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L’ultima sedia di Enzo

Il 6 giugno scorso è morto a Mola di Bari Enzo Del Re, il più radicale ed estremo personaggio della musica italiana.

Da molti anni si era ritirato nel suo paese d’origine, e lì, ferito da un’insufficienza renale che lo costringeva alla dialisi, ma per nulla domo, anzi sempre più incazzato, proseguiva la sua ricerca, fuori da ogni giro, da ogni consorteria musicale, politica, culturale.

Proprio negli ultimi anni della sua vita qualcuno s’era accorto di lui: dapprima i Tetes de Bois con enorme sforzo erano riusciti a strapparlo dall’eremo e farlo tornare a suonare in pubblico, poi la giornalista Timisoara Pinto che, con filiale affetto, ne stava curando la biografia (e speriamo che ora riesca a pubblicarla), infine Vinicio Capossela che nel 2010 l’aveva ospitato sul palco dell’enorme concerto che si celebra ogni primo maggio a Roma. Qualche mese dopo il Club Tenco l’aveva invitato alla sua prestigiosa rassegna.

Però Enzo era forse il più acerrimo nemico di ogni progetto di emersione alla notorietà, la sua personale ingestibilità, quel misto di rigore, rancore, capricci e dignità era una disarmante barriera messa fra sé e il mondo. Come la sua sedia.

Di Enzo emergono sempre, prima ancora di ogni tentativo di riflessione sulla sua personalità artistica, un pugno di aneddoti e istantanee che lo definiscono e lo crocifiggono in un ritratto che forse lui stesso ha contribuito a dipingere a difesa della sua anima ferita e indignata.

Ripercorriamone il catalogo. Enzo non suona nessuno strumento, fa musica percuotendo una sedia, una di quelle comuni vecchie sedie da ufficio col fondo di legno… il perché ce lo spiega lui stesso in una prosa fatta melos dalla sua voce arabescata.

Io e la mia sedia in giro per il mondo

A cantare, a suonare a concertare

Perché la pena capitale bisogna contestare

(…)

Io e la mia sedia in giro per il mondo

A concertare, a dichiarare, ad affermare

Che della sedia solo un uso vitale si deve fare

(…)

Con una sediaccia elettrica

Ammazzati in America fulminati

i compagni Sacco e Vanzetti dai governantacci folgorati

quantunque fossero innocenti intemerati

incolpevoli sono stati ingiustamente accusati

e solo e proprio perché anarchici giudicati

sono stati condannati sono stati ammazzati

Io e la mia sedia in giro per il mondo

A concertare a impedire a contrastare.

 

Nobilissima la ragione di “riscattare” lo strumento di morte utilizzato per folgorare i due anarchici italiani e tanti, tanti, tanti altri… però c’è qualcosa di più intimo nella scelta di Enzo, nel rapporto con la sua sedia, strumento del domatore di leoni, umile legno, luogo inerte dell’anima inerte che vi si poggia sopra, di fronte al cantante.

La sedia, per chi lavora col pubblico, è innanzitutto, lo spazio dello spettatore. Enzo si è assunto il ruolo di provocatore di questo ruolo passivo, e qui ci soccorre l’aneddotica di mille scontri fra Del Re e i suoi spettatori.

“Bisogna resistere un minuto più del padrone” dice lo slogan degli scioperi dei metalmeccanici. Dunque l’artista deve resistere in scena un minuto oltre l’abbandono della sala (della sedia) dell’ultimo dei suoi spettatori…

La provocazione permanente non invita il pubblico a tornare, né i colleghi a condividere i suoi palchi. C’è una grande ricerca della solitudine nella pratica di questo cantore popolare.

Nota anche la sua indisponibilità a usufruire dei mezzi privati di trasporto – almeno finché la malattia non piegò in parte questa intenzione – invitarlo a cantare poteva rivelarsi una iattura perché pretendeva di arrivare al posto del concerto solo su treni e autobus, per di più praticando una selvaggia autoriduzione, senza pagare biglietto, e che nessuno si azzardi a offrirgli un passaggio in macchina né all’andata, né – tanto peggio – al ritorno, dopo che lui ha resistito “un minuto più dell’ultimo spettatore” e sicuramente dell’ultimo metrò.

Il giovane Del Re, figlio di un coltivatore diretto, proletario di nascita arriva a Firenze nella seconda metà degli anni ’60, stringe un sodalizio fraterno con Antonio Infantino, insieme i due irrigidiscono le rispettive posizioni ideologiche si danno a qualche eccesso fricchettone, si vestono di colori sgargianti e copricapo incongrui – uno con la bombetta, l’altro addirittura con la corona! – tanto che si fanno fermare dalla polizia in piazza Duomo a Milano – come Totò e Peppino alla rivoluzione – ma cominciano a far confluire nella musica del movimento una vena irridente, caustica, imprevedibile, grottesca… per la tendenza plumbea della “compagneria” dell’epoca non è poco.

 

Ridere, si fa per ridere

 tutta la strada fino all’altro mondo.

Giap, Giap, Ho-Chi-Min in allegria,

Giap, Ho-Chi-Min con buon umore

Ho-Chi-Min ventiquattr’ore.

Comico, mi piace il comico,

il mondo ride e la vita passa

Ridere, mi piace vivere,

la fantasia che ci sta nelcomico.

Ridere, mi piace ridere,

mentre scoppia la rivoluzione.

 

Vent’anni dopo ormai conquistato all’anarchismo Del Re sostituisce a Giap e a Ho Chi Min il nome di Bakunin

 

Ridere, mi piace mettere

al potere l’immaginazione

Evviva Bakunin in allegria,

Viva Bakunin con buon umore

Bakunin ventiquattr’ore.

 

Entrano a far parte del Cast dello spettacolo “Ci ragiono e canto N.2” di Dario Fo. Poi Del Re si avvicina a Lotta Continua.

Poi tutto frana, lui torna a Mola di Bari e si richiude su sé stesso.

L’ironia e la giocosità del periodo precedente si spengono, in casa compone, percuotendo la sedia per ore, lima ogni sillaba fino all’inverosimile e, dopo decine di ore d’ininterrotta creatività, piomba a terra “dove capita capita” in catalessi per qualche ora, poi si sveglia, ricomincia.

All’inizio degli anni ’90 produce le opere fluviali della sua maturità, la più ambiziosa è “La leggenda della nascita di Mola” in 4 musicassette, opera per voce e sedia che dura circa tre ore.

Difficile da affrontare quest’opera sui bordi del delirio, ma estremamente raffinata nella sua monumentalità: racchiuso su sé stesso Enzo divaga fra miti e leggende classiche, una sorta di “Nozze di Cadmo e Armonia” proletario in forma di cantata. La sua esecuzione integrale nel corso dei rari concerti, che ancora tiene alle feste anarchiche – la prima volta che lo vidi fu se non ricordo male alla fiera dell’autogestione di Spezzano Albanese – provocano qualche comprensibile malumore.

C’è un ulteriore aneddoto che si sussurra fra gli intimi di un tempo: negli anni ’70, temendo una perquisizione della polizia, pare che Enzo abbia ingoiato un’abnorme quantità di acido lisergico, rimanendone in qualche modo raggelato e d’un colpo meno giocherellone di prima. Vai mai a capire nella vita dell’uomo il rapporto fra causa ed effetto. Insomma anche la musica di opposizione italiana ha il suo Syd Barrett!

Certo era un uomo solo, la solitudine l’aveva cercata e voluta, forse gli era insopportabile la sua strana condizione di UFO solipsista atterrato fra di noi, forse per un breve periodo della sua vita, quella in cui frequentò Infantino, Fo, Ciarchi, gli era parso che il mondo intero potesse diventare a misura di UFO, di matto o di artista, forse s’era indispettito che così non fosse (o che, per come la penso io, ci voglia qualche secolo più del previsto).

Recentemente quasi in corner lo avevano scovato portato su grandi palchi, lo avevano fatto oggetto di documentari filmati e chissà, forse per dispetto, meno di sei mesi dopo s’è fatto trovare morto e solo, la testa riversa nel piatto.

 

La vita va a piedi, la morte ha l’auto. Allain, mio amico.

Il bollettino di quest’ultimo periodo è tragico. La vita va a piedi o in bicicletta, la morte ha la macchina. Ci ha lasciati anche Leprest. Allain Leprest, il sommo poeta della canzone francese degli ultimi 30 anni, l’incorreggibile ubriacone, lo sperimentatore linguistico in cerca di un ritorno alla canzone classica, il cantore che duettava col destino e con la morte. Gli ho dedicato un articolo qualche anno fa qui su A, ho adattato in italiano molte sue canzoni e le ho inserite nei miei dischi, continuo a cantarle. Dopo essersi battuto per tre anni contro un brutto tumore mi ha fatto il brutto scherzo di suicidarsi la notte fra il 14 e il 15 agosto all’età di 57 anni.

 

C’è ancora poesia. Roberto Roversi.

A parziale riscatto della vita voglio però lasciarvi con un atto di fede e d’amore, opera recente di uno dei (del) più grandi poeti viventi.

“Trenta miserie d’Italia” è un canzoniere d’amore “incattivito”, come avvisa lo stesso autore nel risvolto di copertina. Correndo tutti i rischi di fraintendimento per questa brutta – sempre mal usata – parola si può osare persino definirlo un canzoniere “patriottico”. Non bisogna aver paura delle parole “Nostra patria è il mondo intero” diceva quello là.

Roberto Roversi il sommo poeta bolognese, talvolta persino con furia, fa della propria indignazione arma di denuncia e di dichiarazione e ci regala una smilza silloge in cui si può cercare di specchiare la nostra stessa rabbia, ma anche la nostra nostalgia e fertile disperazione. Bella la rabbia di questo grande vecchio che porta con sé il patrimonio del meglio della cultura italiana del dopoguerra. Quest’uomo ha veramente licenza per parlare, per rimproverarci, per metterci sotto gli occhi la ferita di ciò che potremmo e non facciamo.

 

La Grecia brucia.

Brucial’Italia.

Antonio è partito.

Brucia cuore e futuro.

Morti Sciascia Calvino Pasolini

Fortini Volponi Vittorini persone

di alto gradimento. La giornata

è lunga amara in questa Italia

cavallo che caracolla azzoppato.

Sta arrivando l’inverno.

Sarà di nuovo il tempo bianco dellaneve?

O prevarranno giornate temute

con poche voci annidate nel petto?

Chi nel silenzio e l’attesa raccoglierà le nuove vicende?

Chi

raccoglierà fra i sassi le nuove canzoni?

Momento gelido da ricordare.

Vittorini cammina adagio lungo i navigli

rapido e sicuro Calvino sta scrivendo una lettera

Pavese ha appena bevuto cicuta nel terribile

silenzio d’agosto

Fortini arriva correndo impetuoso eammonisce la vita.

Sferziamo cavalli che sono bianchi cavalli di pietra.

Un vulcano aspetta di triturare il cielo.

Cenere bianca fredda si depone ai miei piedi.

E tuttavia anche noi aspettiamo.

 

Probabilmente lo sapete: letterato, partigiano, celeberrimo libraio (“Palmaverde” è stata la sua libreria, una delle più famose d’Italia). Amico e sodale di Pasolini, Fortini, Volponi, Leonetti coi quali dà vita alla rivista “Officina” nel ’55. Basta la raccolta “Dopo Campoformio”, pubblicata da Feltrinelli e ripubblicata da Einaudi, per garantirgli il suo posto nella storia della poesia novecentesca.

Roversi, indignato dai maneggi del mondo editoriale, da allora se ne astiene. Non smette però di far sentire la sua potentissima voce, per esempio nel triplice capolavoro dei dischi scritti con Lucio Dalla negli anni ’70, a mio modesto avviso il meglio che la canzone italiana abbia prodotto. Nella non fitta, ma mai cessata, attività pubblicistica sulla stampa di sinistra. Nelle sue poesie che, in versione ciclostilata in proprio o per piccolissimi editori, non cessano di vedere la luce.

 

Ventesima è questa grigia

miseria ardente

sicché cenere viene

poi di nuovo fuoco grande

fuoco nuovo che accende

forse speranze. Sono speranze nuove?

Il camminatore fra boschi e calanchi

e città aperte sotto il cielo infuriato

dice (cantando)?

non ero io ma chi ero?

Lontano vicino il lampo indicava la strada di un cielo vagante

vicino lontano i morti di legno di pietra bruciavano

le case di pelle di sangue esplodevano

i cristi in croce su altari in cenere bianca cadevano

giovani col cuore spaccato ridevano fra mille bandiere

fuochi sui monti per la sagra di un uomo

decapitato sepolto senza gloria di un nome.

Cadaveri irati

alte sequenze d’amore.

Nessuno trapassa calpestando i sassi

tutto tace e il mondo sembra mio.

Mi placo sotto il vento delle ombre

il passato è una novella lieve

cancellata dal tempo che frantuma i visi noti.

Sia come sia mi inquieto

vedo bruciare l’orizzonte ma questa è l’ora che segnala il destino

in cui fra i boschi

il camminatore cerca pace nei pensieri.

Erano tempi, che tempi! La mano

allo specchio con il segno di lunghe ferite

aerei di nuvole stanchi

cercano terra in un abisso di acque.

Canta una voce la fame nelle notti di luna

le donne con gli occhi accendono fuochi

neanche una foglia è leggera in questi anni di secche castagne.

Il sangue perduta la luce s’annida fra sassi e capelli.

Che tempi si squarciano oggi?

Le case

bruciate nel sangue

non sono antiche memorie.

Gatto fra gatti, cane fra cani, cinghiale di selva e radura

ombra su asfalti dentro silenzio di mondi

cielo di fumo e nebbie di boschi bruciati.

Che tempo è questo? Senza ricordi mi perdo?

Reagivo come un sovrano decaduto

non mi lasciavo sgomentare.

Crollano i muri di pietra s’alzano i muri in oro blindati

diamanti splendono su dita misteriose

nella notte da terra a terra che non ha più confine.

Questo gridava alla notte il camminatore nel silenzio

della foresta degli anni:

cammino fra i sassi

mi inerpico sulla montagna

scendo nei mari

milioni di uomini stesi aspettano in caverne di fango

le donne senza età hanno consumato il pianto

come un pozzo lungamente bevuto.

Bruciano uomini e libri

bruciano i libri e le cose

(le biblioteche sono polvere grigia bagnata)

bruciano i ponti le case le tele

dipinte da vecchi maestri impazziti

bruciano le parole ai bambini che guardano il mondo

fra missili ogive sigarette vendute nei porti.

Vedo la morte regina del mondo ruotare sul mondo

per la violenza del mondo

nel silenzio del mondo.

Ma dove sono? Dov’ero?

Reagivo col furore della spada

mentre le nubi soffiavano sulla traccia

degli animali predatori che mi inseguivano.

Non mi lasciavo sgomentare.

Se la morte del mondo non testimonia della vita del mondo

come può il futuro crescere come il fiore

sul cuore di Caterina che chiama i colombi e

guarda la luna?

Ma io dove sono? Dov’ero? Mio è il silenzio

nel fuoco, mia la casa che brucia, io brucio le

mani che stringono il giorno perché non abbia destino.

Io contro un muro in attesa e

bruciano boschi le città bruciano bruciano

mute le acque i grandi monti sono solitari e perduti. Ma io

dove sono? Dov’ero?

Non mi lasciavo, oh

non mi lasciavano davvero, oh

Non mi lasciavo sgomentare.

Qua sono (egli dice) rispondo. Qua sto.

Come un soldato non vinto

sottraggo la morte alla morte

nell’Italia squarciata da trenta miserie sul fianco del fuoco e del freddo

Verrà pure domani.

 

Ora è uscito – ancora per un piccolo editore Sigismundus – questa quarta parte del grande poema “L’Italia sepolta sotto la neve” ed è una festa di suono di rabbia e di canto. Il timbro di prosa, le impennate liriche, il respiro classico.

È sempre Roversi, intatto, a dirci che tutto s’è rotto e nulla è perduto.

 

 

 

Rivista anarchica, anno 41, n. 7, ottobre 2011.

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Sofia Gardi e Giovanni Vaccari)

 

 

 

Mercoledì, 02 Luglio 2014 14:38

Premessa a I ragionamenti, di Pietro Aretino

Nato di bassa lega, in una società in cui soltanto i «potenti» valevano (fossero essi principi, regnanti, alti prelati o artisti di genio); subito irretito dall’astio del proprio stato e dalla volontà di progredire e di primeggiare puntando su innegabili «qualità» naturali (che via via si affinavano, rodandosi, nei contrasti della vita e nella rapida ascesa al potere); l’autore di quest’opera «incriminata», relegata frettolosamente fra le cose turpi della nostra letteratura, è tal personaggio che meriterebbe una considerazione maggiore e un esame più attento di quelli che fino a pochi anni fa gli erano riservati. Oggi si può almeno discutere senza scandalo dell’Aretino come di una figura rappresentativa, tipica e anche importante; come di un «grosso» scrittore, a cui per essere grande, davvero grande, mancarono una più riposata attenzione allo svolgersi ed emanciparsi del proprio lavoro e meno interessati pretesti per esibirsi in pubblico, disdegnando misura e studio («ho partorito ogni opera quasi in un dì»; «né di mio si vede mai lettera che passasse un foglio»). Ma era la «brama» a spingerlo, a pungolarlo, con una persistenza amara, cattiva (e per brama intendo una precisa fame di cose e di risultati, di successi mondani pubblicamente largiti); la brama di accumulare e primeggiare, seguendo gli esempi del tempo; costringendolo essa ad un operare rapido, secondo una programmazione di fini e di lucro «mondani» in tutto pari, per intemperanza ed estro, a quelli esercitati ai nostri giorni dai più esperti e tenaci arrampicatori sociali. E poi non era tanto il successo in sé che gli premeva, ma la potenza che dà il successo; la potenza efficace ed opprimente e tuttavia inebriante di una conquista effettiva, che aggiunge «qualcosa»; la rivalsa sul prevaricare delle situazioni; un’alternativa mimetica a una nascita deludente. Infatti nelle pagine dell’Aretino, anche nel momento del consenso più vasto (dell’autentico successo) affiora spesso, per un rapido accenno o per ombre che incrinano lo sfarzo della sua lusingata presunzione, il sentimento di chi non sa abituarsi fino in fondo, nonostante tutto, al proprio successo, alla nuova ricchezza; direi: alla misura di questo successo e all’impegno di questa ricchezza – e sempre li vagheggia, li accarezza col sentimento della mente. Temuto dai «grandi» per la temerarietà e impudenza di divulgatore geniale e perfido, li sferza ma li ammira; si lascia corrompere sollecitando la loro debolezza, accarezzando con arte l’ambiguità della loro natura, corrotta e presuntuosa, debole ma arrogante; eppure conserva un misto di timidezza risentita, un residuo di cautela spigolosa e sospettosa (che magari, alle volte, e proprio per questo, lo rende anche più efficace nell’attacco, più duro o addirittura feroce nel giudizio); perciò è più arrogante e grezzo nell’invettiva – anche se immediatamente riesce a risultati di maggior effetto – e più sottile e fine, più brillante e spregiudicato quando adula, esercitando l’arte della finzione («adulazione e finzione, son la pincia di grandi», cioè il regalo più amabile, una specie di miele) o la propria «temeraria importunità». È ben consapevole della posizione di prestigio e di preminenza pubblica che si è assicurata con la penna; ne valuta fino in fondo il valore «commerciale» («chi tralascia me insegna a me di tralasciar lui… Dicamisi per che conto debba cantar un poeta non volendo altri sonare? Chi è quel capitano sì affezionato a la Francia che voglia servirla per dominum nostrum? Date a lo dabitur vobis, disse il pedante. Io adorava il re Francesco, ma il non aver mai argento da lo sbragiar de le sue liberalità raffredaria le fornaci di Murano. Sì che V.E. Ecc.ma o mi faccia dare del fiato per le trombe della virtù, o mi perdoni s’io non gli grido ad alta voce il nome»); si è reso conto dell’enorme efficacia che ha la divulgazione pubblica di un episodio o di avvenimenti intimi e scabrosi che toccano la vita dei grandi personaggi; eppure questa penna «infernale» non si trasforma in un ricattatore calunnioso o fantasioso; non inventa; egli non fa che «propalare scandali accertati»; direi che è quasi scrupoloso nel verificare la fondatezza e il dettaglio delle notizie che vuol strumentalizzare («la bugia, pane quotidiano de i gran maestri, non è cibo de la mia bocca»). Queste due intuizioni originali e in un certo senso «fondamentali», dell’efficacia della propalazione «contrattata» dell’aneddotica storica o privata, e della necessaria veridicità della notizia o delle serie di notizie che si divulgano, testimoniano e confermano, al di fuori di un giudizio morale (o moralistico), della genialità composita dell’autore, e della sua modernità (in un certo senso); sicché alcuni lo vedono e lo videro come un precursore, o il precursore, del giornalismo moderno.

È certamente una conferma «la prontezza, la brevità concettosa, lo spirito d’opportunità, lo stile incisivo e mordace» dei suoi pronostici satirici e dei suoi foglietti volanti – ferocissimi e spietati libelli, con tanto di nome e cognome, in cui si raccoglievano e propalavano le malefatte, gli intrighi, le vicende familiari lugubri o sconnesse dei maggiori personaggi del tempo («l’apparire di questa stampa periodica ingrandisce favolosamente la figura del primo giornalista europeo»). Per controllare le notizie, i riferimenti, le allusioni velate e tanto più pungenti in essi contenuti; o per sovvertirli almeno per quanto riguardava la parte che li concerneva; autentici regnanti o solenni personaggi pubblici e politici compivano le azioni più umilianti nei riguardi dell’autore; dalla minaccia alla corruzione, dalla lusinga alla preghiera, all’adulazione (una «epidemia di viltà che l’Aretino aveva provocato con la sua penna»). Questo «tagliaborse de principi», dopo vario peregrinare, da Roma a Mantova, Ferrara, Reggio, Urbino, trovò a Venezia la sede più adatta per le sue scorrerie letterarie; nessun’altra «città al mondo poteva assicurargli l’impunità che gli era accordata a Venezia». Lì infatti trovò l’opulenza del vivere e il piacere glorioso delle giornate nella frequentazione di personaggi come Tiziano e Sansovino; protetto dagli assalti furtivi dei killers di professione dalla liberalità interessata della Repubblica, che mentre lo proteggeva se ne difendeva.

I «Ragionamenti» sono un affresco magmatico, a tinte dense e colanti, della società rinascimentale, un imponente rapporto Kinsey, meno rigoroso, ovviamente, ma più pittoresco e movimentato, più sregolato; compiuto utilizzando una campionatura dettagliata e dall’interno; cioè da chi partecipava degli stessi difetti che si proponeva di discutere o di rappresentare, ne conosceva in un certo senso tutti gli «orrori» e non intendeva affatto colpirli ma descriverli, partecipandone. I particolari non sono sfuggenti ma definiti; gli ambienti non sono «ricostruiti» secondo una scenografia della memoria, né tantomeno della fantasia che colora, ma descritti con esattezza un po’ fredda ma organica, uggiosa ma avvincente; con l’ovvietà, alla fine rigorosa, di chi volge lo sguardo a un ambiente, proprio all’ambiente che lo circonda.

C’è tuttavia, in questo grande racconto, in questo «codice dei vizi», una rabbiosa sospensione di giudizi, come una indifferenza a concludere, a giudicare. All’autore basta descrivere, non dico neppure raccontare; l’abilità stilistica, la sua capacità di comporre, è tutta – almeno al limite – d’istinto; provocatoria ed esagitata, direi «rumorosa»; simile a chi racconta ad alta voce, fra parecchi ospiti che ascoltano. Non c’è (né risulta) l’intimità della coscienza; ma piuttosto l’esibizionismo compiaciuto di chi è abituato a parlare o a raccontare in pubblico e che, con la foga del tono, si industria a distorcere o a deviare i piccoli o grossi dubbi sulla veridicità del racconto; e mimandolo pittorescamente distrae il giudizio critico dello spettatore, ne accattiva la fantasia senza mettere in moto o caricare la coscienza; per lasciarlo infine, esclusivamente, alla propria curiosità divertita, o a una voglia inappagata, o a una soddisfazione grassa. È un’arte, o una situazione artistica, da «spettacolo», da parete; i personaggi sono sempre tali che sembrano muoversi in scena; come tali sono descritti, direi schizzati, piuttosto che definiti. La descrizione dei personaggi, infatti, coglie sempre, o per lo più, il loro aspetto esterno: abiti, faccia ecc.; mai si propone di lavorarli «internamente»; non li umanizza, li congela. O, se vogliamo, più semplicemente, li tipicizza per comodo. Mentre uomini e donne si coricano, ad esempio, in una sarrabanda di letti che suonano, si muovono «le cose»; ed è più vivo e vitale, più drammatico, in un certo senso, l’ambiente che li raccoglie e li difende; o che tuttavia consente con i loro amori. Che poi queste storie d’amore, o questa lunga storia d’amore (amore che si «consuma» o comunque si compie rapidamente; e non si strugge, non delira) conducano alla fine a una forma di sazietà affaticata, a una ridondanza non dico repellente ma esausta, esaurita – è dovuto alla monotonia «sforzata» del racconto che si torce in sé, si riepiloga e regredisce e s’intreccia più che distendersi in una organicità strutturalmente definitiva. Poiché l’Aretino, nonostante le sue profferte moralistiche, un moralista certamente non è; le sue teorizzazioni restano o riescono piuttosto fredde, fumose; dalle sue pagine non si esalta un dissenso col tempo o un contrasto meditato, una definita ripulsa; egli non vuol correggere o colpire per correggere, né tantomeno sferzare perché la società (o il tempo stesso) migliori, per quanto possibile; non c’è l’ombra di una fantasia che descrive, sottostendendolo, un panorama più cauto e calmo, più «pulito» della situazione. Non c’è l’ombra della tristezza (non dico l’invernale tristezza di un Machiavelli, che nutre la propria struggente malinconia nella rimembranza del mondo). L’Aretino è più sbrigativo ed equivoco ad un tempo; è meno sagace ed è più astuto dei moralisti ufficiali; è più «interessato» e meno disponibile ai richiami dei sentimenti o della ragione che si agita. Il sesso, nelle sue pagine (almeno in queste pagine) è un sesso senza tormento. Una sensualità secca, ghiotta, decisa, senza imprevisti; con un unico scopo; non è «turbata» in senso moderno (nevrotica ed equivoca; drammatica); e tuttavia, per la verità, neppure è grossolana e semplicistica al modo dei trecentisti più scurrili; né è senza contorni o sfumature; ma queste sfumature, che talvolta abbondano, non sono psicologiche ma ambientali. La sua ferocia nelle invettive (e nelle invenzioni; una violenza «fantastica») è una interessata finzione, che si unisce e si compenetra e anche si amalgama a una indifferenza a volte trasandata e alle volte giocosa, per artificio. Astuto, perfido, certamente; ma con imprevedibili (anche se calcolate) «cortesie»; per non dire tout-court «gentilezze»; il lievito e la misura interessata di una mente molto più educata di quanto egli non intendesse esibire. A una esatta «comprensione», a una giusta impostazione o imposizione di lettura di questo testo «pittoresco» (per tante ragioni) nuoce, a mio avviso, l’organizzazione «interna» dell’opera. L’esordio («La vita de le monache») è opprimente e distorce, contaminandola, un po’ tutta la prospettiva «generale». Questa parte risente di una malevolenza ispida e sgraziata, fatta di umori recalcitranti, e risulta eccezionalmente frettolosa; sembra il risultato compiaciuto o la conclusione di una vendetta «pubblica», grossa che sia. C’è il lubrico (soltanto) disposto senza rigore, gettato con malgarbo; la descrizione è senza umori, uniforme, come a sfogliare le pagine di un libro illustrato equivocamente; sembra l’abbozzo di un episodio o di una scena, più che una scena interamente realizzata; e appare anche assente, o lontana, la volontà di proporsi una eventuale definizione del racconto, che così resta slabbrato, monco di rifiniture, immerso in una sorta di magma narrativo enfatico. Le monache sono tutte in nero (o in bianco), i frati in saio; la vita, la giornata nel convento è un riposo breve fra un assalto d’amore e l’altro. Ciò che colpisce è l’aria uniforme, un po’ chiusa, da interno rarefatto (salvo quando i convitati siedono intorno alla tavola); direi, in alcuni momenti, un’aria morandiana (col rilievo della polvere sugli oggetti, e il segno delle dita). Ma non c’è altro; tutto l’episodio è concluso entro questo umore vetroso; figure, estri, non ci sono; mancano perfino i farnetici bizzarri, le autentiche voci degli amatori. Ogni contrasto è di riporto. La crapula annoia, raccolta in questo unico orgasmo dilatato.

Ma «La vita de le maritate» è, a mio giudizio, un racconto stupendo, svolto con arguzia sottile della ragione, e con una precisa consapevolezza artistica; con elaborato magistero. Tutto si inebria e i colori si fanno accesi; dagli angoli ammuffiti dei chiostri si risale in un momento dentro all’aria viva; sfolgorano le vesti variopinte, e insieme ad esse le risa di queste belle donne innamorate – o soltanto infervorate, il racconto si trascina per le strade, in mezzo alla gente; se si rintana nelle case, queste sono disegnate in quel lume un po’ fosco che risulta (e risalta) dalle tele maliziose e perfette dei maestri del tempo. Ogni volgarità si attenua, e più esaltato è il gusto della descrizione d’ambiente, degli oggetti, delle persone. Soprattutto gli uomini – «che attaccano» per suggestione altrui, per malizia femminile o addirittura a comando – sono visti in rilievo, a tutto tondo, in un prorompere di sensualità non levigata ma sanguigna, avida, quasi rabbiosa. Le donne sono raccontate con il lindore sagace e maliziosamente sfumato di un classico dell’umorismo; ogni particolare è per lo più leggero e gradevole; anche le malizie, che talvolta sono perfide, acquistano un tono dilatato, da apologo non opprimente; qualcosa di melodrammatico in senso «cantato». Basti per tutte, come esempio, la descrizione della sposa diciassettenne (che si sfrenerà in un finale apocalittico), la quale «mangiando pareva che indorasse il cibo» – tutto un dettaglio di particolari che trasformano la descrizione in una accesa esaltazione pittorica.

«La vita de le puttane» è sotto il segno, e la grande ombra, della tristezza «economica» («che chi non ha oggi dì de la robba, è peggio, che un cortigiano senza grazia, senza favore, e senza entrata»); con un vero e solo personaggio protagonista (e parlante): la Nanna. È l’autentica tragedia (cioè l’ossessione degli uomini e del danaro) non la «miseria» di queste donne; è il racconto – svolto nella direzione della necessità e di una ridondanza autonoma e autorevole – della loro disarmata debolezza sentimentale, contro la cattiveria sottile, o astuzia soltanto calcolata, degli uomini e della società entro cui esse vivono e con cui contrastano; e da cui sono, alla fine, sopraffatte: «Le puttane non son donne, ma sono puttane». Il racconto si svolge denso e minuto, fitto di particolari che lo dilatano in profondità; i discorsi sono frequenti, ansimosi; i contrasti «verbali» violenti; le prove d’amore si diradano e balzano in primo piano i contrasti o gli equivoci che li precedono e le seguono; le donne non sono più desiderose e «disponibili» ma sospettose e all’erta; i pericoli più concreti; gli episodi più reali; l’apologo non è schematizzato in un aneddoto ma si trasforma in un episodio denso di suspense, attenuato dai rancori delle coscienze, dal sospetto dell’intelligenza o da cattiverie autentiche e feroci che danneggiano fisicamente, che distruggono socialmente. Il contrasto fra gli antagonisti è il contrasto autentico di una società, o di un aspetto della società, descritto analiticamente, senza alcuna riduzione a sottintesi capziosi o volgari o banalmente interessati («perché è niuna cosa crudele, traditora e ladra, che spaventi una puttana»). L’individuo, se non è confortato da una situazione economica che lo distingua e lo protegga dalla massa, è veramente un essere isolato (senza avere fino in fondo la consapevolezza di questo isolamento), debole e inefficiente contro le vicende della vita o «il volgere della fortuna»; gli è impossibile chiedere appoggio o soccorso; anzi, è messo in una continua e faticante condizione di difendersi o di arrangiarsi per non soccombere o annientarsi. La società non lo tutela; dalla propria coscienza non cava che il vuoto di un’esperienza volta esclusivamente all’interesse pratico e alla lotta per la vita. Il sesso è la sola alternativa al lavoro; meglio, alla fatica del lavoro; ed è un’alternativa che si trasforma in una idea continua, in un bisogno assillante, in una «necessità» che tuttavia non può prescindere dal denaro. È sempre un contrasto economico che oppone i protagonisti, i «due» protagonisti; oppressi o suggestionati dalla stessa «furia», dalla stessa «malizia»; l’una di togliere quanto può, l’altro di cavare meno che può. Episodi, scontri, o tragiche violenze nascono o si pongono su questa alternativa; poiché, in ogni caso, è una lotta per la vita. Il denaro permette (e promette) quegli agi che «qualificano» e tolgono la persona da una situazione di uniforme precarietà; oltre a difendere dal presente preserva dal futuro; distoglie in certa misura dagli orrori della vecchiaia. Il vecchio è sempre laido e debole; facile ad essere rubato, maltrattato, deriso; e tuttavia la donna vecchia, se misera, è soltanto un relitto che si trascina oscuramente, schiava di orrori da cui non sa più difendersi.

In questo quadro conclusivo di autentica tragicità si trasferisce anche l’angoscia occulta, e sia pure mistificata in ogni modo, dell’autore; che pare spesso dimentico di tutto (e della nascita e delle varie fatiche per riscattarsi dalla situazione precaria), eppure è certo che ne patisce il ricordo e ne teme, sia pure oscuramente, un eventuale ritorno. L’acredine dell’Aretino, la sua continua fame di denaro; lo spendere per una vita «pazza» e il chiedere senza tregua; il barattare il silenzio della penna per l’oro delle tasche ha questa origine di fondo – non dico questa giustificazione. Il secolo tutto d’oro non concede tregua; il povero serve ed è strumento di ventura; solo il ricco è potente; può largire sorridendo, ottenere con rapidità e appagarsi della vita. Chi non ha, non può altro illudersi che di sopravvivere. Certamente in quest’opera non c’è una morale di fondo, né una conclusione «seria» voluta dall’autore; ma dall’insieme degli episodi e dei racconti, interpolati da digressioni e da concioni spesso gustosissime, sortisce un quadro che appanna la splendida rappresentazione del secolo, abbastanza iconografica, che ci è suggerita dai ricordi scolastici e dalle enciclopedie monumentali. Se ne libera una ossessione alienata per tanta «licenza» che non approda se non ad una disperata solitudine; che non produce che noia faticosa, contrasti violenti, insicurezza continua e imprevisti dolorosi. Alla vita umana, alla vicenda della società, manca un filo – o così pare; o comincia a mancare il filo; il filo della consapevolezza della libertà (della vita) – o di quella libertà; che era una libertà di provenienza comunale, aspramente raccattata e in ogni modo entusiasmante. Le fazioni, che definivano e sommuovevano, s’erano integrate e afflosciate, trasferendosi; tutto si irretiva in un meccanicismo splendido ma senza speranza. Il bel secolo, esplodendo, s’avviava nello stesso momento a finire. L’Aretino, illustrandolo, pare che ne illumini, con una grande intuizione, il tramonto.

Dicono che l’Aretino morisse cadendo all’indietro da una seggiola, per il gran ridere a una scenetta volgare che si svolgeva nella propria casa. Può non essere vero, e non sarà vero; e che il moralismo pubblico condannasse con questo aneddoto finale un uomo che aveva temuto, ammirato, disprezzato, seguito e odiato. Un uomo così poco pedante in un tempo di retori illustri. Che aveva, nonostante tutto, io credo, invidiato. Per quella sua forza opulenta di giungere a ciò che voleva, di volgere il corso delle vicende, di toccare la fortuna e la ricchezza e di assestarvisi sopra senza più lasciarle; per quella sua forza vitale che coinvolgeva e provocava la forza degli altri («io sono il segretario del mondo»). Un uomo, un artista che, come scrisse un gran critico, aveva la logica del male e la vanità del bene. Un uomo tuttavia che «amando se stesso fino ad esser ebbro di sé, desiderava piuttosto la gioia che il dolore degli altri».

 

 

(Alla digitalizzazione del testo ha collaborato Stefano Ceré)

 

 

 

Mercoledì, 02 Luglio 2014 09:47

I diecimila cavalli

Dopo dodici anni da Registrazione di eventi, Roberto Roversi pubblica I diecimila cavalli. Ma il silenzio del poeta e narratore bolognese, fondatore di «Rendiconti» e collaboratore di «Officina», era stato spezzato nel 1970 da una raccolta di poesie, La descrizione in atto, ciclostilata e distribuita a chi ne avesse fatto richiesta, dallo stesso Roversi, e della quale mi piace conservare la copia.

Nella «conversazione introduttiva» al nuovo romanzo, Gian Carlo Ferretti ricorda quest’atto di protesta di Roversi nei riguardi dell’editoria borghese, gliene chiede il motivo e gli chiede anche perché abbia affidato invece I diecimila cavalli alla pubblicazione a stampa tradizionale.

«La scelta del ciclostilato, allora – risponde Roversi –, voleva essere non tanto un rifiuto dell’industria editoriale ma la ricerca, grezza fin che si vuole, di un nuovo canale di distribuzione della comunicazione; un canale diretto, meno viziato da consumo o da ogni ingorgo programmato».

Fu certamente un evento che pose molte cose in discussione e mosse acque troppo stagnanti e supinamente accettate, evento che ebbe come protagonista, fra gli altri, anche Andrea Zanzotto, che pure aveva ed ha uno degli editori più affermati.

Quanto alla pubblicazione presso gli Editori Riuniti del nuovo romanzo (un brano del quale fu pubblicato su «Nuovi Argomenti» nel 1966), Roberto Roversi afferma che si tratta di un semplice scambio: di dare quello che uno ha alla «parte giusta» che glielo richiede.

I diecimila cavalli è un romanzo difficile e lo stesso Roversi riconosce la difficoltà di approccio da parte del lettore. Anzi egli puntualizza che più che un romanzo difficile si tratta propriamente di un romanzo «denso», nel quale è difficile penetrare a una prima lettura. E «con onestà e un po’ di utile autoironia», propone un suggerimento al lettore: «leggete il libro prima di acquistarlo». Ma, a questo proposito e al di là della battuta di Roversi, s’impone una questione di carattere generale: se il lettore-fruitore vuole considerarsi adulto, cioè non più colui che perde alcune ore al giorno a leggere le pagine di un romanzo, se egli desidera partecipare attivamente e dall’interno alla storia che lo scrittore (non più demiurgo) gli propone, deve affrontare la lettura e seguirla con la maggiore partecipazione possibile, deve ritornare sul testo, deve meditarlo, deve, se sarà necessario, rileggerlo. Allora ecco che le incongruenze, i vuoti, gli scarti fra un momento narrativo e l’altro non saranno più tali, o saranno riempiti dalla sua partecipazione intelligente e razionale. Perché il romanzo, genere composito, è opera altamente e fondamentalmente razionale che impegna e provoca la ragione del lettore e la sollecita continuamente, o almeno così dovrebbe essere!

Nei Diecimila cavalli non c’è una trama precisa nel cammino dei due protagonisti (Marcho Marcho e Fraulissa) tesi alla ricerca e alla conquista di una nuova forma di vita. Sentimenti ed eventi politici, situazioni e personaggi (importanti anche i minori: Nice il tedesco, Nello Savore il rivoluzionario «puro», il calabrese ed altri) sono tutti protesi ad un futuro considerato «non come uno zero, ma come un processo che si apre e che si può seguire – aprendosi la strada col machete». Nel contesto più vasto, che affronta temi ingiustamente ritenuti deteriori e reazionari (amore, sesso, paura della morte), si incunea la storia d’amore di Marcho Marcho e Fraulissa: «una storia ellittica», la definisce Roversi, piena di dubbi e contraddizioni, resa senza il timore di cadere nello scontato, nel banale. (Ed è interessante che – notazione personale – il mio romanzo che uscirà prossimamente abbia per titolo Cronaca ellittica, stabilito da me prima che mi capitasse fra le mani il romanzo di Roversi!).

La tesi fondamentale che Roversi ribadisce è che «non è la rivoluzione che deve recuperare l’uomo, ma è l’uomo che deve recuperare la rivoluzione – cioè quel bisogno di cambiare rovesciando gli schemi». E se vogliamo questa «rivoluzione», se aspiriamo a questo progresso, dobbiamo abbandonare le vecchie utopie e, rivivendole e sperimentandole, rinnovare tutte le cose: «Questi sono anni nodali, anni terribili e aperti, nei quali siamo richiesti di vivere con coraggio, senza riposo, ciascuno disposto a collaborare per trovare strade nuove, nuove idee, metodi nuovi, nuove risposte. Le domande infatti sono già state poste: sono lì che aspettano». Come fa Marcho Marcho (indicativa la ripetizione del nome) il quale sceglie e tenta sempre mezzi nuovi (Roversi dice: «semplicemente si sta rovesciando la pelle») e «non si finge diverso da quello che è; ha il coraggio di non rifiutare mai la propria implicazione di classe e le relative contraddizioni».

E Marcho Marcho parte da una vita comune, banale (la casa, la moglie, il lavoro) per sperimentare, per cercare, pronto ad affrontare contrattempi e incomprensioni e le lotte contro una «condizione umana» che gli ultimi anni dal 1968 in poi ci hanno dato, con le implicazioni anche culturali e politiche e sociali e morali, perché «qualcosa merita di essere fatto».

Da I diecimila cavalli traspare chiaramente l’evoluzione di una classe sociale continuamente in movimento, tesa a conquistare una funzione diversa e più completa. E ci si spiega allora la definizione di «libro di movimento – un movimento goethiano – che è sempre un desiderio di conquista oltre che di ricerca».

 

 

 

La Gazzetta del Mezzogiorno, venerdì 23 luglio 1976.

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato: Sofia Gardi e Giovanni Vaccari)

 

 

 

Venerdì, 27 Giugno 2014 15:59

I tre gabbiani

(Lettera inviata privatamente ad Antonioni nel corso della preparazione del film, sulla base di una lettura del racconto non ancora sceneggiato).

 

1. Finita la lettura, alla domanda conclusiva che sopravviene, per cercare di afferrare un primo rapido filo: qual è il succo del presente racconto? oppure: qual è il suo centro? credo di potere rispondere intanto con alcune negazioni. Cioè: non è un triangolo (una storia «diretta» di tre amori; di tre possibili o impossibili amori); non è un elenco drammatico di solitudini individuali che si cercano; non è il racconto ideologicamente onnicomprensivo di alcuni prototipi estrapolati dalla società di questi giorni; non è neanche un’autobiografia (sia pure un momento autobiografico) di una persona fra altre persone; non è un racconto esistenziale, sia pure nella direzione alta della novellistica occidentale. Inoltre non ha una morale e lascia perfino dubitare se si conclude nel negativo o se raccoglie dentro una qualche speranza di campare (per chi la cerca, naturalmente).

Con le annotate premesse, che accantonano dal mio punto di vista una serie articolata di riferimenti rituali, il campo è lasciato aperto a questa affermazione:

 

2. Mi pare che sia, e debba essere, il viaggio, in vagone letto, dentro a un girone dantesco; meglio ancora: dentro al quinto canto dell’amore, dove ci stanno non tanto gli amori compiuti quanto gli amori non consumati. Quelli del cuore, ma anche quelli della mente delusa e straziata; o inquieta e incerta – come vedremo.

Dunque è un viaggio fatto per conoscere, non per amare; per conquistare qualcosa, non per cederla; per sopraffare, non per ascoltare. È un viaggio di conquista o di una violenza almeno tentata; l’esame lucido e contratto, cioè ridotto all’essenziale, di una prepotenza istituzionale (che ha per veicolo la ragione) sulla giovane e imprevedibile prepotenza delle generazioni emergenti (che ha per veicolo le trame difficili e sconosciute dei nuovi sentimenti).

Una volta, nel mare aperto che era sul serio misterioso, c’era almeno un Moby Dick da inseguire perseguitare fiocinare abbattere, per dare fiato all’albero delle nostre rimozioni – che si inventa quotidiane sventure. Sicché giravi giravi giravi sperando di vedere da lontano il suo soffiare; e sapendo che bastava aspettare perché questo accadesse. Oggi il mare è soltanto lercio, pauroso, deserto e già tutto navigato. Può uccidere per noia, può incantare per disperazione. Ma i suoi mostri sono scomparsi, fiocinati dall’uomo fino all’ultimo esemplare. Infatti l’ultima balena bianca piange, arenata, contro le scogliere della Cornovaglia. I mostri del mare non si possono neanche più cercare; così come quelli della vita. Si può solo temere la loro ombra, dentro alla nostra memoria. È solo ricordando che puoi ricordarti di morire. È a questo punto, di fronte a questa possibilità o impossibilità di raggiungere qualche sorpresa, che sembra esplodere nel privato, o nel sociale, una pazzia lucida ma furiosa, tutta introiettata, la quale mette fuori giuoco anche la morte. Perché l’uomo di oggi è obbligato (non ho detto condannato) a vivere.

Lo spettacolo «assoluto» del presente racconto è dunque radunato senza soluzione di continuità dentro a «questa» società, che si proietta metaforicamente come un oceano aperto, contenitore di tutte le grida e di tutte le domande; quindi anche della voce di tre gabbiani che volano, si cercano, si perdono. La terra, con la sua consistenza solida o almeno come approdo da un volo, sembra lontana. La luce che avvolge persone e cose è il lume grigio del mare quando ha paura della notte. Non c’è neanche il vento; il suo suono.

 

3. Niccolò, Mavi, Ida sono tre gabbiani che volano (in quel modo) ma sono anche tre petroliere ferme, a distanza, su questo mare.

Cominciamo da Niccolò, che mi sembra un poco, appena un poco, a mezz’aria e quindi, in partenza, impreciso (indeciso). Proporrei che si capisse subito che è un autore importante, reduce da un grande successo di critica, il quale ha il bisogno – un bisogno quasi ossessivo e possessivo – di preparare una nuova opera dentro alla quale sente di dover convogliare almeno alcuni aspetti della nuova realtà – dopo averla riconosciuta con fatica e magari anche solo in parte. Insomma, deve riuscire a fare i conti con quei problemi di fondo, stravolti e contorti e per qualche aspetto perfino infernali, così ambigui e sfuggenti, degli anni che corrono. Deve approntarsi, cercando di rinnovarli, i propri strumenti culturali e linguistici; perché diventino idonei a un discorso del tutto rovesciato nel suo rapporto con la verità istituzionale (così sconnessa) e con la realtà emergente.

Per riciclarsi in generale, e per cominciare a prepararsi, ha bisogno di guardarsi intorno, con insistenza e con una puntigliosa e avida profondità; perciò deve rifuggire o rifiutare l’ottica tradizionale, anche se è acuta (essendo, in ultima analisi, l’ottica della sua vecchia cultura); per inseguire l’ottica irritante, contrastante, qualche volta perfino ripugnante, delle nuove generazioni; da cui non si può prescindere e che porta a identificare, almeno a delimitare, i problemi, gli elementi e i numerosi segmenti della cultura emergente – che non ha ancora una sua specificazione evidente e almeno in parte rassicurante; e che sembra trascinarci alla deriva con violenza, senza concedere nessun preavviso di una qualche speranza.

Questo rischio va corso e questo viaggio affrontato per cominciare o ricominciare a capire. E questo tentativo di scelta è lo specifico «straordinario» del personaggio. Per ricominciare a capire qualcosa del mondo Niccolò sente d’avere bisogno d’aiuto. Questo aiuto lo cerca senza però mostrare la fretta di trovare qualcosa (ha questa lucidità nella determinazione, e questa cura astuta – in un certo senso soprattutto spietata – di nascondere le ragioni e i modi di questa sua «investigazione»). Tale tensione intellettuale, dentro la mortificazione di non doverla esprimere, di non poterla esibire, rende la sua situazione più drammatica, molto più drammatica che se egli scaricasse fuori, magari anche con violenza, il grumo delle sue ambiguità, incertezze, fissazioni; e delle sue necessità.

Niccolò è l’uomo che fa e non dice; che cerca annusa insegue ma non può parlare troppo, nella direzione voluta; e non per astuzia ma per una interna disperazione; perché non saprebbe bene quale codice usare per la comunicazione. Ogni volta che ha tentato, o tenta, sente come una frustata che il suo linguaggio è vecchio di mille anni. E il suo respiro si fa secco.

 

4. Niccolò crede di riuscire ad avere il primo affondo, nella direzione indicata e per le ragioni esposte, attraverso Mavi. Crede che Mavi possa essere il tramite, un possibile tramite a un aggancio, a un primo aggancio con questo mondo. Crede spera vuole (cerca) solo questo; per il momento non sa altro.

Se è così, allora mi sembra che nel racconto il letto e lo scopare – ad esempio – come luogo e funzione determinati siano mortificati dentro a una normale ovvietà; in altre parole mi arrivano come i termini (molto parziali nella loro significazione) di rapporti etero-diretti di puro stampo ottocentesco. E questo in generale, oggi; e non solo dentro a questo racconto. Il letto, nella sua evidenza metaforica o nella sua realtà (quella cioè di essere quel letto su cui si sta abbracciati) si è ormai aperto completamente e completamente disfatto; e nessuno lo può più riordinare. È in grande confusione e in totale smarrimento; è popolato da cento voci, come l’agorà dei sofisti nell’ora del mercato pieno; non tollera più la solitudine dei gemiti individuali ma è l’incontro di battaglie in cui si affrontano guerrieri spietati; lì dentro si sono tornati a nascondere anche gli dèi di Omero, che guardano più spaventati che divertiti. E questo accade anche nelle casette sui monti. Quando ci entri, in quel letto, non sai più se ritornerai in terra vivo; o se sarai ucciso; o se dovrai uccidere qualcuno. È ormai il luogo di tutte le possibili combustioni o delle tragedie più sofisticate; in cui inoltrarsi come in una foresta, dentro alla quale Niccolò, usufruendo della perfidia acuminata della sua ragione, cerca ogni volta di cavare anche i più fragili frammenti di notizia sulle cose del mondo. Io credo che non possa concedersi o permettersi altro. A lui non interessa tanto di fare l’amore, – anche se, naturalmente, lo fa, – quanto di osservare guardare ascoltare percepire speculare sprofondare e raccogliere (frenandosi addirittura, anche in quei momenti, quasi per annotare un rapido appunto sul taccuino). Per osservare l’ombra di tutti i desideri, il suono e il risvolto di tutte le parole. Ogni moto. Attento fino allo spasimo a quegli splendidi e struggenti squarci di verità (anche privata) che si aprono quando un cuore nudo è contro un cuore nudo e li combatte. In ogni rapporto, c’è sempre di mezzo l’intercapedine invisibile ma infrangibile di uno spietato interesse privato.

Niccolò non può abbandonarsi mai, attento fino quasi a soffrire fisicamente. Questa attenzione mai squilibrata; o semmai soltanto incrinata da impercettibili moti di cedimento subito controllati (moti naturali, in lui, di cedimento alle emozioni o alle tentazioni del privato); è il suo dato caratterizzante. Cosicché io lo definirei un analista dei sentimenti in una situazione d’emergenza; un analista al limite del dramma per urgenza nelle scadenze e per la tensione intellettuale.

 

5.Mavi appare subito una donna che ha parecchi problemi, alcuni molto aggrumati e dolorosi, con insistenza; problemi dunque che la drammatizzano ma che nel racconto restano rivolti all’interno, come dire? introiettati; mentre a me sembrerebbe inevitabile una esplosione esterna, sia pure controllata e parziale, legata a un moto del cuore, a uno scambio di voci, a un momento narrativo specificatamente aggressivo, approfondito.

Mavi è un giovane squalo in avaria. È ferito da un arpione, sanguina da un fianco; ma sceglie – più che fuggire, più che allontanarsi dal suo inseguitore – di nascondersi in luoghi vicini, di defilarsi soltanto un poco; coinvolgendo nel dolore per la ferita ricevuta e patita una insaziabile persistente curiosità (quasi da piccolo inferno, tanto è attenta ai dettagli per il pericolo che l’ha coinvolta). Aggiungo: sulla pelle, quasi appiccicata addosso, Mavi ha l’ossessione di una bellezza disperata e inutile; ma alla quale non può sottrarsi. Se vuol vivere non può che vivere con essa; solo con la morte può sperare di spegnere questo faticoso splendore. Essa sente (più che sapere con l’ordine della ragione) che oggi la bellezza non può non essere (appunto) che disperata e inutile; non perché è fragile e fuggevole, secondo la iconologia tradizionale che la esaltava, ma perché ha una sola collocazione, un solo uso; altrimenti non ha posto. (Quindi non dà pace, è un peso non sopportabile dentro a questo mondo in movimento). Infatti la bellezza è un elemento subito identificabile, mercificabile, mercificato; non c’è speranza di sottrarsi a una lucida pronta e completa manomissione, per chi si porta in viso o addosso il peso di questa maledizione (tale e quale il segno biblico della peste, che condannava ed isolava senza alcuna speranza di salvezza o di commiserazione).

Oggi la bellezza è perseguitata e inseguita, affrontata e afferrata in ogni condizione; consumata in ogni luogo, distrutta con furia per la logica e inesorabile necessità del sistema. Non trova rifugio neanche nell’ambito dell’amicizia, dell’amore tradizionale, della famiglia fino a poco tempo fa tutela spesso feroce e spietata (e serra ad aria pressurizzata) di tutto dò che affondava e poi lentamente sfioriva e si consumava nel regno della donna e dei suoi terribili affetti.

Mavi è troppo bella; perciò è inquieta, fantasiosa, incerta, ansiosa (più che nevrotica) come un cane all’erta. Sente che deve sempre allontanarsi da qualcosa, mentre vorrebbe fermarsi e desidererebbe prendere fiato, con tenerezza. Sente che deve muoversi senza lasciare traccia, se vuole sfuggire all’aggressione del momento. Se si ferma, sa che sarà subito ripresa nel giro ossessivo delle tentazioni (tempestose o innocue secondo le occasioni) del mondo, e non avrà più possibilità di scampo dentro la vita; sarà senz’altro perduta e legata in modo irreversibile a qualcosa o a qualcuno. Solo una «esplosione» esistenziale violenta e decisiva, affondata dentro ai sentimenti (o, meglio, dentro alla curiosità dei sentimenti) potrebbe salvarla (come in seguito potrebbe non dico salvare Ida, ma almeno convincerla rassicurarla e intenerirla nella ricerca di un ordine dentro le cose nuove); quindi un nuovo rapporto con l’uomo; e magari proprio con questo uomo che è Niccolò. Un rapporto che non dovrebbe ricalcare i binari usuali; non consumato dalla cultura e non sfilacciato da una abitudine poco rassicurante; ma provocante e inquieto proprio come un territorio che si scopre un poco per volta. Ripeto: un affondo completo nei mari poco esplorati dei sentimenti.

A Niccolò, prima da Mavi (a suo modo e secondo le sue necessità) poi come vedremo da Ida (ugualmente a suo modo e secondo necessità) viene rivolta la richiesta di un servizio sentimentale di nuovo tipo. Al quale l’uomo non sa adeguarsi o non sa inchinarsi. Questo servizio Niccolò non solo non vuole offrirlo, perché è alla ricerca di altra preda per sé e ha una fame tutta privata, egoistica; ma anche se volesse, ripeto, non saprebbe come e cosa fare. C’è un gap incomponibile fra le due donne e questo uomo, sia pure all’interno di due diversi rapporti. È Niccolò ad essere alla cerca di soddisfazioni diversificate ma troppo egoistiche e generiche. Quindi questa ricerca è toccata da troppa arroganza (dentro a una apparente umiltà o naturalezza di comportamento e di richieste); è troppo tecnica e inflessibile, per liberargli intorno un qualsiasi segno o un qualsiasi attimo di tenerezza disarmata.

Tutto ciò può legarsi alla conclusione finale di Mavi, quando dice a Niccolò: «Mi fai paura». La frase coglie molto bene, e definisce bene, sia la tormentata inerzia della donna sia la fame deleteria dell’uomo – che ha denti solo per ferire. La vicenda, fra i due, si svolge nel tentativo di avvicinarsi (secondo le motivazioni già enunciate e che ho cercato di estrapolare dal contesto) e nella presa di coscienza di una impossibilità motivata e precisa di riuscirci. Quindi senza una via d’uscita; drammatica al limite della tensione esistenziale, perché coinvolge la chiave di lettura di questo mondo.

Mavi mi richiama, a questo punto, e sia pure in una identificazione che direi «capovolta», la Nadja di Breton («Chi è lei?» E Nadja senza esitare: «Sono l’anima errante»). È la stessa Nadja che poco più avanti dice: «Chi ero? Sono passati dei secoli. E tu, allora, chi eri?» Quindi il racconto prosegue: «Passiamo di nuovo lungo la cancellata quando tutto a un tratto Nadja si rifiuta d’andare avanti. C’è, a destra, più in basso, una finestra verso il fossato, dalla quale non le riesce più di staccare gli occhi. Davanti a questa finestra che sembra sbarrata, bisogna assolutamente restare in attesa, lei lo sa. È di là che tutto può venire. È là che tutto comincia. Si stringe con entrambe le mani alla cancellata perché io non possa trascinarla via. Non risponde quasi più alle mie domande».

Ecco, il progressivo affievolimento, il progressivo allontanamento di Mavi (quasi una piccola ma pericolosa fuga tutta ritmata) mi sembrano legati a una occasione, anzi a una situazione simile; così profonda, totale, personale. Segnata da una metaforicità al limite della sopravvivenza o della follia; o del completo annientamento dentro al massacro grigio della vita. Perché come Nadja, anche Mavi «non è mai perfettamente inconoscibile, né perfettamente conoscibile: essa è solo riconoscibile».

 

6. A questo punto aggiungo che, se non è troppo sbagliato il mio punto di vista, bisognerebbe almeno ritoccare qualcosa in due momenti del racconto.

Dopo l’arrivo nella casa di campagna (la notte della nebbia) e prima della discesa all’inferno (il volo freddo dei pipistrelli); magari davanti a un fuoco che stenta ad accendersi in quella casa deserta (la legna è troppo dura? è troppo bagnata?); anzi, mentre sono chinati a cercare di accenderlo, questo fuoco; credo che Mavi e Niccolò debbano avere uno scambio di parole – rapido ma quasi conclusivo. Ad esempio (scrivo in modo approssimativo solo per spiegarmi meglio):

 

NICCOLÒ     Ti voglio bene.

MAVI            Non credo che sia possibile.

NICCOLÒ     Perché?

MAVI            Non lo credo possibile.

NICCOLÒ     Perché?

MAVI            Tu prendi soltanto. Prendi; e magari con un po’ di tenerezza, magari

                       con un po’ di vergogna. Ma prendi. Come un uccello da preda, cerchi solo

                       di sfamarti. Per sopravvivere.

 

Questo aggiungerebbe peso, e un peso specifico, alla decisione di allontanarsi (anzi, di sparire) e preciserebbe un giudizio complessivo e gridato (molto esplicito) su Niccolò – che così si vede scoperto. Niccolò, l’uomo ferito, appesantito, anche un poco mortificato dal peso di una fama che non gli lascia più tregua e spazio; e che lo costringe ad arraffare per sopravvivere e per muoversi, per lavorare, per rispondere alle richieste; per saper rispondere. E in questa costrizione ossessiva si trova invischiato vilipeso ferito. Aggiungerei, anche un poco corrotto. Ma avendo assoluto e immediato bisogno degli altri per cercare di appianare la sua angoscia delle idee, non esita a perseguitarli (senza volerlo riconoscere); a strizzarli come pezze (senza volerlo riconoscere); a martirizzarli (senza volerlo riconoscere). Insomma, prende tutto strappandolo con i denti, pezzetto per pezzetto. Anche semplici lembi di vestiti (che sono poi piccole parvenze di verità). Ruba, si appropria, striscia, incanta, vorrebbe anche regalare. Invade ogni terreno di caccia. E intanto, al contrario, ha perso anche il ricordo di come si può compiere qualche sacrificio, sia pure insignificante in apparenza, per gli altri.

La sua è la ferocia maestra; la ferocia neutra, grigia, inflessibile che imperversa oggi nel mondo sotto tutti i travestimenti. Un mondo che nelle sue istituzioni di base, sclerotizzate ma sempre in evidenza, è accanitamente difeso da una popolazione di lupi legati agli alberi delle regole tradizionali. E perciò destinate all’estinzione; ma dopo una tragedia.

 

7. Mavi, in questo contesto, è (totalmente) la giovinezza nuova che si mostra col segno di una bellezza vecchia (voglio dire: con i segni di un linguaggio del tutto inserito dentro alle norme dei breviari di estetica classici). Una bellezza che lei patisce, sopporta (come ho già detto); da cui è offesa e perseguitata ma da cui non riesce a difendersi se non fuggendo; oppure, per chiedere tregua, semplicemente esibendola; oppure usandola con rabbia calcolata e dentro a una progressione drammatica che la porta ad essere ferita, a restare sola. Appunto: in una solitudine da squalo arpionato, sanguinante.

Mavi è un personaggio complesso, in movimento ambiguo, molto vero. Tutto raccolto dentro a una inevitabile ma struggente compattezza formale.

Ma il secondo punto che chiede un ritocco si trova alla fine della sua storia, quando siede vicina a Niccolò, senza saperlo, sulle scale di casa. Anziché lasciarsi per sempre dentro a un vuoto di segni, cioè senza alcun segnale conclusivo (l’interferenza del silenzio, in questa situazione, mi sembrerebbe una scelta troppo ovviamente metaforica e quindi ritardante e scontata) dovrebbe accadere – per fare il solito esempio del tutto strumentale – che a Niccolò cade in terra l’accendino stretto in mano e che il rumore, naturalmente, faccia alzare gli occhi a Mavi. Rapido scontro di sguardi; poi la porta di casa è finalmente aperta e Mavi mentre si alza e si avvia dovrebbe fare un qualche cenno di silenzio (di non parlare; di non volere più parlare e guardare). Un leggerissimo segnale con gli occhi, con la mano, con la bocca, con la spalla. L’interruzione definitiva di comunicazione fra due cuori che pensano. Una fine che assomiglia un poco allo scomparire nella morte.

Infatti Mavi (l’incontro con Mavi) è una occasione per Niccolò ma anche una necessità. E lei non può essere lasciata se non nel silenzio «controllato», in un silenzio che parla; cioè nel rifiuto di sapere, conoscere, comunicare. Ma un rifiuto consapevole; un rifiuto che si vuole. Patito fino in fondo e molto simile a una incrinatura, una lacerazione del cuore.

 

8. Ida è (così vuole essere, mi pare) la giovinezza che non ha più legami col passato; non ha memoria storica; non ha più curiosità della storia; o non ne ha più nostalgia. Senza troppa famiglia; senza troppa cultura (non per una ignoranza cercata; piuttosto perché le cose che stanno accadendo non sono ancora codificate e nelle grammatiche che sembrano rassicuranti c’è dentro solo una scienza antica). La cultura è sostituita dalla curiosità.

Senza una bellezza che la vincola, quindi senza più il marchio di essere, di dovere essere questa donna. Senza più la tentazione di offrirsi e la necessità di essere scelta. Quindi non più la donna, secondo la mentalità renitente di Niccolò («con chi scopi, adesso?») da portare a letto; ma che sceglie lei, decide lei, si incuriosisce lei, e non concede nulla. Non ha più nemmeno i residui filamentosi di ricchezza, stato sociale, educazione trilingue, bellezza sofisticata che legano Mavi a una situazione esplicitamente abbastanza tradizionale. Anzi, Ida è proprio la netta contrapposizione dentro a uno stesso contenitore. La sua esistenza si muove in una fatica continuata ma accettata e sempre ribattuta con la fantasia.

Ida è donna «nuova» non perché ha rifiutato dentro a una lotta il mondo vecchio; ma perché ha raccolto con una inquietudine non tragica ma critica dentro ai pensieri le novità di questo mondo; e via via continua ad accoglierle; e quindi non può più avere i connotati tradizionali, i marchi ritualistici della donna che deve avere la bellezza come segno che la distingue e il sesso come offerta determinante nel suo contratto sodale; al modo che gli indiani debbono avere una penna infilzata fra i capelli. Ida non è più, finalmente, una donna da copertina. Per ottenere questo omaggio o questo consenso, in piena contraddizione con l’uso, dovrebbe non tanto spogliarsi ma vestirsi; avere addosso una divisa; forse sparare (come la brigatista; e non direi la ragazza del brigatista). Ida è completamente diversa anche nella tranquilla e disarmante normalità del suo lavoro; nell’uso della sua nudità (che non è affatto una emergenza rispetto al suo essere vestita). È diversa, perché difende con lucidità, e con una tranquillità che però è molto vigile, una sua volontà di ordine personale che via via sta conquistando; ordine sentimentale e ordine esistenziale – e questo, dentro al riconosciuto e perciò rifiutato grande disordine del mondo. Che c’è, è un dato di fatto ma non si traduce in giudizio morale né in una ossessione.

 

9. Ida è questo personaggio (con tanta giusta tenerezza e tanta rigorosa semplicità) perché sa, e non ha bisogno di ripeterlo, che il disordine attuale è in ogni modo e in ogni occasione e in ogni dettaglio gestito e prolungato dal potere reale; e che per ottenere l’ordine necessario, dentro al quale ricostruire o custodire la propria vita, bisogna non solo conquistarselo rinunciando alle offerte e alle offese; ma poi difenderlo con tutta la fatica e l’insistenza possibili. È la grande scelta, in atto oggi, della politica trascinata e trasferita nell’ambito rigoroso del privato. Quindi non una rinuncia alla lotta ma un aumento, se si vuole, nell’intensità dentro ad essa e una diversa disposizione. La crescita di un metodo nuovo (di vita e di comportamento) dentro nuovi pensieri, nuovi desideri, nuovi bisogni. I giovani stanno soffiando sui vulcani. Attenti alla prossima lava.

Il cuore di Ida è una piazza d’armi; più affascinante, in movimento, inquieto; più vigile e pericoloso delle scelte antiquate e soltanto atroci di chi, uscendo da caverne ammuffite, sceglie soltanto il gesto inutile di sparare. Questo tipo di violenza, nella sua efficienza reale, si è consumata e spenta con la Comune.

Perciò non solo l’assenza ma il determinato rifiuto di qualsiasi requisito tradizionale femminile è il segno della maturità di una lotta in atto ma è anche il segno della conquista già raggiunta, almeno nella sua generalità, di una diversa visione del mondo.

Ida è una ragazza che non ha più paura dei sentimenti. Anzi, li cerca, li alleva, li cura, li difende, li ama, li vuole, li sovrappone; con una tenerezza meticolosa; con la tenerezza di chi stringe fra le braccia, in un momento d’abbandono e contemporaneamente, un bimbetto e un gattino.

Racchiusa, raccolta, quasi difesa in una normalità che contrasta con il colore, con il fulgore (tutto ingemmato) di Mavi, Ida è non solo un personaggio «straordinario», ma – ripeto – è un personaggio «drammatico». Propone, con uno sforzo non esibito ma tutto al fondo, la ricerca di un equilibrio sempre sottile, molto raffinato, dentro le cose e fra le persone; propone la ricerca di una tenerezza «totale» (per niente scipita ma molto mossa e commossa) che vorrebbe essere sempre e tutta goduta; e queste ricerche corrispondono alle generali richieste inseguite e alimentate, in ogni occasione, dai giovani oggi.

La nuova generazione ricomincia a dire (senza sorridere, senza arrossire dentro all’ovvietà, ma come una comunicazione che è necessaria quindi non si può evitare) perfino la frase ti amo. Questa generazione, aprendosi la strada fra le attuali contraddizioni acuminate come spade disposte in ogni luogo, si muove alla ricerca dei buoni sentimenti, di azioni generose. Ha bisogno di archetipi non ricostruiti o ricevuti ma trovati sul campo; non da venerare ma da accompagnare. Anzi, da cui farsi accompagnare. Non vuole più condottieri o maestri infami; vuole amici. Magari amici da rispettare. Perciò escluderei l’eccitazione sessuale anche dentro la clandestinità (di cui, giustamente dal suo punto di vista, parla Niccolò; che, lo ripeto, vede ancora nel letto l’arena del maschio e non il luogo in cui si può anche dormire in pace col gatto).

 

10. Ida è un poco scentrata, nei suoi connotati anagrafici – che vorrei appena un poco più espliciti e modificati; più accentrati; e si sperde (quel tanto, un fiato) nella conclusione. Nella motivazione, non nella scena tutta disposta che mi piace molto. A parte Venezia. Proporrei questa controindicazione: essa è separata da un marito coetaneo e inquieto (più di lei alla ricerca) ed ha un bimbetto di pochi anni (o magari di pochi mesi) che si tiene vicino vicino, senza preoccupazione. Lo affiderà al padre o ai nonni solo quando partirà con Niccolò (una partenza senza problemi). Questo è un comportamento naturale in una situazione normale; però contribuisce a determinare nel senso giusto il personaggio, a dargli una realtà tutta dentro alle cose e agli affetti, che invece adesso ancora non ha.

Ida è una Madonna senza Giuseppe, ma col suo Gesù fra le braccia; che invece di fuggire cerca, invece di piangere aspetta; che non ha tenerezza di santa ma un amore inquieto, turbato, tutto moderno; che non guarda il cielo ma la terra; non è ansiosa ma curiosa; che si adatta nella speranza sulle cose e non sugli angeli; che legge prima di dormire; che lavora senza rabbia; e che sa, e questo la interessa, che deve difendere economicamente il figlio invece di essere difesa. Un piccolo angelo in battaglia.

Il suo amore per Niccolò è, semplicemente, amore (proprio ciò che Niccolò non vuole, non può avere; che deve sfuggire). Voglio dire che, semplicemente, lo ama; in quel momento. Certo: amore è stare insieme; ma è anche pensare il modo di potere stare insieme. Amore è andare a letto ma è anche camminare fuori dal letto; è viaggiare ma è anche ritornare; è sorridere ma è anche piangere; è partorire ma è anche allevare. Può essere anche morire. È non avere misteri; è dare e non volere ricevere niente in cambio. Perciò mi sembra molto vero che Ida rifiuti la chiave della casa di Niccolò; e che Niccolò con una arroganza indifferente che è tipica, le dica «comprati ciò che vuoi»; e che Ida quasi senza badargli risponda che non vuole niente. Che non ha bisogno di niente.

Ida lascia Niccolò; o, meglio, si stacca da Niccolò quasi all’improvviso (quindi non fugge, non si sottrae come Mavi – che è un personaggio tutto bucato come la superficie della luna) proprio perché l’amore è anche dolore senza ragione, ed è lei sola a sopportarlo e a sentirlo. Perché Niccolò non soffre con lei; e non produce amore come lei. Ida lo lascia piangendo, in apparenza in un modo melodrammatico ma in realtà, e in questa occasione, in un modo «stupendamente» autentico, come se soffrisse per una lacerazione dolorosa e a pelle viva. Lo lascia, in conclusione, per le stesse ragioni di Mavi, anche se i modi del distacco sono diversi. Ripeto: entrambe lasciano Niccolò per colpa di Niccolò (freddo, pericoloso arpionatore; reso quasi sfinito dall’abitudine); perché lui è ancora, o è soltanto, uomo-uomo. Non solo perché non sa amare, ma perché non produce amore. Perché l’una teme e l’altra rifugge la sua arroganza, la sua avidità tutta di testa. Niccolò sembra a loro, ed è, un cacciatore di teste. Come tutti gli uomini d’oggi non vuole dare né concedere speranza. Perché avendola perduta, la ricerca con affanno per sé.

 

Con alcuni approfondimenti e alcune registrazioni dentro alla storia e dentro ai tre personaggi, credo che i vari momenti del racconto, che adesso possono sembrare ancora «occasioni», possano diventare «situazioni» reali. La storia, nella sua struttura così organizzata, è ben disposta a recepirli.

 

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato: Chiara Bensi e Nicoletta Defranceschi)

 

 

 

 

Venerdì, 27 Giugno 2014 15:44

Un salix sfrigola

Un salix sfrigola come se bruciasse carne umana. L’incendio totale in una pagina da “I diecimila cavalli”

L’incendio totale che devasta in questi giorni alcuni luoghi tra i più belli d’Italia è stato già descritto con terribile efficacia in uno dei romanzi più importanti delle ultime stagioni, I diecimila cavalli di Roberto Roversi (Editori riuniti, 1976). La lettura di questa pagina non sostituisce, ma certo arricchisce cronaca e commenti del momento. L’Italia Far West del romanzo di Roversi è lo stesso paesaggio di oggi – lo è, anzi, sempre di più.

