzi termini un’arroganza che chiamerei dissociata, non collegata con gli altri; che non solo non lievita per peso politico ma è vecchia perfino come segnale di avvertimento. Come semplice segnale.

A mio parere il privato va catalogato come un valore da restaurare. Al privato va assegnato non il laboratorio linguistico ma l’officina della pratica politica, per sottoporlo a revisione completa. Un check-up molto sofisticato e dettagliato. È la nostra parte pubblica, al contrario, che va rilanciata non solo come formula ma come un’effettiva forza d’urto con la quale si possano incrinare le strutture defilate del potere effettivo. All’interno di questo potere, che è autentico – per accorgersene basta sbatterci contro – ci stanno gli effettivi distributori della felicità dei singoli. La distribuzione di questa felicità, chiamiamola così, si avvia attraverso una selezione di prestazioni e una tabella rimunerativa.

Quindi la felicità in questione è un falso valore che non ci appartiene, manipolato e distribuito dagli altri. È un valore da rifiutare, da non desiderare neppure sotto il segno di una passeggera ironia. Ciò a conferma della straordinaria attualità della risposta di Mandel’štam, che la rende utilizzabile anche ai nostri giorni.

La userei argomentando in questo modo, per completare non per contraddire quello che ho detto prima: la felicità è un appagamento immediato e violento dei sentimenti, che dentro a quel vento si sentono rinfrancati. Ma non è uno stato di grazia perpetuo; può, anzi capita, che ci sia sottratta. All’improvviso. Per essere sinceri: la felicità è una illusione la cui ricerca ci costringe a compromessi pesanti, concreti; perciò è doppiamente equivoca o pericolosa. È negativa due volte. Una negazione che può essere sistemata in parte solo attraverso piccoli sofismi staccati da ogni aggancio con la realtà.

 

30. Il poeta russo continua a insegnarci – se qualcosa può essere insegnato in un campo come questo irto di contraddizioni – la necessità di partecipare direttamente alla tragedia della storia; e a convincerci, perché in qualche modo ci rassegniamo, che la tragedia, intesa come tante situazioni che si scontrano, non smette di essere in atto e ci coinvolge. Direi di più: ci vuole ancora protagonisti. Protagonisti, intendo, nel contesto sociale, non come individualità da divinizzare.

Se questo può essere vero, se si può in linea di massima ritenerlo vero, è necessario procedere a una revisione di alcuni concetti che sono serviti fino ad oggi come fili conduttori. Se la felicita è un falso scopo allora risultano falsi scopi anche gli adempimenti per conseguire questa felicità. Gli adempimenti, par spiegarci, sono l’insieme delle operazioni o degli atti di violenza sociale, di arroganza, di accettazione dello scontro; avviati per prevalere, per ottenere i mezzi e per conseguire le soddisfazioni o proprio gli appagamenti che ho indicato sopra. In altre parole: per ottenere i quattrini necessari al nostro standard di vita.

Se ci abituiamo a macchine di lusso, a case grandi, difficilmente ci rassegneremo a perderle e faremo quasi tutto o tutto per mantenerle. Come faremo di tutto per ottenerle sa accetteremo il giuoco sociale che mette sul tavolo questi beni come scopi non solo immediati ma necessari alla nostra vita.

Molti giovani, in questo senso, ci aiutano a cambiare rotta. L’avevano già indicato i neri americani, circa vent’anni fa. I loro slogans erano: non consumiamo, non comperiamo, riduciamo non solo i desideri ma soprattutto i bisogni per mettere in crisi il capitale. Era una proposta affascinante ma grezza; frammentaria; tanto che il capitalismus riuscì a ricuperare in fretta la situazione. Tuttavia la proposta aveva in sé una novità teorica che richiedeva di essere elaborata. Da metodo di lotta contingente doveva diventare metodo di vita, un comportamento morale. Così tutto diventerebbe, potrebbe diventare più normale, forse più facile, certamente più efficiente.

Ma gli operai? Riducendo il consumo non si rischia di produrre solo disoccupazione e violenza? Un aumento inevitabile di violenza dentro la società? È stato risposto anche a questa obiezione: non consumare, non comperare non vuol dire produrre miseria ma, semmai, costringere a una diversa diffusione delle merci e a un programma nuovo della produzione. Non ci sarà più imposto cosa vogliamo ma sarà la libera richiesta e anche un intelligente arbitrio a suggerire cosa e come produrre. Addirittura è probabile che si consumerà di più e in continuazione; certo si consumerà meglio.

Così, non tanto la mancanza, ma il rifiuto della felicità che ci viene distribuita consentirà l’uso di una felicità nuova, più nuova; anche più generale. Una felicità, cioè, direttamente gestita. E tale da non provare alcuna vergogna a goderla. Questi sembrano giuochi della mente, dentro a una economia di mercato. Ma sono giuochi pericolosi e difficili, in cui un vincitore non c’è; in quanto la corda tesa fra le varie argomentazioni sopporta soltanto preziosi equilibrismi.

 

31. Come si vede i modi di discutere sui vecchi valori d’uso e sulla necessità di sostituirli o seppellirli sono vari e anche interessanti. Per me hanno un fascino molto stimolante. Servono a dare alla nostra vita una dimensione più approfondita e nella sostanza anche più lucida. Comunque il metodo di approccio alla realtà è cambiato, è più flessibile, meno rigido ma contemporaneamente più compatto, più pronto a percepire e ad aiutarci nel risolvere i problemi. A risolvere, almeno, alcuni particolari dei problemi. Ma nonostante questi discorsi, i vecchi valori d’uso, immutabili e pigri, rimangono inchiodati nella pratica e resistono senza molte interferenze anche nei pensieri e nelle azioni degli uomini politici; salvo pochi. Perché? E in che modo si possono cogliere queste contraddizioni? Per esempio, negli atteggiamenti di autorevoli esponenti dei partiti nei giorni precedenti e nei giorni seguenti gli ultimi fatti? Fatti che sono stati compiuti offendendo la ragione oltre che il sentimento libero della vita. L’atrocità è tanta che più che farci male ci offendono.

Una personalità autorevole, quasi carismatica, è stata uccisa nel centro di una città con due colpi di pistola; l’assassino è un uomo, giovane dicono, che agisce a viso scoperto e che può – proprio per la rapidità di questa azione che sorprende il pubblico – allontanarsi a piedi. Questo è il primo dato che esce dalla norma. Ma si possono enunciare almeno altre dieci anomalie in questa vicenda che ha aperto una crepa nella nostra vita sociale.

Una volta delineate per linee generali le ragioni che mi spingono a cercare una verità che si vuole coprire, soprattutto dai poteri ufficiali che agiscono con scarso vigore per motivi che vedremo, è importante riuscire a orientarsi dentro le vicende del nostro paese. Un paese che più di una volta ha dato occasione di sorpresa, di malumori, di perplessità ai forestieri e non solo a questi, per le sfumature lambiccate e al limite incomprensibili che segnano le sue decisioni. E naturalmente, come conseguenza, segnano le opere compiute. D’altra parte neanche per noi, che ci siamo nati e ci abitiamo, è facile ricucire sia pure in forma sommaria il quadro dei problemi, alcuni dei quali rimangono da lungo tempo esplosivi.

Il potere politico in generale è molto preoccupato per il peggiorare della situazione dell’ordine pubblico, arrivato al livello di guardia. Per questo appetto, anch’io mi associo nella diagnosi negativa dalla situazione. Ma per capire e spiegare è necessario risalire alle ragioni obiettive che hanno permesso il progredire di questo malessere che ha coinvolto ogni categoria sociale.

 

32. In bus, in treno, per strada si ascoltano impressioni e reazioni preoccupate, acide. È uno sgomento rabbioso, pieno anche di fatica, specialmente riguardo l’avvenire. Tanto che sull’argomento del futuro non conosco ottimisti. D’altra parte un ottimismo critico su cosa potrebbe puntare? Forse sulla speranza di fare qualcosa nonostante tutto, anche contro il muro di questa situazione di emergenza. Qualcosa che aiuti a modificare la situazione, poi a cambiarla.

Ma come ho cercato di dire in precedenza, la speranza non tocca la volontà; tocca i sentimenti. È il desiderio di sperare che alimenta la speranza, non è la speranza che per realizzarsi deve volgersi sulle cose. Queste non sopportano rallentamenti: o sono fatte o non lo sono. Quindi la speranza in questo momento storico, in questo vulcano socio-politico, è una presunzione, soltanto una presunzione che non riesce né a collocarsi né a definirsi. Non è, perché non può essere, una situazione accompagnata dal beneficio dell’entusiasmo.

Inoltre la speranza, anche nei suoi termini un poco astratti e fuori moda, non potrebbe collocarsi se non dentro a momenti storici che la tollerano. Perché ci sono altri periodi che non la possono accogliere in quanto ormai sono messi di fronte a situazioni chiuse, concluse; nelle quali si tira in ballo, per uno scontro finale, la volontà.

In questo caso, sperare, o non si può o non è più necessario; o non serve. Perché mancano gli immediati riferimenti pratici. E perché nei nostri tempi d’emergenza lo spazio disponibile è riservato alla volontà; volontà di fare, di agire subito, sulla pietra della concretezza. Volontà che assicura una immediatezza di effetti, buoni o cattivi ma tangibili. La volontà propone e fa. La speranza si guarda sperare e illumina un suo futuro troppo lontano per essere funzionale alle cose sperate. Basta guardarsi intorno e si vede che la speranza è un valore aggiunto neanche più contrattato dai giovani, i quali riescono sempre a usare tutto e a rinnovare anche le costumanze più invecchiate. Perciò la mancanza di speranza non è un difetto di questo tempo ma una sua necessità. Aggiungo: la sua necessità inevitabile. La volontà che la sostituisce, soffocandola, produce senza intermittenze frizioni contro le cose reali; questo porta la tensione sociale a gradi inauditi di sofferenza e di drammaticità. Così la volontà di fare, che è la necessità immediata di avviare le cose volute, si realizza producendo violenza.

 

33. Ecco un arco ristretto e forse anche circospetto di argomentazioni o di problemi, che in ogni caso mi sembrano significativi. Potrei cominciare a fissarli sull’ipotetico schema che comincio a tracciare.

Progredendo con frasi brevi, bene argomentate, e non con enunciazioni categoriche, vorrei che si riuscisse non a semplificare ma ad approfondire con qualche vantaggio la diagnosi della situazione presente. Perché sono convinto che se non abbiamo la pazienza di pescare o di cercare i dettagli sviscerandoli uno per uno, riusciremo a capire molto poco delle cose che capitano. Dobbiamo saper leggere i segni e ascoltare con pazienza i segnali; tanto è vero che al giorno d’oggi, per ciascuno di noi, sarebbero necessari quattro occhi e quattro orecchi per riuscire a vedere intendere e ricucire tutto con un po’ di approssimazione.

Per esempio: il tempo, cioè il giorno e l’ora scelti per questa esecuzione sommaria. È il giorno precedente a un avvenimento forse decisivo, alla cui conclusione la personalità in oggetto aveva contribuito in maniera determinante. L’ora, è l’ora del giorno più utile per una rapida propagazione della notizia e per la diffusione di un terrore immediato nella strada.

Così si raggiungono due scopi interscambiabili senza troppe preoccupazioni. Primo: perché la gente sarà portata a radunarsi in ondate successive sul luogo del delitto, per curiosità, par pietà istintiva o anche solo per desiderio di uno spettacolo. E questo potrà durare fino allo sera. Secondo: perché la gente si allontanerà trascinandosi dietro il filo rosso dell’indignazione, della paura, della pietà, dell’incertezza. S’alzerà un’ondata sentimentale che durerà a lungo prima di spegnersi nel cuore della notte. E si potrà ottenere altrettanto spazio dai mezzi di comunicazione, che saranno investiti dai fatti e dovranno distribuire una quantità tale di notizie e di dettagli da ingorgare o saturare i canali di distribuzione.

Con questa cautela e con questa intelligenza è disposto l’intrigo. Il quale calcola anche l’opportunità di uccidere un solo uomo o più uomini – secondo l’ordine dello spettacolo. Qua l’uomo da uccidere era solo, era disarmato, non era protetto; perciò l’obiettivo era di sparare soltanto al singolo. Ma l’esecuzione in pubblico ha sempre una implicita motivazione; oltre ad averne, com’è naturale, anche parecchie esplicite.

 

34. Per la motivazione implicita il personaggio in questione rappresentava il perno di una operazione politica che tendeva a diminuire – in un momento di particolare emergenza – il potere della destra economica; per cercare una distribuzione più omogenea della ricchezza nazionale. Il perno di una operazione di socialdemocrazia diretta che richiamava, ovviamente senza copiarla, quella nordica. Fin dall’inizio di questo travagliato momento politico molti ritenevano che neanche la possibilità riformistica sarebbe stata lasciata a un popolo che periodicamente è ricacciato indietro da crisi di restaurazione. Crisi dosate con astuzia. Molti temevano che questa volontà in negativo si concretizzasse in azioni cruente. Però nessuno poteva immaginare che sarebbe stato scelto un crimine pubblico, il quale avrebbe soppresso un protagonista ma avrebbe anche catalogato in un modo immediato esecutori e mandanti.

Eppure questo assassinio è stato compiuto. È stato eseguito come un’operazione di mafia; senza ferocia, con fredda professionalità. Lo scopo è stato ottenuto. Segno che il delitto paga. Che ancora una volta è il tramite più diretto per raggiungere scopi determinati. Inoltre è il segnale dell’indifferenza per l’uso diretto della forza a cui è arrivato, nel corso dell’attuale processo di ristrutturazione, il potere effettivo; anche quando si deve raggiungere il delitto.

Questa indifferenza conferma che la pratica della violenza è normalmente accettata e semmai discussa soltanto per i dettagli e per i risultati conclusivi. Ma l’uso della violenza diretta comporta anche degli aspetti sfavorevoli per chi la pratica; questi vanno valutati, per riuscire a orientarsi.

Il primo aspetto negativo lo chiamerei metodologico, lasciando da parte ogni risentimento sentimentale che sarebbe fuori causa. È questo: tanta violenza potrebbe alla fine uccidere la violenza stessa; cioè potrebbe renderla inutile per i suoi stessi scopi, in quanto la violenza continuata abitua la gente alla violenza senza meravigliarla o disgustarla più. Finisce per rassegnarla, con una apatia che non potrò essere corretta da niente. Come in guerra o durante la guerra. L’uomo e la donna si induriscono fino a diventare impermeabili.

L’indifferenza che così viene ribattuta come un chiodo è simile allo strato di grasso spalmato sulla pelle del nuotatore di fondo, quando attraversa un lungo tratto di mare. Ma è anche il pericolo considerato con più attenzione dagli stessi gestori di questa violenza. Naturalmente è un problema in atto, che lascia ancora possibilità di manovra; gli spazi però tendono a restringersi.

Quando fu rapito l’onorevole Moro, per produrre l’effetto voluto; direi meglio: per produrre lo sconquasso voluto vennero uccisi a freddo cinque agenti della scorta. Lo spettacolo così fu completo, con cinque assassini e un sequestro; e l’operazione servì a dare un rilievo internazionale all’episodio, a dilatare l’interesse intorno ad esso. A dilatarlo e a conservarlo, Perché in questo caso gli autori potevano puntare su vari piani di informazione: il piano politico, il piano dei sentimenti, infine quello sdrucciolevole ma rilevante della pietà popolare. Potevano contare sulla partecipazione di tutti, in un modo o nell’altro; dietro l’onda di un’emozione e per un fatto che, nella sostanza, era soltanto politico; quindi si riferiva al potere quasi segreto. Al potere che non si vede, che in una diversa occasione, difficilmente avrebbe smosso la fantasia e l’attenzione della gente per lungo tempo.

 

35. Chiamare a una partecipazione generale sui fatti e mantenere vive le emozioni è una scelta di metodo; una scelta difficile. D’altra parte in nessun caso, se si vuole ottenere certi risultati, se ne potrebbe fare a meno. La clandestinità non è più possibile; non è neanche più tollerata; non dà frutti in alcun modo. Perché toglierebbe spazio all’uso dei canali della comunicazione, riducendoli a margini esigui, di nessuna utilità politica. Mentre coloro che operano in piena aria godono di straordinarie concessioni in merito alle libere scelte e alla continuità di gestione. Mi accorgo a questo punto di parlare, e di continuare a parlare, in termini generali. Usando soprattutto termini generali. Dico: la gente, la massa, il popolo, tutti, nessuno. Sono troppo generico o abbastanza metaforico. Ma l’uomo dove è andato a finire? Dove si nasconde? Non è forse per pietà di un uomo che mi propongo di buttare in piazza una manciata di dati esplosivi? La pietà non è un sentimento che ha, in termini essenziali e ben definiti, risvolti politici? D’altra parte, se questa mia pietà per un uomo è giusta e si può definire in chiave politica, quindi per uso di tutti, allora l’uomo in generale, oggi, cos’è? È possibile identificarlo e sottrarlo al massacro del branco? In quel branco non è ancora possibile isolare il capo, intruppato anche se alla testa, che inveisce comanda impone sia contro gli aggressori sia contro i trasgressori?

Mi ricordo dell’affermazione o, se si vuole, della domanda di uno storico insigne nel suo saggio sulla morte in occidente: lo scopo di ogni indagine socio-economica non avrebbe dovuto essere proprio quello di cercare, al di sotto delle apparenze giudicate insignificanti, le motivazioni profonde? Anche il grande Huizinga scriveva: per la conoscenza della civiltà di un’epoca l’illusione stessa in cui hanno vissuto i suoi contemporanei ha il valore di una verità.

 

36. Credo tanto a queste conclusioni e alla importanza di queste domande che fin dal principio mi sono arrischiato a condividerle; cercando, quando mi veniva la voglia e quando occorreva di approfondire, i punti particolari della mia indagine verbale. Dico ricerca verbale, piuttosto che discorso. Perché la mia è proprio la richiesta verbale della verità, di una verità concreta in merito a un fatto specifico. Specifico e delittuoso.

Ho concluso poco, ma mi sono aiutato a chiarire il significato di altri termini che si usano spesso e in fretta; di termini che potrei ancora definire parole/valore. Sono questi – desidero ripeterli –: pazienza, violenza, potere, morte, verità, libertà, giustizia. Questo fiume di parole parole parole – termini che arrivano a coprire le cose come corazze – dovrebbe portarci a delineare meglio l’attuale geografia sentimentale e culturale dell’uomo. L’uomo, il singolo uomo, come terreno di caccia. L’uomo come impatto violento contro di sé per aiutarsi a scoprirsi; l’uomo come memoria; l’uomo come storia; l’uomo come giovinezza e anche, l’abbiamo già considerato, l’uomo come stanchezza; l’uomo come morte. L’uomo come morte dell’uomo. Mi pare un punto eccezionale. Non la morte come morte dell’uomo ma viceversa, a canali rovesciati. In questo modo non solo si contraddice e anzi si capovolge con chiarezza il vecchio rapporto ma si instaura un sistema di indagine morale assolutamente nuovo. Alla domanda secolare: perché devo morire? oggi sostituiamo la seguente, che ha mille implicazioni: come devo morire? Così tocchiamo non il risvolto dei sentimenti, che è sempre edificante, ma un punto di riferimento certamente nuovo ma soprattutto dinamico; quindi un metodo. Come devo e come posso morire, oggi? Di pugnale? deriso? accoppato? annegato? avvelenato? stretto nella calca, anonimo e indifferente, quindi un morto stritolato? Tutto sta, ripeto, a sciogliere il nodo di questa domanda che è poi un problema generale. E si riferisce in sostanza all’uomo. L’uomo, cos’è? Cos’è diventato? Ecco che siamo più avanti nell’incertezza e nella curiosità dalla ragione, molto più avanti della sua lucida tranquillità. L’inquietudine fa aggio sulla certezza. O sulle certezze.

Non ci domandiamo ormai più, come capitava da secoli, l’uomo chi è. Ma, ripeto, quello che è diventato oggi. Si vedono molte barbe; sono del Sessantotto? fino a poco fa sembrava, ed era in effetti così. Adesso anche questo segnale comunica altro. Non è meglio definito. Si è spappolato.

Avere la barba non è più indice di grandezza, o indice di gradimento. La barba ce l’ha anche la polizia, voglio dire il poliziotto che si infiltra; la barba ce l’hanno i professori della clinica universitaria, ancora giovani. I preti dell’Est. I giuocatori di calcio in serie A. Sono barbe nere. Barbe significanti, perché sono giovani barbe. Ma non comunicano affatto date, avvenimenti né suoni particolari. Sono barbe che vengono dal mare. Tragicamente silenziose; anzi, direi che sono silenziose in modo capzioso. Hanno scelto loro di non comunicare con la storia precisa dei fatti, di essere elusive, imprecise, metafore vaghe. Hanno scelto loro di comunicare l’approssimativo, con fredda discrezione. Non si propongono altro che di manipolare o mistificare ogni messaggio che abbia qualche precisione.

Faccio un altro esempio: le bluse, le giacche a vento, certi mantellucci per le donne, tutti sciammanati e schiccherati, le gabbane, le sottane alla zingara, i sandali di legno, le scarpe di gomma. Anche questi oggetti sono dei deterrenti della comunicazione sociale: si propagano da un clan, determinano segnali continui e omogenei di riconoscimento o di identificazione che potrei in questa sede esemplificare così: io sono questo e voglio essere questo. Questo mio elemento scioglilo in un bicchiere come un’aspirina frizzante. Leggerai sull’acqua la mia paternità e il mio sogno.

Solo che tutto ciò poteva essere vero in passato, anche in un passato molto prossimo ma non è più vero oggi. Oggi la confusione si è sovrapposta alla legittimità dell’identificazione. Il segnale non ha più referenze precise ma ne ha una sola, di proposito molto imprecisa. Svia, vuol sviare; in una parola, tende a fregarti. Per questa ragione l’incertezza nei riguardi della comunicazione è assoluta.

 

37. Ancora un esempio, questa volta memorabile. Il papa Paolo VI è morto. Il nuovo papa Giovanni Paolo I è morto. All’improvviso. A quell’ora del mattino pochi lo sanno, molto pochi. La mia città, che non è Roma, ignora la notizia. Non ha ascoltato la radio. Certamente non tutti; perché alcuni la sanno. Il mio giornalaio, che conosco da tempo, è pieno di umori sottili, ed è abituato a sfiorare con un’ironia molto acuta le cose; inoltre come dilettante fotografo ritrae gli alberi morti come fossero sculture di pietra, voglio dire con una ferocia piena di entusiasmo e di curiosità. Nel suo chiosco le sue fotografie appese sembrano il resoconto di una battaglia appena finita, con i corpi dei soldati uccisi fra il fieno. Bene. Il giornalaio dice: anche questo papa doveva morire. Lo dice sorridendo e mi guarda. Lo ascolto, perché io non so che il papa è morto e aspetto la continuazione della storia. Ma il giornalaio ripete con un sorriso quieto che il papa è morto. Un cliente che mi è vicino prende anche lui a volo lo scherzo e dice che l’avranno avvelenato. Il giornalaio ha smesso di sorridere. Si sforza di darci la primizia di una notizia sorprendente; noi lo respingiamo. Lui è serio, nella sua tristezza piena di ironia; noi siamo sciocchi, nella nostra ironia che non ha tristezza. Quindi non solo non ha verità, ma non la vuole, non la cerca. Così la comunicazione diretta e abbastanza immediata di una notizia importante, fuori dall’ordinario, non si realizza; rimane interrotta. E senza l’informazione di questa morte, che respingiamo, restiamo nella nostra ignoranza; mentre il giornalaio resta nella sua conoscenza, che non può esserci comunicata.

Come può accadere una cosa simile in un tempo in cui, sembrerebbe, tutti sanno ogni cosa di tutti? In un momento in cui niente, nelle linee generali, resta precluso? e il vero problema è rovesciato, cioè è il problema dell’ingorgo programmato della comunicazione? Dare tutte le notizie contemporaneamente equivale infatti a non darne neanche una, le notizie si accavallano, si sovrappongono, si mescolano friggendo, non producono che gemiti e brividi; quasi un mormorare rabbioso difficile tanto da decifrare che da integrare.

 

38. Chi ha il giuoco in mano conosce l’uso di ciò e ha modo di ridere, rassicurato. Ma il giornalaio? E qual è il senso di questa piccola storia? Mi domando la ragione del rifiuto a voler ascoltare come possibile questa notizia. Il punto vero è che non l’ho accettata neanche un istante come una probabilità di verità; l’ho cancellata immediatamente; poi l’ho ripresa soltanto quando ho pensato a uno scherzo. Questo dimostra ancora una volta, in un episodio privato, che l’uomo contemporaneo è tutto da conoscerò nei suoi limiti patologici o biologici; limiti di incredulità, di reticenza oppure di resistenza nell’arbitrio e nella tradizione; mentre è calato dentro a strutture sociali e culturali che al contrario sembrano non soltanto incrinate ma addirittura sconvolte dal rinnovamento in corso. Infatti quando capita qualche occasione straordinaria, ci accorgiamo che restiamo presi dentro ai pregiudizi abituali. Come un rumoroso gregge di pecore.

C’è, a mio parere, una indolenza culturale tradizionale in questo rifiuto di ascoltare e di sapere aspettare. Nel rifiuto tutto sentimentale, per niente razionale, di fare aderire anche per semplice curiosità l’imprevisto… come dire? alla pazienza di ascoltare. Perché non ci sembra ancora possibile che una cosa appena compiuta possa essere discussa di nuovo o, peggio, possa essere buttata via e cancellata. In quanto i dati tradizionali proposti da questa cultura arcaica, che ci resta addosso come un’ombra (è tanto leggera che a noi sembra invece di averla già scaraventata lontana), ricordano che il tempo è lento, si svolge a stagioni, a mesi; e tali e quali devono risultare le occasioni e i fatti legati alla nostra vita.

La morte di un giovane è intollerante in quanto è la morte di un giovane; non ci fa pietà ma ci meraviglia; offende perché si scontra con l’esperienza normale, che ogni giorno ci racconta come il giovane debba vivere e il vecchio morire. Così fatichiamo ad accogliere la notizia di una morte che non entra nei termini di una vita consumata regolarmente. Questa notizia prima la palpiamo e la manipoliamo, come una mela, per saggiare e odorare se è matura. Una mela raccolta sotto l’albero, non staccata dall’albero. Il vecchio è bene che muoia – dicono – è il suo tempo. Il compianto è definito, il rituale è antico, i pensieri restano intatti; niente è sconvolto. La morte di un vecchio scuote il vento della memoria. La morte di un giovane, che si può solo raccontare ma non si può ricordare, suscita umori rabbie pianti che non sappiamo contro chi sfogare.

Ma la morte di un papa? Una morte così regale? La morte di un papa è la morte di un uomo importante e produce due ordini di pensieri (oppure si può affermare che induce a due ordini di sentimenti): a scegliere i numeri per il lotto, con la ingegnosità dei napoletani, che si scatenano in alchimie raffinate e fantastiche, o a cercare di prevedere direttamente chi sarà il successore. Il papa morto è sempre una metafora sovrapposta a un’altra metafora.

 

39. La metafora della morte – in quanto il papa non muore in terra ma va a popolare il regno dei cieli – è la metafora della nuova potenza e della nuova umiltà, che tendono a esprimersi col quadro tutto dipinto del nuovo pastore. Questo è sempre così vero, nella incredibile varietà di sfaccettature e di atteggiamenti, da lasciare l’amaro in bocca. Perché in quelle situazioni ogni cosa avviene tramite segnali al limite dell’assurdo, ma che sono comunque segnali carichi di una terribile carica espressiva; quali il fumo nero o il fumo chiaro, la tiara che deve essere soltanto bianca bianca senza altre frange, il rituale misurato e musicale dei movimenti, l’ordine con cui i prelati agiscono in spazi ristretti dentro a enormi vuoti; tutto di fronte al mondo. Un occhio che perfora.

Questo comunque sottintende la ricezione e l’accettazione della morte del papa come una morte che è realmente accaduta. E che può essere immagazzinata dalla nostra memoria insieme a tutti i piccoli dettagli della nostra vita.

Ho ancora davanti agli occhi quel mezzo sorriso disperato e impotente del giornalaio che cercava di avvertirmi con parole che nell’occasione erano inutili. Voglio dire: parole inutili per convincermi ad ascoltarle. Il papa è morto. La notizia gira. Tutto il mondo comincia a sentirla, tutto il mondo si ferma ad ascoltare. La notizia è sorprendente ma è vera; io non la ritenevo una notizia possibile perché si scontrava con la certezza ovvia che il papa, essendo un papa nuovo non potesse morire. Che non potesse morire in questo momento. Come non può scadere in fretta una cosa che l’abitudine ha riconosciuto destinata a durare per il tempo necessario.

 

40. Con questo esempio volevo dire che ormai non riusciamo ad accettare neanche la morte, se ci arriva con vesti diverse. La rifiutiamo non per paura ma perché intacca l’ordine e l’abitudine dei nostri pensieri e della nostra disperazione. Che esigono un certo ordine. La nostra è una disperazione abbastanza permanente, dovuta a solitudine. La rimozione è affidata a strani complicati segnali della nostra memoria e del nostro cuore. Sono segnali che non riusciamo quasi mai a decifrare; e che soltanto in qualche occasione riusciamo a individuare.

Ma dicevo che la disperazione è dovuta a solitudine; quasi sempre. Una solitudine di due tipi: per mancanza di un contatto con la gente e per mancanza di un rapporto con le idee. Dico meglio: per mancanza di fiducia nelle idee.

Di strane architetture della conoscenza ai nostri giorni ce ne sono parecchie in giro; ma neppure una dura per tutto un giorno. Si reggono male sulle gambe, si afflosciano come un castello di carte. La fragilità di tutto nel senso della durata, anche delle cose che all’inizio promettono di resistere almeno per un poco, è la caratteristica del nostro tempo. D’altra parte mai, negli anni passati, è stato permesso a tanta gente di provare e sperimentare tutto, come capita oggi.

