Lo straccio del garantismo

Secondo me, si comincia a sentire come urgente un rinnovato impegno del politico sul politico, almeno fra i giovani. E mi pare che confermi in un mondo di macerie deluse la volontà di ritrovare oppure di rilanciare – per chi non l’aveva già perduto – l’entusiasmo freddo, magari ironico ma persistente e duro, di battersi ancora (impegnarsi ancora) per rimettere in sesto il mondo. Parlo intanto del nostro paese e per i fatti non di una cultura che sembra stanca, ripetitiva, un poco ossessionata dall’incubo delle certezze perdute (o di quelle che affiorano per assicurare in fretta); incubo che la fa sbattere contro i muri come un parpaglione impaurito; ma per i fatti della situazione politica che tende con testarda arroganza a emarginare – fra l’altro – proprio tutti i dettagli delle situazioni (ogni singolo dettaglio); in modo tale che questi finiscono per adagiarsi ai margini della nostra vita sociale come cumuli di stracci.

Fra i tanti stracci, il garantismo; cioè il richiamo costante al cuore della legge e al diritto del singolo. Che vuoi garantire, cuor mio, dicevano in giro, se il garantismo è garantito da niente e se poi, anche rivestito da una qualche garanzia, se la squaglia di nascosto e fila via come un ladro? E non è forse vero che la violenza è tanto spietata ossessiva da sopravvenire da ogni parte e da non lasciare alcuna uscita di sicurezza per potere, obiettivamente, spendere parole che richiamino tutti, quindi anche il potere, all’osservanza giusta delle leggi? Da queste domande potrebbe conseguire un auto-obiezione che si identificava nel chiedersi se al giorno d’oggi non sia una perdita di tempo insistere a scrivere e a parlare su questo aspetto ormai vincolato dei problemi.

Perché altri dicono: abbiamo visto che non conta più niente; e a forza di insistere abbiamo cominciato a ripeterci, a scocciare, così che non ci ascolta più nessuno. Perciò anche una petizione in favore del giusto diritto sottratto a Luigi Manconi oggi potrebbe sembrare, nella sostanza inutile. Eppure, testardamente, insisterei e la metterei così, richiamandomi al fatto: Luigi Manconi, giornalista professionista, è stato licenziato dal suo giornale per avere firmato come direttore responsabile l’ultimo numero della rivista Metropoli, pur dissociandosi con una nota pubblicata sulla stessa rivista dalle idee espresse negli articoli e dalle scelte di metodo in esso indicati. Era una prestazione in esclusiva funzione della tutela della libertà di stampa. Libertà di stampa che, anche a mio parere, va difesa in ogni forma e in ogni occasione; perciò Manconi ha scelto in un modo corretto.

Tanto che ciascuno di noi dovrebbe fare quel che sa e quel che può, perché questo sia ribadito a più voci e perché le giuste ragioni di Manconi siano raccolte e gli valgano di nuovo non solo la riassunzione, ma il decadimento delle ragioni e delle conclusioni che questo licenziamento motivano. E tuttavia – aggiungo – se lo ottenessimo sarebbe giusto, sarebbe bello, ma riferito sempre a un caso particolare (sia pure di un amico); mentre partendo da Manconi dovremmo riportare con vigore/rigore il discorso sulla libertà di stampa (libertà reale), che in questo momento sembra un discorso desueto e invece propone motivazioni e sollecitazioni urgentissime. Ad esempio: negli ultimi anni, leggi restrittive sono passate senza che il giornalismo italiano se ne sia minimamente interessato più di tanto. Una, impedisce (o discrimina) agli iscritti all’albo speciale di dirigere riviste politiche o che abbiano a giudizio della corporazione prevalente intonazione politica. Così a me, per fare un caso, fu impedito di assumere la responsabilità della rivista Il cerchio di gesso, che penò a trovare una soluzione alternativa fino a che arrivò Stefano (Benni). D’altra parte oggi non è più possibile se non in casi straordinari autogestire la propria comunicazione e la moria delle piccole testate politico/culturali (drammaticamente) quasi quotidiana. Poiché la stampa ufficiale l’abbiamo ogni giorno sotto gli occhi e vediamo in quale calderone bolla e ribolla, forse ci è preparato un futuro in cui il sollievo della mente sarà affidato di nuovo alle dispense Fabbri/Curcio (come se fossimo ritornati agli anni Sessanta – ma allora c’era anche ben altro) o alla filmfollia televisiva. Credo che battersi oggi per Manconi sia anche battersi per noi. Fargli avere giustizia è come togliere un chiodo di ferro da queste giornate riempite di piccole infamie, di torbidi delitti, di terribili faccende ed infiniti discorsi a vuoto sulla libertà. E poi, insisto, bisogna continuare a dire e a ridire le nostre cose. Con ironia, con monotonia, ma con voglia di dirle.

 

 

 

il manifesto, 18 giugno 1981.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 18 giugno 1981
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