 

A metà strada mentre scendevano a piedi sentirono l’odore del fuoco, dopo videro una vampata a mezz’aria e il fumo svitarsi da terra; alcune foglie scoppiavano come pallottole in un boschetto di populus canescens, stretto alla base da sterpaglia e da mucchi di edera ripugnante, e dentro alla tenuta chiamata Gaiana del marchese di Cessalto; qui, nel parco a monte in un declivo all’inglese così colorato da doppiare la malinconia di Losay erano raccolti esemplari di larix decidua ingemmati di strobili che dopo poco cominciarono ad annerire prima di bruciare. Il fuoco progrediva di circa quindici metri all’ora su un fronte di due chilometri; non c’erano pompieri, la zona è senz’acqua in quel momento, gruppetti di contadini e qualche operaio sul bordo della strada; se non altro è evidente che l’incendio si sarebbe fermato lungo la provincia ma la fetta di collina e di terreno levigato dai secoli e fatto boschivo coi querceti di farnia (di cui una colossale, dell’altezza uguale all’esemplare che è nel bosco degli Astroni Campi Flegrei, così aperta e divincolante) andrebbe strinata. A vantaggio di chi? Un fuoco è un fuoco e un fuoco; sopra ci volano con apprensione gruppi di uccelli; alcuni uccellacci che hanno perso la tramontana cercano uno scampo senza trovarlo e si sentono perduti. Un operaio accenna a destra, in fondo valle, nel bosco di Masia di proprietà dello stato, una selva a un tiro di schioppo dal mare; terreno vergine; anche lì due tre fumi da punti diversi in direzioni opposte, sciabolate che avvolgono la base dei tronchi degli aceri del Libel e infine le lingue di fuoco salgono strisciando lungo la corteggia grigiobiancastra, quasi liscia; tutto tra fumo e scintille comincia a bruciare. I due incendi non lasciavano scampo alla terra né ad altro oggetto e continuando ad avanzare combaciarono completamente. Si riusciva a vedere che la gente era testimone passiva, non solo ma rassegnata e un po’ ironica; non muoveva un dito; impassibili, gli spettatori di quel vilipendio sapevano tutto e avevano giudicato. Campi, i cerri (alcuni di maestosa statura), sponde di confine o prode sembravano inondate di napalm con gettate di striscio dall’alto. Chi è che può e vuole resistere? Se ne prende nota bastando alle volte il breve anticipo d’averlo preveduto. Quel fuoco è anche il nostro fuoco; ciascuno degli spettatori, se non sa né vuole opporsi, ci brucia in mezzo. Nella miseria attuale, in uomini e cose, ciascuno è conficcato in fila ben allineato fino al collo. Non occorre Dante. A una domanda di Marcho Marcho la risposta è (abbastanza) ovvia

«tornate fra un mese, vedrete un deserto carbonizzato dove»

«là, per meglio dire, esisteva un bosco, alberi vale a dire farnie cerri abeti e di alto fusto»

«c’era una necessaria riservatezza un silenzio necessario che tutelava il futuro, vi dirò poi»

«utile al fine di tutti»

«tornate tra sei mesi ci saranno le ruspe, tornate fra un anno ci saranno case e casette di pietra in un lottizzato villaggio Esperia o Amapola, ammortamenti a lungo termine, bicamere e servizi, con mutuo, col tennis, con la piscina, con il comfort per il signor Speranza in un’ora da Melano, per la quiete del signor Mona in due ore da Turin a cà»

«questi fanno il buono e il cattivo tempo»

«alle volte uno zolfanello di Pisa può accendere le speranze e può dare una spinta alla voglia di oro»

«i galantuomini fanno ciò che vogliono, i risultati sono sotto gli occhi».

Da una masseria partono le bestie e urlano urlano, un salix alba sfrigola come se bruciasse carne umana; i due fuochi procedono appaiati mentre si unisce lo spettacolo del fuoco a quello della morte. Entrambi rumorosi fuori dal silenzio; in entrambi predominante la menzogna. Sul litorale la gente è per le strade, zaffate di fumo tolgono il fiato. La polizia aveva bloccato il traffico mentre l’aria per chilometri e chilometri, irrorata di cenere tanto fine da parer sabbia, è trasformata in un calderone.

Per la distanza orizzontale di quattro chilometri sui fianchi delle colline e per tutto l’ondulato del Reno fino al mare il paesaggio fu nero e bruciato; come dopo un bombardamento mozziconi fumavano, travi di cenere scavate dal tarlo del fuoco rotolavano rotte, puzzo fumo e il silenzio che è prodromo o epilogo delle disgrazie. Intanto ciascuno sapeva di doversi rassegnare in fretta e di dovere anziché muovere un dito aspettare gli eventi – che altri avevano disposto e che si sarebbero compiuti. Fraulissa e Marcho Marcho lasciarono un paesaggio che aspettava soltanto le ruspe – come una liberazione, saltarono su un camion che li portò circa quattro chilometri lontano (o più avanti) e trovarono ivi, imperturbabile, la indifferenza e la insofferenza dell’autorità burocratica che bivaccava; strade bloccate, ammassi di viveri e vestiti, automezzi dell’esercito a cui quella calamità serviva come una esercitazione in corpore vili. Soldatoni pencolanti e autorità altissime che andavano venivano su giù sopra sotto. Fanno un cenno subito dopo una curva a una macchina dalla sagoma veloce e dall’andatura scattante su cui erano due giovani, la macchina si ferma e sembra – anche in questo caso – una contrastata decisione.

 

 

 

il manifesto, 28 agosto 1981.

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato: Chiara Bensi e Nicoletta Defranceschi)

 

 

 

 

Mercoledì, 25 Giugno 2014 11:31

I diecimila cavalli

Roberto Roversi

I diecimila cavalli

con una conversazione introduttiva

di Gian Carlo Ferretti

 

 

Indice

 

Conversazione introduttiva

a cura di Gian Carlo Ferretti                       VII

 

L’autore e la critica                                       XXII

 

I diecimila cavalli

Prima                                                             3

Seconda                                                         91

Terza                                                             171

 

***

 

Conversazione introduttiva

 

Sarebbe interessante anzitutto che spiegassi perché ti sia rifiutato nel 1970 di pubblicare editorialmente la raccolta poetica Le descrizioni in atto, e l’abbia ciclostilata e distribuita in proprio, e perché invece tu faccia uscire oggi questo romanzo presso una casa editrice, e in particolare presso gli Editori Riuniti.

 

La scelta del ciclostilato, allora, voleva essere non tanto un rifiuto dell’industria editoriale ma la ricerca, grezza fin che si vuole, di un nuovo canale di distribuzione della comunicazione; un canale diretto, meno viziato dal consumo o da ogni ingorgo programmato. Gestendo questo ciclostilato ritenevo di poter trovare un modo più esatto puntuale rapido per distribuirlo. Ho fatto quattro tirature per oltre tremila copie; tutte stampate confezionate impacchettate spedite con le mie mani. Certamente l’operazione è superata da altri problemi, da richieste oramai diverse nella sostanza e più complicate; ma mi ha permesso di raccogliere un manipolo di esperienze nuove e di mettere alcune cose in discussione fra noi.

Adesso gli Editori Riuniti propongono di pubblicare questo libro; ho accettato e accetto come un atto di pratica politica, altrimenti il testo restava dov’era. Per convalidare questa scelta non si è sottoscritto alcun contratto o impegno; trattasi di uno scambio e così deve restare. Lo intendiamo libero e disinteressato. Do quello che posso dare perché mi viene chiesto, da una parte giusta, quello che ho. Io posso augurarmi d’avviare un rapporto con più lettori; e a questi nuovi, se per me ci sono, vorrei rivolgermi.

 

C’è, per il lettore non specialista, una certa difficoltà di approccio al romanzo, fin dall’inizio.

 

Sì, c’è purtroppo. Ma più che difficile (non è certamente difficile) credo che il libro sia denso, però di una pesantezza che a me non dispiace. È possibile che si fatichi a entrarci, ma se qualcuno arriva alla fine vorrei che ricavasse quel tanto di sollecitazione per proporsi una rilettura più filata. Magari mi illudo. Ecco: un suggerimento fatto con onestà e un po’ di utile autoironia potrebbe essere questo: leggete il libro prima di acquistarlo.

 

Una tua introduzione alla lettura, comunque, una specie di risvolto d’autore, potrebbe essere molto utile: non solo descrittivo, naturalmente, ma soprattutto problematico.

 

Registrazione di eventi (1964) tentava di giudicare una situazione, cioè di stabilire; nei Diecimila cavalli si cerca di capire. In questo libro – una volta per tutte: parlo sempre e solo delle intenzioni, naturalmente – in questo libro mi sembra che debba esserci una tensione ordinata che non c’era nell’altro (apparentemente più legato); una serenità più dura e forse più vitale, anche se in mezzo a molto dolore. Il dolore che è una fatica, come dire, buona. Su Registrazione pesava una lacrimosità dell’intelligenza un po’ risentita, una partecipazione alle cose anche sentimentale; qua, certo, c’è il sentimento e ci sono tutte le ombre e anche il calore che a lui si riferiscono; ma non si considera il passato come una gloria della memoria, o il futuro come una lavagna da riempire con l’angoscia del caso. Tutto è dentro ai fatti concreti nei quali, o con i quali, l’uomo vive.

Come gli altri che ho scritto anche questo è un libro di pellegrinaggio, cioè di movimento (un movimento goethiano – che è sempre un desiderio di conquiste oltre che di ricerca); andare arrivare partire ancora; l’uomo si trascina dietro – non come un’ombra ma come un animale all’erta – il cesto dei pensieri e una curiosità attenta che è ragione.

Ecco perché nel romanzo non c’è trama, non c’è una trama. Di preciso si può indicare la partenza di un uomo e di una donna che decidono sul serio di chiudere bottega e di mettersi in cammino per andare altrove; ma di andare e cercare non con il gusto o l’angoscia di muoversi verso una nuova frontiera ma di raggiungere un altro posto e un altro ancora proprio per continuare a vivere imparando, o per cominciare a farlo. Nel corso di questa vicenda che si snoda abbastanza rapida i personaggi in azione si imbattono e si scontrano in due tipi di situazioni che chiamerei primarie; una dei sentimenti (quella che vede coinvolti Marcho Marcho, Fraulissa, Nice e in parte anche il «calabrese» – il quale è uomo che ha una disperata pietà da distribuire e proporre, anche come un’arma), l’altra politica (e nella sostanza si svolge intorno alla tenda che poi diventa fabbrica occupata, città occupata – una rete che tira a riva mille pesci. E diventa anche una vita intera, quale è quella del giovane arrestato). È soltanto un rimando. In questi due fatti molto concreti contrassegnati dal movimento – moto da un luogo verso un altro e con le cose che accadono prima intorno e nella tenda e poi nella fabbrica e intorno alla fabbrica (la fabbrica, come una piazza comunale, è luogo soprattutto di incontro e di scontro dove esplodono lotte vitali) – si esemplificano situazioni politiche per cercare di capirle affrontandole con una passione attiva che chiamerei totale. Davvero: totale.

Marcho Marcho è personaggio che ribadisce (anche con il suo nome) la necessità di essere di continuo ridefinito perché, procedendo, cambia si muta acquista; con lo scrupolo puntiglioso di non lasciarsi, e lasciargli, alcuna screpolatura intorno. Così ogni volta che Marcho è chiamato in causa verifica la sua consistenza e la sua costanza, si scioglie dalle trame esistenziali e dalle immediate inquietudini che a ogni angolo si propongono ed è o torna disponibile per la sua funzione. Sarebbe un modo di timbrare il cartellino senza pregiudizi, e di timbrarlo due volte.

C’è nel testo una frase, questa frase: «Meglio, per onestà, non dire né fare cose che non si possono fare». Questo invito molto indicativo non è mio ma di un classico e rimanda all’impegno di una ricerca pragmatica calata nel reale, a un aggancio reale alle necessità del momento (dovrei aggiungere: intese come tanti problemi che ci stanno di fronte).

Un’altra differenza fra questo e il libro precedente: Marcho Marcho al passato non ritorna; o ci ritorna poco e male; non lo usa né gli serve perché è spinto a procedere (anche quando è ripiegato nell’atto stesso di interrogarsi); in ciò rovesciato rispetto a Ettore di Registrazione che il passato se lo sentiva addosso disunito fragoroso incalzante. Marcho è più vecchio di dieci anni (ma non è un personaggio autobiografico), il passato l’ha masticato, il suo interesse è per le cose a venire; sente il futuro non come uno zero ma come un processo che si apre e che si può seguire – aprendosi la strada col machete. Sente che il futuro è, sì, molto importante; al di là di ogni previsione; magari insanguinato, o di quel rosso che è sangue, per la fatica con cui il nostro tempo si sta rinnovando. Tutti quelli che vanno e vengono per il libro non vogliono invecchiare con le cose vecchie ma seguono o inseguono la novità delle cose che si stanno facendo. Giovani? sì. Giovani se vuol dire: vivi; o meglio: nella vita.

 

Ma quale significato e funzione ha, per te, l’inizio del romanzo?

 

Quell’inizio è lì, procede a lemmi cauti, a volte ovvii, ansima un poco, finge di faticare a districarsi, come un motore a freddo sotto la neve. Intanto si accendono piccole esplosioni della memoria, che magari ad alcuni diranno poco o niente. Eppure ci vogliono; secondo me ci vogliono e lì ci sono. Ecco: l’inizio dovrebbe essere un primo condensato ideologico del libro; composto con una premura attenta e un poco ansiosa; e solo in apparenza dato in quel modo caotico. Dentro un ordine c’è. Si ramazza con una scopa dura e con un po’ di violenza – anche con una rabbia che poi subito si placa; e si comincia a disporre in fila una serie, tutta una serie di indicazioni come pane sul tavolo. Queste, mescolandosi, dovrebbero formare l’appiglio rigido sul quale il libro appoggia e prende avvio. A un certo momento, se lo ricordi, dopo aver radunato questo materiale fatto di allusioni, brevi frasi, rimandi solo caratteristici e anche di uno o due tentativi più articolati, il libro prende moto nel segno di due riferimenti emblematici: l’incendio di Mosca (cioè la violenza di quell’incendio) e l’arpa birmana (cioè l’autentica pietà, anche in quel film); tutto ciò che brucia per la violenza del fuoco e tuttavia non finisce per bruciare e tutto ciò che la pietà, non dico solo salva, ma riordina e torna a riportarci perché possa ancora durare e servire soprattutto la nostra coscienza e i nostri pensieri. Ecco un elemento del libro che ci terrei se riuscisse a saltare fuori: non una tenerezza per le cose, non una tenerezza solo generica per noi ma la vera dura grande e faticosa, direi faticata, pietà che dovrebbe segnare il rapporto civile e virile tra tutti; un grande vento sconvolgente. Per fare un esempio: direi che il rapporto tra Fraulissa e Marcho Marcho è toccato da questa ansia pietosa. Scusami ma insisto perché per me è importante: credo che la pietà, e l’esercizio della pietà, rappresenti un sentimento vittorioso, capace di caricare la nostra azione, anche e soprattutto politica, di elementi nuovi, di una tensione che ci permetta di incontrare e affrontare i problemi senza pregiudizi o falsa coscienza. La pietà è naturalmente comprensione ma è anche aspettare a giudicare, non concludere tutto in fretta con la rabbia dell’insoddisfazione ma invece perché convinti o solo quando si è convinti; in questo modo si spiega il «filo rosso» a pagina otto del testo.

 

Quindi non c’è abbandono sentimentale, ma ci sono i sentimenti.

 

Discutendo parlando scrivendo adesso abbiamo bisogno, direi un bisogno urgente, di ricuperare al nostro discorso una serie di temi, di elementi antropologici che erano stati accantonati frettolosamente e con un certo snobismo squallido come deteriori, reazionari, invecchiati; insomma come inutili e perfino pericolosi. Il discorso sull’amore, sul sesso, sulla paura della morte, inesistenti nel realismo spiritato di tanti anni, vanno recuperati uno per uno, collocandoli in una diversa disposizione che ci consenta di sentirli, direi: di risentirli, subito come nostri e come parte di una vita ritrovata. Quindi mi va bene se il rapporto di Marcho Marcho e di Fraulissa si può estrapolare come una storia d’amore; una storia ellittica. Io l’ho voluta così, con le inquietudini le incertezze le contraddizioni esemplificate; e con quel tanto di sfumato, di irregolare nella struttura e di perplesso nel discorso, che c’è.

Questo è uno dei punti. E mi va bene, come indicazione, anche l’altro rapporto dei personaggi con il calabrese, se può essere inteso come una storia che lievita, una storia di rapporti umani sempre mescolata a qualcosa d’altro che la completa.

Marcho Marcho accenna perfino a dire la breve frase ti amo;a dirla in un certo modo; si capisce che sta raggiungendo una maturità ideologica che permetterà di pronunciarla senza ironia; l’ha già appiccicata alla lingua come un sapore diverso anche se non la dice perché sente di non essere ancora pronto a pronunciarla. Anche questa è una strada abbastanza nuova per noi ma necessaria; scoprirsi così senza cedere alle tentazioni squisitamente esistenziali, senza che noi si rida – mancando di ironia.

 

C’è stata, in questi ultimi anni, una certa fioritura di romanzi «politici» in Italia: da Vogliamo tutto di Balestrini a Irati e sereni di Leonetti ad altri ancora. Come si colloca il tuo romanzo, sia nei confronti di questo filone letterario, sia soprattutto nei confronti del movimento reale?

 

A ciascuno il suo, con il merito e i limiti se ci sono. Direi che nel mio romanzo di proposito e con puntiglio c’è sempre l’uomo; o meglio, ci sono gli uomini che agiscono. In carne e ossa e quindi con le loro ombre, con i dubbi, qualche ferita, certi errori. Perché, come è detto in una pagina, non è la rivoluzione che deve recuperare l’uomo ma è l’uomo che deve recuperare la rivoluzione – cioè quel bisogno di cambiare rovesciando gli schemi. Quindi la rivoluzione delle cose non sta sopra tutti col vento della sua astratta follia utopica e deve essere fatta da; ma è l’uomo che la deve scegliere bene e volere perché l’ha dentro e la cerca con gli altri. Altrimenti continueremo ad avere – come per esempio ho anche detto nel Crack (la mia pièce teatrale del 1969) e non voglio smentirmi – avremo ancora una volta rivoluzioni nuove avviate da uomini vecchi, con vecchie idee, vecchi mali, vecchi miti e vecchie sconfitte – che si devono lappare. Secondo me questo è il modo per rendere più valida, più utile, meno dispersiva l’ipotesi del progresso reale, quindi quello che rovescia. Ma se vogliamo questo; se vogliamo il progresso deciso e preciso, se vogliamo rinnovare scompaginandole le cose, dobbiamo volere e potere, con tutta la fantasia possibile, scalciare le vecchie utopie, correggerle, rinnovare, inventare, pensare, produrre e sperimentare tutte le cose ancora; cercando il vantaggio più rapido, più sicuro, più conveniente e meno costoso. Una astuzia della ragione e una pazienza che ci devono rendere nuovi. Dunque, cerchiamo questo metodo, o questi metodi. Riverifichiamo i nostri strumenti.

Questi sono anni nodali, anni terribili e aperti, nei quali siamo richiesti di vivere con coraggio, senza riposo, ciascuno disposto a collaborare per trovare strade nuove, nuove idee, metodi nuovi, nuove risposte. Le domande infatti sono già state poste; sono lì che aspettano.

 

I personaggi. Hai già parlato di Marcho Marcho. E Fraulissa? E il tedesco Nice?

 

Fraulissa ha il nome della madre di Giordano Bruno (finito al rogo). È un personaggio centrale, anche se può apparire un po’ defilato. Ha meno inquietudini sul piano della prassi però è pieno e definito, ha più curiosità di ogni altro, è duro per volontà perché è molto umano cioè pronto a liberarsi e a cercare. Ha quella struggente generosa fatidica chiarezza che è giusto ci sia, quando è possibile, anche nella inquietudine. Fraulissa è la donna che se non partecipa al tentativo di cambiare il mondo, e se in qualche modo non lo cambia, è destinata, e lo sa, a generare figli che saranno bruciati. Per non subire questo destino è partecipe di questa situazione aperta al contrasto e alla lotta; e lo è con una consapevolezza intima e intellettuale assolutamente decisiva.

Nice invece è l’altro o un altro, per quanto molto necessario; potrebbe essere «l’uomo che viene dal freddo», uno straniero come ce ne sono tanti, portatore di problemi, di angustie; lo indicherei come una controspalla molto organizzata del discorso generale svolto nel libro; colui che nelle commedie entra e esce sempre puntuale e preciso, con un ritmo che dà scansione al discorso (nelle commedie); ed è giustificato proprio come ritmo più che da una esigenza concreta – psicologica e narrativa stretta. La presenza di Nice è giustificata da fatti e problemi urgenti – dentro a una smania delle cose – che devono poi essere manipolati e risolti, quando è possibile, dagli altri. Quindi Nice è importante ma insieme agli altri; quando scompare è perché la sua funzione è finita. Allora lo sostituisce, entrando in lizza, il calabrese, con la sua vera cultura antagonista e con i discorsi che toccano a fondo il cuore.

 

C’è una cosa che colpisce e non soltanto nel romanzo: una certa presenza ossessiva del «tedesco» un po’ in tutta la tua opera. Lo Schumann di Registrazione di eventi, Il tedesco imperatore, Unterdenlinden, questo Nice, eccetera.

 

II tedesco è ossessivo, come dici, perché per me è stato il riscontro più diretto e imperversante fin da ragazzino. La lingua tedesca l’avevo imparata come seconda lingua; le primissime letture che non fossero quelle scolastiche le ho fatte quasi tutte su testi di autori tedeschi. Ho letto prima Hölderlin che Ungaretti, prima Goethe che Leopardi, prima Rilke che Saba; ho fatto la mia tesi su Nietzsche. Andavo in Germania. Poi c’è anche la guerra, con le cose terribili e conseguenti, in cui per noi e in Italia i tedeschi sono stati coinvolti e protagonisti. Un muro di pietra dura e uno specchio accecante.

 

Ci sono poi, tra i personaggi del romanzo, i «cavalli», i «fagiani», i «persiani» e i «fiumi infernali».

 

«Ahi / i diecimila cavalli / sono tutti ammutoliti» sono due versi di un poeta cinese di secoli addietro citato da Mao. Li ho presi per intenderli non come simbolo e riferimento agli uomini che si sono ammutoliti dentro a una critica grigia o al rancore o al dolore che graffia, o si sono messi dentro la solita situazione di disarmo non soltanto apparente; disarmo susseguente a lotte non definite, a contraddizioni sempre contrapposte agli impatti imprevedibili che si propongono con una furia delle occasioni talvolta opprimente o frastornante. I diecimila cavalli sono, e restano, tutti quelli che si muovono e corrono, che operano – e scelgono di conseguenza – perché le cose possano cambiare dietro spinte continue; sono quelli che tengono più duro, che durano di più, opponendosi sul piano delle idee e delle cose.

I persiani? sono una rapida e semplice trasposizione da Senofonte. Come in quel testo, qua vengono associati al brivido cupo dell’oppressione, al mare della sorpresa violenta, al rancore, a un certo odio che fa male e a tutto ciò, insomma, che non si vorrebbe più vedere come esercizio criminale e lubrico del potere.

I fagiani dorati? non so precisare in questo momento il piccolo riferimento bibliografico; l’ho nell’orecchio certamente da una vecchia lettura. Ma credo che importi poco o niente. Qua stanno come i rappresentanti della giustizia ingiusta, della ingiustizia gabellata e lacrimosa, dei fescennini calibrati e rigorosi della giustizia ufficiale, che si tramuta e recita, è ironica o lacrimosa, suggerisce o colpisce, invoca e reprime. Sotto le sue svariate penne si adattano le trasformazioni più tragiche, alla fine; e colui che ammonisce conduce e conclude è assiso in alto, come su un trespolo d’oro, a esercitare il suo giudizio parziale in uno splendore terrorizzante.

I fiumi infernali? qua sono i cinque rappresentanti di un potere economico. Ciascuno ha la sua faccia e il suo luogo; conduce la danza o segue, secondo interesse e programma. L’accordo apparente è perfetto; c’è un’armonia ibrida e giallastra fra di loro, che è alla fine più borbottante e pericolosa di una tempesta o di un terremoto che arrivi. Charlot del petrolio è il petroliere, è chiaro; coi suoi baffetti, minuto e lindo, feroce come un gatto accecato. Si può anche immaginarlo con la bombetta in testa. L’uomo col pompon è un altro, della grande industria di Stato; è lui, non l’ho inventato io; gira in macchina su e giù per Milano, terrorizzato dal freddo e dallo spionaggio industriale, che è poi uscito insieme a trucioli della sua pancia di buffone shakespeariano. Agli altri tre metti la maschera d’uso; basta allungare una mano.

Ma ecco, proprio sull’altra riva, vorrei ricordarti un personaggio protagonista; comunque da stringere in mano: Nello Savore. Savore nasce e lotta e muore e poi torna a vivere e a lottare; sempre vivo dentro la stessa lotta; ha sette pelli e un fuoco che è fuoco, cioè quel fuoco. È veramente l’eroe popolare che arriva ed appare subito per quello che è; rappresenta, poiché la raccoglie subito e con entusiasmo, la voglia di vivere di tutti, e la loro voglia di lottare, la loro impazienza, il loro amore alle cose – che è generoso. Lui immediatamente trova consonanza con gli altri senza neanche cercarla; perché sono gli altri che, per una scadenza straordinaria ma che si ripete, l’aspettano, sanno che arriva e hanno subito la premura il desiderio la necessità di identificarsi con lui. C’è sempre, in una situazione d’emergenza, l’uomo che rappresenta gli altri e ne convoglia e ordina umori voglie e immediate necessità; che parla per gli altri; che rassicura gli altri; che dà una rassicurazione agli amici non solo psicologica, ideologica ma proprio pragmatica. Nella scelta ordinata delle cose. Ecco perché Savore va viene muore poi è ancora vivo; non è un personaggio ufficiale ma è un personaggio essenziale. Lui, con Marcho Marcho e Fraulissa, chiude il libro. Il libro si chiude su queste tre spalle che vanno; e ripropone con un rimando rabbioso la frase stupenda di Alcide Cervi: «Sempre coraggio e tutto sarà niente». Non c’è succo, al lavoro, e anche al mio lavoro, più autentico – in questo caso. Coraggio che è ricupero degli insuccessi e rifiuto organico di arrestarsi per lapparsi le ferite col solito e stolido gesto di agnello; coraggio che è coraggio anche negli sbagli di ogni giorno e nei lunghi errori dei lunghissimi tempi; coraggio di andare avanti, di utilizzare tutto, proprio tutto fino in fondo. Ecco, questo credo che sia uno dei punti positivi, o il dato positivo, a cui il presente libro invita; o vorrebbe invitare. E senza smanie o scoperti furori esistenziali. Così, dal fondo delle nostre giornate. Magari in opposizione immediata e responsabile ai libri tutti politici di altri.

 

Tornando a Marcho Marcho: qual è il suo significato più direttamente politico?

 

Marcho Marcho non si defila, non inveisce, non piange, non scappa. Cerca, tenta, si muove, progredisce, impara. Non è un monumento a qualcosa; semplicemente si sta rovesciando la pelle. Soprattutto non si finge diverso da quello che è; ha il coraggio di non rifiutare mai la propria implicazione di classe e le relative contraddizioni. Ma quando decide di scegliere, sceglie e non torna indietro.

Ho amici che nel ’68 hanno indossato maglioni e zazzere e scarpe rovinate fingendosi all’improvviso diversi e nuovi; invece infilavano un quasi tragico completo da arlecchino. Non approdava a niente, non riparava neppure dal freddo. Marcho Marcho non è così; sente sul serio il bisogno, per continuare a vivere, di collocarsi in una situazione diversa, diciamo pure rovesciata, di fronte a tutte le cose e ai relativi impegni; ma ci mette tempo e procede adagio; tenta, sceglie e alcune volte, come ho detto, sbaglia. Ebbene: sbaglia. Non ha la coscienza abbastanza falsa che per alcuni consegue al ’68, anno fondamentale ma talora tatticamente usato per creare con qualche artificio uno spartiacque ideologico molto pericoloso, perché dovrebbero esserci quelli di prima, quelli di durante e quelli di dopo – secondo un catasto generazionale. Marcho Marcho, che ci è passato di mezzo, continua a camminare.

 

Il tuo romanzo dà l’impressione di voler riflettere, anche nella sua struttura narrativa e nel suo linguaggio, un mondo frantumato e riorganizzato al tempo stesso; di voler esprimere, cioè, delle forze distruttive e costruttive. Non è forse un caso che il brano anticipato su Nuovi Argomenti nel 1966 si intitolasse La lucida organizzazione del presente.

 

Sì. Si sta abbattendo qualcosa; qualcosa è demolito o frana e altro si fa crescere o cresce o si preannuncia in mezzo a mille fatiche. Molte cose si sdipanano; è in atto un fervore difficile e contenuto ma molto attivo, con un potenziale energetico insospettabile, forse.

Indico un paesaggio da Texas, di frontiera; è li dove sono polvere e detriti, perché è li che non sai se stanno demolendo o costruendo e se la polvere e i detriti sono in conseguenza di ciò che si alza o si distrugge. Questa frammentarietà; questa situazione incerta tra la frantumazione e la costruzione, nel libro è indicata di proposito. Non è una inquietudine di pelle ma un dato oggettivo che si coglie e si trasceglie, indicandolo. Inoltre c’è da dire, e va documentato, che oggi si stanno compiendo gli ultimi atti, tragici, del genocidio perpetrato con cinica freddezza, negli ultimi vent’anni, della cultura contadina; con la soppressione a freddo delle ultime residue isole di resistenza. L’esemplificazione dell’operazione è da manuale del terrorismo ideologico. Ad ogni modo direi che il polverone raccolto nel mio libro è anche un campione di questo estremo lenzuolo funebre che è steso nell’aria.

C’è la forza nuova del movimento operaio, naturalmente; ma io la sento in movimento, tutta inquieta e giustamente inquieta perché si sta organizzando e riorganizzando, scoprendo vuoti o riempendo vuoti e adattandosi alle grandi novità, alle necessità del momento. Così diverse, e straordinariamente diverse. Un impegno che direi senz’altro formidabile, e che coinvolge tutti, che è appena avviato. Ecco la ragione di quel sentimento, di quella sensazione di sommovimento, di cosa agitata, di qualche vuoto o di qualche relativo scompenso in giro. Tutto è manomesso; e giustamente manomesso.

 

Nel brano pubblicato su Nuovi Argomenti tu davi una definizione (che poi si ritrova sostanzialmente qui) del marxismo come «torso di legno» forte e resistente da «rivestire». («Non è che il marxismo sia in crisi, sono in crisi le interpretazioni del marxismo, così suggestive; gli abiti delle quattro stagioni del medesimo stracciati dall’uso; ma il torso di legno duro rimane; soprattutto resiste» «bisogna rivestirlo» «questo è il punto. Bisogna rivestirlo».)

 

Sono ancora convinto. E poi, d’altra parte: che cosa è stato fatto in questi dieci anni (il brano su Nuovi Argomenti è stato pubblicato appunto nel ’66) se non ricontrollare rimpannucciare e poi non accontentarsi, accantonare, rimettere in discussione con una impazienza e un coraggio esemplari da tante parti? In realtà c’è stata una tensione continua da alveare. Si portava, si ammucchiava, si faceva e si disfaceva; ciascuno pensava, discuteva, proponeva, era contraddetto. Sì, sembrava che in giro ci fossero solo macerie mentre lo ritengo un tempo eccezionale per questa generosità di tutti quelli che hanno pensato con disinteresse e che giorno per giorno si scontravano con le cose da modificare. L’interpretazione partitica, così secca, era saltata prima del ’66; ma quante mani e bocche e cuori e cervelli si sono affaticati intorno al tronco assatanato.

Eppure la verifica non è conclusa, è in atto, sembra nonostante tutto appena avviata. È il lavoro che a ciascuno compete, secondo impegno necessità e interesse, per gli anni a venire.

Ecco perché non mi vergogno del libro, di questo libro; come è, l’ho messo insieme con pazienza e senza approssimazione.

 

A cura di Gian Carlo Ferretti

 

***

 

L’autore e la critica

 

Roberto Roversi è nato a Bologna nel 1923. Laureato in filosofia, dirige dal 1961 la rivista Rendiconti. Ha pubblicato: Caccia all’uomo, Milano, Mondadori, 1959; Dopo Campoformio, Milano, Feltrinelli, 1962; Registrazione di eventi, Milano, Rizzoli, 1964; Dopo Campoformio, Torino, Einaudi, nuova edizione, 1965; Unterdenlinden, Milano, Rizzoli, 1965; Il crack, in Sipario, marzo 1969; Le descrizioni in atto, Bologna, ciclostilato, 1970; La macchina da guerra più formidabile, in Quaderni del Cut/Bari, n. 9, febbraio 1971; Tempo viene chi sale e chi scende, Bologna, ciclostilato, 1973.

 

 

Roversi a poco a poco ha mortificato con una dura costrizione la sua vena di virile elegia in un discorso di gusto fortemente didascalico, dove il grado minore è segnato da un manierismo di sentimenti sforzati di resa o di miseria, di accostamenti di immagini di derivazione fra il lorchiano e il surreale, delle tinte caricate (non, naturalmente, in rapporto diretto del discorso di Roversi), mentre il punto maggiore è nell’esatta delineazione di situazioni, nel rapido racconto tutta evidenza oggettiva, nel quadro preciso e netto.

 

Giorgio Barberi Squarotti, Poesia e narrativa del secondo Novecento, 1961.

 

 

Un motivo centrale dell’intera opera di Roversi: quello di un antico paesaggio italiano, di una civiltà e di una storia umana, straziata dalle macchine di un’industria (neocapitalistica) capace solo di inaridire e distruggere; di un autentico rapporto uomo-natura e uomo-storia, distorto e frantumato dall’avvento della nuova era… Non più mitologie e nostalgie contadine, né struggenti richiami al passato, ma ira e sdegno e rivolta, rifiuto di una società presente corrotta e disumana. Il moralismo che era sotteso ai primi componimenti, ma come affondato nell’oratoria e nel sentimento, qui si libera e irrobustisce sull’onda di una carica ideale nuova. E affiora così quella disperazione attiva, quella rabbia sorda e nera. (Dopo Campoformio)

Il romanzo (Registrazione di eventi) vive di due momenti fondamentali. Da un lato Roversi analizza il sottile processo di disumanizzazione e di alienazione… Ma contro le regole di questa «guerra» senza ideali, Roversi avventa il suo grido di amore alla vita, alla natura, all’amore, al lavoro e alle conquiste dell’uomo… In questo senso Roversi riesce a vivere attivamente anche motivi tradizionalmente legati ad un atteggiamento moralistico-nostalgico: l’attaccamento alle testimonianze di una civiltà violata continuamente dalle macchine d’acciaio del neocapitalismo…, gli struggenti ricordi di felici rapporti con il reale…, si rovesciano allora in momenti di un rabbioso rifiuto di una società troppo soddisfatta delle sue gelide norme e del suo illusorio torpido benessere.

Gian Carlo Ferretti, La letteratura del rifiuto, 1968.

 

 

Non inganni il titolo del recente romanzo di Roberto Roversi (Registrazione di eventi)… Roversi parla e agisce letterariamente dal versante opposto, cioè da una prospettiva soggettiva e con una lingua ostinatamente intensa e scottante, ricca di fantasia e di giudizio morale e storico… C’è un modo tuttavia di parlare di «registrazione» per questo suo romanzo: ed è a proposito di quello che la scrittrice americana Mary Mac Carty recentemente ha definito il «ventriloquismo» del romanziere moderno. Anche Roversi infatti indossa i panni del protagonista e ne registra la «voce», dandoci ciò che egli sente, vede, pensa e dice. Non più quindi come il narratore tradizionale che raccontava a distanza e dall’esterno e sapeva quello che facevano contemporaneamente più personaggi, il romanziere moderno, e tra questi Roversi, segue un solo personaggio e dall’interno e registra soprattutto le reazioni della sua sensibilità e della sua sensazione, esaltando la percezione a spese dell’intelletto, cioè del giudizio e dell’architettura e perciò anche dell’ideologia. I cui contenuti poi vengono recuperati singolarmente di volta in volta, quando risultino tuttora validi.

Walter Pedullà, La letteratura del benessere, 1968.

 

I diecimila cavalli

a Th.

 

Prima

 

I

 

1) Peripeteia = rovescio di fortuna.

1 bis) E tu cosa fai per la classe operaia?

2) Violenza, repressione ed esclusione (termini psichiatrici).

3) Route, chaussee, bld., il filo rosso e poi? [Diog. Laer. X 135]: Non esiste alcun modo di preveggenza del futuro, e se pure alcuno vi fosse, non si deve dare nessun valore agli avvenimenti [in confronto di ciò che] dipende dal nostro volere. [V. anche Epicuro, Laterza, p. 90].

4) Forse non ci rivedremo mai più. Puoi piangere? Credevamo d’avviarci per il meglio.

5) Mettiamocela tutta! Cerchiamo con ogni sforzo di giungere a risultati maggiori, più rapidi, migliori [e più economici] nella costruzione del socialismo.

6) Mieux-que Dame.

Plus-que-Reine.

7) Shampo amami per essere amata.

8) «Nulla è più degno di disprezzo della stupidità del le critiche se non quella degli elogi» [D’Alembert, p. XXXI].

9) The White Horse in the Ring (1923); Picasso.

10) «Non è la rivoluzione» (a proposito delle rivolte nei campus americani)… «ma tutta una generazione, che altrimenti sarebbe passata silenziosamente attraverso questi anni di formazione, viene vaccinata contro l’autoritarismo» [9 giugno 1969, Astr. n. 19].

11) Es ist zum vergasen (mettere nella camera a gas) bis zur Vergasung (fino alla fine, all’estremo): ha un significato innocuo. Dunque:

 

Hai fame? no, non ho fame

Hai sete? no, non ho sete

Guarda le scarpe

Guardo le scarpe

mi piace [rebbe] questa, mi piace l’altra

mi piacerebbe usarle queste scarpe.

Salito sul 18 ho visto tante cose

ho visto anche un investimento

ho visto molte cose.

Milano? eh, Milano la conosco.

Perché non fumi anche tu? fammi compagnia.

 

La località offre innegabili vantaggi per quanto si riferisce all’innevamento; anche le attrezzature sportive a Campitello Matese

le condizioni sono buone

possiamo fare un bilancio estremamente positivo per quanto si riferisce […]; siamo oberati di richieste, 6 attrezzature alberghiere, abbiamo dovuto creare una mentalità alpina

 

Hai sonno? no, non ho sonno

Sai? invece ho voglia di ridere [hai voglia di ridere?] di ridere un poco – di pensare di ridere, semplicemente.

Ho quarant’anni e un buon lavoro1

(ne avevo quaranta)

– lascio questo lavoro e la città vecchia

– vado in un’altra città a cercare questo lavoro

– l’anno è la storia di questa ricerca

di questi incontri

di questo (solo) tentativo

delle persone che vedo (soltanto)

– l’anno è la storia, anche, di alcune (idee)

che si fanno e disfanno

si compongono si scompongono ecc.

– la vita è anche la storia di dieci anni di vita.

Molte più difficoltà. Meno, molto meno le così dette dolcezze, le soddisfazioni [quelle che si chiamano tali], una particolare tranquillità.

 

Col rumore le foreste sembrano il mare.

Il morso del vento [sic!]

Dove vuoi arrivare?

Io?

Tu!

Al pranzo della Pellizzari.

E fu dove vuoi arrivare?

Io?

Tu!

Bah! a un qualche appuntamento concreto, o molto astratto, con le cose. Si può sperare, si può soprattutto cercare prima o poi, di non buttare la vita come un lupino, di non sprecarla in questo modo orribile.

Dici: ciò nonostante il nostro sistema economico funziona, tra le altre ragioni, poiché ogni anno si spendono miliardi di dollari per produrre armamenti. Gli economisti guardano non senza preoccupazione al momento in cui cesseranno le produzioni di armi…

L’uomo è tutt’al più la carcassa del tempo [Marx, La miseria della filosofia].

Mosca che brucia e l’arpa birmana.

il filo rosso = la pietà (è la pietà).

 

NOTA

1            Dire in una nota cos’è il (un) buon lavoro; il valore che ha ecc. Un buon lavoro per esempio può essere questo; è questo.

 

 

II

 

Non puoi far nulla (nel caso specifico)

se non sei come loro

se non sei

non sei un rivoluzionario se non fai la rivoluzione

non sei un operaio se non fai l’operaio

né un uomo se non stai fra gli uomini

se non vivi fra gli uomini non sei un uomo.

Puoi distorcere tutto, contaminare

mescolandoti nel veleno della metafora

ma se non sei questo e quello

puoi appena parlare.

Bisogna esercitare per poter concludere.

Guardarsi dalle imitazioni.

 

«Dove diavolo stai andando?»

 

Nel giro di otto settimane, fra l’aprile e il maggio; nel giro di otto settimane fra giugno e luglio e agosto; nel giro di otto settimane fra quell’aprile e quel luglio; e ancora altre settimane prima dopo, per l’inverno l’està… Disse alla moglie: stasera faremo qualcosa di buono, qualcosa fra noi, qualcosa che non facciamo da tempo. Una cosa. Uscì e andò in banca, in quella banca

[rovescio la domanda e parlo col mio cavallo. Alla domanda sopra indicata – a cui non si può non rispondere; anzi, a cui si deve una qualunque risposta o soltanto quella risposta (voluta e dovuta) che non chiede altro, che si inchina e inclina, che è complice (un poco) e subito manifesta; a quella domanda come rispondere? così: sissignore, passeggio (un poco), rincaso (un poco), mi avvio a morire se oggi è segnato che debba morire. Forse. Se ho qualche probabilità per questo; o per schivarlo. Vedrò. Pomeriggio di festa, l’asfalto si bagna, l’asfalto è molle. Continueremo dopo] – dunque andò in banca, in quella banca e

tu credesti Marcho Marcho

che la liga te temesse

né già mai ardire avesse

oltre dada far il varcho. Quello disse alla moglie: noi stasera faremo qualcosa di buono, qualcosa di diverso, qualcosa che non facciamo da tempo; noi due faremo qualcosa. Usci, andò in banca, andò alle poste dove non trovò che prospetti pubblicitari ma non l’assegno su cui contava (l’assegno che sperava), lavorò come al solito e alle tredici via, mentre cammina incontra un compagno di scuola, mannaggia è Triarchi, decrepito, chissà come ringhioso, sembra rincoglionito, è ricco, cisposo, è felice? certamente apatico, è frustrato, fuori giuoco? greve invadente frivolo simpatico umano con strisce rosse sulle guancie che gli segnano il viso un po’ foruncoloso, iellato. Forse tutto sommato un uomo moderatamente tranquillo, moderatamente disperato. Gli disse mi rallegro, lo salutò andandosene, ritornò indietro gli chiese del figlio nato ieri, era un obbligo ecc.

Andando. A casa Marcho Marcho ripete alla moglie stasera, stasera, è deciso. Il giornale radio, mangia, si sforza, mentre fa il pieno della latta dello stomaco milza e fegato traballano alle parole che escono dal transistor sporcando il boccone che diventa amaro, nero. Forse la giornata comincia qui. Marcho Marcho digerisce male con questa voce nella pancia. Una vaccata sto paese esimio per pietre. Un casino; peggio, un casino di un casino; peggio, un casino di un casino di un casino, un enorme casino, un bordello, un chiasso, un luogo per santa Nafissa. Per strada Marcho Marcho occhieggia passando un giornale che pende dall’edicola

Istituito il comitato per la tutela dei castelli d’Italia accende la Smart (rossa), lavora tutto il pomeriggio come un dannato; quando ha finito Nice il tedesco, il tedesco Nice (altro che gli indigeni; perché disperare?), arriva Nice, si siede, si può stendere le gambe e avviare un discorso, tirare una boccata d’aria; ricomporsi; cominciare a parlare; si può pensare al futuro.

Al futuro. Al futuro? a domani? no, addirittura a stasera? il discorso continua mentre è sempre più sera; nevica.

A notte fonda lo spazzino spazza la strada; a notte fonda lo spazzino spazza la neve; a notte fonda lo spazzino scaracchia (mondo bastardo) spazzando strada e neve. Ingabbiati in giubbotti colorati a strisce verticali nere e rosse e bianche perché nel grigio della strada, nel vuoto della città sono centrati dai nottambuli sulle Alfasud e accoppati. Il giorno di poi sul giornale: povero spazzino birillato e ucciso da un pirata della strada. Alle volte anche Marcho Marcho vede le chiazze di sangue che asciugano con la segatura. Nevica e lo spazzino spala – così si udì assai chiaro il primo urlo

corsero per le scale mentre dalle porte usciva gente; la vaccona del terzo piano era in vestaglia, sorpresa dalla paura nel sonno e il petto ballava sull’ombelico, una delusione per chi se la godeva (con gli occhi) agghindata alla domenica mattina all’ora della messa cantata con rosso antico, nell’ascensore pimpante di un profumo che secondo il portiere ecc. Buttano giù la porta mentre arriva la polizia chiamata col 113 e trovano la donna del ragionier Spes, secondo piano, assassinata con un coltello nella pancia; il ragionier Spes con soprabito e cappello in testa, seduto in poltrona piangeva, sporco di sangue; era interessante ascoltarlo balbettare prima d’essere cacciati dai poliziotti con urbanissime maniere; diceva: «la troia, la troia, là troia» o forse «la gioia, la gioia, la gioia» o forse «la noia, la noia, la noia». Diceva (forse): ho ucciso la troia; o forse diceva ho ucciso la noia; o forse ancora ma certamente meno probabile (o dopotutto ancora più probabile) ho ucciso la gioia. In questo caso la mia gioia, la mia unica gioia, la gioia della mia vita. E infatti quale altra matta (o disperata) avrebbe trovato che andasse con lui. Il male è che egli la voleva esclusiva e lei Iris si consolava, talvolta, allorquando. Dapprima guardarono cercando se mai il ragionier Spes avesse fatto macello anche del drudo ma il brigadiere concluse rivolto al commissario che non si da presenza di altri cadaveri nell’edificio –

a quel punto il teatro verità era finito e risalirono in casa. La moglie a letto leggeva; quello la baciò sulla fronte o sulla guancia o sul petto, sul lobo di un orecchio? sulle spalle? sulla nuca? sull’incavo dell’addome?

«dammi una sigaretta per favore, il portacenere e carica la sveglia se vuoi»

«ciao»

«ciao»

«se fumate apri poi la finestra»

«aprirò i vetri se fumiamo»

intanto Nice seduto in poltrona racconta che si può leggere tutto senza leggere niente; tautologia? così Marcho Marcho racconta ciò che gli capita frequentando uomini singolari, sincopati, tagliuzzati all’interno, inservibili – il riverbero del fanale sulla neve spiaccica contro la finestra una luce d’ossa

«il crocianesimo di Gramsci – dice Nice – è una metafisica autentica, profonda, dolorosa»

«non è che il marxismo sia in crisi; sono in crisi le interpretazioni del marxismo; gli abiti delle quattro stagioni, stracciati dall’uso; ma il torso di legno rimane; soprattutto resiste»

«bisogna rivestirlo»

«sì, certo, bisogna rivestirlo»

boccate di fumo intramezzate, un vino rosso nel bicchiere. Quando si stende vicino alla moglie, nel letto, la moglie dorme. Obiezione prima: il nuovo giorno, che è sempre mattiniero (nel senso di eccitante; basterebbero i primi rumori alla mattina, in un’aria da devastazione che si distende e subito il verde azzurro rosso che soffia sui tetti, l’aprirsi del grano), il nuovo giorno si preannuncia nel rintocco (funebre) delle ore notturne. Innanzi tutto queste ore notturne non passano mai quando l’uomo è disteso a piedi nudi nel letto con le mani sul ventre, a grattarsi la pancia (eh, via signore) o dietro la testa, quando ha gli occhi aperti nella stanza e scariche violente di rosso davanti agli occhi, mentre il radar dei pensieri gira e il cumulo delle macerie si ammucchia. Soffocato. Durerà così.

È possibile cambiare

Come dove quando

Questo suono di piffero si scioglie come piscio sul lamento dei timidi e sul vento delle vele in disarmo. La battaglia delle idee; la battaglia e le idee; niente battaglia e niente idee. Pare solo possibile ascoltare il respiro della moglie. Che soddisfazione umana, personale, privata. Una corda che lega, una creatura viva, un raggio di luna. Dolce tenera perfetta. Tutto il resto è cancellato dal sonno.

L’affaire del ragionier Spes stamattina è sul giornale col cappello e l’impermeabile

«l’ha visto, è proprio lui»

e fuorivia tre morti asfisiati dal gas, padre madre e sorella, una fuga di gas, la sorella era stesa vicino alla finestra (con tutta quella neve) che voleva aprire

«è probabile».

Non uscì il 71 su Torino e la corsa tris a Mirafiori con Iron che non regge più i duemila diede 8-5-1; per le partite c’era tempo. Lavorò fumando e quel sabato fece l’amore. Si lamentava troppo per essere tranquillo; lavorava troppo per lamentarsi. E con le ore contate sempre, di furia, homo faber. Con queste ore contate non si può far nulla, nulla di buono. Resta così poco da godere; ma questa volta di sabato Marcho Marcho entra difilato nella avventura – e si calò i calzoni; anche se un uomo a quarant’anni è abbastanza ridicolo, o ridicolo, o ridicolissimo; invece la donna è magnifica quando non è incarognita dalle gravidanze ecc.

C’entrò la scala, lei che sale, le gambe; no, fu dopo; lei nel bagno; fu dopo anche questo; un contatto del gomito, un amore a primavera, una folgore. Può darsi. Più semplicisticamente lui sorrise e lei sorride, erano decisi e si trovarono a letto. Ma sono in ufficio e la cosa fu più tenera segreta più scomoda. Lei non si mise a piangere (dopo), lui non accese la sigaretta (dopo), guarda il soffitto, disteso sul divano sente il profumo della ragazza vicino

«sui duemila Iron non tiene; non lo dovevo giocare; a otto anni non c’è più fondo, poi li drogano»

«hai visto l’ultimo film di?»

«non mi piace; troppa natura e poco pane lì dentro. Prolisso, mi sembra»

«fuma»

il silenzio che segue è delizioso; è sempre così, come abbandonarsi sul mare. Naturalmente, nudi.

La peluria d’oro.

Invecchiando si diventa sempre più incerti e impacciati in queste cose; o come dice qualcuno, nelle pratiche d’amore. E la benedetta esperienza?

Serve ma in guerra.

Non serve neppure in guerra.

Dunque non nella vita.

Neppure nell’amore.

È così

Ogni vicenda comincia sempre da capo.

Nice racconta che tornerà in Germania, in Italia è rimasto deluso. Era venuto per emigrare, bel paese, con gente viva, con molte canzoni (di Mina), ma con molta gente morta, un pallone gonfiato-sgonfiato ecc. e poi la sinistra italiana

«all’estero è mitica, se ne parlava»

«piena di idee»

«adatta alle circostanze»

«un vulcano (è così?), un mastino, un rigoroso ideogramma, uno scambio di proposizioni, e che altro?»

«pare soltanto disposta a saltare al governo»

«una dolorosa castrazione per punire la madre»

«pronta per il sacrificio»

«ad autoalienarsi»

«e allora?»

poi Marcho Marcho racconta la breve avventura anonima poi Nice prosegue il discorso che

«io sono nato durante la battaglia di Berlino, mio padre era appena tornato ferito col suo fucile, per questo sono rissoso, instabile duro facile allo sgomento. Ho bisogno di appoggiarmi, non sentirmi finito. Addio Italia»

«verrò a Berlino»

«se verrai a Berlino…»

«forse verrò, certamente ci vengo a Berlino. Ma adesso non ho soldi e ho alcuni progetti vaghi; tutto da noi è poco tecnico, provvisorio. Poco sicuro. Non c’è niente di concreto»

«edificare sulla sabbia»

«direi proprio così»

è ancora notte, la neve è un pantano è un acquitrinio in cui ruotano le anatre.

Sabato pomeriggio è vacanza, un giorno di decisioni nella vicenda privata; si considerano le cose, si può scegliere, accantonare, disgiungere. Scegliere come morire. Ha preferenze? Si ammazza la settimana, si decapita il tempo, si può scrivere perfino una lettera; rispondere a qualcuno (con fatica); per un’ora leggere (in piedi? in poltrona?). Marcho Marcho riflette e fatica a riflettere; si accanisce, si propone, si sforza; tutto sembra inutile perché non cava un ragno dal buco. Eppure qualcosa deve uscire fuori dal buio; un lumicino; un mucchietto d’ossa; qualcosa che biancheggi; come si dice, una presa di coscienza, o quel suo barlume. È possibile soltanto discutere in privato, morsicare il legno coi denti. Marcho Marcho da vero imbecille vive sfiorando tutto. Ecco un punto degno di considerazione.

Alla moglie dice «io ti sfioro?»

lei è seduta di fronte e legge un giornale, lui è seduto di fronte (è sabato pomeriggio) e legge un libro, prende la rincorsa in privato. Il momento è importante. Potrebbe lasciarsi andare per sempre, essere per i tempi dei tempi fottuto, per sempre; fottuto per l’eternità. Mentre basta un salto da una parte e si lascia la nave si cambia la vita; ricominciare da un’isoletta deserta, da un segmento di mondo, si cambia la vita, tutto, si ricomincia…

basta un salto

farlo, volerlo, avere la convinzione per volerlo, farlo tu lo fai?

e quelli?

per carità, abituati come sono a loro stessi.

Cercare i collegamenti.

Un probabile possibile (anche eventuale) filo è la donna di prima che si lascia di nuovo afferrare, sbaciucchiare, stendere (con garbo) sul divano in ufficio, manipolare con una certa dolcezza e rilassare dopo l’embrassons-nous

– ma questo avverrà lunedì –

oggi è sabato, poi domenica; due giorni che scottano.

Riepilogando. Nice sta per partire (o decide di farlo), la ragazza in ufficio (da continuare nella normalità, nulla d’interessante), la moglie – e il mugugno che graffia. Un malanno da cui liberarsi, se no morire è meglio. Eppure è vero che qualcosa merita d’essere fatto. Che c’è qualcosa, qualcosa. Una cosa o tutte (da fare). Che non ci si può ritirare e crepare soltanto o adattarsi a questo come a un bisogno fisico. Non si può andare in riviera, aspettando, a contare le ore di un sole, i fiori puzzano, gli alberi sono rognosi. Cresce intorno qualcosa di nuovo che si tocca. C’è altro, un grumo, un tic, qualcosa di segreto (ancora?), oscuro, o di tremendamente esplicito e chiaro. È questo il dilemma? Pazienza se qualcuno può ridere. Non sempre il protagonista è un Amleto, un Otello (tantomeno un Charlemagne), o ha la passione, nella fede, di un vicario. Egli tentenna, dubita, si vergogna. Incerto (per un momento) cerca cerca ricorda chiede chiama domanda. Allunga una mano con discrezione. C’è un vademecum per la vita? un tascabile settimanale, una dispensa Fabbri? Aspettare, non siamo alla fine. D’altra parte si è abbastanza duri nelle vicende di tutti i giorni, che vuoi di più. Affrontando Pietri, ad esempio, che nell’esercizio delle sue funzioni, vale a dire durante il lavoro non da respiro e fruga nelle viscere del contendente, lo distrugge, disintegra; lo riduce un verme; e con armi semplici; con l’aria ingenua di esercitare un penoso dovere. Ha la grazia, per far questo; innanzi tutto il tono – della voce. Poi un sorriso da dentifricio Listerine che non è per nulla falso. Anzi è un sorriso vero. In questo consiste il suo dinamismo efficiente: che egli usa armi autentiche. Che poi Pietri sorrida anche piangendo è un’altra cosa. In questo lavoro tutto gli serve, eccome. Gradevole, minuzioso, costante, instancabile; di una ignoranza raffinata. Umana cosa è l’aver compassione agli afflitti

«di questo – egli dice – me ne frego»

«questi – aggiunge – li schiaccio col tacco, diobono»

«questi rompiscatole ti rovinano la giornata»

«con uno che piange non sai mai che strada pigliare»

«devi fare il duro, per forza; non hai scelta; sfido io che allora tutto è facile. Non c’è gusto»

«invece da gusto azzannare alle spalle, con piccole ferite, un falso duro, un falso furbo, un falso onesto»

«allora?»

«uso la parola d’onore, tanto me ne sbatto; giuro e spergiuro, e chi se ne frega; alle volte firmo il falso»

«e poi?»

«poi mi ripiglio il foglio, sta sicuro. Mica sono fesso. Non succede mai niente»

«A proposito – dice Marcho Marcho alla moglie – pensiamo all’affitto»

«c’è tempo. Senti, piuttosto: la luna è un mondo di pianure grigie. Allunaggio morbido, il mar delle tempeste, Lunik II. Un mondo di pianure grigie. Il mare delle tempeste. Titoli e sottotitoli di giornali»

«è bello»

«è stupefacente. Da rileggere; descrive le cose esatte» alza la testa dal giornale, lo guarda, gli prepara un caffè. Lo guarda con affetto. Dormi poco, gli dice. Gli versa il caffè, gli allunga lo zucchero

«ricomincia a nevicare, dopotutto non mi sento vile»

la moglie capisce che vuole andarsene (per un po’)

«se esci comprami le sigarette»

per la strada fa freddo, queste avenide sono prese d’infilata dagli spifferi; Nice gli dice che ha fatto bene a venire, intanto aspettiamo gli altri. Gli altri arrivano e siedono intorno a una tavola, poca luce, i portacenere, un team al lavoro

«una congrega di matti»

«dunque?»

«si incomincia?» e via giù fitti, avanti avanti

«Williams esclude ogni possibilità di un’alleanza fra la classe operaia americana (bianca) e il movimento nero» «la grande maggioranza degli americani (bianchi) sono razzisti che si identificano correttamente con l’imperialismo americano»

«vi è più speranza nell’aiuto di un lupo rabbioso che non che gli operai bianchi, persuasi della supremazia bianca, si uniscano ai neri razzialmente oppressi»

«non si può fare assegnamento su di loro perché vengano in aiuto dei neri perseguitati più di quanto si potesse sperare che la classe operaia tedesca venisse in aiuto degli ebrei ai tempi di Hitler»

«già, questo è terribile»

«soprattutto è vero»

«la strategia del movimento rivoluzionario nero, negli Stati Uniti, non può essere quindi che quello di accelerare la disintegrazione della struttura sociale e politica americana»

«guardie armate per la difesa della comunità e una vasta rete di combattenti clandestini»

«Questo è il succo: buttare il proprio corpo; partecipare»

«Nelle guerre gli operai o sono coinvolti o sono sulla difensiva»

 

– Si attendono sensazionali sviluppi. La polizia sa già dove è l’agente di borsa fuggito con tot milioni

– affittasi posto letto a persona referenziatissima possibilmente statale e non meridionale – società in espansione situata in una ridente cittadina della Romagna cerca aggiustatori stampatori

– distrutta una famiglia nell’auto contro l’albero

– del reato p. e p. dagli artt. 81 cpv. 110, 112 N. I, 272 C.P. in relazione agli artt. I e 21 L. 8-2-1948 N. 47 perché in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive di un unico disegno criminoso

– a Palermo esistono 739 aule scolastiche degne di questo nome, 1411 aule provvisorie (scantinati, appartamenti privati in affitto, ex stalle ecc.) e 1090 aule mancano

– del reato p. e p. dagli artt. 81 cpv., 110, 112 N. I, 414 I p. N. I e ult. comma C.P. in relazione agli artt. I e 21 L. 8 2-1948 N. 47 perché in concorso fra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive di un unico disegno criminoso

– i posti sono 1200 per l’intera rete nazionale e 180 per il compartimento di X., su questi 180 stipendi si lanciano a gara disperata 14.000 concorrenti, tutti giovani, uomini e donne, in maggioranza maestri e

 

Quella notte Marcho Marcho sognò (ad occhi aperti?) ciò che poteva accadere, sognò che dall’ira nasceva un’altra ira, diversa; che dal dolore spento nasceva un altro dolore. Perché dire tutto? Parlarono in un soffio, lui e Fraulissa. Alla mattina presto serrarono porta e finestre, consegnarono chiavi, chiusero la partita. Partirono, andando andando, procedendo a cercare. Cominciando a farlo.

 

III

 

Eppure è vero che qualcosa merita d’essere fatto. Non foss’altro per non essere mescolato (sor locco mio) a quei fiorentini nobilissimi e di gran letteratura che a’ tempi del Varchi (sor cucco mio) giudicavano che Ciriffo Calvaneo fosse più bello del Furioso. E quanti ce ne è tutt’ora, che così compitando rompono balle e pitali. Dovrebbero essere ammazzati, in ogni senso; squartati. Oh mia linda Carmelita

su nel cielo d’Aragona

superbo e bello

è un nido di farfalle

il manto delle stelle

si va, si va, si va per strade così ampie e in salita, profumate, qualcuna d’esse silenziosa (perfino). Colazione sull’erba (ma non c’è nudità attorno) oh signorina oh signorina quel tuo profumo di lillà

Fraulissa seduta sul verde mangia con dolcezza – ha un suo modo di mangiare quasi ringraziando; mangia senza distrazione, senza compiacimento, in modo religioso, cioè partecipando con il cuore e con quei tali sentimenti; è giovane il suo modo di masticare e di dividere il cibo (soprattutto questo); piccoli morsi mentre si guarda intorno, come a scegliere (lo diciamo?) un po’ d’aria, una foglia, l’erba che sta ferma oppure l’azzurro laggiù; e così il cibo si perde nell’angolo di un vento (diventa leggero leggero)

– sulla strada, lei può vedere dal ciglio della strada, passano carri agricoli, manutengoli in bicicletta, alcune ragazze vanno a lavorare (o tornano, chi lo sa) in vestiti gialli chiari o in tonachelle, operai con la motoretta, i signori conti i signori padroni i signori commendatori dalle ville dei dintorni vanno anch’essi in fabbrica, nel mattino vanno al lavoro stressante, quotidiano si è detto, e ci vanno con mezzo proprio. C’è anche un merlo che volacanta, un albero superstite, si vede un paese arroccato, stretto al suo monticello di terra, scenograficamente è perfetto azzurro-rosso (non è vero, amor mio?), ma è vecchio, cadente, screpolato nel silenzio; non un suono fra i muri ma un raschiare di gole di vecchi, di donne che sembrano gravide, di scaracchi di artigiani nel vuoto delle botteghe, così;

«questo formaggio è buono, vuoi un po’ di pane?»

«ora alziamoci e via. Però»

Marcho Marcho e Fraulissa si rimettono in marcia per la strada, una delle tante (il mondo è grande) che salgono scendono con giravolte verso il paesotto lassù (siamo nel paese dei limoni) che è in sfacelo, tutto segnato sulla pelle dalle rughe del tempo. Nel paese c’è nessuno per il momento, o nessuno che sia vivo gira per il bvd. – suona la campana; nel paese doveva esserci la festa del santo o di un santo, la festa della battaglia o di una battaglia, il ritorno di un figlio prodigo dall’america o la partenza di una vergine per il macello. La fiera del paese: processione, mortaretto, una canzone. In ogni modo tutto si finisce per trovare. Anche l’uomo il più discreto, anche l’uomo il più solitario, anche l’uomo più lontano o più disperato, questo uomo si trova. È lì che aspetta; nella sua solitudine aspetta di essere trovato; allunga le braccia, fa un cenno, schiocca le dita; in definitiva si offre; dentro al petto si rallegra. Strisciando lungo un muro con l’acciottolato c’è un palazzo disabitato di pietra scoperta, con molte crepe; passando oltre la piazza c’è la chiesa di santa Maria anteriore al Mille [sorta sui resti d’un tempio romano] in via di restauro la parte esterna, soprattutto quella absidale ecc.; si sale a destra per la rua sempre più stretta fino al rialzo su cui si trova la più bella e la più vecchia nera e solida delle case – un cantare di merli che non si vedono, fiori spiccano, il precipitare del mondo verso l’azzurro del mondo, una lontana saetta tesa alla valle, stradine fra il verde, lo squarcio del mare che non si ferma in questa pace senza più tempo. Il canto di pivieri o aquile nere è uguale allo stridere di una persiana quando si chiude all’improvviso sbattuta dall’aria; sono tanti tonfi intermittenti però attutiti, celestiali, perfidi

e poiché lì il vecchio abitava

Fraulissa picchia col battente, entrano raccolti nella penombra che sa di cantina. È un altro mondo, la vita presente sembra che scappi a gambe levate, si resta per un momento intontiti, con l’ansia di ripartire subito

«non si può»

«certo almeno per questa notte»

il vecchio è seduto contro la finestra spalancata, la testa di un uomo vecchio è sempre enorme ma li sembra che stia consumandosi in fretta bruciata dalla luce. Le mani segnate da macchie, altre macchie ha sul collo sulla fronte. «Fraulissa benvenuta e questo è il Marco famoso»

«è Marcho, lo ricorderai in quell’estate»

«ricordo quell’estate. Visitate un vecchio che è più vecchio di un vecchio ma non ero un vecchio allora, oggi siete venuti dall’ultimo monumento di famiglia»

«Ho avuto bisogno di entrare qua dentro – dice Fraulissa – di aprire l’uscio, vedere che sei lì che parli».

«Non ti ho dimenticata. Lo so che sono parole ma non vedo più nessuno; davanti agli occhi per tutto il giorno ho soltanto correre e correre di uccelli che tornano. Quando mi sono ritirato quassù il mondo l’ho divorato e ho spazzato via perfino le briciole».

– nel piano sottostante una donna in cucina cammina cammina, qualcosa vibra dopo quei passi; è il pavimento che traballa; un bicchiere o le posate dentro a un cassetto; la casa si muove scuotendo i travi, ondula a quel passo e l’accompagna; si agita, guarda, coincide. È con questa armonia di vibrazioni che cominciano i terremoti dentro e fuori l’uomo; dentro e fuori il mondo. Le case a un piano, nel paese appoggiato a mezza costa come un gregge in deambulazione, si sgretolerebbero polverizzandosi; le ossa e la calce in un polverone

«non capita niente; d’altra parte che cosa dovrebbe capitarci? non capita nulla, per la ragione delle cose. Qua c’è una sospensione di movimento e sembra prevalere l’attesa di morire. Che cosa vuoi di più?»

– il vecchio è contro luce; il naso si taglia nel vetro, le venuzze sul collo palpitano ogni tanto gonfiandosi

«sono un uccellaccio appollaiato sul tetto; dalla finestra vedo le cose, ne vedo alcune, assisto a uno sfacelo, alla lotta del mondo – un polverone. Questo è un texas pieno di steccati, detriti, sacchi, calcina; non capisci se stanno costruendo o demolendo. È carne cruda che sanguina. Carne che puzza. Bistecca di manzo, budella di agnello, sanguinaccio

ascolta

questa notte il silenzio. Di giorno non si riesce a riposare per la paura che il mondo da un momento all’altro finisca. Ascolterai questa notte il silenzio che soffia. Non si può dormire perché tutto può capitare dentro a queste stradine, in un paese scancellato dalla carta geografica. Non è che un buco, un cratere di Vulcano prossimo a scomparire sott’acqua. È un paese che parla una lingua morta da mille anni.

Vedo che anche voi fuggite.

Non vi dico di restare ma la casa è la vostra casa, il tavolo il letto sono vostri»

passi per le scale, i pugni sul portone d’ingresso, voci urlano o ridono invettive, una donna dentro uno straccio bianco risale col suo bastone là in fondo, la strada in ombra toc toc e

 

Avignimento (de la morte) = venuta (di essa morte); Marcho Marcho si affaccia e segue la risalita della donna ficcata fra le pareti delle case dentro all’ombra-pozzanghera; le maniche assumono dilatazioni che hanno i vestiti delle ragazze annegate nei films dell’orrore, dentro i canali inglesi – il cielo è in un’ombra parziale, prati e campi con voci e colori si integrano fermandosi sul paese in una nuvola di fumo. Dietro alle finestre delle case, nelle vie, dentro il paese a mezza costa, nitriti di cavalli e la stermida; striscia una scopa sui tavolacci di cotto che coprono le cose, svicola e indugia in un rivolo di sole, si esalta simile a una Bandiera che si apre scuotendosi e precipita nel buio della sera, in un buio che ha l’odore di cuoio; un altoparlante declama l’invito a non dimenticare Gianni Spiga pubblico amministratore; la voce è roca, si coglie qualche applauso di simpatizzante. Cartelloni pubblicitari annunciano un film interpretato da…

Il dodicesimo è un vecchietto lombardo. Anche questo, sommariamente descritto, è un vecchietto lombardo con le sue smanie, con idee fisse che lo bersagliano e gli impediscono un lavoro interessante. Fraulissa potrebbe raccontare come questo personaggio, il vecchio della storia, residente a mezza via fra la terra e il cielo in un paese dell’anno mille, autoconfinatosi per scelta libera e dopo una vita molto piena conclusa con questa trappa (il deserto? il convento? il cannibalismo? punizione autonoma o camaldoli? più semplicemente un palazzotto a poco prezzo in un luogo ameno per l’aria e lontano dai rumori); come questo vecchietto così astuto, così acuto – nel giorno del signore – con questo programma di autoriduzione o autodistruzione

fosse riuscito a gabbare tutti, lasciando gli amici di stucco e andandosene al momento giusto. Agli altri regalava gli affari le grane le beghe. Non è una storia sorprendente in quanto tutti i giorni si legge di vecchi che si scoprono il pallino dello stilita e corrono a nascondersi con la criniera sottoterra; e magari anche con questa ultima cerimonia riescono a concludere nulla. Ma quante sconcezze hanno segnato la via crucis del loro prosperare, lasciando poi tutto alla chiesa? Accadrà lo stesso in questa occasione? il lombardo ficcato a sedere contro la finestra può appena deglutire mentre parla e accennare a un sorriso quando rizza le orecchie per ascoltare.

È sera, da cima a cima volano i falchetti tirando un filo; c’è un fumo che risale, segno di una presenza nel mondo lontano.

Dice che neppure lui sa ricordare la spinta per il suo ritiro; voleva che rappresentasse qualcosa vergando una semplice lettera di saluto: amici cari

«ora non più. Voglio dire che questi episodi non servono a nulla; fu una sciocchezza. Certe cose, soprattutto le cose importanti, a un certo momento finiscono per livellarsi, per elidersi a vicenda e non si possono sbandierare neppure a se stessi; cosa dico? a un certo momento nessuna cosa ha più interesse. Niente: uomini capre idee (Fraulissa aiutami); sono vecchio, posso morire; anzi devo morire; morirò da un momento all’altro dato che sono un vecchio. Quassù neanche l’ora dell’agonia servirà a scrostare la muffa dalle pietre. Tutti si lasciano sprofondare turandosi il naso (Fraulissa aiutami)».

Il vecchietto lombardo (il dodicesimo è un vecchietto lombardo) tossisce, accenna con la mano alla lampada. Marcho Marcho con un fiammifero accende il lume, il legno della stanza si scuote e risalta imporporandosi: il tavolo, le sedie, gli scuri, i due armadi, le cornici intorno ai ritratti di uomini.

Mentre mangiano il vino è un bianco odoroso con tendenza all’aspro, maturato in cantina e il pane scuro si taglia col coltello. Siedono con loro gli antenati, richiamati dalle voci e dal pellegrinaggio della memoria:

e lui lui lui –

e lei lei lei –

quando io c’ero –

quando tu andavi –

le pupille si dilatano per quel trasmigrare di anime in pena e forme mai defunte; una mattanza per uncinarli tutti, per buttarli feriti nella rete; questo è un viaggio all’ade.

Poveri morti, mal custoditi mal difesi dalla memoria dei sopravvissuti. Si prova soltanto pietà; puoi vestirli di metafore o illustrarli col blasone ma i morti restano morti per sempre; e restano morti anche questa sera. Exit de vita mea eppure la sera è una sera d’estate, l’aria è inquieta come la vita che corre via ecc. Dopo, restando fissati alle sedie che hanno un incavo per appoggiare e per riposare la schiena, si accendono le sigarette essendo ciascuno più disposto al piacere della tolleranza che è una sopportazione voluta – mentre si occhieggia intorno. Ah! «Fu quando Antonio andò nel sud-Africa per la prima volta, erano gli ultimi anni del secolo, partì a piedi con la valigia dalla Pieve per le strade di campagna. Un tempo nella polvere si affondava fino al calcagno. Camminando un uomo sollevava la polvere come nel deserto segnato dal vento, uno spessore taccheggiato da orme e dalle bovazze; per un po’ l’accompagnai anch’io, ero giovane molto più giovane, camminavamo di qua e di là dalla strada, lui era sul bordo a destra io andavo a sinistra vicino all’erba del fosso. Il verde della campagna carica di verde si stringeva in un imbuto, avevo questa impressione; era proprio uguale a camminare per le stradine di questo paese, sembrava che le cose intorno mi stringessero per trattenere e anche per difendere.

Fu quando Antonio andò nel sud-Africa, per la prima volta. Non era la fine del secolo, mi sbagliavo, il secolo era cominciato; c’era la guerra dei boeri, i boeri erano i contadini spagnoli, o erano contadini d’Olanda, erano grossi con le barbe fino ai piedi, erano come la roccia che è affilata; così anche gli inglesi che sono perfidi e per di più carogne quando occorre, e hanno la virtù di essere carogne mettendosi dalla parte del giusto, dell’onesto, dalla parte – insomma da ogni parte purché dia vantaggio e si ha poi l’impressione che sia la parte giusta; ma non siamo così anche noi?

Fu quando Antonio andò nel sud-Africa e in tre anni di traffici non so bene quali si fece ricco, un signore, o forse cinque o sei anni o anche dieci, ma dopo dieci anni era ricco, certo non ritornò con la valigina di cuoio

fu quando Antonio andò nel sud-Africa al tempo della guerra dei boeri, lo accompagnai dalla Pieve per dieci chilometri, notte dopo notte, la polvere sui piedi scalzi, un odore di fieno, la canapa non era tagliata, l’ho portato nel naso per tutta la vita; l’ho accompagnato notte dopo notte, lui partiva io l’accompagnavo. Quell’odore l’ho portato addosso fino ad oggi. L’odore di terra, l’acqua nei fossi, la polvere, gli alberi suonavano come i giuochi cinesi che si attaccano al soffitto e quest’ombra pareggiava la polvere

– oh, i soldi di domani –

quando Antonio partì per il sud-Africa (vi annoio? parliamone!) al tempo della guerra di Kruger contro gli inglesi, come doveva finire? Finì come doveva, il più forte vinse, vinse il più furbo, tutto si concluse in fretta con qualche massacro. Ma la terra era grande

fu quando Antonio parti per il sud-Africa alla fine del secolo, al principio di questo secolo. Io c’ero. L’accompagnai, mi parlava, ogni tanto cantava sottovoce, diceva tornerò ricco con la moglie e di sicuro con un regalo per te, non parto alla ventura, so dove andare; ritorno vedrai. Vedrai.