Oggi se vuoi fare qualcosa puoi subito cominciare a fare, avviarti; ma poco dopo, se non ti affidi alle norme, ti bloccano con scuse fredde e convincenti. Ti fermano e ti sviano. Succede anche in politica, che è un campo minato. Ogni volta che uno appoggia il piede per terra rischia di saltare in aria. Tutti sono divisi in gruppi grandi o piccoli, in semigruppi, sottogruppi e così via; la vicinanza è data esclusivamente dalla convenienza, dai piccoli rancori, dai piccoli favori; mai da convergenza di programmi, da amicizie culturali, da affinità ideologica, dalla volontà di battersi per migliorare le cose.

 

41. Anche gli uomini che contano, quelli più rappresentativi, non sfuggono a queste categorie. Si seccano dentro come gli alberi sotto lo smog e gli amici, i collaboratori o i parenti cominciano ad avere riscontro di questo processo di inaridimento dal pallore del volto – bianco grigio, bianco cenere, con sfumature levigate di verde sotto gli occhi – e da una lentezza gestuale che li rende simili ad animali schiantati da una lunga prigionia.

Dentro a questi occhi velati da una patina gelatinosa non si legge disperazione o rabbia ma la voglia ansiosa di dormire; la voglia di sonno. Il sonno non come riposo a lungo rimandato, ma come un luogo in cui rintanarsi per scappare da legami di vita che conducono alla noia senza speranza o a un immobilismo spesso tragico. Vediamo insomma sulla loro faccia una mescolanza indescrivibile di paura, stanchezza, rabbia consumata a metà e follia che sta crescendo; quasi una tromba d’aria che si prepara. Cosa accadrà? Dove si scaricherà?

L’animale fra le sbarre di uno zoo o di un circo è simile al politico incallito. Entrambi sono sottoposti alle nebbie di una malinconia persistente che non si riesce a contenere; anzi, che si allarga come il cratere di un vulcano in eruzione. Può esplodere in un disastro o può uniformarsi in una glaciazione. Può essere spessa come cemento oppure trasparente come un cristallo. In ogni caso si deve alimentare di pazienza. Dato che per l’animale in gabbia o per il politico che sta crescendo, aspettare è sostitutivo di vivere.

Staccati da questi rapporti condizionanti della vita quotidiana, l’animale ingabbiato e il politico tendono a qualcosa che non è ancora definito ma soltanto sognato. Sognato, non immaginato. Nulla che abbia dei contorni, niente di specifico, di palpabile; che sia fra noi. La libertà, per gli animali, è un vento, un suono, un’acqua, il sapore di qualcosa. Un leone che si lecca le labbra è libero. Sapore, odore. Una mescolanza che non riesce e inebriare e a scuotere ma è presente come un incubo in questo divagare dei sentimenti e della memoria.

 

42. Invece in questi politici non c’è un anelito segreto a qualcosa di libero e di lontano, nel senso normale delle cose. Il loro punto di riferimento è una progressione costante nel cuore del potere. Anche quando il potere si può riassumere, per parecchi di loro, nel potere locale, nel potere cittadino, municipale; nell’autorità conquistata e sudata dentro a un piccolo centro che poi li ha sbattuti a Montecitorio. Per altri invece può rivolgersi nei luoghi dove questo potere è più pressante e imponente, più fantasmagorico; sia pure nella indeterminazione delle sue apparenze.

Infatti noi parliamo sempre di un potere, o del potere – termine a cui ho fatto riferimento più volte nel corso di questo discorso – ma non riusciamo a identificarlo con correttezza in una realtà che sia visibile, consistente; e questo perché mancano gli strumenti. Per esempio: un capo di governo ha il potere effettivo di fare o disfare? No; direi che ha solo qualche potere. Allora il potere di fare e disfare l’hanno i capi dei partiti? I magistrati? I banchieri? Gli industriali? La chiesa con i cardinali? L’esercito con i generali? La marina con le barche? L’aviazione? I medici? Gli agglomerati eversivi? Sembra che nessuno abbia questo potere fino in fondo. In altre parole: sembra che nessuno possa gestirlo completamente da solo, senza la collaborazione, la partecipazione, il consenso degli altri.

Perciò si potrebbe dire: il potere è un ammasso di forze, anche contrastanti, che mescolandosi per gestirlo diventano dure e intaccabili; in funzione di un maggior potere personale che consenta di portarne via agli avversari; siano nemici convinti o soltanto concorrenti.

A questo punto la democrazia potrebbe apparire una pia illusione; potrebbe sembrare la disperazione di un potere che vuole crescere e la speranza del popolo che non si vede ancora cresciuto. Credo che la democrazia tornerebbe ad essere un bene reale e non una parola nel vento se fosse la speranza dal potere e la disperazione del popolo.

 

43. Dico anche questo, rifacendomi a precedenti utopie che il tempo corrente rende sempre meno sfuggenti e più realistiche del pensabile: il potere reale appartiene a uomini o a gruppi che in autonomia di decisioni e di tempo possono, se vogliono, riscrivere la propria storia passata per adattarla a ciò che vogliono e si propongono in questo momento. Dunque il potere reale, si potrebbe dire, appartiene a quegli uomini che possono adattare i segnali.

Poter modificare la conoscenza delle cose accadute con una serie di modificazioni che passano sotto il segno della novità culturale è, a mio avviso, l’apice di una gestione assoluta del potere. Che può anche non essere – e in effetti molte volte non è – totalitario; con quel peculiare e immediato disprezzo per le novità delle idee che il totalitarismo mette sempre in campo. Invece può essere un potere accattivante all’apparenza, con dolcissimi modi. Un potere che modifica con garbo e recrimina con convinzione; che giuoca a dare falsi sollievi. E un tale giucco, straziante, trova sollievo e forza. Paternalistico, calcolatore, con una pietà frigida che si adatta a tutto e a niente. In questa varietà di elementi, che alcuni potrebbero definire pirotecnici, ci si muove con la sensazione di sfiorare più la commedia che la tragedia; più la breve malattia che la morte; più un piccolo museo degli orrori che il vero lager dell’infamia. Si lascia che ciascuno di noi giudichi alle volte da solo e alle volte in balia dei venti, tanto che ogni conclusione finisce per uniformarsi; e le varianti, se ci sono, vengono contestate e punite. Addirittura vengono cancellate.

Fuori dalla norma c’è il campo dell’emarginazione, che sembrava spopolato o in via di spopolamento; e questo per una illusione ottica, non perché le cose fossero migliorate. Bene, questo campo torna a inzepparsi di voci, di lamenti, di rabbia.

Dato che manca il riferimento più probabile per una lettura omogenea o dispiegata della realtà – che al contrario è tanto contorta da rendere impossibile alla maggior parte delle persone di raccapezzarsi. E che manca qualsiasi punto di riferimento al vertice – nel senso che non potendosi garantire la vera libertà, si propone di volta in volta una parte della sua ombra, sfilacciata come una canna bagnata. E i politici, per aver scelto di essere politici e di vivere sulla improvvisazione delle parole, debbono fingere che quella ombra si palpa e suona canta balla e si può anche mangiare.

Questo obbligo alla finzione dei sentimenti rappresenta l’offesa più dolorosa che il lavoro politico fa all’uomo politico. Si possono, alle volte anche si debbono, fingere le idee; applaudirle quasi fossero ancora al palo di partenza, allenate e pronte a battersi per un record; mentre l’uomo che sta dietro, lo starter di questa corsa al massacro, sa che il record non può esserci perché queste idee sono debilitate dalle manomissioni, poco allenate alla corsa, con scarso mordente a dichiararsi. Sa che le notizie hanno raggiunto anche i cronometristi e i giudici disposti sulla linea d’arrivo. Ma non si può in alcun modo e per nessun risultato, di questo sono convinto, fingere in pubblico lacrime vere mentre di dentro uno se ne frega.

Questa manfrina non è teatro, non è spettacolo, non è neppure un processo ironico sulle cose. È mediocrità, vigliaccheria; autentica vigliaccheria. Arrivo a dire che può compiersi soltanto per denaro. Molto denaro.

 

44. C’è un altro aspetto da codificare, in questa corsa sugli altipiani del potere ufficiale. Indipendentemente che sia usato in questo o in quel modo e rappresenti la conclusione di percorsi diversi, fatti recenti hanno dimostrato che il potere in quanto tale ha una sua violenza ambigua indecifrabile ma insopprimibile, con cui riesce a sopraffare gli stessi uomini che sono arrivati al vertice, quindi non dovrebbero sottostare più ad esso ma dirigere e imporlo.

Un esempio: ancora quel papa morto dopo un pontificato durato poche ore, ucciso dal male del secolo, l’infarto. Un male sociale, dicono, il male dei super sfruttati o dei superdotati nel senso manageriale. Infatti non è scritto in alcun luogo che il potere o la ricchezza si raggiungono senza essere sottoposti a un bombardamento di emozioni e di soprassalti psicologici da schiantare un sasso. Questo è vero. È anche vero che i capi, i veri capi, cercano di avere diagnosi periodiche e segrete sulla loro salute, sottoponendosi a continue verifiche che tendono a prevedere e a tranquillizzare. Tuttavia le conoscenze mediche, nonostante gli slogans, sono ancora abbastanza approssimative e non sempre le conclusioni danno affidamento. Lo affermano gli stessi scienziati.

C’è un margine di incertezze che molte volte si popola di episodi allucinanti. Sarebbe il caso di riportarli a galla e di descriverli ma non è mio compito e tiro avanti. Dicevo che la morte del papa in quel modo ha cominciato ad aprire una serie di interrogativi, in riferimento non solo all’autonomia ma alla capacità di durata che i gestori di questo potere possono assicurare. L’elezione di un papa, come avvenimento di alta teatralità, è sconvolgente e coinvolgente nello stesso tempo, specie dopo l’avvento della tivù a colori. A mio parere è forse il più grande spettacolo popolare disponibile nel nostro secolo – almeno per gli anni che ci restano.

La chiesa nel suo rituale millenario ha toccato vertici ineguagliabili di sapienza registica e di invenzione calcolata dei particolari per raccontare le proprie vicende e la propria storia. Ma se all’inizio attingeva a piene mani nella fede e nella memoria delle cose passate per distribuire i pani della sapienza e della potenza, oggi può usare con modernissima spregiudicatezza la cronaca; può scendere ai dettagli della cronaca per raccogliere un consenso più immediato attraverso un linguaggio rapido ed efficace. Basta guardare al progresso raggiunto dalla chiesa nel campo della comunicazione di massa, e considerare che ancora all’inizio degli anni Cinquanta parlava latino. In poco tempo, dimostrando un’agilità imprevedibile ai profani e una capacità di risoluzioni e di adattamento alle circostanze da lasciare di stucco, ha compiuto un autentico miracolo.

Sì, potremmo parlare di un rinnovamento conclusosi tanto rapidamente da sembrare miracoloso; e il miracolo è una lingua nuova, per comunicare immediatamente con tutti; questo senza ricevere e senza dare traumi: con una violenza dolcissima, insinuante. I suoi canali di comunicazione non si sono bloccati né inceppati; al contrario, si sono allargati, coinvolgendo altri ascoltatori interessati o soltanto curiosi. Ascoltatori o spettatori. L’elezione del papa dal brevissimo pontificato è stata raccontata con immagini televisive di grande suggestione; ma ripeto ancora una volta che difficilmente si riuscirà a eguagliare in uno spettacolo di massa, la semplicità del funerale di Paolo VI.

Ogni cosa era disposta con lo spasimo della ragione: l’allineamento dei cardinali in colori da Cinquecento pieno; la piazza in una controluce che sembrava posarsi sulle cose sfiorandole; gli spazi aperti che in ogni momento sembrava tendessero a restringersi intorno alle persone, suggerendo il sentimento di un movimento che non riusciva a consumarsi. La bara appoggiata a terra, sola, e sopra il Vangelo. E sul Vangelo la conclusione straordinaria della speranza della vita e della morte, la ripetizione di tutto: infatti un vento di uguale intermittenza, quasi mosso dal volo di un piccione o dal respiro di un cuore, smuoveva le pagine una per una; le sollevava adagio, le scuoteva; le voltava. Sembrava che un angelo, seduto sul legno, cantasse le parole bisbigliando mentre si lasciava inondare dal tramonto.

Mi chiedo cosa si potrà aggiungere negli anni a venire alla completezza di quelle quattro ore di spettacolo sacro in piazza. Dopo questo potremo dire che bisognerà ricominciare da capo a fare le cose. Ricominciare da capo vuol dire, secondo me, che bisogna trovare un altro linguaggio. E siamo già nel duemila.

 

45. Inventare, cioè costituire o costruire con un insieme di norme un nuovo linguaggio, è la conferma di necessità sconvolgenti per il futuro. Sconvolgenti nella loro complessità e nella loro novità. Ma altrettanto difficile riuscirà trovare regole diverse anche per i detentori del potere reale; per i signori della guerra.

Si è visto che un uomo solo non potrà più reggere il potere, senza l’accompagnamento effettivo e non solo formale degli altri. Si è visto che il potere prossimo venturo sarà un potere di gruppo; un potere senza identificazione, senza nome. L’infarto che per la prima volta nella storia millenaria della chiesa ha ucciso dopo pochi giorni un papa non ancora vecchio, lo conferma. E documenta anche in questo campo che la prima esemplificazione, per la complessità del problema, ci è proposta ancora una volta da una antica istituzione che nel suo progredire dentro a mille contraddizioni sembra la cittadella dei miracoli pratici e immediati.

Riusciremo anche noi ad adeguarci? Quanto è più calcolato, pesante, preoccupato – nel senso di una durezza goffa e di una pomposità che resta appena abbozzata – il personaggio di un altro potente in terra, Breznev; molto ammalato, sempre tutelato e irrigidito in una meccanicità corporale che sembra arrugginita. Il riferimento porta su strade divergenti, per ridursi alla fine a considerazioni calate dentro alle cose immediate e non affidate alla novità delle idee e delle persone.

Il potere politico, in quanto a invenzioni e a intuizioni nuove, si è lasciato sopravvanzare e distanziare notevolmente dal potere religioso. Con realismo dobbiamo prenderne atto per considerare la situazione in generale e per cercare di non sciupare le novità indicateci dal tempo con l’approccio a una cultura e a una fantasia inadeguata. Non possiamo permetterci di sbagliare, per non precipitare. Per non sbagliare dobbiamo avere il coraggio di pensare, di guardare, di parlare, di giudicare senza pregiudizi. Ecco dunque la ragione di questo intervento.

Se riesco a leggere e a raccontare la situazione, tanto in generale che in dettaglio, con un briciolo di spregiudicatezza intelligente; se fornisco qualche elemento molto preciso e molto concreto e concludo addirittura facendo due o tre nomi importanti – l’equivalente, cioè, di buttare un tizzone ardente in un pagliaio; bene, quella accesa e avviata è una reazione a catena che può produrre anche un terremoto. Liberando spazio e cuori, la verità profonda e particolare – che appartiene al singolo – aggiungerebbe finalmente al bisogno della verità generale, richiesta da tutti, anche il proposito di raggiungerla sul serio da parte di coloro che hanno in mano il potere.

So bene che così facendo io blocco la nostra cronaca su un precipizio che non lascia vedere il fondo. Ma la morte tragica di un collega è il riferimento più concreto e anche più urgente alla necessità che queste cose siano dette e alla svelta. Per questo ho domandato di essere ascoltato e di essere aiutato a parlare.

 

46. Guardiamo in giro. Consideriamo la situazione. Mai un consorzio civile in questo secolo è apparso più scollato del nostro, in questi ultimi anni. In questi ultimi dieci anni. Come fate a resistere? ci chiedono all’estero. Sono anche sorpresi. In realtà la situazione interna, più che scollata, come appare in superficie, è molto complessa e per alcuni aspetti anche interessante. Oltre a essere preoccupante, quando affondiamo l’analisi dentro le strutture e ci accorgiamo di alcune verità profonde, non appariscenti a una prima occhiata.

Sembra che ci sia il caos e invece abbiamo una libertà maggiore di quanto noi stessi riteniamo. Libertà condita di licenza, mescolata all’approssimazione, certo; ma pur sempre una libertà. Diciamo che non c’è altrove, così svestita. Altrove, dove la libertà ha corso, è più ordinata, più regolare, più annoiata o più subdola; quindi non è una libertà nuda. Qua da noi c’è un frastuono assordante, spesso anche opprimente; ma dentro ci si infiltrano le varie libertà necessarie; che sono, ma soltanto qualche volta, anche libertà godute.

È evidente che procedo per approssimazioni; ma né riduttive né troppo semplificate. Ho lo scrupolo di cogliere e circoscrivere il cuore del problema. Dunque questa libertà non è concessa dall’alto ma è difesa dal basso. In ogni momento è contestata e grattata via da chi sta in alto mentre è difesa, con molta determinazione, dal popolo; meno trasandato di quanto si dice, soprattutto nei riferimenti dei fatti della politica. Bene; è da questo tira e molla che nasce il trambusto del nostro paese. Il quale ha, da secoli; da almeno due secoli, una base straordinariamente attiva e vigile – nel senso della vitalità – e una testa famelica e sconsiderata nella sua avidità che è arrogante.

I governi di questo paese del sole sono sempre stati deprimenti; basterebbe ricordare il pio Giolitti, che amministrava per la borghesia lacrimando come il coccodrillo della favola sulle spalle del popolo mentre lo sferzava. La sua solidità di nordista tutto d’un pezzo – applaudita nei testi scolastici, a destra e a sinistra – è ripugnante; tantomeno è da glorificare o da celebrare. Lo stesso capita ai giorni nostri. Il popolo cresce in voglie? allora va mazziato. Cresce un poco per volta, da vent’anni? va mazziato da venti anni. Certo, da ogni parte, si consumano vagoni di parole per lodare il popolo, promettere al popolo, lisciare il pelo al popolo. Ma quando si dovrebbe concludere, le parole non contano più e i fatti sono sotto gli occhi: e così le leggi, mille volte promesse e mille volte rimandate. Al limite, quando non è più possibile aspettare, bombe rapimenti sparatorie droga ricatti. Sembrano racconti del Cinquecento, descritti dalla penna di Stendhal. Sono mille i killer che hanno vestiti diversi per ogni occasione. Ma volendo sarebbero facilmente identificabili. Così l’appuntamento con la storia – nel senso di una reale promozione sociale – è di volta in volta rimandato.

 

47. Il popolo si avvicina al potere ma lo intravede appena perché è subito rimandato in un angolo. Non è ancora il tuo tempo, gli dicono. Non dai ancora affidamento, gli dicono. Affidamento a chi? Al ladro che ruba dirigendo l’industria di stato? al professore che ruba sulle tasse? al banchiere che semina nel campo fatato i suoi zecchini d’oro per Pinocchio? Tutti, invece, sono pronti e concordi per ammonire promettere insegnare sorridere. Al popolo. Il panorama, in questo senso, è molto irritante. I giovani sono incazzati; i vecchi, avendo il mondo sulle spalle, cominciano a sentire il peso degli anni. Vediamo poi in questa società aperta, nel senso dell’ospitalità concessa agli altri, un va e vieni di personaggi di ogni risma provenienti dall’estero che fanno del nostro paese, di Roma e Milano in particolare, la sede per ogni traffico o per ogni delitto. La droga, lo spionaggio, il traffico d’armi, la tratta delle donne, i rapimenti. Sono cinque le piaghe d’Italia in questo momento. E non c’è modo di poterle curare. Se qualcuno ci prova è fatto fuori, dopo il primo ammonimento.

Eppure bisognerà, cominciare a riannodare i fili di una indagine penale che leghi questi fatti e questi atti criminosi a persone specifiche o a gruppi specifici; perché altrimenti non miglioreremo; anzi, la situazione peggiorerà e la libertà che c’è, anche se mescolata al delitto, si spegnerà del tutto e diventerà vergogna e prepotenza.

Come si può aggiustare questo stato di cose? Credo d’averlo indicato, indirettamente e magari con troppe deviazioni, anche se con deviazioni necessarie, nel corso di questo intervento; segnando i punti fermi su cui bloccare la discesa verso il caos del nostro paese; e nello stesso tempo indicando anche le crepe, le frane. Un punto fermo è il seguente, a mio parere: la necessità, non più rimandabile, che i partiti e i politici comincino ad operare fuori dal giuoco delle relazioni ufficiali; fuori dalla norma, resa glaciale da una abitudine di troppi anni e che si compone di approssimazioni, di reticenze, di rimandi, di mazze parole, di allusioni. Per il popolo, di una presa per il culo.

È così che ci troviamo scoperti e disarmati, noi politici, quando decidiamo di passare in qualche modo all’attacco; o quantomeno, di affrontare la realtà. La qual cosa vorrebbe dire: quando decidiamo finalmente di fare ciò che dovremmo sempre fare e che abbiamo dimenticato di fare. Infatti, in quel caso, disturbiamo un po’ tutti; li sgomentiamo; li terrorizziamo. Dato che siamo ormai abituati al piccolo cabotaggio, al breve sonno, a muoverci secondo le regole concordate. Chi disturba, prima è zittito poi è scalciato, alla fine è abbattuto.

L’uccisione del nostro grande collega è dipesa da ciò? Certamente, anche se non credo che sia stata una esecuzione per mandato generale. Sarebbe sciocco pensarlo. D’altra parte non credo che si potrebbe anche volendo, con una situazione composita come quella che ci sovrasta. Allora da chi?

Usando un termine giornalistico direi: da certi settori del potere politico e del potere economico, intrecciati. Con l’aiuto dei soldati di ventura che bazzicano sotto diverse bandiere sul suolo italiano.

Personalmente non mi faccio scrupoli ad essere sommario, in questi giudizi e mentre mi avvio alla conclusione. Gli esecutori sono di bassa lega, i mandanti potrebbero anche essere i soliti, mezze figure con diverse maschere. In un rapporto così diretto e senza inciampi, a chi si vuole punire può capitare di tutto. Il nostro collega poteva essere rapito e quindi liberato. Poteva essere ricattato, sparato alle gambe, diffamato. No, è stato pedinato sorvegliato e ucciso.

L’esecuzione ha stabilito qualcosa di più che una semplice punizione contro un solo responsabile. Ha voluto rendere pubblico, sotto forma di un esempio micidiale, una minaccia per tutti coloro che non stanno dentro alle norme. Tutti possono parlare, bla bla, ma cercare dentro alle cose per vedere se c’è un po’ di verità, no. Questo no. I fatti non possono né devono seguire le parole. Alle parole è permesso tutto, tranne che fare i nomi. Dunque, finché restano parole, parole che volano nel vento.

 

48. Uscì di casa alle 8 e 30 del mattino, salì sull’auto con autista, era senza scorta. Si fermò in una libreria appena aperta, di cui non ero cliente, per acquistare un’opera recente. Per l’esattezza, il Dio crocefisso di Moltmann. Risalì in macchina, l’autista si avviò verso il Ministero. Quella mattina era in programma una riunione per decidere in merito alla riduzione del tasso di sconto; poi alla Camera all’ordine del giorno era sognato il dibattito sulla fiducia al governo. Se il governo cadeva si andava alle nuove elezioni. Questo era temuto e non voluto.

Il collega era deciso ad andare fino in fondo; quindi avrebbe indicato pubblicamente, per l’occasione, come complici dentro al governo, alcuno persone importanti, direttamente responsabili dell’assassinio di due ex-deputati che erano stati uccisi per aver deciso di opporsi a una speculazione edilizia senza precedenti nel lungomare di… Speculazione che alcuni ministri non solo caldeggiavano ma alla quale, era noto, partecipavano in diretta.

Il fatto in sé non usciva da una normalità repellente, a cui da trent’anni di un certo potere ci eravamo quasi abituati, senza però stancarci. Invece usciva dalla norma che i ministri in causa fossero fra i più accaniti fautori del mantenimento dello status quo; e che al mantenimento di questo schieramento politico fosse interessata, molto interessata una grossa fetta del potere economico. Insomma, non si doveva muovere foglia senza che costoro volessero. In quel momento, se le acque si fossero agitate, era la rovina politica e finanziaria sicura per parecchia gente che contava. D’altra parte, che ci fosse un uomo autorevole deciso a fare dei nomi era un pericolo; era un pericolo straordinario e addirittura orribile. Perciò l’assassinio.

 

49. L’opinione pubblica abituata a uno stillicidio quotidiano di sparatorie di ogni genere e di morti di ogni genere non ci avrebbe badato più del solito se questa volta – come ho fatto notare all’inizio del mio intervento – la regia del delitto non avesse fatto calcolo proprio sulla necessità di sorprendere e impaurire. Quasi che un po’ di violenza dovesse toccare a ciascuno perché colpevole di essersi fatto qualche illusione su un cambiamento reale delle cose. Questa volta doveva risultare un coinvolgimento nevrotico collettivo, per ragioni tattiche determinate. Così è stato, in parte. E per un po’ di tempo.

Poi qualcuno ha cominciato a riflettere, a convincersi che non si poteva più tacere. Che tacere significava a propria volta morire. Il silenzio sarebbe stato un colpo di pistola in fronte. Perciò morte par morte, era più giusto e direi più economico parlare. Infatti per un uomo politico la giustizia è unita all’utilità, quasi sempre. Naturalmente una utilità pubblica. Quando si decide di fare qualcosa in pubblico è per tutti che si fa o si cerca di fare. Altrimenti si traffica in privato soltanto per se stessi. Salendo sul podio per parlare, in queste occasioni, è come salire sulla ghigliottina. Ma perdere la testa e meglio o almeno è più facile che smarrire le idee, la dignità; oppure buttarle via. Se il politico opera al servizio di tutti, come dovrebbe essere, è a tutti che deve rivolgersi e rendere conto.

In questa occasione, a conclusione di un discorso che ha svariato per molti rivoli ma senza divagare, l’uomo pubblico potrà fare a voce alta, scandendo le sillabe, alcuni nomi precisi. A voce alta, perché anche i sordi sentano. Scandendo le parole, per non dare adito ad errori, sempre possibili quando i nomi non vengono sillabati.

Colleghi, signori e signore, i tre mandanti dell’assassinio siedono in quest’aula e sono lì, due al banco del governo, uno in terza fila, bianco di capelli. Sono le eccellenze…

 

(Alla digitalizzazione del testo ha collaborato Stefano Cerè)

 

 

 

 

Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Scuola di lingue e letterature, traduzione e interpretazione, sede di Forlì.

Tesi di laurea in mediazione linguistica interculturale (classe l-12).

Le parole incrociate. Lucio Dalla e Roberto Roversi: nascita di un cantautore (1973-1976)

Relatore: Francesco Giardinazzo

Candidato: Claudia Luca

Anno Accademico 2013/2014

Sessione I

 

INDICE

1. INTRODUZIONE

2. Gli anni ’70: solo “anni di piombo”?

2.1. Il 1977 a Bologna

2.2. Radio Alice

3. La produzione Dalla-Roversi

3.1. Il giorno aveva cinque teste

3.2. Anidride solforosa

3.3. Automobili

3.4. Inediti

4. Come è profondo il mare: il capolavoro di Lucio Dalla

5. Conclusioni

6. Appendice I

7. Appendice II

8. Bibliografia

9. Discografia

10. Sitografia

11. Filmografia

 

***

 

1. INTRODUZIONE

 

Da sempre la canzone risulta difficile da classificare per natura e sviluppi, infatti:

 

Sfugge al dominio delle discipline, invadendo regolarmente ambiti che si vorrebbero scientificamente e politicamente corretti, esenti da ideologie e privi di quel risentimento e imbarazzo che spesso gli storici o i critici letterari, nonché i musicologi tentano di dissimulare nell’imparzialità dell’analisi e del giudizio sui documenti che si trovano tra le mani. Ma non sempre con successo1.

 

Il lavoro diventa ancora più difficile quando si tratta di affrontare la “canzone d’autore”, come in questo caso in cui si vuole dimostrare, attraverso un’analisi della collaborazione tra Roberto Roversi e Lucio Dalla negli anni ’70, l’evoluzione di quest’ultimo che potrà essere definito “cantautore” solo a partire dal 1977, con la pubblicazione di Come è profondo il mare. Con questo studio si è cercato di fornire un contributo, anche se minimo, all’argomento.

La tesi è composta da un primo capitolo (2. Gli anni 70: solo “anni di piombo?) in cui viene introdotto il contesto storico nel quale si inserisce la collaborazione tra i due artisti, quello degli anni ’70, che nell’immaginario comune vengono ricordati come “anni di piombo”. L’intento è quello di valorizzare questo decennio, evidenziandone gli aspetti più significativi quali il fervore culturale e la sperimentazione del linguaggio attraverso la nascita delle radio libere, con particolare attenzione al ’77 bolognese (paragrafo 2.1) e a Radio Alice (paragrafo 2.2). L’analisi della collaborazione tra Lucio Dalla e Roberto Roversi costituisce il cuore della ricerca (3. La produzione Dalla-Roversi). Sebbene di breve durata (tre anni), è fondamentale per la crescita del cantante che si ritroverà da solo, nel 1977, a scrivere il suo capolavoro. Il primo album analizzato è Il giorno aveva cinque teste del 1973 (paragrafo 3.1). Le due canzoni scelte per un’analisi più approfondita sono state È lì e Passato, presente: la prima evidenzia la straordinaria capacità descrittiva di Roberto Roversi, che attraverso una scelta terminologica intensa, è in grado di imprimere delle immagini vivide nella mente dell’ascoltatore. Il secondo brano è interessante dal punto di vista musicale e dell’arrangiamento, quasi impensabile per quel periodo. Il paragrafo 3.2 esamina Anidride solforosa, album nato dal progetto iniziale L’anno è un fuoco. L’approfondimento verte sulle canzoni Carmen Colon e Le parole incrociate. La prima canzone è legata a un particolare aneddoto che ha coinvolto i servizi segreti americani e Roberto Roversi, testimoniando ancora una volta la sua incredibile sensibilità e capacità descrittiva, mentre la seconda ricostruisce la storia dell’Italia post-unitaria attraverso episodi che dimostrano come sia sempre «il potere che offende»2. Nel paragrafo successivo (3.3), l’album Automobili segna la fine della collaborazione tra i due artisti, a causa di una censura da parte della casa discografica, accettata da Dalla e rifiutata da Roversi, che deciderà di firmarsi con lo pseudonimo Norisso. Nel quadro di un’Italia devastata dallo spopolamento delle campagne dovuto al boom economico e all’avvento dell’industrializzazione, due sono le canzoni che lasciano intravedere un barlume di speranza: Nuvolari e Due ragazzi. Il “mantovano volante” viene descritto come un eroe “buono” dell’automobile, apprezzato da tutti gli italiani che si muovono in massa per vederlo gareggiare. I due ragazzi protagonisti della seconda canzone invece si trovano nello scenario desolato di uno sfasciacarrozze nel quale, attraverso la riappropriazione della propria intimità, recuperano la loro dimensione individuale. Il paragrafo 3.4 è dedicato agli inediti raccolti in Nevica sulla mia mano, raccolta dedicata all’intera collaborazione Dalla-Roversi pubblicata nel 2013. Viene prestata particolare attenzione a La signora di Bologna, che richiama i temi già affrontati nell’album precedente e a Intervista con l’avvocato, una versione live non censurata di una sperimentazione del 1976 per il progetto Il futuro dell’automobile.