Alla fine del secolo o al principio del secolo nuovo

io c’ero, ero vivo allora

mio padre, mia madre, Maria, Adalgisa, Giulietta; mio nonno, mia nonna anche il bisnonno ho conosciuto, sua moglie, zii e zie, nomi che non ricordo più, gente scomparsa qua e là per la terra e sotto. Molti potrei indicarli con un dito, strisciando la mano su una fotografia se ci fosse; sono l’unico che li tengo in vita con la memoria. Quando anch’io morirò scompariranno per sempre»

la brace delle sigarette, l’odore del legno era pesante, le vene sulle tempie del vecchio muovevano la pelle

Marcho Marcho si affaccia, nella pianura si muovono le luci bianche rosse, le stanze si accendevano nelle case dei contadini, colpisce il silenzio da dove la pianura finisce fino al paese salendo per il dorso della collina. Quassù è la sola finestra illuminata, un po’ di luce piove sopra i tetti sottostanti che hanno un colore ferroso e coprono le case. I passeri picchiano come palline di vetro. Il vecchio accende una sigaretta «questo silenzio ha i giorni contati. Quest’aria che sembra azzurra è sporca di nafta, gli sbuffi arrivano fin qua quando il vento gira intorno al paese; i1 vento scopa anche i fumi seminascosti dagli alberi, raduna gli odori di cesso alzati dalle imprese di sfruttamento spuntate a seguito dei sussidi per le aree depresse. Depresse un cavolo. Devastano spianano sbavano puzza di fuochi di fumi; lasciano detriti, rifiuti di pietre spaccate, barili arrugginiti. In mezzo a questo marciume si crede di progredire, con gli auguri degli uomini che ci comandano e che hanno solo quell’odore di cimitero. Guardateli in fotografia, gonfi come rane»

II telegramma del ministro, l’oro delle parate, i sorrisini isterici.

 

Non essendo amato voglio essere distrutto

 

(Fraulissa aiutami).

 

 

IV

 

Potrebbe essere l’alba, le luci vanno fuori a scontrarsi dove si annidano le streghe. Come accade quando un giorno segue a una notte, il cielo dopo uno scuotimento e dopo un altro momento di totale immobilità si straccia con un rumore da serratura lampo e schiarisce; è passata la notte in un modo inequivocabile, ripetendo le lagne di un vecchio, ascoltando le lagne del vecchio ma alla fine potendole anche accettare queste lagne di un vecchio; così è arrivata l’ora in cui si può morire con un residuo di determinazione e chiudere l’occhio senz’altra incombenza e non avendo scrupoli poiché si unisce la stanchezza di anni a una conclusiva rassegnazione. Un mare un mare è il cielo capovolto; si dilata l’esplosione di rumori frenetici ma di schietto sapore umano; non i rumori, i rumori monotoni, i rumori senza fantasia soprattutto i rumori senza imprevisti delle macchine

– Fraulissa aiutami –

il vecchio mori dopo aver spento la sigaretta nel piattino, consumandosi in un gesto rituale; forse pensò di mormorare addio alle due persone che con una tenerezza non calcolata avevano diviso con lui la notte e l’avevano accompagnato alla conclusione.

 

 

 

Fu seppellito.

Il legno scuro, il giorno.

Prima di partire Fraulissa chiese ed ottenne una fotografia del morto.

Ancora i passi dabbasso in cucina della donna, un salire

e scendere per le scale.

Rivisto dai turnichè della strada, con la pietra scalcinata, il paese sembrava più povero ma anche più antico, più vivo; pronto a difendersi avendo ancora qualcosa da difendere e con il proposito di farlo; come dire: un viso squadrato e quelle tali vene. Forse a questo voleva concludere il discorso del vecchio, in mezzo alle tante ovvietà che debbono esserci, se c’è dentro il cuore: l’Italia è un

west scriteriato e sordido senza petrolio o col petrolio,

pur di far soldi. Addio.

La stagione tendeva al caldo, anzi era caldo.

Quella morte non lasciava strascichi, Marcho Marcho e Fraulissa si limitarono a guardarsi, andandosene. A metà strada mentre scendevano a piedi sentirono l’odore del fuoco, dopo videro una vampata a mezz’aria e il fumo svitarsi da terra; alcune foglie scoppiavano come pallottole in un boschetto di populus canescens, stretto alla base da sterpaglia e da mucchi di edera ripugnante, e dentro alla tenuta chiamata Gaiana del marchese di Cessalto; qui, nel parco a monte e in un declivio all’inglese così colorato da doppiare la malinconia di Losay erano raccolti esemplari di larix decidua ingemmati di strobili che dopo poco cominciarono ad annerire prima di bruciare. Il fuoco progrediva di circa quindici metri all’ora su un fronte di due chilometri; non c’erano pompieri, la zona è senz’acqua in quel momento, gruppetti di contadini e qualche operaio sul bordo della strada; se non altro è evidente che l’incendio si sarebbe fermato lungo la provinciale ma la fetta di collina e di terreno levigato dai secoli e fatto boschivo coi querceti di farnia (di cui una colossale, dell’altezza uguale all’esemplare che è nel bosco degli Astroni Campi Flegrei – così aperta e divincolante)andrebbe strinata. A vantaggio di chi? Un fuoco è un fuoco e un fuoco; sopra ci volano con apprensione gruppi di uccelli; alcuni uccellacci che hanno perso la tramontana cercano uno scampo senza trovarlo e si sentono perduti. Un operaio accenna a destra, in fondovalle, nel bosco di Masia di proprietà dello stato, una selva a un tiro di schioppo dal mare; terreno vergine; anche li due tre fumi da punti diversi in direzioni opposte, sciabolate che avvolgono la base dei tronchi degli aceri del Libel infine le lingue di fuoco salgono strisciando lungo la corteccia grigiobiancastra, quasi liscia; tutto fra fumo e scintille comincia a bruciare. I due incendi non lasciavano scampo alla terra ne ad altro oggetto e continuando ad avanzare combaciarono completamente. Si riusciva a vedere che la gente era testimone passiva, non solo ma rassegnata e un po’ ironica; non muoveva un dito; impassibili, gli spettatori di quel vilipendio sapevano tutto e avevano giudicato. Campi, i cerri (alcuni di maestosa statura), sponde di confine o prode sembravano inondate di napalm con gettate di striscio dall’alto. Chi è che può e vuole resistere? Se ne prende nota bastando alle volte il breve anticipo d’averlo preveduto. Quel fuoco è anche il nostro fuoco; ciascuno degli spettatori, se non sa né vuole opporsi, ci brucia in mezzo. Nella miseria attuale, in uomini e cose, ciascuno è conficcato in fila ben allineato fino al collo. Non occorre Dante. A una domanda di Marcho Marcho la risposta è (abbastanza) ovvia

«tornate fra un mese, vedrete un deserto carbonizzato

dove»

«là, per meglio dire, esisteva un bosco, alberi vale a dire

farnie cerri abeti e di alto fusto»

«c’era una necessaria riservatezza e un silenzio necessario

che tutelava il futuro, vi dirò poi»

«utile al fine di tutti»

«tornate fra sei mesi ci saranno le ruspe, tornate fra un anno ci saranno case e casette di pietra in un lottizzato villaggio Esperia o Amapola, ammortamenti a lungo termine, bicamere e servizi, con mutuo, col tennis, con la piscina, con il comfort per il signor Speranza in un’ora

da Melano, per la quiete del signor Mona in due ore da Turin a cà»

«questi fanno il buono e il cattivo tempo»

«alle volte uno zolfanello di Pisa può accendere le speranze e può dare una spinta alla voglia di oro»

«i galantuomini fanno ciò che vogliono, i risultati sono

sotto gli occhi».

Da una masseria partono le bestie e urlano urlano, un salix alba sfrigola come se bruciasse carne umana; i due fuochi procedono appaiati mentre sì unisce lo spettacolo del fuoco a quello della morte. Entrambi rumorosi fuori dal silenzio; in entrambi predominante la menzogna. Sul litorale la gente è per le strade, zaffate di fumo tolgono il fiato.

La polizia aveva bloccato il traffico mentre l’aria per chilometri e chilometri, irrorata di cenere tanto fine da parer sabbia, è trasformata in un calderone.

Per la distanza orizzontale di quattro chilometri sui fianchi delle colline e per tutto l’ondulato terreno fino al mare il paesaggio fu nero e bruciato; come dopo un bombardamento mozziconi fumavano, travi di cenere scavate dal tarlo del fuoco rotolavano rotte, puzzo fumo e il silenzio che è prodromo o epilogo delle disgrazie. Intanto ciascuno sapeva di doversi rassegnare in fretta e di dovere anziché muovere un dito aspettare gli eventi – che altri avevano disposto e che si sarebbero compiuti. Fraulissa e Marcho Marcho lasciarono un paesaggio che aspettava soltanto le ruspe – come una liberazione, saltarono su un camion che li portò circa quattro chilometri lontano (o più avanti) e trovarono ivi, imperturbabile, la indifferenza e la insofferenza dell’autorità burocratica che bivaccava; strade bloccate, ammassi di viveri e vestiti, automezzi dell’esercito a cui quella calamità serviva come una esercitazione in corpore vili, soldatoni pencolanti e autorità altissime che andavano venivano su giù sopra sotto. Fanno un cenno subito dopo una curva a una macchina dalla sagoma veloce e dall’andatura scattante su cui erano due giovani, la macchina si ferma e sembra – anche in questo caso – una contrastata decisione. Tuttavia

Marcho Marcho

Fraulissa

salgono sedendo sul sedile posteriore. Le due nuche sono di ragazzi, l’aria li dentro odora di tabacco, uno dei due ha capelli lunghi, l’altro accende una sigaretta prima dipartire. Volano, con curve senza precauzioni ma decise e abbastanza geometriche

«non temere» dice il compagno voltandosi a Fraulissa «non è matto, gli va di andare così; le strade sono sbarrate per chi viene, non c’è rischio di incontrare un cane, si può andare sparati e si può andare sicuri»

dice «come i cavalli che corrono. Se non siamo pagliacci». Filando sui centotrenta, velocità di crociera con quella cilindrata, la macchina non aveva sobbalzi. Chi guidava, nero di capelli, abbastanza rigido, esprimeva una decisione allegra ma risoluta, autorità e abilità che riuscivano persuasive. Cosicché anche Marcho Marcho accende la sua sigaretta, il viaggio si svolge in silenzio, ogni tanti chilometri il compagno si volta a guardare dietro e ai lati della strada, rapidamente.

Il giovane al volante comincia a cantare sottovoce; l’altro col braccio sullo schienale parla con Fraulissa. L’amicizia (ma senza il marcio del tenero), una dolcezza (ma senza rancido), una dolcezza – è vero – è il dato dei giovani; della gioventù in questo tempo.

Il fuoco verso la collina, da questa parte; il mare vicino, molto vicino; le onde si sciolgono contro la roccia e la strada continua zigzagando a salire; il fuoco spuntato a fior di terra e propagatosi anche lì forma un muro compatto per il versante della collina e in mezzo ci sono delle case

«dentro al mese sarà bruciato tutto – dice il guidatore – guardate se questa gente è in gamba, guardate se fanno le cose come vogliono»

«ma chi sono?» chiede Marcho Marcho.

 

 

La macchina slitta via per i rettifili ma con sicurezza nella guida da parte del giovane già riscontrata e puntualmente annotata. La verità è una. O la verità è trina. A seconda dei casi e spesso (si può dirlo) delle persone – co hagom del ben el svola via in un subio –

i fuochi invece sono molti, coprono la terra come foruncoli, vanno vengono secondo a quei signori gli tira. La strada sì allontana dal mare, allontanandosi dal mare si allontana dal fuoco, la strada è una vena che scende nel cuore di quella terra ed è bianca; alla fine del rettifilo c’è una macchina della police messa di traverso e un signore fa gesti con una paletta piantato a gambe larghe e così nel mezzo governa la strada; con la paletta propone e dispone, a gambe larghe è chiaro che dice alt. Ma l’alt non funziona, invece di fermarsi un’accelerata, il giovane pare deciso a filarsela fidando sulla giovinezza, tanto è vero che afferra il volante e grida «attenti che passo», scarta sulla sinistra dove si intravede un passaggio fra l’alambicco della police e il muro, si sente un contraccolpo, le gomme aggrappano l’asfalto, c’è anche il claf del parafango contro la pietra, la botta scuote tutti

come un’ondata sul fianco della macchina, l’auto è di nuovo in linea sulla strada e fila, il guidatore si dispone alla corsa, Fraulissa commenta «ci seguono», è sorpresa di essere naturalmente entrata in questa tranquillità che non è artificiale

«non possiamo fermarci» conferma il giovane; il contachilometri segna i centocinquanta, la sirena della police è sulla schiena di tutti, regge corsa e coda frustando a sangue i cavalli, le case sono uno scenario allucinato mentre ogni cosa là dentro è ordinata tranquilla; cominciano a sparare, sparano perché lo scorno è evidente e si deve coprire col rumore del fuoco il riso che esce dai cuori. Ah la vita. Nessuno deve sentire che si ride. Il giovane è deciso a proseguire, il compagno si è disteso «per non prendermi una pallottola – dice – anche voi farete bene a defilarvi per via della testa». La caccia si fa serrata dovendosi tirare la rete, ognuno si dispone nel baricentro per il round finale. Potrebbero correre così per sempre, uno inseguendo l’altro che fugge fra le colline; dopo una curva la strada scende; il compagno del guidatore, il giovane che non aveva mai cantato,

con un gemito si ribalta senza vita «l’hanno ucciso»urla l’amico spingendo il freno. Marcho Marcho e Fraulissa sono scaraventati avanti mentre la macchina sbanda compiendo un testacoda e si ferma in mezzo alla strada. Il giovane spalanca lo sportello buttandosi fuori, Fraulissa in quel piccolo delirio provocato dalla sorpresa sente una voce «fermati fermati» poi ricorda appena che viaggiano a sirene spiegate sulla macchina della polizia, un agente siede dalla parte dello sportello; quando sono vicini alla città Marcho Marcho si ricorda che oggi forse è domenica.

Fraulissa è appoggiata al finestrino; Marcho Marcho guarda il profilo della moglie.

Voleva fumare.

Dentro all’edificio della polizia in un angolo della piazza, il commissario gli disse «si intende» suonando (o risuonando) come una concessione, Marcho Marcho prese il pacchetto in tasca e accese la sigaretta.

Fraulissa non voleva fumare

– non serviva.

Gli occhi di quello erano diseguali ma soprattutto, sbattendo le palpebre, sembrava che graffiassero. Era uno sguardo circospetto; uno sguardo-ruspa o uno sguardo-uccello; uno sguardo-coltello. Oppure uno sguardo morte. Tale comunque da non sopportarlo a lungo poiché fingeva d’essere amabile; parlava adagio; lo chiamava dottore; diceva di credergli; che dopotutto ecc.; un intercalare per carità oppure come vuole oppure come crede. Rumori di fischietti dalla piazza

«ma quel giovane è morto»

«il compagno è scappato»

«chi era il giovane ucciso?»

«è vero, era armato?»

«anche lui sparava?»

«no, lui non sparava?»

«lui non era armato?»

tutto coincideva e si frantumava, una rarefazione, la crescita pericolosa dei rumori e degli odori – in quella stanza; nulla di sgradevole in effetti, neppure nell’uomo che parlava senza parlare, che domandava senza domandare, che si infuriava; nulla di sgradevole neppure nel calendario appeso al muro vicino alla porta, regalo od omaggio di un istituto di credito

«se ti decidessi a parlare, come ogni atto, ogni fatto, ogni azione sarebbe più rapido e dopotutto più giusto» «intendo più consistente; più valido sotto molti aspetti, per tutti»

«se ti decidessi a cantare caro dottore, allungando nel coro, che fa da spalla, magari la tua verità (e sottolinea con un sospiro); se non vuoi o puoi dirla subito, e intera, direttamente»

«insomma, se dopo tanti anni e questo cadere di cose che sono un cumulo di immondizia, lo so; se dopo i mali fisici che hanno

o si sono mescolati a questo correre che è del tempo (lo abbiamo detto)

insomma se dopo tanti anni uno di noi o ciascuno di noi potesse riposare anche solo un momento con la testa sull’erba – lo so anch’io, guardare una nuvola che si è tanto disprezzata; ascoltare un fascio di vento contro cui si sono chiuse le finestre, per lo più; magari stringere nello sguardo un albero di vecchio fusto nascondendo la vergogna; se in questo sonno o piacere del sonno (che è intimo, di un momento) potessi conficcarci la faccia di mio padre che ho dimenticato, che non conosco, che non ho più neppure in tasca tu cosa diresti? se potessi conficcarci la voce di; se potessi scegliere e decidere me ne starei qua allora? per una volta, una sola volta nella vita, nella mia vita se potessi, se volessi; potessi io, fossi io a scegliere il giorno, a scegliere l’ora di andarmene l’ora di restare l’ora di muovermi l’ora di dormire; se potessi proprio io (quest’uomo) allungare per una volta tanto il braccio e scegliere il mio sasso il mio lancio, anche soltanto il sasso da custodire in tasca avendolo raccolto sul fiume; se…»

Come finiscono presto le domeniche

nei giorni d’inverno quando

nevica

(Fraulissa aiutami)

«no lui non sparava»

quello lo guardò un momento, fu un attimo, con odio; in un momento, fu un attimo, lo guardò con affetto, ritornò sorridente

«ora vediamo, ora guardiamo» disse a voce bassa «non è poi detto che non sia così, come lei afferma. Anche se è poco probabile, all’apparenza». A Marcho Marcho parve che in una stanza lontanissima, non certo in quel luogo, un orologio a muro suonasse le ore. Contò i colpi, ricontò i colpi al secondo giro ma evidentemente ci fu un intralcio o una momentanea sospensione perché il conto non tornava, mezzogiorno, mezzanotte, non poteva essere; poi il cielo era sereno anche se era scuro ormai, oltre i vetri

«no, lui non sparava, né sparava l’altro»

«questa è la verità, con licenza d’uccidere; sparava a vista la police, i colpi rimbalzavano contro la macchina, fischiavano via in fretta, sembrava una nevicata»

«certo, certo; come fischiavano via? come rimbalzavano via? specifichi e chiarisca se crede; il dettaglio è molto importante ai fini di una indagine, non le pare?

«voci non si udivano, dico»

«solo uno stridere di gomme come ci fosse catrame sull’asfalto»

«poi il fuoco da una parte all’altra sulla collina e più su, verso i monti; boschi in fiamme, alberi bruciavano, gente che se ne andava»

«a un tratto con un singhiozzo il giovane s’è accasciato»

«crisi cardiaca altro che pallottole»

«non dicevano nulla? qualcosa?»

«non parlavano, sembravano tranquilli»

«la polizia spara solo e quando il nemico spara e costoro erano»

«non si può dire delinquenti per quanto ne sappiamo, non incalliti in quanto tali; per ora si può affermare soltanto che; anche se presto sapremo tutto su tutti»

(aiuto, vita in pericolo)

«dicevo che si può affermare per il momento che questa è la pratica»

«che questo è l’incartamento»

«che questa è la notizia ufficiale»

«avevano abbandonato il reparto del CAR da tre settimane, dunque due disertori. Colpevoli di un reato e di nessun impegno al dovere. Vagabondi non integrati, delinquenti futuri, destinati comunque a una fine precoce. Senza autorità e senza il rispetto dell’autorità, che è un sentimento basilare per»

il telefono suonava suonava, entrava un

«dottore, il signor X al telephone»

così il polizeibeamte usciva richiudendo la porta oppure «passamelo nell’altra stanza» e sortiva lasciando l’uscio socchiuso; poi offriva il caffè, una sigaretta, la signora è stanca?

Herr Doktor lascia la stanza e si scusa, poiché le luci sul tavolo sono abbastanza basse e diffondono un alone intorno senza arrivare ai muri ne risalire in alto, c’è un circolo d’ombra che dal pavimento va al soffitto, lassù l’ombra si infittisce come una cupola; sul tavolo di metallo un foglio con una biro, si ascolta e ancora si gode quel silenzio sopradescritto, non c’è alcun rumore intorno, dentro fuori, anche se si sente la presenza di gente in giro, nelle stanze vicine – una presenza alle spalle

– Fraulissa chiude gli occhi

– Marcho Marcho si appoggia al tavolo e china la testa

– un presepio concluso in quella stanza.

Una stanza sui monti. Voci di pastori. Pianto di pecorelle. Il lupo gira nei dintorni, cala dal monte o dal supra, è spinto dal fuoco.

Chissà che cosa accadrà domani.

Hanno dormito. Il Doktor entrò con il giovane che guidava, il quale sorride, è giovane ma il riso è spiritato, cavato con le tenaglie, guarda con occhi lustri, il giovane è anche dentro preoccupato «vi ho detto non ho fatto niente» dice «non è un delitto andarsene in fretta non avendo ascoltato alcun alt e visto alcuno della police che fermava; non me ne sono accorto. Così (si rigira le parole e la testa) il blocco l’ho scansato per un miracolo, mi sembravano soltanto dei matti quelli che stavano a gambe aperte sulla strada senza un preavviso». Dice «una gazzella di striscio in mezzo a questa strada, ma se ci finivo addosso?»

«l’esercito è l’esercito»

«va bene, quello mi aspettava, mica scappavo»

«come?»

«dopotutto non eravamo troppo lontani»

«in linea di volo, dici?»

«beh, sulla linea di volo»

«non potrete dire che noi si sparava, eravamo disarmati»

«non potrete dire che noi si scappava, nessuno ci aveva

fermati»

«e la macchina?»

«basta per lo più la presunzione anche solo pensata di fare una cosa perché questa volontà di fare, se viola la legge, diventa un bel reato»

«e la macchina?»

«la macchina, quella è di un amico che l’aveva prestata; non è una macchina rubata, non è nulla; tutto era in regola e l’avete accoppato»

«tu bada come parli, mascalzone»

«i signori non li conosciamo, anche se adesso li conosciamo. Da lì a lì sono saliti facendoci uno stop, erano sulla linea dell’incendio in mezzo alla gente o appena fuori da questa gente, andavano all’altra città dove eravamo diretti. Dopo noi si pigliava il treno e si correva al soldato».

E tu morettina…

Il giovane lo portano via, la stanchezza pesa (si fa pesante); soprattutto pesa il sonno non consumato per la notte, la stanchezza del sonno che è peggiore, più dolorosa dentro al corpo della febbre che dà la fame o dà la sete; o anche soltanto la rabbia del corpo. Una mancanza che scava dentro e dà la nausea; i pensieri strisciano dentro al cranio, non riescono ad alzarsi, graffiano, si chiude gli occhi pesantemente, si crolla giù fino in fondo, il corpo si denuda, sale dal basso all’alto di questo corpo qualcosa che somiglia al fuoco e brucia: i capelli, i peli del petto, i peli delle ascelle; la soddisfazione o la rassegnazione di abbandonarsi a quel vuoto e a quel momento di riposo si trasforma in una fame che si comincia a sognare – contemporaneamente si vorrebbero stringere raccogliere e fissare con il fil di ferro le parti meccaniche del corpo, stringerle forte radunarle. Herr Doktor dice che si potrebbe cominciare a verbalizzare intanto e che in questo modo si guadagnerebbe del tempo, per il resto si vedrà mizzica, così un giovane assai giovane con i baffetti si mette alla macchina da scrivere che è sempre una Remington del trentanove e batte sul foglio: si potrebbe dire che alle ore diciassette-trenta del giorno dieci luglio dell’anno millenovecento-sette cinque nella località di, altrimenti denominata del; si potrebbe aggiungere nel modo secco che è il più efficace per specificare solo i fatti senza insinuarci dentro neppure un sentimento per le cose accadute o un giudizio su questo o quello inquantoché questo o quello sono lasciati alla sfera del privato e la sfera del pubblico è di esclusiva competenza del signor procuratore e tali deduzioni non hanno e non avrebbero in alcun modo validità, alcuna efficacia giuridica come se chiunque; allora dica pure e proceda: si è chiesto un passaggio e il giovane alla guida ha iniziato a fuggire premendo sull’acceleratore, poi sparava e forse; dovrebbe lei avere udito distintamente l’alt-fermatevi della police, la quale grida sempre con voce ferma, con una voce che dà i brividi questi avvertimenti-ammonimenti; la police aspettava dei banditi che il giorno stesso o appena il giorno prima avevano assaltato e svaligiato un banco lotto e in paese vicino un istituto di credito, cosicché era da presumere non essendosi fermati all’ingiunzione determinata a voce stentorea e con atto ben visibile dal personale subalterno in mezzo alla carreggiata che; la polizia si è vista costretta a rispondere al fuoco essendo la situazione di emergenza.

Ha risposto al fuoco

«ma i giovani non sparavano»

«questo è da vedersi secondo la dinamica dei fatti, poiché c’è chi sostiene da parte avversa con motivate e fondate ragioni che»

così sarebbe opportuno e anche sbrigativo se facendo mente locale Marcho Marcho e Fraulissa tentassero di ricordare Fatto dello sparare e quei momenti critici, magari l’atto di cavar fuori dal fodero la pistola da parte del giovane e di sparare col braccio fuor del finestrino pigliando la mira

fuoco fuoco fuoco

a occhio chiuso e col mirino, volendo nuocere,

sicché la police si è vista costretta in ultima istanza e per estrema ratio come anche i qui presenti sottofirmanti signori testimoni convalidano a far uso delle armi sparando e risparando alle gomme. Fu a causa di un sobbalzo della macchina che manomise il braccio dell’appuntato nel momento in cui premeva il grilletto; della macchina inseguitrice (specificare) su una cunetta che si ebbe un contraccolpo al braccio il quale si rialzò o rilassò un momento e in tal situazione lasciò sfuggire un colpo a misura d’uomo. Meglio dire ad altezza d’uomo. Il quale colpo andò a colpire il bandito che sedeva accanto al guidatore. Una firma qui e qui, Marcho Marcho e Fraulissa; ma Marcho Marcho e Fraulissa

Marcho Marcho

e Fraulissa…

Il commissario continua a parlare con quel sorriso accattivante e il giovane poliziotto seduto davanti alla Remintgton fuma e guarda i tasti, aspetta la battuta pronto a partire. Sa che prima o dopo verrà l’avvio ufficiale e la definitiva sottoscrizione, in qualche modo.

Aiuto. Vita in pericolo.

Adesso dove vuoi andare sporco negro?

Verrà l’imbeccata giusta a chiudere la serata. Il commissario conosce gli uomini e, come ama spesso ripetere, le loro debolezze e i loro limiti psicofisici; ricordare questo; perché c’è un limite di tolleranza e di sopportazione oltre il quale nessuno dico nessuno sa e può reagire dal di dentro di una stanchezza mortale, quando sei risucchiato come un gorgo e dentro restano appena le budelle, capite? Annotare. Il quale dottore conosce anche questi giovanotti sbandati che proteggono le puttane se va bene, autentici magnaccia per far nulla e godere la vita a sbafo e conosce anche questi signori dal fiore all’occhiello e i capelli salepepe che per vizio di noia fiutano scopano giuocano rubano e fanno scherzi idioti per sentirsi ancora giovani mentre hanno l’asma nell’anima sti bastardi, e finiscono qua davanti al tavolo e lui è dietro a questo tavolo e deve aiutarli con qualche buona maniera a uscirne fuori, un po’ sorridente un po’ distaccato e altrettanto ironico (a lui non piace giuocare e nemmeno scherzare)e tutti prima o dopo fumata la sigaretta della staffa finiscono per rilassarsi, per lasciarsi prendere per mano condurre accompagnare; finiscono per confessare, per accondiscendere. Questo fanno.

Attenzione. È andata così Herr Doktor, non volevo ma

Fraulissa legge e rilegge il foglio

Marcho Marcho legge

– ritorna il giovane delinquente sopravvissuto, tale Nerito Slom

un nome strano e da destare sospetto

«le dice niente?» chiedono a Marcho Marcho

forse un albanese o un serbo croato o un altoatesino o un ladino

di quelli che vanno e vengono dai confini, non si sa bene se di qua o di là, forse è uno del Gennargentu ma è nato a Seveso provincia di Novara e l’altro giovane defunto nel corso di un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine, l’altro bandito di anni diciannove, di Everardo Manfredi

e Stella Manfredi (cugini di sangue) nato l’anno ecc. a Caspio in provincia di Ferrara, di professione meccanico di motori agricoli con due lievi condanne per furto ma con tendenza congenita a delinquere secondo le note personali; era nato così e vissuto così e la famiglia era stata informata, si aspettava il padre, domattina l’autopsia. La deposizione non si può firmare o si può firmare –una deposizione con la descrizione del caso (sic et simpliciter) è necessaria, occorre per garanzia la personale sottoscrizione del testimone oculare. O due se sono due. Occorre una firma. Pardon. Si cominci a

rileggere

leggere rileggere

rileggono compitando

si cominci a ridescrivere l’accaduto e a popolare di dettagli l’avvenimento la scena del pattugliamento

e tutto quel casino di fuoco?

«ma il fuoco dottore era su e giù qua e là» appiccato da ladri ignoti o da banditi di chiara fama come dicevano di essere: piromani, ossessi,

schizofrenici, oligofrenici, delinquenti abituali, vecchiette ingaggiate per l’occasione, signore graziose con il zolfanello, alcuni villeggianti, giovani perdigiorno. Non è da escludere anche personaggi rispettabili in momentanea libera uscita, vale a dire in vacanza; ai quali alcuni potevano soffiare in un orecchio che così facendo si esorcizzava il diavolo; ad altri allungavano un deca cadauno perla festa del fuoco o per quella del santo.

In tale accumulo di fatti criminosi (proseguiamo) si inserisce il conflitto a fuoco con questi due giovani delinquenti

– è già il mattino –

strisce di luce graffiano i vetri. L’aria con un crack si spacca, chiazze rosse si disperdono intorno rimbalzano come palle, suonando

il sonno mancato si è radunato nella schiena, in alto, fra

il collo e l’antro cervicale

l’aria è gialla

l’aria è verde grigia paglierina è rossa infine scade in un bianco liquido che l’accompagnerà per il giorno più lungo.

Brivido di freddo.

Firmare è nulla, quando si firma la verità

«ma lei capisce, Herr Doktor, che (come dice Fraulissa con quella dolcezza e una cattiveria che è sua caratteristica) lei capisce dottore che non si può travisare la realtà, intendevo: la verità. Non si possono inventare le cose così come accadono, tanto più che queste cose si sono svolte in maniera drammatica sotto gli occhi di tutti. Chi sputava fuoco era uno, e quel tale veleno»

«noi spettatori terrorizzati»

«nessuno si sarebbe sognato»

«questa versione se non si cambia non è sottoscrivibile,

non si può firmare»

«si può cambiare»

«firmarla o no»

«occorre la coscienza delle cose».

 

V

 

La domenica, con la prima nebbia. E no, perbacco. In estate, dopo la pioggia. La terra per il caldo sfiatava, il fiato saliva dando l’illusione dell’ottobre – un mese intermedio. Senza tordi, tanto è vero che a mezzogiorno ci fu di nuovo il tonfo del sole che – e la città…

Marcho Marcho e Fraulissa erano in questa città come turisti, erano in questa città come viaggiatori in transito, spedirono anche una cartolina alla Rita con un segno indecifrabile come uno scongiuro. Più in là, dal porto si poteva prendere la nave e arrivare a Trieste o Spalato lungo la costa asburgica ma decisero di continuare la strada a piedi servendosi di qualche mezzo d’occasione. Così salirono sulla macchina di un ricco (che era manifestamente annoiato) il quale prendendoli a bordo come

due morti di fame offrì rapido e preciso denaro a Fraulissa per portarsela a letto in un motel mentre l’uomo lì (era Marcho Marcho) avrebbe aspettato a basso e con un pagamento secondo le usanze fifthy fifthy; Fraulissa ringraziò per l’attenzione «al ritorno, semmai ci incontriamo» e la macchina si fermò per scaricarli al cancello di una villa a mezza ratta da cui era presumibile che si ammirasse uno stupendo panorama

«per distendere i nervi. C’è anche il giuoco del tennis, le bocce. Un nulla. A dio, addio, adieu. II tempo passa.

È inverno».

È straordinario il vigore che mette addosso l’aria del mare quando non è appesantita dal caldo, insomma quando non è agosto pieno. Un settembre così non lo ricordo, senzapioggia, vicino al mare – un settembre così (con una spiaggia visibile a occhio nudo) è un rodaggio per i nervi, non si potrebbe pagarlo questo piacere, forse è meglio delle cure dell’acqua per il fegato o per un rene. Ogni operazione del corpo avviene tranquilla, senza difficoltà. La difficoltà invece è altrove. In una vita che non è vita se consideriamo bene le cose; oppure è vita ma grama. Allora questa vita, che era grama fino ad ieri, va lavata strizzata asciugata rivoltata. Stesi in questa stanza, le mani dietro la testa, sul letto, vestiti, le voci del mare (la voce); in souplesse.

– la police spara lacrimogeni nel quartiere sanbasilio di, la notte del 30 agosto. Sopra: un gruppo di ragazzi del quartiere. A San Basilio ci sono tre scuole elementari e un solo ambulatorio per oltre 30 mila abitanti – ma dormire profondamente alle volte è un reato. Eppure dormire è necessario, almeno fino al mattino. Decisero di fermarsi un giorno poi un altro giorno per cavarsi la stanchezza

era sorprendente come si potesse avendo tutto l’agio possibile e il tempo a disposizione radunare le idee disponendole in un modo diverso o divergente dal solito. Marcho Marcho, poiché ne aveva parlato con Fraulissa e così avevano deciso, era partito proponendosi un programma; invece si accorgeva che in modo indecifrabile ma per la necessità delle cose questo progetto via via cambiava. Così anche il futuro (prossimo) si oscurava o almeno si sfissava staccandosi come un quadro inchiodato alla parete; non era detto che nel giorno tale all’ora tale ci si dovesse trovare al bivio per… cioè al luogo segnato. Un’esattezza di testa che nella presente situazione contrastava con una incertezza nell’andamento delle cose che si svolgevano contrarie alle previsioni e all’organigramma. Così che il programma saltasse in aria fin dal primo mese fu un risultato positivo; un risultato di tutto rispetto. Almeno per entrambi. Dormire, ah! con le finestre spalancate

Si erano trasferiti in questa città, nel retroterra, decisi arrestarci per almeno una settimana, volendo Marcho Marcho incontrare almeno due persone. Marcho Marcho ricevette fermo posta anche una lettera di Nice che lo invitava ad andare a trovarlo anche senza motivi precisi, perché desiderava parlare con lui e riascoltarlo; dopo sarebbe partito mentre Marcho Marcho avrebbe potuto dirottare

secondo il prestabilito itinerario.

La domenica prossima.

In questa città la prima persona che riuscì a bloccare con una telefonata fu l’avvocato Vittorio V. Costui era…ma non importa; non successe nulla, l’incontro si concluse in una mezza delusione. Avessero anche cenato insieme ne sarebbe risultata una serata da cani, sicché Marcho Marcho mangiò con Fraulissa mano nella mano. Nice incontrato poco dopo appariva dimagrito; gli disse che aveva rimandato il viaggio per la Germania e si fermava un poco, poiché

«il problema è aperto. Questo è un problema. D’altraparte non mi riesce, non si riesce più (non riesce più ad alcuno) a parlare con gli altri, con le determinate persone. Direi: non trovo interlocutori; né gli altri riescono, convicendevole elisione… Non ci sono antagonisti ma soltanto dei nemici; avversari, inutilizzabili. Molti che erano nella stessa stanza si sono gonfiati; pensano solo al grano «questa è una obiezione: si esagera a voler dire tutto; non solo; ma a volerlo dire sempre in ogni occasione a chiunque (di fronte). Un’esagerazione comune a molti i quali usano la crema dei sentimenti per giudicare il mondo e valutarlo a modo loro»

«per valutare, aggiungerei, in un modo o nell’altro le persone e il conseguente deambulare fra questo e quello atteggiando la voce, smuovendo rancore (il)»

«ebbene come può mai, come può essere un antagonista costui? bada alla sostanza»

«sta bene, ammettiamolo»

«intanto è uno»

«ma è uno; non basta a dar di mano alla zappa perché sia esemplare. A chi si può andare a raccontare un’esperienza singola a questo livello?»

«lo so bene; però se aggiungi un incastro all’altro, con la pazienza necessaria qualcosa deduciamo, tiriamo delle somme»

«i conti tornano secondo te?»

«i conti tornano? i conti non tornano mai»

«anche questa è una esagerazione»

«dobbiamo lavorare in modo pulito (voglio dire: senza lasciare tracce compromettenti) per rovesciare la nostra situazione che è in concreto la situazione degli altri; nessuno di noi, per quanto so e ne sono convinto, accetta di condividere la fiera del santo e l’aria del rischiatutto né vuol restare alla finestra. Ti immagini perdere tempo ad ascoltare i discorsi di quelli che portano ogni sera il cane al guinzaglio sotto casa dopo gli annusamenti del caso?»

«essere degli interpreti in qualche modo assumendo…»

«ognuno definisce la piccola porzione di osso da addentare. Tanto più»

«tanto più»

«come un rigurgito del lavandino tornano i vecchi mali; insieme a questi, che sono morbi per niente pagani, sopra o con essi si ripresenta l’autoritarismo dei nottambuli ipertiroidei. Lo so, è come dire: tutti a scuola e silenzio; chi rompe paga. Non è vero eccellentissimo che il clima è una clima da stato d’assedio?»

«prepararsi per un parto indolore»

«è da dubitare che ciò che dici possa avvenire senza un qualche scompenso nell’utile e forse tradizionale sistemazione delle cose»

«le quali sono».

«ecc. ecc.»

Si guardano negli occhi con una ansietà che deriva principalmente da sapere le domande e saperle impostare e enunciare con decoro ma ignorando le risposte (le quali non dovrebbero avere decoro). Bisogna aprire un cancello, saltare il muro, pigliare una rincorsa – se il pubblico ci sta e non fischia

«ognuno di noi due è riuscito in un qualche modo, e per il momento»

«per il momento»

«a sradicarsi; si può dire? è solo un atto, il primo di una rappresentazione»

«senza troppi spettatori»

«i lumi spenti»

«rappresentazione faticosa. Occorre l’impegno conseguente e la conseguente durata»

«è inutile andar lontano, tirarsi dietro il peggio e il meglio della vecchia gestione»

«è ragionevole; uguale a partire col gatto, il tirabaffi, il ferro per le camicie»

«inutile avvertire gli amici per gli ultimi quattro salti in famiglia. Essi arrivano, hanno lo sguardo triste ma dentro sogghignano: aspetta aspetta, vedrai che ritorna a casa con la coda fra le gambe»

«ah, è triste (con molta dolcezza), quello è lo sguardo dei cani sdraiati vicino a una sedia; o dei cani sbattuti fuori dalla porta».

«c’è uno, fra quelli che vogliono partire e non partono e preannunciano il viaggio e non fanno; c’è qualcuno, fra quelli, che prende perfino l’alibi della morte di un parente o amico caro lontano. Ma non è necessario che scompaia un uomo…».

Prendere a calci un sasso (è un modo di dire) – per liberarsi dall’angustia (stato d’animo più difficile da accantonare dell’angoscia, ad esempio). L’angustia perseguita mentre per l’angoscia basta una pilloletta dai colori sgargianti a farla fuggire e per dormire. Non è vero? L’angustia non si vince col sonno, resta appollaiata sulla spalla per tutto il tempo che uno è sprofondato in poltrona, nel letto (o dentro la paglia) in quel sonno. È lì che pigola, lì si ritrova dopo lo scarico.

Occhi di carne, occhi di fuoco.

Ho visto gli occhi di un tale in tivù un giorno che annunciava e raccontava la violenza: sguardo coi trilli del delatore-concubino sadomasochista (personaggio ufficiale) che gli striavano di venuzze il glande degli occhi, voceparola sillabata, scivolava sui frangenti e si buttava, eruttava dalla chiavica del cuore i vermetti che hanno il colore della carne di un bambino, gli occhi guardavano gli occhi, guardavano nel fumetto della voce mentre strisciava e le mani…

Ora i modi, i temi voglio dire, di una conversazione sono molteplici; ma se due uomini parlano, vicini, con accanimento e aggiustando le parole come viti per una certa anima (incastro della vite) e pur essendo nel fiore degli anni più giovani non sono; se si guardano negli occhi, parlando, con un tono di voce che è preludio a quelle decisioni che nei manuali e nei libri per l’infanzia si dichiarano decisive (oppure ne conseguono), allora è possibile che le conclusioni in un modo o nell’altro arrivino, nel senso che si parte dall’incertezza e da una preminente inquietudine e si finisce con un rilancio in avanti delle cose da fare; di tutte le cose da fare

«mia madre è arrivata; subito dopo, a spalla, è arrivata la suocera»

«una rottura di scatole con due donne vecchie sulle spalle»

«neppure questo; buona donna l’una, buona donna l’altra; decise ad esprimere opinioni a proposito e sproposito, decise a comandare. Entrambe, figurati; e in casa, poi! entrambe con la volontà, d’amore e d’accordo, di riportarmi in Germania. Come se fosse il regno di Bengodi, con lo stereo che spurga dai chiusini delle strade. Volevano portarmi a casa. Vogliono riportarmi indietro, ai quattro angoli della»

«non eri deciso a ritornarci?»…

Questo è il suono dell’ovvietà più acuta.

Fraulissa è seduta vicino a una finestra, mangia.

Oltre il vano della finestra si vede un fuoco, forse un riverbero di fuochi sulle colline, poiché gli incendi giravano consumando il verde secco e aggregando il verde umido – una propagazione di fuochi e fiammelle di fuochi quali anime pellegrine. Il verde giovane, il verde renitente. Niente si salvava o forse qualche pietra e qualche oggetto in un pertugio; magari il parquet di ville isolate su un poggio; oppure, come vuole Mandelst’am, il fondo di laghi improvvisamente prosciugati sulla cui terra si camminava col timore di ferirla; tutto il fuoco era intorno e Nice diceva

Fraulissa mangiava (sorseggiava)

Marcho Marcho lui ascoltava e prosciugava il mare quel lago

su cui si cammina col timore ecc.

Capiva ciò che accadeva; poteva ripetere, guardando l’altro negli occhi: l’importante innanzitutto è sapere quel che si vuole. Insomma, proporsi un programma; non un programma senza sbavature, che non si può; concreto fin nei dettagli, che non si può; ma un programma di massima per sapere dove si mette i piedi. Questo è un punto. Dove mettere i piedi.

L’ombra della statua si allungava sospesa sul cornicione, intorno c’erano nuvole, c’erano streghe pittate nel marmo, c’erano gli stracci sopra i tetti appena fuori dell’abbaino illuminato, fra le sette antenne televisive che svettavano come stelle dell’orsa, tutte più o meno inclinate in una attitudine di ascolto sul cuore della casa quasi a dire: fra poco vi serviamo –

naturalmente discorsi come questi, se isolati dal contesto particolare (nella fattispecie il luogo in cui si svolgevano e il rituale dell’incontro voluto da uno e dall’altro accettato) lasciano il tempo che trovano, sembrano insufficienti a garantire la sopravvivenza e a sciogliere i noduli metafisici della menzogna in codice e della disperazione che si annidano nel cervello fino a consumare tutto, a intaccare le cellule, il fondo della vita; anche quella tale speranza

sì sì sì.

Quando il giorno dopo Nice ripartì per la città da cui era disceso e nella quale intendeva abitare, evitando di accettare prima l’invito poi ogni altra pressione per ritornare in patria da parte delle due vecchie consorziate (intanto lì poteva di nuovo lavorare e di nuovo impegnarsi), Marcho Marcho e Fraulissa si trovarono soli; Fraulissa masticava un grissino scricchiolando e ascoltarono la pioggia dell’estate al buio

ascoltarono uno scroscio delle onde contro

anche lo stridere delle gomme sull’asfalto bagnato, voci di ragazzi, una canzone in voga, il suono dei caroselli, la musica delle otto della sera, voci di bestie al pascolo o di persone perdute che si cercavano; la politica con la voce delle otto della sera strisciava sul ventre, a tutto vapore, sui tetti, entrava nei pertugi e sotto le porte. I tetti erano disgiunti, inclinati, rossi-erbosi; le città antiche hanno i tetti di questa specie e questa è una città antica e bisogna andarsene. Partiranno il giorno seguente essendosi esaurito il daffare in quel luogo e con un esito negativo nel senso degli incontri; se si toglie il monologo con Nice, uno dei pochi ai quali si poteva parlare. Inoltre il 22 e il 23 al massimo dovevano rimettersi in moto secondo i programmi e oggi è il 22 del mese, con i fuochi sulle colline e nel bosco non ancora spenti e nei dintorni c’è anche il capo del governo a promettere chissà cosa, a giurare che? Costui prometteva sfracelli con le labbra tese sui denti, con una voce educata in pause e in sospiri parlando al dopo lavoro teatrale, fra il traffico delle sciantose e i gargarizzi dei fini dicitori; prometteva (sussultando ad alcuni scoppi di mortaretti) che a quel fuoco si sarebbe opposto un fuoco altro e diverso; così boschi, colli, monti spiagge e le vergini dai capelli d’oro non avrebbero più bruciato (queste ultime al fuoco di una passione); il paesaggio del paese di Mariko non sarebbe stato teatro di imprese e corrotto da piromani destinati a ipotetici ergastoli. Meglio rubare un quadro del quattrocento (embè!) se si ha bisogno di soldi, che cooperare a uno sbanderno di fuoco che intimorisce la gente. Chissà da dove viene il fuoco; che non sia opera del diavolo?

«Quel vecchio zio morto – dice Fraulissa – Mi ascolti?»

«Ti ascolto»

«Lo zio nemmeno lo ricordavo – diceva Fraulissa – Mi ascolti?»

«Ti sento»

«Dopo averlo ascoltato non mi libero da un gelo. È curiosità per sapere ancora, sapere meglio; è tristezza e mortificazione per cose sbagliate e non corrette, magari anche per cose che adesso viviamo e che ci sfuggono. Cose nelle quali io tu c’entriamo da soli. Ascolti?»

«Ti sento molto bene»

«Secondo me è proprio mortificazione quella che ti sorprende a sbalzi e colpisce a freddo, con rabbia. Un sasso a tradimento. Uno sgomento alle volte variato, in certi momenti anche allegro, a cui bisogna rispondere in ogni modo. Mi senti?»

«Ti ascolto. Guarda i fuochi, in quell’arco; riescono a bruciare anche la pioggia. Mi senti?»

La mattina seguente prima di partire Marcho Marcho ebbe uno scontro col gestore della pensione; poi la partenza in treno, con quel tran tran e avendo due vecchi come compagni di viaggio – un’attitudine sofferente che li travolgeva all’interno e li prosciugava; tranne gli occhi che nuotavano in un mare liquido. Nel pomeriggio arrivarono nella città di Nice; la suocera di Nice era quella tal signora, la madre di Nice era quella tal signora (l’una e l’altra); corrispondevano alla descrizione; così somiglianti da sembrare un monte di carne da cui si sprigionava la volontà di atterrire, nel senso di incombere con qualche minaccia e di plagiare il povero tedesco che si trovavano fra i piedi. Perché il figlio-genero non doveva ritornare in R.F.T.? Lassù era il suo posto come campione fra i tanti; lassù egli aveva il ripostiglio delle cose fra il verde di un prato e le ciminiere; qua era rimasto abbastanza per intendere e godere il caos, la svogliatezza di un popolo prossimo all’estinzione, senza rimedio decaduto agli ultimi gradini della scala Mercalli.

Poteva ritornare

«la piccola – parla la signora madre – fra poco andrà a scuola, non credo che»

«deve frequentare una buona scuola tedesca»

«mia figlia – parla la suocera – riavrà il suo lavoro, così gli stipendi saranno due con tutti i benefici assicurativi assistenziali, saranno due, bastanti; altrimenti vi mangerete anche la villetta che dovrò lasciarvi morendo, se mi basteranno le forze a lasciarvela perché non si sa mai»

«quaggiù – lagna la madre – povera Herta sempre in casa da quando è nata la figlia, non ha fatto amicizie, neppure ha imparato la lingua»

«inutile fuori d’Italia; è un latino appassito»

per quella sera stop alle ciarle; sarebbero riprese il giorno dopo avendo per argomento la ricerca di un alloggio per Marcho Marcho e la sua signora. Un ricovero; dato che volevano porre una fine temporanea al migrare e cercare un ubi consistam per un po’ guardandosi intorno, cercando di riordinarsi, perché sembravano zingari (parole di una madre). Quasi un ricovero definitivo in questa

città definitiva.

Si può descriverla la grande Mariko (non è Turin la bela) partendo dalla lordura ingemmata nei suoi colori che l’alpe ecc. Strutture e infrastrutture, pergolati in fiore, il profumo del ciclamino sull’acqua che da un fiume scorre quando primavera viene a coprire di rose; scorre quando la stagione inclina all’autunno e intenerisce il cuore. Quando si fa quel tempo. Una realtà di spavento. Megalopoli. Cento chilometri distribuiti sulla costa, un fronte compatto di case, trenta chilometri nel retroterra, un fronte compatto di case. Un solo campo verde verdino, così e così, essendo quello un monumento all’emozione e alla tenerezza dei presunti e dei volonterosi visitatori in pulmetto domenicale; un campetto di terra, un pugnetto di verde, un pugno di verde; un pugno nell’occhio è l’antico cimitero del sec. XIII dove pare (anche) sepolto il cantore di Lara o di Clara, che è così rispettato nella memoria a consolazione dei viventi. Lì e lì e lì con contorno di scheletri e la voce che canta in sordina «Licor del vento amato viso mio della mia donna». Via per le rue, per l’intrico di strade viuzze avenide che portano a chiese, a budelli, a piazze, alle caserme, all’angiporto. È lì che si spalanca lo spettacolo del lavoro pulsante; lì dove il cuore amaro di dubbi e rinunce ha dimora; lì si dispongono le risse, gli odi più feroci, gli amori caldi, qualche stretta di mano; morti ammazzati, nessuna cresima, tutti scippatori per necessità e senza partecipazione, uno strappo e via. Salì con l’ascensore all’ultimo piano, la signora sedendo lo squadrò ma con benevolenza (si vedeva), gli disse che le due stanze erano ancora sfitte, che ne avrebbe parlato al marito. Marcho Marcho poteva, senza dover ritornare, telefonarle verso sera, purché fosse d’accordo in linea di massima che l’affitto in nessuno modo sarebbe stato inferiore ai diciotto mesi. Marcho Marcho confermò in quanto le due stanze piacevano, sospese sui tetti della città, in un scenario di camini e abbaini squinternati ma ritti, colmi di muffa ma con la vista delle montagne sempre azzurre fra la bruma. Fraulissa diceva che le stanze erano simili a un luogo dell’infanzia. Fra loro in quei momenti l’intesa era perfetta, quando bisognava affidarsi a sensazioni a fior di pelle; così, quando di lì a due giorni poterono trasferirsi la conclusione fu celebrata con una cenetta in un giuoco di bocce, verso la periferia. La strada non era asfaltata. Ma la casa, al momento di stringere il contratto e mettere la firma, alcuni giorni dopo il trasferimento, risultò più cara del previsto (con le spese condominiali che l’uno riteneva inglobate, l’altro da esigersi a parte) e non fu possibile mantenerla. Due stanze sui tetti (living room), va bene l’ascensore e a parte la vista-spettacolo che non tutti potevano consumare con quell’animo; una vista spettacolosa, se

può essere spettacolosa in tempi quali viviamo una sfilza di coppi verdastri rosso-sbiaditi e il mezzo pennacchio di una chiesa, la sua cupola, la scaletta di ferro che si inerpica fin sulla cima di una punta. Si può dire che tutto finisce per ridimensionarsi nel cuore dell’uomo, anche a livello dei sentimenti e secondo le scosse e le propensioni degli incidenti esterni; sicché, tanto per dire, il bello o il bellissimo diventa appena accettabile. Che cosa conta, che importanza ha la casa o una casa oggi, con tutte le sue illusioni e la maniaca speranza della solitudine e dell’isolamento termico-acustico in essa? Si fa dispetto a chi? ci si difende da che cosa? la vita non siamo noi stessi? dunque da noi stessi? ma non ci portiamo a spasso di stanza in stanza, come un cane in cerca di un muro? Su questa scala di domande Marcho Marcho si rimise in moto per cercare altrove una casa con poca spesa. Fraulissa era appena impaziente; un poco stanca e non voleva cercare troppo (ti prego); alla prima occasione, diceva. Aperto sul tavolo il giornale,

la fotografia sulla quarta pagina che lei guardava e tornava a guardare, con il viso giovane del ragazzo di Santo Elia che stava morendo

– richiamati tremila carabinieri –

per essere stato selvaggiamente percosso tre mesi prima da un fattorino del tram dato che era balzato su un predellino; nessuno l’aveva aiutato; trasportato subito a casa perché all’ospedale era appena sopportato e cure costose non poteva averne non essendo mutuato; perciò occorreva iniziare una sottoscrizione, chi avrebbe versate le prime mille lire? a domani, a domani, oggi è sera, non resta che guardare l’immagine e i simboli adagiati intorno alla povera testa, a questa giovinezza. Si deve dire così. Nel silenzio della notte Marcho Marcho e Fraulissa smisero di cercare la casa dentro e fuori di sé, scoprendo che questa stanza nella quale riposavano senza mai guardarla, senza veduta sul mare o sui monti e tantomeno sui coppi, bastava; conteneva le esigenze di base e non concedeva nulla al decoro; anziché meschina era nuda, sopportava a malapena il divano su cui dormivano e per mangiare potevano mangiare in cucina sul tavolo appoggiato alla parete; benché fosse una vecchia casa i muri sembravano sottili, i rumori filtravano e si poteva ascoltare e si viveva in compagnia di altre voci. Sembrava di ascoltare rumore di alberi lungo fiumi e il rumore apriva brecce nella memoria. Fraulissa dormiva con molta libertà un sonno disteso; Marcho Marcho cercava di ricomporre il suo sogno dell’altro ieri da cui forse avrebbe potuto cavare un indizio o una suggestione per le cose da fare; un probabile comportamento. Vola cavallo di fuoco.

Il mattino dopo, la sera dopo, ancora il mattino umido, ventoso. Cavare sangue da un sogno equivale a voler cavare sangue da una rapa; ci vuole il dott. Freud per nominare quel fiume, non basta il piccolo sondaggio individuale. Allora la debolezza, l’incertezza, l’inquietudine? Lo stato ambiguo dei sentimenti per cui uno alle volte si stende a occhi aperti? che cos’è, un rifiuto della vita? regressione al grembo ecc.? una pausa, il bisogno, nell’incessante battere del martello, di un momento di quiete dopo la tempesta? Il blu è la morte, il rosso è il fuoco (dell’amore); un breviario degli affetti, un prontuario illustrato per parlare col mezzo dei fiori. Il mattino seguente è un mattino ventoso, per cominciare la giornata bisogna portarsi in strada, bisogna togliersi dalla contemplazione

– ma io son quasi tornato a una sola mente, la quale i’ posso convenevolmente chiamare Sospiro;

– un gran mare ci parte;

– una gran parte del Consiglio è nel tempo;

– compire la vita (anche se la sua età non si è compiuta); seguitare

– un gran mare ci parte da quella parte del sonno (del sogno) la quale si può convenevolmente chiamare Sospiro.

La città è lì che cresce; è lì che è cresciuta giorno per giorno nel corso di questi tempi. Si è trasformata, è cresciuta intorno a un circolo, che non è un luogo antico né un reticolo di valli ma ricettacolo di speculazioni compiute da gentiluomini che hanno galvanizzato l’ambiente; pertanto da una parte e dall’altra s’alzano palazzi e palazzoni grondanti morchia i quali davanti hanno uno spiazzo come un campo di marte, asfaltato, senza un albero, senza un’aiuola, senza un sasso, senza una panchina; un luogo d’incontro per il vento quando c’è il vento. Sul lato sinistro o dall’altra parte e di fronte ai palazzi s’alza una scuola; al centro è invece piantata una caserma con una facciata coperta di piccole inferriate. Sul lato destro c’è l’ospedale psichiatrico; a sinistra al centro a destra le finestre sono sbarrate, così al primo al secondo al terzo piano. Stracci grigi pendono. Si corre per entrare; corrono per uscire. Dall’ospedale ogni tanto esce un morto. Dalla caserma escono macchine ciabattanti. Siccome da quella parte della città era più facile trovare due stanze, fu lì che Marcho Marcho e Fraulissa approdarono.

 

VI

 

Hai fame? No, non ho fame

Hai sete? No, non ho sete

le prime giornate dopo il loro insediamento passavano, i vetri si rigano di pioggia. Di solito ai primi scrosci le ugole di cento bambini sbirravano a gola spalancata, i singulti cianotici si perdevano nell’aria dilatandosi e realizzando un concertino che tranquillizzava il mammismo dei personaggi ufficiali. Con brevi intervalli proseguiva nella notte, si fermava all’alba, alle prime luci del giorno. Questa tipica filodiffusione nazionale, condimento inevitabile al bei sole mio e al paese pieno di tartarughe e mattoni, si mescolava nelle ventiquattr’ore al sibilo delle sirene della polizia che sortiva e rientrava rientrava e sortiva; al sibilo delle autoambulanze a luci azzurre che scaricavano morti e feriti come sacchi di grano e gente stretta nelle corde, imballata e confezionata con tutti i nastri burocratici; li scaricavano sul piancito del pronto intervento e lì restavano in attesa, qualcuno lacrimando ma con circospezione. Infatti l’ospedale era un prodigio della tecnica (che come si sa è un prodigio) ed era costato oltre 34 miliardi e ci avevano sgobbato intorno 350 operai per oltre due milioni di ore lavorative retribuite. Icché, non si vive in tempi di prodigi, affermava gongolante appena qualche anno fa il conte Bastogi?

Era calvo, un nasone, la faccia disperata; quando passavano le macchine della polizia, con addosso il verdebruno che le rendeva evanescenti, i vetri delle finestre tremavano sul punto di incrinarsi; l’aria nella stanza rivestita di legno odorava di lattice, di pori gommosi, di tronco umido ecc. e la luce aumentava d’intensità; il conte sedeva lì, non dietro ma accanto alla scrivania, con la mano appoggiata sul tavolo, in posa fotografica. Ascoltava. Era stato Nice a mettere Marcho Marcho in contatto con quel signore 1) calvo, 2) dal nasone, 3) dalla faccia disperata; Marche Marcho era salito lassù (tutt’altra parte della città, nella zona alta, centro residenziale Santa Maria, con ville fra il verde e il campo da tennis) al terzo piano dove il conte aveva studio, amministrazione, archivio, magari le carte segrete

«lei dovrebbe, dottore» il conte batte l’indice e il medio sul tavolo, ogni tanto sospira; un sospiro esprimente fatica appena contenuta; «lei dovrebbe, dottore» il primo giorno, appena entrato, Marcho Marcho capì tutto, senza bisogno di fermarsi a osservare più attentamente; «lei dovrebbe, dottore» l’inflessione è dialettale, la voce ha un timbro soffocato, il volto e il corpo sembrano avvolti da un drappo, una specie di scialle gitano o un maxicappotto di linea stilizzata, caldo per il colore (un nero con molta luce); il conte rivolge la luce della lampada che ha sul tavolo verso il visitatore e lui resta nella penombra, partecipe della conservazione ma anche tranquillo, secondo bisogno e necessità gli suggerivano

«lei dovrebbe, dottore»

era calvo, aveva un gran naso, la faccia disperata, nei solchi ci entrava scavando il tempo. Quale specie di disperazione? In principio sembra una disperazione da noia, come hanno tanti signori

– era calvo –

che tutto si riducesse alla mancanza di iniziativa

– un gran nasone –

ma la ricchezza per quanto immeritata (e comunque radunata) si mantiene solo a furia di sacrifici, come afferma nel suo vernacolo perfino Yorick figlio di Yorick

«lei dovrebbe, dottore»

i continui sacrifici del conte, con il nasone, senza peli intesta, con quattro dita di pelo sul cuore

– oh, poter parlare –

consistevano tutt’ora ed erano consistiti in maggior misura in passato, quando i bambini erano piccoli e la casa solo qualche volta si riempiva di strilli (che lui non riusciva a sopportare), nel misurare e conteggiare le razioni del dbo, del vino, del pane; nel controllare le suole delle scarpe finché non fossero lise; nel traccheggiare sulla tela per le lenzuola e sul panno per i vestiti voltati e rivoltati più volte «ma sa, dottore, anch’io»

e nell’infanzia le stanze del collegio, le voci che rimbalzavano contro le colonne, gli spifferi del freddo da una finestra mal chiusa o da una porta che restava spalancata come un occhio a frugare

(radio-spia per detectives, avvocati, servizi segreti, ricercatori; ideale per indagini prematrimoniali, infedeltà coniugali, tutela del segreto industriale ecc. Radio-spia special (tem/900) ritrasmette perfettamente tutte le conversazioni. Altissima fedeltà. Lire 18.000 al ricevimento)

«lei dovrebbe, come le dico, dottore»

questo apparteneva al passato. Un colpo di spugna sugli avanzi del pranzo consumato in fretta e la vita ritorna a premere, a incalzare. La fame è scomparsa anche per i figli, in giro per il mondo

– l’Islanda è una terra desolata; ma non è una terra soltanto desolata –

«come le dico, dottore, lei dovrebbe»

(questa microradio trasmittente assolutamente invisibile vi permetterà di ascoltare sino a 350 metri di distanza ogni conversazione normale o a bassa voce, che avviene al telefono di casa vostra o del vostro ufficio. Meno caro e più efficace di un detective! Così potete essere al corrente di ciò che avviene quando siete assenti. Funziona senza batterie! Lire 35.000 al ricevimento)

«come le ho detto, dottore, dovrebbe»

la voce parlando si scioglie e diventa pastosa, la luce grigia si scompone in una filigrana rossa, verde bottiglia, verde adriatico, infine bianca

– un bianco di Bologna –

la luce la voce la casa si confondevano e formavano un nuovo silenzio.

 

Hai fame? Si, forse ho fame.

Hai sete? Sì, forse ho sete.

Un nasone, la faccia disperata. Solo lui poteva restare seduto in quel modo per otto ore senza torcere un nervo, ascoltando amici, signore, questuanti. Lui solo poteva, essendo una potenza finanziaria e di conseguenza il signore della città. Chi g’ha schei comanda. Da lassù il conte Zio governava e ammoniva, muoveva le mani, adattava la bocca, assumeva e disfaceva, sornione indifferente come un cane bagnato; così appariva dentro alla sua cornice di quadro del seicento. Chissà dove teneva i soldi. «Lei dovrebbe, dottore» il vocione si trasferisce in un altro suono, in un’altra stanza, si sfila, sembra diventare un pungiglione di vespa, si butta a capofitto pronto a ferire. Il conte scruta Marcho Marcho con occhi che ballonzolano dentro a due cucchiai d’acqua; sono fosforescenti dentro al cono d’ombra in cui la faccia è immersa. Non solo la faccia ma tutto il corpo.

Muove le mani, il nasone, la calvizie non permette di valutare a occhio e croce come con i vitelli l’età ma certamente nelle sere di vento basso sente il refolo della morte. Con quel brivido seguivano l’insonnia, i sogni cupi (veri, senza numeri e senza riferimenti a fatti o persone reali – che restano mere coincidenze). Parla e dice «lei dovrebbe, dottore» si schiarisce la voce, abbassa il tono, gira la manopola (clic della radio per cercare la giusta sintonia, senza intermittenze, senza fruscii, per una più giusta educazione dell’ascolto); cerca l’alta fedeltà, che è quella che conquista; vuole riuscire persuasivo senza mostrare il grugno; «lei dovrebbe, dottore» sul tavolo, oltre a un orologio d’oro, a un portamatite di plastica vuoto e a due pennebiro scoperchiate, c’è un’agenda aperta all’ll settembre con scritto a caratteri rossi, in stampatello Attenzione: Accordi.

Il telefono suona ininterrottamente nella stanza accanto, divisa da porte robuste e da muri maestri, la voce femminile che alla fine risponde sembra lontana lontana. Imbruniva; anche nell’atmosfera ovattata, supercompressa, difesa dall’esterno, in una sospensione assoluta di sensazioni e di agganci alla natura, si sentiva sulla pelle che era sera, che la luce si gonfiava, che un fumo di nebbia si preparava per la notte; i monti all’orizzonte, nel giorno verdissimi, scomparivano dentro a muro. Era questa la vita?

Le dita ben curate, l’orlo lucido, scollate nell’incavo, un accenno di rosso calibrato, picchiavano, meglio, battevano sul tavolo come sui tasti della macchina da scrivere, con la stessa leggerezza e con la stessa continuità; intorno si soprapponevano rumori che alle volte sembravano canzoni appena accennate, invece erano i rumori particolari che entrano in testa e si adattano nei momenti di noia, di tensione o di autentico affanno; quando (anche) si è molto felici. Un ritornello – con le stesse parole; con gli occhi di qualcuno; un rumore soltanto, soltanto il rumore di barattoli rovesciati, di un tonfo (dentro ad acqua sporca), oppure le liti che si accendono e spengono; il battere di un cuore (registrato sul disco e quasi sempre ripreso, con identici risultati, nelle colonne sonore dei film polizieschi). Il rumore di barattoli, di pneumatici che si bloccano in velocità; lo scoppio di aerei che superano il muro del suono e rimandano a terra un boato; i poveri vecchi sobbalzano e allora

 

Non è poi che il conte, gran trafficone e potenza finanziaria, vivesse nel quartiere residenziale di nuova costruzione. Nel centro della città vecchia, o quel tanto o quel poco che di vecchio restava, in una strada in salita, senza negozi, con palazzi a due piani di architettura secentesca, grate di ferro alle finestre del primo piano e a pian terreno, portone centrale con le armi intrecciate su marmo e giardini all’interno; prati all’inglese (i giardini resistevano nel centro storico con gli alberi centenari su cui dormivano i colombi); anche se nessuno lo vedeva, nessuno lo sentiva, era lì che il conte, battendo il ritmo col dito, o il tempo col dito, o la vita col dito, accoglieva riceveva leggeva rispondeva puniva amministrava col fiuto del provocatore incallito. Scegliendo di volta in volta il bene più comodo o il male più comodo, propenso a compiere le buone azioni per sé, al fine di aprirsi il regno dei deli. Non diverso da altri ma molto simile a tanti altri, personaggio in realtà mediocre, abbastanza prepotente, disposto a una facile usura eppure (riverito) signore di un impero e di una montagna di soldi. Il conte fingeva di abitare la villa nel quartiere di S. Maria perché avendo lottizzato e disponendosi a vendere il complesso, intendeva valorizzarlo con la sua saltuaria presenza e con la voce che anch’egli ci stava. Infatti i professionisti della città accorrevano a frotte e si disperdevano per le varie portinerie. Che vista, che vista!

«Lei dovrebbe, dottore»,

Marcho Marcho si domandava, mentre la voce girava, se questo era un approdo conveniente; se era valso scambiare vita e pelle per giungere alla conclusione di dovere ancora servire; o comunque di sentirsi ancora a padrone. Non era ridicolo? o tragico, per la somma di piccoli sbagli che si trascinava dietro, come tanti barattoli vuoti uniti da un legaccio? La conclusione doveva essere di tono e di ordine diverso; all’incirca così: si deve aggiustare il tiro.

L’incontro era stato casuale e casuale l’indicazione. Nice gli aveva detto che un tale cercava un traduttore dal tedesco per la corrispondenza commerciale: da leggere e in pochi casi per rispondere; il tale paga bene, occorre andare a incontrarlo poiché desidera vedere il probabile acquirente del posto; telefonargli o scrivere. Così s’avvia la trafila delle cose; Nice aveva ragione, il lavoro era abbastanza sbrigativo svolgendosi in questo modo: arrivo, buongiorno, seduto, apertura delle lettere par avion, prelettura con gli occhi e lenta ma non troppo lenta traduzione con voce normale. A volte la semplice operazione era interrotta dalla domanda «dice proprio così?», oppure «accidenti, mi sta bene»; spesso il lavoro si concludeva con un rapido commiato «grazie, può andare». Il conte zio restava seduto con una lettera in mano, rimirandola, pensando a qualcosa o aspettando che cosa? appena fuori dall’uscio mentre scendeva la prima rampa di scale Marcho Marcho sentiva monsù chiamare inveire con qualcuno, anche solo per telefono. A pianterreno le finestre erano sprangate, il portinaio stava all’erta sul portone pronto ad aprire il cancello di ferro battuto e ribattuto, a prova di bomba o di fiamma ossidrica. Il signor conte dicevano che temesse i ladri, gli scontenti, gli avversari, il personale basso, i mezzadri, i braccianti, la manovalanza generica – di cui si serviva nelle numerose imprese a prezzi sottobanco. Parlando con la gente di pari rango citava spesso la frase di uno scrittore latino de agricoltura: quando gli schiavi sono stati malati si è potuto risparmiare tanto sul loro vitto; per concludere che in ogni tempo e sotto ogni cielo si sono fatte economie. Altre volte si alzava sfilando un volumetto dalla biblioteca e lo apriva a una pagina segnata leggendo quali lavori si potevano fare durante la pioggia: lavare le botti, impeciarle, pulire la fattoria, trasportare il grano, portare fuori il concime, accomodare le vecchie corde; ne concludeva che in ogni età i tempi vuoti andavano riempiti, che l’ozio è antieconomico, il riposo settimanale impossibile (non ci si sta più dentro con le spese). Non solo; quando piove è una buona ragione per darci dentro invece di bighellonare con la scusa dell’acqua; anche nelle feste del santo, nella domenica e per le altre feste comandate chissà da chi. Sentite, sentite: nei giorni di festa si potevano pulire le fosse vecchie, lavorare alla strada pubblica, tagliare i cespugli spinosi, zappare l’orto, pulire il prato, intrecciare vimini, macinare il grano e

quando gli schiavi sono stati malati si è potuto

risparmiare (tanto)

sul loro vitto –

trasportare il grano durante la pioggia, lavorare alla strada pubblica, pulire i cespugli (sottolineava col dito), zappare i cespugli spinosi, impeciare intrecciare macinare grano corde concime sacchi avena, temeva gli scioperi(che bloccano tutto, come confessava). Il padre, anzi il nonno senza baffi e basette, era stato uno di quei lombardoni tutto lardo degli anni settanta (ottocento) che subirono in un primo tempo le angherie e che compirono in un secondo tempo, con una discrezione selvatica, tutte le angherie, anzi ogni tipo di angheria (per sé e per pochi: a cui rivolgersi); fra l’altro, con una perfetta scelta di tempo (sul come e il quando), aveva cominciato depredando la collina di Bevana con ruspe del tempo (che potevano essere unghie e badili della manovalanza); no, prima con le zappe dei contadini ingaggiati, grattando dalla terra la pelle dell’erba e grattandola dal dorso delle colline soprastanti (il manto che incantava, ricovero di ninfe, di fauni, di tentazioni silvestri, secondo le espressioni di un poeta); tanto è vero che adesso le colline si presentavano come sederini di scimmie, tutte smaciullate, incavi, spessure, escrescenze, pertugi, smottamenti, perché a furia di cava cava, prima gesso poi terra creta, una notte anni addietro il complesso era franato travolgendo un certo numero di casette e un certo numero di persone dentro le casette che erano, secondo le autorità, fatiscenti quindi destinate comunque alla demolizione. Molti dormirono per mesi all’addiaccio. Poi ciascuno ritornò al suo campicello.

In certi giorni di maggiore umidità un fumo saliva dalla terra (non era nebbia) e copriva il paese di Baveno, il paesaggio intorno, la montagna. In questi luoghi si era formata e resisteva la ricchezza della famiglia. Il giorno in cui raggiunsero il primo miliardo (liquido, naturalmente) fu allestita una festa e diramati inviti a mezzo di una acquaforte d’ampio formato, tirata per l’occasione e numerata a mano da un artista famoso.

La festa si svolse sotto i rami, poiché anche il tempo, disse monsignore, si è dimostrato clemente concordando nell’approvazione. I fornitori e i servi andavano e venivano, venivano e andavano; la festa fu sontuosa e se ne parlò. Molti invitati alla fine si dispersero per i prati.

Ora il conte zio puntava di nuovo nella direzione R.F.T.– un campo di caccia, nonostante tutto, per chi disponesse di un brevetto e non avesse scrupoli (il moralismo è una palla al piede, una malattia di provincia. Girate il mondo, girate il mondo!); nella direzione erre effe ti aveva in corso (e c’era in giuoco) un grosso affare

«ma lei dovrebbe, dottore»

la fronte alta, i capelli erano neri, quindi dipinti di quel nero, gli zigomi rilevati, due occhiaie fonde (profonde) intorno agli occhi – così appariva qualche volta quando sporgendosi dalla penombra (come da dentro il sepolcro) affondava nella luce della lampada soltanto per leggere una riga. Bastava che battesse le mani, riusciva subito a farsi servire. Così «babbo, babbo», un’eco si perdeva per le scale e i saloni proprio come il suono del telefono; era la voce del figlio minore, un ragazzetto nato dall’ultima zummata. A dire la fortuna. Era questo l’erede al trono dopo uno squinterno di femmine che avevano sì benedetto la famiglia ma che sono inutili per la propagazione della stirpe. Questa estrema cavalcata in pianura con il finale concepimento mascolino aveva finito per rassodare nel conte la convinzione che a lui ogni impresa tornava, niente gli andava a buca, era questione di sapere aspettare; di riuscire ad aspettare, come diceva De Gasperi. Insomma: era una questione di soldi

– «Ma sono calabresi!»

la bocca mia non sa la carne di vacca e di pecora

ho provato la sola carne di porco

la gente se ne va in America

perché la terra non produce niente

io non sono andato perché non

ho denari mia moglie è malata

Ho un porco e due galline con le uova

compro un poco di sale. Chi parla è

Caj. Ni. fu Gi. di anni… contad. di

è l’anno cinque ottobre 1907.

Se tu leggerai questa mia –

«Lei dovrebbe, dottore, rispondere in questi termini con un po’ di gentilezza si intende ma che si senta che sono freddo e incazzato: La fortuna mi fa dimenticare il mio giuramento. Ho deciso di comperare comperare comperare. Preparatevi e aspettate gli ordini. Il tasso di investimento è ottimo. Siate uniti. Saluti ecc. ecc.»

Marcho Marcho

«la fortuna mi fa dimenticare il mio giuramento

quella fortuna e quel giuramento

la fortuna di un uomo, il giuramento

la fortuna leggera

poiché scende su questa spalla. Se si ferma e ci sta»

Colomba colomba di un fuoco, colomba che

voli ti perdi ritorni, se voli colomba di marmo nel fuoco per sempre.

Marcho Marcho

«Lei dovrebbe, dottore».

 

Nei giorni di festa il mondo cambia, il mondo si veste. I cieli sono azzurri, le vacche sono nere. Scampanare nelle domeniche di pentecoste. Bambini con in mano i palloni. Il viso impagabile dei papà che fingono quella dolcezza che si sa. Sembra di assistere a una festa. Nice comunica prima per telefono poi a voce a Marcho Marcho, visitandolo, che moglie figlia madre e suocera l’hanno lasciato; sono tornate in Germania per via della bambina e anche della scuola, adesso gli scrivono che lassù l’aspettano. Ma Nice non vuole andare (non vuole ritornare a casa). Dice che c’è aria di bruciato in giro; un odore di fuoco, che il paese di Mariko contrariamente alle previsioni pessimistiche diventa terreno di caccia e di coca per verifiche (è mai possibile?); insomma vale la pena di restare costì. Si è giovani un giorno solo nella vita, la vita ha un solo giorno di gioventù, invecchiando si ricorda soltanto quel giorno – e quale pace scende dentro in tale momento; nel momento dei ricordi; – pace; un soffio di venti amari o lieti. Caldi. È un flusso che schiaffeggia, non si può, voltare la faccia, lo schiaffo è forte, dato al tempo giusto, aspettato. Allora ci si accorge se l’acqua è tiepida o gelata.

Che importa il resto?

Rimani in lotta con te stesso.

Si dice: in vecchiaia ricordiamo quel giorno.

«Si poteva anche considerare che l’incendio sviluppatosi nei dintorni di, come insinuava qualche giornale, non fosse casuale ma voluto. Insomma»

«un incendio doloso»

«ma è chiaro»

«nessuno vorrebbe o dovrebbe mettere la firma a ciò; vale a dire, sottoscrivere un tale atto»

«certo; non si può finire in galera per così poco»

«ma il dolo consisterebbe nell’atto o anche soltanto nel pensiero dell’atto?»

«vuoi dire nel proporsi un tale atto?»

«gli uni bruciano per volere, altri per potere, altri ancora per dovere. Un rebus, certo – dice Marcho Marcho –un rebus già bello e sciolto. Pensavo ai fuochi di questa estate, su l’arco dei boschi; fuochi dolosi, favorevoli agli speculatori; pensavo a questi fuochi della gomma, nella periferia e nella campagna; un fuoco con forte concentrazione di lotta, un fuoco non disinteressato, è esatto?» L’ultimo era un vecchietto lombardo, intanto; ma in realtà era un vecchietto calabrese che viveva nella baracca con moglie e figli (due) e relative mogli dei figli (tre) in quanto uno teneva amorevolmente moglie e picciredda vale a dire concubina; con relativi nipoti, cioè i figli dei figli (diciotto) alcuni davvero piccoletti. Come si sa i terroni sono sporchi ladri ignoranti, sono irosi e disperati, sono incapaci di intendere e di volere, sono pronti a menare il coltello, a fottere mammeta e soreta, a rubare e truffare durante il giorno. Con quei baffi. Nessuno si siede a tavola con loro. Non puoi arrischiarti a stendere una mano che ti trovi (o ritrovi) scorticato vivo. Sono d’altra parte, come si sa – non è vero bela madamin? –la vergogna del paese del sole da oltre un secolo e passa da quando capitan Garibaldi scese abbasso e loro subito dopo si misero in giro per il mondo. Africani, dopotutto, e poiché la consuetudine e le tradizioni locali hanno valore di scienza o confermano la scienza (le sue illimitate e illuminate risultanze) occorre appena ricordare che qui donde scrivo, appoggiato ad un muro, sul risvolto di un giornale e col mozzico di una matita Castel numero due (almeno questo, come condizione di stabilità; la punta non è poi troppo dura) volevo dire che da questa cintura rossa, magari di castità, tali individui sono ancora e sempre tenuti in un qualche sospetto. Per un caso, dunque, quel calabrese dai baffetti stinti, o quel vecchietto lombardo, come un piccolo patriarca di coltura contadina (sfarfallare di leggende spianate dalla bocca con dura verve, quando era in vena e soprattutto nelle occasioni), circondato di figli e nipoti e donne risultava essere incensurato

di civile portamento

pulito e lavato

parlante e ragionante con una certa vena, dicitore talvolta sentenzioso, senza malignità. Accadeva che sul tavolo della baracca si trovasse spesso qualche giornale non sportivo o un piccolo libro, che tanto piccolo non era ecc. Era un gran lombardo e un vecchio calabrese, incommensurabile; era un calabrese come ce ne sono tanti in questa Mariko merdosa. Come alla sibilla cumana, secoli e secoli di un dolore secco gli avevano leccato il viso screpolandolo in fasci; anni di una dotta sapienza e di dolore nella sapienza l’avevano annerito; mesi e mesi di gioia nel dolore e secoli di rabbia nel dolore l’avevano scalpellato poi l’avevano deriso. Una maschera dei monti; un profilo, un pugno di granito. Tutto questo tempo che durava eterno parlava dalla sua bocca; i suoi occhi

i suoi occhi (attenzione) esprimevano cose, le inseguivano; le sue mani contavano le cose, le fermavano; i suoi piedi, quando camminava, stringevano sollevavano sassi, avevano una leggerezza straordinaria; sembrava che si muovessero sul petto di un re morto e disteso, vestito con la sua corazza d’oro. Fuori, sulla terra senz’erba i (giovani) nipoti scatenati inventano guerre sul mare e navigavano navigavano. Poi calava la sera. Era piena di voci. Nice diceva che «sociologicamente e senza sentimento, cioè senza inquinare col sentimento la diagnosi, tutta la civiltà di un popolo trovava un certo compenso e una certa fortuna (quale è data alle volte dalle circostanze)in questo sedersi e radunarsi intorno al tavolo e su una panca – egli diceva – davanti alla porta davanti alla baracca e per bocca di un vecchio calabrese vale a diredi un vecchietto lombardo tutto ossi tutta grinta ascoltare, come fossero dette per la prima volta e non deposte in grembo a lor signori ma esclusivamente per tornaconto proprio e per proprio piacere; ascoltare – diceva – non parole di rassegnazione e uno sguardo, il solito sguardo, gettato al passato (insomma, il racconto delle fate) ma… ma…

i fatti che

i fatti che si

i fatti che si erano compiuti senza

senza avere successo (quindi con conseguente sconfitta dettata dalle circostanze) e i fatti che invece si dovevano compiere, dovevano essere compiuti per avere successo, o un successo parziale. Il parziale successo, diceva il vecchio interrompendo Nice, è un successo completo. Accontentiamoci delle molliche per divorare con pane la nostra fame; il re, diceva il vecchio, è un boia, bada alla cassa e al grano, non considera gli avanzi né tantomeno li preserva, cioè li serba a parte; ma questi avanzi, se usati in tal modo che solo noi sappiamo, fortificano i cafoni, gli tolgono i crampi della fame, lo preparano nel pugno e nelle gambe per l’assalto finale. Io sono vecchio ma non resterò vecchio

vecchio sono, certamente, ma vedrò questa fine. Così bisogna dire. Non dire: sono un vecchio e questa fine non vedrò. La vedrò questa fine. Intanto l’aspetto, la preparo. Io sono questa fine.

Passavano sul ponte vicino in un soffio i treni; il sibilo lacerava e salutava contemporaneamente nella notte la luce accesa o spenta lì in basso; avvertiva di un pericolo; annunciava un arrivo, disponeva alla partenza. Parlando, ciascuno si preparava.

 

Sì, certo tutto appariva o poteva apparire abbastanza irragionevole, contraddittorio; se si esaminavano le cose, cioè i proponimenti, i rivolgimenti, i fatti le attuali conclusioni della vita di Marcho Marcho. Egli stesso lo sapeva e pensava di potersi strappar via al più presto da quella situazione. Non si lascia un paese e una civile condizione (in fondo, rispettata e pagata) per adattarsi a servire nel modo più anonimo e ignominioso, quindi in conclusione abietto, un ricco che paga; non solo, ma costringendosi, nel lavoro, ad ascoltargli il fiato. Il cuore gli batteva. E non imparava niente; cioè non imparava niente di nuovo; il servizio restava soltanto un basso servizio e una lettera morta, senza contropartita se non le quattro palanche elargite in modo anonimo. La strada in salita e abbastanza stretta in cui abita l’arcifanfano, il prepotente pelandrone dal cranio ben tirato ecc. ecc.; l’acciottolato rinascimentale, più volte rifatto, risuonava ai passi dei pochi passanti (in quei paraggi tutti giravano in macchina) sicché ogni arrivo era proprio preannunciato come da uno squillo. Nessuno per lo più fiatava. Eppure una sera di sabato il maggiordomo che riceve Marcho Marcho l’avverte che il conte

«è partito all’improvviso, si scusa di non avere avvertito, la prega di ritornare fra otto giorni, dopo mercoledì prossimo. Passi in amministrazione per incassare quanto dovutole a oggi»

eppure il vecchio lombardo, cioè il vecchietto calabrese, tutto sverzuroso per un certo male che credeva d’avere in corpo e che non aveva e non c’era, accompagnò Marcho Marcho e Nice (anche Fraulissa, insieme) in un prato oltre la Biga, un nuovo quartiere già puzzolente e abbastanza verminoso di case stonacate ma neppur vecchie di dieci anni; sul quale prato c’era una tenda e un fuoco, il fuoco era davanti alla tenda e molta gente del posto disposta intorno ci discuteva con accanimento

– bruciavano cassette di legno, spaccate e ammucchiate, la fiamma crepitava, si alzava diritta e senza fumo, era una fiamma gialla gialla densa di calore; gli uomini in piedi, in circolo, saranno stati cinquanta. Alle volte parlavano insieme, gridando, più spesso mentre uno di loro parlava gli altri tacevano. Erano sere e poi erano notti calme, coi cieli nerissimi pieni di stelle, un’aria frizzante non ancora fredda

«proprio perché Poldi e la sua fabbrica non occupassero anche quest’ultimo spazio di prato per specularci sopra, per rubarci sopra, in qualche modo, abbiamo occupato il luogo recintandolo e simbolicamente abbiamo costruito la scuola che ci manca, intanto alziamo una tenda di canapa. Dovrà nascere qualcosa da gesti come questi»

«che sono espressione della volontà popolare»

«ecco il sindacalista»

«sono come voi un poveraccio senza potere e senza patente»

«uno della specie dei cani – disse il vecchio calabrese –uno del nostro paese. Questi si sentono all’odore. Appena arrivano subito scompaiono si imbucano, non sai dove trovarli. Per mangiare, per dormire. Lavorano, lavorano e basta. Ecco dove cominciare se si vuol fare qualche cosa. Nessuno si cura di loro perché vanno vengono e non hanno un indirizzo sicuro»

«noi ci contano come i cavalli»

«guardandoci in bocca»

«se possono ci accoppano come il porco vicino al fuoco o dentro la pignatta»

«a questo fuoco»

«questo bel fuoco»

vennero dei giovani, cominciarono a stendere per il lungo e per il largo il filo spinato, appoggiandolo e legandolo (fissandolo) a paletti che ribattevano in terra; i palazzoni circostanti, abbastanza lontani da quel punto, erano pieni di voci, con molte finestre illuminate; le persone si chiamavano e parlavano

«il problema – diceva a voce alta un giovane appena uscito dalla tenda – è per una volta molto semplice e molto chiaro; così chiaro così semplice che la mobilitazione popolare è stata spontanea; segno che ai problemi reali ci sono risposte concrete, cioè politiche. Questo è terreno di Poldi, laggiù è una delle fabbriche di Poldi che di fabbriche ne ha tante qua e là anche per il mondo; tutto intorno ci sono casegalere di Poldi costruite sui terreni di Poldi per gli operai di Poldi; una casa tira l’altra, la speculazione produce speculazione, tutte insieme a catena esplodono e si rinnovano sicché il quartiere è diventato quello che vediamo; quello che è; quello che voi vedete

quello che viviamo

quello che non vogliamo

un lager per mangiarci dormire in fretta e pisciarci

un dormitorio senza neppure i pidocchi per compagnia

ci vivi sprofondato nel buio

in quanto durante il giorno sei sottobraccio di Poldi che ti torchia a dovere; ebbene il quartiere fra un male e l’altro, stretto dalla sua fame, è cresciuto fino a diciottomila anime e abbiamo:

una scuola per bimbi duecento

nessun doposcuola un medico condotto a mezzo servizio

nessun centro che ricrea né un luogo per il cervello

ventidue negozi di barbiere

quindi se il buon Poldi vuol speculare e specularci su questo terreno di Poldi si sbaglia; qua vogliamo e facciamo una scuola»

tutti erano convinti e molto felici, approvavano con la testa tenendo le mani in tasca.

Una scuola sul terreno di Poldi.

Arrivò una moto con due giovani che portavano altre cassette di legno, furono disfatte a colpi di tacco e buttate sul fuoco; il fuoco s’alzò promettendo di durare. A questo punto uno azzardò quasi parlando fra sé: «e se arrivano i caribba che arrivano sempre quando c’è da proteggere il Poldi e non arrivano mai quando c’è da sistemare le cose per noi?»

«Poldi non ha interesse a fare del casino; il suo interesse per il momento è di stare a guardare»

«che facciamo? per ora abbiamo soltanto acceso un fuoco»

il palazzo in quell’isola di lusso raffinato e splendidamente conservato che è la città alta –

le luci delle case si spegnevano, il gruppo intorno al fuoco si diradava, ogni tanto qualcuno inforcava la motocicletta e via, alla fine restarono ottodieci che si infilarono nella tenda. Dentro c’era il caldo concentrato dalla tela e un lume pendeva dal soffitto, due panche, un tavolo. Sul tavolo, cartelli con disegni e scritte e un pacco di volantini ciclostilati. Il vecchio calabrese ben infervorato dalla sera e dal quel luogo diceva «è difficile difendersi dal prepotente, più difficile ancora difendersi dal potente, il quale è prepotente due volte e ha il cortello dal manico. Il suo sorriso è il suo cortello. Ti fotte col cuore e intanto devi ringraziarlo tanto sei commosso alle volte, sul serio voglio dire». Diceva il vecchio «bisogna trovare il modo per non farsi più incastrare all’uso antico, un modo ci deve essere e un modo c’è; perché per fregarci ci vorrà fregare, anche se non si è fatto vivo ancora quel bravuomo di Poldi»

Nice dice che il modo ci sarebbe, se si vuole ascoltare un consiglio da un cruco. Gli altri zitti a fumare

– hippies francesi cacciati con bombe da una spiaggia

– vi chiediamo soltanto di lasciarci vivere, diceva una scritta

– il pensiero è senza legge, incurante dell’autorità

– l’errore fa parte dell’uomo

gli altri zitti a fumare mentre Nice dice che un modo può esserci

– il capitalista è rispettabile solo come personificazione del capitale

Nice dice che il futuro del capitalismo si è in un certo modo manifestato in Suisse, ivi ha preso le prime confidenze con gli anni duemila e sta per sorprenderci tutti

«in che modo?»

risponde che «la Bld. fabbrica missili e dentifrici, un’altra fabbrica produce biscotti e fucili, la terza i leggeri cucirini e missili (inteso?), non c’è più specializzazione (che si può sempre definire e circoscrivere e che lascia in minoranza: sai fare quello e sol quello) ma un eclettismo di panzer e gelati, più spregiudicato e in ascesa; la conciliazione degli opposti, una integrazione che trova conferme anche in filosofia dove tutto è rigore»

«il fatto è che i biscotti sono duri quanto i cannoni, magari pericolosi quel tanto. Non si sa come dire. Eppure anche tu li mastichi con i dentini da bimbo»

«questo è il punto. Gli altri si aspettano questa rinuncia a pensare. Lo scoraggiamento è una loro forza crescente, così come lo è questa sorpresa che si traduce in una miseria che non finisce mai.

Finché dura avranno sempre il sopravvento»

«allora?»

«bisogna mettere gli altri di fronte a fatti compiuti; a qualcosa che non possono immaginare, che non hanno saputo prevedere. Anche fatti astrusi, autentiche amenità. Sorprese»

«andare al lavoro in mutande»

«pisciare negli angoli»

«tutti insieme, diecimila ventimila, cantare un coro di

Verdi, fischiare il ponte sul fiume K-wai o sul ponte di

Perati a braccia incrociate o

andare al cesso tutti alla stessa ora; ci aspettano al rendez-vous di fine settimana sull’autostrada, con le auto della police impennate è uno schieramento di squadroni a cavallo per organizzare e ordinare il traffico, con gli elicotteri d’Agusta che ronzano su e giù su e giù su e giù; noi invece blocchiamo ogni pertugio intorno ai cessi, ogni rua verso le latrine. Rendersi conto che

questo si può fare volendolo, basta volerlo insieme

cari amici, amici carissimi, compagni (ah, compagni) bisogna soltanto – potendolo e per poterlo bisogna saperlo e bisogna convincersi e ancora non si sa e non si è ancora tutti convinti, quindi ancora non si può farlo – bisogna rifiutare l’atroce spinta a comperare che è soltanto una corsa verso la morte, una dissipazione dell’uomo; bisogna fregarsene del calcio gioco da signori (altroché da poveri; gioco da signori, per inciucchire chi a guardare si fa venir le lacrime agli occhi; una autentica turlupinatura; un giuoco da signori come il poker; un giuoco da puttana in quanto ti caricano e poi ti scaricano all’angolo delle strade; ma lì sul calcio tutti ci fregano; pensare ai giornalisti del calcio, che altro saprebbero scrivere se il calcio fosse tolto e come sarebbero incavolati diobono). Bisogna fregarsene della caccia con tutto ciò che consegue. Non comprare tuta e scarpone né il fucile Beretta

liberato dalla forza dell’esempio; eppure mi pari perduto compagno

forza Juve

ma dove sei, dove sei stato, imbucato, col groppo dentro, dove? bischero, morto ammazzato, dove?»

«bisogna convincersi che un tipo di cultura generale è

necessaria ad una comprensione del mondo in cui si

vive. Noi cari compagni dobbiamo essere in grado di dare

risposte adeguate; ho detto risposte adeguate, altrimenti»

«altrimenti?»

«altrimenti?»

Nice si era lasciato un poco andare, gli altri lo ascoltavano a occhi aperti, sorpresi, un po’ infastiditi un po’ incuriositi

«cos’è questo discorso?» chiesero alcuni «allora dobbiamo»

«è come chiederci di scoglionarci. Ma è vita? questo proponete? questo masticate?»

«dobbiamo fare questo, mannaggia?»

entrò in campo il vecchio, con le mani tese, come esorcizzasse spiriti dalla testa di un bambino. Gli occhi gli bruciavano per il fumo e per il sonno; disse «se non rimane altro bisogna urlare». Fuori, il silenzio della notte fonda. La gente del quartiere dormiva o magari guardava nel buio con le mani sotto il cuscino. Questa era una veglia nei campi, consumata fra loro e da pochi (che s’attardavano a questionare anche se avrebbero dovuto andare presto al lavoro) come un avvenimento unico, da cui aspettarsi conseguenze. Fraulissa su una panca dormiva. Marcho Marcho s’alzò, la copri con un sacco che aveva preso da un mucchio. La guardò

– piango e gli occhi del cuore sono sul fiume Volga –la guardò, la ricopri con il sacco, la difese dal freddo della notte; avrebbe voluto portarla a casa

– ricordava: perché ti sei messa in testa l’idea che devi essere felice? –

– eppure devi essere felice –

– voglio che tu sia felice. In ogni modo. Ma come ottenerlo? –

«Questo dobbiamo fare, per la miseria?»

– il cuore mi pesa, ma non per qualche dolore che non si vede; perché è logorato, un cuore sfinito, un muscolo risecchito. Devo pensare che è tutto per colpa mia, anche quello che vedo in giro, nel mondo? –

«mi pare che non siate onesti»

«peccate di superbia poi incolpate gli altri»

«è così. Incolpate gli altri degli insuccessi in cui incocciate per orgoglio. Che cosa vuoi dire con tutto e subito?»

«è un modo di esorcizzare la paura, il rigore dell’ordine, conseguenze e conclusioni. È un atto; l’ultimo, in ordine di tempo, di coraggio»

«l’ultimo di che?»

«prima del dramma con scioglimento finale o, se volete, l’ultimo prima del grande abbraccio»

«come dire: fucilatemi al petto»

«anche questo, se vuoi»

«dici: stringetemi al petto?»

«anche questo, se vuoi che lo dica»

«ricordate? Per quanto tempo ancora dovremo andare avanti così? chiese la moglie sfinita. Fino alla tomba, moglie di un pope – rispose il marito. E la donna si alzò e riprese il cammino».

Ah, una chitarra.

La tenda, il prato diventarono un centro di riferimento da quella sera. Passavano dal calabrese e, dopo cena, arrivavano nello slargo che nonostante tutto puzzava di campagna (un odore stranito, che è odore dell’infanzia). Odore di pecora e di stalla con secche zaffate di foglie; mescolato al puzzo di fumo e benzina. Poldi non si muoveva per il momento, la tenda funzionava come un polmone buttato nel mezzo del mare; la gente veniva, portava cibo, ascoltava i discorsi, quando era buio si accendevano i fuochi. Come nei film di guerra gli uomini giravano intorno, ascoltavano, intervenivano vincendo la timidezza che è come la barba dura; dopo il primo impaccio ragionavano fitto. Miracolose per l’aria che si trascinavano dietro e come al solito sorprendenti erano le donne; arrivavano a gruppi, in ore stabilite, sapendo quello che volevano e che bisognava fare, almeno in quel momento. Lo suggerivano agli uomini; i quali nel chiuso delle case tornavano a riempirsi di dubbi. Una certa irrequietezza, l’indecisione (una faticosa perplessità) erano il segno del tempo, in quel determinato paese. Mescolata alla rabbia. Fra gli altri nel gruppo di persone giovani (per lo più) che si radunava di sera davanti alla tenda, si trovava quasi sempre un uomo di trent’anni, alto, molto magro, abbastanza allegro, vestito da povero – parecchio arrabbiato. Gli amici lo chiamavano «o terror do mundo» e lui ci rideva.

«Se non stai arrabbiato non vali» diceva puntandosi il dito addosso. E altre volte «se è buona resta, se è merda salta» in riferimento ad alcune affermazioni o alle conclusioni alle quali il quartiere era arrivato.

«O terror do mundo» era una corazzata comperata dal Brasile in Inghilterra che non si riuscì mai a far partire nel mare. Il suo nome era Alberto; il soprannome gli era calato addosso dopo che varie volte aveva salutato gli amici annunciando di trasferirsi in Germania; gli stessi amici se lo trovavano la mattina seguente fra i piedi. Parto parto e non parti mai. Ma erano contenti. Questo Alberto una sera disse: «non so dire le cose, ho paura di dirle, mi vergogno. Ma le cose sono così, le cose stanno in questo modo. Siamo intorno al fuoco e facciamo politica: con quattro legni teniamo un fuoco acceso, con quattro parole teniamo sveglia la discussione. In ogni modo facciamo politica. Fare politica è dire cose che interessano tutti, cavarne qualche conclusione. La vedo così. Si cerca di registrare i problemi, di stringerli a pochi punti, però che siano chiari per tutti poi si attacca e via. Sono contento che sia così. Sento che siamo molto uniti, che qualche cosa si può fare». «O terror do mundo» esprimeva con semplicità queste idee e stringeva i pugni; alla fine restò a guardarsi in giro aspettando obiezioni e accese una sigaretta. Dopo due tirate la gettò via e si allontanò in bicicletta con un gesto di saluto. La mattina seguente girò subito la voce che «O terror do mundo» era stato trovato morto vicino a un albero con la bici ridotta un grumo di rottami e la testa fracassata. Un macello da non vedersi; travolto da un pirata della strada, era lì con gli occhi aperti, soprattutto la faccia faceva impressione, macchiata di sangue, apparentemente tranquilla nonostante l’impatto; una faccia leggera. Lo portarono via in fretta. Il possesso del mondo, dopo il funerale e l’interramento, passò ad altri i quali si radunavano alla sera intorno allo stesso fuoco vicino alla tenda e sospiravano come liberati da un groppo esclamando «anche oggi è passato» e alludevano a Poldi che neanche quel giorno aveva mosso la dama (il suo alfiere o il suo re); però se non richiedeva l’aiuto della torce de frappe qualche cosa doveva avere in testa di più viscido e più sicuro, come aveva sostenuto a spada tratta il povero Alberto sceso a testa in giù con le sue bandiere e con tanta voglia di cantare.

Poldi non si muoveva.

Quella sera, benché il termometro fosse salito e non ci fosse bisogno del fuoco (ma accenderlo era diventata una abitudine per tutti) il fuoco era acceso e intorno si discuteva a voce alta e con uno spizzico di cattiveria. Anzi, è impossibile stabilire il grado di cattiveria che si può esprimere attraverso un discorso sui fatti – dunque un discorso concreto;

ma chi fa un discorso concreto oramai?

tutti si sono stancati, pensano alla primavera, al viaggio a Pechino, rinculano nell’utopia

la prassi ha peggiorato la situazione e, diciamo il vero, ha bruciato molte ali

«fuori i nomi, fuori i nomi»

«non serve, non si può, e poi che lista lunga e poi che lista corta, non vi pare?»

«un accidente a te; in quanto questi nomi sono poco conosciuti, poco riveriti, poco ricordati; tutt’al più potrebbero interessare amici e inquirenti di quella determinata città. Nessuno sa dove questo o quello è nascosto, dove è possibile rintracciarlo

certo è fuori d’Italia».

Il calabrese aveva ripreso la buona cera dopo una crisi di stomaco susseguente a una mangiata in compagnia – a casa i nipoti ancora lo aspettano – sulla base di maiale alla brace e patate inforchettate nonché peperoni ripieni, vino a sedici gradi come il sangue di Giuda; non poteva essere che lui a sostenere con durezza e con quel calore, con un po’ di sentimento e con il dito proteso che

– mio padre era un salariato senza leggere e senza scrivere, nient’altro sapeva fare; quando parto è un tempo cane, lui nella stalla alza gli occhi dal fieno di vacca e mi dice: quello che importa quello che non voglio sopportare è questo: è che tu ritorni indietro; tu non devi ritornare. Non tornare indietro, figlio». Il calabrese è il più indicato in una serata come questa a suggerire o a procurare alcuni indizi; egli può dire ad esempio che i presenti non c’entrano, proprio perché non sono terroni e non sono pellegrini.

Macché terroni sono veneti

macché veneti sono di Bozen

a Bozen restano perché occorre far mucchio contro i tedeschofoni i quali traducono anche l’aria respirabile emettono le anelle al naso questi figli di, se nessuno fa nulla. Ma sono discorsi, questi?

«quassù o quaggiù bisogna far mucchio contro quelli di Roma»

«ah, la cappetale. Ce ne è uno fra quelli di Roma sempre con pipa pipetta in bocca, da quando è diventato importante ha la sua puzza sotto il naso. Di noi non si ricorda. Invece ogni giorno è a Fiumicino su e giù in partenza per qualche paese. Con la scusa del lavoro. Va a far il bagno in Messico va a Cuba e noi restiamo qua con le nostre rogne»

«perché non dovrebbe divertirsi e approfittare dell’occasione se lo lasciamo?»

«salire, magari di un gradino, significa fregarsene e tirare a campare. Chi non ha la sua casetta al mare, al giorno d’oggi? Solo i mona e gli scialacquatori; o quelli che si giocano le braghe alla tris»

«nessuno di noi può tanto»

«tanto che cosa?»

«tanto di tanto. Tanto di questo»

«tanto di andare, di tornare, di salire, di scendere, aprire porte, chiuderle, su giù per le scale, viaggiare, andare in tondo dentro la stanza, o in aereo, fregarsene di Poldi»

«nessuno di noi può fregarsene di Poldi»

«allora siamo legati con i piedi e le mani a questo Ford, a questo Cornfeld, a questo Poldi Poldi».

La polizia arrivò verso sera e in dieci minuti sbaraccò tenda e fuoco; in terra restò l’alone bruciacchiato come nelle carovane di zingari. Vero è che quelli del quartiere con l’aiuto del calabrese (molto attivo) di Nice di Marcho Marcho e di Fraulissa rialzarono in fretta la tenda cento metri più a destra verso la tangenziale, contemporaneamente accesero un altro fuoco usando nuove cassette; l’aria infatti pizzicava poiché i giorni scorciavano. Quelli della polizia erano venuti sotto vento a motori spenti procedendo sull’abbrivio e non s’erano scatenati – per ordini superiori. Tascapani a casa, bombe in caserma coi fucili moschetti cannoni; le scarabattole lasciate in caserma

no a schioppi e spingarde, no al fuoco di napalm

i signori della guerra sorridevano pur anche

ma sulla polizei c’è una fotografia che si può esaminare in dettaglio sotto la lampada e con la lente d’ingrandimento. Un gruppo di giovani in divisa bardati a guerra come carlomagni, teschi scudi visiere per una strada inattesa. La strada è grande, la città è grande, i giovani hanno braccia conserte, stranieri in patria, l’occhio perduto, si vede che stanno buttando odiopaura. Si tengono le mani, stretti gli uni agli altri, gli occhi guardano per terra, sono giovani soli, giovani perduti, giovani leoni

Sebastian

i colpi e

come sei bella sei bella sei bella

un papavero però

profumi d’amore

di chi sei?

– prendere posto prendere posto il primo gruppo.

«Non è vero?»

«Non è vero?»

La domanda è rivolta dal calabrese a Marcho Marcho il quale riflette prima di rispondere e risponde così: «non è vero. La cultura contadina non esiste più, nella sua organizzazione e neanche nel suo concerto di morte – con i proverbi in fila stesi ad asciugare; erano tante voci di una enciclopedia. Non c’è più. Non l’ha sostituita, per portare il peso di tante teste unite, la coltura operaia. L’una è finita a braccia aperte in qualche scantinato di città del nord come una battona arrivata in Emaus col pugnale fra i denti; l’altra non regge il volo, vola col culo basso, le ali non schioccano perché ali giovani non ha, penne non ha, non ha braccia gambe forza nel volo alto – si propone solo di generare. Quando è chiamata a rendere qualche ragione arrossisce perché non si è mai alzata la sottana»

«allora preparati a remare (in mancanza del vento)»

«Tu dici che i compagni della giovinezza sono diventati estranei; d’altra parte che tristezza avere da vecchi gli stessi amici degli anni giovani, non cambiare, non saper mutare, non rovesciare, non cercare cercare cercare. I compagni della giovinezza diventano brave persone ricche rispettose, col campicello (ciascuno) e il nome sul dizionario o sull’elenco del telefono. Il colto e l’inclita si inchinano, porte aperte per chi porta e anche disserrate:– pensare che eravamo giovani insieme con questi monsignori. Oggi se li sfiori (per caso) non ti riconoscono, guardano male, passano via ma chi è costui? »

«cosa ne facciamo dei grandi uomini?»

«per dio che miseria»

«Poldi cerca rogne»

«Poldi dà rogne mica le becca»

tu che hai gli occhi

di notte cubana

«una chitarra per la rivoluzione»

«sparano i candelotti ad altezza d’uomo»

«è chiaro che cercano d’accoppare»

«cercano? debbono, amico caro»

così con il pensiero si accoppa il negrobianco e l’autorità finge d’ignorare la cosa, leggi in Cleaver a pagina centododici: «quest’anno tutto è in piazza».

«Ebbene organizziamo anche noi un picnic al barbecue»

«è un bel programma politico, con un goccio di divertimento e una piccola libertà. Lavorare in letizia, per una volta».

Si doveva andare in giro con la macchina e con un altoparlante a mano per avvertire la gente non solo del quartiere che il prossimo sabato sul prato davanti alla tenda si sarebbe tenuto un picnic politico al barbecue; i soldi ricavati avrebbero servito all’organizzazione; non solo, ma anche per onorare la memoria di «O terror do mundo» che morto da dieci giorni sembrava trapassato da venti secoli, tale e quale i monaci che dormono nelle tombe sotto le chiese sconsacrate da Napoleone e oggi pittate ancora e spalancate. Quello dei monaci così scoperchiati sembra un sonno da commedia elisabettiana oppure un riposo prossimo al risveglio, comunque una morte senzamemoria. L’opera dei pupi. Morte secca.

Al megafono si mise Nice col suo italiano strascicato, Marcho Marcho guidava; due borghesi per un picnic di battaglia. Bastava l’intenzione.

Poldi era invitato.

Poldi disse che non avevano idee

che copiavano i poveri negri del Texas (dove io ci ho una casa), Poldi si presentò all’appuntamento del barbecue pimpante, con il sorrisino da pallottola in testa.

Naturalmente lo cacciarono.

 

Nota. Sull’improvviso arrivo di Poldi e sul susseguente casino si può dare questa relazione verbale di uno dei presenti, trascritta nei giorni che seguirono: a un certo momento sul prato si presenta la Miura di Poldi tirata a lucido. Frena e fuoriesce. Sbatte la portiera col sorriso della domenica poi dice «cosa si mangia di buono, oggi, e che bel odore», aggiunge «se ci fosse uno di voi allo spiedo, col ferro infilzato nel culo e un limone in bocca, di quelli di Alcamo badate, lo addenterei volentieri e chiederei una coscia. Col vostro permesso». Il calabrese si mette a urlare «a me invece piace il rognone e ora te lo mostro» e si calò i calzoni. Intanto Poldi per nulla intimorito ma in cerca di guai, si capì subito che era venuto per provocare, con un dito teso proteso ed era quello del brillante, a voce alta cominciò a declamare «ma che bel sedere, che bel sedere» indicando una ragazza, una delle operaie della fabbrica. In quel momento Rigo prese a inseguirlo con un bastone, Poldi scappava gridando mi ammazzano mentre l’uomo chiamato Varieté sbatteva una pietra sul cofano della Miura che si riempiva di bozze come dopo una grandinata. Le donne applaudivano ad ogni colpo e gridavano dai dai.

Che Poldi avesse avuto quel coraggio di divagare nella tana del leone, e con l’umore perfino nel dito, fece impressione

«è meno merda del dovuto» disse qualcuno

«in quanto alle balle, le ha»

«avendole rischiate»

«amen» gridò in modo terribile il calabrese e quasi scoppiò a piangere, poi sostenne che il giorno della rivoluzione era lontano.

Esaltazione della debolezza certa non di una forza probabile – da contare strisciando sul fascio di nervi. Poi? di questo parleremo più avanti;

la sua paura, la paura dell’uomo e non tanto la sua durezza cioè la durezza dell’uomo. I suoi rossori, la cattiveria che è piena di dolcezza. Poi? Di questo parleremo più avanti.

Intanto, soggiunse un altro, è giusto riconoscere che l’abbiamo preso nel.

Nessuno mangiò carne alla griglia (secondo il programma) questa sera e questa sera

la tenda fu disfatta. È la verità: la tenda fu rasa al suolo dagli stessi occupanti. Con la rabbia che solo l’amore può dare. Alle volte.

 

Fraulissa dice a Marcho Marcho «ti lascio». Marcho Marcho la guarda, la guarda e non la vede, vede se stesso dentro a quegli occhi. Risponde appena «che cosa succede?». Fraulissa lo guarda in un modo che taglia tanto è dolce – con quegli occhi chiari; dentro c’è l’ombra che s’allontana. Quasi ai bordi dello slargo dove la gente del quartiere parlava ghignava singhiozzava (si fa per dire) apparvero i gipponi con cannoni sul carro e gli anticarro; era l’intero armamentario della police in movimento per mostrare il suo davanti e il suo didietro alle folle e per dare un saggio di walzer o di ballo al cartoccio. Ciascheduno di coloro teneva in mano un bastone.

E via.

 

Altro che il precedente casino.

Elefanti, jene in croce, erbivori scriteriati un poco maniacali, col sole del sud nel sangue caliente e il fuoco di Sant’Antonio, corsero e ricorsero fino ad azzannarsi, a sfinirsi. Fuoco fumo trombe dolore. E quali trombe! Meraviglia nel dolore, cioè che ci sia e ci possa essere un dolore così giusto, vero, così preciso, resistente. Un dolore che resta nel sangue per dieci generazioni. Una lunga attesa (non è vero?).

Fraulissa dice a Marcho Marcho guardandolo negli occhi(un amore che si allontana), guardandolo con tenerezza; Fraulissa ripete e Marcho Marcho non sa dire altro, non sa rivolgere che una domanda poco convincente «cosa succede?»

«non vedi? questo succede? come ti ho

detto e come adesso

caro caro

ripeto ti lascio»

Marcho Marcho si guarda attorno per un momento e dice

«che cosa succede?»

Fraulissa gli stringe il braccio, lo stringe e ripete «succede che ti lascio»

Marcho Marcho la guarda con puntiglio, guarda e non la vede. La sua memoria si copre d’ombra, insorge una zaffata di paura «cosa succede, Fraulissa?».

Là si odono i primi squilli di tromba, i cellulari si mettono in moto compatti con i vetri schermati e come uno schieramento di carri (armati); avanzano(da noi c’è il gusto delle parate, del rumore di polvere e di saliva –specialmente negli alti papaveri; il rumore del sangue che esce e scava il suo alveo in terra; lo sparo secondo sparo terzo sparo e il papavero arrota i denti e dice: visto? altro non potevamo fare, con tanta pazienza; digrigna i denti li spazzola li lustra nel sorriso che è un trionfo) «dov’è Quel bastardo di nigro?»

la gente comincia a indietreggiare, si fa silenzio; rumore di motori, gli scudi di plasticacosì compatti ogni tanto producono stupefacenti riverberi, sembrano una siepe di filo di ferro, una staccionata o una piccola diga (colore d’argento), una fila densa come il brodo.

Molto bene allineata.

«Ti lascio» dice Fraulissa.

«Che cosa succede?» domanda Marcho Marcho

– Fraulissa aiutami –

e aggiunge «non lasciarmi adesso»

«adesso?».

«in questo momento; in questi giorni. Dobbiamo cercare e lavorare. Sembra un impegno comune; non ricordi?».

Partono i primi colpi, tesi; sibilano tirandosi dietro una scia di fumo. Somigliano alle palle del volano, con una capocchia più sgraziata: scoppiano aprendosi con un tonfo quasi che tutto accadesse sotto terra. Si sentono voci pianti invocazioni che non mancano mai e che mettono i brividi

– amore vero, amore bello –

– correre coi tacchi, nel prato, non è facile –

– mamma, oh mother, mutter, quando faranno la scuola? –

infine, così mal disposti così sorpresi è difficile reggere (psicologicamente) al sibilo delle jeps che si lanciano come un saccone di mele marce. In quel momento ciascuno vorrebbe essere un re di Spagna per pungere incalzare rovesciare e dirimere. Il rosso sale agli occhi, odore di polvere, l’aria della sera si mette a soffiare da basso

 

«ti voglio lasciare» dice Fraulissa

 

furono divisi dalla calca. Ognuno dei partecipanti seguiva il proprio destino anche in quell’occasione. Chi correndo cadeva era sopraggiunto scalciato bastonato strascinato arrestato. Sputavano in faccia, dicevano troia alle donne palpavano le tette alle ragazze prima di scaraventarle sui cassoni. I più giovani correvano, i vecchi si lasciavano afferrare (si lasciavano morire afflosciandosi a un tratto).

Fraulissa, Fraulissa aiutami.

Marcho Marcho si trovò vicino a Nice il quale, ansimando, gli disse che il calabrese era stato preso, portato via a colpi sulla schiena poiché scalciava sanguinava ma ancora sacramentava come un invasato

«lo rivedremo domani, non possono tenerlo dentro»

«è così»

in quel preciso momento si udirono simili a colpi dati con le nocche sulla tastiera, a colpetti sul vetro di una finestra (o qualcosa di simile), si udirono raffiche di fucile, di un mitra dei mitra. Si sgranavano, il suono era secco, doce doce.

Era in atto sul prato la caccia dell’uomo, col contorno dei palazzoni sprangati, troppo lontani per offrire un qualche riparo; d’altra parte la police avanzava in una fila aperta, uguale alla fila delle alzàvole quando si muovono in mucchio sulle valli nelle notti care ai becchini;

la gente scappava sparpagliandosi ma poiché il luogo era aperto finiva per essere ricondotta in un punto (come la lepre) contro la rete che si scuote ma non si straccia. La police godeva ad aizzare; i fari buttavano luce,

frustavano le caviglie di coloro che scappavano ruotandoci intorno, alcuni si lasciavano dietro qualcosa; persisteva il crepitare dei colpi lanciati da qualche parte con una stizza che non dava tregua

«vedi, potrei»

«tu potresti?» Fraulissa lo guardava con quegli occhi

«se avessi tempo potrei cercare di rimettermi al passo; ma che cosa è stato?»

«non è…» laggiù il calabrese gridava e la frase restò amezzo

i carri erano più vicini, si sentivano le voci, il rumore dei cingoli, gli ordini; c’era poi l’insopportabile riverbero dei cofani sbattuti dalle vampate dei riflettori i cui fasci di luce zigzagavano; nessuno

«il quarto vada a destra» era un ordine vicino all’orecchio, con un forte accento di dove? la police si disponeva all’attacco, dato che i signori in abito di gala e fiore all’occhiello s’erano messi a correre e procedevano saltellando seguiti dal parco automobilistico in assetto dimarcia. Attaccavano anche le sirene

«ho riflettuto a lungo; ti lascio»

«mi lasci, ti dispiace?»

cos’è questa mancanza di tenerezza nella voce (che invece resiste nello sguardo) pensava Marcho Marcho; assenza di ogni ombra di spavento per la cosa e nessun rimpianto visibile per chiudere in modo abbastanza brusco una lunga fetta di vita? il tempo non conta? l’abitudine alla compensazione? non contiamo qualcosa (per gli altri)? Voleva parlare ma si trovò sopraffatto, sballottato; non sentì il dolore in quel momento, né l’ansia per il trambusto; era inginocchiato su se stesso a pesare con un po’ di stupore, con l’angoscia del caso, lo squarcio apertosi nell’armatura.

Vacillava

«perché adesso?» domandò

«perché stasera allora; o ieri; o domani?» indolenzito per gli strattoni e la violenza, per le botte e qualche sputo, viaggiava sul camion insieme ad altri verso la centrale. Un poliziotto fra di loro con lo schioppo a tracolla non guardava nessuno; l’aria era rigida; il gippone dimenava la pancia e sembrava sul punto di sfasciarsi; il rumore all’interno era assordante.

La solita trafila su per le scale della centrale, giù per le scale della centrale, in mezzo alle sue braccia, dove sfottono sbattono strattonano per fare reagire e colpire (ancora) se i nervi non sono legati col filo al bottone; un luogo di provocazione dove è messo alla prova il sistema nervoso di ognuno che

«eppure lei la conosco; te ti conosco» sosteneva il tal dei tali guardandolo, uomo biondo con i capelli ben pettinati, pezzo da novanta nel parco dell’impero, un «sua maestà il potere» con l’aria efficiente secondo il cliché dei settimanali: magro, scattante, generoso, imprevedibile, sicuro (sul lavoro)

«non credo, non credo» sosteneva Marcho Marcho con voce calibrata per non offendere l’uomo che gli stava davanti col petto in fuori e tuonava davanti al lume;

«io mi chiamo»

ecc.

l’altro sosteneva «eppure ci conosciamo e da un pezzo, hai la faccia da vichingo bello mio» si sforzava a pensare. Non gli interessava altro; in battaglia, si vedeva bene, con questo unico pensiero. Marcho Marcho sentiva sul collo il fiato dell’antagonista che premeva da dietro

«non direi proprio» esclamò, si tolse dalla fila, si ributtò nell’ombra, si confuse sfuggendogli. Si accorgeva che l’altro ogni tanto lo guardava

«dove potrei andare?» Marcho Marcho interrogava se stesso in merito al suo problema con Fraulissa – ora così lontano con i pensieri – «non è questione di conti che non tornano, di saldi non sicuri, di pezzi di anni scoperti; c’è altro, qualcosa di diverso, più fondo; devo riuscire a scoprirlo, perché è questo che mimanca per capirci qualcosa. Ciò che credo non è ciò che è, i due calchi non coincidono; a voler semplificare»

 

«noi ci conosciamo, dottore» la voce dell’uomo da dietro la scrivania striscia nella penombra entro cui Marcho s’era ridotto, e lì si era intrufolato togliendosi dalla fila,

«anche se ammetto che nessuno di noi può rispondere a due domande contemporaneamente; allora?»

– Fraulissa aiutami –

in quel preciso momento Marcho Marcho sentì pena per se stesso e questo sentimento lo ricoprì come sangue; per la prima volta ebbe compassione di sé, sentì un certo affetto morboso che lo trascinò a meditare la cosa con condiscendenza; con molta indifferenza nei riguardi della situazione nella quale era coinvolto e in quel luogo, con domande, occhi scrutatori, la possibilità di una imputazione.«Che senso ha questo disporsi in quadrato per difendere l’ipocrisia e, in ultima analisi, un proprio tornaconto? Non voler cedere, perdere, concludere; tutto deve scorrere senza lasciare affanno, neanche un po’».

Marcho Marcho era lì con la sua menche di cenere(e di sale). Marcho non era vecchio.

Fraulissa gli dice ti lascio. Gli dice ti devo lasciare. Perché ecc. Questa è una premura sospetta. La fretta non regge. Perché questa fretta? Lo chiamano per verbalizzare

«io la conosco»

Marcho Marcho mentre firma dice: «Forse ci conosciamo»

«È una prima ammissione» soggiunge l’uomo, sollevato. La buona intuizione non deve mai fallire, lasciandolo di stucco; non può zigzagare a vuoto senza perdere le braghe. «Questo non è un interrogatorio, non è una prova. È un primo incontro, fatto per lasciare traccia. Ciascuno depone il suo biglietto. Intanto è assodato che io la conosco; è vero?»

«È vero»

«Bene»

Fraulissa potresti non volertene andare, ma potresti restare avendo per una volta cambiato idea; potresti

«È vero che noi ci conosciamo»

«Bene ora domandiamoci che cosa faceva in quel posto, a un picnic con quattro scalmanati, in un giorno tale, che poi nel corso dell’orgia pestano un industriale che non è l’ultimo venuto e gli sfasciano la fuori serie a colpi di pietra»

«picnic al barbecue…»

«vuole dettare il verbale? Ci sbrighiamo. Si verbalizzi che il dottore eccetera partecipava da spettatore eccetera al barbecue senza proporsi in modo specifico alcun dolo» voci irose nelle altre stanze, qualche grido, alcuni rumori sospetti di sedie strascicate, colpi sul legno, piedi in movimento; il sottobosco della piccola ingiuria e dello strapotere era in movimento per colpire e iterare. Qui c’è luce e un odore di tabacco, una tranquillità apparente, non è da dire che manchi un po’ di savoir faire, perché questo distingue il funzionario scattante dalle vecchie rozze della routine – le quali alle volte, secondo il dottore di vienna, proprio per questo si imbestialiscono cercando una rivalsa. Inferiorità schiacciante che dice «ora te lo mostro io».

Riempita la mezza paginetta, apposta la sottoscrizione autografa lo lasciarono andare. Nella notte con le finestre della police che sbavano luce e sembrava un latte traboccante che cosa resta da fare se non affrettarsi a piedi, ricuperando nel respiro un po’ d’aria che serve alla vita? Via, con un certo magone. Per il resto bisognava aspettare che il mare si calmasse, che la mente centrasse qualche proposito.

Così non poteva pensare che durasse.

Ha quarant’anni. Corre verso i cinquanta.

 

 

Seconda

 

I

 

Cessata la battaglia spirò un vento gelato. Poi scese la neve. Una nevicata fantastica. La bella città che è Lucca – ma non è Milano. Lì non ritornerò neppure se la vita mi farà a pezzi.

Oh figlio, oh volatore!

Fraulissa ormai è lontana, anzi Fraulissa è ormai vicina, tanto vicina che si può toccare con un dito, tanto vicina che di lei si può ascoltare il suono del cuore o quello più misterioso, in un certo senso, del respiro; lei così attenta, così gradevole; così unica. Dov’è? Fraulissa non è lontana.

Cessata la battaglia spirò un vento gelato. Comicia a cadere la neve.

Lì, sul prato, rimisero in piedi la tenda.

Se Poldi lo vuole l’avrà presto e bene, diceva il quartiere; cioè non tutti quelli del quartiere: la maggior parte; cioè una delle due parti; la parte ghibellina che è la parte più attiva e sorridente – anche la parte più decisa. Oppure i quattro delinquenti, come scrivevano le gazzette, i soliti pescatori di frodo e nel torbido eccetera. Comunque alcuni del quartiere dicevano le frasi sopraindicate, contando sulla solidarietà degli altri.

Non c’è un potere buono o un potere cattivo; il potere è corrotto. Chi agisce, chi fa qualcosa o si propone di farlo, alle volte si ritrova solo. Magari per mancanza di fiato. Anche questo è da mettere nel conto. La tenda era di nuovo lì, coi paletti tirati, con le scritte a gessetto rosso, un po’ slabbrate sul legno o sul cartone. La neve sbavava tutto, sicché alla mattina i cartelli avevano la tristezza della faccia delle statue nei giardini, scavate dal freddo, col segno che scende dagli occhi alla gola e che l’umore della pietra dilata rendendolo tragico. Uno spettacolo deprimente

«ti lascio»

Marcho Marcho non la guardò, non alzò gli occhi (dove guardava?) dal piatto (dove mangiava?) dal giornale (dove leggeva?); non rispose, non chiese nulla, non arrossì per quel colpo alla nuca – che spesso agisce sulle coronarie colpendole a pugno chiuso

«devo lasciarti»

era inutile chiedere o chiedersi «che cosa ho fatto», un addio non è la morte, una separazione non dipende necessariamente da una colpa

«basta niente, al giorno d’oggi, per interrompere i legami, le buone amicizie, solidi amori»

«è diventato difficile vivere insieme, cioè continuare a vivere insieme»

«nulla».

Semplicemente è accaduto.

Intorno alla tenda si alzano di nuovo i fuochi; il fumo cresce, la fiamma mordendo il legnetto diventa bianca poi sporca quando finite le cassette deve alimentarsi con gli scarti più diversi; il freddo tiene porte finestre chiuse, ogni uomo è bullonato in casa davanti alla tivù, in un angoletto; chi si muove e si dà da fare sono pochi –sempre gli stessi.

Ci sono anche costoro. Arrivano, lasciano in un angolo il pane per il cane e si mettono a ascoltare.

Di notte cappe di vetro calano sulla pianura, i tronchi scampati alla speculazione si spaccano.

«Vedi – dice il calabrese – se o’ rey fossi sarei in un letto caldo, in una stanza calda, in una casa calda, in una terra calda (lì ci spuntano i fiori); ma il cuore dove? con i pensieri che girano in testa al rey e la solitudine e quella regina dal gran culo. Non credo che questa gente possa essere felice. Non nel modo che è giusto essere felici. È gente balorda. Con figli e nipoti intorno, anche se c’è casino, mi sento (dice il calabrese) nel modo giusto, come è giusto il modo d’essere felice. Mi curo come voglio dall’ulcera e guarisco. Da noi non si muore». Accende il sigaro, tossisce.

«Non devi fumare che ti brucia il petto. Il fumo ti arroventa» dice Nice.

«II sigaro calma» gli risponde.

 

II

 

Stiebeling era un finanziere siculo che in barba ai ragiunat leccaquattrini, come tutti quelli che spaccano il capello in quattro e credono di essere e non sono (si rimanda a Gozzano, loro unica lettura tascabile, e le di lui lettere all’Amalia) aveva radunato grana addirittura a vangate nonostante i ragiunat dicessero in giro che era un invertito; così era arrivato alle leve del potere, alle stanze del bottone, al bordello principale. Mingherlino e minuto, con il suo faccino scavato, i capelli non troppo radi incollati dal Bayrum alle tempie e un odore gradevole sulle mani, sulla fronte, per il corpo

Stiebeling era un finanziere siculo che voleva e poteva; meglio: era un siciliano passato a Melano e diventato finanziere in barba a codesti meneghini tifosi dell’Inter. «Con Stiebeling, se lei ritiene di farlo, potrà avere un buon lavoro, non dico un impiego, a ore confacenti. Lui ha bisogno più di me in questo momento e lei dottore resta nel giro, il lavoro non le deve mancare». Bon. Tali frasi sono del conte zio retour d’Afrique, con gli occhi non più acquitrinosi ma asciutti asciutti, addirittura secchi, sprizzanti dal taglio una decisione coatta e perché no? una sventagliata felice. Le dita picchiavano sul tavolo, egli era seduto da una parte col gomito sul tavolo come sempre, appoggiato al tavolo con la luce dappertutto

«lei può»

«cosa ci perdevo o guadagnavo?» si domanda Marcho Marcho.

Sogliono ai mercanti essere

necessari quattro libri:

l’inventario, il memoriale, le efemeridi o diurnale

e il magno o magistrale (questo è quello nel quale si trascrive compendiatamente tutto ciò che sta segnato nel memoriale).

Tutto si perde ma la coscienza ci assolve.

«Che cosa ci perdeva?» – nulla se non la faccia; bisogna ripeterlo, quello che si era lasciato alle spalle valeva ciò che si trovava sotto in quel momento? Non era stato compiuto un passo avanti. Avere bisogno di soldi per sopravvivere non era una giustificazione.

Così va bene.

Ma si può migliorare.

Domani, che è lunedì. Oggi lasciateci riposare.

Stiebeling era diverso. Era migliore (di chi?). Stiebeling era uno dei meravigliosi ometti mezzi fuchi e mezzi ciccia che van bene di fronte e di spalle per le copertine in tricromia di una rivista; uno degli ometti che fregano (con dolcezza, uguale a una tela di ragno controluce) e finiscono per uccidere o per distruggere in questo modo, succhiando sangue giorno per giorno; e lasciando gli altri spompati, con la medaglia vermeille da veterano sul petto – e con un sorriso da fesso. Ogni giorno ti tengono in pugno (anche al giuoco delle bocce)

«per favore, può telefonarmi in garage?»

«per favore una scatola di sigarri»

«per favore un cerino»

dove si va a finire? allora

«vaffain amico, lasciami in pace» allora

«passi in amministrazione per la liquidazione»

piccolo minuto, di poche parole come si addice a simili menippi, sedeva composto, guardava negli occhi, niente gli sfuggiva

«come puoi – diceva Nice a Marcho Marcho – sforzarti di capirlo, in quanto è quell’uomo voglio dire; mi sembra una fatica inutile. Sono tutti uguali, innaffiati dalla stessa pioggia. Sballano alla stessa ora».

«la evito questa fatica – diceva Marcho Marcho –però capita di impegnarsi per dare qualche giustificazione anche ad ogni azione contraria. Come non sapessi le contraddizioni dentro alle quali ballo. Ma se non arrivo in fondo non ne salto fuori.»

Era l’anno del sole quieto, bisestile, un anno molesto per le folaghe che non volavano, per gli epilettici, per le basse maree; quando cessò il vento cominciò a nevicare. Il cadere di foglie foglioline era uno spettacolo per bambini; i quali se lo godevano per un momento ma con circospezione, senza i forsennati entusiasmi da libro di testo. La neve. Cadeva e restava in terra con le zampette aperte inciucchita dal botto; la strada per il lungo e per il largo sembrava una cera messa per stendere chiunque si avventurasse. Quando cessò il vento cominciò a nevicare. Raffiche di galaverna infilavano i vialoni, si immergevano franando oltre il pratopiazza contro i palazzi che scuotevano la coda. Dicevano che quel tipo di vento, una galaverna che procedeva a fiondate e finiva per dar pugni nei muri; dicevano che segava i palazzi alla base e li scuoteva.

Cessata la battaglia spirò un vento gelato.

Stiebeling amava parlare, era contento quando qualcuno l’ascoltava. Qualcuno che doveva essere scelto da Stiebeling stesso, il quale non si esibiva di fronte a estranei. Una sala con un tavolo in mezzo, tirato a lucido; le pareti erano di vetro, si spingeva un bottone e si riempivano negli interstizi di fauna tropicale nuotante in acque verdi; in queste acque fra il vetro nuotavano piccoli pesci con segni strani sul ventre e con musi da pugili; gli occhietti intontiti verso quel punto o fuoco. Nell’acqua piena di bolle, fra il verderame, i pescetti sgambettavano e apparivano sempre più oppressi dall’insicurezza del viaggio e dall’improbabilità di questa residenza provvisoria. Di lassù tuttavia guardavano il mondo. II quale si stendeva sotto in un mare di nebbia e neve, con le strade mescolate a un nevischio impregnato di morchia

– jusqu’à la fin du monde –

Stiebeling nei momenti di pausa ascoltava musica di organo da uno stereofonico giapponese a cuffia sempre dallo stesso disco che ormai frusciava, inoltre si conteneva nel suo bisogno di scatti e di dare ordini «per vedere la gente in movimento intorno a me». In questi momenti parlava e speculava come gli amici pesci poi sentenziava togliendosi la cuffia

«per chi è in alto nella scala sociale, il leggere pochissimo è opposto al leggere moltissimo dei poveri studenti, dei poveri studiosi rompiballe che devono studiare e del pubblico cretino, da mettere in mucchio»

«nessuna paura, egregio dottore, finché i rivoluzionari frequenteranno in abbondanza di felicità biblioteche e librerie. Uno che legge non è mica un pericolo, è bell’e disposto a diventare il potente di domani entrando nei ranghi. Direi, senza sforzare le cose, che egli ha già guanti faccia culo da Nicotera.

Pericoloso è l’ignorante duro che sa soltanto ciò che vuole e nient’altro; che non sgarra, non ritira la mano; non fuma pipa o Marlboro; ha letto un libro e quello l’ha mangiato come un tarlo; lui non aspetta altro che scatti la molla. Questi per fortuna sono pochi. Invece c’è sempre una serenata nella giornata dell’aguzzino o un valzer di Strauss.

Mi scusi, continuo. La rivoluzione non deve conoscere altro che se stessa; infatti non è un progetto ma una realtà. Non ci vedo un futuro per questa rivoluzione che per fortuna si fa ogni giorno più dotta, che ha le sue acqueforti, i suoi pittori, le sue sciantose, i suoi canti di guerra. Macché. Il giuoco è fatto. Oggi si legge molto per consumare molto»

Stiebeling lanciato da un fervore patologico parlava con la decisione del vecchio presidente ormai trombato (ma quale?) mentre il cielo lampeggiava attraverso vetri e laggiù le auto fosforeggiavano con luci rosse svoltando a destra o a sinistra, aprendosi e chiudendosi come un ventaglio andaluso. Stiebeling voleva sapere l’opinione di Marcho Marcho circa; non voleva un consiglio ma conoscere il parere; poi concluse di volere anche un consiglio in riferimento a una questione urgente «anzi, disse Stiebeling cambiando tono e sollevando la cuffia dalle orecchie, le dò alcune notizie prima che arrivino gli altri. Il vero presidente nel corso di questa riunione dovrà fingere d’essere lei; non cerchi di ribattere, sarà compensato; sono francesi legnosi coi quali non è facile legare perché sono pieni di sospetti; guardano ma non si muovono. Bisogna defilarsi. Detto questo – continuò Stiebeling – riprendo il discorso di prima in quanto sarà oggetto di discussione. All’incirca. L’allargamento dell’informazione a tutti i livelli – questo che è il nocciolo della questione – deve corrispondere a un abbassamento della sua qualità. Le università sono la latrina della cultura, piccoli casini per gente bisognosa di un assegno per continuare a vivere. Seminascosti fra gli oleandri delle ville patrizie, quelli che dovranno contare, in venti o trenta, con l’aria condizionata, vanno avanti senza pagaja e aspettano le figlie del re passeggiando sul prato. E quale prato. Nessuno può sostenere d’essere soddisfatto. Un anno sinistro.

«L’informazione quale è equivale a dir nulla o a dire un sacco di baggianate all’interno di vetture di serie. La pubblicità raggiunge tutti, alla fine c’è qualcuno che trionfa. Il vecchio presidente, raccontava Stiebeling, è un presidente trombato. Egli può fin da ora pigliare la valigia; cinque miliardi di deficit, una programmazione sbagliata; è come concludere la serata in un bordello. Bisognerebbe scrivergli, lei pensa; avvertirlo perché prenda il biglietto del treno, dopotutto è un presidente? Chi sbaglia paga e viene stracciato come un pezzo di carta. Non si può sbagliare. Certo, va bene fare e disfare, provare, ritentare; per imboccare la strada che porta su su. A un certo momento si deve smettere di cantare e bisogna cominciare a fare i conti. Se si guarda soltanto in alto, che si vede?

Lei sarà il nuovo presidente. Per un momento».

Stiebeling guarda fuori la neve cadere.

«A Pechino, dice, ho visto uno spettacolo uguale. Il vecchio presidente trombato era un vecchio amabile; forse ammalato di nostalgia, non so come dire; era sempre teso. Noi siamo i più forti, nel mondo siamo i terzi. Il presidente adesso voleva sostituire la competizione con l’amicizia. È mai possibile? Come se il nostro fosse un circolo del golf. Dobbiamo sapere, diceva, chi siamo, quanti siamo. Per questo, rispondo, basta aprire un annuario, senza fatica. Sarebbe come dire «sono un prete di città, non ho visto le province dell’est, e penso d’andarci». Quando si gira tanto per una naturale curiosità, il dritto che è restato a casa, facendo i propri inghippi, trionfa e al ritorno del viaggiatore ha il coltello per il manico. Un consiglio? non lasciare mai la sedia vuota. Il caso del presidente trombato, che in sé e per sé era un omo garbato, bianco, con le venuzze, buon parlatore, con un po’ di coscienza, lei ride? lo si trova ovunque. La coscienza non deve mancare a chi è nato per fare denaro. Essa è il plexiglass che irraggia lasciando tutti contenti. Chi non ha coscienza al giorno d’oggi? A Pechino nel ’58 ho visto cadere in questo modo la neve, proprio come cade adesso in questo modo, dritta a larghe foglie di ghiaccio che vicino a terra si fermavano e si disponevano come se qualcuno le comandasse a distanza. Era abbastanza curioso. Si incastravano a terra uguali a piastrelle di marmo, di qua di là, non si gonfiavano, non si scioglievano; sembrava che avessero trovato una collocazione definitiva. Scintillavano alla fine. La nevicata era decorativa. In fondo i cinesi sono spettacolari per quel candore irrisolto. Non le pare? Un milione, in piazza, fanno un prato di braghe di braccia di teste, senza vuoti; un bianco in armonia, condensato. Dicevo della nevicata che sembra questa che abbiamo davanti. Dicevo del presidente trombato, ebbene da un giorno all’altro

– a quell’ora precisa, ogni giorno, il dott. Stiebeling sorbiva il tè senza zucchero che la segretaria gli portava in un bicchiere sopra un tazzino entrando da un uscio e senza parlare. Stiebeling era rapido nel sorbire. La segretaria, non più giovane, aveva una faccia decisamente bella.

 

III

 

Si può morire per poco. Altrimenti si può morire per nulla. La giustizia, come si sa, si esercita perseguitando. L’ingiusta giustizia è sorella dei potenti e brucia. In quanto una giusta giustizia non c’è.

Ma chi ascolta? Spirò un vento diaccio, seguì un giorno sereno quindi ancora nebbia galaverna la disperazione delle giornate che cominciano male e durano troppo fino a sera; durante le quali si vive con umore acido e le strade – senza nulla che non siano porte di case – sono frequentate da fantasmi. Vedere per credere. Girano in bicicletta fasciati da camici e in bilico sulle biciclette hanno lumini gialli; sono candele dentro a un involucro di cartone che aiuta la luce e nello stesso tempo la contiene. Nice disse a Marcho Marcho che lui e Fraulissa lo aspettavano a cena, che Fraulissa avrebbe preparato le uova sbattute e la torta di mele, che sarebbe venuto anche il calabrese col suo vocione (non essendo ancora guarito) e con la goccia al naso. Come Leopardi al Vomero.

Col suo sorbetto di fragole.

Nella casa di Nice e Fraulissa la stanza migliore era la cucina, illuminata quando era giorno da una luce che spioveva dai tetti e si spandeva dai muri circostanti per via di due finestre che sapevano raccogliere ogni briciola. Per il resto la casa era composta da un’altra stanza, da un cesso, da uno stanzino in cui c’era anche la bicicletta. Dalle finestre della cucina si teneva sotto osservazione una parte di mondo e la piazza sottostante, caserma ospedale scuola; più lontani si vedevano i muri e i tetti della città con le luci alla sera, prima che si smorzassero inghiottite dalla nebbia.

«Stiebeling – dice Marcho Marcho – oggi ha rilevato analogie e rapporti tra il professionalismo bellico dei tedeschi, che si estrinseca in un vero e proprio sadismo, e la loro omosessualità».

«Ho acquistato una stufa e del fuoco» dice Nice. Considerando il pro e il contro delle vicende della giornata, magari partendo dalle giornate precedenti, non c’è molto da cavare né da rallegrarsi. La neve uccide le idee. Occorre essere ricchi, e forse molto ricchi, per vivere all’inverno. Altrimenti è solo una questione di legna.

«Ho sempre davanti agli occhi quell’uomo – dice Marcho Marcho – che scrive le sue memorie a lume di candela dentro una cella di un castello. Vallata dei Savoia in anni di guerra. Pensa – dice – quanta desolazione e il sentimento di improbabilità nella salvezza, di sfuggente e di incombente che uno, in queste condizioni, si sente addosso (nella primavera ed autunno i venti soffiano così impetuosi e forti, che sembravami dovesse rovinare non pure il castello, ma tutta la macchina del cielo) –

il lento scorrere del tempo, qualche goccia che cade (l’età di quest’anno 1736, passata in mezzo a’ monti della Savoia); pensarci e vedere – dice Marcho Marcho – quella neve non questa neve; quel vento non questo vento. Pensare a quella solitudine non alla nostra amicizia – dice Marcho Marcho e guarda Fraulissa. Fraulissa sorride. Fuori la neve scende, la piazza è nera. C’è il lume della tenda, intorno alla tenda un alone di luce che si scuote. Dentro alla tenda tre uomini sono seduti su una panca.

Marcho Marcho guarda Fraulissa; la cucina è calda, l’odore della torta gira per l’aria, il vetro del giorno è appannato. Schizzano le gomme di neve sui vetri delle due finestre. Il calabrese non parla; fuma e guarda fuori; sottovoce muovendo una mano dice

«i maledetti piemontesi hanno imbastardito anche i siciliani… Come si può ripulire un paese vivendo in un paese? Puoi lavarlo con la sugna come si lava il didietro? un paese che è fatto in questo modo, che più lo lavi e più s’immorchia proprio come un carro da buoi?»

«II cattolicesimo ha svaccato ogni gesto – dice Marcho Marcho – tanto che in ogni momento il naturale diventa soprannaturale e ciò che sembra banale si trasforma in miracolo. Tutto è teatro. C’è sempre un santo che sanguina, una madonna che frigna, un grand’uomo da ringraziare se si apre una strada o si interra una chiavica. Una banda con gli ottoni per questi pomeriggi di un fauno. Se il resto casca a pezzi chi se ne frega? Mai visti tanti stronzi al timone».

La barca corre e va; la barca è sola. Le generazioni si stancano, passano, ogni vent’anni si può ricominciare da capo.

Promesse. Bellezze. Le nevi. Il passato.

 

A casa Marcho Marcho trovò un avviso che lo convocava in tribunale – su carta da cesso appena decifrabile. L’avviso sotto lo stuoino lo chiamava testimone al processo per il disertore e per la conseguente morte del compagno ecc.

A casa Marcho Marcho trovò anche un biglietto manoscritto di Stiebeling che gli diceva caro dottore venga se può non martedì come d’accordo ma lunedì mattina. Conto di vederla suo

In tribunale la mattina seguente passò in fretta; la gente era tanta; ci fu anche curiosità giornalistica, per via del fatto e del morto, attorno a Marcho Marcho e a Fraulissa che appariva pallida. Il tribunale si limitò ad ascoltare e verbalizzare frasi e indicazioni previa l’estrapolazione di tutto ciò che attenesse a impressioni personali. Era abbastanza buffo l’apparato di guardia civica con le bombarde e i cannoni che circondava l’ombra di un giovane ucciso e di un giovane ancora vivo il quale vedendo Marcho Marcho e Fraulissa mosse la testa disse a voce abbastanza alta ciao professore.

Il tribunale ascoltò Marcho Marche che raccontava

il tribunale ascoltò Fraulissa che narrava

il tribunale ascoltò favole foglie fiori

ciascuno alla fine dal suo punto di vista tirò le somme delle parole.

Il fuehrer del tribunale

uno stanzone intonacato in cui le voci si scontravano sulle volte poi precipitavano a pezzi battagliando incastrate

il capo del tribunale era alquanto giovane, smilzo, con un sorrisino isterico, per la verità inquisiva con un metodo non catastrofico. Lasciava vivere, tollerava le papere in quanto è assodato dalle statistiche che sedendo e mirando su cedeste panche e in questi ministeri capita talvolta di cedere anche contro voglia all’emozione

– il giudice li interrogò sulle cose accadute, volle sapere notizie sul giovane presente e sopravvissuto (così egli si esprimeva alludendo) in quanto entrambi potevano morire – sostenne.

«La sparatoria era molto fitta da parte di chi inseguiva» disse Marcho Marcho.

Da qui il rumore del pubblico, alcuni sobbalzi dei luminari sedenti in carega, tramestio di piedi per indicare emozione e in un certo senso l’inizio di un certo nervosismo in sala e la domanda

«fitta sparatoria, dice?» del giudice che presiedeva

«come sarebbe a dire?» di un sottopancia che stazionava a latere.

Marcho Marcho lievemente: «II fatto è»

il giudice lo interruppe dicendogli scusi, dicendo, «lei ha dimenticato di giurare dunque giuri»; quando Marcho Marcho ebbe sillabato il giuramento riprese lo scontro del do ut des, dell’ipse dixit, delle cose che uno chiedeva e l’altro rispondeva.

Aspettava io intanto a Vienna il ritorno di Cesare che già s’avvicinava.

Disse Marcho Marcho: «tutti gli incendi attorno e sopra e sotto davano un gran caldo e fuoco»

«non parliamo degli incendi, ribatte il giudice, in questo processo non c’entrano; dica piuttosto della sparatoria a cui accennava»

«volevo dire che poiché gli incendi formavano un solo incendio all’orizzonte e l’aria friggeva»

«si, bene, dice il giudice, l’aria friggeva ecc. ma la conclusione?»

«la conclusione è tragica, quando il compagno dell’imputato fu colpito a morte»

«è sicuro di questo?» chiese il giudice

«sicuro di che cosa?»

«di questa morte, naturalmente, di ciò che lei afferma senza ombra di dubbio» – gli occhi dell’uomo erano neri, la voce senza un timbro preciso, diversa ad esempio dalla voce della police che quando non è esasperata per motivi di menopausa è per lo più rabbiosa-sfottente, ironica, amorevole, giocosa-sfottente, perfino con verve; una voce da figli di buona donna fortunati in amore; mentre questo apparteneva al gregge dei destinati al piccolo inferno del lavoro coatto senza lo sfogo del cazzotto o dello schiaffo, della subordinazione con cicchetto finale, del breve congedo, dell’ammenda e del sissignore, della reprimenda, della prebenda, dei dodicesimi e della promozione al momento di andare in pensione. L’uomo parlava riempiendo l’aria di sputi «egli poteva dire ma non ha detto, proprio non dicendo potendo dire ha disvelato la cattiva coscienza in quanto per dolo soltanto si tace ciò che è concesso dire»

«la sparatoria fu fitta, anche prolungata» disse a voce alta Marcho Marcho «col contorno del fuoco; uno guidava l’altro cercava di defilarsi; invitò anche noi a farlo, non ci pensavano a sparare, né l’uno né l’altro; nessuno dei due era armato»

nel recinto il giovane arrestato scuoteva appena la testa approvando

«continui» disse il giudice

«la sparatoria così assurda non la dimenticherò, non potrò mai dimenticarla»

«concludiamo» sollecitò il giudice volgendo un’occhiata al sottopancia a latere

«si può concludere, disse Marcho Marcho, che la sparatoria era fitta, univoca, proveniva da una sola direzione, mirava al cuore. Chi prendeva prendeva, il giovane morto è stato semplicemente colpito. Colpito a morte, assassinato»

«piano, piano», si agitò il giudice

«conclusioni e definizioni spettano alla corre» urlò un aggregato del capo

«non concludo né definisco, pronunciò con calma Marcho Marcho, dichiaro semplicemente come è mio dovere la verità, di fronte a un fatto iniquo»

«la graduatoria dei fatti, dice il giudice, se ho ben capito è questa: grandi fuochi intorno, salita in macchina, susseguente fuga all’alt quasi a pelo dell’acqua, inseguimento relativo con l’avvenimento conclusivo»

«l’avvenimento conclusivo è la morte del giovane» disse Marcho Marcho

«lasci stare le conclusioni» urlò il solito omo protendendo la testa e una mano

«la conclusione è di un morto» disse Marcho Marcho. Fraulissa ripete senza fatica, senza alterarsi e senza timore la sua versione dei fatti cioè la dinamica degli avvenimenti ricalcando la descrizione di Marcho Marcho con qualche aggiunta notevole

– Il luogo deserto, il sito del castello posto sopra una rupe, la solitudine, certamente, che ne’ principi ci diede orrore e sbigottimento –

«lo stesso sbigottimento, dice Marcho Marcho, che provammo vedendoci inseguiti e sparati come criminali» «la polizia fa il proprio dovere essendo esperta soccorrevole efficace ed insonne»

«i carabinieri, dice Marcho Marcho, ci condussero da Miolans alle carceri della Porta del Po»

«giusta precauzione» approvò il giudice

«la police sparava, era una grandinata tutto quel fuoco» quando ebbe il turno Fraulissa, essa inventò una serie di frasi efficaci che convinsero perfino il giudice. Cominciò raccontando in che modo decisero di fare l’autostop, donde venivano e dove volevano andare, perché viaggiavano in quel modo a piedi e come fossero commossi perla morte del vecchio (evitò ogni descrizione di contorno attenendosi all’essenziale). Che desideravano progredire, cioè proseguire il viaggio; come fosse Impaurita dai fuochi. Parlava e anche il giudice a latere, momentaneamente accattivato, l’ascoltava in silenzio. Egli taceva e ascoltava così. Fraulissa raccontava dell’autostop, dell’inseguimento, della conseguente sparatoria (da una sola provenienza, disse con decisione); il giudice chiese se si fosse resa conto del pericolo ma Fraulissa rispose che non poteva dal momento che i due giovani non avevano da temere essendo soltanto giovani (da non verbalizzare, essendo questa una personale opinione),

perciò nulla faceva prevedere lo sfracello di colpi che dopo seguì.