L’ultimo capitolo (4. Come è profondo il mare: il capolavoro di Lucio Dalla) celebra il primo album scritto interamente dal cantautore bolognese dopo la “rottura” con Roversi. L’intento è quello di sottolineare l’acquisita capacità di scrittura di Dalla dopo l’esperienza con il poeta e la sua straordinaria sensibilità riguardo ai temi sociali del ’77 in Italia. Lo studio procede in maniera circolare, concludendosi con un inno alla consapevolezza e alla libertà in un anno in cui questa libertà ci veniva tolta, come qualcuno aveva affermato dopo la chiusura di Radio Alice. Il principale intento della ricerca è quello di dimostrare come la canzone possieda una dignità poetica così come il cantautore, che scrive e musica i propri testi per poi interpretarli, non sia semplicemente un autore, ma qualcosa di più. Il rapporto tra poesia e musica presenta radici lontane, ad esempio «Dante, ogni qualvolta allude alla musica ne parla con competenza, come uno che conosce bene l’argomento per esperienza e per risultati»3.

Il testo presenta una prima Appendice in cui viene intervistato Antonio Bagnoli, nipote di Roberto Roversi e soprattutto erede della sua produzione, non solo in termini di manoscritti ma anche di sensibilità artistica e impegno civile.

Alla fine di questo percorso non posso che ringraziare il mio relatore, Francesco Giardinazzo, per avermi accompagnato in questo progetto nel quale per primo ha creduto e Antonio Bagnoli per la disponibilità e la piacevole chiacchierata nel suo studio di Bologna, senza i quali non avrei mai potuto prendere in considerazione gli spunti che mi hanno portato a intraprendere questa ricerca.

Un ringraziamento particolare va alle mie migliori amiche Lucia, Lucia e Michela che mi hanno sostenuto da Fermo e a quelle che invece lo hanno fatto a Forlì: Sofia, Valeria, Lucia, Giulia, Martina, Elisa ed Elisa.

Grazie alla mia coinquilina Annalu per l’interminabile sostegno e le sveglie mattutine e grazie a Iacopo per l’aiuto “musicale”.

Un ringraziamento speciale va Lorenzo, per la sua presenza costante e i rimproveri pieni d’amore.

Infine, un pensiero particolare va a mia sorella Alice e ai miei genitori, senza i quali non avrei mai potuto intraprendere questo percorso. La mia ultima dedica e questa tesi non possono che essere per loro.

 

Forlì, 16 giugno 2014

 

***

 

2. GLI ANNI’70: SOLO “ANNI DI PIOMBO”?

 

Lorsque avant la Révolution, je lisais l’histoire des troubles publics chez divers peuple, je ne concevais pas comment on avait pu vivre en ce temps-là.

 

(Mémoire d’outre-tombe, Chateaubriand)

 

Nei paesi occidentali la forte espansione economica del secondo dopoguerra è caratterizzata da un ampio accesso delle masse giovanili allo studio e al consumo. Così, in modo improvviso e fragoroso, nel biennio ‘66-’68 vari gruppi di giovani mettono in discussione i valori affermatisi dopo il successo economico, pretendendo di esprimere la propria soggettività individuale e collettiva. La contestazione parte dagli Stati Uniti e la spinta anarchica travolge l’Europa e il Giappone fino a scendere in America Latina, respingendo ovunque il modello sociale dominante. Negli Stati Uniti il movimento segue due filoni principali: quello della new left, che si muove tra un marxismo antiburocratico e un radicalismo estremo, e quello della hippy culture, «che pratica la non violenza, esalta il “potere dei fiori”, propugna una palingenesi totale, i cui valori sono affidati alle droghe leggere, al sesso, alle pratiche zen»4. Nel 1966 la ribellione studentesca esplode nel centro della Berkeley University in California, in opposizione allo stile di vita americano e al principio di autorità. Subito dopo saranno coinvolte tutte le grandi università europee, da Berlino a Roma e a Parigi, travolte dalle occupazioni, dai diversi episodi di guerriglia urbana e dai conflitti tra studenti e poliziotti. In Italia, dopo le occupazioni delle università nel 1967 e le grandi manifestazioni studentesche della primavera del ‘68 (sfociate con l’episodio di Valle Giulia, in cui per la prima volta gli studenti caricati dalla polizia accettano lo scontro), il carattere pacifico della protesta sembra esasperarsi in una sorta di culto della violenza5. Gli studenti hanno come modello il volto del “Che” Guevara ucciso in Bolivia e i vietcong che combattono seminando di insidie la giungla vietnamita. Tra la fine del ’68 e l’autunno caldo del ’69 il movimento assume una forte connotazione ideologica, dovuta al dibattito culturale di quegli anni: la figura operaia identifica l’arma della lotta e la massa operaia «l’interlocutore in grado di dare un impulso rivoluzionario alla contestazione»6. La centralità della figura operaia provoca all’interno dell’estrema sinistra un fitto germogliare di gruppi “extraparlamentari” come Lotta Continua e Potere Operaio, orientati verso la rivoluzione. Il 12 novembre 1969, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, una bomba esplode provocando 17 morti e circa 90 feriti: è la prima manifestazione del terrorismo che si oppone alla sinistra, con un oscuro intreccio di operazioni eversive che susciterà nel paese incredulità e paura. Nei primi anni ’70, per superare l’immobilità dello schieramento politico italiano, il nuovo segretario del PCI Enrico Berlinguer avanza l’idea di un compromesso storico fra i tre maggiori partiti: PCI, DC E PSI. Si tratta di un’alleanza volta a ristabilire un clima di solidarietà nazionale che pone l’accento su un codice di austerità e sacrifici in base al quale la fratellanza cattolica e il progetto comunista di giustizia sociale «potranno convergere nella lotta contro il degrado morale e le tendenze eversive del tardo capitalismo»7. All’interno del Paese le condizioni sono difficili e solo a partire dal ’76 il compromesso storico si realizza attraverso i cosiddetti governi di solidarietà nazionale, che dovettero dedicare quasi tutta la loro attenzione al tema della lotta al terrorismo. Inoltre, la situazione economica resta preoccupante: «una piccola ripresa nel ’76 non basta ad assorbire la disoccupazione giovanile e ad abbassare l’inflazione, che sfiora il 20%, provocata in gran parte dall’aumento dei prodotti petroliferi»8. Per questo motivo il tradizionale antagonismo che immobilizza la politica italiana si trasferisce fuori dall’area parlamentare: sulle piazze, nei centri occulti del potere e infine nella pratica del terrorismo, dove i gruppi armati di sinistra (Brigate Rosse, Prima Linea, ecc.) dominano, ma i segni della destra e della sinistra si confondono. Dopo le esperienze di sequestri, l’uccisione a Genova del procuratore generale Coco e di due uomini della sua scorta per opera delle Brigate Rosse, nel ’76 prende il via la pratica delle “gambizzazioni” e dell’assassinio politico. Nel 1977 in Italia divampa la contestazione giovanile: avversi alla politica gestita dai partiti, «i giovani tornano alla mobilitazione sessantottesca dei cortei, alla occupazione delle università, all’idea che la “rivoluzione”, concepita come un cambiamento indeterminato ma radicale della società e della vita, sia dietro l’angolo»9. Gli episodi di violenza non mancano: a settembre, durante il convegno di Bologna contro la «repressione»10, a cui partecipano più di 40.000 giovani, il movimento si trova di fronte allo scontro di due gruppi distinti. Da una parte,

 

Ci sono i sostenitori di un soggettivismo fluido, che interpreta i desideri come bisogni, esprimendosi nelle forme pubbliche di una teatralità giocosa e provocatoria («indiani metropolitani»); dall’altra i partigiani dell’«autonomia operaia», che alzano la mano nel gesto minaccioso della P38, la pistola dei terroristi11.

 

Le incursioni di questi ultimi, se prima erano sporadiche e casuali, ora diventano sistematiche: cominciano gli “anni di piombo”, «forse la più rimbombante espressione che ricorda le innumerevoli negatività di una stagione della storia italiana. Tristemente calzante. Eppure dissonante con una dimensione creativa sorprendentemente feconda»12.

 

2.1 Il 77 a bologna

 

La maggior parte dei “settantasettini” italiani si pone in maniera trasversale rispetto ad alcuni dogmi del passato.

 

In questo passaggio burrascoso, per alcune classi giovanili ci sono stimoli culturali e di comunicazione controcorrente, originali e “in movimento”. Cinema (il nuovo cinema tedesco del periodo, con Herzog, Wenders, Fassbinder, ma anche Nanni Moretti), musica (il punk), eventi e festival (Umbria Jazz, Parco Lambro, Licola), teatro (dalle esperienze del polacco Grotovsky ai vari “teatri di strada”), riviste e fumetti (“Cuore”, “A/traverso”, “ZUT”, “Re Nudo”, “Il Pane e le Rose”, “Il Male”, “Cannibale”, “Frigidaire”)13.

 

Dal punto di vista culturale, alcuni autori considerati destrorsi come Céline, Nietzsche, Drieu e La Rochelle, che prima venivano esclusi dall’ortodossia comunista, ora sono consentiti e anzi, di moda. È necessario considerare lo strato di humus culturale di Bologna in quel periodo:

 

Sul piano musicale, che è il più affine alla radiofonia, oltre ai miti di questi anni (Bob Dylan, Lou Reed, Bob Marley, i Sex Pistols, Patti Smith, i Devo, i Ramones, i Police…) emergono dall’underground cantautori “di movimento” come Gianrico Manfredi e si aggiunge tutta una serie di riferimenti locali che rappresentano una “sottocultura”. A Bologna, appunto, emergeranno musici come gli Skiantos e i Gaz Nevada.

Insomma, si può capovolgere la prospettiva: violenze di piazza, ma fantasia al potere14.

 

Il movimento non sarà quindi ricordato soltanto per la guerriglia in piazza, gli scontri armati e le Brigate Rosse, le risse tra neocomunisti e neofascisti, la repressione dell’apparato statale, le droghe e le sue vittime, ma anche

 

per la libertà: la critica alla politica partitocratica, gli indiani metropolitani con le facce dipinte, i centri sociali, un’educazione alla sessualità, il movimento di massa delle donne femministe, il primo manifestarsi del movimento gay, forme di autogestione, il primo sindacalismo dal basso, di base extra-confederale, persino nuovi modi di cucinare cibi e di organizzare le vacanze15.

 

Non si possono dimenticare gli arresti del marzo ’77 in ambito studentesco per evitare l’affluenza di ulteriori elementi del Movimento in città, culminati l’11 marzo quando, dopo l’interruzione di un’assemblea di Comunione e Liberazione bloccata da studenti di sinistra, iniziarono degli scontri nella zona universitaria, in cui rimase ucciso Francesco Lorusso, simpatizzante di Lotta Continua. Ne seguirono scontri feroci tra giovani e polizia, non solo a Bologna, ma in tutte le principali città. A Bologna la situazione divenne così preoccupante che il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga inviò dei mezzi blindati a pattugliare le strade16. D’altra parte, è necessario ricordare come lo zelo riformatore dei bolognesi sia sempre rimasto molto forte: il sindaco Renato Zangheri già nel ’72 aveva introdotto un piano per il traffico radicalmente nuovo, limitando il trasporto privato e favorendo i trasporti pubblici a basso prezzo. Fino a metà degli anni ’70 i servizi sociali della città registrarono una crescita continua:

 

fu potenziato il tempo pieno nelle scuole, venendo così incontro alle esigenze di lavoro dei genitori e valorizzando l’attività didattica pomeridiana; ai portatori di handicap fu offerto addestramento e si trovò loro lavoro; furono istituiti centri di igiene mentale per aiutare le persone appena uscite dai manicomi17.

 

Inoltre, l’amministrazione cittadina promosse il risanamento di alcuni quartieri fatiscenti nel centro storico, assicurando però agli inquilini di poter rientrare nei propri appartamenti dopo la ristrutturazione, preservando così la tradizionale fisionomia del quartiere.

 

2.2 Le radio libere: radio alice

 

Alice cominciava a sentirsi assai stanca di sedere sul poggetto accanto a sua sorella, senza far niente: aveva una o due volte data un’occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non v’erano né dialoghi né figure, – e a che serve un libro, pensò Alice, – senza dialoghi né figure?

 

(Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, Lewis Carrol)

 

Il 9 febbraio 1976 a mezzanotte iniziano le trasmissioni ufficiali di Radio Alice18. In quel periodo le radio RAI apparivano lontane dai luoghi, dai problemi, dal linguaggio, dai desideri musicali e dai bisogni delle comunità locali. La radio privata sembra fatta soprattutto da e per i giovani: la platea appare chiaramente giovanile e il personale ha una media che si aggira sui 20-23 anni19.

 

Le radio libere permettono nella seconda metà degli anni Settanta di esprimere e di condividere a vari livelli un senso di ricerca, consentendo di accostarsi al significato di libertà. I cento fiori che stanno germogliando hanno esteticamente una loro componente “militare”, che si esprime nella forma della comunicazione radiofonica aperta a tutti, pertanto imprevedibile. Le emittenti, libere in questo senso, praticano un uso della comunicazione militante, irridente e contro l’ordine costituito. Inoltre, a prescindere dal pubblico, sono loro stesse sovvertitrici20.

 

L’espressione “Radio Libere” va coniugata al complessivo senso di liberazione culturale che scaturisce da questa stagione e dalle sue antenne: non si possono negare il generale clima di improvvisazione e il momento di massima creatività artistica. «È tutta l’Italia che va in radio. Vale l’assunto di Giorgio Gaber, per cui la libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione»21. Si passa dal discutere sul concetto di libertà in negativo, considerando le restrizioni del monopolio RAI, le censure e la linea del governo che soffoca il pluralismo, a libertà positive, cioè messe in atto attraverso le onde radiofoniche. Tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976 si contano circa 300 radio libere. Con la liberalizzazione dell’etere, lo scenario mediatico viene completamente sconvolto, con un profondo rinnovamento nella cultura e nelle strategie della comunicazione. L’ulteriore modernizzazione della società italiana non sarebbe stata possibile senza la «fortissima innovazione tecnologica e culturale intervenuta nel comparto industriale dei media»22. Il Collettivo di Radio Alice a Bologna si esprime così: «che cento fiori sboccino, che cento radio trasmettano, che cento fogli preparino un altro ‘68 con altre armi»23. Radio Alice scavalcava la sinistra rivoluzionaria, sostenuta da un ambiente interattivo e sperimentale costante, una specie di redazione allargata sempre aperta e politicamente molto critica.

 

Ma ALICE, in questo contesto, non è l’anima del Movimento, è il diavolo. Da un lato, l’emittente polemizzava aspramente con il Pci cittadino e con “l’Unità” che descrive come provocatori ed estremisti gli adepti del Movimento, una sinistra giudicata smaniosa di potere, complice del sistema della partitocrazia e della deriva verso il compromesso con la Dc. Dall’altro, affrontava il conflitto ideologico con gli ultramoderati del quotidiano bolognese “Il Resto del Carlino”, che scrive che RADIO ALICE trasmette messaggi osceni su carta igienica e accusa l’emittente di giudicare gli scontri in città nel marzo ’77. Sui muri di Bologna qualcuno scrive: «RADIO ALICE figli di puttana», e il collettivo ne dà voce fiero di sé!24

 

La maggioranza dei bolognesi non condivide i segnali di questa radio, ma allo stesso tempo presta attenzione alle sue parole, nelle case e nei gruppi di ascolto che si erano formati nelle scuole e nelle fabbriche. Tutti vigilano sui 100.6 MHz, anche le cellule operative delle forze dell’ordine. Ciò che colpisce di Radio Alice non è tanto il modo di fare opinione, bensì quello di fare radio. Durante gli scontri dell’11 marzo, culminati con la morte di Francesco Lorusso, è Radio Alice una delle prime a comunicare la notizia, alle 13.30. Radio Alice deve essere messa a tacere, in quanto le sue cronache forniscono indicazioni aperte, riferiscono le postazioni e gli spostamenti della polizia e dei manifestanti. La sera del 12 marzo, con l’accusa di aver fomentato gli scontri, la polizia con giubbotti antiproiettili e pistole irrompe nei locali di via del Pratello e sospende le trasmissioni25. I redattori vengono arrestati con le imputazioni di istigazione e associazione a delinquere, le apparecchiature distrutte o sequestrate. L’episodio va in onda in diretta fino alle 23.15 e rimane nella storia. La maggior parte dei dischi, a detta dei presenti, non risulterà mai agli atti dei materiali sequestrati e verrà rubata dagli stessi agenti. La chiusura di Radio Alice raccoglie numerosi sostenitori e in città il dibattito va in onda su altre frequenze. La testimonianza più significativa è quella di una telefonata a Radio Bologna 101:

 

la libertà ci viene tolta anche togliendoci la radio. Io ho sentito i ragazzi di RADIO ALICE prima che arrivasse la polizia che chiedevano aiuto. Io spero che questo aiuto arrivi a noi tutti, che riusciamo a trovare veramente la forza di dire queste cose, che siamo stanchi che la repressione passi sempre su di noi. Spaccano le vetrine dove uno straccetto costa 60.000 lire, ecco, e ci si meraviglia e si dice poverini. Però non diciamo mai poverini quando si vede, caso mai il prezzo del pane, il prezzo della pasta, il prezzo dell’olio, noi continuiamo a pagare, continuiamo a essere democratici. Bene, io vorrei che democratico fosse anche chi pensa per noi, o perlomeno chi vorrebbe pensare per noi. Non ho altro da dire, vi ringrazio26.

 

***

 

3. LA PRODUZIONE DALLA-ROVERSI

 

Nevica sulla mia mano,

e il mio cavallo è ormai lontano,

notte e nebbia negli occhi,

il ferro sui tuoi ginocchi

arco e frecce non scocchi

Anser Anser che va.

 

(La Canzone di Orlando, R. Roversi)

 

Questi versi, in particolare “nevica sulla mia mano”, costituiscono la prima scintilla della collaborazione tra il poeta Roberto Roversi e il cantante Lucio Dalla, entrambi bolognesi. Nel 1971, infatti, Dalla partecipò al Festival di Sanremo con 4 marzo 1943, scritta da Paola Pallottino. Fu un successo straordinario, «a livello di opinione pubblica, fu il primo caso a livello di musica di massa, fu il primo caso di musica diversa (allora non esistevano ancora circuiti alternativi né musica diversa)»27. Dalla però non era convinto, anzi aveva scoperto di non essere fatto per il successo e decise di chiudere l’anno dopo con Piazza grande, che sarebbe stata la sua ultima canzone. Inaspettatamente, subito dopo Piazza grande nasce un rapporto lavorativo con Renzo Cremonini il quale, vedendo la profonda crisi che stava attraversando il cantante, gli propose di contattare Roberto Roversi. Da parte sua, il poeta bolognese era animato dal forte desiderio di scrivere una commedia musicale, di sperimentare ancora un nuovo linguaggio. Fu proprio così che, attraverso l’RCA, i due entrarono in contatto e il loro lavoro insieme ebbe inizio. Roversi scrisse qualche testo sperimentale e in attesa di un feedback da parte di Dalla, si ritrovò con i suoi testi già musicati e pronti per un primo album28. Lo stesso Dalla rimase perplesso di fronte a questi primi scritti così fuori dagli schemi, ma fu proprio un verso a folgorarlo: «Poi non ricordo quale fu la canzone che mi mosse. Fu una chiave che mosse tutto, per cui decisi di lavorare con Roversi e lo decisi seriamente. Fu il verso “nevica sulla mia mano”»29. Questa espressione è evidentemente davvero significativa per il cantautore, tanto da ritornare nelle sue opere e produzioni. Ad esempio, nel testo poetico Il Papa è…, egli enumera le sfaccettature che caratterizzano la figura del Papa da un punto di vista estremamente personale e mistico, affermando: «Il Papa è una bianca nevicata sulle mie mani»30. L’intenzione del cantautore bolognese era quella di cambiare strada, di sperimentare, ormai stanco delle solite canzonette sanremesi che non gli appartenevano più, o meglio, che non gli erano mai appartenute. Il poeta invece non cercava il successo, ma una risposta che non arrivava. Diceva: «Sono un poeta, uno scrittore, non ho bisogno di avere conferme. Mi piacerebbe agire in una zona dove normalmente non agisco e potere in qualche modo cambiare il percorso della canzone rendendola “civile”»31. La grande stima che legava i due artisti si manifesta attraverso il rispetto reciproco per il proprio lavoro, sentimento che rese questa collaborazione parecchio intensa, nonché ricca di scontri: Roversi scriveva i testi e Dalla li musicava, ma nessuno dei due interveniva sul lavoro dell’altro.

 

Era difficile trovare un rapporto di chiarezza con le richieste di Roversi. Mi ricordo che un giorno andai al gabinetto e volevo buttarmi giù nel cesso. Gli feci sentire Ulisse coperto di sale cantato e missato; bene, tornai a Roma apposta per rimissarlo, che è una cosa impensabile; ci andai solamente per un’intonazione, dovevo tenere più lungo il finale, non ricordo bene, quindi io lì dicevo: –Ma siamo matti?– E Roversi: –No, perché deve essere più lungo–. Lui aveva questo bisogno spaventoso di far quagliare le cose, quindi costasse quello che costasse non si poneva neanche le domande. Se diceva a un certo punto: “Bisogna farla in tedesco”, non entrava in discussione con me, bisognava farla in tedesco e basta32.

 

La collaborazione tra Dalla e Roversi durerà tre anni, dal 1973 al 1976 e porterà alla pubblicazione di tre album, contrariamente a quanto previsto. L’”avventura” parte nel 1973, con Il giorno aveva cinque teste, album con il quale Dalla spera di essere finalmente guardato secondo una diversa prospettiva. Il 1975 dà alla luce il secondo album, un capolavoro che prende il nome di Anidride solforosa. Presenta canzoni legate all’attualità, al costume, alla politica e alla storia. Nello stesso anno Dalla scrive una canzone per Francesco De Gregori, la celebre Pablo. I suoi spettacoli, così, iniziano a ottenere il successo pubblico sperato. Il nuovo lavoro, già terminato nel 1975, verrà presentato però l’anno dopo con il titolo Automobili. Esso rientrava in un progetto molto più ampio, dal titolo Il futuro dell’automobile. Come vedremo più avanti, rappresentò un ostacolo importante alla collaborazione tra i due artisti, che si concluse, infatti, subito dopo l’uscita dello stesso. La completa sintonia che legava queste due importanti figure, infatti, era ormai perduta e i due artisti si trovarono davvero distanti l’uno dall’altro: da parte sua, Roversi rivendicava l’impegno civile e politico del suo lavoro; dall’altra Dalla, abituato al pubblico e alle severe regole del mercato discografico, era prontissimo a difendere con decisione le proprie scelte.

 

Ad esempio: il testo di una canzone contava nulla. Mi sono accorto di un fatto, a questo proposito. Che per un cantante (non so se per tutti) basta cantare. Che cosa non ha molto importanza. Poi c’era un’altra cosa: che i testi del sottoscritto per lo più, era graditi come olio di ricino. Mai li ha imparati a mente. Imparati bene, voglio dire. Li ha sempre storpiati un poco, con la piccola rabbia di intensificarli o con l’altra dell’indifferenza. Quasi a dire: toh! il padrone sono io. Ci sono io davanti a questi duemila e servo il mio budino. Essi assaggiano me. Tu non rompere. E chi si azzardava? Sono troppo vecchio perfino per arrabbiarmi. Attraverso questo lavoro non cercavo altro che imparare per quell’altro lavoro che volevo realizzare. Che la commedia musicale neppure sia stata avviata; anzi, che neanche se ne sia mai parlato una volta stabilisce al fondo la fragilità un poco kafkiana e un poco italiana di questo rapporto di lavoro sempre tenuto su un filo esile. Esilità e fragilità che trovava conferma nella realizzazione dei dischi e in un qualche modo anche dei conseguenti spettacoli. Ma dei dischi, soprattutto. Il disco come confezione complessiva e integrale pareva a me da considerare e organizzare; ogni dettaglio doveva corrispondere a un programma preciso e tale da innestarsi come un tassello dentro alla struttura. Invece tutto usciva fuori e riusciva alla fine abbastanza approssimativo e smozzicato; concentrato nella fretta e curato quindi con approssimazione. Senza amore. Lo ripeto: non ci sentivo dentro la cura particolare e l’affanno artigianale con cui si deve seguire fino alla fine la confezione di un prodotto che deve essere certamente venduto ma deve anche, e soprattutto, essere difeso. Non ci sentivo rabbia, non il segno anche piccolo di un coltello, dentro33.

 

Sono parole taglienti, quelle di Roversi. Parole che dimostrano ancora una volta il profondo rispetto nutrito per il proprio lavoro, per il proprio impegno politico, civile, umano. Rispetto per il mondo e per le persone, per il cambiamento del linguaggio che si era intrapreso in quel momento e che egli stesso aveva accettato, per il progetto ideato con un fine specifico. Si parla di amore, rabbia, cura. La parola “amore” ha un significato importante. La passione del poeta scaturisce proprio da quell’amore che egli stesso, prima di tutti, provava per i suoi ideali e poi per la sua opera. Se poi è vero che l’amore è anche odio, allora è così che la passione diventa rabbia, quella rabbia che egli stesso richiede all’interpretazione di Dalla, che manca ed è così indispensabile per la difesa di un’idea. Lo scontro continua e in uno scritto del 1977, Dalla mette in discussione l’intero rapporto lavorativo con Roversi, recriminando il fatto che quest’ultimo non fosse mai presente negli studi della RCA, al momento della registrazione del disco, un processo altamente elaborato sia dal punto di vista tecnico che da quello interpretativo, poiché, per quanto riguarda la politica industriale, tentare di musicare qualcosa di diverso, di nuovo, è in grado di comportare delle conseguenze inimmaginabili. La discussione continua in una serie di articoli pubblicati negli anni successivi. Per esempio, nel 1979 Roversi apre un dibattito molto interessante per quanto riguarda la questione dei grandi concerti che, a partire dal 1969 con Woodstock, stavano conquistando un numero sempre maggiore di giovani. Il poeta bolognese esprime per l’ennesima volta quale sia per lui il fine nascosto della canzone, che però rimane il più importante:

 

Ma la canzone (ricordiamolo appena) non può essere solo ascoltata, si dovrebbe parteciparla. Dividerla, spezzarla, masticarla. Infatti c’è, o dovrebbe essere, una compromissione completa. Nella sua totalità è perfida, è pericolosa anche quando vorrebbe, in superficie, essere o risuonare soltanto come gioiosa; proporsi come puro divertimento, come si dice. E infatti, per quasi tutti gli addetti ai lavori, la canzone è fatta per allontanare dai problemi piuttosto che per precisarli. Che altro si può chiedere a una canzone, dicono? Così si marcia sulla base di sessantamila per volta. Uno stadio è colmo34.

 

Una penna affilata quella di Roversi, che in modo assai pungente sta replicando ad un bigliettino ricevuto dall’ormai ex collaboratore Dalla prima di un concerto. Non è il numero che conta, perché la maggior parte di coloro che riempiono uno stadio non è lì per ascoltare, ma per altro. Che siano pubbliche relazioni o la voglia di una serata alternativa. Roversi non fa una critica della musica o della canzone, anzi. Egli crede fortemente nel suo potere maieutico tanto da definirla pericolosa. In questo senso possiamo pensare alla censura che aveva da subito minacciato il lavoro di Dalla con Gesù bambino, che divenne infatti 4 marzo 194335. La rottura tra i due artisti li portò ad un allontanamento che non fu mai troppo reale. La stima reciproca che li legava da anni non era sparita e le discussioni di cui erano stati protagonisti erano state dettate dall’ardore dei loro animi, pronti a combattere e a difendere temerariamente i propri ideali e di conseguenza le proprie opere, che ne erano la manifestazione concreta. La ricongiunzione, se vogliamo chiamarla così, arriva nel 1990, quando Lucio Dalla decide di inserire all’interno di un suo album, Cambio, un testo di Roversi del 1978, Cambia la faccia di Dio, che però venne stampato con il titolo Comunista. Fu a partire da questo momento che il rapporto tra i due artisti ritornò a essere amichevole e sincero come un tempo. I due, così, ripresero in mano il progetto di Enzo Re, testo teatrale che era stato programmato per gli anni ’70, ma che non fu mai realizzato. In questo contesto Dalla musicherà cinque canzoni, che eseguirà dal vivo nell’occasione della prima dello spettacolo in Piazza Santo Stefano a Bologna, il 23 giugno 199836. Il frutto della collaborazione fra gli artisti è costituito quindi dagli album prodotti insieme dal ’73 al ’76, e come vedremo più avanti, essi non sono affatto scollegati tra loro. Al contrario, «ogni disco è un progresso, è una identificazione di problemi, è il tentativo di approfondirli, di collocarli all’interno dello stato delle cose in cui venivano prodotti»37.

 

3.1 Il giorno aveva cinque teste

 

Il paesaggio è un’Italia sventrata

dalle ruspe che l’hanno divorata.