Egli qui si liberò dalla febbre ma io non già dalla mia prigionia.

Il tribunale.

Nella cucina di Fraulissa Marcho Marcho salutò lei Nice uscì col calabrese; poiché nevicava nevicava, così scendendo la neve, l’aria era dolce, abbastanza densa – si potrebbe dire ovattata – ma soprattutto con una totale assenza di freddo all’interno di quest’aria che appena si muoveva. I cumuli della coltre crescevano, il paesaggio era di un bianco sontuoso ma tanto spappolato da sembrare non vero

«poiché è tardi ma non troppo tardi, poiché nevica, questa è una sera che sembra delle nostre parti; apre il cuore con il cortello; non sarà un male se facciamo un salto alla tenda» disse il calabrese. La tenda era in mezzo al prato, per arrivarci si affondava fino al polpaccio non essendo stato tracciato il sentiero, i pochi uomini confinati là dentro o consegnati come in caserma sembravano dei naufraghi; al lume di una lampada giuocavano a carte, quando arrivarono Marcho Marcho e il calabrese smisero le carte e prepararono un caffè; l’odore rischiarò l’atmosfera la quale

«dal mattino di ieri è abbastanza moscia»

«siamo rimasti in pochi, gli altri svicolano, hanno perso l’umore. Cazzo, si preparano giorni grami, si prepara un po’ di lotta in quanto Poldi»

«Poldi vuol fare la serrata, Poldi la prepara; di conseguenza sembra deciso a chiudere la fabbrica mettendo tutti in cassa integrazione; intanto smantella gli impianti e li trasferisce più su. Dicono che aprirà fabbrica in Svizzera»

«il Poldi è un drago»

«bisogna infilarlo prima che ci mati»

«picchetto ai cancelli, l’occupazione poi. Così la tenda è la tenda del generale. C’è una certa mobilitazione per i prossimi giorni»

Da una finestra plastificata, lì dentro, si intravede tutto quello che gira, quello che esulta – le cose che gridano. Marcho Marcho sbirciava fuori il bianco rovesciato, speculava il futuro senza riuscire a concludere che razza di giorni sarebbero. Di autentica lotta? Gli uomini avevano ripreso a giuocare coinvolgendo il calabrese, il quale era teso e non si lasciava distrarre. Nessuno fiatava, in talmodo e

più tardi, nella notte

arrivarono due giovani che dovevano consegnare al comitato, se c’era

– ma c’era poi un comitato? –

l’incasso, registrato, della colletta per «O terror do mundo», il quale incasso anziché buttarlo in una lapide da appiccicare a un muro era stato deciso di versarlo alla sorella vedova con due figli sulle spalle. Si perse tempo a contare, a rovesciare sul tavolo pensieri e ricordi mescolati a una tenerezza piena di sonno, fino al giorno. Quando fu giorno il calabrese e Marcho Marcho si buttarono su un letto; nel pomeriggio Marcho Marcho andò da Stiebeling il quale –

Stiebeling collezionava quadri orribili

Stiebeling collezionava quadri con gusto e di buone firme

Stiebeling collezionava Burri collezionava Fontana collezionava Guttuso

Stiebeling collezionava Morandi collezionava de Pisis e collezionava tutto ciò che si muove su tela con firma autografa dunque tutto ciò che si poteva identificare rubricare accatastare e che rappresentasse un aumento probabile del castelletto bancario,

«l’arte è oggetto di consumo; detto altrimenti è un valore che va racimolato e messo da parte perché cresca come pasta di pane. Se no chi potrebbe credere che un paesaggio dipinto oggi abbia più interesse di un terreno da lottizzare domani?»

«lei apprezza Morandi?» Stiebeling possedeva molte tele di questo egregio pittore

«non lo conosco» rispose Marcho Marcho e la questione fu chiusa. Stiebeling sorrise.

Il giorno seguente, proprio in riferimento a questa domanda, gli disse:

«mi pare che lei sia furbo. È un complimento ma è anche una constatazione. Riuscire a nascondere un giudizio contanto garbo e in un modo indolore. Bravo». Successe che nei giorni seguenti la faccia di Stiebeling apparve su tutti i giornali per via di un’operazione nell’ordine di decine di miliardi – così si esprimevano i cronisti – la cui conclusione e il cui svolgimento erano affidati «all’intuito di quest’uomo straordinario». Di lui si poteva dire che era intelligente e (cioè un personaggio) molto sprezzante. La sua arma era questa. Usare il disprezzo essendo potenti è come sparare a zero. Il disprezzo

non accetta risposta, contraddittorio. Sa dove colpire. Questa è la sua forza; lasciare senza riscontro, ad esempio, una domanda dell’interlocutore. Se uno lo fa significa che ha la scocca in mano. Guardarlo il nostro Stiebeling della domenica, con la sua tenuta in Africa per le scorazzate con le ragazze. Clandestino, sprezzante, il sentimento nel pitale (ma che lingua usano i giornalisti al giorno d’oggi?).

«Lei mi guarda come si guarda l’orso del miracolo che non lascia impronte. Mica coagulo come il sangue di Gennarino. Lasci perdere le chiacchiere; i giornali vivono di dettagli, di piccole fantasie senza scrupolo, mai riescono a cogliere la verità. La realtà è diversa. Lei deve venire stasera a cena da me; la manderò a prendere; ci ho sei uomini importanti, uno è tedesco; preferisco averla vicino».

Quando Marcho Marcho arrivò con l’ascensore fino all’attico illuminato c’erano gli invitati e c’era Stiebeling; tutti insieme, evidentemente non vivevano di cerimonie.

La cena.

Uno sembrava Charlot da giovane, con i baffetti e le manone o manine spellate che in armonia con la faccia senza un pelo teneva in grembo, le nascondeva, le coccolava come un topo di peluche; chiuse a pugno, appoggiate ai ginocchi. Costui, fra l’altro, spiccava per la piccolezza dei piedi. Si muoveva poco, anzi pochissimo; solo gli occhi strisciavano in ogni direzione mentre sedeva immobile; come disse a un certo momento Stiebeling

«lei, caro amico, sembra in posa per una fotografia»;

questa constatazione, espressa senza malanimo, fece sorridere gli altri, in modo particolare il signore della gomma. Il quale veniva da lontano ed era un vecchio ben conservato, con la faccia da boxeur e con appena un accenno di ventre, l’occhio pronto a ghermire. Un’attenzione continua. Accanto, il finanziere alto e magro (come sono alti e magri i finanzieri) ballava dentro alla giacca e alle braghe, alla camicia e alla cravatta; parlava in fretta poiché, da persona esperta, voleva lasciare l’impressione di dimenticarsi ciò che voleva dire. Ma il nemico pubblico numero uno, il re degli ontani, pacifico, accorto, col faccione depilato e lo sguardo di uno che è tenuto a dieta, alto e di conseguenza enorme, nu’ pacchebotto, era l’ultimo sul divano, cioè il pescatore. Con precise allusioni era solito sostenere, d’altra parte nessuno aveva mai sostenuto il contrario, che lo storione è buono in ogni salsa. Quando il nostro pescatore ha la lenza in mano, sulle rive di un lago, quello è il suo momento migliore, lì esprime e rinnova il bagaglio delle idee, scartoccia le caramelle dell’aforisma, delizia l’ascoltatore. Chi lo direbbe? Altre cose sì sanno e via via si mormorano di questo omone misterioso, che va su e giù senza mai fermarsi ed evita di parlare quando è al chiuso, perché al chiuso e gli dice le parole fanno fumo e appestano mentre le parole appena dette devono volare via via lontano. Bisogna dimenticarle. Inoltre ha il fiuto del pericolo, scantona da chiunque sta per cadere. Beato lui.

Tutti a tavola, nella cena delle candele. Il tedesco era intimorito o si mimetizzava fra l’erba oppure era già inciucchito a quell’ora? Vero è che non fece nulla di particolare se non mangiare bere, bere mangiare, riempendo il calice che è vuoto. I camerieri apparivano e svanivano.

La cena fu interminabile, non perché si mangiasse molto e spesso – non era il caso, con i fegati spappolati; ma perché tra un piatto e l’altro, nonostante il parere autorevole di Artusi, passava un secolo e la voglia si freddava. Il padrone di casa lasciava il tempo alle chiacchiere organizzate

– il capitalismo ha il rispetto del capitale –

– saprete che i pesci turchini sono i meno digeribili fra le specie vertebrate.

Molto goduti e ammirati furono gli arrostini di vitella di latte alla salvia e il petroliere Charlot mentre smozzicava i bocconi con i dentucci da coniglio rosicchiando quasi fosse legno pregiato e non cuore di bue, diceva, egli diceva – quasi non fosse carne di vitella di latte diceva che, e fissava sempre la bazza di Stiebeling

«tutte queste ruine e precipizi nacquero da quella sicurezza che si avea»;

mentre il signore della lenza, misterioso come un camerlengo, che sabato scorso era nell’atollo del Pacifico, jet personale, molto riservato, pratiche giornalmente evase, moglie legittima, nessuna avventura extraconiugale esplicita, proseguiva «certo, certo so che pervenuta all’imperatore una tal notizia, se ne sdegnò fortemente»; il petroliere Charlot con la mano al mento quasi immobile annuiva e subito aggiunse che

«col tempo, raffreddate le cose e l’imperadore ad altro inteso, finalmente tanti rumori si ridussero ed altri ancora si ridurranno»

quindi intervenne senza un nesso preciso il tedesco, ondeggiante nella sua dizione, per raccontare che aveva appena acquistato la casa del guardiano di un vecchio cimitero e l’aveva rifatta completamente, con veduta sul luogo che era un cimitero del secolo XVI; anzi, con la vetrata dello studio speculava l’area primitiva, le lapidi inclinate, gli alberi dei morti che lambivano il mare del vento (sue parole). Datosi che le tombe erano antiche, dimenticate, per lo più con lapidi inclinate, ne aveva usate parecchie per il caminetto, per le scale, per il ripiano dell’ingresso. Nelle sere d’estate c’era un silenzio perfetto, almeno fino a quando non s’apriva il televisore. Aggiunse che la pace dei cimiteri è la sola confortevole oggi per chi voglia recuperare forza, restaurare i nervi, dormire a finestre spalancate. Neppure le zanzare ci volano lì sopra. Soggiungeva che la speculazione sui cimiteri abbandonati, chiusi o dimenticati, e ce ne sono migliaia qua e là nel centro Europa, che è terra di antichi mercanti e di storie tragiche, oltre a essere affascinante come la pesca del salmone in Norvegia sarebbe riuscita oltremodo redditizia; lui a questo tendeva la mano.

«Ed io, a mio danno, avea sperimentato quanto fossi stato mal consigliato»

«un reddito del 40% sul capitale impiegato è un reddito passabile, supera ciò che può offrire la speculazione delle aree urbane, ormai congestionate e affidate alla speculazione spicciola»

«solo l’agro romano da queste parti, con gli autunni gialli di Roma, consente questa stasi del sentimento, una eccitazione auricolare, l’appropriazione di altri interessi

e così massicci aumenti di capitale»

«macché Italia, diceva il pescatore, fra poco non resterà neppure un sasso su cui appoggiare il culo; l’Italia è paese di merda. Guardate invece: atolli, Hong-Kong, Uganda, tour Eiffel fa lo stesso; oggi il mondo è paese, non ci dobbiamo fissare in niente ma muoverci con eccitazione»

«questo noi l’abbiamo capito; per fortuna non l’hanno capito i gatti che alla domenica si strozzano per la squadra di casa»

«coscienza e incoscienza del pollaio». Il muscoloso boxeur ebbe un fremito nella voce.

Passavano i vini, le sale erano calde, la neve era distesa sui tetti della città sottostante; buio pesto e gli uomini nelle case con gli occhi alla tivù; la sweet home difende e protende. Con la guancia sul cuscino a chiusura della giornata gli uomini avrebbero poi mandato fuori i sogni nei luoghi pieni di grotte e d’anfratti – e di qualche sirena. Passavano i vini, un bianco di brughiera canavesana; il tedesco raccontava della sua casa sul cimitero «molto simile alla casa sulla cascata»

Charlot del petrolio era il più interessato, aguzzava gli occhi per seguire il grafico che il tedesco tracciava su un foglietto con i suoi A B C. A sentirlo, la trasformazione da obitorio in casino era rapida, soprattutto poco costosa «è solo questione di tinte».

Così i cinque fiumi radunati a tavola per sorbire vini d’annata sorseggiando soltanto – tac tac tac passavano le ore fuori, dove c’era il mondo, dove il mondo sostava; questi fiumi confabulavano sotto sembianza umana, uomini di grandi piedi, di piccole mani, di occhietti, di nasi adunchi; uomini dalla grande bazza. Acheronte parlava in falsetto mentre, strisciando sui gomiti, cercava di portare il discorso sul problema indicato. Ciascuno sapeva quale, ma nessuno voleva essere il primo ad affrontarlo; fosse un altro a inciampare. Con una smorfia.

Acheronte simboleggiava il dolore, col nastrino all’occhiello e le medaglie spenzolanti sul risvolto della giacca. Gli altri ascoltavano e tacevano

«non mancarono degli invidi, i quali, siccome biasimarono il Pisani, che sopra le sue forze aveasi addossato questo peso, così procuravano farmi sapere che io era appoggiato ad una colonna ruinosa e frale e che debil sostegno avrei potuto sperare da un povero gentiluomo»

ma fu Cocito (il lamento) che intervenne sprofondato in poltrona

«quella non era strada da imboccare e seguire; non era possibile che in tal senso si potesse sperare in un cambiamento; figuriamoci che»

fu interrotto da Stige (l’odio) il quale con la solita voce continuò

«scusa, ma vogliono imporre l’astinenza tecnologica. Questo è il punto a cui ci han condotto i politicanti polentoni, con le loro voglie e le sacche urinarie. Neppure sanno più quel che vogliono (quel che dicono non lo sapevano da sempre)»

«sarebbe come concludere che non bisogna respirare»

«peggio, peggio. Che bisogna continuare a vivere pur non respirando per confortare la loro teoria idiota»

«le sostanze non degradabili, disse Flegetonte (il fuoco), rispuntano dal fuoco. C’è una continua trasumanza fra l’essere e il non essere che sembra una partita a scacchi. È da ridere, perfino la natura rifiuta di ingozzarsi»

Charlot del petrolio o Cocito (il lamento) soggiunse che «il problema si pone se quell’intruglio non si consuma. Gli scienziati inventano in una sola direzione»

Lete l’oblio, Flegetonte il fuoco, Cocito il lamento, Stige l’odio, Acheronte il dolore sorseggiavano il vin cotto di Grecia dai bicchieri appannati

«non possiamo risolvere da noi tutti i nostri problemi»

«questo è un punto, fra i tanti. Diciamo che non possiamo risolverli oggi»

«né oggi né domani» «disse adirato Charlot del petrolio ci pensi il governo. Ci pensi il governo»

tutti e cinque si precipitarono ad azzannare; si sentiva distintamente rumore di denti sull’osso molliccio. I fiumi non scorrevano; restando immersi nell’acqua dell’acqua allargavano l’alito delle vene e sforbiciavano l’aria; mentre il pescatore e Charlot del petrolio, il quale camminava su e giù per la stanza, facendosi strada fra i sassi, litigavano usando un francese stretto, senza alzare la voce, tenendosi sottobraccio, ricusandosi a vicenda, senza guardarsi negli occhi ma guardando innanzi a sé, camminando intercalavano fermate sapienti mentre litigavano sottovoce «poiché il governo era il governo doveva governare per noi»

a me, dice Marcho Marcho, gli occhi si chiudevano perla noia della stanchezza; per questa stanchezza, per l’afa, per il bisogno di uscire. Per la rabbia della stanchezza; per la noia. Per l’intera serata ero rimasto in attitudine confortevole, partecipe indolore, senza aprire bocca, guardando, gustando. Avevo il ventre gonfio; il vino inghiottito adagio dopo tante ore dentro infuriava.

Sempre zitto ascoltavo. Non potevo alzarmi.

Il pescatore aveva in testa un berretto, con un pompon, di lana rossa arricciata; Charlot del petrolio marcava le sopracciglia triangolari quasi morso da un tarlo – le cui punte confluivano in alto fino a sfiorare l’attaccatura dei capelli lungo la fronte; attraversavano poi la fronte intersecandola e sperdendosi sulla pelle del cranio

«questo problema si ricollega all’altro, più importante, disse Stiebeling, alzandosi in piedi, ed è la fragilità della struttura industriale lombarda» tutti ebbero un moto di sorpresa – o di stizza. Era caldo lì dentro, tranne che per il pescatore con il suo berrettino in testa. Una mania d’altra parte perdonabile

dei sette figli nessuno ha frequentato le scuole perché dovevano guardare le bestie. Tutto questo per niente proprio per niente… Butta le pecore nel lago

II color nero brillava strisciando sulla pelle del cranio mentre Charlot del petrolio procedeva sotto braccio al pescatore col berretto in testa. Gli diceva parole di miele, quello rideva o sorrideva stringendolo all’avambraccio, ogni tanto si fermavano vicino alla vetrata, scostavano le tende, guardavano la bianca coltre, il biancheggiare della neve che si stemperava sgocciando dai tetti, della neve sulla piazza, della neve che continuava a cadere con millimetrica monotonia

 

«una nevicata omerica» esclamò Acheronte (il dolore e si strinse nelle spalle quasi a sostenere che per quella nevicata nessuno di loro aveva colpa; che non produceva vantaggi a breve o a media durata; che era una precipitazione incongrua. Intanto gli altri fiumi erano calmi, sprofondati nel morbido di poltrone e divani lasciandosi abbracciare; ciascuno dentro rive d’acqua azzurra acqua chiara, col bicchiere vicino da cui secondo estro o occasione sorbire una sorsata – più dedicata all’odore che al sapore. Guardando le facce, osservandoli ben dentro, penetrando al fondo degli sguardi che potevano sembrare di un verde azzurro, distinguevo le caratteristiche dei fiumi, ascoltavo il rotolare delle acque lungo le rive, i gorghi a filo della sabbia nell’intrigo del fondo nascosto dalle correnti; potevo ascoltare i lamenti, i richiami, il respiro. Non ero né assopito né annoiato; non avevo addosso la stanchezza, non pativo il peso del sonno che distrugge. Non volevo sognare

non volevo soffrire

poiché il respiro dei fiumi riuniti, dentro il groviglio dei canneti, scontrandosi nel silenzio delle rive, era simile a un singhiozzo, a un urlo e non assomigliava a una risata. Conoscendo il percorso, vecchio di cento anni, ognuno dei fiumi non dava tregua all’altro spingendolo per le spalle, non dava tregua a se stesso, non al nemico, non al solitario nuotatore che lo attraversava. Si opponevano. Cercavano una solitudine che li difendesse, una solitudine ben custodita; una comune omertà, come dicevano tenendosi per mano Acheronte (il dolore) e Cocito (il lamento)

«l’anno scorso è stata un’annata brutta, le pecore non hanno fatto niente. A noi ci è mancato un quintale di formaggio per pagare il pascolo e questo lo giuro, questo quintale di formaggio

questo quintale di formaggio che ci è mancato, noi lo abbiamo dovuto comprare.

Le giuro che ho dovuto comprare il formaggio per pagare il pascolo. I proprietari

i proprietari certo non sono contenti se diciamo questo, ma noi abbiamo la famiglia rovinata lavorando tutto il giorno e di notte per niente, solo per niente! Butta le pecore nel lago»

«Ho dato ordine di comperare»

«Ho dato ordine di vendere» e ridevano.

Anche il tedesco tornava all’assalto, diceva di non potersi accontentare del già fatto, che l’acquisto di immobili da restaurare

«è morto un mio caro amico durante il Gran Premio della Svizzera, un impatto e subito il fuoco»

«non resta niente»

«dopo un minuto non resta più niente. È un’esplosione»

«ruote tozze e enormi, si staccano subito e ruzzolano lontane; sono ruote che si dilatano con facilità, si spappolano altrettanto facilmente, bisognerebbe pensarci a queste ruote, però non scoppiano, hanno una tenuta al calore sorprendente; alle volte i piloti si salvano»

«il pilota muore bruciato; è un orrore»

«restano imprigionati in qualche etto di lamiera»

procedevano attorno al divano, gli altri erano seduti; guardavano, ascoltavano, scuotevano la testa, dicevano che era meglio lasciare cadere l’offerta; tutto l’affare sembrava un giuoco, un tranello; non era facile muovere né dirottare gli ordini al momento opportuno e difettando di tempestività (della dovuta segretezza) l’affare pigliava contorni imprecisi. Per questo era più saggio, almeno per il momento, mettersi in secca. Appartarsi e porgere naso e orecchio al refolo – così dicevano. Osservare se altri morivano nel frattempo, se cadevano, se si trascinavano in basso senza mostrarsi, se si potevano distruggere. Da dietro le quinte, senza l’impegno di una azione scoperta, senza rischio personale; se si potevano manovrare i fili, tirarli, disporsi, contarli.

Lete, Flegetonte, Cocito, Stige, Acheronte si rimisero in sesto scuotendo i capelli e continuarono a parlare.

Li guardavo seduto in un angolo. Li guardavo uno per uno, li ascoltavo uno per uno, seduto nella sedia. Col bicchiere in mano; disponibile a tutto e come sulla luna. Li giudicavo ma non potevano essere giudicati; li ascoltavo anche ma non potevano essere ascoltati. Nella stanza la sola attitudine passiva consentiva una partecipazione che potesse permettere di ricuperare qualche filo. Non chiedevo elementi profondi ma di capire il ritmo, l’azione. I camerieri versavano dalle brocche il vino di Ginosa, amarognolo, di un colore da piscio di vacca, che doveva essere bevuto a piccoli sorsi altrimenti stroncava la lingua gonfiandola come in un forno. Era sferzante.

I sei uomini si quietavano alle volte e sembravano spiaccicati contro il muro o al fondo del tendaggio, poi si scuotevano mentre i due in passeggio cooptavano l’attenzione.

Ehi voi, fratellini, compagni di lotta.

 

IV

 

Quella sera Nice aveva la febbre; il volto liscio arrossato; con Nice era Fraulissa, intabarrata perché del freddo aveva quel disprezzo timido che è un rifiuto vitale. Fraulissa il freddo lo sfuggiva, lo combatteva come poteva ma in conclusione senza troppa speranza

–i naufraghi sono particolarmente sensibili al freddo.

Il calabrese

Marcho Marcho

procedevano picchiando i piedi nella neve mentre il fumo gli usciva dalla bocca. Il prato era premuto fra la distesa bianca compatta e il cielo gonfio fino a scoppiare.

«Sono stato il primo ad andarmene, raccontava Marcho Marcho, li ho lasciati sprofondati e all’erta. Aspettavano d’essere soli per tirare fuori l’osso»

«dobbiamo fare qualcosa, disse il calabrese imbroccando un altro discorso, dopotutto una tenda è soltanto una puttana di tenda; quelli che ci stanno dentro mica ci godono». Infatti la tenda stava lì piantata, con le mani sui fianchi proteggeva la sbobba che dentro la incornava, un coacervo di facce sbarbate, di facce dure e con qualche bonavventurosa che ammiccava. Il fumo delle sigarette, l’odore dei fiati.

Niente poltrone.

«II proletariato sopprime i treni»

«Non basta»

«Chissà che tempo farà domani»

«II proletariato sopprime i treni»

«Non basta»

«Ci siamo fermati. Dopo aver camminato tanto ci siamo fermati»

«Si può»

«No, non si può»

Ululare sotto le mura del Cremlino

«Ehi, voi, fratelli miei, compagni di lotta»

«Domani, disse un giovane entrando e gocciava di neve dalla testa scarmigliata, domani Poldi chiude la fabbrica». Fraulissa sospirò, Marcho Marcho sentì quel solo lamento. Molti sembravano indecisi, altri increduli (in quel momento), cominciò una discussione circa l’attendibilità della notizia; stanchezza e abitudine rendevano parecchi sospettosi o li avevano in parte disarmati, chissà. Da chi l’aveva saputo? quando? non poteva essere una notizia provocatoria, messa in giro dallo stesso Poldi che pesca sempre nel torbido? Attenzione.

Seguì la stanchezza; la rinuncia momentanea a capire fino in fondo, a giudicare. Sedevano fermi, fumavano

«ci siamo fermati, fratelli, compagni» il calabrese lo disse in un soffio «ci siamo fermati»

anni caddero dalla soffitta e si allargarono

intorno a ciascuno subentrò il sapore della fatica senza frutto e del passato bacato come una mela; «battersi ancora»; la vita passava fra le dita, era sabbia che bruciava.

«Si può ammazzare, incontrandoli per via, ufficiali e borghesi?»

«No, non si può»

Ciascuno aveva un muro eretto alle spalle, rapidamente intonacato; i mattoni incastrati con facilità non lasciavano retrocedere alcuno

«ehi, fratelli miei»

«ci siamo fermati»

«non possiamo più retrocedere».

Ognuno ascoltava l’altro

ritrovava una solidarietà

si animava ricaricandosi

poiché avevano saputo la notizia, e la notizia girava, arrivarono altri. Molte finestre, negli obitori che circondavano la piazza, si illuminarono. Poiché avevano saputo la notizia arrivarono altri ancora scaruffati e inzepparono la tenda. Conclusero che il ragionamento di Poldi, semplicistico (molto semplice) era questo:

mi avete rotto e me ne vado

me ne vado dove mi tira

faccio ciò che voglio potendolo fare

visto che avete deciso di scoglionarmi, per quattro figli di puttana non voglio sputare il fegato. E questo con il suo sorriso sornione, torcinatica; forse anche aveva tamburellato con le dita sul tavolo. Mica era uno che si scaldava troppo. Mica si arrabbiava Poldi; mica urlava né diventava rosso fino a farsi scoppiare le vene. Bah? Sfotteva freddo e con il sorriso; se non poteva far altro, sul momento, subiva; come la volta del picnic; salvo a prendersi la rivalsa.

Li scoplarà lo sangue per li occhi de la fronte.

Poiché Poldi era vendicativo come tutti gli uomini.

Invece non era vero. O almeno quella parte di verità non era vera; si stravolgeva, come succede nei momenti di tensione, quando il tran tran quotidiano trasferisce il dolore e l’abituale furore e anche la noia, e il furore dell’angustia e la paura, li trasferisce in una tragedia. Si muove il mondo, quella parte di mondo; l’uomo si mette in marcia. Dicevo che non era vero che

– amix Peirois credo che nessun pol. possa diventare un Omero; nemmeno, ne sono certo, che uno della gendarmeria possa essere niente altro che uno della gendarmeria; come potrebbe un nicotera diventare un gramsci?

non era vero; ma era vero che Poldi volesse fare qualcosa molto presto e avesse deciso quello che voleva fare. Si diceva che doveva fare qualcosa. Con quel sorriso che nascondeva una debolezza – gli amici sostenevano addirittura una timidezza – aveva disposto un suo piano; egli strisciava contro il vetro, si udiva il graffiare delle unghie. Sbuffava. Chissà. Poldi (sono frasi a posteriori) era una parte del tutto, solo una parte; magari il kamikaze, per la sua faccia allegra o che appariva tale; dietro c’erano però i signori della guerra che spingevano con la punta dei bastoni; era questo che si vedeva; loro sganciavano i quattrini quando occorreva ma si mangiavano la fabbrica un poco per volta. Con un sorriso e con il talco borato; con un dolce a pasqua, e con l’altro il primo dì dell’anno; magari con un agnello a natale. Sgranavano senza fiatare e intanto pappavano senza fiatare. Dicono che Poldi sbiancasse. Insomma, il mattino seguente, dentro a un mare di fango, dentro alla neve, al ciac ciac delle catene delle auto che tentavano il passo laggiù verso la autostrada confermarono che sì

 

la sede legale della fabbrica era lì, non c’era dubbio e Poldi poteva smantellarla con la scusa dei continui sussulti al reparto 0 o al reparto uno formato da immigrati e via dicendo

oh flower

a volte in questi reparti si udiva perfino una chitarra; anche se era nei momenti di sospensione per il pranzo: poiché pranziamo al cartoccio accanto ai cessi almeno ci togliamo lo sfizio musicale, dicevano i terrun sogghignando. Che cosa si può rispondere ai visitatori i quali ascoltano i suoni uscire dalle finestre – sono voci di chitarre –e si risentono e dicono cose da allibire

ma si lavora nel paese di Mariko?

ma questo paese cos’è?

Risponde qualcuno a braccia conserte seguendo il gruppo che; risponde qualcuno che ci vorrebbe la frusta, troppa permissione licenza e remissione dell’obbligo poi c’è la tolleranza la pazienza, si è troppo buoni troppo buoni

ah paloma scampanavano intorno ai capannoni mangiando pane e salame gli immigrati dai capelli ricci, dai dai paloma poi berciava la sirena e gli uomini tacevano distribuendosi. È vero che tutti tacevano.

Invece le tortore della city che tutto sanno, tutto dicono a livadenti e tutto bisbigliano dentro al fumo dell’avana che strizzano fra i canini, dicevano, e fra di loro dicevano il vero, che Poldi fosse nei guai fino al collo non per via dei quattro gatti rompicoglioni dei suoi indios renitenti ma per un paio di speculazioni sballate e per una faccenda di cuore – intersecandosi. Insomma, l’avevano messo all’asciutto e lui scodinzolava fottuto come un cefalo sull’erba accanto al culo del pescatore. Altroché solitudine di settembre, altro che mari aperti. Sta lì e muori. Poldi era solo e micco, povero Poldi. Le tortore ronfando e raccontandosi le meraviglie, con voce nervosa, strisciavano le dita sulle finestre illuminate della fabbrica mentre nei saloni zac zac zac giovanette battevano a macchina, tac tac giovanette spremevano il sugo da calcolatrici al millesimo, bum bum bum altre sfilavano i nastri di zucchero filato dalle tele che catturavano verità oltre le nubi.

Gli operai di Poldi restavano sotto la tenda.

Merci, grazie.

I fazenderi si stagliavano di sera contro le vetrate all’ultimo piano.

Merci!

 

 

V

 

Poldi si era ucciso gasandosi col solito tubo, in macchina, a finestrini sbarrati. Un lavoretto rapido e poco costoso. Previdente perfino in morte.

Galopa caballo.

Poldi non lasciava figli.

Morto come un pitocco diceva la stampa, la grande stampa; morto come un pitocco diceva la stampa, e neppure vecchio. Avrebbe avuto grana e un secolo di vita solo che lo volesse. Come è possibile che uno, avendo quattrini a palate, decida di morire così? quella scelta chi l’ha fatta?

Poldi non aveva moglie

l’hanno trovato con quel tubo in bocca, paurosamente contratto, ma fatto strano – o irrilevante e del tutto naturale stante la situazione di quegli anni e di quel luogo – risultò che i veri proprietari, vale a dire i padroni non occulti della fabbrica di Poldi (del povero Poldi, come dicevano in privato) erano appunto i cinque fiumi, le cinque dita della mano, erano le corde della mia chitarra, il fuoco radente e la decima musa (la decima morte); cioè Lete (l’oblio) Flegetonte (il fuoco) Cocito (il lamento) Stige (Podio) Acheronte (il dolore). Ciascuno con un caratura nell’impresa, nell’affare della fagocitazione diretta della fabbrica di Poldi. Il quale con quelle spinte giunto al terminal poteva scendere e distendersi. Altri nello stesso momento si alzavano e lo vedremo; ma intanto il suo funerale, con le ghirlande di fiori e il fuoco del compianto – una girandola di commemorazioni e di consensi – risultò una commedia recitata e un montaggio esemplare. Una ditta americana con sede centrale a Tallahassee in Florida aveva vinto l’appalto per la regia e scenografia in piazza di quel funerale da principe.

Così voleva Stiebeling, così voleva il lanzichenecco dalla faccia di boxeur, e questo era il volere di Charlot del petrolio nonché del solitario jongleur col pompon in testa (il berrettino delle nevi). Ciascuno aveva dato o suggerito un’idea e tutti erano in fila quel giorno del funerale così:

il corteo parti dall’ospedale-obitorio, a destra della grande spianata, snodandosi con le persone a tre per fila

– un uomo disse decentrandosi sul marciapiedi «adesso mi godo lo spettacolo» mentre il corteo procedeva e sulla neve del prato si sentiva lo scalpicciare dei piedi sopra il terreno che non riusciva a gelarsi. Il corteo girava a filo dei muri, dall’ospedale alla scuola

– le grondaie in alcuni punti mancanti gocciavano acqua ghiaccio, acqua neve, scavando per terra; in testa al corteo, in fila di nove, allineati, con una divisa blù cupo alamari al braccio tutti uguali camminavano le guardie del comune portando lo stendardo –

stendardo il quale era di panno rosso bordato d’oro e con una torre nel mezzo e parte della faccia di un santo –

– dietro, come appartenessero al primo gruppo, con gli ottoni degli strumenti, la divisa nera, un foglio spiegato sul ciglio del clarino con un gancetto, i suonatori dovevano suonare, ogni tanto strisciavano il piede per terra per cambiare passo. Attenzione.

Terzo seguiva un gruppo di corazzieri con le loro corazze mentre aerei sfrecciavano bassi nel cielo che neppure si vedeva dentro la neve, ma gli aerei si riuscivano a scorgere fra il bianco che cadeva, quello che restava e il grigio di quel cielo di neve e acqua; degli aerei che sfrecciavano tutti vedevano soltanto le ombre. L’aria tremava al passaggio dei bolidi e sembrava fosse scomposto l’ordine della radunata dentro al monotono conficcarsi dei fiocchi di neve sempre verticali, sempre uguali nella terra. Il bianco lenzuooolo si riempiva di riverberi e in sé si restringeva. Così procedeva la testa del corteo di Poldi verso l’ultima dimora – le corazze in quell’aria luccicavano.

In un angolo della piazza sostava deciso e ben uniforme un gruppo di giovani i quali reggevano cartelli scritti in stampatello con pennarelli rossi «abbasso Poldi» oppure«W Poldi» a significare che nella morte come scrivono i libri, e anche in quella morte, c’era rinuncia e fuga, un’assenza di impegno e tutta la meschinità possibile, defezione e declino delle generalità; essi reggevano tenendolo disteso sopra le teste anche un cartello scritto in nero, così: «l’industrialismo non rappresenta un progresso ma solo una dissipazione». Era la testa del corteo, contro questa si scontravano i giovani che gridavano abbasso abbasso.

In primis, con camicioli bianchi andavano i pueri hospitij Apostolici S. Michaelis e i pueri orphani; a essi che strascicavano i piedi come e peggio gli ambulanti musicisti tenevan dietro le sodalitates SS. Sacramen. Basii. Vaticanae. Con lo stendardo giallo e così incappucciati come gli altri gruppi delle sodalitates andavano a rilento in qualche modo salmodiando o fischiando, a due a due, protetti in faccia dalla cappa di panno e godendo quindi di un relativo calore.

La crux era portata da quattro chierici scappucciati di cui uno la reggeva e gli altri tre a turno sostenevano il fiocco e scortavano detta crux con candelotti protetti da un armamentario di latta che li separava dalla neve. La crux era l’orgoglio di ognuno; molti la guardavano, alcuni anzi si avvicinavano per baciarla

«abbasso Poldi» dicevano a voce non troppo bassa spettatori fra il pubblico, ma Poldi passava a testa in su e neppure ascoltava.

Dopo, un dietro l’altro e ciascun gruppo distinto, camminavano le coenobitarum familiae con i discalceati ord.S. Augustini a due a due ed erano dodici per ciascuno dei gruppi con una torcia in mano; provenivano tutti dalla chiesa. Il corteo era lungo e questi ultimi non avevano stendardo ma procedendo reggevano soltanto la croce e le torce. Risaltavano in testa dei singoli i riccioli e i bei ghirigori. Seguivano poi quelli di S. Augustini (altri, diversi dai discalceati) severi e sbarbati e con in testa cappellucci neri a tese larghe alla Sophia Loren o alla reine quando va al galoppo di Ascot e la neve ci cascava sopra. Li seguiva al piccolo trotto continuando la tenzone ma senza guardare gli avversari bensì sbirciando il pubblico per indovinarne il favore, reggendo un foglio e ogni tanto guardandolo, li seguiva al piccolo trotto litaniando, rossi nel canto, la sfilza dei Cantores. Dieci erano e cantavano con note filate producendo un suono di giovani gole e di giovani petti, salivano negli acuti strascicandoli poi ripigliavano fiato e anatemi. Quindi numeroso e anonimo, come tanti cespugli semoventi, il Capitulum et Clerus Basii. Petrinae, e di seguito, scrutata spogliata rivestita, la Fameja di Poldi agghindata con la ghigna di circostanza non essendovi né padre né madre né figlio né moglie ma soltanto sorelle e mariti di sorelle e figli di queste sorelle e di questi mariti, parenti lontani presi come è logico dalla rappresentazione. Si riparavano con e sotto ombrelli verdi.

Al numero quaranta di questa scenografia, punto quaranta dello schieramento che in quello stadio si sdipanava come un serpente verde scuro, verde bianco, verde verde, si alzava il cadavere di Poldi. Così era disposto, in quel punto e in un confortevole atteggiamento. Entro vuoto spinto, tutto di cristallo l’involucro e il coperchio profumista, Poldi si lasciava portare accarezzando con la bazza

il cielo e avendo quell’aria, quel non so che di definitivamente salutato, di definitivamente congedato, di corsa già vinta che segnano le guance dei cari estinti. Poldi si lasciava portare e cantava magari una canzone (al vento, al mare, alla gioventù che è balda) mentre di sotto, reggendolo sulle spalle lo deambulavano con le facce di cristi i cinque fiumi, vale a dire i cinque masnadieri schilleriani, le oche del Campidoglio, i barbari a Roma o le cugine di Amleto. C’era un’aria elettrica in giro, a quel punto, mentre Poldi faceva la sua comparsata seguendo sulle spalle dei soci l’itinerario dell’interminabile serpente – un poco sguaiato. Sotto di lui che intanto andava, gemendo s’arrangiava Charlot della benzina con i baffetti impiastricciati di ghiaccioli, alzando le sue manine sulla testa per reggere il legno, dunque faticando, poiché era piccino a riguardo dei quattro compari che lo sovrastavano. Scivolava Poldi in quel mare di neve bordeggiando bordeggiando e infine sciogliendo le vele

il mare aperto

la remissione dei peccati

il piacere dell’oro

la quiete della morte e

il riposo dei potenti; Leopardi sopra il comodino. La tosse

abbastanza convulsa a un certo momento di Stiebeling mentre il pescatore intabarrato, alias Lete o lo Stige, dominando con le spalle ogni scoglio procedeva sicuro assorto in sé meditando sulle cose e fumando un cigarro. Era Lete l’oblio o Stige l’odio; a questo punto.

A questo punto si era neppure alla metà del corteo e la testa si sperdeva aprendosi varchi oltre la caserma e le torri, strisciando lungo i muri ma anche divincolandosi. La testa si apriva la strada col machete nel bosco di nebbia e nella pietra della nebbia – strisciando sulla neve. Grida e altre grida giungevano fin lì, qualche suono o rumore di pianto, i cantores intonavano il samba, gli ottoni stridevano, le fiaccole luccicavano nel turbinare della neve che passava in un soffio. Quel suono era meraviglioso, soprattutto il modo come si adagiava nella neve dopo essersi scavata una nicchia per soffocare o placare l’orgasmo. Tali erano le intuizioni nella mente di quelli che conducevano la danza o di parte degli ironici spettatori mentre sopra il morto adagiato su legno di slavonia oppure con odore di sandalo volteggiavano i fiori.

Poldi, col cuscino d’ermellino come un re di Francia, riguardava le stelle, speculava quei

strani ecclettici lumi oltre il buco dei buchi dentro a cui conficchiamo la testa. Adesso non si vedevano. Andava senza fretta Poldi, le mani sul ventre, il naso trasparente come una lama caltex e una rosa fra i capelli, da apparire per quel dettaglio un gitano

«e un gitano ha da essere il nostro Poldi» aveva sentenziato il boxeur alias Cocito (il lamento) nell’atto di scegliere e di legiferare –

«ha da apparire nell’immaginazione popolare non un ladro di polli o il signore della guerra, che fa paura; sarebbero due errori; ma il re di cuori, un amante ferito che procede strascicando un lamento. Lamento a più voci, sissignore»

dunque lo portavano loro qua e là per il campo di Marte, planando su acque fetide, su pietrisco che si consumava calpestato dai satanassi mentre loro – i veri padroni del mondo in quel momento – mimetizzati con cautela, piangenti in un certo modo e dimessi; mentre loro sostenevano la parte comportandosi con misura

«non dar esca a nulla» era l’ordine della ditta del Luxembourg «umiltà senza stravacco e non incazzarsi. Reggere poi alla fatica».

Sissignori. Che corteo.

Tutto si sdipanava come un filo da un rocco, secondo programma. In giro, presenti e nascosti da cunicoli e muri, apparivano scomparivano i milites in acies dispositi, con le loro scarabattole compreso i cannoni, perché non si sa mai, come sosteneva il capo. Era notte quando si persero le ultime fiaccole e con le fiaccole le scarpate dei frati zoccolanti.

 

VI

 

II Duca ha perso lo stato

Poldi ha perso la vita

«che cosa vale un morto, diceva il calabrese, sia pure un morto ricco quando tutto rimane tale e quale nel grugno del mondo e noi restiamo vivi ma poveri? Non si può contare la morte come si conta le pecore. Io ero un contadino, contadino da campi, da semina, da zappa, da vanga. Anche adesso sono un contadino e non è cambiato niente né in peggio o in meglio, salvo che ogni tanto mi cambio le braghe. Nella mia vita ho ascoltato gente che via via accendeva, con le parole, dei fuochi;

ma roba da sterpi; come don Giustino che era delle nostre parti: vanga qua pota là imbuca su; diocane, lui abitava a Roma e veniva fin laggiù a romperci; cominciava la solfa al tempo della svinatura quando si metteva a villeggiare; finalmente anche lui morì come tutti gli altri»

nella cucina di Nice, attorno al tavolo di fòrmica, cominciava ad alzarsi l’odore del forno, qualcosa si scaldava lievitando. Fraulissa ci trafficava intorno mentre proseguiva il calabrese

«sto meglio con voi perché non siete più forti, perché voi non siete migliori; capite quel che dico? mi date, io do; non c’è da ringraziare nessuno, nessuno da cui difendersi. Ditemi se sbaglio»

fumavano, il giorno procedeva a spalle curve, Fraulissa scodellò con un gesto rapido. Le vene di ciascuno pulsavano attaccate al poco lume (notte? giorno?) che entrava dalla finestra

«gli operai sono altro discorso; devono restare in mucchio. Una fabbrica non è il campo. I contadini tenevano i canti, raccontavano fole da attaccare alle pelle dei signori. Li smerdavi con una voce e zac! erano segnati, vale a dire che i contadini hanno il lenzuolo del tempo che gli copre le spalle»

il calabrese non si capiva se parlava come in sogno o se ascoltava voci che gli crescevano in gola venendo da chissà dove. Le sbirciava seguendo il filo e addolcendosi, poi domandò «sai la canzone degli amanti di Tolosa? che si canta in molti fra facce di legno e con la stessa voce perché è una storia di Francia, poveri contadini sfuggiti a un massacro? I contadini hanno quel che serve, perfino la loro rabbia hanno, conservata sotto mucchi di cenere scaldata dal fuoco come la marmellata»

il calabrese guardò Marcho Marcho come si guarda un figlio, guardò Nice come si guarda un secondo figlio, guardò Fraulissa come si guarda la figlia prediletta. Il calabrese si alzò avvicinandosi alla finestra. Disse «i giovani sono troppo giovani, non servono, devono sempre cominciare tutto da capo. Devono impastare il pane.

Noi che stiamo morendo, noi possiamo dire: c’era una volta».

Nei sobborghi di Mariko cadeva la neve, lunghi i muri s’infittivano i cumuli radunati in fretta e furia per consentire il traffico fin dove era possibile. I tetti cominciarono a crollare, specialmente quelli dei capannoni in lamiera della periferia, quindi un proclama (o editto o semplice ordinanza del maire) impose ai proprietari degli stabili di sgomberare tetti e marciapiedi per garantire la circolazione dei pedoni e perché costoro non fossero investiti dai pezzi di ghiaccio. Anche Nice e Marcho Marcho lavorarono davanti a casa, sul balcone e intorno alla tenda per tracciare un sentiero dal bordo al centro della spianata. Lavorare è fatica, scherniva il calabrese che li seguiva e li aiutava in qualche modo. Lavoravano ancora quando alla sera arrivò un gruppetto della tivù formato da un comandante giovane che si vedeva superdecorato, con gli occhiali, nasetto affilato e ben deciso almeno nei modi e nella voce; da una donnetta coi calzoni ingualdrappata in un giaccone fino al ginocchio e con stivali di gomma; da dentro a una sciarpa gialla pareva divertirsi come a una fiera. Un paese di zulù vicino a metropoli, le diceva con scherno il calabrese; o una casa di dio, mammettina; una casa dei miracoli. Infine da due bischeracci romani, con il loro modo stronzo di considerare sempre gli altri e le cose da dominatori passati di moda. La lampada non sapevano dove collocarla

«passami un panino ho fame»

«ho freddo dammi la grappa»

«bene, se state normali, se non dite sconcezze ci sbrighiamo in cinque minuti, dopo tutti ci buttiamo a letto»

«culo si può dire?» chiese il calabrese

«la postazione microfonica. Ci vorrebbe un cronista sportivo»

«chi fa le domande?»

«le domande devono essere scritte o a voce?»

«chi lo stabilisce?»

«non ci fidiamo»

«non è questione di fiducia. Solo di obiettività. Chi vi conosce se non vi fate conoscere?»

«fuori dai coglioni»

«i diritti della cronaca»

«le situazioni concrete»

«chi dovrebbe intervenire?»

«scegliete voi a caso»

«eh no – sfottevano – solo se le domande ce le pone il cronista Ameri che ha una voce d’angelo con il pizzico di angoscia e porta un profumo di pipa dentro l’area di rigore. Inoltre è drammatico alquanto»

«chi volete provocare?»

«brr! che freddo»

«che fame»

«siamo destinati a dirci sempre addio, noi due»

«sii felice»

«se il parlamento non marcia»

«tu aspettami qua»

«un momento, ecco»

«questa che roba è?»

«sarebbe?»

«sarebbe che cosa?»

«lasciateci almeno provare le luci»

«qua non si gira»

«ma vogliamo parlare?»

il donnicchio con il registratore a spall’arm sbuffando sembrava che si aggirasse in un gazebo abitato da suonatori radunatisi per la sagra del santo.

L’aria, con la stufa che tirava e il fumo delle sigarette, era quasi irrespirabile, bruciava gli occhi. Voci sulle voci, botta e risposta, sguardi di traverso, un po’ di ironia, alcuni sguardi in cagnesco mescolati a sorrisi volpini da parte dei visitatori che non disarmavano mentre gli altri aspettavano di mandarli al diavolo. Il capo con il maxicappotto e la zazzerina tirata sulla coppa, mentre beccava rapido dalla sigaretta diceva

«andiamo, non si tratta di compiacenza. Che sistema del cavolo. Non c’entra il sistema diobono. Siamo qui per capire il vostro punto di vista, per renderlo pubblico. È un piacere che vi facciamo. Allora? Venite qua, che vi pigli un accidente. Apriamo questo bottone, voi parlate da bravi, uno per uno, adagio, intanto giriamo. Non ve ne accorgete. Parlate, raccontate, cantate; cosa volete di più. Registriamo tutto e dopodomani si va in onda. Così tutta Mariko vi conosce. Ma badate che non ci siete solo voi al mondo»

«questa è documentazione» sibilava fra i denti la madama girando qua e là come un’anima in pena

«non è questo il punto»

«allora il punto qual è?»

«il punto è questo»

«cerchiamo di chiarirlo»

«il discorso è generale»

«semplice e generale. Può servire per ogni stagione»

«ogni stagione della vita»

«me la fotterei» bisbigliava ogni tanto il calabrese

«il punto, sorvoliamo i particolari, è questo, che»

«quando hai i calli alle mani non puoi andare per il sottile»

«reggerebbe al vino?» chiedeva il calabrese a Nice, ammiccando

«basta un taglio di forbici e la cosa detta è cambiata. Un taglio, zac. Non si capisce più nulla. Anche una pausa, che non c’era. Zac e la canzone è cambiata»

«ma amici»

«ma fratelli»

«si può parlare in questo modo alla periferia di Mariko?»

la baldracchetta picchiava i pugni sul tavolo, incarognita; e pompava dal suo bastoncino infuocato.

La conclusione fu «non vogliamo le spie». Entrò un giovanotto con un cartoccio di castagne arrostite; a ricordarla rivederla raccontarla (luce della memoria o autentico rimpianto) quella sera era e fu simile all’ultima domenica di una estate, all’ultimo giorno delle vacanze, ai momenti inconfondibili in cui ogni amicizia si esalta. Questa era dolcezza e questo era rancore – a parte il

disguido della troupe televisiva che smammò in fretta. La luce che usciva da questo faro immerso nel mare di neve indicava la direzione dell’isola o di un approdo. E sembrava, in riferimento ai sentimenti che si dispiegavano, l’ultima ora di una domenica, il riposo del guerriero, la calma vertiginosa prima dell’uragano (da un arco all’altro di monte). A parte lo scontro con quelli della tivù fino a notte inoltrata arrivò gente come in un porto di mare, fra fischi di navi, qualche battuta volgare, una manata e discorsi sul vivo delle cose, mentre crocchiavano i marroni.

Che cos’è la vita.

 

«Sento, diceva Marcho Marcho a Nice, di essere non so se a un punto d’arrivo o di partenza. Certo sono con una valigia in mano».

«È una conclusione?».

Camminavano per il viale. Il quartiere andava a spegnersi dentro a un bosco (con i giorni contati).

«Mi scollo un po’ per volta dal passato. Saltano via i pezzi, con un rumore sordo»

«Tutta questa neve»

«Ti senti solo?»

I muri erano scomparsi, nelle cunette i cumuli disposti dal vento crescevano caotici

«non mi sento solo, non è inquietudine»

«parla»

«è l’incertezza che strappa i sentimenti senza scalfire il fondo; e capita addosso quando la testa riposa»

«è il baco della tenerezza per se stessi; un residuo fanciullesco»

«può essere. È solo una questione di date»

«alle volte basta stabilire quella di partenza. Metterla a fuoco. La data in cui hai abbandonato la nave»

«l’hai bruciata?»

«solo abbandonata, diciamo così. Per i gesti definitivi c’è tempo. Non molto ma sufficiente».

Con le mani in tasca, chiuso in sé, serrato difeso e da se stesso protetto, un poco curvo, Nice si riempiva di neve rumando dal naso.

«Non si può fare altro se si vuole dare una strappata alla vita»

«la vita»

«le navi»

«se vuoi staccarti per sempre»

«le navi»

«o ti lasci coprire dal lenzuolo come il monumento di gesso di un uomo».

Sorrideva.

«Se vuoi»

«è un’occasione»

«spesso le linee si intersecano; segno che in molti, da punti diversi, sognano la stessa cosa e si fabbricano la stessa vicenda»

«qual è il segno del tempo?»

«per noi? per gli altri?»

«semplicemente un identikit»

«direi l’indifferenza, più atroce della violenza e anche più dolorosa della malinconia. Bussano sul petto perché apri il cuore, poi ridono rassegnati a uno spettacolo monotono»

«c’è anche una certa incostanza»

«c’è la vergogna. Sono calchi uguali, per una stessa faccia»

«tutto è turbato, soggiunge Marcho Marcho, da un’esplosione d’amore, che non si prevede, oscura, pericolosa, molto rapida che fa paura, fa male. Come gli ultimi fuochi dell’estate».

Anche il quartiere sembra lontano da lì dov’erano arrivati; la città è lontana. I fili dell’alta tensione sono inclinati fin quasi a terra, come le corde tirate degli acrobati motociclisti; qualcosa si muoveva e s’agitava sotto la neve. Tutto era di un bianco spettrale da una parte all’altra; una pianura chiusa nei suoi ghirigori di freddo e di filo spinato, di capannoni merci. Niente dava respiro.

Indifferenza, vergogna, incostanza. S’aggiungeva un’esplosione d’amore.

Era vero? I due amici mugugnavano procedendo senza voltarsi; entrambi mandando in orbita rabbia e sofismi sulla navicella dialettica a corrente alternata nella lingua di Lutero. Piccoli scatti da alfabeto Morse.

L’uomo non è solo? dove sta la concordanza che lega questa sua solitudine, e questo silenzio, all’altra solitudine e all’altro silenzio? alla solitudine dell’altro, al silenzio dell’altro? dove sconfinano? naturalmente ogni affermazione (connessa a qualche discussione) è opinabile, può

essere capovolta. La realtà dell’epoca, il segno del suo coraggio, è in questa furia dialettica. Per cui bisogna stare all’erta. Aggiungere inoltre: indifferenza, vergogna, incostanza, amore, impazienza (anche una certa bestialità – ma questa a parte, perché va motivata ulteriormente) da immaginare per un momento come spifferi dell’aria, per quanto avversi o per quanto misteriosi nella probabilità di bene-male; e da contrapporre ai fiumi sempre in corsa per rapina: Lete (oblio), Flegetonte (il fuoco), Cocito (il lamento) ecc. fino ad Acheronte (il dolore).

Noi, a che cosa ci leghiamo?

I fatti sono i fatti. La domanda si dovrebbe rivolgere così: con chi leghiamo? e soprattutto dove leghiamo? in conclusione: c’è qualcuno con cui legare? Dove occorre agganciare una barca là c’è un albero un piuolo un tronco un ramo un rampino; altrimenti una volta saltati sul prato, si può mandare la barca a ramengo. Ma non si può sempre prevedere e pensare al domani, con la cura del pignolo, e badare alle cose di là da venire; non si può agire sempre con ordine, come il ragiunat gloria di Lombardia che toglie il suo palanchino a fine mese per investirlo in un luigi d’oro. Così agiscono i previdenti e i computisti come ho detto, anche le vecchie signore, le vecchie glorie, i bambini, gli uomini soli.

Noi, a che cosa ci leghiamo? con chi leghiamo?

– Soffrite?

– Qualche volta per divertire gli altri, per coprire con un po’ d’ombra il sole infuocato.

– Semplicemente?

– Uscire allo scoperto e

lasciarsi coprire

di piaghe così

anche Sophie Scholl ebbe un sogno, mentre era chiusa in prigione l’ultima notte della sua vita: le sembrava di arrampicarsi per una montagna scoscesa, portando in braccio un bambino che doveva essere battezzato; alla fine ella cadde in un crepaccio ma il bambino si salvò. La montagna con i suoi crepacci corrisponde alla scala pericolosa di Perpetua; il bambino non battezzato richiama Dinocrate, che morì non battezzato all’età di sette anni. Nei sogni di entrambe (di Sophie e di Perpetua) il bambino si salva, e i loro cuori materni

i loro cuori

ne traggono conforto; ma mentre Perpetua sogna un dio pastore e una vittoria simbolica nell’arena, Sophie Scholl è felice di vedersi cadere nell’abisso: la fede in un futuro miracoloso è più difficile nel ventesimo secolo di quanto non lo fosse nel terzo, così scrive Dobb.

«Non succede più niente»

«Sembra che il tempo si sia fermato»

«Noi ci siamo fermati»

«Va bene. Noi ci siamo fermati»

«Detto questo basta per procedere?»

«A ritmo militare»

«Al suono di tamburo?»

«Tu cosa farai stasera?»

Senza fermarsi, il bambino si salva. Ricorda la conclusione di Porfirio: noi non dovremmo parlar male di Cristo, ma compassionare la follia del genere umano. Il crudo inverno, un inverno rigido ottuso.

Perché compassionare quella follia? Oppure: la guerra dei Boeri che cosa suggerisce? dove e quando fu combattuta? era il secolo XVII, XVIII o XIX? forse il secolo XX? Kruger chi era? un uomo corpulento coi baffi? un artista della canzone? il nome di uno Stallone inglese? dov’è vissuto? è stato felice? si può consultare l’enciclopedia ma non il Passigli, perché è precedente.

Lui sa tutto, può dire tutto, rispondere. Non arrossisce, non si impressiona, nessuna emozione; sa ciò che vuole, può rispondere a tono.

Il crudo inverno, sera di domenica. Le radio accese dentro le case con i singoli divieti (di passaggio, di sosta, di proprietà) perché la luce non filtri e di fuori non si possa sbirciare; quando arriva la notte è come un pugno nello stomaco. Viene da vomitare.

– Esci stasera?

Fraulissa aiutami.

– Il dolore è qualcosa di soggettivo?

Il dolore è qualcosa di soggettivo.

Il discorso spezzettato in mille pozzanghere che finivano per gelare dentro al labirinto dei pensieri continuò in tribunale davanti ai fagiani e sempre in relazione al processo, che era un processo nuovo dopo il ricorso del giovane militare disertore.

Il processo non voleva mai finire; non poteva finire. Al giovane della Giulietta chiesero; meglio, imposero di raccontare ancora una volta la storia, con i relativi orpelli, senza tralasciare nulla; lo stesso invito rivolsero a Marcho Marcho e Marcho Marcho si alzò a raccontare la storia con i dettagli e gli orpelli

– abbastanza preciso, abbastanza tranquillo

– qualche pausa per ricordare, mentre un fagiano dorato disse che questo processo non si svolgeva secondo le regole, che il ragazzo continuava a mentire assecondato da altre persone (avvocati, testimoni). Disse che il ragazzo si sarebbe pentito. Minacciò il ragazzo con il dito puntato. Disse: quando c’è un morto in giro non si può scherzare, la verità su questo morto va cercata fino alla fine, qui qualcuno rischia l’ergastolo e allora? Vogliamo essere seri, dire la verità, pronunciandola almeno per una volta? Chi ha premuto il grilletto in quel dopopranzo? La police? ma scherziamo? La pol. era disarmata; svolgeva come si è potuto appurare attraverso testimonianze agli atti solo servizio di pattuglia per le strade infuocate. Macché rastrellamento. C’erano incendi, questo è il punto; crepitavano i boschi; uomini-soldati avevano altro in mente che rincorrere due lazzaroni sopra una Giulia

– il ragazzo parlava dell’amico, raccontava dell’amico, distribuiva a ciascun fagiano uno spizzico di carne perché almeno lo fiutasse in quell’odore di sangue, di carne giovane. Sembrava un cantastorie nell’intrico di una piazza che vendesse il foglietto con il testo di una canzone.

Era un fatto di sangue.

Fraulissa, che seguiva, lo aveva capito; non solo, ma lo portava ancora addosso; era una macchia, era

«Facciamo un discorso nuovo, disse il fagiano, parli la signora la quale mi pare abbia il beneficio di una verità chiara. O la volontà di dirla, almeno in parte»

«In parte non si dice nulla. Chiediamo la verità nuda e cruda per giungere alla soluzione del caso»

«per chiudere, giudicando, questo giallo. Che di giallo trattasi»

«È andata così»

– Fraulissa aiutami –

partendo dall’autostop che si era deciso di fare in quanto dopo la morte dello zio lasciammo il paese, quel paese; e scoppiavano incendi, bruciavano boschi, bruciavano vigne case fin sul mare e fino alla statale. Faceva caldo, la gente era sulla strada. Molta gente. Così decidemmo di fare l’autostop bloccando la Giulia. Meglio, la Giulia si fermò a un nostro cenno. Poco dopo il giovane che non guidava fu ucciso

«ucciso?»

«abbiamo sentito una sirena, colpi di pistola, credo che fossero di pistola, non so. I ragazzi erano tranquilli; scherzavano quando uno si accasciò e cominciò a gemere; non volevo crederci; ero sicura che non fosse ferito. Invece moriva»

«ha sentito colpi di pistola?»

«senza possibilità di errore colpi di pistola? non può sbagliarsi?»

«colpi di pistola»

«perché di pistola? non può sbagliare? non potrebbero per esempio essere stati colpi di?»

«forse erano colpi di mitra, non lo so»

«non so?».

«non conosco le armi»

«colpi di pistola o colpi di mitra?»

«colpi di pistola o colpi di mitra».

il fagiano dorato la guardava con un’aria che non era neppure ironica ma soltanto paziente-impaziente, meravigliata. Commentò:

«non può dirsi che la nuova teste risulti precisa. Mancano i dati concreti. Si potrebbe concludere che si passa senza pezze d’appoggio dalla pistola al mitra. Perché non al cannone? È mai possibile procedere in questo modo?»

«Non è possibile» soggiunse una voce.

«Tutto ciò conferma l’instabilità dei tempi – commenta ancora quello scuotendo le ali – l’incertezza verbale, la sua approssimazione, che è connessa alla sopraindicata incertezza. Neppure le parole, una per una e stese con attenzione, aiutano molto a perseguire la verità». Dopo questa affermazione del presidente si alzarono e andarono a colazione. L’aula del tribunale, in palissandro e tirata a lucido, con moquette verdognola su cui i passi si smorzavano e con le lampade schermate alle pareti, sembrava un emiciclo anatomico pronto per l’uso. Manca il cadavere lavato steso sul lettino a rotelle, lasciato a crogiolare nella sua solitudine – che ben gli sta. Sopra c’era la giustizia che uguale e uguale, così leggera, volava pigolando contro le pareti, batteva le ali cascava sfiorava il soffitto ecc.; c’era lì l’emblema ammaccato di bilancia e Giove, o di Giove e bilancia, una sintesi con la donna dal grosso sedere che si alza a sostenere i pesi i piatti i chiodi e l’intero l’armamentario – il quale peraltro vacilla pericolosamente. Perché non ridere? perché non urlare? Invece ecco lì la bilancia, bene in vista e disposta, lubrificata; solo che, come sempre, mancava il pescatore. Il pescatore, al conquibus, s’era fatto di burro. Dopo il caffè corretto e il pisolino riprese il processo, quando era pomeriggio inoltrato e già quasi sera. Marcho Marcho sedeva sulla sedia vicino a Fraulissa. Al mattino, entrando, si erano appena salutati. Lui l’aveva guardata senza che lei lo guardasse. Ma la sua era una indifferenza tranquilla, un umore contrario senza contrasto, senza dolore. Era semplice indifferenza. Siccome sedevano vicini e Fraulissa con le mani stringeva il bordo della panca, Marcho Marcho si avvicinò; Fraulissa si ritrasse, soprappensiero o dentro ai pensieri. Immersa era e semplicemente ritrasse la mano; ascoltava.

Il presidente come al solito pontificava. Costoro non la piantano di ergersi. Aveva ammonito che «il paternalismo fasullo, se non fosse in giuoco la vita e la libertà di un uomo, potrebbe»

con la faccia da limone, pallido, sembrava sofferente per qualche guasto e aveva lo sguardo di chi odia il mondo e lo vuole di cenere.

Aveva bisogno di sali, eppure procedeva additando solfeggiando, diceva questo e quello, non voleva ammettere la faccenda dei colpi di pistola

«i conti non tornano»

«questo non è paese dove si spari a cazzo di cane»

«se si ammette il fatto, tanto vale ammettere che siamo in un texas anni ottanta; che ciascuno ha in tasca la colt da usare quando gli tira; che il cielo è rosso, che nessuno è tranquillo neppure nel proprio letto, o sotto il letto. Vogliamo ammettere questo?»

L’altro fagiano più in carne, un fagiano da ingrasso, col testone zigrinato come i bulloni della Honda approvava e intanto si rosicchiava un’unghia

«certo non si può smerdare la police a vanvera. Ci vogliono altro che voci di donne – disse con disprezzo –per incolpare i tutori di un ordine i quali»

«anche un sordo, nel rimpallo dell’inseguimento, saprebbe giudicare se»

«come a chiunque è impossibile scambiare Celentano per Verdi!» – il sorriso alla battuta, un ammicco e il deglutire; la stanza si irrorò di un pino silvestre spray, boccata d’azzurro, cielo di mandorla e madreperla; disse che anche un sordo o un poco di buono, messi alle strette, avrebbero saputo distinguere fra la pistola e un cannone. Fra un colpo isolato e una raffica.

«Facciamo un discorso nuovo – concluse – riportiamo le cose daccapo, ognuna con le virgole e l’apostrofo; perché vogliamo cancellare questo giallo e non ritornarci sopra. Se siete d’accordo, prima di notte concludiamo». I fagiani sul trespolo scossero le penne.

«Signora – disse guardando Fraulissa – vuole riflettere ancora sopra quel suono determinato; vuole ricordare con l’orecchio per dirci se i colpi erano di pistola, di mitra o di fucile?»

Fraulissa cominciò a raccontare.

Quando tornarono a casa salutandosi sul portone trovarono Nice che stava rientrando; Marcho Marcho non volle salire. Nevicava di meno ma per la strada si camminava a fatica, il mare di ghiaccio riluceva. Marcho Marcho è solo in casa, steso sul letto a luci spente; il buio si agita di qualche ombra e di pensieri che stentano a entrare in orbita. Dunque?

– Buitost, l’oggi del pane –

«facciamo un’ipotesi su quel suono – la voce di Fraulissa si faceva strada fra i rumori del tribunale, si apriva il passo fra i detriti; precisa, tranquilla; lei era così viva. La sua voce raccontava. Domande, risposte. Volevano incastrare il ragazzo, era chiaro. Bastava poco, niente

«davvero? già, non me ne ricordo. Mi permetta di ripensarci con calma»

«Sarà meglio che esponga ancora una volta in che modo fece conoscenza con l’accusato».

Era molto importante, e anche interessante, ricordare il tono della voce del fagiano mentre pronunciava per la centesima volta questa esortazione. Una durezza da sano guerriero mescolato al paternalismo di un piccolo borghese, rapace e stridente. Sembrava che volesse sgozzare qualcuno

mentre cercava di suggerire. Era vero che

Oltre i vetri si disponeva un chiarore strano; Marcho Marcho rivedeva la tenda – in questa sera; pensava ai pochi uomini che l’occupavano, al fumo, al caldo che era struggente. Afferrarla, fiutarla; era una presenza concreta; la faccia degli uomini sotto il lume mentre fuori Palone di luce si scioglieva come se qualcuno avesse pisciato sulla neve appena caduta. La tenda era buttata in mezzo al prato, lontana dai palazzoni che non fanno compagnia e sono il pendant delle celle frigorifere di un obitorio. O galera. Ma la vita ha da essere una galera per lor signori, come vogliono quelli dal cilindro in testa e dalle belle braghe bianche. Nei palazzoni dentro si gela, se ci abiti a lungo. Sopravvivere. Con le mani dietro la testa, aspettando che il vento passi durante la notte; e con il vento, sulla sua groppa tirata, anche il tempo che è il padre delle cose e di tutti i vizi (dove saremo fra cent’anni?); perché questo, della notte, è un tempo lungo a passare;

i sogni, a parte gli incubi, sono buoni, o soltanto utili, se permettono all’utente di cavare un terno al lotto o almeno un ambo. Tali sono i sogni. Era una situazione tipica. L’alternativa poteva essere quella di passare la notte alla stazione, di viverci dentro dormendo

– la stazione che è il vero luogo da fate, un bosco incantato, un’oasi di verde e silenzio, il cielo è rosso di stelle, centro del nostro tempo. Ho ascoltato, col cuore in mano, il rumore di un rapido in arrivo. Un tonfo, rallenta, un ansimare da bracco; il rigurgito della forza si alterna come un grido, stridono i freni, sembra un cavallo che ritorna al box con il sudore che affiora fra il pelo. Si spalancano finestre e luci dei locomotori. È uno spasso in piena notte. Proprio come una sonata di Paganini che non dormiva mai. La stazione per alcuni è una bandiera, un luogo di transito o di arrivo, il faro nella nebbia, voce nella tempesta. Spiaggia, mare, cuore che pulsa, verità; anche un ventre pieno di fame o il cappuccino all’alba, quando il cielo schiarisce e nella vita per un attimo c’è l’attesa. L’attimo è di riposo, di quiete, anche di speranza e di pace. Essa è il centro della nazione, il nostro quirinale (altro che storie); il luogo della città che non cade in pasto ai pesci e mai reclina le ciglia. Lì ognuno si rinfranca lanciando sguardi, incontrandoli, prospicendo e indugiando, lasciando sull’uscio d’ingresso il cordame sfilacciato dei nervi. Se vuoi partire uno in un momento è sull’espresso in Oriente o ritorna da Munchen dopo la fiera o corre a Paris con le sue cartelle sottobraccio; viaggia in una notte da lupi insieme al grande Marzollo vestito da pascià, con tutti i bottoni d’oro. Si trova nel sole del Mediterraneo o ne è appena tornato.

Scendi e ti corre incontro una faccia amica, quella che non manca mai, cribbio. O quando manca è segno molto prossimo della fine – oppure, se si crede alle fate, segno è che il viaggiatore precipitato in cantina sta affondando.

La Morte con sopra il Mal pensieri e l’Invidia –

per un attimo si pensa a ricordi dell’infanzia (quella faccia), vengono improvvise e anche violente malinconie; un tarlo nei pensieri, è proprio un male nella strozza.

La donna si sdraiò sul letto con un gesto tranquillo, non annoiato o abitudinario; un gesto così; era bella; l’interno col televisorino Brion Vega sul troumeau e due poltrone di San Marcello Pistoiese vicino alla finestra. La stanza odorava di essenze, non c’era traccia di fumo ne di mozziconi, il portacenere era pulito, la luce diffusa, non s’udivano rumori. La donna si sdraiò sul letto e posò gli occhi sull’orologio quasi a togliere la polvere dal tempo oppure da una improvvisa stanchezza che sarebbe stato sempre più difficile nascondere. Marcho Marcho si adattò con una certa indolenza.

La Morte con sopra il Malpensieri e l’Invidia –

«torna, sarà ancora meglio la prossima volta; non è stato male oggi»

le scale liberty erano da libro di architettura, un residuato di guerra o una sopravvivenza; sinuose, ringhiere alte, gli scorrimano in ferro battuto che risaltano bene nei films iconografici di…

Ancora in stazione fino alle prime luci, poi a casa a stendersi sul letto un paio d’ore con la sigaretta in bocca. Suonò il telefono e Nice l’avverte

– aveva la voce ansante che hanno tutti quando proferiscono certi annunci per telefono, a un amico; non si contengono, dimostrandosi subito pericolosi e alle volte perfino infidi, come nunzi di sventura che non sono cari agli dei; emotivi, scarsamente resistenti alle emozioni e alla fatica (lo si deduce dalla scheda personale)

Malpensieri e l’Invidia cavalcano sul dorso della morte –

sì, con quella voce. Nice abbassa, riattacca, alla fine si può parlare ma sottovoce; eppure tutto sarà registrato con malagrazia, dentro al filo del telefono. Egli dice che

– nevica con rabbia, la piazza brilla di tale neve –

gli annuncia che

col nuovo turno appena entrato, la fabbrica del povero Poldi,

autotrombatosi per eccesso di confidenza e per un cedimento dei nervi, Nice lo informa che la fabbrica è stata occupata dalle maestranze; questa voce girava. Si rimetterà in moto tutta l’organizzazione dell’attacco e della difesa «volo senza battimento d’ali» mormora Marcho Marcho

– Fraulissa aiutami –

era facile sentire il suo respiro attraverso il filo del telefono. Sarà registrato questo sospiro dai bischeri all’erta? Marcho Marcho assicura che sarebbe venuto. Anche sotto la neve.

Ponti e cavalcavie.

Ignifugato = dipinto con vernice che rende inattaccabile

al fuoco.

Ponti, cavalcavie, la luce dei fanali, luce bagnata.

Ragazzi intellighiotti e il sapore vampiro.

Paysage avec Julas pendu, ponti e cavalcavie, nirja cioè la nebbia impenetrabile entro cui cade la neve

che cosa si poteva dire? si poteva essere magari primi sul posto per investigare e guardare quindi recedere o decidere qualcosa? la realtà va aggredita e non si può essere sicuri una volta per tutte ma neppure in poco tempo si può decidere qualche azione quale atto di consenso o in appoggio. Dopotutto chi saprebbe subito cosa fare?

– La postazione microfonica della tivù era collocata al principio del viale, fra due alberi d’alto fusto senza più pelle; dai rami con le canne avevano fatto cadere la neve che stava ricomponendosi, dall’altra parte del viale, di fronte all’ingresso, alcune macchine della polizia; erano tre o quattro, gli uomini in borghese stavano rintanati fumando, era normale amministrazione.

 

VII

 

Every Kumrad is a bit

se ne stavano rintanati fumando, normale amministrazione (ogni cumpagno è un frammento)

ma erano appena tre o quattro e con uomini in borghese alcune macchine colorate della police nell’alba d’inverno; tutta la notte e

every kumrad is ogni compagno è is

a bit ogni compagno è – cosa dice quello? proprio un frammento? un frammento, un frammento? Ogni compagno è un frammento. Fra poco la sirena interna suonerà la fine del turno di notte

e proprio stamattina dentro l’alba d’inverno, in un altro luogo e in un’altra città, borgo meschino di questa Mariko che si sta sciogliendo mangiata dal salnitro dato che è rimasta tale e quale da mille anni perché non speculabile, non permutabile, non affittabile –

perché in quel luogo e negli altri luoghi, e in altro luogo proprio stamattina i carabba hanno arrestato due lavoratori alla Ermenegil dove i dipendenti sono in… per respingere i… voluti dall’azienda;

anche in quel luogo o casamatta made in italy alle 6 di questa mattina all’entrata del primo turno gli operai constatavano che nel recinto dell’azienda vi erano circa duecento polizei – consci che si trattava di una provocazione essi raddoppiavano la vigilanza e scoprivano che in un muro della fabbrica comunicante con l’esterno era stata predisposta un’

apertura;

gli uomini s’avviavano al lavoro rifluendo da cento rivoli di vie viuzze cavalcavia (dentro alla nebbia del mattino così spessa che non sembrava possibile forarla, eppure ogni tanto quella lamina si squarciava con un suono di campana e cose persone si vedevano emergere dal mare all’improvviso); andavano e venivano sulle motorette, motociclette, macchinette, auto; mentre uscivano dalle scatole di ferro non si riusciva a vedere neppure un sorriso nei grugni assonnati bensì un marasma di occhi densi, ognuno stava stretto e raggrinzito nel panno. Uscivano in fretta quasi svolgessero una missione. Uscivano e si allontanavano di poco circondando i cancelli, i muri di riporto e le facciate in una morsa; gli uomini e le donne entravano e mormoravano «ci siamo», ben sapendo quale fosse l’impegno e la prossima lotta.

Voci delle caverne, altoparlanti, megafoni a mano. Non era possibile avvicinarsi. Quel che si dice una bolgia di grida e di fischi. Mani in tasca (parecchi), sigarette in bocca. Via che veniva gente, usciva gente; pareva il centro del mondo, dove si manifestava un avvenimento eccezionale. Un po’ per volta i cumuli della neve lungo i viali, fra albero e albero, si coprivano di morchia, di smog, di mozziconi, di sputi, di piscio; le auto manovrando per svoltare con le ruote anteriori salivano fin là

«tutto scorre bene – dice il calabrese infervorato – se ammettiamo che quello è il centro; eppure puzza. Voglio dire: che questa fabbrica sia il centro. Distinguo il fumo, so da che fuoco viene. Questo qui è appena un fuoco di legna, non da incendio. Ma aspettiamo e vediamo»

«Una fabbrica è una fabbrica – rispondono – come una piazza è una piazza. Se ci deve essere lotta, quale luogo meglio di una fabbrica o di una piazza? Oggi c’è la fabbrica»

«fabbrica sia» acconsentiva il calabrese non molto convinto. Chissà. Lui fiutava altrove: «La tenda – prosegue – quella è una bandiera. Piantata in mezzo, gira. La fabbrica viene dopo. Sicuro, è importante anche lei. Certo, è la fabbrica. Sta sopra a tutto. Eppure in questo momento è la tenda, lasciamelo dire» fiuta l’aria teso ma distratto da un’altra parte e non convinto che la giornata prendesse fuoco in quel posto.

«Infatti c’è un’aria di kermesse, poco propizia» Nice stava vicino a Fraulissa come al solito infreddolita ma attenta, abbastanza eccitata

«Mancano le giostre» borbottò Marcho Marcho di cattivo umore mentre si guardava attorno cercando cercando. La gente si ammassava; le inferriate a sinistra e a destra dei due ingressi principali erano coperte di cartelli i quali spiegavano invitavano offrivano insultavano; molti fumavano in gruppi

«Siamo in pieno sturm und drang» disse a voce alta un ragazzetto scendendo dalla cinquecento con un amico

«Non è una fabbrica, è un albergo pieno di stanze e in ciascuna ci devi dormire o morire almeno una volta» disse l’amico

«Almeno una volta».

Dicono che a Orbetello le carceri e l’albergo «Piccola Parigi» sono nello stesso edificio tetro, quelle attaccate a questo, o forse uno dentro l’altro, uno sopra l’altro, uno sotto l’altro; insomma sono una stessa cosa, un corpo solo. I palazzotti del cinquecento servono a cento usi, moltiplicano il fetore di muffa, ombre vengono e vanno in un’aria di sfacelo; lì tutto è possibile che avvenga –che sia avvenuto.

Mezzogiorno è l’ora dell’aperitivo non alcoolico, delle musichette in sottofondo per una slummata lungo la strada. Ciascuno che ne abbia voglia salta fuori dalla tana e si dirama per la foresta cercando. Qui siamo nel centro della city, all’ombra della mole o di una bela madunina. Altrove si discute della stampa italiana sotto il fascismo – qualcuno gira con un fascio di giornali sotto il braccio –c’è chi dice «se viene il negro lo prendiamo di corsa» «se viene il negro a fare il cameriere o la negra a fare la cameriera li prendiamo di corsa. Ringraziando.»

Oh, ma siamo in pieno Sturm und Drang (scrivere con le maiuscole).

En este logar.

Chi ricordava più o terror do mundo?

Piango e gli occhi del cuore vanno sul fiume Volga.

«Sono quello che sono – diceva e ripeteva Marcho Marcho sempre con la rabbia addosso fin dalla prima mattina – non posso farci nulla. Mi cavo la pelle ma ho paura che si ricomponga. Meglio per onestà, soltanto per la mia onestà, non dire né fare cose che non si possono fare. È meglio prenderne atto e agire di conseguenza» «Cioè?» chiede Nice che stringe la mano di Fraulissa. «Nel mucchio, dentro al mucchio, alla retroguardia. Come i poveri figli di donna non come i signori della guerra. Senza sofismi. Niente disprezzo, molta immedesimazione; la partita è perduta se lasciamo la parola ai menagramo che hanno la Watermans nel taschino. Gemetti casalinghi oppure omeopatici. È fortuna che ogni tanto qualcuno scompare per autocombustione. Per esempio: adesso sono al calduccio nelle case, fra poco correranno qui per vedere e romperanno le scatole; poi scompariranno per stendere la piccola bava sulla carta»

«Chi scrive va rispettato» dice il calabrese tutt’orecchi

«se non altro perché scrive»

«Chi scrive va legnato» ribatte Marcho Marcho, che aveva digerito male e guardava il mondo con il nero di seppia «scrivono con la grazietta, con la vocetta, con la mossetta e passano difilato nell’enciclopedia. Sempre più infreddoliti e sempre più morti».

Ci vuole altro, è vero calabrese

altro, è vero calabrese

ci vuole altro eh!

per sentire, per risentire, per ascoltare la voce

pi vìdiri la facci di tutti li braccianti spersi pi munnu.

Spersi pi munnu.

Ossa di cavalli, ossa di ammali, ossa di bufali, ossa di pecore; carcasse di vacche, ossa di taliani sopra ogni pezzo di terra qua e là in giro pi munnu. Povere ossa gialle da mignatta pi munnu, disperse pi munnu. Misere ossa di vacche cavalli bufali ecc.

Cominciare la giornata, e che giornata, con questo incazzamento.

«Dove l’hai preso?» chiede Nice

«Povero Marcho Marcho» dice Fraulissa; con affetto gli appoggia una mano sul braccio.

È possibile?

La tenda rossa buttata nel deserto di neve.

Se ci fosse o terror do mundo si starebbe allegri nella baraonda, perché ci si può muovere per un quarantotto usando anche qualche risata – le impronte delle tue zampe –

qualche risata, se è possibile improvvisarla essendo un dato certo che a sinistra non si ride e neppure si sorride; a quell’estrema in capo al mondo manca poi come dire? il gusto e la forza dell’ironia – che è un’arma di guerra. Non sa colpire o colpirsi, sfruttando l’abbrivio degli altri; resta schiava degli umori pellegrini, pesante e facile a farsi sorprendere. Facile ad arrossire. Un po’ di sale ci vorrebbe, non credi?

«giuljan more e lorenzo governa fìorenza» dice Marcho Marcho

«Tu cosa fai per la classe operaia?»

La tenda è nel deserto di neve.

È immersa addirittura in questa neve. Ma è viva. Esce anche fumo, escono impronte, un va e vieni di gente. La tenda rossa o gialla fra la neve è un punto al centro di un arco. Laggiù la caserma, l’ospedale, la scuola; le case unifamiliari, il condominio a riscatto, un palazzone all’estrema destra snodato e lungo proprio come un treno, le case unifamiliari.

Che cosa succede? la tenda, il treno; un treno di mattoni lungo schiacciato. La caserma, l’ospedale, la scuola; la caserma; una caserma; la casa della police (il bei sito d’ombra, l’augusta Villa Regina, un timido regno). La casa della police; silenziosa, erma; vigila sui destini della patria e sui sette colli

il portone si spalanca, dal ventre del leviatano nel turbine di neve escono con rombi di motori che si riscaldano e uno sferragliare di catene i plotoni della,

solo ruote, solo lamiere, non si vede una zucca non si vede un naso,

né un muscolo; tutto è inscatolato, tenuto in naftalina; compresso dentro vuoto spinto, al riparo dei germi della nascosti dietro le sbarre ruggiscono i leoni; nell’aria un odore di cuoio, di benzina, di panni, di piscio; un puzzo di minestrone, di uomini, di cavalli; un odore di paglia; odore incredibile di polvere dentro a tanta neve.

I cavalli attendevano.

Marcho Marcho continua a macinare la rabbia che lo morde, in quanto è scritto da qualche parte che ciascuno in ogni circostanza deve tenersi e sapersi tenere le rogne sue. È scritto: le rogne sue

«solo in questi momenti trovi qualcosa che assomiglia a; trovi un po’ di; (pensa e ripensa), qualcosa che è, qualcosa di simile. In questi momenti lo trovi»

«è vero; in questi momenti

trovi, se lo cerchi, un po’ di»

«voglio dirti: trovi solidarietà, quella attenzione; altrimenti puoi in tranquillità scannarti»

«perché conviene insistere»

«se ci sta lui, ci sono anch’io»

«cosa vuoi dire?»

«sono disponibile»

«bene»

«già»

Oh figlio, oh volatore! in che mondo nascerai ecc.

La tenda è lì, viva; dalla caserma fuoriesce la lava rossa avvampante. Procede strinando, l’aria si impregna degli odori. La tenda è piantata nella neve.

Nice chiede «cosa vuoi dire?»

Fraulissa lo guarda. Il calabrese ritorna «muoviamoci, dice, in questo momento niente di niente mi piace. Non mi piace come son messe le cose, in questo momento» fa un gesto indicando la cima della piazza.

Si innestano le sirene, le macchine in colonna passano galoppando

«fra poco si balla» dice il calabrese «meglio defilarsi» china la testa come dovesse schivare una pallottola o cercasse un sasso da tirare «niente di bene pare anche a me qua intorno» mormora con un brivido Fraulissa.

È li in mezzo.

– Quello della legge – quelli della legge

– Quello dell’ordine – quelli dell’ordine

Non tornerò neppure se la vita mi farà a pezzi.

Questo è un parlare da uomo. Un parlare che dice e acconsente. Parole che fanno credere, persiano mio. Tu che ne sai?

Brivido di Fraulissa.

Niente di bene.

Quelli della legge, lui che china con un cenno della mano la testa e prosegue sapendo che là in fondo, mezza coperta di neve ma con una trincea scavata a furia di pala da uscio a uscio, così da permettere di entrare e di uscire, c’è la tenda.

Sotto la tenda, se c’è bisogno, improvvisano azioni in fretta, senza scrivere nulla, neanche un appunto, neppure un nome, perché non deve restare nulla di scritto e tutto viene memorizzato. All’occasione basta chiamare un compagno.

«Hai letto il libro di B?»

«un romanzo pornografico»

«un?»

«pornografico; l’hai capito. Il realismo socialista all’uncinetto, un populismo da guardone; hai capito bene. La stessa manfrina, vent’anni dopo; con tutti i protagonisti in pensione, rincoglioniti»

«impressionarsi per le cose che accadono, e anche per le cose che devono ancora accadere, è sbagliato»

«meglio freddi»

«come il marmo»

«se sei attento puoi esercitarti in qualche previsione; così, a fior di labbra. Magari con anticipo».

Questo è un parlare da uomo, che dice e acconsente. La nebbia. Tu che ne sai, persiano mio? (Litigava con la moglie nel bar, lui persiano lei taliana, lui alto alto lei piccina picciò, lei berciava lui voltava gli occhi al cielo con un’ira che gelava e sollevava le mani unite a conca dal basso all’alto, sembrava mimare la missa domini. Persiano mio! con questo titolo lo invocava la moglie e l’uomo nel bar di periferia abbozzava fremeva imprecava)

«cosa vuoi dire?»

«che sono disponibile»

«ah, bene»

«già»

Oh figlio! oh volatore! in che mondo nascerai.

La tenda è fra la neve. Gialla. Tutta grigia. Di un verdemimetico. La tenda da cercare nella solitudine del polo. Dalla caserma esce lava.

Nel corso della giornata le cose precipitarono con ritmo affannoso, la gente si mise in moto scambiandosi le notizie «sai?» le quali passando di bocca in bocca come accade sempre si distorcevano.

Sono i provocatori, avrebbero detto, che rilanciano palle false sulla schiena dei minchioni

«di chi?»

sulla schiena dei

«di che cosa?»

sulla schiena di noi che non ci fermiamo a guardare. Intanto il bischero dal faccino di burro può cantare (come divorasse con i dentini un toast al formaggio e poi tic tac alla macchina da scrivere per narrare il rancore proletario. Poveretto, col suo faccione di burro e la voglia di riuscire a qualcosa di diverso, per il proprio fegato. Di fare anche lui magari in un week-end la marcetta di Ronchi. Tic tac si lanciano palle, si rilanciano; tic tac toc le palline sul tavolo, da questo tavolo all’altro tavolo) tanto le interferenze non ci sono

«che cosa debbo fare?»

sulla schiena dei compagni.

 

VIII

 

Le prime botte col sfollagente calarono sulle schiene alle ore 15,17, all’inizio della piazza, di fronte al civico N. 19. Gli uomini addetti procedevano come un biscione dondolando in un muro di petti cosce caschi scudi; si imbattevano negli altri

«indietro»

«avanti»

«sfollare»

«non sfollare»

«bastardi, indietro»

«bastardi, avanti»

«indietro, dico, avanti»

«avanti, dico, indietro»

«ah»

«mona»

«minchie»

Cappucci neri

vaghe montanine pastorelle – perché quegli occhi dentro o fuori i crani; gli occhietti con il suono il tono il colore sempre uguale dai secoli dei secoli; occhi da cui traspare che dentro all’acqua del fegato nuotano stanchezza e morte – un po’ di morte annerita, quattro ossa in croce, uno stecco fumante; occhi sempre uguali, toccati dalla sorte, simili agli occhi che avevano quelli del sacco di roma; agli occhi che il signor ministro

paura, c’è paura, fame, la viltà della vita, la sua incostanza, il suo fuggire, sfuggire arretrare rintanarsi disperdersi. Tutto c’è dentro gli occhietti gialli-neri, rossi-neri con la pupilla del tutto spenta

–suonare, suonano; colpi e colpi di tromba, colpi di bastone, tic tac toc sulle spalle tic tac toc sulle schiene tic tac toc sulla testa sulle tette le chiappe – senza canceddu e vecchi senza sangu – man mano incattiviscono frastornati dall’odore del sangue dalle grida dai gemiti. Questi uomini ingualdrappati si imbischerano (dietro anche pressioni autorevoli che gli ordinano di imbischerarsi); menano botte, si incavolano tic tac toc, picchiano sbattono ribattono

la tenda è spazzata via di botto

brucia anche – come un’isba là nel mezzo rasa al suolo. Spazzata via di botto. L’alone del fuoco, pochi stracci, mezza panca, le lampade a petrolio.

Bisogna cominciare da capo.

Bisogna ricominciare. Marcho Marcho era nei dintorni ma non era lì. Bisogna dire le cose come sono. Procediamo. II biscione della guardia civica entrò nell’arena procedendo a contatto di gomito, visiera abbassata, scudi in plexiglas non biodegradabili, dentro a una buriana di imprecazioni, di lacrimogeni che zigzagavano, di colpi di pietre mentre ruggivano i motori; il cielo di questo inverno rovesciava il pattume in un volteggiare di fogli e formelle sulla piazza, la quale accoglieva e conteneva tutto nella sua fame.

In fretta la guardia civica che è veloce e non si perde in quisquiglie avanza unita e raggiunge il margine opposto della piazza lasciando dietro di sé il vuoto addolcito da fumi di fuochi.

Quanti morti da noi?

Marcho Marcho appoggiato a un muro defilato guardava o aveva appena guardato la scena. Intorno alcune donne ploravano di rabbia

– fossero di plastica verde gli alberi, di plastica bianca il prato (tutto il prato), lo spettacolo della miseria e di questa furia sarebbe sembrato irreale; ma così? con gli alberelli di legno, sotto la cappa di neve che quasi li schiantava, con il manto dai ghirigori strambi che ogni ora più induriva e diventava ferro e non si lasciava penetrare. Invece tutto era esatto e veramente accaduto; anche la puzza dei gas da poco lanciati, il fumo dei bossoli aperti come scatole di sardine made in España o Italy, nella pregiata fabbrica di esplodenti fondata l’anno 1857 da un cavaliere del lavoro di Brescia. Bel vecchio defunto. Il calabrese non c’era, Nice non c’era, nemmeno Fraulissa; la temperatura bassa tendeva ancora a calare man mano che il giorno avanzava.

Marcho Marcho appoggiato al muro guardava – o aveva guardato; la guardia civica si avvicinava alla fabbrica ma lì, signor ministro mi perdoni, uomini che si chiamavano (come?) erano decisi a non farsi sorprendere. Signor ministro mi perdoni.

Mio padre aveva poca terra, un pugno di terra, quanto basta a misurare da qua a là e anche questa terra gli fu cavata per mezzo di modi spicci. Era il tempo delle ciliegie quando c’era la guerra d’africa nel ’35, lui non ci è voluto andare, non ha voluto darsi volontario, di conseguenza fu messo al bando e tutto gli fu negato. Da quel momento dovette penare due volte, tre volte dovette penare altro che balle – son cose che adesso si cantano, ma allora? sudava dalla mattina alla sera, compresa la domenica che non aveva un momento di pace. Non la trovava. Questa è la vita. Spiegato il fatto; e questo spiega anche a lei a me perché le sto davanti e perché c’è un tavolo che ci separa; lei lì seduto, io coi piedi qui.

Un muro di ghiaccio.

Prendiamo le distanze. Le schiene della police erano lontane al confine dello spiazzo, sembravano un mare di ombra o il segno della stitichezza in una lunga fila grigia; chi stava sul posto a guardare si sentiva passato dalla testa ai piedi da una scarica – insomma dall’amarezza o dalla bile. Guardare e non toccare.

– Università di Conception, Fidel dice in un giorno diciannove degli anni settanta nel corso di una intervista che la rivoluzione è l’arte di unire le forze; di unire le forze contro; questo è detto agli studenti nel corso di una intervista –

passato dalla testa ai piedi da una scarica

– dove andavano con gli schioppi a bracciarm? li seguivano, con un grattare di frizione e col tonfo degli scappamenti gli automezzi blindati del corpo meglio attrezzato. In altra direzione ripresero gli scontri.

«Lei ha visto?» chiede ansimando una signora.

«Ho visto quello che si doveva. Tutte le cose che di solito si vedono; non ci sono sorprese».

I vetri rotti col calcio del fucile.

Per il resto della giornata gli uni intenti a marciare, gli altri all’inseguimento. I proiettili scagliati a distanza dai barbari non producevano alcun danno per la presenza dei fiondatori rodi, che gettavano i loro più lontano dei fiondatori e degli arcieri persiani. I persiani avevano archi di grandi dimensioni; perciò le frecce che si potevano raccattare, servivano ai cretesi, i quali continuarono a far uso delle frecce dei nemici. Mentre marciavano, si addestravano a scagliarle lontano, puntando gli archi molto in alto. Grande quantità di nervi e piombi furono trovati anche in alcuni villaggi. Vennero usati per le fionde. Ma quando gli elleni arrivarono ai villaggi, per quel giorno i barbari, che nello scambio dei colpi avevano sempre la peggio, si allontanarono.

Il giorno seguente gli elleni non si mossero. Nei villaggi era radunato molto grano, se ne rifornirono. La marcia fu ripresa l’indomani

– Marcho Marcho sempre appoggiato nell’angolo e appoggiato al muro guardava fuori e dentro le masse verdicompatte che si defilavano avendo per il momento terminato il ballo col fucile. Gli uomini erano nevrotici e lisci.

Pensava: quanti amici che sono buoni conoscenti e molto rispettabili persone si perdono per via.

Si cci avissiru stati li picciotti…

I capitani colmavano il centro, disponendo le compagnie.

I fianchi del quadrato, invece, si aprivano?

Marcho Marcho fumava con accanimento, fermo come una statua. Dicevano che ai quattro canti della piazza, da qui a là e laggiù, a destra e a sinistra, avessero installato delle telecamere usando un sistema perfezionato per cogliere ogni dettaglio di faccia piede mano. Qual è la colpa più grave?

Con un capitano alla testa, coadiuvato da ufficiali subalterni che a loro volta comandavano cinquanta o venticinque uomini i quali alla lor volta

Che senso aveva vivere in questo modo? in questo tempo? togliersi tutto dalla bocca

– il centro del quadrato era sempre colmo –

dalla bocca che qualche volta canta e spesso parla

dalla bocca che rinuncia

dalla bocca che –

togliersi tutto dalla bocca equivale a dire: chi si toglie il pane dalla bocca è deciso a scegliere, a complicare, a semplificare, aspettare, rinunciare, ricominciare. Mai, spett.le ditta, bisogna pur dirlo, mai a barattare. La cosa consiste nel rimanere saldi e in qualche modo fedeli ad alcuni princìpi fondamentali. Questo è anche detto, come supporto argomentativo e culturale rilevante, nei manuali civici. E che? fondamentali per lui; per lui s’intende; a esclusivo servizio suo. Lei non rompa; ci conosciamo forse?

Nuova York, la bimba uccisa davanti a cento automobilisti. Migliaia di dollari a chi parlerà.

Guardando il passaggio degli unni, il loro fumo, ascoltando le voci degli unni e le canzoni degli unni; dopotutto si può anche dedurre senza la legge marziale che questo tempo è amministrato da un gruppetto di menagramo dal fiocchettino all’occhiello.

Ebbene, marciarono in quest’ordine per quattro giorni. Durante il quinto giorno di marcia avvistarono una specie di reggia attorniata da una moltitudine di villaggi. Una strada vi conduceva, passando per le creste di alcune colline, digradanti a loro volta da una montagna ai cui piedi era posto uno dei villaggi che ho detto. La vista delle alture rallegrò gli elleni, come era naturale, se si considera che erano inseguiti dalla cavalleria nemica.

Marcho Marcho si arrovellava, ficcato in quel posto alle volte si rivedeva in rapidissimi scorci, rivedeva gli anni passati.

– quando finalmente fu sera, venne l’ora per i nemici di ripiegare.

Tutti ripiegarono.

Restarono le luci; restarono alcune luci qua e là; rimasero alcune finestre illuminate.

Alle volte si rivedeva in rapidi scorci come e quando

– Nice a quest’ora era con Fraulissa, vero?

– annegare la tristezza nell’alcool è il modo più banale; meglio piangere per alcuni minuti con lunghi singhiozzi sforzandosi per emettere le gocce dal ciglio e scaricare la furia del cuore. Ma così, all’aria aperta? Oppure cantare la canzone che fa…

Il calabrese intorno alla tavola, nello stanzone di casa dove una volta era messa la stalla e che oggi avevano ridipinto un po’ a caso e irregolarmente – la famiglia c’era là con figli nipoti e rispettive signore; la famiglia con i marmocchi senza le penne che dormono; inoltre sono presenti Nice, Marcho Marcho – alla fine di questa giornata e Fraulissa che è bellissima: essa appare materna, assomiglia a una giornata di pieno settembre, lei che di solito è vivace, tesa, attenta, oggi è dentro a una dolcezza che le ruota intorno proiettando luce anche sugli altri. Come accade alle persone di prim’ordine, che hanno sempre in serbo una sorpresa per gli amici.

«Le cose non si mettono bene, le cose non sono messe bene. Prendono una cattiva piega e non è tempo da scontri leggeri, ragazzi; non è roba da pochi soldi. Gli altri lo scontro lo cercano».

«E che tempo è invece?» – chiede uno dei figli del calabrese; è un biondino, sembra un tedesco «che tempo, allora?», intanto continua a mangiare, a masticare, a guardare nel piatto, a parlare, e parla sottovoce, a parlare adagio «per noi non è mai il tempo».

«Il tempo viene» il calabrese guardava il figlio «viene il tempo, viene. Non dico che bisogna aspettare, dico di non farsi giocare come castagne, perché questo lo vogliono, che noi facciamo il loro giuoco a settembre. Di notte spianano un sentiero anche soltanto battendo i piedi poi dicono; dio cane dicono: di lì devono passare e di lì vaccaboia passiamo.

Prima o dopo però ci passiamo come pecore, la faccia dell’uno contro il culo dell’altro. E ci spingiamo come allo stadio. Di lì noi passiamo».

Sorprendeva che tutti, anche i ragazzi, fossero attenti ad ascoltare. Pendevano dalle labbra. Dentro a un sugo rosso, in un piatto, c’era della carne; verdura verde sopra la tavola in un angolo, una mela sbucciata nel mezzo. La bella mela stava ingiallendo.

«Come si poteva»

«Come si poteva?»

«Come si può evitare di andare naso e schiena per quel sentiero» precisò Marcho Marcho completando la domanda che il biondino aveva rivolto al padre

«Come si può evitare di subire tutto e sempre. Come si poteva?»

«Sopportare sempre gli ordini, i gridi, le stronzate degli altri. Il fumo in faccia. Come si poteva?»

«I fagiani fischiano bile e boria, come si può evitare?» Il calabrese era immedesimato e navigava sui pensieri «la nebbia nei campi, la neve, non come questa fine come sabbia e subito dura come cemento. Là c’era la neve sul serio, anche quando la polizia ci cercava uno per uno, dietro a ogni tronco, oppure dentro le case con la lanterna. Uno per uno ci cercavano, perché avevano la lista in tasca e segnavano con una croce il nome dell’uomo che gli mettevano le manette. Giolitti non scherzava. Ci cercavano dietro a ogni albero come topi, ci trascinavano via legati tutti insieme con una corda ferrata».

Verso sera o nella tarda notte i barbari si ritirarono e dentro i muri della caserma si accesero le luci; le donne allora uscirono a incontrare gli uomini che ritornavano. Gli uomini correvano nel buio sopra la neve. Ai dolze e gaja terra fiorentina!

Quando finalmente fu sera, venne il momento per i nemici di ripiegare. Timorosi di essere attaccati durante la notte, i barbari non si accampavano mai a meno di sessanta stadi dagli elleni. Bisogna sapere che un’armata di persiani durante la notte si trova in pessime condizioni. I cavalli vengono legati il più delle volte con pastoie ai piedi, per evitare che, sciolti, prendano la fuga. Così in caso di allarme il cavaliere persiano deve sellare la bestia, metterle il morso, poi indossare la corazza e infine montare in groppa, tutte operazioni difficili da eseguire di notte e nell’eccitazione della lotta imminente. Perciò preferivano attendarsi lontano dagli elleni.

– Il calabrese diceva, accennando con la mano «sentite i rumori? Questi rumori parlano, raccontano. Stanno allineando le macchine nel cortile, una vicina all’altra, sono pronte a partire, col motore acceso per tutta la notte, pensate a quanta benzina sprecata. Nelle caserme le lambrette vanno, i motori sono accesi, gli scappamenti sfiatano tanto paga pantalone». Il calabrese diceva «anche allora dietro ad ogni albero ci stava uno di noi. Al tempo che io ero giovane. Ci venivano a cercare con la lanterna, venivano a stanarci coi cani, come si fa con i selvatici di passo. Tenevano un odio terribile, proprio come oggi, volevano alzarci a volo e darci un colpo di doppietta. Che cosa vale la vita di un uomo?»

Lontano dagli alberi –

allorché si accorsero che i barbari volevano ritirarsi e venivano diramati gli ordini necessari, l’araldo avverti tutti, con voce tale che l’udissero anche i nemici, di ripiegare i bagagli. I barbari differirono per un po’ la partenza; tuttavia più tardi si ritirarono perché non credevano che convenisse avanzare, si ritirarono per rientrare al campo, col buio della notte. Gli elleni, quando constatarono che i nemici si ritiravano definitivamente, caricarono tutto sui carri e si misero in marcia anche loro, percorrendo circa cinquanta stadi. La distanza fra i due eserciti divenne tale che il giorno seguente non si avvistarono i nemici, e nemmeno al terzo giorno. Nella notte però i barbari si portarono in avanti e occuparono una posizione che

– Il calabrese diceva «cosa vale la vita di un uomo in questo paese di»

– II calabrese diceva «È peggio della vita di un cane. Cosa conta un uomo per questi culi di merda?». Il calabrese era in piedi e parlava «sentiamo il rumore dei carri con i motori accesi, così sappiamo che

siamo noi che li paghiamo col sudore e con le mani sti carri che ci sparano addosso. Sono quattrini nostri. Noi li manteniamo accesi col sangue e col fiato sti carri che ci corrono addosso. Noi li manteniamo lucidi con le trattenute di fine mese. Sentire la canzone?».

Nella notte i barbari occuparono una posizione che

«II fatto è – intervenne Nice – che vi siete fottuti da soli. È giusto dirlo. Non potete incolpare gli altri. Vi hanno strappato dalla terra così come si cava un dente; a calci vi hanno messo in moto per tutta europa qua e là; e giù e su per questo paese. Eravate pericolosi. Vi temevano. Sbuffavano. Vi hanno sbriciolati come il pane duro. Oggi siete panna e miele; un crisantemo, sulla terra di morti. Contate niente. Vivete in città, ma stretti nei ghetti, sbrindellati, incoglioniti; avete scambiato un motore da quattro soldi al posto dell’asino e molti si credono re. Ma non c’è neanche l’ombra della forza semmai la vostra forza è tutta da rifare come un vaso rotto. Ma la forza che faceva sbavare i ministri mammasantissima e i ministri mannaia, quella forza dov’è? dov’è la forza che li faceva pisciar sotto?

Te la faccio calabrese, questa è l’ultima domanda. A me per me, non a voi per voi. Questa: dove hai buttato testa sangue braccia piedi prima che venissero a tagliarteli per farne delle piccole reliquie?».

Il calabrese allarga le braccia, è un corpo di vecchio nel giovedì delle ceneri. Infatti

disse l’imperatore, datemi per piacere un po’ delle vostre reliquie: le porterò in Francia. Risponde il Patriarca: ne avrete in abbondanza; avrete immediatamente il braccio di San Simone, e vi farò portare la testa di San Lazzaro e un po’ del sangue di Santo Stefano

– le braz Saint Simeon aparmaines en averez e le clef Saint Lazare vus ferai aporter e del sanc Saint Estefne –

«Questa è la domanda. Ripeto: dove hai portato

le reliquie della testa del braccio del sangue?»

«Le porterò in Francia. Le porterò a Melano. Le ho portate a Melano ste braccia ste gambe sta testa. Senza sperare i miracoli, cumpare. Che strano convegno. Che convegno di streghe» dice il calabrese.

Le braz Saint Simeon

le clef Saint Lazare

le sanc Saint Estefne.

«Chi beni ti vò petruzzi ti mina». Il figlio del calabrese, che sembra un cruco, si alza e dice adesso vado. I motori dei barbari rullavano sottovoce, altri rumori strisciavano nella notte. Era un andirivieni, un formicolare di scosse, di tranelli, di tradimenti. I barbari si portavano in avanti e occupavano una posizione. Alla mattina s’alza il sole e il capitano chiama i soldà. Anche il sole rulla sulla pianura di neve, pianura innevata; la zona era presidiata militarmente, ometti circondavano con un arcobaleno verdissimo la fabbrica. L’arcobaleno stringeva viali strade case ponti intorno alla fabbrica. Volava un elicottero. Il mattino seguente questa parte di città era circondata da un cordone ombelicale e il cordone introitava soltanto, con specifico permesso, gli addetti ai lavori della sarabanda, per la quale attor giovani erano vestiti e truccati da super-man. Veramente, napoleone nelle sue battaglie faceva tremare gli alberi e le foglie a furia di cannoni e di mitraglie. Gas lisergico, gas tav., iprite, cianuro, voce di lieder dicì. Pallottole dumdum, pallottole di gomma di ferro di legno di carta, pallottole soporifere, pallottole esilaranti, pallottole pallottole che passavano via. I persiani erano schierati a distanza di cinque metri uno dall’altro, faccia al nemico visiere calate culo rivolto a ponente. Sederi bassi, è naturale. Blindo, gipponi, elicotteri: ecco le soubrettes della repressione ancillare; ecco svenevoli debordare con una leggerezza da farfalle, ecco succhiasangue silenziose, lubrificate dalla sorpresa, dalla rapidità, dall’affanno. Oh, volare vedere i campi dall’alto, e il traffico del mondo feroce. Dall’alto. Vederlo il mondo dall’alto. È uno sferragliare di pale che conducono difilato allo stabilimento del conte ripulendo le spighe; eh si! Ebbene questi elicotteri restano impantanati nel cielo senza muoversi, salgono scendono toccati da una strana voglia. Perfidi, con le zampette tozze.

Un brusio, anche una particolare tensione – eppure non si promettevano sfracelli. I persiani erano indifferenti, guardavano in giro. Per le strade poche persone, la fabbrica era là in fondo molto simile a un recinto di legno e terra, sul filo del viale, mezza nascosta eppure in una luce carica che il sole riusciva a distribuire equamente disfacendo la nebbia. Per un momento, non tenendo conto dell’ansia che si rimetteva in moto per un’altra giornata movimentata e convulsa; per un momento solo l’occhio si poteva placare

– ’u ciucciu vasciu pari ’nu purrìtu.

Fraulissa, il calabrese, Marcho Marcho, Nice si salutano e ciascuno si avvia verso casa seguendo il terrapieno lungo la ferrovia; lasciandosi alle spalle la casona del calabrese;

ognuno avvolto nei fumi e nel proprio fiato. Ciascuno si avviò verso la propria grotta

– Fraulissa aiutami –

una grotta che non bastava, per le tentazioni e per le penitenze. Così erano poveri tutti quanti. ‘A sveglia ’e di cucchijeri su pìdita ’e du cavallu. Il carosello delle gippes giostrava a sud-est della piazza, scattavano i lampeggiatori in testa, le sirene e mizziga! urla, tonfi infine i primi spari che sembravano botti, botterelli che non facevano paura. Erano le ore undici e trentaquattro di un giorno qualsiasi dell’anno del sole quieto, di quel secolo dedicato a cristo re.

Candelotti fumogeni

rumori e suoni che spari parevano

ma poi: chi spara?

chi ci pensa? in apparenza la

da quel momento la situazione precipitò. Marcho Marcho non riuscì a mettersi in contatto con gli amici, i telefoni sono ingolfati, in alcuni punti strappati, le linee si sovrappongono per il servizio di stato; quando i telefoni si sbloccano nessuno risponde, tutti sono usciti di casa a speculare. Nessuno risponde dal calabrese, in casa si trovano le donne che non parlano e i ragazzini che apparivano e scomparivano. Marcho Marcho riuscì a vedere per un momento

Nice e gli disse che

«che cosa c’è da dire? andare o restare. Andare dove? restare dove?» ’a

la città si trova tagliata in due, come una

a questo punto però osservano che qualsiasi mandria d’animali, siano buoi o cavalli o altro, ubbidisce ai mandriani più volentieri che gli uomini ai loro governanti. Nice lo vide un attimo e gli disse che le cose volgevano al meglio; per meglio il tedescone introverso intendeva che la situazione ormai è esplosiva;

su questo conveniva parlare, dopo tante chiacchiere e frasi al vento, ora che lo specchio era rotto e ora che la rondine cieca torna o tornerà o tornava nel palazzo delle ombre

in attesa delle parole non ancora parlate, dei fatti non ancora accaduti; che accadevano. Parliamone,

II tocco orribile del telefono.

La trafila delle cose pareva che giungesse a una conclusione – diceva Nice. La quale conclusione poteva essere «la rottura della struttura esistente, l’inizio di un processo di disgregazione

«per virtù propria della classe, non c’è che dire»

«questa volta non c’è chi cavalca la tigre e stabilisce sulla mappa la rotta, questa volta l’inizio della lotta non è stato programmato col sestante per cogliere i fiati del sole. Questa volta è stato subito gestito in proprio dai cavalli del sole. Questa è»

«è proprio un’autogestione che conferma il dato positivo dell’analisi»

«non ci saranno deviazioni. Errori forse; non cedimenti eccetera. La solita solfa. Questa volta si arriverà alla fine; non importa che una volta almeno il percorso sia compiuto dall’A alla Zeta per introitare gli utili se ci saranno o, altrimenti, la somma delle singole esperienze»

«non sarà un agire per agire, subito troncato»

«non dalle circostanze ma da quelli e da questi. Un mondo misagiato, in cui i fagiani dorati fanno nido e riserva» Marcho Marcho a un certo punto dice «sembra ieri che si aveva vent’anni»

«No no» soggiunge Nice che vedeva abbastanza lontano e che si guardava intorno, certo aspettando qualcuno «sia permesso dire avanti i giovani dopo tanto sparnazzo con inviti da furbi. Ma i siciliani, come doveva accadere, hanno fregato tutti. Macché parole e sguirci con baciabbracci, non servono niente negli affari. Questi si concludono da soli, per una serie di sollecitazioni mai originali ma»

«Non bisogna formalizzarsi; c’è anche un secondo momento che è segnato da un continuo muoversi e rotolare di voci e pietre. Che cosa vuol dire? Non che tutto defluisce ma che tutto resiste».

Il tempo passava, in fondo alla spianata il cordone ombelicale si infittiva.

Tonfi come spari.

La situazione precipitava. Occorreva parlarne? Non bisogna formalizzarsi. Una situazione che precipita può confermare, a bocca stretta, che le cose accadono improvvise; ma, secondo esperienza, presupponendo anche gli errori e tenendo conto delle circostanze. Le cose accadono o piuttosto precipitano anche per volontà dei singoli che si preparano a ciò – e tutto dispongono a questo fine.

«Ma è vero che, come afferma il tale, la maggior parte

‘ah, aspetta

la maggior parte degli errori, di questi di cui parliamo, e di tanti altri errori; alla fine, di tutti gli errori; la maggior parte degli errori, come dice H., gli uomini non li compiono da se stessi ma con gran leggerezza li accettano da altri»

«chiunque riesca a imporre agli uomini la credulità potrà facilmente tenere in vita e gonfiare – sì, anche gonfiare i loro errori»

«in ogni senso e direzione»

«in ogni senso; questa è credulità»

«perciò il dubbio è l’arma più efficace dei rivoluzionari»

«il dubbio, l’incredulità, la insubordinazione»

«conclusione logica. In filosofia e in pratica»

«da Cartesio a Marx al sottoscritto, fatte le debite proporzioni»

«da Marx a Cartesio e via dicendo»

«per fare non dico la rivoluzione ma per scuotere un poco il mondo, o soltanto i muri di questo mondo, bisogna avere, come un chiodo conficcato in gola, il dubbio che parla urla ferisce. È l’inquietudine che governa l’uomo e lo dispone.

Degli altri che sono in carrozza me ne batto. Riesci a parlarci? Voglio dire: con gli altri di tal rango e tali decorazioni? Hanno gli intestini dilatati; sul sediolo aspettano la domenica. Meglio restare soli che avere questa compagnia, così risparmiamo anche i soldi del francobollo»

«È pertinente, è pertinente».

Andavano, fermavano, passavano. In quei giorni accadevano fatti incredibili.

In periferia

più noiosa che nebbiosa

andavano stavano passavano

era una vita provvisoria, assai inquieta; come si addice a tempi traballanti. Era molto se si riusciva ad arrivare a sera. Se si riusciva a non farsi schiacciare dal proprio peso e a non farsi gettare da un treno in corsa; se si riusciva a evitare di fumare, di sputare, di piangere e di guardare al passato.

L’odore delle mele

– la torta di Fraulissa –

l’odore delle mele, i ricordi del sole. Tutto sparito dentro

una cintura al margine della città

più nebbiosa che noiosa

coperta di neve. Nicotera incombeva come un pipistrello a testa in giù, nelle grotte a pagamento; sbavava sperma e rideva rideva rideva. Nicotera comandava i persiani, la frangia dei persiani piovuti chissà dove i quali cingevano con un cordone ombelicale (era un ombrello atomico, scrivevano i giornali e i fogli ufficiali in pagina prima) la cintura extra-cittadina entro cui era compresa la fabbrica

–un bubbone pieno di pus da estirpare come un dente ammalato –

«è pertinente decidere quel che si vuole fare»

«a me pare che ci sia poco da decidere. Bisogna sapere se si vuole esercitare l’arte dello sparo a sostegno dell’arte dell’astuzia e di quella altrettanto vertiginosa della violenza. Uno ha quel coraggio?»

«troppo semplice. Che cosa ci aspettiamo?»

«noi che non spariamo, non so; ma ammesso che quello sia uno sparo e noi non lo sappiamo ancora non avendo sparato; se è così, quelli che già sparano un poco dimostrano di voler avviare la giostra e di voler compiere un giro. Così osservano le regole del giuoco».

Il giorno dodici al mattino presto si notò il primo concentramento imponente di gipponi ed altri macchinari; sui camion coperti entro cui stavano i persiani, con lo schioppo fra i ginocchi, fianco a fianco, furono collocate di traverso le mitragliatrici. Quelle che, come affermava il calabrese, hanno una nota in più.

Spuntavano sotto il tendone di ogni camion che si andava ad appostare.

Il giorno dodici al mattino il concentramento dei gipponi e di altri macchinari bellici fu compiuto, insieme a una ordinata congerie di camion coperti dentro ai quali erano stivati i persiani, piuma contro piuma, col loro battacchio in fronte e interamente plastificati.

Il giorno dodici al mattino spuntavano sotto i tendoni le canne lunghe e strette; un correre di macchine e di gipponi appostati; inoltre ci sguazzavano i mezzi corazzati con testeincascate che spuntavano dagli oblò e sembravano le facce dei suggeritori. Questi mezzi andavano, venivano, fra strepito di luci e gran fumo, anche in mezzo a suoni in quanto far casino entra nel programma dei signori della guerra secondo il comma undicesimo della moderna psicologia.

 

Quel giorno e in quell’ora apparve Nello Savore.

Nello Savore sì che è sulle gambe, dicevamo; insomma,

ben diritto sui piedi, con la testa propensa a pensare

quel Nello Nello Savore

sentiamo che cosa dice Nello

eh Nello.

La fama vola, la fama era volata. Un cronista, conseguenza di cose, diede un resoconto dei fatti in cui entra il nuovo protagonista, magari un antipersonaggio ma indicato con nome e cognome. Personaggio positivo, che alla fine ha il destino segnato.

Le cose si organizzavano, perché senza l’organizzazione si fa nulla, diobono.

Un castrone è un castrone anche fra i cavalli, figli non ne fa. Senza le palle non si tira di bocce. Senza occhi per vedere a chi mirate? Sedete e parliamo. Ma occhio alla schiena; e mano, dico il dito, sulla maniglia della porta; o sul grilletto. Così va bene.

Ad esempio, tu che ti agiti tanto e alzi la mano, che cosa si deve fare secondo te? dillo, oggi che l’olio bolle. Che cosa si deve fare? È evidente che siamo circondati; e chiusi in questo modo sembriamo vacche. Bon. Dobbiamo contare sulla mano? dobbiamo annotare sul libro degli angeli

saguli spacu aurupelli? carti inchensu màsteca dinculogna risialgaru? garrubi iuriulena? coffì russectu pepi? gaudare e contare? dire mirra e saltare?

Il tempo della tua vita non t’appartiene.

Oracolo di Delfo: dimmi…

Non è vero, non può esserlo che

che i vivi abbiano il solo impegno, l’unico dovere dei vivi essendo quello di seppellire i morti. Il tempo della tua vita non t’appartiene; inoltre si constata che sappiamo tutto sugli altri, che sappiamo ben poco su noi stessi.

Un paese coloniale era la Francia

una colonia

si dimostrava come una colonia il paese di Francia governato da centomila police su tanti poveri indiani pueblo che sottostavano patendo ogni sopraffazione

_ altissime autorità concedete

_ la serenissima eccellenza voglia con benevolenza nonché con amabilità concedere – i due presidenti che sono autorità con aria soddisfatta deambulavano sottobraccio, con gli occhi d’aria pieni soddisfatti; sottobraccio deambulavano con aria soddisfatta

zac! sventagliavano i fucili, cominciavano i colpi, sventagliavano alla schiena sul petto sul ventre in questo paese che non dico, il paese di una nonnasperanza, dove la signorina felicita in quell’ora a gonna rovesciata il triangolo splendido coperto di un pelo di fuoco via la dava signorina felicita

per la gioia di un mercante nelle vicinanze dello schieramento, per la gioia di una alta eccellenza sempre nelle vicinanze. La signorina felicità in una guardiola di portineria, gonne e gambe divaricate, entro il brusco e il lusco della guardiola con le tendine a fiori era nonna felicita, era signorina speranza

sui prati striscia un sole, il violon d’oton struscia le corde sulle inferriate, il suono è non triste, l’autunnale fulgore compensa il languore dell’autunno. Si slumava sul ventre di nonna speranza la striscia di sole che entra mentre l’altissima autorità gemeva gemeva per il gusto sopra.

I persiani cominciano a disperdere i dimostranti a colpi di mirra. Cento uomini erano occupati a sviolinare col gum proprio nelle vicinanze.

Qualcuno provvederà.

Lasciali fare mugolava il detto signore sul collo della signorina felicita; ti dico, bene mio, che l’ignoranza regna sovrana e che è tempo di resegare. Ah, bene mio, vengo vengo vengo.

I persiani a colpi di mitra sventagliavano aria e terra; su pozze d’acqua e sul prato verde di neve schizzavano i bossoli simili a piccoli gabbiani. Che schifo diceva ansimante l’eccellentissimo; guarda le sconcezze, E poi tu; aspettami, non venire subito cara; le pizzicava delicatamente un seno. Lor signori sanno come sorridere con gli occhi alle volte!

 

Terza

 

I

 

Hai fame? no, non ho fame.

Hai sete? no, non ho sete.

Perché non fumi anche tu? fammi compagnia.

Cessata la battaglia spirò un vento gelato. Discese la neve. Una nevicata fantastica. La bella città che è Lucca – ma non è Melano. Lì non ritornerò neppure se la vita mi farà a pezzi.

Cessata la nevicata spirò un vento gelato. Ritornò il sole.

Un sole fantastico.

Caminando toda la vida debaJo del sol del paisaje de la Isla, Samuel Feijòo ha descubierto que los misterios mayores no se producen en las sombras, sino dentro de la luz… La situazione precipitò. Il cordone ombelicale si dilata e si restringe. Tornò il sole. Così limpido, così secco nel gelo. Torna la neve dentro il sole. Stridevano canzoni canzoni canzoni. Una di queste dice pressappoco: se potessi verrei da te ecc. I muri si scrostano. Laggiù è come entrare, ammesso che sia possibile, in un imbuto percosso da rumori che rompono i timpani. Scappamenti ci sono e voci; oppure gridi, spari e ancora spari, ancora colpi di fucile fino a spaccare il cuore. Le corazze sono percosse. Le impronte delle tue e delle sue zampe. Fame e povertà, gran freddo, nudità, guerra per tutti, malanni, morte. Non si sa, alla fine della vita, dove sono andati gli amici.

Ebbene

una notte verso l’alba

ma era proprio l’alba?

(lei pensa alla morte?

è l’ombra della vita. Più si è ossessionati dalla vita, più si è ossessionati dalla morte); una notte verso l’alba, dicevo, Marcho Marcho fu abbattuto da un colpo di martello alla nuca, vento fecale, un bruciore di petto che era bruciar di chore; insomma l’insieme era angoscia e una autentica paura. Per la prima volta in un attimo quel vento che spezza le corde. Si dice così? un urlo per le scale, solo un urlo lungo in lontananza; oppure un urlo per le scale vicino all’orecchio. Da impazzire (secondo la moda borghese che, con orrore e fuori d’ogni costrizione, è proprio la nostra). Ma passa subito. Neanche una goccia di sudore.

Alzati, cammina; e Nello Savore cammina. Era lì in piedi fra tutti che parlava e indicava. Almeno gli altri dicevano che lui era lì presente. E i fiumi infernali? c’erano anche loro? C’erano. Poco da dire, poco da parlare, nulla da decifrare.

Dice Nello Savore attorniato dagli altri che lo guardano «la situazione che è seria è una situazione di battaglia eppure non facciamoci illusioni, poiché attualmente ci manca il consenso generale. Se non riusciamo a trovare questo collegamento per un consenso, e per il consenso generale o almeno più allargato, se non riusciamo a ottenerlo togliamoci dalla testa di allargare l’imbuto, di spaccare il cordone ombelicale. Come l’uomo di una favola mangeremo e cagheremo nello stesso posto. Lontano, badate;

lontano, diceva, da occhi indiscreti.

Quanta premura.

Quanta maestà, signore.

Alla prima delle rappresentazioni, da balconi e da finestre e finestre c’era tutta la gente di Mariko e le signore con gioielli, con le gioie intorno al collo, al braccio, al fianco, all’orecchio, alla caviglia. E quali gioie. Appena venute dallo Yemen erano di pietra grigia, di pietre rosse, non bianche per carità. Pescate in bocca ai pesce cani che sono nel mare rosso. Dunque pietre rosse. Lo spettacolo delle evoluzioni dei persiani era affascinante, con le macchine di ferro in ordine chiuso e in ordine sparso, appostati ammucchiati, divisi, marcantoni col capocchio nero e con stivaloni e stivaletti, stretti in cintura da fasce di cuoio, stillanti brillantina napalm sigarette ta-pum & candelotti fumogeni, con i capelli tirati e i baffetti a punta.

Un vero rodeo.

Badate bene, diceva Nello Savore, il nostro venerdì si deve allargare come una macchia d’olio se vuole diventare sabato. Nello non era piemontese perché aveva cuore;

non era milanese (Nello Savore stava ritto in piedi) perché aveva cervello; né era fiorentino perché non era bischero né romano perché aveva i crampi della fame. Le dita sembravano i fili della luce. Le mani incavate tali e quali i piccoli badili degli angeli, quelli che raccolgono le briciole

e non hanno fondo. Le mani segnate fino all’osso. Dunque Nello Savore era siciliano e figlio del re svevo; era figlio di un barbaro sul cavallo. Qua, là. Era libero, molto preciso e deciso; così segnato dalle cose della vita, riconoscevano le donne, che non poteva non essere del meridione o delle isole, dove vivono gli ultimi uomini cacciatori. Senza la paura di morire. Perciò lo ascoltavano seduti, in piedi, appoggiati al muro della fabbrica, negli stanzoni; perché diceva si può anche morire, anzi è possibile e probabile ma badate, amici compagni, gente mia, non si può morire da soli. Morire così è da povero elefante. Per questo oh Nello Savore gridavano.

Nevicava, veniva il sole, si soffocava dal caldo (scamiciato), si moriva dal freddo (intabarrato); soffiandosi sulle mani si viveva con la pistola alla cintura, che non si vedesse la punta o che la punta si vedesse pure. Qualche fucile nascosto. Di là di qua non si passava più. Prenderli per fame sorridevano con un gridolino via satellite le autorità, prenderli per fame questi figli di… si diceva in giro. Le coppiette giungevano fin lì sottobraccio a rimirare il cordone ombelicale che stringeva la fabbrica dai quattro viali e anche dai quattro canti di città. Dai quattro venti. Non filtra uno spillo, afferma l’eccellenza sul video delle ore tredici e dopo di nuovo a scapicollare sul ventre terra terra e con una montagna di fiori della signorina felicita; la quale era a cosce spalancate e pronta all’imbeccata. Come odora dice l’eccellenza nel mentre si affanna, nel mentre cola sudore dal collo occhi naso braccia, immerso nel sugo che si squaglia mentre oh bella mia oh come profuma e preme spreme immerge infila fila. Non senti – dice – i botti? sono per gli imbecilli che mandano a monte tutto mentre potrebbero vivere in pace, da una parte all’altra; ma te ti voglio nuda, voltati, che schiena, apri, così. Pam! uno sparo rimbalza contro i vetri scuotendo i vetri e spacca i vetri – la signorina felicita immersa nel sogno, con le mani sotto la testa, nuda, le tette erte, si lasciava guardare e pam! raffiche, le prime raffiche, e intanto lei si lasciava diomio ti prego, si lasciava, si lasciava. Non era più la battaglia che cessava, bensì una battaglia che iniziava. Una qualsiasi battaglia con la parvenza di scaramuccia, in un giorno di domenica del novecento. Basta, diceva l’eccellenza scuotendo il pelliccione e sollevandosi con un tonfo dall’ammasso di piume, son tutto sudato. Pam! le raffiche, le prime raffiche. Ascolta dice l’eccellenza: Gviiuu, gviiiuuuu! sciooia, scioooia, gan; gla-vbum, gla-vbuum! kvart-choz, chmuuuu! gviiiuuu! Senti? La signorina felicita a quest’ora con una grazia leggermente intontita dalla gelatina di carne sopportata sul ventre gentile e piano infilava lo slipino e ascoltava gli spari vicini lontani. Senti? Adesso basta, vado. Ascolti? tutto è fuori, lontano. Marcho Marcho sfiora i culi dei persiani appostati a formare un consistente giardinetto di delizie e una siepe di rose intorno al quartiere della fabbrica per raggiungere la casa, balzando di porta in porta o correndo di porta in porta. Intanto uscendo dalla guardiola della signorina felicita che ha appena abbassata la gonna l’eccellenza si becca una pallottola vagante e resta secco. Come un cardellino bel verde. Intanto Fraulissa e Nice sono alla finestra, dietro i vetri e guardano giù; lui da una parte lei dall’altra. Guardano, non si guardano, sono feriti e confusi; feriti dalle parole, da alcune parole e confusi perché sorpresi da una battaglia che sembrava cominciare. Infatti che altro poteva essere lo sgranocchiare di colpi di mitra che s’alzava dalle fogne e dalle strade circolando intorno ai cornicioni? Sparavano fin là? Era un giro di boa. Un momento molto importante della vita. Fraulissa e Nice non si tenevano più per mano; il cielo sfiata come una candela Champion intasata e pesa addosso con tutta la neve o con il possibile sole. Essi guardavano in basso dove pochi transitavano. Marcho Marcho tentava di telefonare ma nella zona il servizio era stato sospeso oppure era stato interrotto; era saltato; chi volesse usare il telefono doveva servirsi di un centralino ubicato in un androne da cui le comunicazioni venivano smistate e registrate. Non era ancora lo stato d’assedio ma un giro di boa, un momento importante della vita. E la vita passava. È il legno di una cassetta d’agrumi che si spacca a stringerlo fra due dita, è il cumulo di cassette accatastate che girano su un camion targato CT sull’autostrada dei fiori. Dentro alle cassette c’è frutta ma ci sono anche galline che si spennano nel vento della corsa seminando refoli dentro a un polverone. Marcho Marcho e Fraulissa Nice; sul corpo dell’eccellenza lì cadavere rigido come un canarino alcuni uomini in divisa, che parevano molto autorevoli misuravano con il gesso il metro la lampada naturalmente Kodak. Zac e uno zum; un circolo per terra dove mettere i piedi la zucca il didietro; la macchia di sangue; infine il corpo del reato, cioè il bossolo vagante identificato. Una disgrazia non un omicidio ma

«disgrazia che si può sfruttare»

«sì eccellenza»

«si deve sfruttare»

«sì eccellenza»

«vediamo di costruirci sopra un raccontino. Presto carta e matita. C’era una volta una eccellenza che nel corso di un lavoro esponendosi, primo fra pari e di proposito, ebbe la vita troncata in modo brutale e inopinato da un sicario… qua immaginiamo subito il ritratto della belva umana. Identikit!»

«sì eccellenza»

«a tutti i giornali. Presto. Rincagnamo un poco il naso, slabbriamolo»

«subito eccellenza». Il giorno dopo si cominciò a discutere in tivù, sulla stampa e anche nei bar-tabaccheria se il derby calcistico della prossima domenica, molto importante dicevano, forse decisivo ai fini della classifica e della delimitazione di campione d’inverno – dicevano così poiché il campionato era a mezzavia, nel cuore della neve e dentro al fuoco freddo della galaverna; discutevano se il derby potesse giocarsi stante la situazione della città. Una situazione d’impatto col principio di violenza, e in quanto al fuoco una situazione di stallo. Era ovvio che la situazione dovesse essere considerata da tutti i punti di vista

– tu quanti anni hai Natascia?

– dicevano alcuni: non possedere nulla, rinnegare tutto, essere poveri. La povertà è difficile, come la libertà. Sta bene. Ma i poveri, questi devono essere ricchi, almeno una volta.

– I tuoi trent’anni Anna

scadono stamattina;

eri bambina ieri oggi sei una donna

con due capelli grigi caduti sul materassino

di gomma. O sull’orlo della gonna…

Almeno una volta, si diceva; nel discorso riferito alla povertà-ricchezza. Era ovvio che la situazione dovesse considerarsi da tutti i punti di vista. Una parte della città era nello stato d’assedio. Si potrebbe dicere, sosteneva un tale che aveva un fiore all’occhiello e stava nelle grandi stanze dei bottoni, che una parte periferica è ristretta in un budello di violenze. Ma chi si interessa dopotutto della parte periferica?

Ordine del giorno da diramarsi alla carta stampata dei giornali che è carta da cesso col piombo, diceva: minimizzare la situazione in periferia dove persiste un focolaio di rivolta circoscritto; dare risalto al derby imminente, che non è un derby delle mele ma può interessare tutti, grandi e piccini ed è tutto da giocare e non ci sono mezze calzette

«sì eccellenza»

poi stringere; no, a centro pagina mettere in rilievo l’identikit del mostro e il ritratto del cardellino pingue ancora vivo e nel fiore degli anni in famiglia, fra i diciotto figli che sono tanti lillà

«sì eccellenza»

poi stringere i freni, mano alle trombe, magari qualche sventagliata di fuoco sui sederi di quelle carogne che imparino a ragionare. Un maialino di latte è diverso per la tenerezza e il bell’odore da un porco da uno o due quintali sbrodolante e sozzo.

Fraulissa dice: «Ho voluto ritornare»

Marcho Marcho sorride e allunga la mano

«e la giovinezza, la poesia?» chiede

«una bellissima cosa la poesia – risponde Fraulissa –ma la poesia non c’è più. In quanto alla giovinezza, questa resiste perché invecchia con noi».

Marcho Marcho sorride e allunga la mano.

Il cielo è fantastico in quest’ora a guardarlo dai vetri.

Fraulissa alza la tapparella (san romualdo sette febbraio) spalanca seppellisce spinge sventra apre guarda allarga – che altro? perché non buttarsi dentro a un cielo che si può incrinare con un dito o anche con un’unghia? o addentare con un morso l’aria che allappa? Non si guarda in alto; speculare in basso; lì c’è un fumo più denso e il solito rumore dei persiani accampati; ogni tanto qualcuno di questi entra nel boulevard, infreddolito e s’infila in un bar. Dai carri funebri balzano a terra giovanotti ingualdrappati di elmi e di cuoio: mitra uccello muscoli medaglie bandiere e occhietti pistacchio-vaniglia; portavano a tracolla fischietti fischioni; si dondolavano in mezzo alla strada, sulle strisce, per sgranchire le gambe e guardavano intorno godendo di dare spettacolo. Beati loro. Ma dopo tanti anni sembravano le ombre di Dante che ritornavano sulla terra scoperchiando i sepolcri. Odoravano di muffa i mandrake che si esibivano, eppure profumavano di brillantina o di tabacco come persone vive. Fraulissa e Marcho Marcho li guardavano dalla finestra. Ogni tanto qualcuno di loro si infilava in un bar-tabaccheria, trincava il suo vermut. Vietato fumare. Si poteva bere per combattere il freddo.

  Io allora dissi a partire da questo momento a

Fraulissa: lo so che non c’è nulla da dire e sono contento e mi basta. Ti aspettavo. Non si può restare soli, non si può vivere soli; nemmeno si può stare sdraiati sul letto feriti a morte fumando l’ultima sigaretta come nei libri. Non si può, perché è meglio morire in fretta. Ma se allunghi l’orecchio puoi ascoltare quelle cose che fuori si stanno facendo e quante martellate giuste si danno alla statua di marmo; via le braccia e le gambe, via ginocchio tette e didietro, via la testa inutile, nell’ombra. Non si può essere un ramo secco – anche se non si può né si deve essere un ramo nuovo. Bisogna produrre qualcosa in fretta e darsi da fare; capire qualcosa, intendere. Dico a Fraulissa che le novità dell’uomo sono continue e che non finiscono di sbalordirmi. Mi preoccupo anche di pensare qualcosa perché non sempre è giusto, dico a Fraulissa, agire soltanto. Immagine cinetica, figura in movimento. Dico a Fraulissa che se non c’è dietro qualcosa è puro divertimento. Quell’uomo.

Io dico a Marcho Marcho che sono semplicemente ritornata. Sono ritornata perché sapevo sentivo che potevo ritornare. Questo è molto importante. Non ci sono domande e non ci sono risposte. Apro la porta avendo la chiave. Non ho bagagli. È freddo, lascio il passamontagna sulla sedia, c’è un fuoco acceso nella cucina, allungo le mani. Non so, non so più se fuori nevica o c’è il sole. Dico a Marcho Marcho che non ricordo se fuori è freddo l’inverno o se è calda l’estate. Dico ancora a Marcho Marcho una frase sulla poesia e la giovinezza e gli chiedo perché mi guarda, ma intanto mi fa bene, sono contenta, sono alleggerita; mi sembra di ritrovarmi in questo momento. Io ascolto Fraulissa che parla, ha le mani sulla stufa, le calze rosse, sta fumando, mentre parla mi colpisce il suono della voce che mi ricorda un’estate a san marino ma dovrei parlarne per ricordarlo meglio, per precisarlo, con le mie sorelle che vivono lontano; non ho tempo non ho voglia, bisogna pensare a noi, agli altri, alle cose, a tutte le cose; non c’è tempo per eroi né per uomini che dormono sul letto o fumano sul letto o sul letto in ogni caso stendono la camicia. È l’epoca dei fischietti, di certi tonfi, di talune facce che si trovano qua e qua e qua dove meno dovrebbero. Io dico a Fraulissa se ha fatto qualcosa negli ultimi giorni, se ha visto qualcuno, se ha saputo qualcosa; le dico che ho cercato di mettermi in contatto col calabrese, con Nice, con lei. Le chiedo che cosa si può fare, anche se so che cosa dovrei fare. O che cosa devo fare. Dunque? Io sento Marcho Marcho che parla parla e ha ragione a parlare; anch’io gli vorrei chiedere qualcosa. Non è sempre detto che stando alla finestra e vedendo le cose dall’alto la visione ci sollevi per il giusto verso e la conclusione per noi sia la migliore.

Vorrei mangiare. Vorrei fare un bagno.

Vorrei forse dormire per qualche ora.

La mancanza di animali in una casa dove non ci sono bambini. Prima domenica di quaresima: incomincia il digiuno. La frase che si snoda nella memoria come sulla telescrivente, coi suoi caratterini lustri di bucato, giorno di natale e di capodanno e mezzo agosto costellato di tanti avvenimenti, tac tac tac, il nastro tocca terra s’arrotola è bianco è coperto di segni, di frasi da decifrare. Che lingua è l’italiano? Meglio i numeri, ics ipsilon, un prontuario di date o di dati che non ha mai fine. Ascolta questa voce al telefono che ti dà la buona notte. Vorrei mangiare e lo dico a Marcho Marcho, vorrei fare un bagno e glielo dico. Vorrei dormire subito, in fretta perché sono stanca, ho voglia di dormire, devo dormire per qualche ora.

Io vedo Fraulissa che si stende sul letto vicino a me e s’addormenta subito. Vedo il sonno di Fraulissa, che non è un sonno leggero, non è mai stato un sonno leggero; ma è profondo, pane di segala, carico di segni; il sonno (questo sonno) è veramente un immergersi e nuotare, nuotare e ruotare, vedere, capire, sentirsi. Sospira, mormora, si volta, ogni tanto sorride e ogni tanto incruccia labbra.

Ha un viso giovane anche se

i suoi capelli il suo collo

il seno appena in rilievo

leggerezza del corpo, corpo leggero ma

io ascolto il sonno di Fraulissa che parla e il tramestio del mondo che è fuori. Fuori ci sono le tapparelle e il viale, oltre il viale una piazza, al di là di questa piazza c’è la città; c’è la parte della città appestata, che ha alta sul pennone la bandiera gialla. Lampeggiavano i bernoccoli viola sui tetti delle auto via passanti, si scatenavano i persiani affumicando il mondo per via del pingue cardellino ucciso.

Quando si dice un cardellino. Che non canta più. Perciò vaste retate alla cerca del tonno. Io vedo Fraulissa alla finestra che guarda abbasso mentre giù c’è movimento e frastuono. I soliti suoni. Penso anche che non si può soltanto guardare – anche se la considerazione è ovvia e abbastanza oziosa. Io Marcho Marcho non sono più giovane e sono sdraiato sul letto; sono sdraiato su un letto. A che cosa portano le conclusioni di un ragionamento? Se non dai troppo fastidio ti sopportano, mettendoti in un angolo con un calcio; se dai troppo fastidio ti uccidono, semplicemente sparandoti. Già ci sono gli uomini della morte. Può succedere per la strada, a un angolo, mentre bevi il caffè in un bar-tabaccheria. Tac, sei morto; ufficialmente defunto per una ufficiale giubilazione. Essendo ormai in tanti al mondo e da noi in modo speciale non c’è più tempo per la messinscena. Spettacolo senza regia, improvvisato per la plebe che è in aula. Certe sere, dico, le giunture scricchiolano come i cardini di una porta. O la serratura di una porta. O la porta in tutti i suoi argani travi chiavistelli. È ruggine vera. Io guardo Fraulissa e penso. Io Marcho Marcho sono steso sul letto, con il peso delle ossa rilassate, con il peso dei nervi e delle giunture aperte, sfilacciate. Io guardo Fraulissa che guarda giù in strada. Chiedo a Fraulissa che cosa sta accadendo. Che cosa è accaduto, accade, accadrà. È inverno. Il freddo taglia le pietre. Sono Marcho Marcho e sto pensando in questo modo elittico alla mia vita; perché non sono più giovane. E io sono (mi scusi, dottore) io sono la morte (un poco di morte), la morte bella, la morte vergognosa, la morte azzurra, la morte serena, la morte che balla, la morte che ha la faccia di merda, quella che suona e canta. Sono la morte intera.

Laggiù c’è il fuoco. La vita può adirarsi contro se stessa, che è vita; ma non può fermarsi. La vita può esplodere, magari contro se stessa che è vita; ma non può fermarsi perché si compone e ricompone in una tensione che va via avanti.

Io sono Marcho Marcho e raccolgo in questo momento alcuni sintomi che servono a scrudire me stesso; anche se sono scarsi e deboli, come si è visto, e riempono a malapena un tabulato. Io sono Fraulissa che guardo quest’uomo che è mio con un sentimento misto fra la tenerezza e un astio che può essere benissimo tenerezza per lui e astio contro di me – che però non saprei dove collocare. E perché? Si cammina, si cammina. Io sono Fraulissa e sto alla finestra, io sono Marcho Marcho e sto alla finestra. Sono vicino a Fraulissa, le tapparelle rialzate, defilati stiamo speculando la strada dove i passanti sono pochi, dove c’è il vento che spazza ogni angolo, balla perfino l’insegna azzurra del tabaccaio-lattaio che è il solo che abbia le serrande alzate. Poche le persone e svelte; come si è detto è in atto una rappresentazione di persiani in varie maniere.

Io sono Nice e arrivo, io sono il calabrese e arrivo, io sono Fraulissa e sono Marcho Marcho e aspetto, apro accolgo ricevo dico saluto siedo. Sono io che fumo, io che bevo (un po’ di vino da un bicchiere, da un altro bicchiere, da un terzo bicchiere, da un quarto bicchiere), io che parlo «ditemi quel che sapete» io che ascolto e ascolto anche la mia voce abbastanza bassa, non troppo gradevole soprattutto per le impuntature dialettali che non riesco sempre a correggere o a imbrigliare. Io che dico «oggi sono accadute cose» e muovo la mano, alzo il vetro, la immergo nel bagno della strada, un lago di marciume triturato dai pneumatici dei carri staffetta e carri anfibi dei persiani. I cingoli sfasciano la strada, lasciano impronte di denti sulla sua faccia. Io Marcho Marcho dico «il passo del farmacista» e quasi nessuno (tranne forse la donna) mi capisce, perché sento veramente il passo degli stivali del farmacista sul marciapiede, tac tac tac solitario distinto, ben ritmato come la morte. Voglio dire che non è un suono del ricordo, non è la madelaine dei piedi (un foglio del tutto privato) ma è un passo che si sente in giro, intorno al palazzo, sotto di noi, sopra, qua e là, un suono di passi stivale, di passi tamburo, di passi coltello, un’arma puntata.

Io dunque Marcho Marcho dico «qualcuno parli e racconti, ci sono fatti nuovi in giro» potrei vergognarmi per una curiosità così tiepida che mi ha appena alzato dal letto. Ma ho tutto il tempo di pentirmi e per vergognarmi. Ogni ora vale un anno, il pentimento è la morte.

Io che sono il calabrese racconto «stamattina la strada era quieta quieta era un tappeto d’erba ma zeppa di persiani schierati a muso duro che fumavano lungo i palazzi. I caschi sulle teste sbaluginavano, sembravano culi di bambino o la schiena dei tonni. Poveretti poveretti.

Fanno schifo ma vengono da lontano, poi l’acièllu rapinu mori sempri lientu. Cani curciu sono. Sempre di pietra stanno, fiutano il vento. Il vento gira, il naso è chiuso; la luce gira, l’occhio resta fermo. Come fosse piantato col chiodo.

Io che sono Nice sto zitto, bevo sorso per sorso, perché ho male alla gola, la mia gola brucia. Sono anche scontento, mi sento in un angolo, isolato; sto fra gli amici e mi sento solo. Mi sento perduto oppure… Che cosa ho veduto? Nient’altro che battaglie nella mia vita! Cannonate, con la mia faccia gialla. Io Nice ascolto il calabrese che racconta «stamattina la strada era quieta quieta però zeppa di persiani, di tagliagole, di marinai che mettono la vela secondo la barca e non secondo il vento. Non cammini se non ci sbatti il naso contro così il naso te lo rompi. Hanno raccolto e contato il cardellino accoppato. Sembrava uno struscio, gonfio di brina. Si è poi sgonfiato in un botto, tutti gli stavano addosso e parlavano, segnavano per terra con un gesso, facevano croci che sembravano scongiuri col gesso, misuravano col metro, coi passi, si chinavano sull’asfalto per misurare con la mano. Così è andata. La donna di questo re Manfredi, la signorina felicita a quest’ora, è uscita dalla guardiola palliduccia a dichiarare, e quello scriveva, che c’era appena andata sotto a quel toro. E adesso era lì per terra. Si vedeva che ridevano perché i persiani ridono sempre quando si parla di sottane. Ridono da matti tanto se ne fregano. Ridono e stanno a cavallo».

Io che sono Fraulissa chiedo «faranno qualcosa contro?»

«Contro?»

«Voglio dire si muoveranno senza cerimonie? Circondano un quartiere, il quartiere è una trincea, dentro ci bolle tutto. Non potranno fumare guardare gelare in aeternum. Adesso ce l’hanno il morto importante, l’uslein dal fredd. Questo filo possono manovrarlo da ogni parte e dove si vuole».

Io che sono Marcho Marcho dico «è probabile è certo che faranno qualcosa. Contro la fabbrica lo fanno, lo faranno contro il quartiere».

«Di notte la fabbrica spegne le luci, resta al buio, sprofonda. Non vogliono lasciare bersagli per i colpi di questi». Chi parla? «Risparmiano i gruppi elettrogeni che vanno alternati; i picchetti stanno all’erta ma il buio è fitto. Solo i persiani accendono e spengono le cellule fotoelettriche che inondano il buio di una luce che sa di orina densa. Un colore di piscio».

 

 

II

 

Descrizione della o di una battaglia nel mio cinquantenario. Pietre miliari al bordo della strada, qualche sedere di lucciola settembrina che zigzaga nel grigio della sera. Non è ora di dormire né l’ora di ricordare. Alla battaglia di Canne io non c’ero, non c’ero alla battaglia di Marengo, non a quella di Mentana né alla breccia, non ero neppure al Piave non alla ritirata di Russia né al ponte di Perati né a quella di porta Lame, non ero in niente di niente; non ero nato, ero appena nato; vivevo da poco, ero troppo vecchio; i capelli crespi o erano ormai bianchi. Ero orbo e ci vedevo. Vedevo vicino e/o lontano. Ma non ero in alcun luogo per meritare una medaglia, non ero su né giù, né qui né là eppure a questa battaglia anch’io ci sono, anzi la descrivo. Posso farlo in quanto la guardo dalla finestra, dunque dall’alto. Mi sono noti e non sfuggono all’occhio neppure i contorni, i frangenti, le pipe; coloro, e sono tanti, che entrano escono dall’imbuto ovvero dal cordone ombelicale tirato intorno al quartiere. A me sembra di guardare dal muro di Berlino. Ho detto descrivo, non racconto. So bene che non basta guardare, ma intanto! Non voglio inventare, voglio strisciare terra terra come un verme.

Colore di piscio, dicevo. Questi cubi mandano un calore diabolico e una luce che toglie senz’altro il respiro; luce che odora di ruggine, di ferro scaldato, di vernice che si screpola; densa come polenta.

Io che sono Marcho Marcho non ho paura della coscienza, neppure ho timori generici ma faccio una semplice constatazione. Da mesi ad esempio non ricevo una lettera. Ad esempio è appena tornata Fraulissa, come un piccione viaggiatore che plana sul tetto. Resta? riparte? Ci sono questi amici – che sono amici; fuori, in un cerchio dell’orizzonte, ho questo mondo che è il mio. Basta? Non posso esprimermi, non posso giudicare in questo modo, disponendo e proponendo altri problemi; sciogliendo nodi il cui scioglimento ho sempre rimandato fin dai tempi di… Dai tempi di gnà Ava. Giudicare da piani diversi; con lo stesso impegno, se non c’è altro impegno. Con lo stesso strumento se non ho un diverso cacciavite.