 

(L’auto targata «To», R. Roversi)

 

Possiamo considerare questi versi come espressione emblematica dell’intero album. Il giorno aveva cinque teste esordisce così, con L’auto targata «To», «un’auto vecchia» che «torna da Scilla a Torino»38, sovraccarica di persone. Il paesaggio descritto è desolato, caratteristico di un’Italia in pieno boom economico caratterizzata dalla fuga dalle campagne verso il mito della città, pronta a condannare «i terroni/ a costruire per gli altri/ appartamenti da cinquanta milioni»39. L’album viene pubblicato nel 1973, dopo pochissimi mesi di preparazione. Si tratta di una sorta di sperimentazione attraverso la quale Dalla spera di scrollarsi di dosso l’epiteto di “cantante sanremese”.

 

Ormai la gente si è assuefatta a sentire sempre le stesse cose dalle stesse persone; non può abituarsi a un cambiamento; questo presuppone uno sforzo intellettivo troppo grande… io ho sempre cercato di rendermi diverso, di dire cose nuove, di non essere mai prevedibile. Solo così, a mio parere, si può sopravvivere anche se il pubblico all’inizio non comprende. Ma intanto si va avanti. Lennon, Zappa, lo stesso Elton John, ad esempio, non sono mai simili a se stessi, non incidono mai due dischi uguali, che sembrano fatti con la carta carbone. Cercano invece di adattarsi alle nuove idee, alle nuove situazioni in cui progressivamente vengono a trovarsi. Nel mio ultimo disco, Il giorno aveva cinque teste, che ho scritto in collaborazione con Roberto Roversi, ho assunto una fisionomia ben definita che potrebbe portarmi in seguito ad essere osservato e giudicato da un chiaro punto di vista40.

 

In effetti fu proprio così. Le idee dei due artisti erano molto chiare, tanto da decidere di proporre a Sanremo proprio L’auto targata «To», che però fu subito scartata. Dalla la definisce come la canzone «più sbilanciata dal punto di vista dell’equilibrio lingua/ ideologia»41. In realtà, resta una delle canzoni più riuscite dell’album, ma assolutamente inaccettabile dal contesto sanremese, costituito da «canzoncine allegre e disimpegnate»42. L’intento era quello di far affrontare alla gente un argomento lontano dalla retorica, come quello dell’alienazione industriale. L’intenzione degli artisti si riconferma in A una fermata del tram, in cui il rumore del mezzo di trasporto viene riprodotto non solo dalla musica, ma anche dalla voce del cantante, che, quasi rabbioso, riesce a tirare fuori un coinvolgimento viscerale, nonché la sua vera voce. A una prima lettura sembrerebbe un semplice colloquio sulla vita quotidiana tra due persone che attendono un tram, ma dopo una lettura più approfondita appare chiaro il valore simbolico di questa donna chiamata Speranza, alla quale non solo si racconta la propria storia, ma a cui si fa riferimento per ritrovare quella famosa Libertà che sembra apparentemente appartenere a tutti. In un contesto storico come quello degli anni ’70, sappiamo bene che non è così. «La vita avanza a dovere / e sembra ordinata/ che non ci sia altro errore/ che non esista il potere»43. Ancora una volta è evidente come Roberto Roversi sia impegnato nel suggerire spunti forti per un’apertura mentale che di certo non caratterizzava l’Italia di quegli anni. La Libertà è solo un’illusione, in realtà è il potere che ci manipola, portandoci a credere ciò che esso vuole. A prima vista, tutto procede «a dovere»44. Il tema dell’alienazione industriale ritorna poi ne L’operaio Gerolamo e lo stesso Dalla afferma di aver composto la musica grazie a uno slancio incontrollabile:

 

composi L’operaio Gerolamo in un momento in cui stavo malissimo, con un dolore lancinante allo stomaco, con tutto il Meridione che mi alitava addosso. La scrissi con l’animo di quello che non può fare altrimenti. La mia non fu una libera scelta. Cioè, fu una scelta libera nel senso che mi piaceva, però non avevo scampo. Non potevo pensare ad altro, perché quello che facevo mi interessava talmente che mi buttai, e quel disco lo feci quasi in trance…45.

 

L’album prosegue poi con la favola de Il coyote, la speranzosa Grippaggio, la dolce e straziante La bambina e la celebre La Canzone di Orlando, ispirata alle mirabili gesta medievali del cavaliere ariostesco ma soprattutto all’Orlando della meravigliosa Virginia Woolf, il quale muore pronunciando le parole «È l’oca! È l’oca selvatica!»46, che rimanderebbero all’Anser Anser del testo di Roversi. Assolutamente disarmante è Pezzo zero, in cui Dalla rinuncia totalmente all’uso di parole di senso compiuto cantando versi, rumori, suoni; il significato delle parole è distrutto, scomposto, disgregato per proporre un nonsense consapevole della sua stessa personalità e intensità. D’altronde, «se le parole devono dire la disumanità e l’alienazione dei rapporti, perché non dirlo anche con suoni disumanizzati (incapaci di comunicare secondo i tradizionali codici linguistici) e alienati (strappati cioè al loro significato consueto)?»47. Le canzoni scelte per un’analisi approfondita sono infine È lì e Passato, presente: la prima per la potenza del linguaggio e dell’interpretazione; la seconda, dal testo tipicamente “roversiano”, per il particolare accompagnamento musicale.

Ad una prima lettura del testo di È lì (cfr. testo I), si presenta come il semplice racconto di un povero testimone, non particolarmente colto e privo di proprietà di linguaggio. Appare subito interessante il discorso introduttivo, in cui si annuncia l’interruzione di una trasmissione durante la notte di Natale, per il rinvenimento di un cadavere. L’importanza del giorno in questione è subito evidenziata dai termini “serenità”, “pace” e “amore”, epiteti che solitamente vengono affiancati al 25 dicembre. Evidente è anche l’ironia con la quale viene presentato l’argomento, già dall’accostamento dei termini “eccezionalità” ed “eccezionale”: erano vent’anni che non moriva un uomo o ne veniva trovato un cadavere. Questa introduzione prende le caratteristiche di una fiaba, quasi un evento miracoloso reso tale dal giorno di festa in cui esso avviene. Il personaggio intervistato viene inizialmente presentato come un contadino, poi come un pastore, infine come un operaio. Il suo ruolo non è definito, poiché non è importante la professione in sé, ma il fatto che sia un’”anima salva”, come vorrebbe De André. Si tratta di colui che ha trovato il cadavere e l’annunciatore si scusa anticipatamente per l’emozione dell’uomo che, sconvolto, non è in grado di articolare bene le parole. Ma subito si passa a ringraziare, anche qui con dovuta ironia, la magnanimità dell’inviato, il quale, preso dai festeggiamenti per la Notte Santa, è stato comunque disponibile ad abbandonare la famiglia, con ancora in mano una torta, pur di intervistare questo uomo “semplice”. Il testo appare subito ricco di anafore, già dalla prima strofa: “Era coperto”, “coperto” e ancora “era coperto”. Esse non solo vogliono sottolineare il concetto dell’uomo, che evidentemente ha soltanto questi vocaboli per esprimersi, ma richiamano anche una sorta di balbuzie che scaturisce proprio dall’emozione e dallo shock subìto. L’anafora si ripete poi nelle strofe successive con le parole “occhi” e il verbo “eran” (strofa 2), “i capelli” (strofa 3), “la bocca” (strofa 4) e “la mano” (strofa 5). Sono le parti del corpo che destano più stupore nell’uomo intervistato, come se ogni strofa costituisse un nuovo shock da dover affrontare. Roversi in tutte le sue opere è sempre molto attento alla parte descrittiva, utilizzando elementi dai colori assai intensi, perfettamente in grado di rendere, in questo caso, la brutalità della visione di un cadavere48. Nell’interpretazione Dalla rimane delicato, la prima strofa viene ripetuta due volte, quasi senza accompagnamento musicale, a esprimere ancora la reazione impulsiva dell’intervistato. Lo struggente accompagnamento musicale viene introdotto nella seconda strofa con un salto netto dall’intervista alla canzone. Le parti del corpo del defunto vengono sussurrate appena, a riprendere quel ricordo che d’un tratto compare chiaro nella mente. Il “No” di ogni strofa, infatti, viene urlato a causa dell’orrore che suscita il ricordo della visione. Tra la quarta strofa e la quinta si sente una risata. Potremmo definirla “nervosa”, a sostenere l’affermazione precedente di una bocca che tace. Inevitabile, nel caso di un defunto, così come è inevitabile lo sfociare della tensione in risa isteriche. Subito dopo la morte, però, viene introdotta la vita. Sì, il tono del cantante cambia alla parola “viveva”, si fa ricco di una speranza nuova, che purtroppo si spegne subito dopo, quando scopriamo che nella sua mano viva l’uomo, ormai morto, teneva il calcio di un fucile. La canzone si conclude così, con il silenzio del fucile di guerra, della disperazione, della morte.

Il tema generale della canzone Passato, presente (cfr. testo II) riprende quello di È lì: il destino segnato di un proletario, un destino fatto di morte per la difesa della propria Libertà, con in mano un moschetto o un fucile. Essa si divide in due parti, che fanno riferimento ai due tempi presentati dal titolo. La prima parte del testo ricostruisce il passato del protagonista, attraverso una personificazione esplicita di un padre, una madre, una giovane donna che ormai non ha più importanza. Il ricordo è un chiaro riferimento alla strage di Melissa del 1949, in cui, durante l’occupazione di alcune terre incolte nella contrada Fragalà, trovarono la morte tre braccianti, tra i quali Francesco Nigro, militante del Movimento Sociale Italiano (MSI), nonché capo della rivolta49. Roversi dimostra ancora una volta quale sia il suo intento, come sia impegnato in senso civile, lo stesso che troviamo nelle sue raccolte50 e nei testi successivi. Non solo, egli è molto attento al cambiamento politico e culturale dell’Italia degli anni ’70, cambiamento che in questo testo si manifesta nella trasformazione del protagonista, il quale, attraverso la sua rabbia che diventa tuono, si trasforma in un uomo (strofa 6). Specchio di questo cambiamento è anche il passaggio dall’età contadina a quella urbana e operaia descritta nella seconda parte del testo, riferita al presente. In essa Roversi si ritrova a raccontare il destino di questo figlio di proletari ed ex braccianti, anch’esso proletario e costretto alla fabbrica. Il presente diventa una sirena che segna la fine della giornata lavorativa, la fine della buona dose quotidiana di alienazione. Ritorna il concetto di Libertà (strofa 11): il protagonista è consapevole del fatto che essa sia difficile da raggiungere, di non essere quindi libero, anzi, di dover lottare e soffrire per poterlo diventare. Così come il testo, anche la musica è divisa in due parti, tanto che la canzone risulta come la composizione di due canzoni separate, connesse da un piccolo salto, come una sorta di passaggio tra l’immaginario del passato e quello presente. Il tema musicale del passato è caratterizzato dal rhythm and blues, un genere molto vicino a Dalla e alla sua esperienza con Chet Baker51, in cui prevale un’interpretazione intensa, intima, recitata; il tema del presente invece, viene presentato da un intro progressive che si trasforma in swing fino all’ultima strofa, quando solo due accordi di pianoforte accompagnano la descrizione desolata del mondo attuale. La canzone termina con un susseguirsi di lamenti viscerali e strazianti, quasi delle grida che simboleggiano, ancora una volta, il sentimento di prigionia, la sensazione di essere in gabbia e di chiamare la Libertà.

 

3.2 Anidride solforosa

 

Verrò, verrò, è fuori discussione

perché qualcosa

deve pur accadere.

 

(Anidride solforosa, R. Roversi)

 

Il secondo album nato dalla collaborazione con Roversi si apre così, nel 1975. Il titolo originario dell’album sarebbe stato L’anno è un fuoco ed è lo stesso Roversi a spiegare il perché: esso «sta a significare (da monte a monte, da pietra a pietra e da città a città, nonché da cuore a cuore e sulla testa dell’uomo) l’ossessione di questo tempo, i vari inganni, magari una residua tenerezza che va scovata; ma soprattutto la sua inarrestabile violenza»52. Il valore culturale e politico del suo impegno viene subito descritto in maniera dettagliata. Non solo, viene annunciato il leitmotiv del disco, che «unisce lega trattiene insieme queste canzoni pensate e preparate per Dalla»53: la violenza. Quella violenza che si percepisce, ma non è tangibile, una violenza nascosta che colpisce quando meno ci si aspetta. Tutto ciò per far sì che Dalla potesse cantarla agli altri e per gli altri,

 

perché queste canzoni non chiedono ascolto ma partecipazione – e almeno quell’attenzione che non significa consenso tiepido o sentimentale (o anche solo sulle idee) ma l’attenzione che serve a renderci più vicini, più pronti, a riconoscerci con gli altri, a riconoscere le cose, a non perderci dietro i pifferi (le trombe sono un’altra cosa). Perché, dati i tempi, è certo che non si può scherzare; e anche cantando, anche con semplici canzoni bisogna raccontare cose vere, storie vere così da non imbrogliare le carte neanche con una canzone. È vero: con le canzoni non si fa la rivoluzione, con una canzone non si cambia il mondo; è vero che una canzone è una canzone soltanto; è vero che può essere solo una buona mediocre o cattiva canzone; ma è vero che la qualità grigia del tempo, che è ruggine di ferro, ci impone di essere fino in fondo sinceri in ogni risvolto, quindi anche cantando; e di guardare e guardarci dentro gli occhi. La violenza del mondo non è soltanto la guerra, l’urlo delle città, il coltello pronto nella mano, la sagoma nell’ombra; ma è la nostra violenza, la nostra giovinezza, la nostra solitudine, l’incertezza, l’abitudine al sospetto, il nostro cuore di mercanti o di piccoli frastornati (disperati) giocatori. Con le sue canzoni, in questo disco, Dalla non vuole tormentare con i dubbi di una falsa coscienza; canta insieme a voi, per una lunga sera a occhi aperti, la mano nella mano54.

 

Terminato il lavoro del primo album, Dalla vive un momento molto difficile di malattia ed ha dei forti contrasti non solo con la RCA e Cremonini, ma soprattutto con Roversi. Nonostante la sua decisione di produrre il secondo album, a metà del disco fece un passo indietro e decise di mollare il progetto. La scoperta che ne venne fuori fu drammatica: Dalla non era più in grado di cantare nessun altro testo che non fosse scritto da Roversi. L’intensità e il valore dei suoi testi erano insuperabili. Fu così che i due si incontrarono di nuovo e Roversi propose alcuni suoi testi. La nuova operazione ricominciò così, ci fu un vero e proprio recupero del secondo album, Anidride solforosa, un gioiello prezioso, un capolavoro assoluto che però rimane ancora oggi incompreso. Lo stesso Dalla afferma la sua perplessità riguardo all’opera: «erano dei testi già fatti ed è un’operazione che io non ho mai amato fino in fondo anche se ci sono delle cose molto belle…»55. Interessanti forse, profonde, innovative, taglienti, geniali, incredibili, stupefacenti, ma “belle” non sembra proprio l’aggettivo adatto, o almeno, risulta un poco superficiale. L’album si apre con l’omonima canzone, la quale denuncia in perfetto stile “roversiano” il nuovo sviluppo tecnologico dal quale deriva l’inquinamento urbano per cui «ieri la città si vedeva a mala pena / oggi la città si vede tutta intera»56. Viene introdotta la figura dell’elaboratore dati, metafora di coloro che decidono le nostre sorti, dei “piani alti” che controllano ogni nostro movimento, tanto che «sapremo quante volte fare l’amore / o quante volte i fiumi / in Italia traboccano»57. Roversi descrive l’ambiente che lo circonda in maniera disincantata, con la piena consapevolezza del contesto storico in cui si trova ed è pronto ad affrontarlo, è pronto a combattere e, attraverso i suoi testi e quindi alle canzoni di Dalla, alla rivoluzione. Una rivoluzione che si manifesta nel linguaggio utilizzato dal poeta, davvero straordinario come nel caso del secondo brano, La borsa valori. Roversi, infatti, sostiene che il primo album aveva costituito un tentativo sperimentale, una sorta di prova generale; in seguito affermerà: «poi mi sono accorto della sua capacità eccezionale di cantare anche, come si diceva tra noi, l’elenco del telefono: infatti ha cantato la quotazione della Borsa Valori di Milano!»58. L’album prosegue sulla scia de Il giorno aveva cinque teste: come precedentemente analizzato, la canzone Passato, presente introduceva il tema del passaggio dall’epoca contadina a quella industriale, urbana, tecnologica in un’Italia forse non ancora pronta. Già nel 1967 Luigi Tenco cantava Ciao amore ciao, in cui il protagonista, stanco della vita in campagna e del lavoro nei campi troppo legato alla variabilità atmosferica, decide di partire per la città lasciando a casa il suo amore. Giunto nel “nuovo mondo” si ritrova confuso, poiché gli sembra di «saltare cent’anni in un giorno solo, / dai carri e dai campi/ agli aerei nel cielo»59. La canzone Ulisse coperto di sale fa riferimento chiaramente al tema dell’eterno ritorno, ma un ritorno in cui «tutto è scomparso, tutto cambiato»60. Un testo ermetico, che si presta a plurime interpretazioni e che lascia un forte senso di completezza, quasi di pesantezza, dovuta all’intelligente scelta dei termini utilizzati. La stessa sensazione viene rilasciata da Un mazzo di fiori, canzone che racconta la triste vicenda di Emilia Villesi61. Si tratta di una donna ormai stanca, invecchiata. Intorno a lei esiste solo «la miseria e la fame più nera»62. La descrizione della stagione invernale appare tanto cristallina da riuscire a percepire la frustrazione di questa donna in un pomeriggio in cui «tutti i fiori hanno il cuore gelato»63. L’argomento del suicidio viene trattato con estremo rispetto, come libera scelta personale. Arriviamo poi alla questione minorile, con Mela di scarto e Carmen Colon. Il primo testo è legato al tema della carcerazione minorile nel contesto industriale della motorizzazione, alla quale i due artisti dedicheranno un intero progetto l’anno seguente. Il ragazzino in questione viene accusato di furto d’auto, di gomme e di benzina, nonché di tentata rapina. Ma Roversi trova ancora una volta il modo di “giustificare” questo atto: «furto di gomme e di motociclette / perché tutti hanno fretta di scappare / da questo posto che non cambia mai / e di fuggire / da questa tampa che ci fa morire»64 di quella stessa morte che ha raggiunto Carmen Colon, una ragazzina americana di undici anni il cui cadavere venne ritrovato in autostrada nel 1971. Secondo le indagini, la ragazzina in questione sarebbe stata vittima del cosiddetto Alphabet killer, così chiamato dai media americani poiché considerato un assassino seriale la cui scelta delle vittime cadeva su coloro il cui cognome presentava la stessa iniziale del nome. Il testo descrive minuziosamente alcuni elementi della scena del crimine, dimostrando il livello della capacità di osservazione di Roversi, nonché la sua sensibilità nei confronti di temi tabù. La sua intenzione è quella di dare voce per un’ultima volta a questa bambina attraverso la rappresentazione in musica dei suoi ultimi istanti di vita. Una descrizione che presenta tutte le caratteristiche della poetica “roversiana”: precisione, minuziosità nei dettagli, creazione di immagini intense attraverso l’uso dei colori e acuta sensibilità65.

L’anafora “Carmen Colon” (cfr. testo III) è martellante e la sua ripetizione quasi ossessiva dona perfettamente l’immagine del dolore e dello strazio causato da una morte così precoce ma altrettanto violenta. L’elemento che caratterizza la nostra Carmen sono gli anni, sappiamo subito che si tratta di una ragazzina, grazie anche ai suoi piedi nudi, che ci donano questa visione spensierata tipica di una bambina di quell’età. Questa affermazione viene smentita subito dopo, quando viene aggiunto il fattore dell’autostrada, che disorienta il lettore/ ascoltatore (strofa 1). Nella strofa 2 la bimba viene descritta fisicamente, ma un particolare salta subito all’occhio: le sue mani sulla polvere e sul prato. Il mistero, se così si può dire, viene svelato quando si cita l’assassino (strofa 3), per cui capiamo che si tratta piuttosto del cadavere di una bambina. L’anafora incalzante viene ripetuta per ben quattro volte (strofa 4) e nell’interpretazione risulta come un richiamo e non come un lamento, un richiamo alla vita spezzata di Carmen Colon. È interessante come la ragazzina venga descritta attraverso degli elementi legati alla metafora della vita in netta contrapposizione ad altri legati alla metafora della morte quelli, come la lama del coltello e le perle di luce (strofa 5). Nella sesta strofa troviamo un gioco di parole tra il cognome di Carmen e i giovani che bevono Cola. In questo momento del racconto la bambina è già morta e si trova a terra, in autostrada. Nessuno si accorge di lei, sono tutti diretti al mare, le auto sfrecciano velocemente, tutti la guardano ma non la vedono, presi da altri pensieri, da una vita che ancora gli appartiene (anche se presenta una punta di amarezza). Le macchine sfrecciano e i sassolini colpiscono Carmen in fronte (strofa 7), ma è un falso dolore, non è più percepibile per lei; e non sarà certo la commozione sui giornali e in tivù a ridonare vita al suo corpo esile, nascosto sotto un lenzuolo, per cui nessuno si è fermato nella frenesia di correre verso il mare (strofe 10, 11 e 12). Lo scenario desolante viene accentuato dall’essenzialità musicale del brano, in cui la melodia ricorda molto gli ambienti stradali americani con il suo country leggero, ma in certi punti quasi assente. È in questi momenti che la voce di Dalla diventa il vero e proprio strumento protagonista della scena, con un vibrato intenso che riesce magnificamente a centrare l’obiettivo iniziale, quello di dar voce a questa fanciulla. L’interesse particolare per questo brano è dovuto anche a un piccolo aneddoto che dimostra ancora una volta la sensibilità di Roberto Roversi. Dopo la pubblicazione dell’album, infatti, egli fu convocato a Roma dall’Interpol per un interrogatorio sui fatti. Sembra proprio che alcuni dettagli delle descrizioni presenti nel testo fossero degli elementi che gli investigatori avevano tenuto nascosti al pubblico. La questione non ebbe seguito poiché Roversi spiegò di aver scritto il testo basandosi solamente su alcuni ritagli di giornale dai quali aveva appreso la notizia, i quali furono ovviamente mostrati durante l’interrogatorio66.

Il testo de Le parole incrociate (cfr. testo IV), quasi interamente in rima baciata, è chiaramente frutto di una lunga ricostruzione storica presente in tutti i testi “roversiani”. Il poeta, infatti, sostiene che la storia sia lo strumento chiave per poter comprendere al meglio il momento in cui si vive. La canzone presenta evidenti riferimenti alla storia dell’Italia post-unitaria sotto una forma nuova e diversa dal solito, quella dell’enigmistica, o, meglio ancora, delle parole crociate. Già il titolo della canzone è significativo perché gioca su questo termine aggiungendo il prefisso “in” e dando vita a un’espressione meravigliosa: le parole incrociate. Sono parole che si incrociano quelle di Roversi e quelle della storia italiana, una storia fatta di sangue, stragi, morti, proprio come quella degli anni ’70, durante i quali egli scrive. Ma non si tratta solo di questo: il contenuto è chiaramente rosso in ogni senso, sia dal punto di vista visivo che da quello politico, ma accanto al contenuto, appare una forma nuova, un linguaggio innovativo, metafora del periodo di cambiamento che l’autore stesso stava vivendo allora. La parola chiave del testo è dunque “Rivoluzione”, quella stessa rivoluzione che Roversi ha intenzione di avviare nell’ambito musicale attraverso la sua collaborazione con Lucio Dalla:

 

Ho capito che con una sola canzone si può infliggere al mondo una coltellata nel fianco. Sono del parere che un cantante, oggi, non può limitarsi a cantare, perché la canzone è diventata motivo di discussione, di comunicazione, di lotta. Dal mio punto di vista, non me la sento di prendere in giro la gente con motivetti facili, senza niente dentro67.

 

Nel manoscritto della prima stesura de Le parole incrociate, Roversi inserisce le coordinate orizzontali e verticali (proprio come nei cruciverba) prima di ogni strofa68. Questo elemento si perde nel testo “ufficiale”, quindi nella versione definitiva inserita nell’album. La prima strofa presenta il generale italiano Fiorenzo Bava Beccaris, soprannominato il Macellaio, che soffocherà nel sangue le rivolte milanesi contro il carovita del 1898. Il numero dei morti e dei feriti non fu mai accertato, ma si parla di oltre un centinaio di persone uccise dall’ordine del generale di sparare sulla folla69. Questo personaggio viene ricordato nella canzone popolare tra la fine del XIX secolo e gli inizi del ’900. Di particolare interesse, Il feroce monarchico Bava (cfr. testo X), canto popolare risalente al 1898 e di autore sconosciuto. Esiste una copia manoscritta del testo, sequestrata all’anarchico Luigi Fabbri, da cui si ricava il titolo originario Inno del sangue, il ritornello e tre strofe mancanti70. Nonostante venga generalmente considerato di ispirazione socialista, la sua ispirazione politica potrebbe indifferentemente essere socialista, anarchica o repubblicana.

Nella stessa strofa (strofa 1) compaiono la cavalleria piemontese e il corpo scelto degli alpini, mentre nella strofa successiva troviamo la fanteria calabrese e il corpo dei bersaglieri. Roversi non intende solamente ricordare i differenti eserciti che hanno combattuto per l’Italia unita e quindi perso numerosi uomini in battaglia, ma esiste anche un riferimento allo stesso Bava Beccaris il quale, nel 1869, pubblicò un importante studio sull’ordinamento militare italiano in cui viene sostenuta la necessità di un’educazione militare per l’intera nazione in modo che essa sia costantemente pronta alla guerra. In più, propone l’istituzione di un cattedra di scienza militare nelle università e auspica una maggior diffusione dei corpi leggeri come gli alpini e i bersaglieri, il tutto eseguendo una drastica semplificazione amministrativa71. Nella seconda strofa viene introdotta la figura del re d’Italia Umberto I, chiamato ironicamente Humbert le Roi. Fu proprio lui, da Roma, a ordinare al generale Bava Beccaris di stroncare la rivolta a Milano. Nella strofa seguente (strofa 3) Roversi nomina Giovanni Nicotera, Ministro dell’Interno tra il 1876 e il 1877 sotto il governo Depretis: gli spari capestri e le mazze fanno riferimento proprio allo stesso ministro, che intraprese violente azioni repressive contro ogni forma di ribellione su tutto il territorio italiano. In seguito (strofa 4) Roversi inserisce diversi giochi di parole riguardanti i termini “uomo” e “re”, termini contrastanti in quanto evocativi di due concetti chiave della poetica roversiana e cioè il potere e l’individualità. L’uomo, infatti, per il poeta non è carne da macello, ma allo stesso tempo un re non può essere considerato un uomo, in quanto «soltanto chi è re / può contrastare un re»72. Il re è il simbolo del potere nell’Italia post-unitaria, un potere assoluto che viene illustrato nell’immagine dei versi successivi, in cui i potenti, attraverso la propria volontà, sarebbero in grado di poter contrastare anche il naturale corso dei venti. Nella quinta strofa lo scenario cambia e si arriva a Palermo durante la rivolta siciliana contro i Savoia subito dopo l’unità d’Italia. Il questore savoiardo Felice Pinna, trasferito a Palermo nel 1866, ironicamente definito da Roversi “amico di Garibaldi”, represse le sommosse con fucilazioni di massa e bombardamenti. Non solo, pare che fosse stato lo stesso Pinna a fomentare le rivolte in modo da poter favorire la propria carriera. Perduto il controllo, fu il generale Cadorna a dover intervenire73. Lo scenario cambia ancora (strofa 6) e veniamo catapultati in Emilia-Romagna, dove il colore rosso è l’unica costante. Roversi evidentemente si riferisce agli scontri fra la popolazione e le forze dell’ordine nell’anno 1869, a causa della celebre “tassa sul macinato” per la quale le rivolte furono particolarmente violente nella zona lungo il Po tra Cremona e Ferrara74. La repressione fu tremenda, così come il numero di morti e feriti. Evidente è anche il parallelismo con la situazione vissuta dallo stesso poeta in quegli anni, fatta di rivolte e massacri, egualmente caratterizzati dal colore rosso, che resta politicamente connotato. Il testo diventa sempre più ambiguo proseguendo verso la fine. L’unico riferimento evidente è quello all’attentato al re Umberto I di Savoia da parte dell’anarchico Gaetano Bresci il quale, il 29 luglio 1900, sparò tre colpi di pistola uccidendo il monarca (strofa 8). Il macellaio di cui si parla potrebbe essere Bava Beccaris. Egli, però, non fu impiccato. Bresci invece, assassino del re, fu ritrovato morto nella sua cella e si affermò che fosse proprio un suicidio per impiccagione, nonostante le circostanze del ritrovamento restano tuttora ambigue75. Il gioco è terminato, le colonne del cruciverba sono state riempite. L’Italia è distrutta, massacrata, rossa ancora una volta. Il filo, sempre rosso, che lega tutte queste vicende lo conosciamo bene, ha un doppio significato. Il rosso della rivoluzione è chiaro, l’ultimo verso ce lo ripropone come espressione centrale e fulcro dell’intero testo poetico: «dentro ci siamo tutti, è il potere che offende»76. Lo stesso accompagnamento musicale rispecchia il messaggio del poeta, nonché l’area geografica interessata. Nelle prime tre strofe, infatti, si parla di un’Italia reduce dalla dominazione spagnola e in guerra con la stessa Spagna. La fisarmonica ricorda molto i motivi spagnoleggianti, a volte addirittura il tango, il tutto accompagnato da un’interpretazione che richiama evidentemente la pronuncia spagnola e la grinta dei tangueri. L’atmosfera si attenua durante la quarta strofa, molto più intensa proprio perché viene espresso il messaggio roversiano. La musica ci permette di percorrere un viaggio da Ovest verso Est: d’un tratto, infatti, si torna in Italia, in particolare in Sicilia. Viene intonata una sommessaÇiuri, çiuriche poi si trasforma in una fisarmonica più emiliana e se vogliamo, più “rossa”. Così, d’un tratto, con i fiati e gli archi, si arriva a Praga. L’interpretazione di Dalla raggiunge la sua massima intensità nella penultima strofa, per poi terminare con una determinazione assoluta nell’ultima affermazione. La canzone termina nella pace più assoluta, un fischiettare tranquillo invade la scena, come a spazzare via tutta la morte che precedentemente l’aveva invasa.