Semplicemente è questo. Pena la morte. Voglio dire la morte vera, quella che lascia vivo e uccide, lascia libero e stringe col filo spinato; quella che fa, quando il tale guarda in un vetro, che non riesca a vedere il contorno della sua persona onorata. Si fa per dire. Ne conosciamo di sissignori, in questo tempo. È un fiume di lava rimesso in moto; ha fuoco e fuoco ma quale fuoco; fuoco che ha separato di qua e di là in modo ordinato, con convinzione_ una incisione sul terreno e un ribobolo di sassi sassini, sassoni, macigni e tronchi, un ammasso che nel mezzo forma una trincea, uno spartiacque, un muro alto, un monte o solo un cancello da cui non si passa. Basta un poco di fuoco.

Ma nulla è lasciato al caso; si vedono alcuni di questi sissignori passare in aerei privati, lindi e pinti di fuori e di sopra (aerei e padrone e pedone) mentre vagano nel cielo. La loro ombra non tocca la terra, sfuggono al fuoco e al destino; sempre più lontani e leggeri. Sfuggono il fuoco. Perché è vero che molti hanno questa paura del fuoco. Fuggono ogni fuoco; a meno che non sia il fuoco del vapore ai bagni, con la musichetta fra i denti. Ho detto che la loro ombra non tocca terra quando volano in alto, sorvolando il fuoco, sopra la testa e le zucche dei mortali che badano ai piccolissimi traffici.

Descrizione della battaglia.

È il giorno 27 febbraio è lunedì è sera. Io Marcho Marcho io Fraulissa io Nice io calabrese non parliamo, ascoltiamo. Seduti intorno al tavolo di cucina, luce accesa, finestre chiuse, le tapparelle rialzate, il rumore degli spari è un rumore così zacc zacc, non un rumore così pam pam. Zacc sembra qualcosa che si straccia, una tela o una carta da imballo densa di cellulosa. Zacc, zacc, sono spari singoli anche se fitti; molti sparano ma sparano un colpo per volta. È inutile aggiungere che in tal modo riescono a prendere una mira diritta; alzano il braccio, l’occhio è chiuso; oppure stanno in ginocchio con l’arma premuta contro la spalla. La bazza è contro il calcio, balla ad ogni rinculo. Colpi colpetti singoli, molto fitti, spessi come culatello affettato o salame di montagna. I persiani non scherzano. Il fondo del viale è illuminato dai riflettori, ai lati del viale staziona un ammasso di carne montata su camion, sopra questi sfiata detta luce che brucia frugando strisciando ventre a terra; quasi tirandosi dietro un tendone nero. Sembra un teatro e una rappresentazione a teatro, prossima a consumarsi; si può guardare la scena. C’è la rarefazione simbolica e assurda, senza umanità, delle riprese cinematografiche; le zucche degli invisibili opinabili spettatori sono sfiorate dai riflettori che mettono in moto il fumo delle sigarette. Uno spettacolo tragico ma non sinistro; uno scappa e fuggi ancora tutto da giuocare. Il titolo è semplice: terra illuminata in una situazione d’emergenza.

Descrizione della battaglia.

Durò tutta la notte. Alla mattina s’alza il sole e vediamo i baldi soldà. Erano i persiani dai culi neri, stavano fermi col fucile imbracciato. Parevano statue. E il casino della notte? ma quale notte? Avrete scambiato rumori per altri rumori, come succede alle genti affaticate. Lei ha visto qualcosa? ha sentito? ha visto? da quale finestra? da quale piano, androne? Mi faccia sentire il fiato. Vuole scherzare? Dunque! I persiani stretti intorno all’imbuto; gli altri col freddo addosso dentro alla cucina: Marcho Marcho, Fraulissa. Ma quale cucina?

«In questo modo – dice Marcho Marcho – è come vedere niente».

«In questo modo – dice Nice – è come sentirsi niente».

«In questo modo – dice il calabrese – è essere niente. Mio figlio ha ragione».

Parole di un prete di ferro, dice il calabrese: ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Il prete è morto.

«È come dire – dice Marcho Marcho – che esiste solo un momento in cui tutto può accadere; passato il quale la tela si ricompone e ricominciano i pugni degli altri che è la reazione».

Fraulissa «Si può aspettare guardandola».

Nice «Che cosa sta succedendo là dentro? Non sappiamo niente. Sentiamo raffiche, vediamo luce gialla, qualche voce. E allora?»

II calabrese «Chillu chi ’un sa è cumi chillu chi ’un vidi. Le anatre pascolano, c’è quella che vola? Mio figlio Antonio ha ragione, in questo modo è come essere niente. Non sappiamo non vediamo».

I vetri appannati si spianavano col palmo della mano; fuori era tutta una scena, con gli aerei che giravano tranciando i tetti e la cima degli alberi. Dissero che Nello Savore era stato ucciso, un certo Nello Savore secondo le notizie ufficiali; ma presto quest’uomo appartenuto a loro per un sol giorno con tanta tempesta in corpo da rovesciare una nave diventò leggenda. Poiché quando parlava il problema o il fatto diventava chiaro, ogni testa era centrata ma con un modo d’amico, non perdeva tempo, andava diritto allo scopo e faceva capire. Se diceva: così e così, capitava così e così. In questo modo ognuno lo ascoltava e imparava; o meglio, eseguiva.

«Lasciami stare, diceva il calabrese imbizzarrito, non mi capitava da anni; questa è morte che dispera. La morte pesa quel che porta via come il beccaio la carne del cavallo. Neanche così; la morte invece vale e pesa non per quel che porta via ma per quel che lascia. Altrimenti i contadini come potrebbero salvarsi? Nessuno di noi riesce a ragionare con la testa, relativo al futuro, andando al di là di una settimana. O ci arriviamo a malapena con la mano. Per noi, amicoli, il tempo bisogna toccarlo, perché così si preserva altrimenti scappa». Il calabrese parla mentre la battaglia è in atto con molti rumori. Battaglia era anche la morte di Nello Savore. L’aria si rompe, gli specchi cadono, i fumi sono corde da impiccato. Quando è notte i rumori si rintanano negli angoli, le case diventano scatole di latta, vibrano in quel modo. Nello Savore è disteso sul tavolo di marmo al modo del cristo rosolato del Mantegna, di sguercio, sghembo e vibrante, giallo verdino che pare un limone. Solo le braghe, i calzini ai piedi ma è senza scarpe

«perché i fucilatori persiani, vegnù da campo, non lasciano molte tracce dalle loro parti, come cacchette di pecore, ma bruciano e via, chi s’è visto s’è visto. Così quello lo volevano ferire e finire e l’hanno finito; non gli hanno lasciato dire beo, niente di niente. L’hanno aspettato, fatto fuori, trascinato e pompato poi l’hanno messo in cantina e in vetrina, adesso sul marmo lo voltano e rivoltano come vogliono»

«Cosa dicono?»

«Bè, dicono che»

«Sì, dicono questo»

«Era facile prevederlo. Dicono che sono stati gli stessi, amici perché erano stufi e micchi. Lui non voleva quel che loro volevano, proponeva altro. Savore con le arringhe delle parole chiamaca i gatti a banchetto, ognuno accorreva ma banchettava male, perché era lui che serviva il pranzo e mangiava caviale».

«Era un peso con il suo premere pesare incitare svegliare».

«Dicono che è stato questo».

«Lo diranno. Per dirlo lo diranno. Negli anni. Questa è la storia, che comincia una mattina e finisce una sera. I loro libri sono pieni di questi frilli».

«Nello Savore, ’utta a fà juornu cà ’a notti è fatta».

«L’hanno visto sul tavolaccio e sembra un cristo. Verde, sembra stizzito. Verde d’erba, sopra ci passa un vento che lo muove».

«Era»

«È. Nello Savore un…»

«Eppure sembra…».

«Quanti pochi sono gli uomini fatti così, che passano in un baleno nella vita e sono nella vita di ognuno; che servono a tutti e hanno il cuore sul bolero, sul labbro, il cuore sulla spalla e sulla mano. Non ci si stanca di ascoltarli. Vuoi sapere? Io che non so niente di nientebevo di questo vino, lo aspetto lo aspetto lo aspetto. Sto zitto intanto e in silenzio ascolto».

Quand’era più giovane, lo conoscevo che correva sull’argine di un fiume. L’argine era dietro la villa di sanmarino, per quel canale c’era passata caterina scappando da Ferrara, ci navigava di notte sul barcone tirato dai cavalli al lume della lampada; c’erano i pioppi di quegli anni che giravano giravano giravano nell’aria vibravano scintillando esplodendo, andava in bicicletta a portare pacchi, giornali. In un’ora era tutto fatto. Si sbrigava. Grazie».

La battaglia e dentro la battaglia c’era il corpo morto di Nello Savore. Ci stava. Era alto ma anche basso, aveva i baffi, o poco pelo; calvo. Adesso è li sporco-morto, la morchia cola a un angolo del marmo.

Sul banco è stato buttato. Malacarne.

La battaglia. Non sembra una battaglia ma dicevano che era una battaglia. I colpi franavano tacc tacc ma la neve assorbiva tutto, come la buona coscienza dei contemporanei e assorbiva nel paciugo ogni rumore; anche il rumore dei colpi. I rumori scorrevano in un modo molle ma scorrevano continui; filavano via. Nessuno poteva dire con cognizione di causa che cosa succedeva al di là dell’imbuto; il quale era sempre più compresso e ristretto, gomito a gomito, dai persiani che si scambiavano il posto ogni tre ore e così si succedevano

«È sorprendente, dice il calabrese, dalla parte opposta della città pochi sanno quel che succede qui; molti sanno niente di niente. Non li riguarda. Chiedono se è scoppiato il deposito del metano o la polveriera di Marano oppure chiedono notizie dei botti ma così, come se i botti fossero tali. Chiedono se è crollato il duomo di melano»

«Cercano l’ordine; il disordine è come il fuoco per i pipistrelli, impazziscono»

«Altri non vogliono che sto’ ordine, perché non si sposti un birillo»

«Quest’ordine è come le gambe di Marlene la tedescona che oggi sono di pecora. Ecco il bell’ordine di questi figli di troia»

«È l’ordine stirato e laccato dai vecchioni che hanno il potere e la grana mentre si guardano allo specchio»

«Quest’ordine ha tre rughe sul collo, come può essere obiettivo?»

«Le candele no, no le candele; la luce delle candele è terribile; mette nella stanza un silenzio di caverna con tutte le ombre eppure non c’è un angolo che non abbia la sua luce forte che punge. È luce di polenta, luce elargita con le sirene dai riflettori dei persiani schierati»,

 

II fuoco dei bivacchi.

Erano pochi cartoni accesi, erano ceste vuote di frutta provenienti da Trapani

in testa a Marcho Marcho datosi che gli anni erano andati via e Fraulissa dormiva sul letto vestita

Marcho Marcho

anni e anni cento

il tempo che passa

faceva male alle volte pensare i pensieri più innocui; anche nel voler fare per non morire. La boa della vita. Rimane il tempo per cambiare la vela

la faccia della mia mente è enfiata

mo è vegnù tal tenpo, che sono recreto e stanco

il tempo della mia vita non m’appartiene

si va avanti per successive approssimazioni? nessuna scoperta specifica? Il passo è uno dopo l’altro eppure si fa un cammino. Diceva che Nello Savore, morte… è un circolo chiuso, abbastanza chiuso, molto chiuso, oppure è un circolo non aperto del tutto quando uno si cala dentro tali pensieri che sono pensieri notturni, gravi pensieri di una notte fonda profonda, in mesi come questi; ma anni e anni indietro, in mesi come questi girava per queste stesse strade, proprio sotto questa neve e aveva una mano calda nella mano e si guardavano si guardavano

teneramente?

negli occhi?

Ah che tempi abbiamo vissuto insieme. Li ricordi?

È lì? È possibile essere tanto ingenui, così privi di problemi? in mesi come questi anni fa figolo figolo, credeva che fosse bello vale a dire elegante per un bamboccio avere camicia azzurrina con cravatta bianca, così da appare e lasciar senza fiato le bambine; si lisciava i capelli, li impomatava, si profumava, era giovane giovane decisamente coglione. Infatti approdava a spiagge deserte

via la sigaretta; anche un respiro di Fraulissa, quasi un sospiro, un aumento una debraiata del sangue poteva sconvolgere i pensieri che uscivano fuori, disperderli; in definitiva Marcho Marcho era uno che al passato non ritornava, lo evitava in quanto ciò che poteva servirgli era riservato al presente. Le forze che residuavano erano il poco di calore strappato all’inverno del signor d’Aubigné. Queste sono parole da dirsi e sono cose da farsi? L’impressione generica è, insieme all’approssimazione, uno degli aspetti negativi degli anni correnti. Ogni dato è ufficioso, soltanto ufficioso (non ufficiale), tutto è poco sicuro e quasi sicuro. Ho sentito dire…

Aumenta il casino nella strada, le ruote i rumori e le donne che si rincorrono, voci forti, rumori di macchine in folle che si scaldano. Segno che il giorno è ormai spuntà. Su questo punto concreto, alla fine della riga, con la curiosità addosso, Marcho Marcho s’addormentò.

Sognò suo padre. Per la prima volta.

Essendo nato nel… Marcho Marcho oggi ha anni cinquanta.

Non sono tanti né pochi sono

cinquant’anni e cinquanta sono troppi. Bisogna collocarli

fra il carbone la farina

fra il lusco il brusco

in una stanza

metterli dentro alla carta velina legati con un fiocchetto,

continuare a vivere è una necessità.

perché questa manfrina? ma perché Marcho Marcho facendo il consuntivo prima del mucchio di giorni antecedente al presente mi sono accorto

dell’esiguità dei dati raccolti

come il rilevamento statistico sia scarso

come le scorte accumulate vadano in rapida estinzione, pertanto quanto sia urgente

provvedere al magazzino. Non si può dire ne raccontare la favola della maledetta cicala e della maledetta formica.

Cica cicala e siora formica. Marcho Marcho sogna

sogna buttato in questo suo sonno-non-sonno dopo aver sognato a occhi aperti con fatica. Sogna la sua vita passata, a volo d’uccello. Topografìa generica, qualche vaso etrusco.

Il caldo nella stanza è opprimente.

Marcho Marcho sogna il padre. Fraulissa è in piedi, prepara il caffè. Luce rossa di fuori, non nevica più.

Nello Savore fu portato via e passò sulle chitarre, segno che il sangue di quest’uomo era un buon sangue e il lavoro dietro le spalle positivo. Quando il popolo canta un nome l’ha bevuto. Nessuno potrà dire «passato come una meteora» pensò Marcho Marcho. Se resta un segno è uguale alla traccia del carro sulla cavedagna; questo segno è il lavoro impostato da un uomo; un lavoro preparato. Naturalmente, se si può impostare una storia come un lavoro a maglia o come un quotidiano bongiorno, o se si può programmare dall’a alla zeta il corso di una giornata che è sempre carica di pericoli pronti a scattare. Non si vede la sera.

Luce rossa nel cielo; poche bandiere ma di un grande colore rosso. La vita non finisce di sbalordire. Dove sono usciti fuori gli amici? da quali tane e tanti? il respiro della vita, il suo tanfo lieto, il suo fiato, proprio l’ansimare, lo sento caldo sul collo, se corro ascolto anche il battere dell’altro cuore. Questo è bene.

Stanotte ha sognato suo padre.

Nello Savore fu bruciato, le ceneri sotterrate in un campo senza segni o riscontro. Un di più e via. Coperto di polvere. I soldi stavano per finire. Qualcosa ancora aveva Fraulissa, non molto; da Stiebeling Marcho Marcho per decenza non poteva ritornare; era passato troppo tempo. Il calabrese li invitava talvolta a casa sua a mangiare ma anche il calabrese procedeva a razioni calibrate; eppure  bastava. Tanto per salvare la pelle, diceva.

Arrivò la domenica del derby.

 

III

 

Bisogna rifarsi a sabato. Sabato verso mezzogiorno fecero l’autopsia al cardellino ammazzato, frugando fra le ali. Il medico legale lavorava presenti due o tre periti di parte e il magistrato giovane che conduceva l’inchiesta. I giornali della sera uscirono sparando titoli come era l’uso del luogo e del tempo; non si poteva ribattere che mentissero. In effetti nel corpo del sopradescritto furono rinvenuti due o tre proiettili di provenienza diversa sicché si poteva concludere che a sparare erano state più persone o almeno più armi.

Se ti sparano in molti hai molti nemici.

Sono i nemici che usano le armi per sparare; o anche altro, per offendere sorprendere.

Silenzio.

Il cardellino e Nello Savore nei giorni passati erano stati infilati in due celle refrigeranti vicine. Si davano la mano. I risultati dell’autopsia permisero ai giornali di dar vento ai fanali di coda e alle bandiere a poppavia, di ironizzare a modo loro, che è un modo irresistibile per gran parte della gente. Non siamo tutti uomini? Più armi sparano da direzioni diverse? Segno che i nemici vengono o risiedono in direzioni diverse. Cercare, ponderare bene, valutare, allargare l’arco delle indagini a diversi settori; potrebbe essere il tale…

Silenzio. Se sparano addosso; ma… I risultati dell’autopsia, mentre la canea si azzannava col piombo, e la carta stampata era un fumo e anche un fuoco… la mattina del derby non nevicava, il sole appariva e dondolava, i cittadini s’avviarono.

Alcuni giovanotti conbandiere.

Il fumo era in giro fra sole e tetti eppure se la nebbia non scende vedremo giocare come non abbiamo visto quest’anno, dicevano. Mentre i primi s’avviavano, verso le ore tredici, prendendo in piazza l’autobus corse la prima voce.

La quale diceva: badate a quel che fate e farete sedendo in quel luogo del derby, lo spettacolo sarà magari importante e voi vedrete giocare come non si è mai giocato quest’anno; bene bene; ma una cosa è certa, che finirà in tragedia. Insomma, attenzione: chi entra salta. E salta in aria col bum!

Madressantissima. Proprio come il cane in ferma le prime centurie arrestarono la gamba alzata sulle aiuole antistanti, circa cinquanta metri dalle entrate.

Presto la calca fu compatta, un panettone enorme e lo zibibbo erano le teste; ma zitti, non avanzavano di un metro. Con le bandiere in mano la prima fila di aficionados sembrava composta da comparse del cinema le quali aspettassero il turno per entrare in azione in qualche battaglia. Permaneva sotto i loro nasi lo spazio franco di metri cinquanta, da qui all’ingresso, in quanto dicevano «se scoppia qualcosa il botto l’udiamo ma colpi non prendiamo, non siamo ammazzati, la distanza è di sicurezza per ogni evenienza».

«Ma cosa fate – cominciò un altoparlante dal finestrone a più alto dello stadio – perché non entrate se fra poco comincia la partita, questo derby della gnocca? gli ingressi sono spalancati, su su entrate».

«Certo gli ingressi sono aperti però si fa presto a chiuderli dietro le spalle e noi restiamo in trappola».

«Bene che vada, se non ci ammazza il botto; perché dopo c’è mammapolice che scruta fotografa svirgola e noi non vogliamo essere fotografati rivoltati svirgolati almeno fino a che è possibile, cazzo».

Non li smuoveva nessuna esortazione fuoriuscita dall’altoparlante lassù disposto. La gente come una chiazza d’olio grezzo o come morchia uscita da una stiva restava ferma sullo spiazzo gelatinoso, non procedeva né di qua né di là, permaneva.

È gente ottusa, popolaccio marcio – dicevano le autorità accorse con macchine e macchinette non appena si diffuse la notizia della folla a mezzavia – gente stronza che non la smuovi a pedate. Lì è lì resta. Neppure a cannonate. Non la smuovi. Si è ancorata e rimane secula seculorurn.»

«Circolare diobono, muoversi di qui muoversi di là, lì non potete stare in quanto intralciate il traffico – urlava il microfono – è un abuso che esercitate, è una prepotenza, è interruzione di traffico, blocco stradale, ferroviario con quel che segue, e poiché siete in centomila i primi che becchiamo si prendono anche l’arresto per radunata sediziosa, formazione di bande, associazione a delinquere, omicidio preterintenzionale».

Si udì un pernacchio.

La voce imperterrita seguitò: «Chi dentro cinque minuti, minuti e minuti fünf, non ingressa o non fila, non smamma dalla piazza che antistà; ripeto, se non entra allo stadio o non fila, costui sarà considerato un associato a delinquere e come tale arrestato e subito condannato».

Sventolarono alcune bandiere coi colori della squadra ma l’emozione era sciapa, l’entusiasmo smorzato, ognuno restava in mucchio protetto dal compagno. La massa non si muoveva. Arrivarono con le sirene e le luci traballanti verdi-azzurre sul tetto alcune macchine della polizei da cui discesero con il consueto decoro altri signori in grigio, uno con una barbetta nera; così dicendo, dopo essere usciti dalle rispettive automobili s’avviarono verso l’ingresso dello stadio. Il primo di loro fumava.

«È evidente che aspettano – concluse una altissima eccellenza guardando da una finestra dello stadio – aspettano per tirare le somme; o scoppia l’ordigno o s’avvia la partita. Facciamola avviare perdio».

«Sta bene e questo è giusto ma non scordiamo che laggiù in fondo dietro gli ultimi alberi abbiamo un piccolo vietnam in casa nostra. Questo per le proporzioni».

«Domani, se oggi non dimostriamo di poter far giocare a palla, domani…» l’eccellentissima era slavato e piangeva con quella rabbia secca che è feroce come una stecca avvelenata ed è propria delle eccellenze che si vedono contraddette spernacchiate e senza più il potere, che è il potere di fare quel che tira e vuole.

«Facciamo qualcosa» andavano avanti indietro per il corridoio coi vetri da cui si vedeva lontano.

«Facciamola incominciare sta partita, ca custa l’on ca custa. Quelli sono voltagabbana, se la godono ad aspettare per vedere lo spettacolo. Come a teatro, con le loro bandiere».

«Domani domani»

«Facciamo che incominci»

«Macché botti, non ci risultano ordigni in giro»

«Domani domani»

«Sti voltagabbana; sì facciamola incominciare»

«Come a teatro»

II cronista della radio fu spostato in un’altra cabina, gli furono messi due microfoni sotto il naso, perché in uno «con molta charme, mi raccomando, come lei sa; con molta verve, mi raccomando, come lei sa; con una voce normale e gaudiosa come se fosse cosa di tutti i giorni che lei dicesse e facesse in questo modo; voglio, la prego e ordino, che la partita, cioè questa partita sembri giuocata, per chi ascolta la voce, in una situazione ottimale, con tutti i venticelli a favore, senza alcuna sverzura. Non si vergogni a simulare più entusiasmo possibile e la passione che c’è o non c’è. I giocatori giocheranno, la sua voce dentro e fuori deve coprire lo stadio, popolarlo (di fenomeni, distribuirlo in ordinate file, far gorgogliare i cuori. Che altro posso dirle?» e l’eccellentissimo si accese la sigaretta. Fumava come un vapore. Li dentro s’accalcavano tante teste calve e

«in questo stadio della vittoria di samotracia oppure voluto da un qualche napoleone e costruito da cesare, in cui fin dal secolo scorso si giocavano partite di pallone al bracciale da mozzare il fiato, sono io che vi parlo amici in ascolto e vi dirò tutto, vi racconterò tutto, in questa giornata di un fervore ineguagliabile, di fervore agonistico in cielo in campo e dentro al cuore del pubblico innamorato. Il quale per una strana coincidenza è tutto schierato lì, ordinato e disponibile con le sue trombe trombette bandiere, pronto per la sarabanda domenicale. E al suono delle caccavelle. Oh buona plebe napoletana dove sei? dove sei finita? dove sei fuggita? la tua sonorità, la tua proverbiale dolcezza, l’entusiasmo azzurro come il tuo mare! dove sei dove sei dove sei? Incattivita, seria, sbatti il tallero sul marmo, indaghi e scruti perché non ti fidi dell’argento. Oh tempi, che potreste essere d’oro e siete invece di ferro. O di carbone ardente»

–con occhi allucinati il cronista stringeva il manico del microfono mentre il fiato via via evaporava, fumava ed egli stesso sembrava svanire sciogliersi con esso. Poi si riprese con uno scossone di testa, inghiottendo un librium, trangugiandolo con un secco colpo di collo. Che tempi!

– «bandiere, riprendo, per la sarabanda domenicale. Di tutte le domeniche. Perché non volete entrare? perché non volete suonare? perché non volete vedere? La partita è bella, sarà bella, dovrà essere bella. Questa è la partita: palla giocata da Giovanni a Poli e da questo a Marcelli il quale»

un gruppo di elicotteri uguali ai soliti formiconi estivi puzzolenti volava sul catino dello stadio e copriva la voce; poco dopo si allontanarono.

Calcio d’inizio, fischio dell’arbitro

ognuno che non poteva vedere poteva pensare.

Molti sedettero per terra. In terra c’era ancora la neve, o in terra c’era l’asfalto bollente.

Aprire una porta. La voce.

L’asfalto bollente era flaccido; pareva zucchero filato.

La neve dura dura era di legno. Nessuno si sedeva.

La voce.

La voce raccontava questa partita rimbombando nel catino dello stadio dove undici e undici e altri ancora correvano e retrocedevano avanti indietro come pulci ammaestrate dando un colpo a una palla che schizzava; la voce si ingrippava strideva chiamava chiamava

vellutata, con strazio della memoria

«dolce terra di Franza, bella cara plebe napoletana dove sei dove siete, perché non canti? spara mortaretti, suoni caccavelle, ahi ahi ahi, riempi questo vuoto e…»

«Ma che fa, urlava l’eccellenza più eccellente di tutti, il bischero ci fotte lo spettacolo, rompe i vetri e rompe i timpani. Ma che cosa dice, che dice?» si voltava a sinistra a destra dove permanevano compunte altrettante eccellenze meno zigrinate le quali annuivano scuotendo la testa

«la partita, descrivere la partita» era un ordine a livadenti, quasi un sibilo di vapore «altrimenti la plebe come è vero dio s’incacchia e sbotta». «Tenerla tranquilla, non esagitarla per il momento. Quiete, raccomando».

«Ecco la palla da Carli a Tardini, da costui con un diagonale profondo al frugolino Centonze che sta all’ala, da costui al centro, semirovesciata al volo di Tubi con tiro di sinistro che sibila vicino al palo, no sbatte contro il palo e rimbalza in campo, interviene la mezz’ala e con un tiro a mezz’altezza insacca nell’angolino alto a sinistra. Gol da manuale, peccato che non l’abbiate visto, che non tutti l‘abbiamo visto e goduto; eppure (qui la voce arrochisce) è stato visto da molti, un gol da punto all’uncinetto, tale da appenderlo vicino al miracolo di San Gennaro che invece rosso non è. Le cose belle e straordinarie non sono tutte uguali.

Non sono uguali, dicevo, ecco che sull’uno a zero l’arbitro manda le squadre negli spogliatoi, la partita è ancora da giocare, ne vedremo di belle durante il corso dei secondi quarantacinque minuti. Potrete, dove siete, vedere e ascoltare. Vi riferirò puntualmente – anche alla plebe più accesa, alla napoletana che tutto vede e tutto sente in questo calore umano fatto di lacrime sacrosante e di qualche sberleffo ma mai di odio e di altre paure, e poi è vero che questa plebe può sortire dai chiassi e se vuole prendersi il sole sulla spiaggetta, al canto dei pescatori i quali pescano e cantano o seduti fumando rammendano le reti per la pesca operosa del giorno seguente; non è vero che questa plebe sia diventata insensibile al richiamo del sole e del canto, basta un tuffo in mare nei giorni di calura per dare ristoro alla gente in quel paese beato, dove tutto ci cresce spontaneo, fiori frutti carichi di bei colori consumano l’aria bevendola a sorsi, riempendola di vitamine e clorofilla; altri fiori e frutti s’alzano ne’ campi e ne’ giardini, sprofondano dai muri di cinta che limitano le villette talché basta allungare una mano per cogliere il pomo da mordere ma dopo il calcio d’inizio rimettendoci in cronaca diretta, dopo il calcio d’inizio per il secondo tempo della partita-derby, Marcelli a Carli, Carli di tacco all’indietro a Roberti e da questi con una lunga traiettoria verso il frugolino all’ala sinistra ma lo spiovente è intercettato»

le loro eccellenze in grigio sedute vicino ai finestroni fumando pipando, qualcosa manducando e sbirciando la folla: «Sono ibernati» commentava uno e molti risero fra loro; «se li martelliamo in zucca» aggiunse un altro con la erre alla francese e l’accento di provincia di Lecce «si incrinano e sbriciolano. Dopo mandiamo gli spazzini»; «Concludiamo questa partita, se restano così fino alla fine e riusciamo a rimandarli all’ovile, io accendo una candela al santo»

«parata del portiere in tuffo sulla destra, palla rimessa in gioco con un lungo diagonale, sono in lotta Pieri e Aldrovandi il quale è sgambettato platealmente»

il calabrese tirava con una certa stizza dal sigaro e ogni tanto mormorava: «non so proprio cosa ci stiamo a fare» «nulla, nulla di nulla – è la risposta di Marcho Marcho – solo a guardare un poco, a speculare e per essere presenti almeno qui. A restarcene qua fuori»

«finirà male – risponde il calabrese – fileremo a casa zitti o prenderemo quattro pedate in culo. A me mi sa che aspettano un gesto per spararci alla schiena mentre scappiamo»

«è probabile» dice Nice

«probabile racconta il radiocronista che l’arbitro conceda un calcio di punizione per l’atterramento di Pelosini da parte di Persi, il quale viene anche ammonito. Questa è la prima ammonizione della partita. La fatica si fa dura e affiora qualche cattiveria. Ma ascoltiamo, vediamo. Alla fine, viviamo. Quanto poco tempo abbiamo davanti, solo dieci minuti un giro di lancetta, poi tutto è finito. Partita, voce, vita; un’ultima scommessa. Non abbattiamoci, datosi che i campetti saranno sempre rossi o verdi, ben curati, anche dopo di noi. Così dice il cronista. Il sangue di sangennaro gorgoglierà nel calice grosso. Noi saremo felici liberi puliti, perché la plebe in processione avrà chiesto urlando a perdifiato e con qualche gesto di minaccia, in alto loco, benedizione benevolenza e mezzo grammo di amore-odio per noi.

Basta mezzo grammo per ritrovarsi in cielo. Per filarci dritti come un missile. Di lassù si può guardare il mondo con ironia; guatarlo e guatare una partita come questa partita, in cui Carli con una fuga vertiginosa sorpassa il mediano laterale che è stato fino ad ora il suo killer e si presenta in area con la palla al piede, è solo, pare solo, è solo, indugia, sì, è solo, si prepara a calciare, calcia, è gol, no non è gol, Arcangeli con un tuffo prodigioso blocca la sfera a mezza altezza sulla sinistra. Che momento magico e che vicenda sciupata per eccesso di precipitazione. Vedremo come vanno le cose. Allora…»

«Allora che?» si domanda guardando intorno l’eccellentissima eccellenza «Mo’ si fa pure le domande e risposte, conciona a mezza via sto bischero per incasinare tutto. Dacci sotto stronzo, racconta racconta, non hai altro da dire da gridare da inventare? Per altri cinque minuti, dai» e picchia il pugno sul muro.

«Parlare parlare parlare, non ritirare la rete, stendere i fili i fili i fili» altre persone in grigio, che molto valgono ma in sott’ordine, si passano la voce quasi fosse un mattone. Le altre autorità circondanti come cuori di carciofo il rifreddo principale che s’alza impettito nel mezzo, tremolano e indietreggiano dentro al piatto d’argento della stanza. Tanta gelatina sopra sotto e intorno

«ma non è gol e poteva essere gol, così la precipitazione dell’ala ha impedito il pareggio ma ecco che il numero tredici sta scaldandosi al bordo del campo, si prepara a entrare, certo bisogna dare una spinta offensiva all’attacco se si vuole cuccare il pareggio altrimenti poiché»

cominciava a salire una nebbiolina gentile, un fumo quale poteva essere il fuoco di cinquantamila sigarette e altrettanti cigarri in luogo aperto ma non abbastanza ventoso; la nube saliva mentre in fondo, verso l’estrema periferia dall’altra parte della città, si alzava un riverbero rosso insieme a un fumo nero che stagnava sopra i tetti; ogni tanto partivano razzi che restavano fissati in cielo. Spari.

Gli spari si identificavano a fatica, ci voleva un orecchio esercitato per dare al tonfo perduto una collocazione in ordine all’universo e per trovargli una giusta direzione. Chi voleva fottere questa pallottola? Bon. Un rumore di arachidi quando si schiaccia il guscio.

«Laggiù sparano in continuazione da alcune ore».

«Qua invece è uno spettacolo, tale può sembrare, O un funerale».

«Anche laggiù è uno spettacolo e tale può sembrare».

«Siamo troppo lontani, questo è un pomeriggio perduto».

«In ogni senso. Nulla veduto nulla goduto»

«O anche noi siamo vicini?»

«Non esiste possibilità di confronto»

«A che cosa?»

«Alia vicinanza, forse. Alla lontananza, forse»

«Eppure è bastata una frase, un avvertimento per fermare i cinquantamila che… Col piede alzato, tac, bloccati, con un passo avanti anzi con il cuore in gola»

«Perché la paura fa novanta»

«Questa volta fa centottanta. Oppure perché si sono convinti. Che cosa si può dire? Aspettare con qualche incertezza può essere eccitante. Forse è così»

Una cappa di fumo nel fondo del mondo, la cappa forma il rilievo di un dorso collinare poggiato al cuore della città; quaggiù la voce declama che

«è entrato in campo Marte al posto di Galdino, dunque un uomo di punta autentico goleador sostituisce un centrocampista per gli ultimi cinque minuti in previsione dell’estremo attacco alla trincea avversaria per ghermire l’auspicato pareggio, ma è altrettanto vero che la difesa avversaria regge bene tutta stretta intorno a Ben che è un autentico mastino dell’area di rigore e troneggia, colonna della squadra e allora amici, amici, cari amici ascoltate, cari ascoltatori siamo agli ultimi minuti della gara, un estremo tentativo»

–mentre l’eccellenza speculava dal finestrone col cannocchiale dice vediamo di farli defluire in ordine e in fretta sti scimpanzé ma non perdiamo la testa e che a nessuno di voi saltino i nervi –

«se ne andranno sti scimpanzé»

«è freddo, se ne andranno»

«si fa sera»

«la situazione dall’altra parte della città è caotica, è molto critica anche se è sotto controllo, dunque è nostro preciso compito di far defluire questi scimpanzé in centurie ordinate e in fila indiana, ma in silenzio perdio e presto, che si ritrovino a casa o imbucati nell’autobus che li scarriola veloce. Nessuno resti fuori dalla rete. É un ordine»

«e per gli stessi svincoli concordati, niente periferia»

«sembra che là in fondo ci sia proprio una battaglia»

«sembra che là in fondo ci sia una battaglia – dice il calabrese a Marcho Marcho – senti gli spari?»

«li sento»

«andiamo?»

«Aspettiamo la parola fine fra un momento»

«Marte avanza per calciare dal dischetto del calcio d’angolo. È l’ultima possibilità per la squadra, parte lo spiovente, saltano insieme Anselmi e Vera, palla fuori. È la fine. Ecco il fischio di chiusura. Addio, addio. Il microfono fu chiuso in fretta con una mazzata».

Urla l’altoparlante: «per il rientro l’autobus è gratis, ciascuno salga tranquillo. Si può arrivare fino al capolinea. Partono dieci autobus ogni tre minuti. Dunque niente ressa ma solo pazienza. Lo spettacolo è finito»

Lo spettacolo era davvero finito, cala la sera. Una nebbiolina che si mescola al fumo delle sigarette. Gli stendardi pendono sulle spalle degli adepti. Segue un momento di silenzio, un momento di spaventosa immobilità dentro al cumulo della gente che forma una massa compatta. Sembra che la folla si metta a pensare e muggisca. Si ode in simultanea il tonfo ritmico di tutti i cuori, il rumore del sangue che scende e sale strisciando, il picchiare sulle tempie. Un formicolio forsennato. Per un momento i signori in grigio impallidiscono, stringono il pugno. È possibile che

–No no è cosa in sto mundo, tal è lla mia credença,

ki se possa fenir, se la no se comença

«Può infatti finire qualcosa, dice Marcho Marcho, se non è ancora cominciata?»

«Andiamo a casa».

Dopo pochi minuti la zona era deserta. Non una bandiera. Partirono a luci spente anche i furgoni della police, i cavalli blindati dei persiani, i gipponi dalle griglie per suore. Mentre

bisogna dirlo, le loro eccellenze si concessero un sorso di brandy o qualcosa al maraschino. il più alto in grado, colui che sovrasta di piedi di braccia di petto di bicipiti schiena zucca e chioma; il più alto in grado si lappa le labbra con il gesto di un lattante. Stiamo per concludere. Scende la sera. Il freddo fa solitudine. Il vento striscia da basso. Una città deserta, con uno scenario di fuoco, in una lontananza che non si può toccare. Che cosa sta accadendo laggiù? C’è forse un incendio? un sabotaggio? molti dopo un’occhiata serrano le finestre per ripararsi dal gelo.

Mai la paura si cazza via tutte le cause le quali io volevo dire.

E che permangono.

 

IV

 

Se si incontra un amico dei vecchi tempi, che non son sempre tempi beati, bisogna fingersi cieco. O lo smemorato di Collegno. L’ho già detto forse e chiedo scusa. Ha i denti cariati. Con lui si parla di morti. O delle cose morte. Di vecchi compagni, di vecchi maestri, di vecchie donne, di vecchie ore, di una vecchissima adolescenza. Ti ricordi, diobono? Sono morti anche quelli che siedono e s’affacciano alla finestra di fronte. Li portano via.

Si parla di vecchi libri.

Caro signore, ho assistito allo spettacolo. Lo spettacolo era deprimente. Era in onore di mio padre; ma se ci fosse stato mio padre l’avrebbe trovato deprimente. Che ragione ha, oggi, uno spettacolo deprimente? Quali giustificazioni? Tam tam tam. I suoni sono segnali. Abbastanza ubiqui e difficili da captare. È inutile che l’auto della police, con targa civile, passi e ripassi su e giù per la strada. Non riuscirà a scoprire l’emittente dei suoni; questo semplicemente perché sono state prese le necessarie cautele. Perché sono quassù nascosto sotto le travi del granaio e cambio residenza cambio luogo due volte al giorno. Mai dormire nello stesso posto per due notti di seguito. Dormire con un occhio solo. Porgere l’orecchio. Attenzione non tanto ai rumori, sono quel che sono, ma ai passi e a qualche sospiro lontano; a come si tira il fiato. La prima dote per chi oggi vuol buttarsi da un ponte è una furberia straziata e affilata, proprio la furberia della volpe. Altro che il fuoco dal naso e la cicca lasciata accesa sul comodino. Come il fuoco del toro. Con gli altri di un certo giro mi dispiace – dice – ma non ho più rapporti. Tutto è nato per caso. Dopo un mucchio di giorni e di cose. Un muro di immondizie impedisce lo spettacolo e ciascuno si rintana nell’angolo.

II cielo è scuro la notte è nera. Nera nera. Mentre accendiamo il fuoco, da qualche parte, c’è un uomo che accende il fuoco, da qualche parte. Si fa lume per leggere anche noi leggiamo, un poco. Cade un po’ di neve, essendo ancora in vita il corto febbraietto adatto per la neve. Oppure spalanchiamo le finestre per il caldo dell’estate.

Per l’intera notte i colpi picchiano contro il vetro dell’aria tutto tirato dalla neve e rimbalzano via sdoppiandosi. Sono grandine. Una battaglia si stava delineando. Non era ancora giorno quando arrivò Nice, bussò alla porta dato che non c’era corrente, di notte la cavavano in tutta la città. Bussò a lungo prima che Marcho Marcho l’udisse.

Alla fine anche Marcho si svegliò.

Nice dice: «Hanno ucciso Vitale. È stato centrato da una fucilata in testa. Se vuoi venire». Vitale, o Antonio, era il figlio biondo del calabrese. Si rivestì anche Fraulissa che piange. Le strade erano un polverone mescolato all’untume, strisciavano ribaltandosi in un via vai di carri e di persiani. I buoi muggivano portando alte le corna illuminate. A chi bisogna piacere nella vita? Il calabrese sedeva con il cappello in testa e questo era un segno d’impazienza dentro al dolore che durava; era segno che bisognava muoversi. E muoversi in fretta. Intorno al calabrese sostavano i parenti, statue del dolore. Marcho Marcho, Fraulissa, Nice furono feriti dal gruppo radunato; nessun lamento avrebbe potuto esprimere e accompagnare il sangue versato in comune e questa nascosta violenza come il silenzio lungo, tortuoso, difficile.

«Andiamo» mormorò il calabrese alzandosi.

«Veniamo» dissero Marcho Marcho, Fraulissa, Nice «ma dove?».

«Parleremo per via se volete» era già in movimento, risaliva l’argine. Dicendo «Tiempu nuvuli pari matina» va con passo duro mentre rumori fischietti palette del traffico si alzano si abbassano agli incroci. È una retrovia. Botti di carri che impattano, la poltiglia smossa a cumuli dai cingoli. Una tempesta.

«Se ti è caro – dice il calabrese – andiamo a casa tua per un minuto». Marcho Marcho approva, la casa è a due passi. Sono in casa. Te lo dico piangendo di rabbia.

Quello della legge – quelli della legge.

Quello dell’ordine – quelli dell’ordine.

Oh figlio! Oh volatore!

Piango e gli occhi del cuore sono sul fiume Volga.

Spirava un vento gelato.

Violenza repressione esclusione.

Gli ermellini intanto uscivano dalle fogne.

Salivano per le tubature delle chiaviche

apparivano alla luce attraverso le grate

al livello stradale, col naso incagnato da

boxeur fiutavano il vento di neve e il ghiaccio

emettevano sibili sulla schiena degli umili

imperversavano spandendo molta puzza e lasciando

una traccia di piscio. Sciamavano per la città, occupavano il paese dalle fogne con i nasetti perfidi e con accento dialettale. Perché così sono.

Vendute due spanne di stoffa a monna Licata ne ebbi fiorini e comperata… Libro di gabelle e di memorie in cui versare ogni giorno un poco di sangue. Il diciotto febbraio dell’anno millenovecentosettantacinque vento, fiati gelati, neve, slavina, guerra. Si chiudevano gli usci a chiave, si bloccavano gli spifferi con garza e straccio; fumi di botti da qualche parte, e c’erano morti da qualche parte. Mentre le ombre degli uomini si appiccicavano alle pareti accadeva che i persiani avanzassero e retrocedessero. Ciò accadeva di giorno e di notte, con fracasso. Gli elmi luccicavano, le voci esplodono, sembrano i vincitori dagli scheletri ben rilevati. Recano quella ghigna che è tipica dei tuttocuoio, dei cacasette imbardati di frattaglie come ciucci. Anda anda, partivano venivano si chiamavano per i tratturi, fra le zagare, sotto il sole, nei fichidindia, pam pam ora il suono di un fucile a canna mozza. Sedevano sui camion come vacche nella stalla: impastate di noia,

con gli occhi acquosi, i piedi sporchi di merda, il sesso aperto per pisciare. Passavano le ore, lì restavano e là ascoltavano.

Il calabrese siede, beve un sorso di vino che Fraulissa ha versato. Nice è seduto, Marcho Marcho vicino alla finestra non guarda fuori, è in piedi. Anche Fraulissa siede.

Si fa giorno.

Saile?

No

Obella

Non tè intengo

Hora dimme

Saile? No

Arcune che sacczo

Zenè è tanto crudho – e fa tant freg venir

L’oro era nella miseria

e mi piaceva cavallare.

Così anche d’està mi placeva restare

all’ombra e riposare.

Mosche volare

tanfani sonare

i somari ragliare

zagara sfogliare.

Grandi campi di rossi lillà.

La libertà è bella

bella come una stella

dà la felicità.

Se la lasciano gustare.

A metà della vita

non ti puoi più fermare.

Il calabrese parla. Il calabrese parla lentamente. Egli dice «Non voglio che si prendano mio figlio. Lo voglio vegliare e seppellire a mio modo. Sti bastardi dall’ovo in bocca. Se quelli lo prendono me lo rubano, lo mettono sul marmo e apri e chiudi sti bastardi, lo tagliano per la legge e poi ci ridono sopra per la legge. Bella legge sta legge del cazzo. L’aprono poi dicono che gli amici l’hanno ucciso. Li conosciamo sti stronzi incappucciati nella merda, bastardi più dell’ultima lucciola che da luce dal culo. Voglio portarlo via, rubarlo, nasconderlo, non voglio darlo a nessuno, non voglio dividerlo con nessuno. Lo voglioio per me. Perché è mio. Aiutatemi a salvarlo».

Marcho Marcho dice sì. Tutti sono turbati; guardano attraverso i muri come anatre venute dal mare, con sguardifucili aguzzi, dentro alla tempesta. Zac! il giorno è cominciato.

Ripartono.

Appena voltato l’angolo s’apre un portone, lo infilano.

E la giovinezza? addio.

E la vecchiaia? è un sogno.

Mettersi una ciotola in tasca, contare sulle dita il poco dare e il niente avere. E via.

Infilano il portone. Subito il tanfo dell’umido, le mattonelle dei muri rigate dalla muffa, i mancorrenti nell’androne gelati. L’androne sembra l’ingresso di un convento. A destra una porta sconnessa, da fondaco, i gradini di pietra mangiati dai passi sono alti e fitti, fanno sprofondare in fretta. Voltando a gomito stretto uno due tre volte arrivano a basso, nelle cantine dove cresce altra muffa più verde e più bianca, in terra, fra gli interstizi della parete. Larghe crepe ai muri. È notte fonda lì dentro, bisogna far luce accendendo qualcosa. Un fiammifero, carta che brucia in fretta e fa vedere poco muovendo soltanto le ombre; vanno avanti in fila, l’ultimo quasi non ci vede. Ai lati di questo camminamento tante celle chiuse da porticine di un legno coperto di bulloni, sopra a ogni porta un numero molto alto 9134, 9135, 9136; qua e là pezzi di legna, scatole vuote, mucchi di giornali. Arrivati alla fine del corridoio ricominciano a salire, tre quattro gomiti di scale fino a una porta che mette in un secondo corridoio molto alto; il corridoio finisce in un androne che da una parte ha il grande giardino padronale, mal coltivato, dall’altra il portone d’ingresso. Sono di nuovo nella strada. Fili penzolano dall’alto, corde bruciacchiate per terra; la strada è vuota e sinistrata, carcasse di cose e atti sparsi sull’asfalto, rimasugli ferrosi, ricordi perduti per sempre. Oggetti buttati via scappando o dalle finestre durante un incendio. Spinti dal fuoco, spinti dal vento, seminati da una mano.

Il terrore della voce di un uomo; il terrore che suscita questa voce, da dove viene? la voce di un uomo in apparenza normale, con poche righe sulla fronte segno di un pensiero persistente e profondo; ma guarda gli occhi perfavore, volpini, trapassati da ombre. Una sensazione di gelo. Attraversano in fretta la strada, costeggiano il palazzo svoltano a destra e camminano fino a un negozietto con la saracinesca abbassata.

«È qua» dice il calabrese. La serranda è sollevata con facilità, entrano e il calabrese alza una botola sotto il lavandino, calano giù per mezzo di una scaletta di ferro fissata al muro. Trovano una cantina altrettanto umida della precedente, altrettanto nera. Il calabrese ha preso una lampada a pila trovata nel negozio, la luce è diffusa e le ombre vanno e vengono. Possono guardare, cercare qualcosa.

«Qua siamo e qua restiamo un momento» dice il calabrese, siede su una cassa per tirare il fiato. Guardarsi intorno non si può – ogni tanto tutto vibra a causa dei carri che passano sulla testa; il fumo delle sigarette ristagna. È fumo di carbone. «Si deve sprofondare per terra per cercare il corpo di un figlio assassinato, dice il calabrese, ma spesso chi vuole il meglio trova il peggio. Andiamo». II corridoio è lungo, si rimettono in moto in fila indiana, la luce smorta s’agita a bandiera.

Il chiarore. È una luce. Viene da

 

Poi egli andò avanti e fu fermato

Credete a me, basta niente per fermare

è sufficiente un clic per fermare quest’uomo

che importanza ha dopotutto se quest’uomo sulla pista è fermato?

Fermato.

Da un colpo alla fronte

colpo di machete o di spada

un pugnale alla schiena

colpo di fucile schioppettata anche

lancio di coltello o

veleno. Soffocato nel sonno

strangolato come Ofelia pardon

come desdemona; ofelia cadde nel lago.

Nel dramma del cigno di busseto si vede il moro che strangola desdemona poi geme. A calde lacrime.

Anche lì c’è questo omicidio rituale condito col pianto del peccatore che si pente. Ebbene Vito il figlio del calabrese che parlava in dialetto meneghino è stato fregato da un colpo alla nuca poiché i persiani che vanno e vengono sparano all’impazzata senza guardare o mirare. Sparano per farsi vento. O sparano dai tetti. Così Vito cade centrato da un fulmine scattato dal cielo. Povero ragazzo.

Solo i giovani muoiono così. I vecchi, bastardi, guardano i giovani morire, li hanno sempre guardati morire, sempre li hanno compianti. Datesi che i vecchi hanno picaglia tenera e portafoglio gonfio possono permettersi qualche lacrimuccia. Stringono i sacchetti degli sghei in mano come pantalone. Essi dicono che è meglio così, perché è più facile fare dei giovani che dei vecchi per conservare l’ordine del mondo che è un ordine di api con miele. Vito è steso su una tavola rovesciata in un angolo dentro a un capannone, lontano. Da una parte aspetta il padre che lo venga a sottrarre e dall’altra c’è pronta la lettiga dei persiani per condurlo a essere squartato come un bue da una mano candida che striderà con la voce del fagiano. Cristo madonna! che qualche santo ascolti. Vito è sdraiato sulla porta rovesciato con i capelli sporchi, gli occhi aperti, un colore slavato sul viso che sembra uno straccio inzuppato d’acqua.

Il calabrese prosegue e dice che arrivati là dove si vede la luce bisogna tornare fuori, sulla strada, fino all’angolo, lì c’è un’altra porta da imbucare. Dice andiamo. Fuori, sulla strada, trovano gente-soldati, sono i persiani che deambulano a rotta di collo. Occorre stare accorti dato che ci sono in giro i persiani con gli schioppi in mano, con gli occhi fuori dalla testa; sbirciano dappertutto, annusano come cani da tartufi. La strada è sozza di detriti, di minutaglia di vetri. Il calabrese si butta avanti, dice seguitemi. In un baleno sono dall’altra parte, seguono il muro del palazzo, svoltano l’angolo, infilano un portone scendono a basso, imbucano la terza cantina da percorrere; il calabrese ha il fiato grosso e si ferma, appoggiato alla parete.

«Mannaggia gli anni» ansima. Resta in croce alcuni minuti con la testa contro il muro e gli occhi chiusi. Per non vedere, forse.

Rimettendosi in marcia camminano per quello scantinato a volte basse fino a sboccare a;

lì ci sono alte cupole. Nel sottofondo della città, in quel punto, fiumi correvano, il fragore s’apriva in eco per il precipitare delle acque attraverso qualche chiusa; o uno sbarramento. Spazi fangosi, piazza d’armi, ombre di cavalli che appena scuotevano il collo o muovevano la coda. Sulle acque, voci. Risate anche, leggere; qualche nome chiamato. Le luci rosse fluttuanti sembravano pecore che agonizzano a cuore aperto dopo un sacrificio. Lo spettacolo lì sotto è magnifico. O, rivoltandolo, terribile. Il luogo, sempre più vasto man mano il gruppetto procedeva, cominciava a popolarsi. Vecchi professori stavano seduti sulle asse abbastanza tranquilli, affondati nel liquido dei pensieri, indifferenti agli altri; oppure spilluzzicando da un cartoccio di carta oleata la fetta unta di mortadella che arrotolavano in bocca come un grissino, senza spellarla. Indifferenti agli altri, in quanto a una certa età è importante badare soltanto a se stessi secondo alcuni; magari per far scena e scenetta sulla propria emicrania o mal di denti e gengiva.

Il luogo, sotto terra, era popolatissimo. Sopra la nostra testa, diceva uno a voce alta, i cavalli dei persiani bivaccavano e si scaricano in place Dom. Sono in circolo, ogni circolo ha otto cavalli; i musi sono affondati nel fieno. Il fieno è bagnato di neve. Masticano, alcuni scuotono la testa la coda, li comanda un bava che va viene dà ordini da signorsì. Gli prude il culo. La voce del bava è glaciale qua sopra le nostre teste diobono.

Sento i passi. La terra tremava.

sparano anche. Sentivo i passi.

Sparano da entrambe le parti. Parevano tonfi, un picchiare di ginocchiate sulla terra; l’asfalto si slabbrava.

Sopra combattono? è una zuffa. Certo se le danno. I persiani hanno gli occhi schizzati fuor della testa, innaffiano dove capita. Meglio tagliar la corda, calare in cantina come un tempo. Dopotutto non è una guerra questa e del genere peggiore?

Una guerra? del genere peggiore?

Ma sì, zuffa, lotta, sciopero, casino. È il disordine della storia caro mio.

Luci accese illuminavano i gruppi confabulanti dormenti vaganti sdraiati con le carte in mano. Alcuni avevano una candeluccia appresso, con la faccia fra l’ombra e il giallo sembravano persone di Dante in un particolare momento. Il didietro di minosse sfiatava nell’antro slargato ed erano zaffate di verderame, ossa decomposte, odore del tempo; una complessa poltiglia che seccava. Ogni tanto le porte laterali della cantina si aprivano o si spalancavano con molto rumore e dentro intravedevi lunghi tavoli da cucina con gente seduta che discorreva. Alcune facce erano conosciute.

Chi ha lingua passa il mare, dice il calabrese.

Cammina cammina, non si arriva mai; queste grotte nel fondo sono sempre più popolate. Diramazioni, antri, brevi gallerie, cunicoli, tesori nascosti e accatastati. Casse, bottiglie, pacchi legati, bauli, armadi, pianoforti, un violino, panni, vestiti di raso, sedie da imperatore. Ossa di morti sovrapposte come mattoni e qualche teschio fluttuante. Le acque incombono ma la gente vocia con vigore, si scontra giuoca si insulta aspetta. Sa ascoltare.

Gli spari sono frequenti

rotolano i carri dei persiani in alto, di fuori fra il quaggiù e il lassù c’è un velo di sfoglia

un dito di terra, una risma di carta

c’è un fiato, un cuore, l’anima di una persica, un pensiero; tutto ciò è sovraccarico delle salmerie dei persiani che a cielo aperto srotolano i loro fili e le loro gomene, cuciono e improntano con il furore necessario. Attraversare lo spiazzo è un’impresa, tanta è la folla; sembra una cattedrale con le volte anchilosate, anche il cielo si può immaginare strafugnato fra nembi e il verde. Fra le nuvole cascate furore d’acqua che esce poi entra poi esce da tubi o antri vertiginosi; botti di cemento a bocca spalancata, bevono gorgogliando, lo sciacquio si percuote nelle volte, si frastaglia in rivoli assordanti.

parche Marcho

il calabrese

Nice e

Fraulissa che era ultima della fila. Fraulissa seguiva guardando, ebbene

sono ore che essi avanzano procedendo su e giù

nei cunicoli nelle false trincee con un certo batticuore, passando da un punto all’altro della strada attraverso angoli diversi avvicinandosi al luogo.

Urtano altre persone nel caldo soffocante, c’è chi piange e chi ride, qualcuno soffre da qualche parte, nascosto dietro una porta.

Piange.

Marcho Marcho, il calabrese, Fraulissa, Marcho Marcho, Nice, Fraulissa, il calabrese

un uomo li sta aspettando. È Nello Savore.

«Vi accompagno» dice. Cammina in fretta tenendosi contro il muro. Un po’ per volta abbandonano il mercato, il luogo si fa di nuovo deserto, con quel silenzio. I cunicoli si abbassano, si sente odore di muffa. Incontrano tre uomini, due sui quarant’anni l’altro è un giovane di venti.

«Questi sono Matasala, Spinello e Scharlata» dice Nello Savore tirando dritto; i tre si accodano. Rumori di spari sopra la testa, continui; un tonfo iterato. Nello Savore li guida con sicurezza.

«Dobbiamo uscire fuori allo scoperto e attraversare la strada – dice – qua siamo sbarrati dall’argine».

Salgono alcuni gradini, superano un terrapieno, finiscono contro una piccola porta di ferro. Nello Savore si volta e li avverte di non correre, passeremo singolarmente ogni minuto. Con indifferenza – ripete – qua sono fitti come mosche. Apre la porta, la luce di un giorno spara violenta come un sole; Marcho Marcho di là scompare poi Nice il calabrese Fraulissa gli altri; ancora per cantine nuove con odore di calce e finestroni contro il soffitto a filo della strada. I passi rimbombano.

«Volete fermarvi?» chiede Nello Savore.

Accendono una sigaretta.

«La fabbrica?».

«La fabbrica è lì dritta. Un po’ vecchiotta. Non si va non si viene. Può anche durare un secolo, noi qua noi là».

«Basta volere».

«Proprio, basta volere».

«Ci vuole il volere di tutti, che blocca come millechiodi».

II luogo è formicolante. C’è gente seduta e in piedi, tranquilla o abbastanza agitata, due vecchi si accapigliano, uno alza il bastone

– le impronte delle tue zampe –

alzare il bastone è atto di difesa, difesa legittima, ma è anche atto di riposo o di tenerezza; alzarlo, quel bastone, è sì un atto di forza ma è anche richiamo è saluto è un addio. Egli guarda nel fondo delle cose con gli occhi pieni di acqua; si fa largo fra la gente seduta e la gente in piedi alzando il bastone come fosse la tromba del giudizio: attenti, arrivo io con i miei ultimi giorni cioè con ore minuti secondi contati, strisciando il sacco dell’ombra pieno di materiale di scarto, di materiale ferroso. Arrivo io, e tu? Ah, l’altro vecchio! il nemico, l’ombra dell’ombra, l’ombra della sera, si allunga smisuratamente, incombe filiforme. Non insegue il compagno ma la propria avventura. Per i mari del mondo; dentro fiumi, su creste innevate, al segno di un libeccio. Così la voce affila in pieno mare i denti di Moby la balena che soffia.

Laggiù.

«Non basta. Spesso la situazione muta, cambiano i rapporti di forza; bisogna seguire ogni cosa minutamente. Non lasciarsi sorprendere».

«È difficile».

«Questo è difficile. Tanto più che gli altri grondano una astuzia che non finisce e scompigliano le carte».

Dice Nello Savore dobbiamo uscire ancora e andare difilato per la strada. Non possiamo più imbucarci. Attenzione.

«Questo luogo brulica di persiani affamati, hanno zolfo al naso e un dito alla pistola. Attenzione».

Il cielo è un’altra cosa. Passare dalla luce del sottosuolo alla luce di un cielo invernale sia pure viola eccetera è come rinascere. Si respira, anche se nell’aria c’è polvere di un fumo e di un fuoco e il gas che i persiani diffondono sparando per torcere i pensieri, tutti i cattivi pensieri al nemico. Al bersaglio grosso tac tac tac da una parte; tac tac tac dall’altra. Movimento di carri, attrezzi, macchine che vanno cariche di capre e pecore sedute, tutte tese, sonnolenti, con addosso odio furore.

Lana d’australia.

Alzare il bastone è un segno di difesa. È un atto. Entr’acte.

«Ognuno deve sentirsi responsabile di tutto» dice Nello Savore. È sulla strada, sotto un cielo che ha il colore della ruggine del ferro, è ferro esso stesso.

«Quando l’avrete trovato dovete difenderlo» dice Nello Savore al calabrese. Il calabrese è d’accordo

«perché sti persiani sono spicchi d’aglio che pendono da una finestra di campagna».

All’improvviso Marcho Marcho ti ricordi? uno scoppio di sole, una giovinezza che si compone dentro alla memoria, si avvicina si allontana, giorni di tristezza, anche una serenità da elefante, senza noia, che non ha più avuto. Ricordi, ricordi? Fraulissa dice a Marcho Marcho:

ti ricordi?

Perché la vita macina e al tempo di gna’ Ava…

certamente.

Era un’estate calda, il fuoco è di Sant’Elmo, notte di Sant’Antonio quando stelle stelle stelle si smuovono in modo irregolare per l’aria, cadono nella polvere. Gli innamorati guardano dai balconi, stringono gli occhi e i ginocchi. Era quella notte? è una notte del settembreandiamo? l’odore d’uva, volare di mosche-api con il verde della campagna che si scioglie essendo settembre, le viti color di ferro, le scarabattole dei canti? Mah! È un giorno d’inverno con poco vento, un gelo a fior di terra e a furor di popolo; questo vento sferza tagliando. Andavano, andavano, così.

Fraulissa dice a Marcho Marcho ti ricordi, ricordi quando.

Dimmi, ti ricordi di quando?

Matasala ha occhi neri di grande durezza, non li scalfirebbe con un coltello, altro che Buñuel col suo surrealismo miracolistico. Prova a ferire con una lama gli occhi di Matasala. Sono occhi di marmo, darebbero scintille contro o dentro il ferro, senza lacrimare. Macché! Scharlata dice non si sono accorti di noi quando come caproni e pecore su e giù per l’Italia s’andava, col cane da pastore appresso. Erimo parati come pecore. Una migrazione da Mosè su acque alte altro che balle; il padre Lenin ci perdoni ma nessuno ci accompagnava e nessuno ci diceva state buoni e aver pazienza ragazzi, ancora un poco ancora un giorno. Noi su noi giù per l’Italia noi su e giù per l’Europa. Pesi sulle spalle, travi, sacchi e nient’altro. Nessuno a noi ci badava. Si arrivava, si partiva; erimo pacchi di carta da leggere e buttare. Carta straccia che rotola.

Questo si era. Una migrazione da far paura.

Muovere i sassi.

Nessuno si scuoteva e di notte riposavano

mentre noi si passava si passava

strisciando i piedi

in periferia

perché la città non ci voleva.

Abbiam rifatto l’Europa col mattone, stringendolo fra i denti, cavandolo dalla pancia, a furia di spallate e di manate noi terroni di merda. Prima dei marocchini turchi greci spagnoli, noi fra tutti i più fottuti i più inculati. L’abbiam rifatta sta europa e sta italia, siamo dietro che ci asciughiamo la fronte e intanto ci prendiamo ancora legnate.

Noi, dice Scharlata, per europa abbiamo alzato piramidi.

Ci buttavano nelle fosse comuni quando morivamo di dissenteria perché la guerra per noi continuava. Non era finita la guerra. La prima la seconda la terza la quarta. Scharlata fumava. Parla e fuma.

Scharlata parla, Matasala ascolta. Per dieci anni, dice Scharlata. Per dieci anni siamo passati con carri cavalli ciucci e con la moglie e il figlio lungo le periferie della città muovendoci al nord. Sempre di notte come i lebbrosi. Suonavano le gavette battendo contro i carri, i bambini dormivano sui carri, piangevano sui carri, le donne si sgravavano sui carri, facevano cucina sui carri. Il sonno dei cittadini si rompeva di notte a questi suoni e a queste grida delle donne che si sgravavano; rizzavano le orecchie, s’alzavano sul gomito. Bestemmiavano perché il sonno era rotto. Dove andranno con sti carri e la loro puzza, nottetempo, quando i galantuomini dormono.

Achtung!

I cipressi di bolgheri ci sfioravano.

Sono belli i cipressi alti e schietti

la polvere dei vialoni alza la pioggia.

Achtung!

Nessuno moriva in viaggio, eravamo come sassi, così farfugliati non crollavamo nemmeno. Duri diobono e tirare. Che tempi con la giovinezza addosso; e con la rabbia addosso.

Perché con le nostre braccia robuste

dice Scharlata

dice Matasala

Dove? in Francia

con la nostra roba in mucchio sui carri erimo la vergogna del mondo che noi s’andava in giro a farsi vergognare. Sangue del mondo ma non c’era il mare. Piscio del mondo, questo si, piscio. Eravamo merda del mondo.

Del mondo.

Dice Scharlata

dice Matasala

Dove? francia. Dove? Errepì. Dove? suisse. Dove? england magari. Dove? little italy; melano ad esempio con la sottana sollevata e turin la bela con il culo in fuori. Turin succhiava il latte anche dal bischero dei bambini, fino a scoppiare sta troia.

Dice Scharlata

dice Matasala

Scharlata dice eccomi qua, vecchio. Quasi vecchio o vecchio vecchio. Sfiliamo e strisciamo come un topo nella fogna. Compagni! Ahi, il vento balza sulla lamiera, si pianta in terra con la punta, scuote e bercia si sbriciola si solleva con le ali. È ghiaccio allo stato puro.

Perché bisogna essere felici?

L’aquilone. Era l’estate nera. I pensieri si raggruppano. Nello Savore apre una porta dura sui cardini, a fatica, usando anche la spalla. Sembra la porta di una scuderia. Lì steso per terra c’è Vito e poco si vedeva, era steso sopra un mucchio di cartone cannettato. Accendono fiammiferi. Il calabrese si china e gli prende una mano.

«Adesso per portarlo»

«A braccia non si può»

«Non si può con le braccia»

«Usiamo il carretto?»

«Allo scoperto?»

«Non c’è altro»

«Andremo allo scoperto: è necessaria molta attenzione»

«Bisogna arrivare in fretta a casa».

La casa per Nello Savore è il luogo da raggiungere conquistandolo, perché la pace che c’è in essa se c’è non è ancora meritata – e spetta ai figli piccoli

che crescono,

I figli grandi quella pace l’hanno già perduta. Guardare il calabrese.

Per Scharlata la casa è un vagone ferroviario che va su e giù per mezza italia mezza europa e non sa neppure dove stia di casa una casa. Se sogna una casa vede nulla o vede una casa troppo grande per essere vera, non si riesce a proporzionare. Scappa da tutte le parti. Oppure la casa è questa strada su cui sbatto i piedi

Matasala la casa ce l’ha ma è lontana, per il momento non ci può andare. Basta che ci siano dentro i figli e quella donna della moglie. La casa è un numero è una strada, riferimento a cui si rimanda senza troppa nostalgia. È vero che l’uomo deve uscire per darsi da fare.

per Nice la casa è bona la casa è anche amica la casa è fica. È un po’ di tutto insieme ma non è tutto. Non è un luogo per dormire; è forse un posto per riposare quando capita d’aver bisogno di riposare guardando il soffitto. Per mettere in movimento mister William quando non ci sono le suocere che provocano trafficano e comandano. La moglie è un’altra cosa.

Per Fraulissa è

Per Marcho Marcho la casa è; nessuno ci bada. Il cielo ha il colore tale e quale della pera Re Carlo di Virtemberga, vale a dire un colore giallo rugginoso oppure un giallo imbronciato – con poco latte e poco miele; un frutto da tagliare col coltello, da spizzicare non da addentare; è cibo da signori non da poveri questa pera Re Carlo.

Nessuno si sedeva,

Con la sigaretta in bocca si danno da fare per preparare il carretto.

«È ancora necessaria la pietà? siamo a questo punto?» domanda Matasala.

«È necessario, è giusto seppellire i morti. Vuoi chiedere se?»

«Questa o un’altra» dice Matasala.

«La pietà è necessaria» dice Marcho Marcho «non fosse altro perché oltre che tenerezza per la vita è anche nostalgia, un rimpianto lungo per la giovinezza; per tutto quel che della giovinezza scompare. Diocane non siamo ancor apuri mattoni sassi o acqua piovana come vorrebbero alcuni».

«Si certo» lo tranquillizza Nello Savore «prendiamo dei sacchi vuoti e copriamolo in modo che non sembri un morto. Sarà difficile passare e a questo punto noi vi salutiamo».

«Copriamolo con qualche cosa d’altro – dice il calabrese – mettiamogli sopra queste scatole di cartone, qua sopra». Via.

Occhi di ragazza e crani

di uomini vivi.

Il carro e la ruotagirano; aprire con cautela un portone e poi una porta; essa fa un rumore d’inferno.

Ci sono case che sono un deserto; da altre dietro le finestre occhi pieni di paura. Occhiate che si vedono nei vicoli, in fila, il pomeriggio di domenica, ai primi soli, quando la gioventù è alla partita e restano nelle case i rumori e i cuorinfranti. Ma dato che prima o dopo si resta soli meglio per tempo cercare altrove qualche gatto per la cova.

Non sono occhi di ragazza.

Telefonare se è ora

è un atto di pietà?

È una sottrazione; una sottrazione necessaria e calcolata. Il dovere di fare, anche dentro a questo dolore. Seppellire i morti.

 

V

 

II carretto si mette in moto e gira, vanno fuori per strada. L’aria schiarisce, il cielo nella sua aria è un laminato plastico che si stende sopra e pesa senza pesare, chiude senza chiudere le serrande, toglie ogni speranza senza fiatare. Nasca il sole scenda la neve egli spara questa sua bordata di viscidume da lavatrice, intanto ci prepara un giorno di inverno che si consuma in fretta.

In quel preciso momento il cielo diventa nero, l’aria si sbriciola; prima tuonò poi cominciò a piovere lontano.

Oppure nevica piuttosto.

Ho capito che non potevo aspettare. Gli anni passano, eccome passano; anche se per molti restano semplici stecchi e neppure se ne accorgono. Ho capito che non potevo più. Le cose si consumano, sbriciolavano fra le mani, dovevo aggiustarle e inventarle. Le facevo bellissime dentro a un mondo impossibile. Vale a dire che le sognavo, semplicemente. Ah mangiare del pane in quel mezzogiorno, in quell’anno preciso, vicino o contro quella siepe, suonava quella campana di mezzogiorno in quelluogo che posso subito indicare o ritrovare; attraverso le piste cresceva una tranquillità che non ho mai scordata. Non era silenzio, non c’era il pachidermico silenzio ma la vita dall’alba al tramonto di tutte le cose intorno. Anche la magnolia dentro a un albero lucidissimo si sfogliava e quasi parlava. Diceva ahimè! Si può ridere volendo. Ma non si può ogni momento correre per vomitare in un angolo, strangozzandosi.

Ripeto la cosa già detta a pagina cento e a pagina duecento e qua. Così: un giorno sia pure per un momento

un giorno

c’è necessità di sedersi per terra non come su un cesso o di fermarsi contro un muro per guardare intorno, mare cielo se c’è,

accendere un fiammifero. Scendere dentro a un sonno.

Hai capito, il sonno. Dormire in quel modo.

basta anche un momento, da qui a lì.

Un odore di notte cubana.

Sotto quella finestra

in cui svernava un dolore antico. È così che si dice? Ripeto che questo dolore poteva essere un mio dolore.

E poteva essere un vecchio dolore consumato.

Così il carretto con il corpo coperto di cartone cannettato e di vecchi giornali da resa, bene ammucchiati e tagliati; il carretto era un carretto di legno con le ruote cerchiate di ferro e sfracassava sull’asfalto, rotolava adagio, uno stava fra le stanghe e gli altri dietro per aiutare a spingere. Prima gli uni poi gli altri. Adesso era giorno pieno, sul carretto c’era morto il calabrese; il figlio Vito lo spingeva piangendo. Dice: eri vecchio abbastanza per non morire sparato padre mio, morire così è da giovani non da vecchi, tu le tue idee che erano le tue impressioni le mescolavi nel caldaio; padre se devi morire non dovevi morire così, ma morto sei.

Spinge con rabbia e con il dolore felice dei giovani, un dolore senza attenzione, un dolore senza dolore, una felicità che e rabbia, una furia di vita. Spietata.

L’angolo. Svoltato l’angolo una strada secondaria, case vecchie, la ruota batte sobbalzando, il legno vibra e sembra carne di vecchietta. Sono voci comuni i suoni di questo carro e tutti gli altri rumori, i suoi richiami i suoi spasimi. Un carretto avanza come avanza la vita, la quale avanza invecchiando un poco, un poco deturpando, un poco ferendo e provocando opprimendo trasportando. Il carretto è un treno senza fumo. È un letto senza miele. Ha solo il suo domani che è ieri.

Tirano il carretto, là c’è un angolo, altro angolo, voltano dove c’era il bar che è chiuso, niente luce nessuna bottiglia, tutto è sprangato, il marciapiede è sporco è vuoto, sembra l’itaglia dei contemporanei nel dì di ferragosto a culo scoperto e con gli scarafoni in fila, mentre i signori del grano ridono; il suono di campane, un suono di ceci, un altro di violino e besciamella, un terzo è suono di disco grattato. Non è bronzo d’antan. Il furore se lo è preso tutto Napoleone che seminava grida proclami palle per le plaghe padane.

 

Pallidissima luce, luce di latte, le grida, le parole, il fiele. Vennero i soldati, il carretto s’imbatté in questi, addirittura li incocciò, scivolò via lasciandosi dietro i soldati. Vengono altri soldati, dicono alt. Il calabrese disteso è lì morto, un poco piange un poco sogna la propria morte o ricorda la vita. È steso fra la carta, è coperto, i soldati frugano stramanano la carta in superficie, dicono andate, pure, il carretto scompare voltando.

La città è lineare e si inerpica sulla montagna. È una grande città di sassi ordinati, gialla bianca anche rossa; i vialoni si stendono nel vuoto dal cielo al sole; e vibrano lassù. Questi viali sono in bilico in un vuoto terribile ma sicuro. Uccellacci in moto si fermano perdono qualche piuma cantano, la piuma scende con quella leggerezza per sempre.

Questa città si inerpica sulla montagna ma appoggia il ventre nella campagna, la sua mole sta fra i sassi che odorano, piccoli sassi da stringere fra le dita, non sassi da lanciare con la mano

sono sassi da buttare nel fiume

quando si passeggia vicino al fiume insieme allo zio che ha nome Carlo il quale mastica la mollica del pane per l’esca lungo la riva.