 

3.3 Automobili

 

Il motore del 2000

sarà bello e lucente,

sarà veloce e silenzioso,

sarà un motore delicato

avrà lo scarico calibrato

e un odore che non inquina;

lo potrà respirare un bambino

o una bambina.

 

(Il motore del 2000, R. Roversi)

 

L’ultimo album della collaborazione Dalla-Roversi, pubblicato nel 1976, si iscrive in un progetto più ampio, terminato già nel 1975: Il futuro dell’automobile. Come per il progetto precedente, Roversi scrive un testo introduttivo in cui focalizza il tema centrale dell’opera, ovvero l’automobile vista come il simbolo della modernità senza freni, che avanza modificando il paesaggio attraverso il bitume, le autostrade, i viadotti, ecc. Non solo, essa modifica anche l’intera società, affermando in definitiva la morte dell’epoca contadina.

 

“Il futuro dell’automobile” è lo spettacolo cantato di un’idea: oppure, diciamolo con semplicità, sarà magari solo il progetto di questo spettacolo cantato. E la nostra idea è questa: ciascuno a suo modo e nel suo campo d’interesse e di lavoro, ma tutti insieme, dobbiamo affrettarci a ridisegnare la mappa dell’uomo, questo uomo del ’76 che ogni giorno sembra bruciare sotto la carta di cento giornali77.

 

Roversi, inoltre, definisce l’uomo come protagonista assoluto del periodo drammatico in cui scrive, un periodo che nonostante questo, è comunque considerato stupendo. Si tratta di un uomo «che comincia a essere nuovo sul serio»78, un uomo da sostenere, da accompagnare. Bisogna parlargli, discutere con lui, ascoltarlo e rimanergli accanto soprattutto quando si sente solo e ne ha più bisogno. La figura dell’automobile rappresenta anche il simbolo del Futurismo, nel cui Manifesto si afferma che il mondo si sia arricchito di una nuova bellezza, quella della velocità: «un’automobile da corsa, col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo, un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia»79. L’uomo al volante viene esaltato attraverso l’aggressività e la violenza che, al contrario, non appartengono affatto al personaggio scelto da Roversi per questo album: Nuvolari. Dalla mitologia greca in poi, infatti, o almeno fino al Romanticismo, l’immagine dell’eroe abbina determinate doti morali a una notevole prestanza fisica. Come vedremo più avanti, Nuvolari non corrisponde affatto a questo tipo di descrizione. Entrambi gli artisti credevano molto in questo progetto, soprattutto Roversi. La casa discografica, però, decise innanzitutto di cambiare il titolo, poi di censurare alcune canzoni, infine di tagliarne altre. Fu così che Roversi decise di firmarsi con uno pseudonimo, Norisso. Egli era molto orgoglioso del lavoro svolto, ma da questo momento in poi il rapporto con Dalla si incrinò fino a sfociare in una vera e propria rottura: le canzoni eliminate erano quelle più impegnate, invise alla grande industria e alla classe politica. L’automobile rappresenta il simbolo della modernità, emblema degli avvenimenti sociali, politici ed economici del nostro Paese nel dopoguerra, «avvenimenti che hanno abbagliato e sradicato il popolo da quella che per lui poteva essere l’unica cultura efficiente, produttiva e cautelativa, cioè quella contadina»80. Non solo, è anche simbolo della FIAT, la più grande industria automobilistica del nostro Paese. Tra le sei canzoni contenute nell’album infatti, è presente la famosa Intervista con l’avvocato dedicata proprio al presidente della FIAT Gianni Agnelli, che verrà analizzata più avanti. In una celebrazione negativa della modernità, in cui spiccano le Mille Miglia e L’ingorgo, fino ad arrivare alla meravigliosa Il motore del 2000, soltanto due canzoni lasciano trasparire un barlume di positività e speranza: Nuvolari e Due ragazzi. Nuvolari viene presentato come un personaggio straordinario, «uno che con la fantasia riusciva in ogni corsa a inventare qualcosa di nuovo»81 (cfr. testo V), un atleta capace di risolvere qualsiasi problema “in corsa”. Dalla lo descrive come un campione puro, non intaccato dalla manipolazione delle grandi industrie e degli sponsor, nonostante lo sia stato comunque, in qualche modo. Ma nel 1930, «la macchina era una sconosciuta e lui l’eroe buono che lottava per il progresso»82. È forse proprio per questa sua distanza con l’automobile, vista ancora per quello che era e non come simbolo futurista, che il testo scritto da Roversi esalta il personaggio di Nuvolari, manifestando la sua stima e il suo rispetto.

Il testo, non diviso in strofe, descrive nella prima parte la figura di Nuvolari, un uomo fisicamente poco appariscente, tuttavia dotato di un carisma e qualità eccezionali. La potenza e l’abilità di Nuvolari incutono paura a causa dell’aggressività del suo motore. Questo verso (v. 13) ha un valore simbolico: il motore in questo caso non è visto come pericolo contro la civiltà, anzi, lo si guarda ancora con ingenuità e la sua ferocia è sinonimo di potenza, di forza. Allo stesso tempo, Roversi inserisce nella descrizione un riferimento al futuro, se analizziamo l’aggettivo “feroce” da un doppio punto di vista. È come se volesse dimostrare la presenza della minaccia automobilistica già a partire dal 1930, quando a tutti era ancora sconosciuta. Tutto ciò che Nuvolari distrugge quando corre, rimane simbolo di ciò che, circa quaranta anni dopo, sarà distrutto dall’avvento dell’industrializzazione. Proseguendo nella lettura del testo, Roversi descrive il personaggio dal punto di vista degli ammiratori, che lo aspettano ansiosi, lo amano, gli urlano parole d’amore. Nuvolari non è un “cattivo”, schiavo del motore, ma un eroe in grado di superare grandi difficoltà e di vincere gare impossibili. Il pubblico lo vede sì come eroe del progresso, ma anche come qualcuno in grado di combattere contro l’oscuro potere dell’automobile, che ci avrebbe annientato poco dopo. Nell’ultima parte del testo, è presente un riferimento a tutti gli automobilisti sconfitti da Nuvolari, quali il “diavolo rosso” Pietro Bordino, Achille Varzi, Giuseppe Campari, Umberto Borzacchini, Luigi Fagioli, Gastone Brilli-Peri e, infine, Alberto Ascari, figlio di Antonio Ascari, anch’egli corridore automobilistico83. L’accompagnamento musicale ricorda uno swing leggero, dovuto anche al coretto femminile che rimanda agli anni ’30-’40, legati ad esempio al Trio Lescano e Natalino Otto. Particolarmente rilevante è l’intro progressive, tipica degli anni ’70. A livello interpretativo, Dalla conferma la sua intensità, ma stavolta essa si alterna a momenti molto più scarni, come se avesse un po’ perso l’entusiasmo iniziale. Nonostante ciò, egli afferma di essere pienamente soddisfatto di questo progetto, anzi molto di più rispetto a quello precedente di Anidride solforosa.

L’ambientazione di Due ragazzi (cfr. testo VI) appare subito chiara: essi si trovano dentro a un’auto in demolizione, abbandonata ai margini di un campo. L’automobile è ancora una volta il simbolo della modernità che avanza e che distrugge la civiltà contadina che aveva caratterizzato il Belpaese da sempre, una civiltà che ormai è divenuta marginale, proprio come il campo nominato nella prima strofa. Nonostante l’ambientazione e la sfiducia di Roversi nei confronti del motore, vedremo più avanti che esiste ancora una speranza. Nella seconda strofa vengono descritti i due ragazzi: sono giovani e cercano un momento di intimità, si nascondono come fanno tutti gli adolescenti. La vita dei due scorre adagio, è strisciante come un serpente. La quarta strofa appare particolarmente interessante: viene introdotto il concetto di futuro, un futuro descritto come verde e freddo, ma soprattutto «profondo come il mare»84, forse un’anticipazione del capolavoro che seguirà questo album, nel 1977. D’altronde, i testi di Roversi avevano già folgorato Dalla tre anni prima e nel corso del tempo l’autore aveva dimostrato di essere all’altezza. I testi si perfezionano di continuo, diventano più elaborati, più complessi, più impegnati. Nelle strofe seguenti (strofe 5 e 6), il lettore/ascoltatore viene catapultato nel futuro immaginario di questi ragazzi innamorati. Il sogno, però, dura poco e ci ritroviamo di nuovo nell’automobile in demolizione. Nonostante le condizioni pessime del mezzo, l’atmosfera è allietata dall’arrivo della sera, preannunciato da queste tre stelle gigantesche, proprio come un enorme riflettore (strofa 7). I due ragazzi vengono definiti «senza tempo»85, in quanto essi rappresentano qualsiasi coppia di adolescenti in qualunque epoca storica. Il loro amore è universale e proprio per questo, nel contesto storico dell’album, esso simboleggia la speranza di un futuro differente. Nella disumanizzazione generale, infatti, i due giovani recuperano la propria umanità e individualità attraverso la ricerca di un’intimità che, non a caso, avviene in un’automobile. In questa canzone esiste un tentativo di riequilibrare il rapporto oscuro che si era creato proprio con il futuro dell’automobile, attraverso la trasformazione della stessa da rombante e attraente in Nuvolari a scalcinata e in demolizione in Due ragazzi per l’appunto. L’accompagnamento musicale non risulta affatto complesso, al contrario, ricorda le melodie delle filastrocche che in genere vengono cantate ai bambini. Nel momento in cui ci si proietta nel futuro dei ragazzi, la melodia cambia notevolmente, mantenendo la sua semplicità. L’interpretazione di Dalla si intensifica, carica di una dolcezza particolare, che aumenta costantemente fino all’ultima strofa, in cui l’ascoltatore viene preparato a qualcosa di diverso, che arriva quasi silenzioso, con un sussurro: i due ragazzi stanno facendo l’amore.

 

3.4 Gli inediti

 

La recente raccolta Nevica sulla mia mano contiene un intero album di inediti, che comprende ben quattordici canzoni. Alcune di esse costituiscono canzoni che Roversi aveva scritto per un eventuale quarto album, quali I muri del ’21, Statale adriatica chilometro 220, La signora di Bologna e Rodeo. Tutti gli inediti sono ancora molto legati all’album precedente, infatti il tema principale rimane quello della scomparsa della civiltà rurale a favore dell’industrializzazione e dello sviluppo urbano. I muri del ’21 è un evidente riferimento all’anno 1921, durante il quale, nel mese di aprile, la FIAT fu costretta a chiudere tutte le officine a causa dei conflitti con gli operai sulla questione dei licenziamenti. Fu certamente un duro colpo per Roversi vedere censurati i propri testi, soprattutto quelli più politicamente impegnati, ai quali egli teneva particolarmente. L’album contiene, inoltre, la versione non censurata di Intervista con l’avvocato, una versione addirittura diversa dal manoscritto pubblicato nella stessa raccolta86. In seguito, sono presenti le cinque canzoni scritte dal poeta per l’Enzo Re e interpretate da Dalla in tale occasione, e un parlato da un concerto del 1973, in cui il cantante presenta il suo nuovo progetto artistico e la sua intenzione di cantare canzoni “diverse”, che egli stesso definisce migliori rispetto alle precedenti87. Gli ultimi tre brani presentano i tre provini delle canzoni Nuvolari, Carmen Colon e Le parole incrociate. La signora di Bologna (cfr. testo VII) risulta particolarmente significativa, mantenendo il tema centrale della figura dell’automobile connessa al futuro da essa causato. Questa signora di Bologna, che legge il futuro nella mano, è il simbolo dell’avvento del motore, che spazza via ogni passato. Appare evidente come la storia della signora di Bologna, che lo stesso Dalla, nella sua interpretazione chiama Gina, simboleggi la storia dell’automobile, come viene svelato soltanto alla fine del testo. A un tratto la donna non riconosce più la sua città, riflettendo il pensiero dello stesso Roversi, il quale si ritrova immerso in una fitta nebbia gialla, dovuta ai fumi delle industrie. Amareggiato, l’autore afferma che il ricordo non basta più e improvvisamente ci ritroviamo catapultati nel duemila, in cui la notte deserta affligge gli uomini con una tagliente desolazione. Fortunatamente, si tratta di un sogno, di una breve avventura che però porta lo stesso a leccarsi le ferite, le quali, al contrario, rimangono indelebili. Anche la descrizione della signora rivela un intento metaforico: i suoi occhi sono verdi, come i prati dell’Italia passata. Essi, infatti, vengono ritoccati dal trucco di una matita. La storia prosegue: la donna scappa distruggendo la famiglia della sua migliore amica e al suo ritorno, anche il suo nuovo marito appare distrutto. La figura del marito simboleggia il nostro Paese che, secondo Roversi, rischia di essere annientato a causa dell’avvento dell’automobile, che brucia il futuro di ogni uomo. Una volta tornata a casa, infatti, Gina riprende la sua attività di lettura del futuro nelle mani e scopre che il verde di un tempo non esiste più. L’interpretazione di Dalla appare particolarmente intensa e viscerale e dona un senso di familiarità, probabilmente per la vicinanza dell’artista alla sua città. L’accompagnamento, assolutamente delicato, lascia un senso di malinconia nell’ascoltatore nonostante esso non sia troppo elaborato.

Il testo di Intervista con l’avvocato (cfr. testo VIII) si presenta in forma di una vera e propria intervista all’avvocato Agnelli e si prefigge di dimostrare come «si fa a non dire le cose»88. Secondo Dalla, infatti, l’informazione non è capace di informare. Al contrario, essa fa di tutto per nascondere la verità.

 

Il pubblico alla fine resta con una serie infinita di bla, bla, bla. Leggiamo giornali che usano un linguaggio incomprensibile; assistiamo a inchieste televisive nelle quali non si capisce niente. Gli uomini che guidano la nostra vita sociale sono lì davanti a noi a emettere soltanto suoni inutili. […] Gli imputati, nella canzone, sono i datori di informazione, i manipolatori del linguaggio e l’avvocato, nel caso specifico, l’intervistato. Ecco, nelle conferenze stampa sembra di assistere a un balletto barocco, a un quadro formato da pavoncelli che fanno la ruota e girano intorno a se stessi. Noi possiamo soltanto stare a guardare. È un problema culturale difficile da risolvere: dobbiamo impadronirci del loro linguaggio per poterli capire, ma d’altra parte, il mass-media più grosso è la televisione, la quale per ragioni politiche non parla, non informa; blatera89.

 

Lucio Dalla si ricongiunge a ciò che Pier Paolo Pasolini aveva scritto circa tre anni prima, in riferimento alla campagna pubblicitaria dei jeans Jesus. Il linguaggio della comunicazione stava cambiando anche a causa dell’avvento della televisione, ormai considerata una sorta di divinità del progresso e, soprattutto, con la nascita della pubblicità. Così, Pasolini descrive «la finta espressività dello slogan» come «la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica»90. Questa trasformazione

 

è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte. Ma è possibile prevedere un mondo così negativo? È possibile prevedere un futuro come “fine di tutto”? Qualcuno – come me – tende a farlo, per disperazione: l’amore per il mondo che è stato vissuto e sperimentato impedisce di poter pensarne un altro che sia altrettanto reale; che si possano creare altri valori analoghi a quelli che hanno resa preziosa una esistenza. Questa visione apocalittica del futuro è giustificabile, ma probabilmente ingiusta91.

La stessa visione che Roversi sostiene nei suoi testi, i quali culminano con questa intervista le cui risposte sono prive di senso, scaturite dall’irriverente interpretazione di Dalla, sempre in grado di stupire l’ascoltatore. Egli, infatti, proprio prima della rottura con Roversi e la successiva pubblicazione, nel ’77, di Come è profondo il mare, afferma di non introdurre mai una canzone con una spiegazione, ma di parlare del momento storico e politico in cui essa si inserisce, in riferimento anche ai problemi precedenti. L’impegno è quello di creare il presupposto perché la gente sia in grado di modificare il proprio metodo di ascolto e successivamente venga coinvolta in un’operazione non limitata alla mera interpretazione del cantante, ma che sia estesa anche a tutti coloro che ascoltano.

 

***

 

4. COME È PROFONDO IL MARE: IL CAPOLAVORO DI LUCIO DALLA

 

La letteratura, come l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta.

 

(Obra em prosa, F. Pessoa)

 

Con questa frase, Fernando Pessoa chiarisce il motivo per cui si ha bisogno e voglia di scrivere a tutti coloro che si erano posti questo dubbio. Dopo la pubblicazione di Automobili, lo stesso Dalla è assalito da questa domanda la cui risposta non apparirà immediata. Fino al 1977 aveva sempre rimandato l’intenzione di scrivere in quanto convinto di non esserne capace. Una volta giunto a un punto di svolta della propria vita ed esperienza lavorativa, gli avvenimenti gli imposero una scelta cruciale conducendolo a una nuova impresa. Dopo la lunga esperienza con artisti del calibro di Chet Baker e alla fine del suo percorso con Roversi, alla domanda “perché si scrive?” Lucio Dalla risponde in maniera singolare: «Perché dopo aver avuto gli occhi chiusi, ora li ho aperti»92. Decide quindi di affrontare la scrittura di un intero album che prenderà il titolo di Come è profondo il mare. Nasce così la prima canzone, Disperato erotico stomp, come «risposta a una sorta di moralismo della sinistra»93. Forte del fatto che in quegli anni erano nate le radio libere e consapevole che la RAI non avrebbe mai passato quella canzone, comincia a lavorare al nuovo album. Lo stimolo maggiore proviene dal primo libro del musicista Chico Buarque, con il quale il cantante intratteneva da tempo un rapporto di amicizia: una persona in grado di scrivere musica aveva tutte le potenzialità per poter scrivere anche i propri testi. Dalla tuttavia non si separò mai veramente da Roversi, definito «magister ludi»94 nonché costante punto di riferimento per il cantante.

 

L’incontro con Roversi è stato una specie di investitura. Ancora di più: è stata veramente una circostanza astrochimica, nel senso che l’amore per questa persona così insopportabile per il suo metodo di lavoro – mi ha fatto diventare più pazzo lui che mia madre quando mi proibiva di uscire la sera – mi ha insegnato delle cose ininsegnabili. Per partenogenesi, per osmosi, tirandomi da lontano delle freccine con una cerbottana mi ha fatto capire delle cose che non avrei mai capito né a scuola né da solo né andando tre volte sul monte Sinai. Ho capito soprattutto l’organizzazione del pensiero della canzone, la parola, il senso, il segno, la forza e soprattutto la pietà per tutti quelli che devono ascoltare le tue canzoni o leggere i tuoi libri. La vera pietà, l’amore. Amore e pietà sono la stessa cosa. La partecipazione emotiva di una frase che ti piace, che scrivi e che dai alla gente quando la canti; quando questo accade hai fatto centro non tanto sul piano del mercato ma sul piano di te stesso, perché diventi altro, ti commuovi anche tu95.

 

È evidente come Lucio Dalla consideri Roversi un vero e proprio maestro, fonte di ispirazione per la sua crescita personale e professionale. D’altra parte, è anche chiaro come lo stesso Roversi sia riuscito a trasmettere il suo impegno morale e civile attraverso una vera e propria rivoluzione del linguaggio. Un concetto che troviamo anche nella filosofia di John Cage, secondo il quale «la missione del poeta era, in essenza, la riproposta continua del valore dell’insubordinazione e della rivolta. Se l’anarchismo può apparire, ormai, politicamente impraticabile, è praticabile artisticamente, e l’esercizio estetico, in generale, fa corpo con la pratica concreta dell’anarchia, che è il suo esclusivo contenuto concreto di verità»96. Dopo aver annullato circa settanta concerti, Dalla parte per le Isole Tremiti, convinto di risolvere ogni problema, lasciandosi alle spalle le cariche di polizia a Roma e Radio Alice a Bologna. Il suo obiettivo è quello di dare voce al proprio mondo interiore, perché

 

Siamo rimasti solo voce. Come la ninfa Eco, che a furia di consumarsi, per passione, finì col rimanere voce… eco di voce, eco della sua voce. Non abbiamo più peso, né corpo, né vita, siamo soltanto voce. La voce che si spande nei canali della quantità, la voce rinchiusa, asserragliata a spurgare, incarcerata. La voce dei motel, la voce rimasta impigliata nella rete dei telefoni, delle strade, dei binari. Siamo rimasti Voce, senza più corpo, sul bordo della nostra gioventù, sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. La voce delle serenate, che ci echeggiano nelle orecchie, e non ci lasciano in pace. Puniti dalla troppa passione, ci si è portati al punto di rimanere fermi davanti ai bivi. Allora ci è voluto il ritiro, l’impresa, l’epopea97.

 

Un’impresa, quella di Dalla, che termina soltanto a settembre, quando il cantante, tornato a Roma con il materiale per il nuovo album, afferma: «Ho scritto tutto io, anche i testi»98. L’album, che uscirà il 21 novembre, possiede tutto ciò che la casa discografica aveva sempre domandato al cantante: la cantabilità, l’immediatezza e l’omogeneità nella scrittura dei testi. Dopo il jazz, il beat e il teatro sociale, Dalla torna come un sognatore, un anarchico impegnato e profondo, ma anche ottimista, immaginario e inconfondibilmente leale. Qualcuno lo definirà artisticamente regredito, «ma la sua componente istrionica, un tempo messa al servizio del messaggio sociale di Roberto Roversi, in questa nuova stagione, diventava qualcosa di rocambolesco: l’immaginazione che aggredisce la realtà, prende il sopravvento su di essa, e gli consente di essere insieme poeta, musicista e beniamino delle folle»99.

Come è profondo il mare si compone di otto canzoni, presentandosi sotto forma di flusso di coscienza. Dalla, che ormai può essere definito un cantautore, descrive il mondo che lo circonda senza autocensure, attraverso metafore e fiabe disincantate. Gli insegnamenti tratti dal mentore Roversi risultano evidenti a partire da Il cucciolo Alfredo che, perduto nella metropoli, cammina mentre accanto a lui la gente, a testa bassa, «prepara la guerra»100. Nel 1977 a Bologna, il cantautore si sente in dovere di descrivere alcuni sprazzi di umanità ormai dimenticata, scegliendo di illustrare il lato più feroce della metropoli. Si pensi a Corso Buenos Aires, la cui interpretazione graffiante è caratterizzata da invenzioni linguistiche particolari, che rimandano al brusio tipico della città in espansione. Lo stesso tema ritorna in Treno a vela, in cui si fa riferimento all’avvento della pubblicità di cui si parlava in precedenza attraverso il discorso di Pasolini. Nella canzone, infatti, «tutte le sere il padre e il figlio si tenevano per mano e poi / poi nella notte senza suoni e nostalgia s’incontravano / con gli altri nella via, / e senza un alito di vento a guardare / quella stella là / che era una stella senza luce: era quella del brodo Star»101. Il disco prosegue poi con un pezzo molto classico, una ballata pop nostalgica dal nome Quale allegria, in cui ci si perde nella solitudine della quotidianità e nella malinconia del trascorrere dei giorni. La stessa sensazione è trasmessa nell’epilogo dell’album, Barcarola, che sembra essere accompagnata da un mandolino grazie agli inattesi effetti musicali. Il pensiero diventa un mare che, da impetuoso, ritorna calmo e volge in miraggio leggero e cedevole. Tra le barche addormentate, l’anima, esausta, si lascia cullare rimanendo immobile.

Il testo più significativo dell’album è proprio quello dell’omonima canzone, Come è profondo il mare (cfr. testo IX). Il tema centrale del brano è quello della violenza contro il pensiero, abilmente rappresentato dalla profondità del mare. In un testo complesso, che appare nell’immediato un brano ecologista, si cela un significato differente: Dalla denuncia quella stessa violenza contro la quale aveva già combattuto nel 1975 con Anidride solforosa,che minaccia l’integrità di un pensiero consapevole. In quell’occasione, infatti, Roversi aveva definito la violenza come tema centrale dell’opera; appare chiaro come il cantautore abbia assorbito gli insegnamenti del poeta, interiorizzandoli e in seguito intraprendendo una rielaborazione del tutto personale. Occorre di certo ricordare l’anno in cui fu scritto il testo, il 1977, un anno di profonde trasformazioni socio-culturali, nonché di feroci lotte politiche. La prima strofa viene introdotta da «Siamo noi, siamo in tanti»102 a indicare quali siano i protagonisti della canzone: noi tutti, che costituiamo la maggioranza e abbiamo paura delle piccole cose, come gli automobilisti o i linotipisti. È doveroso spendere due parole su questo termine, un hapax in tutta la storia della nostra canzone, che potrebbe risultare incomprensibile. Un linotipista è un semplice tipografo, ma nel momento in cui Dalla decide di scrivere da solo i propri testi, decide anche di utilizzare questo termine inusuale e che lo renderà il solo ad averlo utilizzato all’interno di un brano musicale. La descrizione introduttiva presenta quindi l’intera umanità, che vive in difficoltà e che, purtroppo, molto spesso non arriva a fine mese. Subito dopo, l’anafora «come è profondo il mare»103 cambia prospettiva riguardo a quello che è stato appena affermato: non si tratta di una semplice descrizione, non si parla realmente del mare ma di qualcosa di più profondo. Il mare, infatti, nell’intero testo è metafora del pensiero e non abbandona mai l’uomo nella sua desolazione. Nella seconda strofa il cantautore si rivolge direttamente al padre, che era davvero un cacciatore, chiedendogli di aiutarlo a eliminare questi pensieri inutili, che come mosche, ronzano nella sua testa e non gli permettono di dormire. Sono pensieri che in lui suscitano rabbia, in quanto egli sente il desiderio di esprimersi, di esprimere il proprio pensiero, che come quello degli altri, è profondo come il mare. Il riferimento agli anni ’70 diventa ancora più evidente nella terza strofa, quando si afferma che «non c’è più decoro, / Dio o chi per lui sta cercando di dividerci»104: non si tratta certo di blasfemia, ma di una critica mossa alla Democrazia Cristiana, che in quegli anni risultava ancora essere il primo partito del Paese. Questo pensiero potrebbe risultare qualunquista o populista, tuttavia risulta profondo. «Con la forza di un ricatto l’uomo diventò qualcuno», con la forza dello sciopero e della manifestazione, l’uomo riuscì ad ottenere i propri diritti e «resuscitò anche i morti, spalancò prigioni, bloccò sei treni»105 e raggiunse il progresso. Un progresso che non è inteso come economico, ma mentale. Si tratta dello sviluppo del pensiero attraverso la mente che, sollecitata da diversi stimoli, è in grado di arrivare a produrre un ragionamento proprio. Il “povero” è stato «innalzato a un ruolo difficile da mantenere»106, quello di protagonista di un’azione politica che, non essendo adeguatamente guidata, lo ha poi lasciato in balia di se stesso e dei suoi pensieri, in un’emancipazione che non è in grado di gestire. Nella quinta strofa la situazione degenera e il “povero” è costretto a combattere per «conquistare quello scherzo di terra / che il suo grande cuore doveva coltivare». Si arriva così a una sorta di guerra civile dettata dall’egoismo che caratterizza ogni uomo in funzione della propria sopravvivenza e alla conseguente distruzione di quei movimenti che avevano tutelato i meno abbienti (strofa 6). E il “povero” viene «scaraventato in un palazzo o in un fosso»107 come il protagonista di Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano, in cui Mario è «sfruttato represso calpestato odiato» o ancora «dimagrito declassato sottomesso disgregato»108. La settima strofa risulta piuttosto ambigua: si parla di un mistico, «forse un aviatore»109 in grado di risolvere questo problema, poiché commosso dalla situazione. Probabilmente si tratta di qualcuno che non ha nulla a che fare con la terra, di qualcosa di altro che, ancora una volta, si ritrova a favorire i più abbienti, quindi i “belli” di cui parla la canzone, a sfavore dei “brutti”, che vengono addirittura messi davanti a uno specchio, «per potersi guardare»110. Nell’ottava strofa, entrano in gioco «i pesci, dai quali discendiamo tutti», i quali «assistettero / curiosi al dramma collettivo di questo mondo che a loro / indubbiamente doveva sembrar cattivo/ e cominciarono a pensare, / nel loro grande mare / come è profondo il mare»111. In questo caso i pesci costituiscono la metafora delle nuove generazioni che, stupite, assistono a un periodo drammatico della storia del nostro Paese. Esse rappresentano il futuro dell’umanità e di fronte a questo mondo lo immaginano “cattivo”. Che cosa le salverà? Che cosa salverà il nostro futuro? La consapevolezza dovuta alla costruzione di un pensiero proprio, quella consapevolezza che rende l’uomo libero e che lo porterà a combattere per la propria libertà. Nella strofa seguente (strofa 9), infatti, viene espresso chiaramente quanto il pensiero sia scomodo, poiché l’individuo pensante non è omologato, anzi, è muto proprio come i pesci, ma essendo tale non può essere bloccato «perché lo protegge il mare»112. Se, quindi, il pensiero risulta fastidioso, esso è al contempo necessario, anzi indispensabile per sostenere l’individuo nella sua lotta per la libertà. Infine (strofa 10), Dalla conclude il testo commentando più esplicitamente quanto affermato in precedenza: il potere «non è disposto a fare distinzioni poetiche»113. Nonostante ciò, la potenza del pensiero non può essere ostacolata, come l’oceano esso è così immenso e incontenibile da non poter essere arginato. Con l’intenso climax finale, egli conclude il suo capolavoro, sulla scia di «è il potere che offende»114: dall’alto, stanno bruciando, uccidendo, umiliando, piegando il mare. Il nostro pensiero è in pericolo. L’intensità dell’interpretazione è straordinaria: la ripetizione di soli due accordi rende la canzone soave e assorbita in una commozione significativa. La passione del cantautore si svela attraverso la sua voce impetuosa, in una desolazione finale che lascia ogni ascoltatore da solo, immerso nella profondità del proprio mare.

 

***

 

5. CONCLUSIONI

 

Nel Settantasette l’opinione pubblica italiana è scossa e disorientata dalla dicotomia che si crea tra l’utopia della “fantasia al potere” e il realismo della violenza in piazza. Gli anni ’70 sono infatti anni di attentati, occupazioni, scontri armati e omicidi. In questa stagione molte sono le vittime della droga, prima fra tutte l’eroina, che porta con sé i più deboli e sensibili. Questo periodo non deve però essere associato, raccontato e ricordato soltanto per i moltissimi aspetti negativi poiché il fervore culturale è intenso: nascono nuovi generi musicali e un nuovo tipo di linguaggio sperimentale. Fioriscono il cinema e il teatro, i valori dell’amicizia e della solidarietà diventano fondamentali. È in questo momento storico che si iscrive la collaborazione tra Lucio Dalla e Roberto Roversi, che porterà il cantautore a un cambiamento radicale del suo percorso artistico e personale. Durante i tre anni in cui gli artisti lavorano insieme, è Roversi a scrivere testi politicamente impegnati e pregni di significati metaforici ed è il cantautore a trarre maggiormente insegnamento da questa esperienza: Roversi viene visto come un’ancora di salvezza per eludere un futuro che ormai si proiettava costituito da canzonette e Festival di Sanremo. Attraverso la collaborazione con il poeta bolognese, Dalla matura una consapevolezza diversa e una sensibilità straordinaria per determinate tematiche, come quella civile, che lo porteranno a produrre il suo capolavoro: Come è profondo il mare, nel 1977. Con questo album non solo dimostra di essere in grado di comporre testi che possono essere considerati poetici, ma anche di saperli musicare in maniera consapevole. Se da un lato è tangibile l’influenza di Roversi, sia nella composizione che nei contenuti, dall’altro occorre riconoscere una sensibilità sorprendente e un’attenzione particolare ai temi sociali che caratterizzavano quel periodo. A partire dal 1977 Lucio Dalla può essere considerato un cantautore a tutti gli effetti, se per “cantautore” intendiamo colui che interpreta una canzone che egli stesso ha composto, in parole e musica.

 

Ma quando Ivano Fossati scrive per Mia Martini, smette di essere un cantautore per essere “soltanto” un autore? E quando interpreta in un proprio disco La costruzione di un amore ridiviene magicamente “cantautore”, risalendo dal rango inferiore di “autore”? Siamo ai limiti dell’aporia, e l’aporia indica una fallacia nel ragionamento, indica un problema insolubile logicamente. Dunque, come dobbiamo chiamarla questa cosa?115

 

Il dibattito riguardante la dignità poetica della canzone è tuttora molto acceso: proviamo a considerare il tutto da una prospettiva diversa, come ci consiglia Francesco Giardinazzo nel suo libro La culla di Dioniso. Egli sostiene che siamo noi a pensare e a leggere la poesia senza pensare alla musica. Nell’immaginario comune, il termine “cantare” riferito alla poesia rimanda a «un’azione compiuta da uno scrittore-poeta che, in silenzio generalmente, compone ed elabora versi»116. Ma se provassimo a rovesciare questo ragionamento, considerando le canzoni «come “poesie senza musica” mancherebbe qualcosa al loro statuto? Mariano Deidda ha musicato le poesie di Pessoa, Borges ha scritto delle poesie ispirate al tango, De André ha fatto parimenti con Lee Masters, Villon, Cecco Angiolieri e Álvaro Mutis»117. Possiamo dire quindi che considerare la poesia senza musica o viceversa sia un limite culturale, poiché ogni volta che si legge una poesia non si può dimenticare la metrica o il ritmo, così come ogni volta che ascoltiamo una canzone non possiamo non soffermarci a riflettere sul suo significato (anche se non è così per tutte). Inoltre, è necessario ricordare l’importanza dello stretto rapporto che esiste tra oralità e vocalità, il cui punto culminante è costituito dall’esecuzione del testo, senza la quale esso non avrebbe alcun senso. Lo stesso Giardinazzo afferma che: «se ha ragione Valéry nel dire che una poesia, il suo stesso significato, esiste soltanto nel momento in cui viene eseguita, ragiona anche da musicista e non soltanto da autore di un testo scritto»118.

 

***

 

6. APPENDICE I

Intervista ad Antonio Bagnoli119

 

1. Come introdurrebbe la figura di Roberto Roversi a un lettore che si accinge ad affrontare per la prima volta la sua produzione?

Gli direi: «Devi leggere Roberto Roversi perché, nonostante fosse uno dei tre autori più importanti del secondo ’900, è riuscito a rimanere sconosciuto, a non farlo sapere. Sapendo ciò, scoprirai che Roversi era un frattale, quindi troverai un angolo della sua produzione che ti piacerà senza però arrivare mai fino in fondo. Il suo lavoro, infatti, è di una profondità inarrivabile e ti renderai conto che c’è sempre un elemento ricollegabile a un altro: musica, teatro, cinema, letteratura, arte, ecc. La sua produzione risulta di un’originalità e di uno spessore inimmaginabile per un ambito così vasto. Montale, per esempio, era “soltanto” un poeta, mentre Roversi era anche un politico, un romanziere, un autore teatrale. Vedrai, caro lettore, che partendo da uno spicchio delle sue opere scoprirai poi tutto il resto».

 

2. Secondo Lei quanto la figura di Roversi ha influenzato Lucio Dalla nelle produzioni successive al 1976? L’autorevolezza del poeta è realmente tangibile nei testi del cantautore? Quanto invece Roversi ha imparato da Dalla?

Bisogna dire che Roversi era per Dalla un faro da seguire in un momento della sua vita in cui era disposto a tutto pur di cambiare la percezione che il pubblico aveva di lui. Il cantautore, infatti, calcava le scene da più di venti anni e la sua immagine era stata plasmata da Gino Paoli. Le canzoni che la Pallottino e Baldazzi scrivevano per lui non lo soddisfacevano più e Roversi fu per lui la svolta.

L’autorevolezza del poeta risulta sicuramente tangibile. Dalla, infatti, cita tantissimo Roversi perché grazie a quest’ultimo ha capito che cosa è la poesia. Fino al 1973 Dalla aveva sempre raccontato delle storie nelle sue canzoni, per esempio 4 marzo 1943, mentre con Roversi realizza finalmente che la poesia è un’altra cosa, arrivare al sentimento è la vera poesia. Il testo di Caruso presenta parole evocative ma non racconta nessuna storia. Ecco, questa è poesia.

Per quanto riguarda invece quello che Roversi ha imparato da Dalla, direi veramente poco. Per Dalla Roversi era un punto di riferimento al quale si era aggrappato totalmente in quel periodo particolare della sua vita, tanto che accettava qualsiasi proposta presentata dal poeta senza neanche troppa consapevolezza. I due, infatti, non hanno mai discusso riguardo ai testi scritti da Roversi se non pochissime volte e Roversi recrimina a Dalla proprio il fatto di non impegnarsi a dovere nell’interpretazione. Bisogna dire che i due artisti erano davvero differenti l’uno dall’altro: Dalla era iperattivo, mentre Roversi era quasi immobile, concentrato e rigoroso nel suo lavoro. Forse grazie a Dalla Roversi, che da sempre aveva lottato contro la grande distribuzione in ambito letterario, comprende che quella musicale funziona allo stesso modo, quindi deve essere contrastata. Roberto vedeva questo lavoro come forma di militanza politica, non cercava il successo a cui invece aspirava Lucio Dalla.

 

3. È d’accordo sul fatto che dopo la collaborazione con Roversi, Dalla possa essere definito un cantautore, quindi un artista capace di scrivere dei testi considerati poetici e poi di musicarli in maniera cosciente?

Sì, assolutamente. Il testo di Come è profondo il mare, ad esempio, se messo accanto agli altri può essere considerato un testo di Roversi. Presenta la stessa intuizione e la stessa sensibilità dei testi roversiani ed è evidente come Dalla, nell’intero album, si rifaccia alla sua scrittura. Dalla tuttavia non è stato mai del tutto consapevole della profondità dei testi roversiani; il suo maggior pregio era l’abilità nel musicare i testi di Roberto, che non erano orecchiabili, non presentavano alcun ritornello, eppure sono stati musicati in maniera eccezionale. Pensiamo all’album Anidride solforosa, che per quei tempi sarebbe stato impensabile, tanto che, ascoltato oggi, potrebbe apparire come un disco contemporaneo.

 

4. Nella poetica di Roversi il tema della violenza e quello della rivoluzione sono spesso ricorrenti. Potrebbero essere definite due parole chiave dell’intera produzione del poeta? Il suo impegno civile si manifesta davvero attraverso questi due concetti?

Più che di “violenza”, se si effettua un’analisi chomskiana della produzione di Roversi, parlerei di “urgenza”. Roberto non amava molto il termine “violenza”, in quanto esso rappresenta qualcosa che è già avvenuto, mentre la sua intenzione era quella di capire cosa sarebbe successo il giorno dopo. Appena sveglio si domandava «Cosa posso fare questa mattina per cambiare il mondo?». Cercava di proporre il cambiamento in atto giorno dopo giorno. Per questo motivo era più importante l’urgenza: non andava bene starsene seduto ad aspettare che qualcosa accadesse. “Nel modo in cui credi, prova a cambiare il mondo”: così può essere espressa la sua filosofia di vita. E Roberto lo faceva restando chiuso nella sua libreria antiquaria. Non amava andare in televisione, la sua era un’urgenza di comunicazione reale. Per questo non parlerei di violenza. Ecco per lui l’indottrinamento era inutile. Diceva «Se mi vogliono conoscere, che vengano qui». Il suo atteggiamento nello spiegare l’importanza dello scambio culturale è sempre apparso quasi paterno.

Il suo impegno civile era letterariamente legato al concetto di res publica: le tue cose le curi perché sono tue, ma le cose di tutti debbono essere curate ancora di più, proprio perché sono di tutti. Ognuno di noi deve avere a cuore la res publica e interessarsi a quello che ci circonda. Ne Le descrizioni in atto, precisamente nel quattordicesimo componimento, Roversi scrive «Quel giorno quando alle 20,25 ora italiana / la Gemini 6 s’affiancò avendo / mutata ellisse alla Gemini 7 in alto sulle / Azzorre, Cosimo Moscagiuri muratore disoccupato, 5 figli, / pensò / (per la prima volta?) di ammazzarsi a Milano. E / s’ammazzò, dipoi». Sembra assurdo, ma noi di cosa dobbiamo preoccuparci? Della navicella grazie alla quale l’uomo supera i confini dello spazio o del muratore? Roversi è stato il più grande poeta civile del ’900 italiano perché possedeva un concetto del nostro ruolo nel mondo a livelli altissimi. La res publica non è pietà o politica, ma siamo noi come consesso umano. Ognuno fa quello che può per aiutare l’altro. Ecco un piccolo aneddoto: uno studente calabrese, appena laureato, era andato a trovare Roberto nella sua libreria per discutere del suo futuro. Lo studente aveva deciso di creare un circolo culturale a Bologna. La risposta di Roberto fu: «Perché non crei questo circolo proprio giù in Calabria?». La risposta dello studente fu che in Calabria, nel suo paesino, non esisteva una rete culturale adeguata. E Roversi ancora una volta: «Proprio per questo dovresti spostarti in Calabria». Il suo invito era sempre quello di partecipare attivamente, di essere autori in prima persona del cambiamento. In questo senso si può parlare di rivoluzione: Roberto si svegliava la mattina e faceva qualcosa per cambiare il mondo e la stessa idea era presente ogni volta che lavorava sulle sue opere.

 

***

 

7. APPENDICE II

Testi di riferimento

 

I.

È lì

«Interrompiamo la trasmissione per comunicare che in questa notte di serenità, di pace e d’amore è stato rinvenuto il cadavere di un uomo… morto. La cosa è di un’eccezionalità insolita e veramente eccezionale, perché erano vent’anni che in questo nostro bel mondo, nostro, non moriva un uomo, e non veniva trovato. Le nostre squadre, televisive, si sono recate sul posto, in una località del Piemonte, ai piedi del monte, e hanno intervistato il contadino… il pastore… l’operaio… insomma, quell’altro uomo che ha trovato il cadavere. Ci scusiamo in precedenza per l’emotività; il fatto eccezionale ha sconvolto il signore. Comunque il nostro inviato (al quale va il nostro ringraziamento per aver sospeso la festa, il Natale, la famiglia), ancora con la torta in mano, recatosi là, ha intervistato questo uomo…»

 

Era coperto di rami

coperto di sassi

coperto di terra.

 

Gli occhi, gli occhi.

No, non ho visto gli occhi.

Eran coperti coi rami

erano neri di terra

erano verdi di boschi.

 

I capelli, i capelli.

No, non ho visto i capelli.

Rossi di sangue i capelli

polvere e fango i capelli

penne strappate di uccelli.

 

La bocca, la bocca.

No, non ho visto la bocca.

Era riempita di terra

era coperta di rami e di sassi;

con il labbro spaccato

no, la sua bocca taceva.

 

La mano, la mano.

Sì, la sua mano viveva.

Era coperta di rami e di sassi

era coperta di terra

ma la sua mano splendeva, bruciava

sì, la sua mano cantava;

la mano stringeva un calcio infangato

di un fucile di guerra. 120

 

II.

Passato, presente

Il passato.

Il passato è mio padre

che cerca nella tasca una sigaretta.

 

Il passato è mia madre con i capelli neri.

Il passato è la mia voglia di crescere in fretta.

 

Il passato è una giovane donna

ferma davanti a una porta.

Di lei ormai che cosa m’importa?

 

Il passato di tanti anni fa

alla fine del Quarantanove

è il massacro del feudo Fragalà

sulle terre del barone Breviglieri.

Tre braccianti stroncati

col fuoco del moschetto

in difesa della proprietà.

Sono fatti di ieri.

 

Il passato è la mia rabbia che si fa tuono

il passato è un fuoco che brucia i pensieri

il passato è un ragazzo che diventa uomo.

 

Il presente.

Il presente è un aratro che

scava dentro il cuore in fretta.

 

Il presente ha tutti questi anni da ricordare

il presente ha tante porte in galera da contare.

 

Il presente passa e ripassa come

un urlo di sirena

alla fine di una lunga giornata.

 

Il presente vola e nessuno può dire

se è migliore o peggiore

come molti credono,

perché la libertà è difficile

e fa soffrire.

Tu dove vai? Quella voce che chiama!

Di me cosa importa?

 

Il presente è stanze strette, è autostrade infinite

il presente è una macchia di sangue da cinquanta chilometri

il presente è un fiume di sole con giovani vite121.

 

III.

Carmen Colon

Carmen Colon

con i suoi dieci anni

con i suoi piedi nudi

sull’asfalto dell’autostrada.

 

Carmen Colon

i capelli sono folti e chiari

le sue mani sono di donna

sulla polvere e sul prato.

 

Carmen Colon

voce forte dell’assassino

c’è un’altra voce che la chiama

non sono gli occhi di un ragazzino.

 

Ahi, Carmen Colon

Carmen Colon

Carmen Colon

Carmen Colon.

 

Carmen Colon

corre veloce nell’erba

intorno al collo ha perle di luce

lama arrotata di coltello.

 

Carmen Colon

le macchine passano in fretta

si baciano i giovani, bevono Cola

la guardano e non vedono.

 

Carmen Colon

il primo colpo è un sasso in fronte

nella carne non fa male

il sangue è freddo e leggero.

 

Ahi, Carmen Colon

Carmen che chiama

Carmen pugnale

Carmen sull’erba.

 

Carmen Colon

non ha più sorella, fratello

la sua vita si è fermata

è in ginocchio e non la vede più.

 

Carmen Colon

questa ragazzina e la morte

commuovono la tivù.

Grandi titoli sopra i giornali.

 

Carmen Colon

è la vittima ventesima

fra i bidoni viola dell’agosto

il suo corpo sotto il lenzuolo è nascosto.

 

Carmen Colon

nessuno per lei si è fermato

né un aiuto o una mano le hanno dato

filavano via verso il mare.

 

Anche la madre

dicono non la vuol ricordare.

Sull’asfalto che si squaglia è rimasto

solo sangue con un segno blu122.

 

IV.

Le parole incrociate

Chi era Bava il beccaio? Bombardava Milano;

correva il Novantotto, oggi è un anno lontano.

I cavalli alla Scala, gli alpini in piazza Dom.

Attenzione:

cavalleria piemontese, gli alpini di Val di Non.

 

Chi era Humbert le Roi? Comandava da Roma;

folgore della guerra, con al vento la chioma.

La fanteria stava a Mantova e i bersaglieri sul Po.

Attenzione:

la fanteria calabrese, i bersaglieri di Rho.

 

E chi era Nicotera ministro dell’Interno?

Sole di sette croci e fuoco dell’inferno?

All’Opera il Barbiere, cannoni a Mergellina.

Attenzione:

spari capestri e mazze da sera alla mattina.

 

Di pietra non è l’uomo

l’uomo non è un limone

e se non è di pietra

non è carne da cannone.

 

Cavallo di re

la figlia di un re

l’ombra di un re

la voglia di un re.

Soltanto chi è re

può contrastare un re.

Il gioco dei potenti

è di cambiare se vogliono

anche la corsa dei venti.

 

E i limoni a Palermo? Pendevano dai rami,

coprendo d’ombra il sangue di poveri cristiani.

Chi era Pinna? Un questore a Garibaldi amico.

Attenzione:

fucilazioni in massa, dentro al castello antico.

 

E la tassa sul grano? Tutta l’Emilia rossa

s’incendia di furore, brucia nella sommossa.

Stato d’assedio, spari, la truppa bivacca.

Attenzione:

lento il fiume scorreva da Cremona a Ferrara.

 

Che nome aveva l’acqua trasformata in pantano?

Macello a sangue caldo di popolo italiano.

Un’intera brigata decimata sul posto.

Attenzione:

i soldati legati agli alberi del bosco.

 

L’uomo non è di pietra

l’uomo non è un limone

poiché non è di pietra

neppure è carne da cannone.

Quando la vecchia

carne voleva

il macellaio

fu presto impiccato;

e un re da cavallo

è anche sbalzato

e in mezzo al salnitro

precipitato,

come al tempo

del grande furore

quando il vecchio imperatore

a morte condannava

chi faceva l’amore.

 

Sei le colonne in fila, il gioco è terminato.

Nel bel prato d’Italia c’è odore di bruciato.

Un filo rosso lega tutte queste vicende.

Attenzione:

dentro ci siamo tutti, è il potere che offende123.

 

V.

Nuvolari

Nuvolari è basso di statura

Nuvolari è al di sotto del normale

Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa

Nuvolari ha un corpo eccezionale

Nuvolari ha le mani come artigli

Nuvolari ha un talismano contro i mali

il suo sguardo è di un falco per i figli

i suoi muscoli sono muscoli eccezionali.

Gli uccelli nell’aria perdono le ali

quando passa Nuvolari

quando corre Nuvolari

mette paura

perché il motore è feroce

mentre taglia ruggendo la pianura;

gli alberi della strada

strisciano sulla biada,

sui muri cocci di bottiglia

si sciolgono come poltiglia;

tutta la polvere è spazzata via.

Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari

la gente arriva in mucchio e si stende sui prati

quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari

la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore

e finalmente quando sente il rumore

salta in piedi e lo saluta con la mano,

gli grida parole d’amore

e lo guarda scomparire

come guarda un soldato a cavallo, a cavallo nel cielo

di aprile.

Nuvolari è bruno di colore

Nuvolari ha la maschera tagliente

Nuvolari ha la bocca sempre chiusa

di morire non gli importa niente.

Corre se piove, corre dentro il sole,

tre più tre per lui fa sempre sette,

con l’Alfa rossa fa quello che vuole

dentro al fuoco di cento saette.

C’è sempre un numero in più nel destino

quando corre Nuvolari

quando passa Nuvolari

ognuno sente il suo cuore vicino

in gara a Verona è davanti a Bordino:

con un tempo d’inferno

acqua grandine e vento,

pericolo d’uscire di strada,

a ogni giro un inferno,

ma sbanda striscia è schiacciato,

lo raccolgono quasi spacciato

ma Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro,

batte Varzi e Campari,

Borzacchini e Fagioli,

Brilli-Peri e Ascari124.

 

VI.

Due ragazzi

Dentro a un’auto scalcinata

al margine di un campo,

–un’autodemolizione–

dentro a quest’auto abbandonata

due ragazzi seduti

fitti fitti fitti fitti fanno conversazione.

 

La ragazza è carina

ha i capelli neri e corti,

lui ha una faccia da faina

furba e divertente;

si riparano dalla gente;

lui la tiene stretta

e parlano parlano parlano a voce bassa, in fretta.

 

È bello ascoltare

così la vita che striscia,

la vita strisciare adagio come un serpente annoiato;

baciarsi dieci volte senza paura in un minuto;

parlare di oggi, parlare d’amore, parlare di domani

toccarsi con le mani.

 

La vita è così vicina

ogni cosa è ancora da fare

il futuro è verde è freddo è profondo come il mare

tentano di toccarlo con i loro piedi

prima di decidersi decidersi a buttare.

 

–Sei un topino bianco

io io io io ti ho trasformato in angelo

con ali formidabili.

Tu lavavi stiravi le camicie

e io seduto in un angolo fumavo.

Guardami ancora con amore,

lo so che sono vecchio,

lo so che ho già vent’anni.

 

–Ma,– lei risponde, –ti sposerei lo stesso

io, anche se ti ho sempre detto:

voglio andare a letto con un uomo

ma non so cosa fare.

Tu mi dicevi: perché non prendi me?

Era un gioco,

io lo so che era un gioco

e non so cosa fare

perché adesso non voglio

che stare qua a guardarti e ascoltare.

 

Dall’alto piove una neve verde

portata dall’ombra della sera,

scoppiano tre stelle all’improvviso

enormi come un grande riflettore

sopra all’auto scalcinata

al margine di un campo

dentro a un’auto in demolizione

dove due ragazzi senza tempo

fanno l’amore125.

 

VII.

La signora di Bologna

Mi accarezza la mano,

legge adagio il futuro.

È seduta sul vuoto.

Con il pollice striscia

la linea della mia vita

e brucia il mio passato.

Ha lunghe dita magre

ha trecento mattini

da riempire di favole.

Poi cammina leggera

mentre la nebbia gialla

cade sulla pianura.

Ma che città è mai questa?

Improvvisamente so

che il ricordo non basta.

Siamo ormai nel duemila,

è un deserto la notte

alberi in fila.

È il sogno di un’avventura

l’avventura è sognata

nel buio di questa sera.

Mi fermo a fantasticare

fumo come un dannato

mi lecco le ferite;

lei mi può cancellare

o mi può richiamare

con due sole parole.

Cosa potrei lasciarle

se lei mi lascerà?

Restano antiche paure.

È ferma nella piazza

vola coi piccioni

è ferita dal sole.

Sono verdissimi gli occhi

che s’aprono in un sorriso,

li corregge con la matita.

Poi un giorno è partita,

ha rubato il marito

alla sua migliore amica.

Dopo mesi è tornata

il marito è distrutto

l’amica è disperata.

Come in una storia antica

mi ha chiamato mi ha cercato,

io non sono tornato.

Il verde che strisciava

la linea della mano

non è quello di prima.

L’età dell’automobile

gettona tutti i miti

nei chioschi di benzina126.

 

VIII.

Intervista con l’avvocato

Buon giorno, grazie avvocato,

sono del Manchester Guardian,

non le farò perdere tempo.

Questa è la prima domanda:

Come concilia il proposito

del Taylorismo superato

poi vuotare Mirafiori

e riempire di nuovo

il treno dell’immigrato

(non il treno della Rondine

invece quello del Sole)

e prendere l’occasione

di decentrare la produzione?

 

Grazie, ho capito avvocato;

lei non mi fa perdere tempo,

è sempre molto educato.

Questa è la seconda domanda:

la Fiat nella sola Torino

ha centoventimila operai

e quindicimila le industrie

legate a questo destino.

L’area dell’intera città

è tanto densa da fare pietà.

E lei adesso sbaracca a Volvéra

la fabbrica per i ricambi

e la fonderia a Crescentino?

 

Bene, molto bene avvocato,

il suo inglese è perfetto;

io ho tutto annotato.

Adesso la terza domanda:

dicono che per gli anni a venire

prevedono un grande ristagno

del mercato italiano

a bassi, molto bassi livelli:

media annuale in vetture

non più di sei o sette cento

(si intende di mila)

ma lei prevede incremento,

lei vede un mercato che fila.

 

Ancora un momento, avvocato;

l’argomento è complesso

e tocca svariati argomenti.

La stringo ancora fra i denti.

Da tutti è ormai confermato

che l’auto è in una crisi profonda,

che l’auto non ha futuro,

stecco di legno su un’onda

e che dopo l’assestamento

le auto saranno più rare

e finiranno per scomparire

come lampare sul mare.

 

Concordo con lei avvocato:

il futuro è uno strazio;

mi sembra che l’incertezza

a lei non dia spazio.

Ho letto in un’inchiesta

per mano di un bambino:

“Mio padre è povero e magro,

povero magro e basso”.

Ma l’auto non avrebbe un futuro

se potesse portare a spasso

quel padre e quel bambino

cavandoli al loro destino?

 

Eh lo so bene, avvocato;

che niente è per l’eterno,

che ogni giorno è rovesciato

e che l’anno finisce in inverno.

Dal giacimento Ekofisk,

visitato dal ministro Misaglia,

lassù nel Mare del Nord

petrolio per l’Italia.

Un’isola di un chilometro,

serbatoi di cemento e d’acciaio

al fuoco di questo futuro

non brucia soltanto chi è in basso?127

 

IX.

Come è profondo il mare

Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte

per paura degli automobilisti, dei

linotipisti

siamo i gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi

pensieri,

e non abbiamo da mangiare

come è profondo il mare

come è profondo il mare.

 

Babbo, che eri un gran cacciatore di quaglie e di fagiani

caccia via queste mosche che non mi fanno dormire, che mi

fanno arrabbiare

come è profondo il mare

come è profondo il mare.

 

È inutile, non c’è più lavoro, non c’è più decoro

Dio o chi per lui sta cercando di dividerci, di farci del

male, di farci annegare

come è profondo il mare

come è profondo il mare.

 

Con la forza di un ricatto l’uomo diventò qualcuno,

resuscitò anche i morti, spalancò prigioni, bloccò sei treni

con relativi vagoni

innalzò per un attimo il povero a un ruolo difficile da

mantenere, poi lo lasciò

cadere a piangere e a urlare

solo in mezzo al mare

come è profondo il mare.

 

Poi da solo l’urlo diventò un tamburo e il povero, come un

lampo, nel cielo sicuro

cominciò una guerra per conquistare quello scherzo di terra

che il suo grande cuore doveva coltivare

come è profondo il mare

come è profondo il mare.

 

Ma la terra gli fu portata via compresa quella rimasta

addosso

fu scaraventato in un palazzo o in un fosso,

non ricordo bene,

poi una storia di catene, bastonate e chirurgia

sperimentale

come è profondo il mare

come è profondo il mare.

 

Intanto un mistico, forse un

aviatore, inventò la commozione

che rimise d’accordo tutti i belli con i brutti, con

qualche danno per i brutti

che si videro consegnare un pezzo di specchio così

da potersi guardare

come è profondo il mare

come è profondo il mare.

 

Frattanto i pesci, dai quali discendiamo tutti, assistettero

curiosi

al dramma collettivo di questo mondo che a loro

indubbiamente doveva sembrar cattivo

e cominciarono a pensare,

nel loro grande mare

come è profondo il mare.

 

È chiaro che il pensiero fa paura e dà fastidio anche se

chi pensa è muto come un pesce

anzi è un pesce

e come pesce è difficile da bloccare

perché lo protegge il mare

come è profondo il mare.

 

Certo chi comanda non è disposto a fare distinzioni

poetiche

il pensiero è come l’oceano, non lo si può bloccare, non lo

puoi recintare

così stanno bruciando il mare

così stanno uccidendo il mare

così stanno umiliando il mare

così stanno piegando il mare128.

 

X.

Il feroce monarchico Bava

Alle grida strazianti e dolenti

di una folla che pan domandava,

il feroce monarchico Bava

gli affamati col piombo sfamò.

 

Furon mille i caduti innocenti

sotto al fuoco degli armati caini

e al furor dei soldati assassini

“morte ai vili!” la plebe gridò.

 

Deh non rider sabauda marmaglia

se il fucile ha domato i ribelli,

se i fratelli hanno ucciso i fratelli,

sul tuo capo quel sangue cadrà!

 

La panciuta caterva dei ladri,

dopo avervi ogni bene usurpato,

la lor sete ha di sangue saziato

in quel giorno nefasto e feral.

 

Su piangete mestissime madri

quando oscura discende la sera

per i figli gettati in galera,

per gli uccisi dal piombo fatal129.

***

 

8. BIBLIOGRAFIA

 

Arbasino Alberto, In questo stato, Milano, Garzanti, 1978.

Baldazzi Gianfranco e Serra Roberto, Lucio Dalla. L’uomo degli specchi, Bologna, Minerva edizioni, 2013.

Cage John, Kostelanetz Richard (a cura di), Lettera a uno sconosciuto, con un ricordo di Merce Cunningham, prefazione di Edoardo Sanguineti, trad. di Franco Masotti, Roma, Socrates, 1996.

Cammarano Fulvio, Guazzaloca Giulia, Piretti M. Serena, Storia contemporanea. Dal XIX al XXI secolo, Milano, Le Monnier, 2009.

Capossela Vinicio, Non si muore tutte le mattine, Milano, Feltrinelli, 2006.

Colaianni Nicola, L’Italia nel 1898. Tumulti e reazioni, a cura di B. Miral, Milano, 1951.

Dalla Lucio e Alemanno Marco, Gli occhi di Lucio, Milano, Bompiani, 2012.

Dalla Lucio, Mollica Vincenzo (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001.

Dalla Lucio e Roversi Roberto, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013.

Dark Stefano, Libere! L’epopea delle radio italiane degli anni ’70, Viterbo, Nuovi equilibri-Stampa alternativa, 2009.

Faeta Francesco, Melissa. Folklore, lotta di classe e modificazioni culturali in una comunità contadina meridionale, Firenze-Milano, La casa Usher, 1979.

Fabbri Franco, L’ascolto tabù, Milano, Il Saggiatore, 2005.

Finzi Roberto e Bartolotti Mirella, Storia: verso una storia planetaria. Vol. 3, Bologna, Zanichelli, 1990.

Giardinazzo Francesco, La culla di Dioniso. Storie musicali del passato prossimo, Genova, Milano, Marietti 1820, 2009.

Ginsborg Paul, Storia d’Italia 1943-1996: famiglia, società, Stato, Torino, Einaudi, 1998.

Giulietti Marialaura, Com’è profondo il mare. Biografia del capolavoro di Lucio Dalla, Milano, Rizzoli, 2007.

Jona Emilio e Liberovici Sergio, Il 29 luglio 1900. Vita e morte di Gaetano Bresci, Roma, Donzelli Editore, 1972.

Marinetti Filippo Tommaso, Manifesto del Futurismo, Parigi, Le Figaro, 20 febbraio 1909. Pasolini Pier Paolo, Scritti Corsari, Milano, Garzanti, 1975.

Peroni Marco, Il nostro concerto. La storia contemporanea tra musica leggera e canzone popolare, Scandicci, La Nuova Italia, 2001.

Pivato Stefano, La storia leggera. L’uso pubblico della storia nella canzone italiana, Bologna, Il Mulino, 2002.

Roversi Roberto, Dopo Campoformio, Torino, Einaudi, 1965.

Scuro Enrico, I ragazzi del ’77. Una storia condivisa su Facebook, Bologna, Baskerville, Sonic Press, 2011.

Spataro Mario, I primi secessionisti. Separatismo in Sicilia 1866 e 1943-46, Napoli, Edizioni Controcorrente, 2001.

Woolf Virginia, Orlando, Milano, Mondadori, 1995.

 

***

 

9. DISCOGRAFIA

 

Dalla Lucio, Il giorno aveva cinque teste, RCA, 1973.

Dalla Lucio, Anidride solforosa, RCA, 1975.

Dalla Lucio, Automobili, RCA, 1976.

Dalla Lucio, Come è profondo il mare, RCA, 1977.

Gaetano Rino, Mio fratello è figlio unico, 1976.

Tenco Luigi, Ciao amore ciao, RCA, 1967.

 

***

 

10. SITOGRAFIA

 

www.guidochiesa.net

www.robertoroversi.it

www.treccani.it

 

***

 

11. FILMOGRAFIA

 

Chiesa Guido, Alice è in paradiso, Italia, 2002.

Chiesa Guido, Lavorare con lentezza, Italia, 2004.

Massari Stefano, Tass, storia di Stefano Tassinari, Italia, 2014.

 

 

NOTE

1                F. Giardinazzo, La culla di Dioniso. Storie musicali del passato prossimo, Genova, Milano, Marietti 1820, 2009, p. 13.

2                L. Dalla, Le parole incrociate da Anidride solforosa, RCA, 1975.

3                F. Giardinazzo, La culla di Dioniso. Storie musicali del passato prossimo, Genova, Milano, Marietti 1820, 2009, p. 27.

4                R. Finzi e M. Bartolotti, Storia: verso una storia planetaria. Vol. 3, Bologna, Zanichelli, 1990, p. B27.

5                Cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia 1943-1996: famiglia, società, Stato, Torino, Einaudi, 1998.

6                R. Finzi e M. Bartolotti, Storia: verso una storia planetaria. Vol. 3, Bologna, Zanichelli, 1990, p. B36.

7                Ivi, p. B39.

8                Ivi.

9                Ivi, p. B40.

10              Ivi.

11              Ivi.

12              S. Dark, Libere! L’epopea delle radio italiane degli anni ’70, Viterbo, Nuovi equilibri-Stampa alternativa, 2009, p. 119.

13              Ivi.

14              Ivi, p. 120.

15              Ivi.

16              Cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia 1943-1996: famiglia, società, Stato, Torino, Einaudi, 1998.

17              Ivi, p. 471.

18              Cfr. E. Scuro, I ragazzi del ’77. Una storia condivisa su Facebook, Bologna, Baskerville, Sonic Press, 2011.

19              Cfr. Dark Stefano, Libere! L’epopea delle radio italiane degli anni ’70, Viterbo, Nuovi equilibri-Stampa alternativa, 2009.

20              Ivi, p. 67.

21              Ivi, p. 69.

22              Ivi, p. 89.

23              Ivi, p. 108.

24              Ivi, p. 113.

25              Cfr. G. Chiesa, Alice è in paradiso, Italia, 2002.

26              S. Dark, Libere! L’epopea delle radio italiane degli anni ’70, Viterbo, Nuovi equilibri-Stampa alternativa, 2009, p. 114.

27              L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 14.

28              Cfr. G. Baldazzi e R. Serra, Lucio Dalla. L’uomo degli specchi, Bologna, Minerva edizioni, 2013.

29              L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 14.

30              L. Dalla e M. Alemanno, Gli occhi di Lucio, Milano, Bompiani, 2012.

31              L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 179.

32              L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, p. 102.

33              L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 154.

34              Ivi, p. 161.

35              Per un approfondimento sulla vita di Lucio Dalla: Baldazzi Gianfranco e Serra Roberto, Lucio Dalla. L’uomo degli specchi, Bologna, Minerva edizioni, 2013.

36              Cfr. L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013.

37              Ivi, p. 40.

38              L’auto targata «To», da L. Dalla, Il giorno aveva cinque teste, RCA, 1973.

39              Ivi. Cfr. L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001.

40              L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 23.

41              Ivi, p. 35.

42              S. Pivato, La storia leggera. L’uso pubblico della storia nella canzone italiana, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 80.

43              A una fermata del tram, da L. Dalla, Il giorno aveva cinque teste, RCA, 1973.

44              Ivi.

45              L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001.

46              V. Woolf, Orlando, Milano, Mondadori, 1995.

47              L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 51.

48              Cfr. R. Roversi, Dopo Campoformio, Torino, Einaudi, 1965.

49              Cfr. F. Faeta, Melissa. Folklore, lotta di classe e modificazioni culturali in una comunità contadina meridionale, Firenze-Milano, La casa Usher, 1979.

50              Cfr. Il tedesco imperatore, da R. Roversi, Dopo Campoformio, Torino, Einaudi, 1965.

51              Cfr. G. Baldazzi e R. Serra, Lucio Dalla. L’uomo degli specchi, Bologna, Minerva edizioni, 2013.

52              L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 61.

53              Ivi.

54              Ivi, p. 61

55              L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, p. 100.

56              Ivi, p. 96-97.

57              Ivi, p. 97.

58         L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 66.

59              L. Tenco, Ciao amore ciao, RCA, 1967.

60              L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, p. 101.

61              Cfr. G. Baldazzi e R. Serra, Lucio Dalla. L’uomo degli specchi, Bologna, Minerva edizioni, 2013.

62              L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, p. 112.

63              Ivi.

64              Ivi, p. 108.

65              Cfr. R. Roversi, Dopo Campoformio, Torino, Einaudi, 1965.

66              Cfr. Ivi.

67              L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 69.

68                               Cfr. Ivi, pp. 88-89.

69              Cfr. www.treccani.it

70              Cfr. E. Jona e S. Liberovici, Il 29 luglio 1900. Vita e morte di Gaetano Bresci, Roma, Donzelli Editore, 1972.

71              Cfr. N. Colaianni, L’Italia nel 1898. Tumulti e reazioni, a cura di B. Miral, Milano, 1951.

72              L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, p. 114.

73              Cfr. M. Spataro, I primi secessionisti. Separatismo in Sicilia 1866 e 1943-46, Napoli, Edizioni Controcorrente, 2001.

74              Cfr. F. Cammarano, G. Guazzaloca, M. S. Piretti, Storia contemporanea. Dal XIX al XXI secolo, Milano, Le Monnier, 2009.

75              Cfr. Ivi.

76              L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, p. 115.

77              L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 92.

78              Ivi.

79              Cfr. F.T. Marinetti, Manifesto del Futurismo, Parigi, Le Figaro, 20 febbraio 1909.

80              L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 105.

81              L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, p. 125.

82              Ivi.

83              Cfr. www.treccani.it

84              Ivi, p. 129.

85              Ivi, p. 130.

86              Cfr. L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013.

87              Cfr. L. Dalla, Gli inediti, Pesaro, RCA Records Label, 2013.

88              Ivi, p. 129.

89              Ivi, p. 130.

90              Cfr. L. Dalla e R. Roversi, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013.

91              Cfr. L. Dalla, Gli inediti, Pesaro, RCA Records Label, 2013.

92              M. Giulietti, Come è profondo il mare. Biografia del capolavoro di Lucio Dalla, Milano, Rizzoli, 2007, p. 42.

93              Ivi, p. 52.

94              Ivi, p. 47.

95              L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, pp. 22-23.

96              J. Cage, R. Kostelanetz (a cura di), Lettera a uno sconosciuto, con un ricordo di Merce Cunningham, prefazione di Edoardo Sanguineti, trad. di Franco Masotti, Roma, Socrates, 1996.

97              V. Capossela, Non si muore tutte le mattine, Milano, Feltrinelli, 2006, p. 5.

98              G. Baldazzi e R. Serra, Lucio Dalla. L’uomo degli specchi, Bologna, Minerva edizioni, 2013, p. 69.

99              Ivi, p. 70.

100            L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, p. 137.

101            Ivi, p. 135.

102            Ivi.

103            Ivi.

104            Ivi.

105            Ivi.

106            Ivi.

107            Ivi, p. 133.

108            R. Gaetano, Mio fratello è figlio unico, da Mio fratello è figlio unico, RCA, 1976.

109            L. Dalla, V. Mollica (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, p. 133.

110            Ivi.

111            Ivi.

112            Ivi.

113            Ivi.

114            L. Dalla, Le parole incrociate, da Anidride solforosa, RCA, 1975.

115            F. Giardinazzo, La culla di Dioniso. Storie musicali del passato prossimo, Genova, Milano, Marietti 1820, 2009, p. 25.

116            Ivi, p. 27.

117            Ivi.

118            Ivi, p. 29.

119            Antonio Bagnoli, nipote di Roberto Roversi, ne ha ereditato la sua intera produzione non solo in termini materiali, ma soprattutto per quanto riguarda la sensibilità artistica e l’impegno civile. Come avrebbe voluto Roversi, le sue opere sono consultabili gratuitamente sul sito www.robertoroversi.it.

120            È lì, Dalla Lucio, Mollica Vincenzo (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, p. 82.

121            Dalla Lucio, Mollica Vincenzo (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, pp. 84-85.

122            Dalla Lucio e Roversi Roberto, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, pp. 74-75.

123            Dalla Lucio, Mollica Vincenzo (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, pp. 114-115.

124            Ivi, pp. 124-125.

125            Dalla Lucio, Mollica Vincenzo (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, pp. 129-130.

126            Dalla Lucio e Roversi Roberto, Nevica sulla mia mano. La trilogia, la storia, canzoni inedite e manoscritti, Pesaro, RCA Records Label, 2013, p. 149.

127            Dalla Lucio, Gli inediti, Pesaro, RCA Records Label, 2013.

128            Dalla Lucio, Mollica Vincenzo (a cura di), Parole e canzoni, Torino, Einaudi, 2001, pp. 132-133.

129            Cfr. E. Jona e S. Liberovici, Il 29 luglio 1900. Vita e morte di Gaetano Bresci, Roma, Donzelli Editore, 1972.

Giovedì, 17 Luglio 2014 16:44

Girotondo

GIROTONDO

 

Opera in due atti

Libretto di Roberto Roversi

Liberamente ispirato a Reigen di Arthur Schnitzler

Musica di Fabio Vacchi

 

 

45° Maggio Musicale Fiorentino, Teatro della Pergola, Firenze, 16 giugno 1982

 

 

Pubblicato per gentile concessione della Casa Ricordi – Milano

 

Il libretto di Roberto Roversi per l’opera Girotondo di Fabio Vacchi è liberamente ispirato al dramma Reigen di Arthur Schnitzler pubblicato dalla Casa Editrice S. Fischer Verlag.

 

 

Personaggi

 

Prostituta/

Cameriera/

Attrice Soprano di coloratura

Giovane signora Mezzosoprano

Donna galante Contralto

Giovane signore/

Poeta Tenore

Soldato/Conte Baritono

Marito Baritono

Bambino Voce bianca

 

 

ATTO PRIMO

 

 

1. La prostituta e il soldato

 

Il ponte di Augarten. È sera tardi. Il soldato arriva fischiettando, diretto in caserma.

 

PROSTITUTA Ehi, tu, tu, ehi

tu, resta un

poco

poco, un

poco con me.

Resta. Con me.

Resta un poco con me.

 

SOLDATO Va via, via, via. Non vedi

che soldi non ne ho.

Non… ho… soldi.

Soldi

soldi non ne ho.

Guarda le

mani

le mie mani.

Guarda

le mie tasche

Soldi non… io

soldi non ne ho.

 

PROSTITUTA Ti cerco soldi?

 

SOLDATO Lasciami in pace.

 

PROSTITUTA Tu, tu, ehi, tu

aspetta…

Ti ho chiesto soldi?

I soldi non li voglio.

Non li voglio i soldi.

I tuoi soldi non li voglio, io.

 

SOLDATO

E PROSTITUTA

insieme Allora andiamo, andiamo,

andiamo pure.

 

SOLDATO Andiamo pure

ma i soldi non li ho.

 

PROSTITUTA Ti ho chiesto soldi?

Ti ho chiesto soldi, io?

 

SOLDATO Se non vuoi soldi

allora andiamo, andiamo,

andiamo, andiamo pure.

 

PROSTITUTA Non voglio soldi.

 

SOLDATO Allora andiamo, andiamo

verso il fiume.

 

PROSTITUTA Il bel Danubio.

 

SOLDATO Il bel Danubio blu.

 

PROSTITUTA Ma non ti cerco soldi.

 

SOLDATO Allora dammi un bacio.

 

PROSTITUTA Hai tanta fretta?

 

SOLDATO Ho fretta.

 

PROSTITUTA Io non ti cerco soldi.

 

SOLDATO I soldi non li ho.

Baciami un poco.

 

PROSTITUTA Hai così fretta?

 

SOLDATO Lasciati baciare.

Alle dieci precise devo ritornare

in caserma.

 

PROSTITUTA Pensiero non darti

animuccia mia.

Dai, sdraiati e non dire niente.

Ma sta attento, cuorcontento,

che il fiume non ti porti via.

Se tu ci caschi dentro

nessun ti tira su e così sia.

Stringimi forte:

il piacere arriva prima della morte.

 

I due giovani fanno l’amore. Poi:

 

PROSTITUTA Fa male sdraiarsi sulla guazza.

 

SOLDATO Scansati

che devo andare via.

 

PROSTITUTA Sempre la fretta…

 

SOLDATO La fretta… la fretta… la fretta.

Quanta fretta ho io.

Perdio, è molto tardi ormai.

 

PROSTITUTA E allora corri.

Corri in caserma, corri

corri via.

Ma dimmi almeno il nome.

Io mi chiamo Leocadia.

 

SOLDATO Leo… cadia

Cadia… lò

Dia… cadia…

Che nome strano…

Leocadia.…

Un nome che non ho mai sentito.

 

 

2. La cameriera e il giovane signore

 

CAMERIERA Il signorino ha suonato?

 

Nessuna risposta: La cameriera torna a ripetere.

 

Il signorino ha suonato?

 

GIOVANE SIGNORE Il dottore è arrivato?

 

CAMERIERA Non è venuto nessuno.

 

GIOVANE SIGNORE Non è venuto il dottore?

 

CAMERIERA Non è venuto nessuno.

 

GIOVANE SIGNORE Un dottore grasso

con la barba nera?

Un signore nero

con la barba grossa?

 

CAMERIERA Nessuno è venuto.

 

GIOVANE SIGNORE Allora venga qua signorina Marie

senza gridare aiuto.

Me la stringo sul cuore…

 

La cameriera si avvicina un poco.

 

Ancora più vicino…

Così…

Il giovane signore l’afferra e la stringe.

 

CAMERIERA

emozionata Come mi stringe forte…

Com’è calda

la sua mano.

 

GIOVANE SIGNORE Quante volte, Marie,

l’ho vista da vicino.

Quando era notte

e lei dormiva profondo

entravo nella sua stanza

e ho visto questo e quello…

l’ho visto da vicino

quando era notte alta

e lei dormiva profondo…

quante volte Marie

bastava molto poco

entravo nella sua stanza

e ho visto da vicino

ho visto questo e quello

quando era notte alta…

quante volte Marie

lei dormiva profondo

lentamente i capelli

lentamente sul collo…

quante volte Marie

e lei dormiva profondo.

 

Fanno l’amore, poi:

 

CAMERIERA Lo dovevo sapere

che un signorino è

meglio

meglio

è molto meglio di un soldato.

Bisogna sempre afferrare

un’ora buona

un momento fortunato.

Non lasciarsi scappare

un signorino innamorato.

Mai lasciarsi scappare

un giorno come questo

un giorno fortunato.

Io non lo lascio passare.

Io so afferrare il tempo.

L’amore comincia

comincia comincia sempre così.

L’amore è un momento.

Poi l’amore finì.

 

GIOVANE SIGNORE Il dottore è venuto

signorina Marie?

 

CAMERIERA Ormai non viene più…

Il signorino ha suonato?

 

GIOVANE SIGNORE Il dottore è venuto?

 

CAMERIERA Adesso vado a vedere

se il dottore è arrivato.

 

Trapestìo di passi. Il giovane signore balza in piedi proprio quando entra nella stanza la giovane signora.

 

 

3. Il giovane signore e la giovane signora

Il soldato e la cameriera

 

Il giovane signore va verso la giovane signora, le prende la mano sinistra, bacia il guanto, parla con voce sommessa.

 

GIOVANE SIGNORE

E SOLDATO La ringrazio

la ringrazio

la ringrazio

 

GIOVANE SIGNORA

E CAMERIERA Le do solo cinque minuti.

 

Il giovane signore cerca di toglierle il velo.

 

GIOVANE SIGNORE Allora il velo…

 

GIOVANE SIGNORA Le posso dare

solo cinque minuti.

 

GIOVANE SIGNORE E allora togliamo la pelliccia

e via lo spillone

via il cappello.

 

Il soldato, da una parte, lo sta mimando.

 

SOLDATO Via lo spillone

via il cappello

e via i due veli

via la pelliccia

via la pelliccia

signorina Marie.

 

La cameriera da una parte sta miniando la giovane signora.

 

GIOVANE SIGNORA

al giovane signore

E CAMERIERA Ho solo cinque minuti

cinque soltanto.

 

Il soldato, continuando nel gioco, afferra la mano sinistra della

cameriera.

 

SOLDATO Se vi togliete il guanto

io vi bacio la mano

signorina Marie.

 

GIOVANE SIGNORA Cinque minuti soltanto.

 

Il giovane signore l’abbraccia e le copre il viso di baci ardenti.

 

CAMERIERA Cinque minuti, cinque

minuti cinque soltanto.

Le do solo cinque minuti…

 

SOLDATO se vi togliete il guanto

io vi bacio la mano

e non soltanto la mano

signorina Marie.

 

Il giovane signore la trascina sul divano, le siede vicino.

 

GIOVANE SIGNORE La vita è così vuota

così futile.

Ma è utile riflettere

e io ho riflettuto molto.

E so che lei è infelice.

La vita è così futile

la vita è cosi breve

così vuota è la vita.

Ma c’è un momento però

di gioia piena…

quando uno è amato

quando si trova

qualcuno da amare.

Una creatura sovrana.

 

Contemporaneamente al canto del giovane signore, il soldato modula una sua canzone a ricalco, in modo ironico e per divertimento della cameriera.

 

SOLDATO La vita militare è così piena,

così utile.

Ma è pericoloso riflettere

e io ho riflettuto poco

perché mi fa infelice.

È troppo lunga la vita militare.

Questa vita è così

orribilmente

lunga.

Ma c’è un momento però…

di gioia piena…

quando sull’altalena

vedo le gambe

della signorina Marie.

E anche la sua sottana.

 

Soldato e cameriera si abbracciano e scompaiono dietro un divano.

 

La giovane signora porge le labbra al giovane signore.

Il giovane signore la bacia e l’abbraccia con passione.

La giovane signora afferra le mani del giovane signore

che scivolano sotto i veli e si smarriscono.

 

GIOVANE SIGNORA Ho detto cinque minuti

cinque minuti soltanto…

Posso cinque minuti.

 

La cameriera e il soldato si rialzano in piedi da dietro il divano.

La cameriera con ironia sorridente al soldato:

 

CAMERIERA È questa la tua promessa?

Cinque minuti soltanto…

Posso cinque minuti…

 

La giovane signora è ormai abbandonata fra le braccia del giovane signore.

 

GIOVANE SIGNORA

E CAMERIERA È questa la tua promessa?

Ho detto cinque minuti

soltanto cinque minuti…

 

Il giovane signore e la giovane signora scompaiono dietro le cortine del letto.

 

 

SOLDATO Signorina Marie

l’amore finisce qui.

 

Il soldato e la cameriera escono dalla camera.

 

 

4. La giovane signora e il marito

 

Una comoda stanza da letto. Sono le undici e mezzo di sera. La moglie, a letto, legge; il marito entra in camera in vestaglia.

 

GIOVANE SIGNORA

senza alzare gli occhi Non lavori più?

 

MARITO Sono troppo stanco.

 

GIOVANE SIGNORA Cosa c’è ancora?

 

MARITO Ho desiderio di te.

 

Il marito siede sul letto accanto a lei. La giovane signora tira il cordone del campanello.

 

GIOVANE SIGNORA Hai desiderio di me?

 

MARITO Ho desiderio di te.

 

GIOVANE SIGNORA Non lavori più?

 

MARITO Sono troppo stanco.

 

GIOVANE SIGNORA Cosa c’è ancora?

 

MARITO Ho desiderio di te.

 

GIOVANE SIGNORA Me lo hai quasi

oh tu luna nel ciel

luna che fai

 

quasi fatto

dimenticare

oh luna tu nel ciel

mai e poi mai

lassù nel cielo

luna tu

tramonterai.

 

Il marito si è infilato nel letto.

 

MARITO Vieni qui

dai, posa

la testa sulla

mia

spalla.

Il matrimonio è

qualcosa

di molto misterioso

fragile pericoloso

e tormentoso. Dai,

che già lo sai cos’è.

E allora posa

la testa sulla spalla,

mia

sposa.

 

GIOVANE SIGNORA

languida e maliziosa Hai provato anche tu

è vero

una volta almeno

a fare l’amore a pagamento?

 

MARITO È stato un momento

di lucida pazzia.

 

GIOVANE SIGNORA Chi era? Dai,

dimmi chi era,

dai, la conosco?

Con chi sei stato?

Dunque anche tu

ci hai provato?

 

MARITO È un ricordo passato,

il più ingrato.

 

GIOVANE SIGNORA Dai, dimmi chi era…

io la conosco?

 

MARITO È una storia passata.

 

GIOVANE SIGNORA Karl!!

 

MARITO Mi sento sicuro

Fra le tue braccia.

Sei tanto bella.

Vieni, ti

prego

fra le mie braccia.

 

Spegne la luce. Fanno l’amore.

 

GIOVANE SIGNORA Sai cosa mi ricorda

oggi, amore, l’amore?

Venezia mi ricorda!

 

MARITO La prima notte

oggi, quest’ora

a Venezia.

 

Il marito sbadiglia. Si volta su un fianco ed è subito addormentato.

 

GIOVANE SIGNORA Vertigine? Io non l’ho sognato

che le donne

si vendono

anche se sposate.

 

Entra la cameriera.

 

GIOVANE SIGNORA Se solo potessero

vedersi

col pensiero

il peccato sarebbe

più leggero.

Più leggero.

 

CAMERIERA Non è venuto

nessuno.

Ancora nessuno è venuto.

Non c’è

nessuno.

Oggi il dottore

il dottor Schüller

oggi il dottore

non è ancora venuto.

 

GIOVANE SIGNORA

rivolta al marito Sai cosa ricordo?

Mi ricordo Venezia.

Tesoro, Venezia Venezia.

Oggi ricordo Venezia.

 

Il marito continua a dormire. La cameriera esce.

 

 

5. Il marito e la donnina galante

 

Un salottino riservato da Riedhof, elegante, confortevole e di buon gusto. Il calore di una stufa accesa; sul tavolo i segni di un pranzo appena terminato. Il marito fuma, appoggiato a un braccio del divano; la donnina galante è seduta su una poltrona, lì vicino, e assapora la crema di una coppa.

 

MARITO Ti piace?

 

DONNINA GALANTE Oh!

 

MARITO Ne vuoi ancora?

 

DONNINA GALANTE No!

 

Il marito si alza, va dietro la poltrona e abbraccia la ragazza girando la testa di lei verso di sé.

 

MARITO Voglio un bacio.

 

DONNINA GALANTE

gli dà un bacio Toh!

 

MARITO Adesso dimmi…

 

DONNINA GALANTE Già!

 

MARITO Non intendevo…

 

DONNINA GALANTE Ah!

 

MARITO Voglio sapere…

 

DONNINA GALANTE Sì?

 

MARITO Voglio sapere se

altri uomini

in passato

ti hanno baciato.

 

DONNINA GALANTE Tu

lo sai che baciare

non è peccato.

 

MARITO Altri uomini

ti hanno baciato?

 

DONNINA GALANTE Cento cento cento

cento e forse più

cento in una sola giornata.

 

MARITO Sei mai stata invitata

in una

saletta

riservata?

Dì!

 

DONNINA GALANTE Sì!

fa per andarsene

 

MARITO Perché ti vuoi allontanare?

 

DONNINA GALANTE Devo tornare

a casa.

 

MARITO Prima di andare

bevi, bambina mia,

l’ultimo bicchiere.

E lasciati baciare

una volta ancora.

Per piacere.

Tu mi fai ricordare

qualcuno.

 

DONNINA GALANTE Chi?

 

MARITO Nessuno in particolare.

 

DONNINA GALANTE Mi gira tutto intorno.

Nel vino c’era qualcosa?

Karl, dimmi la verità…

Cosa c’era nel vino?

Non sei il primo a invitarmi

in un salottino

riservato.

Il vino era forse drogato?

E dimmi un’altra cosa…

cosa pensi di me?

Al cuore non si comanda

e io mi sento

un poco innamorare

di te.

 

La donnina galante, un poco esausta per il vino, si è distesa sul divano con gli occhi chiusi. Sembra abbandonata.

 

DONNINA GALANTE Dimmi la verità …

Cosa c’era nel vino?

 

MARITO Un po’ di rosa e un po’ di rosmarino.

 

DONNINA GALANTE Tu, tu sei sposato?

 

MARITO Come hai fatto a saperlo?

 

DONNINA GALANTE Così, l’ho pensato.

 

MARITO Parliamo seriamente.

Io voglio rivederti…

vederti di frequente.

 

DONNINA GALANTE Davvero?

Ma sei sincero?

 

MARITO Possiamo organizzarci

se vorrai bene

soltanto a me.

Dì, sei d’accordo?

 

DONNINA GALANTE Si sì…

Sei pronto??

 

Il marito si alza, apre la porta, chiama.

 

MARITO Cameriere, il conto!

 

 

ATTO SECONDO

 

 

6. La donnina galante e il poeta

 

Una cameretta arredata con confortevole buon gusto. Tendine rosse. La donnina galante e il poeta entrano insieme.

Il poeta chiude la porta, le toglie lo spillone al cappello e lo depone da una parte; la costringe a sedersi poi si avvicina al piano, siede, sfoglia uno spartito, si rialza, ritorna accanto a lei e le accarezza i capelli.

 

POETA Sei bella

sei la bellezza

forse addirittura

sei la natura

sei la santa

semplicità.

Non conosci il mio nome…

ah, è divino

angelo mio…

io sono un poeta

e mi ameresti

anche se fossi

un semplice commesso

di merceria.

Anima mia

ami soltanto me.

Io mi chiamo Biebìtz

il grande Biebìtz.

E tu non mi conosci

non conosci il mio nome.

Cosa è mai la gloria…

Oh, dimentica il nome

che ho appena pronunciato…

ho soltanto scherzato.

 

La donnina galante è completamente nuda e lo invita. Fanno l’amore.

 

 

7. Il poeta e l’attrice

 

La scena è buia.

 

POETA Oh!…

 

ATTRICE Che c’è?

 

POETA La luce…

 

ATTRICE Libertino…

dove mi ha portato,

seduttore!

 

POETA Me l’hai detto tu

che volevi andare

in campagna.

 

ATTRICE Un luogo delizioso

e qui potresti scrivere un poema.

Io ci ho vissuto per anni.

 

POETA Con chi?

dimmi con chi!

ATTRICE Con Fritz, naturalmente.

 

POETA Me l’hai già raccontato.

 

ATTRICE Vado via subito

se ti ho seccato.

 

POETA Amore, sta

qua.

Tu non sai quello

che rappresenti per me.

Sei tutto il mondo…

Amore, resta qua.

Tu sei la santa

semplicità.

 

Voglio un bacio.

 

ATTRICE Adesso devo andare.

 

POETA Quando potrai tornare?

 

ATTRICE Fra dieci

dieci minuti.

 

POETA La sera perfida anela

a un cielo ricoperto

da uccelli inermi

circondati dal fumo delle nuvole.

Nelle case

tre uomini colpiscono un’ombra

e la città si spaventa.

Poi si addormenta

per dimenticare.

A Venezia un bambino

nato in bottiglia

ruba una gondola

e voga fino a scomparire.

D’improvviso c’è un bosco

e il mondo sembra morire.

Qua la favola

finisce.

 

ATTRICE A guardar

dalla finestra

nella strada

la mia testa cade.

E se guardo

su nel cielo

dall’ultimo piano

è uno spasimo continuo perché

non distinguo niente e mi perdo

in quel vuoto profondo

che è

il cielo del mondo.

Non

posso

più

guardare.

Più.

E se parlo

mi volto perché

la mia voce mi fa sussultare.

Precipitevole.

Non so dove stare.

Aspettare mi fa male.

Aspettare lui per ore

e poi sentire che sale

le scale

ma quando la mia voglia di guardare

e di parlare

è già sparita.

Ah, la vita è proprio un girotondo

ti porta qua e là, su e giù, là e qua

sulle spalle

vecchie

del mondo.

O ti morde le dita.

O ti morde le dita.

O ti morde le dita.

 

Poi l’attrice piomba sul letto.

 

 

8. L’attrice e il conte

 

La stanza da letto dell’attrice, lussuosamente arredata.

L’attrice è distesa nel suo letto a baldacchino. Entra il conte in uniforme da capitano dei dragoni; si ferma sulla soglia.

 

ATTRICE Venga pure avanti, caro conte.

 

CONTE Le bacio le mani

 

ATTRICE Se vuole può sedere.

 

CONTE La signora madre mi ha detto

che la signorina

non si sente bene.

 

ATTRICE Sono stata

sul punto

di morire.

 

CONTE Sul punto di morire…

di morire…

sul punto di

morire…

Eppure ieri sera

ha recitato

come una dea.

Trionfo colossale.

 

ATTRICE È stato davvero

un trionfo.

 

CONTE Colossale…

Un colossale trionfo.

 

ATTRICE E CONTE Un vero trionfo.

 

ATTRICE Un grande trionfo…

e grazie

per i bellissimi

fiori.

 

CONTE

le bacia la mano E poteva morire.

 

L’attrice prende improvvisamente la mano di lui e la bacia.

 

ATTRICE Almeno

si tolga la spada.

Prego, la spada.

 

Il conte si sgancia la sciabola e l’appoggia al letto.

 

CONTE Quanto ho perduto

vedendola recitare

soltanto

ieri

sera

per

la

prima

volta.

Soltanto ieri.

 

ATTRICE E allora dammi un bacio.

 

Il conte la bacia e lei lo trattiene.

 

Ah, se non ti avessi mai

guardato!

Chiedimi quel che vuoi.

 

CONTE A dir la verità

trovo che di mattina

l’amore è orribile.

 

ATTRICE

afferrandolo

con trasporto Dio, che tesoro!

Trovi?

Dammi un altro bacio.

È sera, è notte,

chiudi pure gli occhi

spegni la luce.

Vieni, vieni qua.

 

Il conte non si difende più né risponde. Fanno l’amore. Poi:

 

ATTRICE Sei un piccolo demonio.

O sei un angelo.

Ti dico che non voglio

più rivederti.

Per me

sei troppo

pericoloso.

Ma ricorda pure

che sono stata tua

un momento fa.

Dammi un altro bacio

mio piccolo filosofo

seduttore

tesoro

marmottino

bambino rubacuori…

 

Dopo averlo baciato un paio di volte ardentemente lo allontana da sé con forza.

 

E adesso addio, signor contino.

 

Il conte si riveste ed esce dopo un galante baciamano.

Entra la donnina galante.

 

DONNINA GALANTE Naviga la luce

di una nuvola

la nuvola incandescente…

tutta la gente sente e risente che

c’è

in qualche parte del mondo

una ragazza con la faccia dipinta

che stacca

dal suo cuore

un’ombra e la getta via.

 

ATTRICE Prima che tutto sia finito

si può godere

la canzone che dice

«cuore mio lasciami sognare

perché la morte mi ha sorriso

stamattina».

 

Il dottor Schüller

oggi non è venuto?

 

L’attrice si allontana mentre si spalanca una porta ed entrano, un po’ curiosi e un po’ dubbiosi, il soldato, il poeta, il marito e la giovane signora.

 

 

9. Giovane signora, marito, prostituta, soldato, donnina galante, poeta e bambino

 

Tutti si muovono, parlano, camminano, si abbracciano.

 

GIOVANE SIGNORA

al marito Non lavori più?

 

MARITO Sono troppo stanco.

 

GIOVANE SIGNORA Cosa c’è ancora?

 

MARITO Ho desiderio di te.

Resta con me.

 

GIOVANE SIGNORA Con te non ci voglio restare.

 

Il marito tenta inutilmente di baciarla.

 

DONNINA GALANTE

rivolta al poeta È stato bello

come l’ultima volta.

Ma tu sei un poeta

e forse l’hai già dimenticato.

 

POETA Anima mia

non sono un soldato, ma un poeta

e conservo tutto in cuore…

non l’ho scordato, no

anche l’altro giorno d’amore.

 

Mentre la prostituta guarda fuori dalla finestra il soldato le si rivolge.

 

SOLDATO Ho i soldi.

Oggi ho molti soldi tanti soldi.

Ho i soldi io.

Non farmi sospirare.

 

PROSTITUTA E io cerco soldi.

Ho bisogno dei soldi, io.

 

SOLDATO Ti voglio dare soldi.

Oggi ho molti soldi io.

 

Il poeta, intanto, pure abbracciato stretto stretto alla donnina galante, sembra cantare e parlare quasi solo per sé.

 

POETA Il giorno è giorno

io faccio ritorno

dopo una notte

senza avventura.

Senza troppa avventura.

Mi guarderò allo specchio

perché sarò più vecchio

di un giorno

e avrò paura.

 

contemporaneamente

 

MARITO L’ho baciata sugli occhi

ma non soltanto sugli occhi.

Come sono sciocchi

i giorni della vita

specie quando un’avventura

appena cominciata

è già finita.

 

DONNINA GALANTE Una volta anch’io ero giovane e

bella.

 

accenna al soldato

 

Anche lui

una volta era un ragazzo ardito

ma ora non muoverebbe un dito

per chi è caduto.

Da borghese raccoglie olive nere

nel suo podere

ma il fiume che bagna la pianura

gli fa paura.

 

contemporaneamente alla donnina galante

 

GIOVANE SIGNORA Ma che noia questa città!

Nulla puoi chiedere

che subito dà.

E per vivere

bisogna aspettare aspettare tempesta

che ripulisce il cuore.

 

Si odono tre colpi; tutti rimangono immobili, attoniti, per un istante. Compare, come per magia, il BAMBINO.

 

TUTTI Il dottor Schüller

è finalmente arrivato.

Finalmente è venuto.

più volte

 

BAMBINO Ho l’arco

le frecce

non ho le punte avvelenate.

Ho pane

il frutto

non ho il sale che mi aiuta.

L’arco è un frutto

le frecce sono pane

il sale è avvelenato.

Posso colpire col sale

volare col frutto

ferire col pane.

 

Qualcuno mi chiama, chiama,

chiama, mi chi-am-a.

 

Gli uomini riposano.

 

Fra la polvere della strada

non c’è l’ombra di un cane.

Voci lontane, solo voci lontane,

voci adirate

e campane isolate, campane, campane isolate

e una vela piegata sul mare molto

verde.

Si perde

la lama del sole

dentro l’occhio

di un uomo disteso sul campo.

Lo brucia come un vulcano.

Io butto sull’acqua

lontano

la palla.

 

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato S. Gardi e G. Vaccari)

 

 

 

Giovedì, 17 Luglio 2014 12:54

Cinquemila eravamo verso la vita

Intanto, con rude franchezza, nonc’è che da prendere atto, come viene ribadito in ogni occasione su quotidiani e riviste, che la classe operaia come grande forza organizzata di lavoro e come straordinaria presenza sociale, si è disfatta e le residue isole operative si sono frammentate negli affaticati e complessi rivoli della società contemporanea; società, anche da noi in Italia, delle poderose macchine che producono, della gente forsennata che consuma (o dovrebbe consumare) e della grande solitudine individuale.

Senza intendere di entrare, non avendo alcun merito, in un ambito specifico, anche solo emotivamente molto complesso, mi limito ad appuntare con attenzione solo ciò che ho visto e vedo, ho sentito e sento ho letto e leggo.

Negli anni Sessanta, meglio, alla fine degli anni Sessanta, entrarono (ho visto entrare) nel campo del lavoro e della lotta sindacale i giovani operai, i figli della generazione degli anni 40, dura, drammatica, inesausta; insanguinata, anche. Lottarono i figli come i padri. Ho visto negli anni Ottanta i nipoti, più irascibili inquieti e tormentati da una acida assillante preoccupazione che era spesso personale intimo spavento, perché lo specchio del futuro si incupiva e intristiva, spaccato a martellate dal cambiamento vertiginoso e implacabile del mondo.

Fu il periodo che con drammatica continuità ci fece leggere sui giornali le notizie dei suicidi di anziani e giovani operai travolti, ripeto, dall’incertezza cupa del proprio futuro, del proprio destino.

In una società che andava sempre più disperdendosi e incattivendosi al seguito di una avidità smisurata e indifferente.

Le fabbriche chiudevano, si trasferivano, si trasformavano di nome e di fatto e se perduravano sui luoghi si ricomponevano strizzandosi come abiti bagnati, riducendo gli operai all’osso sopraffatti dalle macchine, dispersi (persi) nei saloni pieni di suoni alieni e vuoti di voci.

Quella classe, quell’operaio, quelle generazioni sono scomparse dalla società e sono ormai con drammatico impatto nella storia; ficcate nella storia. E quelli fra loro che nel corso degli anni, e poi negli ultimi anni, ne hanno cantato le lotte esaltanti e la faticosissima sconfitta, io li considero come gli antichi autori delle canzoni di gesta, delle saghe medievali, che esaltavano e raccontavano epici sentimenti e battaglie grandiose di vita e di morte. Di tali esempi, hanno sempre l’empito trascinante.

È anche vero che nella storia troppo impreziosita della nostra letteratura non è assegnato alcun posto a quanti con coraggio si sono sforzati di sollevare la faccia dalla polvere; e quindi quelli che senza paura e con ostinata continuità hanno parlato e cantato occorre andare a cercarli. Oggi, nella ristampa, questa La vacca di ferro di Franco Gigarini, con una documentata prefazione esplicativa.

Si legge con un forte coinvolgimento dei ricordi e dei sentimenti per gli agganci immediati con un tempo furibondo complesso amaro ma, dopottutto, disposto anche a giocarsi in pieno le ultime speranze.

Un tempo in cui, anche se le occasioni di fondo erano terremotate, per tanti era ancora giusto, quindi inevitabile, continuare a restare nell’impegno della lotta e partecipare.

Perché in questi testi di Cigarini (come nelle antiche canzoni di gesta o nelle recenti, dei nuovi poeti) c’è la rabbia vera, c’è vero dolore, c’è la fatica che ferisce continua e inesorabile, talvolta c’è la maledizione più cupa e disperata ma mai la rinuncia totale (ripeto) dalla lotta e il bisogno di non potere rinunciare al proprio passato.

Le Reggiane, ad esempio, inferno e cielo per fuochi di speranza e per scontri durissimi.

Le macchine ferme, le ciminiere di gelo, la donne immobili dinanzi alla fabbrica, colonne di operai irrompere nelle vie e le vie farsi canto, grido, acciaio, fiume rosso di bandiere e di popolo a braccio. Fabbrica, fabbrica mia, agita nell’azzurro del cielo le tue mani nere, cinquemila eravamo e più che fratelli, cinquemila e negli occhi più di mille colate e un mattino trovammo sangue per terra

Quando

quando andavo in filanda

ero ancora bambina per tutta la vita ho sognata una casa

io

io ero ancora un fanciullo quando misi la mia piccola gelida mano nella sua ampia d’acciaio tutta una vita piegata sul forno là in quell’inferno d’acciaio e ho dato corsa ai treni, e ho dato mulini al grano, e braccia prodigiose alla terra, e ali lucenti al cielo, e ville e poderi e perle e oro e chiese e salotti e donne ho dato loro col mio sudore. Cinquemila cinquemila eravamo verso la vita”.

Finiscono le pagine, finisce il poema.

Che tempi sono stati quelli e che lotte! Uomini che ogni giorno conoscevano il dolore della fatica ma ogni giorno cercavano di sollevare oltre le spalle il peso tremendo della vita, della propria storia. Le pagine appena sfiorate, ma poi lette e rilette tutte intere, ne danno testimonianza. E lì restano, per insegnare, per ricordare, per svegliare dal sonno perfido dell’oblio.

Vecchio: Ascolti?

Giovane: Ascolto.

Vecchio: Vieni vicino.

Giovane: Sono vicino”.

Per ascoltare per raccontare per ascoltare per raccontare per…

 

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Stefano Cerè e Sofia Gardi)

 

 

 

 

Abbiamo il copione per riprendere dopo circa duecento anni le feste in piazza per la cattura di Enzo re durate oltre quattrocento anni

 

La pubblicazione sulla nostra rivista (in cinque puntate, dall’ottobre 1977 al febbraio 1978) del copione Enzo re di Roberto Roversi per uno spettacolo in piazza ha suscitato il grande interesse di molti lettori e di «gente del mestiere», tra la quale deve annoverarsi Luigi Squarzina, il noto regista-autore del nostro teatro, insegnante di Istituzioni di Regia al DAMS dell’Università bolognese. Perciò abbiamo creato l’occasione di un incontro tra Squarzina e Roversi, autore del copione, incontro al quale ha assistito anche Renzo Renzi, nostro coordinatore editoriale. Del dialogo nato dall’occasione riportiamo qui di seguito alcune parti, quasi l’appunto iniziale di un progetto da mettere in atto.

 

Squarzina: Secondo me, se dovessi pormi il problema, comincerei col chiedermi quali sono le forze da coinvolgere. Ma parliamone in seguito. Cominciamo piuttosto dal luogo dove fare uno spettacolo di questo genere: io sarei dell’idea di tenere come riferimento Piazza Maggiore, ma con iniziative in vari punti della città.

 

Roversi: Infatti era mio, era nostro proposito preannunciare la rappresentazione di Enzo re fin dal mattino, con giochi vari e funamboli in tutti i quartieri della città. Questo proposito dovrebbe essere mantenuto e semmai sviluppato.

 

Squarzina: Io direi: iniziare sì in Piazza Maggiore, ma poi andare in altri posti, dove si faccia veramente spettacolo. Questo perché ci sono difficoltà a isolare e insonorizzare. Occorrerebbe evitare che, in quelle dimensioni, lo spettatore veda solo dei nani là in fondo. E non dimentichiamoci che in un testo che ha veri meriti poetici e verbali e storici non si deve perdere il filo.

 

Roversi: È certamente vero. Però, se il pubblico anziché essere collocato a sedere come spettatore un poco inerte e comunque in attesa, viene, non dico coinvolto (poiché il termine è troppo di moda e frusto) ma sistemato o accolto diversamente dal solito nella piazza o insieme alla piazza; forse questa difficoltà potrebbe almeno in parte essere superata. D’altra parte è una difficoltà che si propone sempre per ogni spettacolo da farsi in una piazza e che non sia un semplice o un piccolo catino.

 

Renzi: Effettivamente anche l’Orlando furioso di Ronconi, che resta l’unica vera grande riuscita di uno spettacolo in piazza cui abbia assistito in questi anni, fatto nella nostra piazza Maggiore, non si lasciava intendere in molte battute. Ma il senso dello spettacolo non era lì.

 

Squarzina: Per l’Orlando è diverso: si tratta di qualcosa di conosciuto, la gente bene o male sa che c’entrano i paladini e chi erano. E poi non dimentichiamo che Enzo Re non durerebbe meno di un paio d’ore.

 

Roversi: Lavorando a questo testo mi sono naturalmente documentato con molta attenzione, per non fare errori o per farne pochi. Sulle feste, ad esempio. E ho imparato che per alcuni spettacoli in piazza Maggiore, nel Cinquecento e nel Seicento, gli scenografi usavano tavolati rialzati su cui gli attori recitavano. Intorno, tutta intorno e in piedi la gente ascoltava e vedeva. Una soluzione del genere forse potrebbe essere almeno provata.

 

Renzi: Anche per il Festival nazionale dell’Unità ricordo che fu fatto un palco, in un lato della piazza. Il problema in questo caso sarebbe di costruirselo.

 

Squarzina: Non proporrei un ascolto statico: tutt’altro. Nel lavoro di Roversi mi piace «il testo»: e dunque penso che si debba sentirlo e che, nella realizzazione, vada cercato un linguaggio complessivo. Chi andasse in Piazza Maggiore con questa idea capirebbe subito che anche con l’altoparlante chi non è vicino non sente e, per di più, vede solo degli uomini minuscoli là in fondo. E qui, ripeto, non è come per l’Orlando che bene o male tutti conoscono: qui c’è proprio un aspetto della civiltà bolognese, l’informazione storica, l’avvento di nuove forze sociali, il gusto di usare certe parole ecc. Non lo si può risolvere semplicisticamente con un fatto visivo e motorio; sarebbe un’operazione riduttiva, addirittura neo-convenzionale.

 

Renzi: Adesso vi dico, tanto per mettere cose nel dialogo, un’idea che m’è venuta per la messa in scena (Squarzina giudicherà). Si potrebbe tentare di creare due sistemi di comunicazione: il primo riguarda il pubblico presente nella piazza, il quale deve vivere gli eventi come cose sue, per le parti del copione che si svolgono in quella stessa piazza, secoli prima; il secondo sistema riguarda gli eventi del copione che si svolgono fuori Bologna e che dovrebbero essere comunicati al pubblico come notizie che giungono di fuori, sia pure in maniera sceneggiata. In tal modo si rende presente fino alle pietre la vicenda, che il pubblico dovrà sentire come storia sua, che gli appartiene, secondo le intenzioni dell’autore: storia non ancora risolta, dopo secoli, per la quale il pubblico è messo nella situazione di una «potenzialità di protagonismo». Siccome la vicenda s’avvicina sempre più ad una conclusione nella piazza Maggiore, quella che ancora oggi è teatro dell’azione, il pubblico sarà, in tal modo, sempre più, il coro protagonista (possibile), fino alle battute finali che, invece, dovranno creare, brechtianamente, il distacco, per renderlo consapevole che protagonista non è, ancora. Il rischio, in ogni caso, potrebbe essere quello di identificarsi con la società comunale del medioevo in una sorta di «revival» di tipo carducciano-rubbianesco-preraffaellita. Ma, ripeto, fidando nell’attualità contenuta nel testo, si potrebbe rappresentare, proprio a fini di identificazione, l’azione che avviene esattamente nei luoghi in cui avvenne qui; e l’azione restante, invece, renderla come se fosse raccontata.

 

Roversi: La stessa cosa bisognerebbe poterla fare non solo a Bologna ma anche a Parma, a Modena e nelle altre città in cui lo spettacolo venisse ospitato.

 

Squarzina: So che Arnaldo Picchi, che insegna con me al DAMS, aveva centrato l’anno scorso un «progetto Enzo Re» su Imola, per le prove. Però è Bologna che determina l’azione. L’idea di recitare in tutta l’Emilia Romagna, al limite, mi piace, ma sempre salvaguardando l’autonomia dell’azione. Cioè, non bisogna raccontare: bisogna fare. Anche perché la storia parla di problemi (pensiamo ad esempio al rapporto imperatore-papato) che possono ribaltarsi benissimo nell’oggi; pensiamo alla liberazione dei servi, progresso produttivo sì, ma anche prodromo dello sfruttamento capitalistico; etc.

 

Roversi: Gli avvenimenti, come si dice?, lontani; lontani da Bologna o lontani dall’Emilia (lo avrete notato) sono raccontati o ricordati di volta in volta in una forma da resoconto ufficiale o da cronaca dichiarata e cantata; una cronaca rapida ed epica, già entrata nella cultura. Rapida ma anche rabbiosa e appassionante, almeno nei propositi. Ma tutto quello che accade in questa storia, da vicino o da lontano, io l’ho sentito sulle mani ancora caldo, addirittura bollente; e non annegato o naufragato nel sentimento della memoria. In altre parole (ma non so poi se ci sono riuscito) volevo con tutte le mie forze e secondo le mie possibilità non storicizzare (per me sarebbe stato un guaio) ma vivere quel passato come un insieme di grandi fatti moderni. Di fatti nostri. Gli elementi probabili; gli elementi possibili ci sono. Squarzina ha parlato e giustamente del rapporto fra i poteri o fra i potenti; vale a dire fra coloro che gestiscono il potere reale. Io vorrei portare un altro esempio, legato al fatto clamoroso (o al fatto glorioso, credo di poterlo dire), ricordato da Squarzina, cioè la liberazione degli schiavi. Questo mi richiama, con una estrapolazione stravolgente ma anche senza alcuna esagerazione o falsificazione; mi richiama alla emigrazione biblica dal sud al nord d’Italia nel corso degli anni Cinquanta. Mi richiama anche alla violenza presente, che è violenza di poteri contrapposti, l’uno nella sua affermazione ambigua e l’altro nella sua ambigua negazione. Dunque una violenza che è tutta moderna. Questa storia di Enzo re, in altre parole, non comporta alcuna effettiva fatica della memoria per essere ricevuta; non ha bisogno di particolari caselle culturali. È invece una storia che si svolge arando (direi meglio: immergendosi) dentro grandi problemi immutabili. In questo sta la sua modernità. La sua attualità. Che il testo ha cercato, in qualche modo, di agganciare.

 

Squarzina: Beh, non tutto: la lotta fra le città, ad esempio, oggi non è più sentita.

 

Roversi: È vero. Non la lotta fra le città, una lotta comunale stretta. Ma fra le città e il potere centralizzato, verticistico; questa lotta, sì, credo sia tutt’ora sentita. È la difesa della propria libertà ma soprattutto, ai giorni nostri, è la difesa della propria autonomia. Che è poi la nuova forma amministrativa, forse meno eroica ma più funzionale, della libertà oggi. E questa lotta, questa difesa ha coinvolto anche i bolognesi, soprattutto i bolognesi e di continuo, nel corso degli ultimi trent’anni.

 

Squarzina: Che i bolognesi conoscano, a grandi linee, questi fatti è molto importante, poiché quasi sempre i tentativi di teatralizzazione degli spazi urbani hanno sofferto di mancanza di una aderenza tematica. Qui invece la tematica c’è. L’interesse teorico sarebbe proprio per questo molto alto, richiamando l’idea rousseauiana della festa in rapporto con una manifestazione spettacolare dove il testo ritualizza una realtà storica e civile e dove dunque si può tendere a un momento di aggregazione.

 

Roversi: Fra i giochi che si facevano durante le feste a Bologna, in quegli anni così lontani, alcuni erano atroci. Per esempio, il gioco della gatta: un uomo con un braccio legato era buttato nella gabbia con una gatta ferita e inferocita. Si trattava per lo più di prigionieri che avrebbero ottenuto, salvandosi, la libertà; ma era difficile che sopravvivessero. Oppure il gioco della pignatta, che sembrerebbe così innocuo col suo palo scivoloso in cima al quale stava una pentola piena di monete. I pochi che riuscivano a salire, o il solo che ci riusciva, dovevano rompere la pignatta di coccia con un bastone per arraffare le monete; che per lo più cadevano tutte in basso, in terra. E allora si accendevano zuffe selvagge e mortali fra coloro che se le disputavano. I nobili si divertivano osservando dai balconi del Palazzo. C’erano poi i giochi o le lotte con le armi, in cui era spesso possibile e quasi inevitabile uccidersi o uccidere.

 

Squarzina: Per quanto riguarda la vita teatrale, invece, mi sembra di avere percepito nei miei studi che a Bologna ci fu un vuoto fino a tutto il Quattrocento, a parte qualche sacra rappresentazione. E si rianima solo a metà del Cinquecento grazie a qualche scrittore minore, il quale però ha evidentemente saputo dar risposta ad una domanda che esisteva.

 

Roversi: Il teatro bolognese, per quanto ne so io che non sono uno specialista o uno studioso, è grande soprattutto nel Sei e nel Settecento. Quando il teatro è vero spettacolo teatrale e non solo grandiosità spettacolare; quando il teatro è vita teatrale, è polemica teatrale, è insomma cultura (anche cultura) teatrale. In ogni casa di nobile c’era il teatro e c’era teatro; voglio dire che si recitava. Prima di quel periodo d’oro il teatro era troppo popolare per essere poi ricordato o troppo improvvisato o troppo religioso. In questo caso anche con un ricalco molto manifesto da altri testi e comunque poco autonomo e molto ritualistico. Stretto, bigotto. D’altra parte, secondo la norma.

 

Squarzina: E pensare che invece proprio Federico imperatore, creando degli statuti che imponevano agli attori grosse limitazioni, aveva implicitamente preso atto dell’importanza vistosa che aveva allora il teatro.

Passando ad un altro discorso, io penso che chi volesse realizzare un lavoro come questo, dovrebbe tener conto di una serie di fattori d’epoca con il loro fascino e il loro insegnamento, specie in questa città dove si è assistito al recupero del centro storico: fattori come il sistema di illuminazione, le feste, i cortei, i giochi, la cucina, i balli dell’epoca e così via. E poi bisognerebbe ragionare in termini di forze da coinvolgere. La prima e principale, a cui mi viene fatto di pensare, è quella degli studenti, a cominciare da quelli del DAMS. Realizzare un lavoro come questo insieme agli studenti, chiedere agli studenti di fare cosa loro il progetto e di lavorarvi a lungo termine, sarebbe finalmente un modo diverso e attivo di impostare il rapporto tra università e città, attraverso appunto la lettura di uno spazio urbano concreto. Da tempo io penso di dedicare il corso 78/79 di Istituzioni di regia al tema della teatralizzazione di uno spazio urbano, tema molto sentito dagli studenti e sul quale occorre fare chiarezza. Enzo re mi appassiona come uomo della università prima ancora che come uomo del teatro. In questo senso parlavo della potenzialità aggregante del testo di Roversi come del suo principale elemento di novità. Aggregazione nel «politico» e nel campo degli studi e dei laboratori. Novità anche proprio perché Bologna, come dicevo prima, non ha grosse tradizioni storiche nel campo della spettacolarità urbana; certi grandi spettacoli rinascimentali e barocchi esistevano soprattutto dove esisteva un principato, come a Firenze, o a Ferrara, o a Roma col papato ai tempi di Bernini.

 

Roversi: Bologna ha piuttosto una tradizione di scenografia per le feste annuali popolari. Anche in questo caso la motivazione di fondo era il piacere vanitoso oppure la necessità sociale da parte dei nobili di mostrare la loro magnificenza e una ricchezza che doveva riconfermare il predominio e l’ossequio.

 

Renzi: Una grande festa annuale ricorrente fu, appunto, la «festa della porchetta», iniziata nel Trecento e abolita a ridosso della rivoluzione francese: festa che doveva, come si sa, celebrare proprio la cattura di re Enzo. La festa non era priva di tratti francamente ignobili. Questa sarebbe l’occasione per ribaltarne il significato e gli esiti.

 

Squarzina: Nel nostro caso, ci vorrebbe comunque una grossa invenzione architettonica che costituisse già di per sé un interesse. Pensate a cosa potrebbe inventare Cervellati con la sua équipe. Pensate che al DAMS Maldonado insegna progettazione ambientale. Non c’è limite. Sempre a patto che si eviti il rischio che nella piazza non si senta niente.

 

Roversi: In questo caso il problema determinante è senz’altro quello di riuscire a comunicare con chi ascolta. Si potrebbe registrare il testo su nastro? Fra l’altro, lo abbiamo già provato a suo tempo, in un tentativo molto timido per essere organico, con Grassilli. Ma a lungo andare credo anch’io che stancherebbe, perché il falso della scelta tecnologica finirebbe per saltare fuori.

 

Squarzina: Tra l’altro, quali erano al tempo di Enzo re i «punti» di piazza Maggiore?

 

Roversi: Palazzo d’Accursio, il palazzo del Podestà (oltre il palazzo di re Enzo, naturalmente), il riferimento alla chiesa.

 

Squarzina: Già allora?

 

Roversi: Due palazzi erano in piedi. Ancora non c’era San Petronio nella sua imponenza, anche se c’era un’altra chiesa che credo sede del Vescovo. Quello che nel mio testo, e di proposito, ho promosso Arcivescovo. C’era il palazzo dei Notai. In sostanza era già la piazza. La nostra piazza, centro di tanti avvenimenti. È da lì, è sempre lì che il popolo di Bologna si raduna e ascolta. O parla.

 

Squarzina: Questo è l’importante, e proprio per la ragione che dicevo: occorre che ci sia l’adesione tematica di una festa teatrale ad un luogo. Superato, cioè, il periodo in cui si diceva «il teatro si fa dappertutto, anche fuori dai teatri», oggi si sente il bisogno di trovare la ragione per cui una determinata cosa si fa in «quel» luogo.

E allora, come in questo caso, un poeta scrive teatro per una piazza perché esiste un fondatissimo motivo.

 

 

 

Bologna incontri, anno IX, n. 3, marzo 1978.

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Isabella Lo Duca e Davide Mastroianni)

 

 

 

Giovedì, 03 Luglio 2014 17:58

sul quaderno delle miserie

sul quaderno delle miserie

scrivo le vicende di questi anni che non conosciamo.

Fossili. Cupi fuochi. La sera

ride sul fiume del tempo. Da riva a riva

orizzonte di pietre

campi polvere fiori di marmo. La roccia

è pane è miele per il falco pellegrino.

Correva fuggiasco l’uomo correva correva è arrivato

alla fine del giorno

vola sopra le città non può fermare la luce

questo sole di ferro fa scendere il futuro a precipizio.

Frammenti di latta

l’orma di un piede nel mare di fango ma tu come

vivi?

Tu come vivi? Aspetta.

“La casa è così lontana oh! meravigliosa casa”.

“Le armi atomiche sono sconfinata brama di potere”.

C’è un coyote addormentato sull’asfalto.

“Era come una vera e propria droga raccontava vicino

all’orecchio l’amico

ero come drogato.

L’idea di poter immaginare sempre nuove armi”.

Costruirle.

“Di notte facevo sogni a base di esplosioni atomiche”.

Questo secolo coperto di sangue come una montagna

di neve.

 

Allora alziamo una foresta di mani

dalla città alla montagna

in questa sera di ombre

anche i lupi devono avere paura…

 

(Da L’Italia sepolta sotto la neve)

Giovedì, 03 Luglio 2014 17:15

Le descrizioni in atto (testo russo)

Da “Inostrannaja literatura”, n. 10, Mosca 1971: XIX Descrizione in atto, XXII Descrizione in atto, XLIII Descrizione in atto.

Traduzione e prefazione di Evgenij Solonovič

 

 

 

 

(Alla preparazione dei file di immagine ha collaborato Debora Mazza)