Lungo la riva le carpe a filo d’acqua si scuotono appena. Questa è una descrizione. Poi c’è la paura della morte; poi la paura della vita; poi l’allegrezza per ogni cosa, perché come dice il vecchio della montagna non si può concludere una vita senza augurarsi quanta più allegria felicità in corpo.

Non piangere; ti conosco. Hai occhi da uomo, sei un uomo». È anche vero che siamo contro un muro ma il muro si apre, è subito aperto, un filo d’ombra un filo d’erba la figura di uomo ci passano in mezzo, attraverso. L’uomo vede gente seduta sui mattoni; altra gente vede che è passata.

Cantare la vita qual è

oh (bianco) oh alto oh piano dove dove dove

«Vorrei tornare vivo» si lamenta il calabrese.

«Salta giù dal carretto» gli risponde il figlio «se vuoi vivere cammina».

«Non posso» dice il calabrese «non posso ancora».

«Dì piuttosto che non vuoi, non vuoi più. Non vuoi più vivere. Tu parli soltanto, sei morto» parla il figlio con rabbia.

«Adesso, – dice il calabrese – adesso ci provo riprovo» si solleva su un gomito, smuove i larghi fogli da imballo «adesso ti faccio vedere… Salto in terra, cammino». Il calabrese sospira, guarda il figlio, lo guarda sul naso, negli occhi.

Marcho Marcho e Fraulissa seguono il carretto e si tengono per mano, ma il gesto non è d’amore; comprende e magari difende una paura del cuore che si rivolge dentro la paura delle cose. C’è un’ombra in quei cuori. Ultimo cammina Nice. Sono tutti in un mazzo, per la strada; e lì i soliti cumuli di mattoni che bisogna evitare, i detriti, una sterpaglia bruciata; case e molte sono vuote, senza finestre; budelli veneziani tali e quali le costole d’adamo si sperdevano fra le case partendo da questo polmone che che incanalava la polvere di una guerra. Pietre davanti e dietro le porte. Il calabrese sul carretto piangeva e dormiva; adesso Nice camminava davanti a tutti. Il calabrese era morto, e piangeva.

II carretto si imbatté nei soldati; i soldati sono dappertutto. Sui tetti, in terra, negli angoli coi loro berretti tondi come i pitali, con gli schioppi verdi di metallo, con le scarpe sotto cui sbattono i chiodi. E in alto i soldati volano negli elicotteri speculando abbasso e sembrano pulci sul dorso dei grandi scarafoni del diluvio. Spiano dal cielo e qualche volta cascano dal cielo come cachette

di mosche. Marcho Marcho dice guardando Fraulissa:

«Questa città è incollata a terra dallo sputo della nostra memoria. Così ridotta. Ci passiamo in mezzo ma sembra un corpo già seppellito. Magari è solo una mia opinione. È una città che non si regge più in piedi. Qua c’era questo, là c’era quello, in quel posto ho vissuto e altrove… altrove? Come si può disfare o distruggere il pacco dei nostri affetti?

Si può legandolo con i quattro spaghi perché non ci scappino i venti?

Una città piena di spifferi e insalivata, insomma impastata un poco perché non cada. In che tempi ecc. Eppure le sue pietre si ricompongono in fretta, subito c’è un muro nuovo e alto che circoscrive lo spazio. Lì uno è prigioniero per sempre degli anni. Non ci si può staccare, non fuggire, bisogna camminarci dentro, davanti, di dietro. Qualcosa rotola, qualcosa cigola, da qualche parte. Guardare è sola curiosità permessa».

«Sì»

«II cuore sanguina»

«Canta?».

Dicevano che dal treno non si può sparare ai gabbiani; dopo Civitanova l’arenile è tanto sporco che ripugna, nelle gore di acqua nera sono fermi i gabbiani piccolini, sembrano di paglia, luccicano nel sole che è alto. Oggi è una bella giornata, forse la prima giornata di primavera e ti verrò a trovare

mi sento in una

solitudine

senza respiro. Ciao, scendi a Volterra?

Il futuro di chi sarà? di chi saranno gli anni venturi? si può distruggere la memoria o intenerirla sul fuoco come il burro? è utile distruggere una città dentro la memoria? trasformarla in gialappa?

Un uccello non identificato è fermo sul mare. Arriva un’onda molto lenta, esplode in scariche elettriche che sembrano neve. Un’onda che scoppia. Dal treno non si poteva sparare ai gabbiani addormentati. Era

un dibattito ferroviario. Cominciò ad Ancona e subito

prima o subito dopo sul treno che era un diretto del sud o era accelerato e locale

perché era di legno e col fumo

sfrecciò il rapido con le facce lisce che mangiavano accanto ai finestrini e a lampade gialle, occhi che schizzavano e ci sono foglie d’alberi stravolte da quel vento di rapido che passa. Iniziò la conversazione partendo dal dato esemplare di uccelli, gabbiani o piccole galline, stretti serrati sull’acqua nera di morchia, così: se si poteva dal treno sparare ai gabbiani. Iniziò un’animata conversazione. Perché ricordo questo particolare in questo momento? si domanda Nice mentre cammina dietro il carretto. Svoltarono in una strada

«non è del colera che abbiamo paura ma delle autorità di Napoli e di Roma» dice qualcuno.

La voce dei cani.

Sono deciso a uccidere tutti i lupi per salvare tutti gli uomini.

II calabrese si sforza sul gomito e salta dal carretto. «Sono in terra, sono in terra tornato – grida – sono coi piedi in terra, non muoio, non sono morto. Dal letto al mare poi per la strada. Tu non ci credevi, eh?»

«Non ci credevo» dice il figlio «però sono contento»

per il nervoso e per la sorpresa si stringe il naso.

«Sono arrivato» dice Nice.

«Allora parti?» chiede Marcho Marcho.

«Si».

«Non ci vedremo più?»

«È possibile che non ci vediamo più»

Marcho Marcho guarda Nice, sente un morso di dolore;

«Ti sono amico» dice.

«Lo so» Nice stringe gli occhi.

«Passeranno gli anni» mormora Marcho Marcho.

Nice gli allunga la mano.

Lo guarda negli occhi.

Nice dice: «Chiamami, se hai bisogno».

«Amico».

Sembra un’ombra, è così magro, scompare alla voltata, fila dritto, in un secondo non c’è più.

«È andato per sempre» dice Fraulissa.

«Per sempre – dice Marcho Marcho – non lo vedremo più» si guarda in giro dentro al presente spettacolo di miseria. Per la strada c’è la cenere, quella palpabile e fitta, la cenere del legno e delle cose varie dall’uomo bruciate. I segni della memoria dell’uomo, il suo passato stravolto, la sua inutile grandezza – anche la sua paura, che lì giaceva.

Pesa il cuore a Fraulissa e a Marcho Marcho dentro la strada mentre spingono il carretto e non ci sono più gli amici vicini. Infatti poco prima anche il calabrese e il figlio li hanno salutati con un cenno: «Addio, siamo arrivati. Addio, addio».

«Arrivederci» risponde Fraulissa commossa «arrivederci».

«Addio» ha detto il figlio del calabrese, spinge con la mano il padre, il padre guarda fisso avanti mentre dice addio, grazie.

I rumori degli spari sono sempre fitti però sono smorzati, sembrano colpi di lingua contro il palato; si mescolano a rapide esplosioni. Forse sta per nevicare. L’aria è fredda, il cielo è basso. Un cielo bellissimo, di quei cieli che si sgranocchiano come il pane e hanno un odore caldo caldo, un lenzuolo di primavera, da primavera piena, sotto quel vento che scompiglia i capelli che

zaffate di cielo terso come un lenzuolo da primavera piena, percorso dal vento, increspato da un vento di mare; un cielo che tocco scuoto guardo tanto vicino da leccarlo. Zaffate di un gelo crudo colpivano con la galaverna le ruote del carretto trascinato piuttosto che spinto da Fraulissa senza fatica. Il fiato le usciva dalla bocca. Adesso sopra il carretto c’è morto e nudo Marcho Marcho, Fraulissa lo piange: «Sei bianco come un soldato d’Omero».

Non fa fatica a trascinarlo.

«Poteva capitare ieri – dice sottovoce Fraulissa –quando c’erano gli altri amici e non ero sola». La via è lunga, non ha alberi, le finestre sono chiuse, le serrande abbassate, alcune sono scardinate dai colpi, altre si tendono verso la strada riempite all’interno da un vuoto polveroso, o dall’incertezza di questo vuoto. «Sei morto, sei morto – dice Fraulissa – e io ti porto dove?» Chiede a voce alta: «Dove ti devo portare?».

«Dove vuoi, portami dove vuoi – sillaba fra le braccia di questa sua morte Marcho Marcho – trascinami su uno scoglio dove ci batte l’onda o in un’arena fra i tori, scaricami in un ghetto e lasciami morire li oppure seppelliscimi nel tuo giardino, legami al tuo braccio, strappami come la carta del giornale e dammi fuoco.

Ma non lasciarmi solo – dice Marcho Marcho all’interno di questi pensieri che si sforzano – non lasciarmi morire del tutto.

Tienimi per la mano» grida nel suo silenzio Marcho Marcho. Dentro al mare di nuvole che si rincorrono la morte dà il capogiro e un poco di nausea. «Non è una morte quieta, amore mio» dice Marcho Marcho.

Al bivio.

In fondo la città si spalanca verso la collina. Prati e il rumore delle tortore che cavalcano dall’alto. Buoi all’erta in mezzo ai campi. Ci sono fuochi al margine di questo verde. La collina è imbiancata, i colombi sulle gronde dei palazzi, inglobati dentro cornici di sasso, cascano a terra spaccati dal gelo.

«Salvami» dice Marcho Marcho approfittando che il carretto è fermo. Anche Fraulissa è ferma e guarda a destra e a sinistra, cerca di orientarsi. Neppure lì c’era anima viva, gli spari sono più vicini e anche voci in mezzo agli spari, uno strisciare che non si può dire cosa sia, qualcosa che sforza sull’asfalto coperto di neve mentre Fraulissa procede spingendo il carretto a sinistra

«Ti porto da Guglielmo De Bibra – dice Fraulissa che risponde a Marcho Marcho – ti porto e ti lascio, lì riposi e non sei solo poi ti posso piangere quando voglio e sedere vicino se sono stanca. Lì c’è la pietra, non c’è fango o paura» Fraulissa avanza senza sforzo. Marcho Marcho risponde.

Marcho Marcho risponde «Tu vuoi che io concluda cadendo questa morte così come ho concluso, senza volere e potere, la mia vita. Parlo al tuo cuore ma so bene che ne sono fuori, che non potrò mai tornarci. Mi ricorderai almeno? potrai ricordarmi? No, lo so che mi dimentichi». Marcho Marcho dice: «Tu vuoi seppellirmi perché non fugga, per me cerchi una pietra e non il sangue caldo. Vuoi che io muoia per morire e non mi lasci libero di vivere nella mia morte. Io invece cerco la tua mano e il tuo fiato che è dolce».

Marche Marcho dice: «Ti prego, sillaba il mio nome». Su alcuni vetri rotti le ruote del carretto passano mandando scintille.

Fraulissa dice: «Non credere che sia così, e non credere che la morte sia questa. Non lamentarti se sei un uomo». «Non mi lamento» risponde Marcho Marcho; attraverso gli occhi chiusi sente la luce del giorno. «Vorrei essere ferito dalla luce anche se non posso vederla». Non parla, piange con la disperazione dentro. «Se avessi un amico

adesso mi stringerebbe la mano» dice.

«Eccola» la mano di Fraulissa gli accarezza un ginocchio

«non sono un’ombra, non dimenticarlo».

La mano? è la tua? Marcho Marcho cerca di agitarsi ma è stretto dal ferro e dal legno come una balla di fieno. È anche coperto di carta.

«Puoi capirlo, risponde Fraulissa, io…»

Si ha un ricordo, o una pena, quando tutto è veramente perduto.

Esce da un portone un soldato, dice alt. Il carretto è appostato, il soldato fruga fra la carta dice «bene ma lei deve entrare». Fraulissa lascia il carretto lungo il marciapiede, entra nel tribunale zeppo di gente che aspetta in piedi o seduta, i muri sono macchiati di muffa bianca, le crepe sono larghe come un dito, le finestre scardinate, nell’aula III è appena ripresa l’udienza contro il giovane dell’automobile. Quattro fagiani seduti dietro il trespolo fumano ascoltando.

Uno di questi esclama. «Ma ecco che c’è la signora

la quale potrà darci i ragguagli e i relativi schiarimenti in merito all’episodio criminoso in quanto codesto imputato»

la faccia del giovine non è più la faccia del giovine, la faccia del giovine è la faccia di un uomo o di un vecchio, ha le vene rossastre, venuzze gonfie sotto gli occhi, è una faccia che guarda intorno, vede Fraulissa e dice aiutami, aiutami almeno tu

Fraulissa gli dice che Marcho Marcho è morto.

Il giovine a voce bassa dice aiutami, non farmi morire qua dentro, aiutami per favore, non li conosci, non sai cosa possono fare anche soltanto per l’indifferenza o la noia. Ho soltanto paura, non hanno una lingua, non riesco a comunicarci. Il fagiano dorato sorride a Fraulissa, dice a voce alta «la signora si siede e noi ascoltiamo in pace la deposizione».

Fraulissa depone.

Dice: «era una domenica; tutto finì così».

È notte quando smette di parlare. L’aula è piena di gente. Una donna piange in un angolo, ansima è mio figlio è mio figlio, aiutatemi.

«Ha altre cose da aggiungere?» chiede il fagiano rivolgendosi a Fraulissa.

«Assassini» grida la madre del ragazzo mentre si allontana. Molti corrono per le scale.

Quando esce, Fraulissa non ritrova il carretto. La strada è così scura che non lascia spazio e non si lascia guardare. Fraulissa siede sui gradini del tribunale e si addormenta. Il giorno dopo nevica. Nevica; le pale taglienti sciabolano la faccia come lame di toledo e feriscono facendo sanguinare. Dentro al tribunale molta gente col mitra e passaggio di fagiani in stocco coi polsini inamidati; si mandano e rimandano notizie per gli scaloni tanto sconnessi che sembrano sospesi nel vuoto. La battaglia intorno alla fabbrica continua – dicevano – chi va e chi viene, non si avanza d’un metro; la cosa si fa schiccia. Come si può amministrare giustizia e l’equo cànone e la causa del lavoro e le vie del vento con tali manfrine di schioppettate dentro le orecchie? I caribba che fanno? Ci si spicciasse diobono o magari venisse qualcuno a furia di randellate. Fraulissa siede sulla panca dentro l’aula terza e guarda il fagiano che parla. Poi parla Fraulissa. Dice racconto tutto e parlo anche per mio marito che è morto, parlo per me dicendo la verità che è una cosa viva perché ferisce a morte, così non si può mentire e si andava su giù in quel giorno senza troppo pensare, anche noi eravamo un poco svitati in quanto non essendo molto giovani avevamo lasciato la casa il paese cioè la città proprio come fanno quelli che sono molto giovani; forse siamo molto giovani, eccellentissima eccellenza, per cercare un’altra fortuna, cioè una fortuna migliore o per cambiare la vita soltanto perché come sa certamente anche lei, alta autorità del menga, alle volte si ha noia della vita e si è sazi della vita o si è troppo forti e giovani per sopportare questa vita. Come lei può capire, altissima autorità e così via. È forse un peccato voler cercare qualcosa? Lo so, stia buona eccellenza, lo so che è un peccato.

Siccome il fagiano dorato il più splendido di tutti, con piume rosse gialle sulla fronte e sul culo, scuote il capo acconsentendo che è proprio un peccato da punire (ma nel sorriso c’è un po’ di tolleranza del magnifico per la corte itinerante che si snoda s’avvia e non ha pace mondo) beh! allora è dato per scontato che si può senza infrangere la legge andare con due ragazzi in macchina dentro un mattino nonostante il fuoco dei boschi.

«II fumo era denso» dice Fraulissa e ricorda il fuoco, crepita vicino mordendo i ranetti delle siepi, sembra pane duro, crac crac crac e sente quel rumore sul collo, rabbrividisce.

Un fuoco feroce è un bel fuoco feroce. Fraulissa dice che è un fuoco. In realtà è ancora lì che brucia.

Il fagiano dorato chiede: «Era tutto un fuoco?».

Fraulissa risponde che c’è ancora fuoco su quelle strade.

«Ancora?» chiede il fagiano.

«Io lo sento e lo vedo; e non solo io. Non io soltanto» dice Fraulissa con voce ferma.

Il fagiano scuote la testa.

Fraulissa racconta procedendo in questo ricordo come avevano lasciato la città e si erano decisi ad arrivare a un paese; racconta la morte del vecchio poi la strada per le colline dentro la macchina con i due giovani. Fraulissa dice che tutti erano tranquilli; uno fumava, l’altro guidava, parlavano con molta dolcezza.

«Con tranquillità?»

«Dolcemente» risponde Fraulissa.

«Con tranquillità?» insiste il fagiano spegnendo la sigaretta su un piattino. «Con tranquillità» risponde e guarda il giovine seduto vicino al muro che si tiene la testa frale mani. Fraulissa sente rimbalzare contro questo muro una frase bisbigliata dal gran fagiano tutto odoroso di mele: «quello lì dobbiamo trovare il modo di schiacciarlo con un piede con molta ironia, e perciò dobbiamo provocarlo a uscire allo scoperto; deve venir fuori dal guscio a cricchi come si fa con le lumache».

«Lumache di paese» commenta uno seduto vicino, un ragazzetto dal sorriso di vipera.

Dov’è il carretto? Fraulissa esce correndo dal tribunale e cerca il carretto. Un carretto? chiede un piesse, lei cerca un carretto? Fraulissa lo guarda angustiata. Un carretto dice il persiano, è stato parcheggiato nel garage del convento essendo stato trovato abbandonato sulla strada e sopra c’era un morto. Un carretto con carta da imballo. «Un carretto con carta – dice Fraulissa – cerco proprio quel carretto».

«Venga che l’accompagno» dice il piesse.

Fraulissa lo segue, scende risale svolta procede ritorna, imbocca svolge scale a spirale esce in un cortile infine dentro a uno stanzone lo vede. Se lo porta via. Non c’è un cane per la strada. A un angolo, statua di sale ma rigido come ferro, sta il barone De Bibra nella sua armatura; è lì vicino alla sua tomba e aspetta, con l’elmo calato e la spada impugnata. Il suo respiro di guerriero. È lì che aspetta ma questa volta Fraulissa non gli cede.

«Mi vuoi salvare? chiede sorpreso Marcho Marcho fra i fogli di carta.

«Perché è questo che vuoi» Fraulissa spinge il carretto per una breve discesa.

«Devo essere salvato?» chiede dal fondo del suo sangue di pietra Marcho Marcho.

«Certo che devi» grida Fraulissa fuggendo di corsa con questo carretto che rotolando stride; il suono del carretto graffia l’orlo dei palazzi.

«Se fossi vivo vorrei vivere da povero – dice Marcho Marcho – Ma morire da povero non è troppo poco?» «Ecco perché vuoi finire fra le braccia di un guerriero di marmo. Ecco perché lo vuoi – grida Fraulissa –Pezzo di merda, a te sta bene dormire come un topo fra la carta di giornale. Per sempre». Fraulissa non corre più, avanza adagio, muove il carretto a scatti, lo sospinge col petto. «Ho voglia di rovesciarti in un angolo come brodaglia» grida inviperita. È rossa, molto viva, molto bella. Il mattino è alto, il sole è alto; incomincia una giornata di primavera. Gru di ferro dei cantieri, lavate col Lauril, la solcano tirandosi dietro una scia di fumo

– la voce dei cani –

Fraulissa pensa che il vecchio era il cane della famiglia, il vecchio morto in quel paese; un uomo appassito e seduto ma dritto; scendeva dal soffitto, sbruffava, pendeva a testa in giù simile a un pipistrello nel granaio

–tirandosi dietro una scia di fumo

–così anche d’està mi placeva restare

all’ombra e riposare.

Mosche volare come ho detto e asini ragliare.

Grandi campi di rossi lillà.

«Io vedo» dice Fraulissa, poi aggiunge «io vado». Inchinarsi agli eventi. Anche Fraulissa tace e guarda il cielo là dove qualcuno passa tirandosi dietro una scia di fumo, tanto leggera che si apre e scompare.

«Adesso rovescio il carretto e ti rovescio in un angolo» dice Fraulissa in fretta «non porto a spasso la morte, bello mio». Fraulissa è incazzata, ha il fiato grosso e si fa strada coi gomiti. Non c’è nessuno per la strada? Dov’è la casa? La città arrampicata sul vuoto si sbriciola, si schianta.

«In che tempo c’è capitato di vivere» dice Marcho Marcho e si risveglia dal sonno della

«È forse colpa mia?» risponde Fraulissa «Non ne posso più, ti rovescio e ti lascio».

«Non vuoi più portarmi – dice Marcho Marcho – mi abbandoni come un cane». «Un cane – risponde Fraulissa – sei la carogna di un cane. Non vivi e non muori, se sei morto vivi ancora un poco; non salti, non balli. Sei tutta pietra oramai».

Marcho Marcho balza in piedi, si scrolla la polvere, toglie la polvere dalle maniche e dai calzoni; dai capelli; fa le pulizie come un cane.

«Ti sei deciso» dice Fraulissa.

«Dammi la mano» dice Marcho Marcho «Per un poco dammi la mano, mi reggo male. Mi tormentavi dentro al mio sonno che era improvviso e totale».

«Era la morte. Era soltanto la morte» precisa con durezza Fraulissa.

«Era la morte» ammette Marcho Marcho «ma non c’è più».

Ritornano indietro in fretta.

«Bagnati la faccia» suggerisce Fraulissa. Da qualche parte Marcho Marcho raccoglie un po’ d’acqua e si bagna gli occhi, poi guarda il cielo che non ha una nuvola.

«l’inverno è passato» dice.

«La neve si è sciolta e la terra l’ha bevuta; a me è rimasta l’acqua nelle ossa» risponde Fraulissa.

«Andiamo» dice Marcho Marcho

«No, torniamo» la voce di Fraulissa è decisa; senza aspettare si avvia rifacendo la strada. Alcuni elicotteri strisciano sopra l’avenida contando le pietre e le ombre.

Sono di nuovo dentro al tribunale.

La madre è lì a gridare assassini dibattendosi fra due borghesi che la trattengono. Ha una crisi di furore e sbava; fra i singhiozzi urla mormora salvate mio figlio. Il fagiano dorato seduto là dov’era seduto, circondato dai centurioni, ascolta uno parlare. Questo è un uomo di quarant’anni.

«Così è, così è, così è» dice il testimonio a carico dimenandosi sulla sedia «è come sottoscrive e indica sua eccellenza».

«Non è vero» ribatte il ragazzo dal fondo della sala e si alza in piedi. Un persiano lo trattiene per il braccio. Da una porta laterale vicino all’emiciclo dove sono seduti i fagiani (abbastanza sorridenti e distesi) entrano in aula i cinque fiumi infernali, le acque dell’inferno; hanno le facce incattivite, si guardano attorno; in un ribollire di schiuma cercano con gli occhi il posto e siedono. Il bon-homme dal pompon in testa e dal naso rotondo scorge Marcho Marcho e si avvicina.

«Vede a che cosa ci hanno ridotto? – dice a mezzavoce – Ma lei ha brutta cera, è forse ammalato? Si curi, amico, poi venga a trovarci. L’abbiamo cercata, c’è lavoro per lei, se vuole lavoro. Ha visto che mondo? bisogna metterci le mani e le braccia dentro, fino in fondo. Venga, venga» saluta con la mano mentre si scosta preso da altri pensieri.

«Cosa fanno ancora con questo processo?» chiede Fraulissa.

Marcho Marcho non lo sa. Forse le cose peggiorano per questo ragazzo. «Possiamo fare qualcosa di meglio o di più utile per aiutarlo invece di? Tu combatti e canti e quelli hanno il loro disegno ordinato in testa».

«Sì – risponde Marcho Marcho pallido in faccia – è una commedia sulla pelle di uno».

«Non ho detto questo, non l’ho detto – grida alzandosi in piedi Fraulissa e interrompe il piemme che sul trespolo parla a gesti di mano di becco di piuma. Costui si arresta sorpreso.

«Ma se è messo agli atti!» – dice.

«Venga, venga signora a precisare il dettaglio» invita il fagiano più grosso con un cenno della testa. Ha il sorriso sulle labbra di fragola, il pubblico si volta a guardare Fraulissa la quale si avvicina e siede davanti al consesso.

«Dunque?» chiede costui.

Fraulissa comincia: «andavamo per la strada su e giù per monti e valli, in una macchina. La storia non è come la narra questo signore, e indica con il dito il piemme, la storia va raccontata in altro tono, con queste parole. Il nostro viaggio era l’occasione per grandi speranze. Voglio dire, per una grande speranza. Non occorre aggiungere altro a questo progetto, e in questo luogo. No, sono sorpresa di dirlo in questo modo ma voglio dirlo. Era una occasione ma era anche una scelta, fra noi due. Era la vita. Andavamo correndo, c’era molto da vedere dentro quel fuoco da una parte all’altra; i ragazzi erano tranquilli, parlavano. Poi è arrivata la morte».

«Voluta, chiamata, preparata» esclama il fagiano lasciando la sigaretta sul portacenere «chiamata con un dito da questi due delinquenti. I quali dicevano: vieni qua».

«La morte non è semplice, non è una cosa semplice signornò – dice Marcho Marcho alzandosi in piedi – la morte è l’occasione di grandi speranze per chi resta a contemplare; o lo è per un preparativo di queste».

«Non è vero. Quello che lei dice è falso, e di bassa lega. I giovani non chiedevano, non aspettavano; andavano, come vanno i giovani; erano calmi come sono calmi i giovani. Voi invece state lì, seduti sulla ciambella, a mugugnare» dice a voce alta Fraulissa.

C’è un brusio in aula, le teste si voltano. Chi sarà mai questa, si chiedono. Non è la madre, che è quella; è forse una parente sorella? una parente cugina? una ragazza terribile? L’uomo chi è? così pallido sembra uscito dal nulla. Il quarto fiume infernale, Charlot del petrolio, fa un cenno col dito come alle aste di Epsom. Col dito alzato sollecita la compiacenza del fagiano che scatta in piedi a dirgli parli pure, parli subito, signore.

Charlot del petrolio sorride cominciando a dire che a proposito di costui vorrei io aggiungere una cosa che ritengo possa servire alla conclusione dell’indagine e per questo sono, siamo (e fa un cenno verso gli amici) qui. L’aula terza a questo punto è zeppa di teste e di mani che guardano ascoltano; nel cielo della strada un fascio di luce sgranocchia l’aria tagliando le case. Da questa parte il buio non è completo, alcune finestre sono illuminate. C’è un odore di primavera dentro a quella neve sporca. Charlot del petrolio continua a parlare perché la cosa che voglio dire in ordine a una verità che deve ricostituirsi è che la verità è invece disgregata e questi tempi sono così calamitosi e indiretti voglio dire non diretti, cioè senza un vero potere perché non c’è un’autorità che voglia, e l’autorità come sappiamo si regge a mo’ di piedistallo sulla verità, ecco cosa voglio dire perché il tribunale senta, c’ero anch’io sull’auto con questi signori mentre andavano e io andavo con loro, ho visto l’uno e l’altro di questi due giovani delinquenti sparare. Sparare molto. Capisco che per tenerezza o pietà i due signori qui presenti decidano di non dire tutto ma io la dico e la ridico perché questa è una verità di fronte al tribunale. Una verità sacrosanta veduta con i miei occhi. Ho finito.

II fagiano major che siede nel mezzo si alza in piedi, ringrazia chi ha parlato con un sorriso, poi afferma con convinzione come una motivazione: così si decide che il delinquente che vediamo deve essere condannato. Tu cosa dici? si rivolge all’imputato.

Qualche applauso nell’aula ma per lo più i presenti guardano interdetti, ad aspettare qualcosa. Uno spettacolo? La madre del ragazzo piange tenendo un fazzoletto sugli occhi. Aiutate mio figlio.

 

VI

 

Dopo la curva la strada si inerpica e la città sembra alzata con un certo sforzo da un cuscino d’aria o da una motogrù; la galaverna fa mulinare la neve, s’ammucchiano i cumuli eppure a perdita d’occhio c’è un bianco che acceca, il silenzio è in mezzo a leggerissimi soffi. Il tonfo di un passo. Dentro c’è questa neve. Lontananze e lontananze, un silenzio programmato che alle volte fa bene al sangue e che il borghese auspica – dopo aver devastata la città in ogni modo

ma laggiù, in basso, si vede vivo e operante il formicaio umano; laggiù ci sei anche tu amico mio della pera e laggiù ci sono subito anche Marcho Marcho e Fraulissa. La città è popolata e vispa, i negozi illuminati, c’è la filodiffusione con un vieni amor-stringimi sul cuor che risuona attraverso i vetri. Camminano alcuni uomini mascherati portando cartelli pubblicitari.

«Dovevamo proprio passare di qua?» chiede Marcho Marcho sospingendo il carretto in mezzo a questa folla. Risponde Fraulissa, che sta guardando intorno:«Abbiamo sbagliato strada. Usciamo subito; là in fondo voltiamo non a sinistra ma a destra. C’è una discesa poi la via è libera».

In fondo non c’è più la folla – questa folla; ci stanno i vecchi, in mucchio, abbastanza silenziosi, attenti, con i loro bastoni che li reggono. Contro una vetrata, con piccole spinte, guardano nella luce di una stanza una ragazza che si spoglia. La spiano. La ragazza non sa e non vede questi occhi queste mani che si stringono al manico dei bastoni. I vecchi hanno gli occhi che sparano bordate di fuoco come i fucili. Non hanno altro che gli occhi; con questi occhi guardano questo bel corpo di ragazza che poco per volta si scopre, lenta come un’onda – perché la giovinezza non ha fretta (contrariamente ai proverbia. Si corica sul letto nuda, i vecchi si danno di gomito, sorridono cattivi. Invidiano quel sonno, la fresca linea del corpo, vorrebbero palparlo per goderne e nello stesso tempo che si disfacesse adagio, allentandosi in ogni senso) come il loro. Lo vorrebbero uguale. Non lo ammirano, lo stringono fra i denti. Eppure lo vogliono così come è, nuovo e da percorrere con un dito per sentire il calore e seguire il suo corso misterioso, per sentire la tenerezza che è nella vita e soprattutto il mistero di maggio (così fresco di rose) che è nella vita. Nei pensieri di questi vecchi, di altri vecchi, il rumore del tempo è impiastricciato da richiami strani, una solfa, richiami quasi infernali nel senso di uno sciacquio, di una minaccia – e da qualche canzone dimenticata. Dentro al vaso del tempo c’è tutto, tranne il silenzio. Il vaso è un luogo di elezione per i rifiuti di tutta una vita – che non trattiene nulla, neppure la scatola di un ricordo. Questi vecchi hanno una nostalgia che diventa furia per la bellezza che è perduta e per la bellezza che sopravviene come un’ondata. Non hanno tolleranza, non pietà, non pazienza. Non hanno amore. Battono i piedi, si muovono adagio, alcuni sbavano, le vene sono gonfie sul collo; nella strada in penombra un cono di luce fuoriesce dai vetri della stanza dentro cui la ragazza dorme senz’affanno. I vecchi restano con la fronte appoggiata ai vetri.

I vecchi guardavano da alte mura quel paesaggio illuminato; il tappeto sul campo di battaglia; le tende di Ezzelino alzate sui prati della Romagna; indicavano con il bastone i fuochi, sgomitando si segnalavano uno all’altro le ombre fin dove arrivavano i loro occhi o imprecando soffiavano per spegnere i fuochi. Ma alla gola secca non esce neppur un fiato, un fiotto d’aria; il fuoco brucia e bruciava ma lontano da loro; non lo possono fermare né lo potevano toccare.

Si lanciano una palla, la palla non la sfiorano, il colore della palla è il nero (a metà) e il colore della palla è il giallo (a metà) dentro e in mezzo a questi colori c’è anche del rosso sopravanzato che col giallo e il nero male non sta. Se la lanciavano ma la palla scappa via oltre i merli guelfi della torre; precipita verso la pianura; la palla rotola rotola rimbalzando; chiudere gli occhi per la stanchezza rappresentava un punto di merito ma così facendo la vita cessa del tutto e allora chi regge il peso della vita? Quei vecchioni gaudenti rappresentavano nulla di nulla, procedono – se decidono d’avviarsi – a sghimbescio, incespicando nel momento stesso in cui si ammassano contro la vetrata dietro la quale sta una ragazza nuda che dorme.

Fraulissa vede questo in un attimo; quel che più conta capisce questo in un attimo. Camminava vicino a Marcho Marcho che spinge il carretto.

«Ti sei accorto – dice Fraulissa – che in questa città non ci sono bambini?» Risponde Marcho Marcho forse non ci sono mai stati o forse sono scomparsi. Invece alcuni bambini siedono sulla spalla dei vecchi.

«Fermiamoci, sono stanca. Fermiamoci un momento – dice Fraulissa – sono stanca».

Marcho Marcho appoggia il carretto contro un muro, vicino a un mucchio di ghiaia, a una fontana di ferro che butta acqua e a una pila di cassette di legno abbandonate. Intanto il giovane incarcerato risponde al fagiano dorato per l’ultima volta «non ho sparato», il fagiano sorride con tenerezza fra le piume e allunga il collo, sluma sussulta dice «ma lei caro amico ha appena udito la deposizione di questo signore che è poi un’autorità nel suo ramo e in materia. Può obiettare?».

«Obietto, che tu possa crepare di fame» urla il giovane.

«Quest’offesa sarà giudicata e lavata» sussurra il fagiano al cancelliere che lo ausculta con compunzione «Scriva, che il conto cresce e tutto s’aggiusta alla fine».

La madre del giovane grida «assassini».

Fraulissa siede davanti al giudice e canta.

Marcho Marcho racconta guardandosi la mano e dice, accennando a Fraulissa, è lei la più forte, c’era un ordine nel fuoco, quando si corre si corre, mai veduto quel signore che adesso si fa avanti, voglio dire che Charlot del petrolio non l’ho visto in auto ma l’ho incontrato lassù, nella loggia verso il cielo – vicino a un tiepido fuoco. Se dice il falso è giusto che sia marcato davanti e di dietro col timbro di puttana.

«Sia incriminato Marcho Marcho» dice il fagiano con rosse piume e piume gialle, che sembra divertirsi

protende la mano.

«Un processo nel processo» strilla il fagiano capo guardandolo con ammirazione «un terzo processo, mi sembra; o si farà presto un quarto o si farà un quinto processo, non ricordo bene, contro la masnada intera. C’è 1avoro per un anno e c’è lavoro per tutti».

Marcho Marcho è seduto vicino al carretto, vicino a Fraulissa, la guarda, dice «da quanto tempo non facciamo l’amore?» questa domanda alza un vento di cose perdute simile alla polvere e allo strisciare di una scopa. Si spegne come un fuoco – non come un vento. «Da quanto tempo?» chiede Marcho Marcho, parla a se stesso con il carro

«da – dice Marcho Marcho – quanto tempo ( Fraulissa cara) da quanto?

cara, con la violenza della mia testa e la violenza del mio sangue, da quanto tempo non viviamo? andiamo in su e in giù, certamente ci andiamo, ma da quanto tempo noi non viviamo

Fraulissa lo guarda con tenerezza (è possibile?): «Non ci fermiamo perché non sappiamo fermarci o giriamo da qui a lì perdendo ogni tanto qualcosa». – Poi aggiunge forse pentita forse soprappensiero o con maggior puntiglio: «Sembra che perdiamo tutto, che stiamo soli con questo carretto e invece».

Invece, eppure – dice Marcho Marcho – eppure, invece…».

Per la strada sbrindellata l’alba rompe la cerniera, l’aria precipita e rotola via; dentro a questa coppa frigge il fuoco degli incendi, laggiù dove nessuno vuole andare. Un rumore di macchine e

in fila, a distanza regolamentare, lucide per il lavoro degli autisti passano una dietro l’altra le cinque automobili di rappresentanza; dentro ci stanno in questo codice di parata, buttati come palloni aerostatici che il vento rifiuta, scrosciando vento pioggia grandine e saette, i cinque fiumi infernali che a casa tornano

oh voi che nelle case tiepide ricordate

oppure: oh voi che ritornate nelle case tiepide, dite agli altri e ricordate che

(agli amici?).

Uno dietro l’altro questi cinque tornano dal tribunale al palazzo e il greco dal pompon in testa con i denti da Dracula e il naso di boxeur – costui appare il più deciso a mantenersi il potere a costo della santa crosta; tornano

passando lì vicini

salutano. Il saluto lo raccoglie Fraulissa che guarda dentro al mondo e dunque dentro a quegli occhi; controlla il passaggio di questi astri e conta le macchine; le conta sulle dita. Marcho Marcho invece

lì vicino dorme disteso. Sul marciapiede, dorme. Sembra che abbia diritto a questo sonno, secondo l’Organon; ma la donna, che è Fraulissa, ripara prepara.

Sono lontani i fiumi. Marcho Marcho sogna il padre. Marcho Marcho cammina su un prato. Marcho Marcho sale con fatica su un monte, per il sentiero di un monte. Marcho Marcho fatica e nel sonno si lamenta. Marcho Marcho ha la faccia dipinta con circoli gialli o bianchi, non so; è nudo, è a torso nudo, sale verso la montagna. La montagna è là, sulla montagna più alta, che è la montagna dei fiori, ci sono nuvole che girano e con le mani si avventano ai suoi capelli, li strappano. Vogliono impedirgli la salita. O cercano, intanto. Ma basta soffiare e questi nembi si spaccano, allentano la presa, scompaiono. Cielo a destra e cielo a sinistra resta bianco, sembra un uccello levigato che abbia il mare profondo sotto le penne. Marcho Marcho sale sul monte così descritto ed è il monte della malagrazia, non quello dei fiori; o il monte del sonno; il monte pellegrino, quello dell’ultimo rifugio.

A cinquant’anni.

Fraulissa lo guarda mentre dorme lì sulla strada: «Dove stai andando? riposati nel sonno!». Il petto di Marcho Marcho si alza, si abbassa, la notte è umida. Uccelli per lo più bianchi bruciano nel cielo. Il mais, la canna da zucchero, la banana, il machete, la lingua. Machete canna da zucchero mais forse banana; machete e lingua. O viceversa, lingua e machete, taglio netto e ferita? non si può dire nulla? o non si può dire altro? Anche: il mais, la canna da zucchero, la banana, il machete, la lingua, la pietra, la colomba. Forse è la colomba che brucia e urla prima di cadere? Fraulissa pensa o canta mezzo assopita: non ci sono pietre. Pensa anche: fra poco andiamo.

Marcho Marcho bussa a una porta ed è la porta del padre – nel sogno. Che sia la porta del padre se ne accorge subito. La vede chiara dentro a un cono di luce gialla. La porta è indicata da questa luce teatrale. Dietro alla porta, nel sogno, c’è suo padre. È morto da tanto tempo che adesso sembra giovanissimo; un padre biondo sorride mentre Marcho Marcho lo guarda con curiosità. È lì sulla porta.

«Mio padre?»

«Mio figlio».

Dentro, la stanza non ha pareti; c’è molta polvere, c’è il quadretto incorniciato in oro dei corazzieri piemontesi, un quadro molto rosso, i corazzieri hanno un colbacco nero in testa. Sono a piedi vicino ai cavalli e aspettano, l’ordine per la battaglia. Un savoiacavalleria formato francobollo, tanto che gli uominisoldati sono piccoli come nel disegno di Leonardo – non uomini terribili, come nel disegno di Leonardo. Questi del quadro sono soldatini destinati a morire.

Marcho Marcho vede in un angolo anche una riproduzione di quel disegno e riconosce il colore dell’inchiostro.

Il padre lo guarda con curiosità

«Mio figlio!».

Marcho Marcho: «Fuori ci sono le montagne. Sei mio padre?».

Il padre biondo si affaccia alla porta, guarda a destra e a sinistra, scuote la testa: «vedo la solita pianura, una strada dritta che prima non c’era. Vedo polvere, non c’è altro di nuovo che non ci fosse quando ero tuo padre e camminavo».

Marcho Marcho: «C’è qualcosa di più»

«Niente di diverso»

«Guarda meglio, guarda bene, da qualche parte. Da quella parte»

il padre esce, guarda. Dice: mi accorgo che la strada mancava, quella che gira là in fondo e poi va via per la salita; la strada una volta non c’era. Questa è nuova. Laggiù – indica la strada della montagna – quella strada al mio tempo non c’era.

Marcho Marcho cammina per questa salita.

Correggere, correggere, correggere. Fraulissa com’è vestita?

«Se tu sei mio figlio, dice il giovane padre a Marcho Marcho, se tu sei… Da qua si vede tutto, nella pianura».

«Si comincia a vedere».

«Quella città laggiù brucia» dice il padre.

Fra una foschia che basta soffiare per disperdere, nella trafila dei tetti che formano da basso un piano scuro, un tavolo su cui possono banchettare gli uccelli; laggiù si vede la schiena della città e il fumo di un incendio al lato nord-est, lingue di fuoco palpitano come un occhio cattivo e scavano scavano.

«Brucia un quartiere intero» dice il padre.

«E una fabbrica» risponde Marcho Marcho.

«È fuoco cattivo, si vede; brucia come torba» dice padre.

«È la nuova fabbrica, non brucia ma si fa bruciare. Intorno c’è la guerra. Non è la fabbrica che brucia». Marcho Marcho cammina avanti, il padre resta indietro, diventa un’ombra, scompare. No, entra in una porta, esce, il suo passo scuote le pareti intorno (che non ci sono); sorride, è molto giovane. Sembra un ragazzo; Marcho Marcho lo guarda e si ferma. C’è un muro, un’altra porta, il padre l’apre, chiede: «non entri?». Marcho Marcho non risponde. Il padre chiude con forza la porta, Marcho Marcho sente il suo passo che si allontana, forse scende, lascia la montagna. «Dove vai?» gli grida dietro. Nessuna risposta, Marcho Marcho di corsa ritorna, si butta contro il legno della porta, l’apre, dentro c’è il vuoto, l’aria è una polvere bianca. In fondo, dentro alla foschiasabbiadolce, il padre si dibatte lottando con un’aquila non troppo potente molto giovane che attacca stridendo ridendo azzannando. Il padre ha afferrato l’uccellaccio per le zampe mentre volava basso e lo trattiene, il rumore delle ali che sbattono è un rumore secco come un colpo di frusta. La lotta dura un’ora, alla fine il grande uccello sembra calmarsi, il movimento delle ali diventa uguale allo sbattere delle onde in mare. Il padre ha vinto, questo antico domatore di cavalli, biondo e giovane – come è bionda la giovinezza,

«Così va bene, andiamo» grida il padre; l’uccello si alza con un colpo di timone portando via il padre afferrato alle zampe, sempre più alto sempre più sottile sempre più bianco finché scompare. A questo punto il cielo diventa un cielo da sera e ha linee di fuoco nella grande lavagna. Marcho Marcho si sveglia. Fraulissa, vicino a lui, lo scuote; quando apre gli occhi gli dice: «Su su, dobbiamo andare, svegliati. C’è luce, è giorno». Marcho Marcho s’alza e si mettono in moto. Il carretto fa rumore sul selciato. Il sole tira su un vento gelido. «Ho sognato mio padre» dice Marcho Marcho. Fraulissa non risponde.

«Era come un ragazzo – dice Marcho Marcho – Era molto giovane. Ho sognato mio padre. Come passano gli anni. È partito trascinato da un’aquila, via nel cielo, leggero leggero come un giovane».

«Su una montagna?» chiede Fraulissa, quasi concludendo la descrizione.

«Sulla montagna. Come lo sai?»

«Ti sei trasformato in uccello?»

«Non io, mio padre; non era uccello ma si serviva, volando, di un’aquila che aveva domato dopo una lotta». «Aquila serpente cervo. Coniglio. Oppure cefalo. È il sogno di tutti, a un certo momento. Un passaggio per la terra dei morti. Pianto, colloquio, la memoria che torna mentre tu dormi e sei debole, sei felice, sei lontano. Scappi via dal mondo per cercare felicità. Non lo sai? non lo ricordi? Dentro a questo sogno ci sta tutto».

«È vero – dice Marcho Marcho – ci sta proprio tutto. C’erano anche le montagne». Nevica e loro dietro alla barca della neve si buttano. Fra le stanghe del carretto Marcho Marcho spinge come un cavallo, Fraulissa gli cammina vicino, alla fine della strada svoltano a sinistra verso la piazza del foro boario che è piena dei carri dei persiani e delle tende dei persiani e delle voci dei persiani e dei fuochi dei persiani e degli urli parole minacce dei persiani che

– oh Mary

che ti curvi dall’alta torre

del grano

disciogli i tuoi capelli d’or

– oh Mary disciogli

dall’alta torre del grano ecc. ecc. Ma

vicino a un carro di cannoni e pronto a sparare due persiani conversano fumando. Anzi sono appoggiati al carro, alla sua lamiera che vibra al suono delle parole come il pelo di un gatto; dicono

«che carro!»

«è un gran carro»

«non c’è un carro uguale»

«dentro ci stai sicuro, lì ci possono sparare addosso»

«non dice bah»

esclama il più giovane mentre col piede fa un circolo nella neve «non si lamenta ma canta tac tac tac. Le pallottole ci possono venire contro e noi sputiamo via tutto il caricatore. Che ci frega?»

«Noi di colpi ne vediamo stringiamo consumiamo più di millanta. Non ce li contano. E per i restauri sulla lamiera, che qualche volta si storge, usiamo l’Atlas Copco che è sul serio un respiro per l’industria».

Lì vicino ci sta Marcho Marcho con il carretto e c’è Fraulissa. Passano sulla neve. Da un palazzo escono due ragazzi che dicono «ma è più bello ritornare coi fari rossi dentro la notte. C’è vento, c’è il vento e in prima corsia filo via diritto».

«Non possiamo tornare a casa – dice Marcho Marcho a Fraulissa – e sono stanco di trascinare il carretto. A meno che tu non ci voglia salire sopra se sei stanca».

«Non sono stanca» – risponde Fraulissa – «ma il carretto non è del calabrese? riportiamolo al calabrese. Almeno davanti alla sua casa».

 

VII

 

Mentre Marcho Marcho e Fraulissa si avviano per quella strada noi vediamo nella fabbrica assediata Nello Savore e altri che scendono per lo scalone principale che è sozzo dopo tanti giorni e settimane «andiamo lì egli dice ai compagni indicando una stanza – a concludere il discorso».

«Questa fabbrica è viva e lavora ma credo che bisogna un poco ripulirla» dice uno dando un calcio a un barattolo vuoto.

«La puliremo anzi la puliamo, basta un po’ d’acqua e di braccia. Fosse sempre così facile e da farsi in fretta la pulizia delle cose».

Questo è un gruppetto di uomini dentro la fabbrica occupata e circondata.

«Sarà anche bombardata?»

«Se vorranno. Non ci staremo dentro come topi».

«Le donne sono migliori. Hanno dato una gran prova» dice Nello Savore.

Siedono attorno a un tavolo. Non ci sono vetri alle finestre scardinate da un botto.

«È molto pericoloso per chi ha la grana e possiede – e proprio mentre non si accorge che sia pericoloso – rivoluzionare una rivoluzione».

«Vuoi dire accendere la carica? la miccia?».

«Dico che l’hanno fatto e adesso hanno paura e dopo la paura aspettano gli scoppi».

«Noi siamo sempre dentro a questo circolo, uno non è entrato, uno non è uscito, tanti eravamo tanti siamo; la nostra decisione resta nostra, non fa crescere gli altri».

«Mi domandi se questa è una rivoluzione»

«Questa che facciamo noi?»

«Questa, qua dentro ai muri, e anche fuori, pubblica privata»

Nello Savore accende la sigaretta. È magro, molto giovane, è smagrito dall’azione. Dice: «Una rivoluzione? Questa non è una rivoluzione, non può essere, non è giusto che sia. In principio poteva sembrare, che cominciasse il mondo, ma era sbagliato. Ecco, prima bisogna capire. Bisogna andare fino in fondo solo quando è possibile. Allora sì che bisogna andarci, a costo della pelle. Ma prima occorre mettere tutto al posto giusto. È una rivoluzione? Non è una rivoluzione, ma dico che è una decisione. Dunque qualcosa di più e di molto più importante, avanti nel tempo. Pensiamoci sopra, per capire; per riuscire a capire. È una decisione».

«Tu vuoi dire non più una corsa con le idee addosso ma durare giorno per giorno, dandoci nel muro? perché è la voglia di durare che ci salva?»

«È facile svegliarsi e correre ma è altrettanto facile correre e addormentarsi. Rivoluzionare il rivoluzionario, rivoltarlo dentro alla sua pelle. Allora ciò che è dentro esce e ciò che è fuori entra, allora se ne vedono di tutti i colori»

«Ma fermarsi non si può pena la morte»

«Non si può nemmeno accontentarsi, se è per questo»

«Neanche ripetere ripetere e continuare a ripetere».

La faccia sfuma nel giallo cristallino della neve, da qualche finestra a pianterreno si spara una bordata se i persiani sconfinano dalla linea d’ombra che corre lungo gli alberi del viale, allineati uno dietro l’altro. Ciascuno è al suo posto, nessuno si muove

– solo Malpensieri e l’Invidia cavalcano sul dorso della Morte e fanno baccano tirandosi dietro, legato a uno spago, un barattolo vuoto che rimbalza fra i rami. Malpensieri ride e l’Invidia è bianca, l’Invidia è nera e si guarda intorno con sospetto.

«Sembra che la vita di ciascuno, in questi giorni, vecchio o giovane, stia per finire. Sembra che si concluda, in un certo modo. Ma quand’è che finisce la vita?» – dice a voce alta Marcho Marcho – «quand’è che finisce veramente?». Marcho Marcho chiede a Fraulissa: «Credi che finisce quando si è vecchi di anni oramai o vecchi soprattutto di pensieri? quando si lascia vuoto il giorno, uno dopo l’altro, perché non c’è più niente da riempire? quando non puoi metterci dentro più niente?».

«Quando? quando finisce tutto in questo modo? ma quando si muore, credo» è la semplice risposta.

«E prima?» chiede Marcho Marcho.

«Prima si ha il dovere di vivere».

Marcho Marcho spinge il carretto, Fraulissa lo segue, ha acceso una sigaretta, fuma. È distesa, con la pelle fresca nonostante il freddo che non riesce a sopportare.

Passano colonne di carri.

Sopra ci stanno persiani addormentati.

Nevica sul mondo come se piovesse

tac tac tac fa la neve sui tetti o sul selciato

tac tac tac fanno le pallottole vaganti dei persiani, sparate anche a casaccio per far rumore, in segno di potenza.

Vanno, vengono, colpiscono i muri. Qualche volta centrano un uomo che cade giù.

«Ah!» dice Fraulissa e cade in terra. C’è neve e il tonfo è leggero. Con gli occhi guarda in alto, gli occhi sono dilatati poi si rinchiudono come l’onda del mare quando si ritira. Ha un po’ di sangue in mezzo alla fronte. Marcho Marcho capisce che è morta. Si china, è stretto da una nausea mescolata a dolore che gli rovescia lo stomaco; le prende la mano, è una mano senza vita; di pietra. Carica il corpo di Fraulissa sul carretto. Vado dal calabrese, pensa. Si avvia e cammina cammina, a un certo momento

«Alt!»

tre persiani lo fermano

«cosa c’è sul carretto?». Guardano.

«Una donna morta». Frugano con attenzione.

«Non sa che i morti vanno denunciati e subito portati al luogo di raccolta per lasciare una dichiarazione del come e del quando? Lasci il carretto, venga con noi»

Uno di questi persiani sembra infuriato. L’aria rossa si apre al modo di un fiore.

«Metta il carretto lì, nessuno lo porterà via» il persiano in calore e in furore indica uno spiazzo nel marciapiede.

Vanno via insieme; arrivano al.

È un tribunale o il posto dentro cui si smista la corrispondenza? Marcho Marcho vede reti tese ai muri, sospese ai soffitti, panche ammucchiate come nelle sacrestie, le stanze non hanno porte, da una di queste molto grande e dipinta di giallo escono voci concitate. In fondo alla sala Marcho Marcho scorge una tribunetta su cui siedono in cappa e spada, molto rigidi, 4 signori della legge, così autorevoli, che ascoltano. Parla un avvocato il quale grida, e grida anche il giovane imputato (dell’auto) che Marcho Marcho riconosce subito, bianco come la carta, proteso dalla gabbia a difendersi e a incalzare. «Ripeto che non c’ero e voi volete che ci fossi. Se vi fa comodo. Ho i testimoni ma non credete ai testimoni; qualche volta li eliminate anche. Lo so, ai testimoni non prestate fede. E quando sono fuori per la strada li uccidete. Io non c’ero».

Il fagiano fa un cenno per ottenere silenzio, dice che la giustizia fa giustizia. Se ingiustizia c’è stata sarà prontamente riparata perché la vera giustizia non sia tirata in ballo come ingiusta. La nostra libertà è questa. Allora? e si rivolge al giovane.

«Allora che cosa?» chiede con sorpresa il ragazzo.

«Voglio la verità, finalmente» sospira il fagiano e si asciuga la fronte con la mano. Sospira: «La verità».

«La giustizia è di merda» urla il ragazzo.

«Assassini» ansima la madre che si tiene la faccia fra le mani.

«La verità» ripete con una dolcezza che è esasperante il fagiano in tocco, spada e bilancia «questa verità che aspettiamo da tanto tempo».

«Io non ho sparato, nessuno l’ha fatto. Vero è che ci hanno sparato. Sparavano come matti» ripete scandendo e infine sedendo rassegnato il ragazzo.

«Ripeta ecc. ecc. dica lo giuro» suggerisce in fretta un cancelliere a Marcho Marcho che è chiamato a testimoniare. Egli è il terzo testimone della giornata.

Marcho Marcho siede davanti ali’emiciclo.

Lì davanti, in una calcolata elevazione siedono cinque cosi che sbirciano alzando la testa dal bordo del tavolo. Su tutti campeggia per autorità e disciplina, come un’autentica saetta e signore delle guerre, altero sorridente secondo i casi, doce doce come volge il vento e la situazione, il cargo ingozzato di tutti i conteiners delle leggi leggine leggette

il big espettorante morchia da bronchi

lui che ha più penne dorate addosso e dal di dietro spumeggia

e le penne ostenta con severità e con una amabile vanità.

Oh debolezza umana!

«Lei dunque? ah, è

testimonio vecchio per causa vecchia, vecchio, testimonio per vecchio giudizio»

«La causa è a nuovo ruolo quindi è nuova»

«Tutto rotola da capo?»

«Tutto si svolge da capo»

«Il già detto non conta?»

«Quel poco appiccicato alla memoria può essere spalmato sul pane della giustizia come la confettura Arrigoni»

«Perché Arrigoni?» pensa Marcho Marcho

«Lei dunque?»

«Io ero» comincia Marcho Marcho

«Su dunque»

«Ripeto che»

«Allergico a»

«Non è neppure il caso»

«Ripeta ripeta»

«Ricordo bene»

«Reticente mi…»

«Solo questa verità può»

«Non è possibile dico»

«Assassini» grida la madre del giovane alzando la testa protendendo la testa agitando le mani all’indirizzo dello emiciclo. «Assassini» singhiozza a voce bassa ricadendo a sedere sulla sedia, qualche testa si volta; Marcho Marcho esce adagio dalla stanza fatta azzurra da un fumo basso.

Dall’alto, sui tetti che scolorivano sotto la galaverna ed erano bianchi di neve, di una neve che si spostava su questi tetti e diventava una pasta che s’aggrappava ai coppi con tutte le dieci dita; vista dall’alto la città era distesa in questo modo, un corpo decomposto nella paccottiglia dei secoli, lasciata in mezzo alla campagna come il corpo di un uomo ammazzato. Dall’alto, sui tetti, al di là dei vetri che fumavano perché i cristalli erano freddi, stavano in piedi a guardare la città

allineati vicino al cristallo delle finestre stavano Stiebeling che è il padrone di casa in questa circostanza poi Charlot del petrolio poi il massiccio pescatore di perle col pompon in testa poi anche l’altro fiume in secca, uniti dentro a una sola acqua che ribolliva.

«Moriranno da sé» dice Stiebeling

«Queste cose hanno le ore contate, dall’Oregon a Glasgow. Figuriamoci in questo paese che è tutto sole frigido benedetto»

«Decideremo in seguito se chiudere la fabbrica o trasferirla o smantellarla»

«Oppure, mormora Stiebeling con un mezzo sorriso, dimenticarla. Alle volte conviene abbandonare ciò che non serve, perché vada da solo nel rusco o perché qualcuno frugando nel pattume se vuole lo raccolga»

«Laggiù – dice Charlot del petrolio – il buio non fa una grinza. Guardate che città addormentata. Solo là –indica verso nord – c’è il fuoco di qualcosa che brucia, l’emblema di una disperazione. La fabbrica; là non riusciamo a spuntarla per il momento».

«Non è questo il modo corretto d’impostare il giuoco – dice il boxeur rincagnato che ha le mani nelle tasche dei calzoni e la pipa in bocca – non è detto che non riusciamo. Intanto non vogliamo, i tempi cambiano. Anche per noi il tempo salta e dobbiamo scegliere il nuovo registro. Non ci interessa più il prestigio da tutelare, perché ci spinge a far svelti che è anche un far male. Possiamo se è utile, aspettare e aspettare.»

 

Nello Savore nella fabbrica dice «gli spifferi non si contano qua dentro, dalle finestre e dalle porte. Se va avanti così, e se riusciamo a diventar vecchi, saremo impalati dai reumi come i pellegrini alla mecca»

la stanza è piena di gente in piedi e seduta, altri vanno e vengono per le scale, alle finestre sono appostati alcuni uomini, nella fabbrica lavorano a ritmo pieno. Il vicino di Nello Savore, un giovane magro come un gatto, parla in piedi con una voce chiara ma non forte «badate che parliamo parliamo ma cose nuove non diciamo mi pare. Il punto da rifletterci sopra col cappello in testa, e non è un momento o un punto da poco, è questo: la rivoluzione non si fa più con la rivoluzione; adesso una rivoluzione è più efficace proporla e annunciarla che farla; se si trovano i canali per questa comunicazione o se si stringono in mano con tutti i dati».

Pochi capiscono. «Questi sono discorsi» si sente borbottare intorno al tavolo, molti fumano, appoggiati in modo pesante perché sono stanchi. Dalla stanza si vede l’imbocco delle scale che portano giù, dove le macchine vanno. È il sardo che continua a parlare, una sigaretta dopo l’altra mentre guarda la faccia degli amici «e poi: ci potrà essere finalmente l’uomo dentro la rivoluzione? oppure dovrà sempre la rivoluzione, questa bestia solitaria, essere dentro l’uomo? standoci annodata e intenta, come l’edera di San Giuseppe?»

«Pochi capiscono» mormora qualcuno e si stropiccia gli occhi

«Compagni evitiamo la monotonia»

«Scendere al concreto» dicono altri a voce alta ma senza astio

«In questi nostri anni la vera rivoluzione è solo una informazione, una informazione diversa»

«Allora possiamo anche andarcene, abbandonare la fabbrica con le porte aperte come per un bel invito al ballo e lasciare la lotta di mesi e questa baracca vuota per il ritorno dei signori signori, che sono i padroni del mondo» «Questa ideologia ripetitiva è abbastanza statica» – dice il sardo – «Amici compagni – sempre in piedi, ogni tanto arrestandosi per tirare una boccata dalla sigaretta

che appoggia sul bordo del tavolo – amici, usiamo o cerchiamo di usare a nostro servizio almeno per una volta e per la prima volta il sale dell’ironia?»

«Chi ha voglia di ridere?» esclama qualcuno

«Non è vero che chi lotta non possa avere altre armi che il peso della propria fatica. O il pianto, che è di tutti. Ascoltatemi per un momento, è importante»

«Ti ascoltiamo» dice qualcuno

«le battaglie perdute sono soltanto battaglie perdute, come è detto e ripetuto; le battaglie vinte sono soltanto battaglie vinte, come è detto e ripetuto. Solo le brave persone che noi conosciamo, buone per ogni mese, con la loro chitarra e le loro canzoni, tengono le sconfitte in conto di una morte eterna e fanno il pianto dei vedovi delle sette fonti o dei quattro veli»

«Qua che stiamo facendo?» chiede un vecchio che ascolta e ascolta. Adesso sono tutti attenti.

«Qua si perde si vince sul serio soltanto sulle idee, che vanno appiccicate come una firma sulla tovaglia del mondo. È lì amici, compagni, è lì fra pane e sale, fra coltello e forchetta, che esse stanno. Le idee, dico. Se ci stanno il pasto è pieno. Altrimenti bisogna andare a funghi per boschi e per langhe, se vogliamo mettere nel piatto qualcosa da masticare. Non lasciamo, amici, compagni, più niente agli altri. Nemmeno le parole».

Soffia un vento di bufera attraverso gli squarci delle finestre sbrindellate, da sotto il rombo delle macchine al lavoro fa tremare il pavimento.

«Per dio hai detto bene – dicono – Questo è giusto, parlare delle parole. È giusto anche per altre cose ancora. Sono frasi sulle quali pensare. Non sono cose da poco. Fanno faticare».

 

Stiebeling è seduto nel salotto con tutte le tende tirate e una luce rosata che imporpora le gote della casa, un ambiente delizioso. Anche gli altri ospiti siedono con la gamba accavallata, le mani appoggiate al ginocchio in una attitudine da fotografia su Spiegel. Non c’è un neo fuori posto, la chiostra dei denti ha lo splendore che si chiede. Aspettano solo un flash e dio che quadro! Quanti miliardi fanno insieme? quanto potere stringono fra indice e pollice o nel solco delle natiche? tac tac tac emettono piccoli segnali da occhi e cervello che si distendono provengono e vanno a segno. Ogni colpo è un centro. O quasi. Adesso parlano:

erano tutti lì, andavano venivano

facevano volare i conigli impagliati

addosso ai crumiri. Quassù non arrivano

schede o richiami, quassù

fatti e immagini di una lotta operaia

di una lunga lotta non

arrivano. Perché mai dovrebbero arrivare

quassù? Siamo protetti da un mucchio

di filtri che depurano l’aria

sicumere ed eucalyptus non ci toccano

noi siamo gente che non si tocca

– lo penso, dice Stiebeling e lascia le carte sul tavolo con un sospiro di sollievo. Oltre i vetri barlumi di fiamme che sono lontane e il colore paglierino nei bicchieri che si struggono come grasso bianco nel calore della sala. I rumori sono fatti di piccoli scatti e di un preludio compiacente, come un ron ron appena sussurrato. Basta tirare le tende e coprire i vetri grossi due dita.

 

«Assassini assassini» è il grido del ragazzo lanciato con una convinzione che non ha più speranza; simile al gemito della madre che singhiozza «perché tormentate mio figlio?». Marcho Marcho esce dalla stanza mentre il fagiano dorato si asciuga gli occhiali appannati dal caldo di tante gole accalcate. Il carretto è lì a stanghe alte sul marciapiede. Fraulissa appoggiata a una ruota lo guarda mentre si avvicina

«Non venivi mai» dice

«Mi hanno ancora interrogato, quelli là»

«Andiamo dal calabrese?»

«Andiamoci». Marcho Marcho afferra le stanghe del carretto e si rimette in cammino. C’è buio ma in fondo la strada è illuminata e quando arrivano sono presi dalla luce dei negozi e da un viavai di persone tranquille che camminano senza fretta per faccende loro. C’è di tutto nelle vetrine; non manca né questo né quello e tutto si può contare. Passano le auto, i filobus, si accendono si smorzano i semafori, il rossoverde cade sulla neve pasticciata. La strada è in leggera salita, Marcho Marcho fatica a tirare il carretto, Fraulissa è distratta per il momento perché è toccata da una certa sorpresa della ragione; o da una tenerezza. Cammina strisciando gli occhi sui vetri dei negozi. Più avanzano, svoltando a destra o a sinistra, più la gente aumenta. Lì non si vede neanche un persiano.

«Ma che cosa fanno?» commenta a voce alta Marcho Marcho.

«È naturale – risponde Fraulissa che si è avvicinata –vivono, perché sono lasciati vivere dalla loro pigrizia o da una piccola viltà. Non sanno nulla o sanno poco questi che si muovono. Non gli interessa niente altro che vivere nell’indifferenza. Qua uno più uno fa due».

«Già – dice Marcho Marcho – anche noi che cosa facciamo? siamo in mezzo a loro, siamo come loro e tiriamo un carretto come stronzi».

«Non siamo diversi?»

«Non siamo diversi; siamo dei cavalli».

Il crudo inverno, svoltando a destra, si spacca in una sfacciata primavera. Margherite e girasoli, alle finestre ragazze a petto nudo con le loro tettine a punta guardano il sole; voli di calabroni.

Marcho Marcho suda, posteggia il carretto, dice fermiamoci un momento, prendo fiato, sono stanco. Siede sul bordo del marciapiede, accende la sigaretta. Fraulissa dice che fra poco arriveranno.

A Marcho Marcho questo tepore lo fa addormentare, gliricorda il mare. Passano mucchi di ragazzi ragazze in bicicletta e moto, molti sono su automobili basse, non guardano che i loro occhi riflessi nei vetri

«Ma sembrano cinquantenni tanto sono duri – dice Fraulissa – guardali; hanno uno sguardo senza luce, con un sorriso freddo dentro a questo sguardo. Sembra colpire per mortificare. Ti pungono, ti parano su perché ti scosti e ti tolga dai piedi»

«Sono lontani. Ci parano su perché andiamo più adagio di loro» dice Marcho Marcho «guarda noi come esempio. Con questo carretto sulle spalle mentre loro vanno in fretta per le loro faccende».

Fraulissa vuole godersi il sole nelle ossa. Dice «Questo caldo mi entra dentro come un ago; prima fora poi si distribuisce. Allé allé» chiude gli occhi.

Marcho Marcho ricorda che un gatto, un vero gatto può anche invitare il re. Un gatto può invitare il re era il tema era l’argomento della favola di un tempo che va viene scivola rientra nella memoria. Che salta via. Un gatto gattone disteso in un prato. Il re è il re basso e ridicolo delle favole. Forse è anche un re senza potenza. Certo, è un re senza potere. Un re dei vecchi tempi. Ma un re che può tutto e ha anche il potere. Certo, è un re senza potere, per essere invitato da un gatto! sia pure un gatto gattone di campagna disteso in un prato. Il prato è verde verde con i fiori bianchi, sopra c’è una farfalla con i capelli al vento che fa il bagno dentro i fiori e canta canta. Il canto della farfalla, quanto a parole, è questo

«giorno di primavera

quando verrà la sera

avrò fatto cento bagni

dentro al cuore dei fiori» eccetera.

Il maledetto gattone della favola un giorno un bel giorno decide di invitare il re. Sei matto, dicono, un re non accetta inviti da un gatto. Ma il gatto gattone sorride sotto i baffi e dice: verrà, scommettiamo?

Fraulissa dice a Marcho Marcho: «Adesso sono stanca io, dopo tanto che cammino. Fammi salire sul carretto come prima, fammi distendere un momento. Lasciami riposare», Fraulissa salta sul carretto e si accartoccia, dorme. È leggera. Marcho Marcho spinge il carretto e la guarda. È pomeriggio pieno, un sole denso dardeggia; Marcho Marcho è bagnato di sudore, goccia a goccia il sudore si scioglie sopra le ossa.

En april apres may, que la ros est florie

Li temps se renovelle e la ient est plus lie

dentro all’orecchio di Marcho Marcho si mette in moto la lontanissima voce che si trova alla fine a essere così vicina. Lontana in quanto agli anni mentre fa il rumore del mare; vicina come il rumore degli spari. Sopravviene una grande tranquillità, per un momento. Sulla neve dura il carretto passa leggero. Sopra ci dorme Fraulissa che non ha peso. En april, ma è freddo nonostante il sole, la neve è ghiaccio, spira una galaverna che prende d’infilata il blvd. En april apres may cosa fa il gatto per convitare il re? si finge morto in santità o finge una eredità da gransignore? manda araldi per via? si dice guaritore? Semplicemente gli manda a dire con un biglietto vergato:

Anche se è un segreto di stato

bisogna che il re sappia

che è becco e bastonato.

Il mio re è becco e bastonato e se viene di carriera io gli spiego il perché il come e la maniera. Firmato: il gatto. Gatto gattone. È da dire che il re appena legge il biglietto al lume di candela si getta al galoppo arriva con il fiato grosso. Chiede a tutti per strada: il gattone dov’è, dove abita il gatto? Di questo fatto si fece un gran parlare; di un re dal gatto; vale a dire di come un gattone di campagna abbia ospitato il re; di come il re sia stato per oltre tre ore ad ascoltare il gatto gattone parlare; e di come si sia alzato e sia volato via dopo avere abbracciato e ringraziato il gatto. Tutti potevano vedere sulla porta questi saluti e baci. Galoppava il re. Ma che cosa aveva cantato il gatto di tanto importante? quale fatto determinante? Questo non si è mai saputo. Si può solo immaginare ricordando che la povera regina fu trovata morta di veleno mentre andava sul treno verso il mare. E nella medesima giornata fu seppellita con gran pompa e con suoni di tromba subito dimenticata.

Ma intanto Marcho Marcho procede: ci sono meno case, crescono gli slarghi con le foglie degli alberi, vicino al rialzo della ferrovia c’è una casa. Lì col carretto arrivano alla casa del calabrese, in questo prato che è campagna. C’è odore di neve e di letame. Sono tutti ad aspettare sulla porta. Anche Nice; anche il figlio biondo del calabrese, Antonio. Il calabrese abbraccia Marcho Marcho mentre Fraulissa salta a terra. Il calabrese abbraccia Marcho Marcho e Fraulissa. Dice: «Avete portato il carretto! amici entrate». Nella grande cucina ci sono le donne gli uomini i figli. Anche gli amici. È una riunione. Siedono intorno alla tavola.

«Bevi questo vino» dice il calabrese a Fraulissa «è delle mie parti; è denso come il sangue del peccato». Aggiunge: «Fra poco viene anche Nello Savore».

Spezzano un paneciambella, lo distribuiscono, lo bagnano nel vino, parlano con gli occhi. Il cielo oltre la finestra è nero bianco azzurro.

Fraulissa racconta. Il giovane condannato, i fagiani dorati sono tirati a nuovo sul trespolo; il grigio della testa copre come un fumo i luoghi della danza dove essi fagiani si annidano. In quel luogo della legge c’è puzzo e malamorte. Si entra in quel luogo e si penetra in un mondo diverso, fatto di mattonelle da cobianchi crepe nel muro cicche per terra polvere nei cassetti pratiche di uomini legate con lo spago, sbadigli. I ragni enormi negli angoli e l’ombra della morte. Un mondo fatto di mille trabocchetti, un mondo che ancora resiste; è potente, prepotente.

Arriva Nello Savore, i bambini sono silenziosi mentre la luce del giorno cala. Dice una donna: «Anche loro sentono il temporale o il cattivo tempo. Tutti lo sentiamo sulla pelle».

I fari vanno e vengono nel cielo, si intersecano, si scontrano, calano per terra palpando come una mano il cotto dei tetti che è una poltiglia rossa.

I bambini guardano fuori sul prato questo spettacolo e guardano la notte.

«Vivi vivi e siamo arrivati alla fine della vita. Ecco qua» dice il calabrese.

«Parla per te, vecchio» ribatte il figlio Antonio.

«Non lo dico per me solo, lo dico per tutti. Non è permesso sentirsi stanco una volta? non è permesso?».

«Non è permesso» dice il figlio.

«Lascia andare – interviene Nello Savore – lascia stare tuo padre. Tuo padre ha ragione. Sentirsi stanco non è un male, può capitare, a tutti. Non bisogna avere paura della verità».

«Neanche della realtà» aggiunge Nice.

«Anche della realtà; che chiama la verità, che la cerca la vuole. Anche di sentirsi vuoti come uno straccio. Può capitare, per un momento» conclude Nello Savore.

«Vado alla fabbrica e passo per la cantina» dice Antonio e esce.

Nello Savore parla con Fraulissa e con il calabrese.

«Vado con Antonio» dice Nice.

«Vengo con te» Fraulissa s’alza. Insieme escono, poi la voce di Fraulissa chiama Antonio che è molto avanti. I passi crocchiano sulla neve secca. «Ci piglia una paura boia di un certo isolamento – dice Nello Savore – per noi è come agire dentro dei circoli o delle pentole, a coperchio abbassato. Hai l’impressione d’essere forte per conto tuo, di poter continuare la lotta fin che vuoi ma però che tutti gli altri che non ci sono coinvolti non ci badano. Non ti aiutano nemmeno un poco. Pare d’essere in un altro posto, con le palizzate. Alle volte, è da ridere, ho l’impressione durante la notte che deve arrivare qualcuno a cavallo a portare le notizie o l’ultimatum come in un film».

«È una piccola battaglia. È stata ridotta a una piccola battaglia – dice il calabrese – Era più grossa e più forte quando c’era la tenda. In quel prato avevamo più forza. Lì era una battaglia in campo aperto».

Passa un treno, passa un altro treno, tutta la casa trema con rabbia.

«Qua c’è il filo spinato – dice il calabrese – proprio come la corda nella boxe quando si fa a pugni. La fabbrica è una cosa di mattoni, la puoi toccare ma non puoi trascinarla via».

«La forza è uguale a ogni altra forza là dentro»e Nello Savore dice adesso me ne vado.

«Ti accompagno un poco» dice il calabrese. Escono. Marcho Marcho saluta le donne e si avvia. Ha lasciato la casa, il prato è alle spalle, anche l’argine contro cui la casa è schiacciata. Cammina per la strada male illuminata. Si accende la sigaretta, si ferma, vede il riverbero del fiammifero contro il palmo della mano; le linee della mano, abbastanza curiose, viste da vicino sembrano sul punto di spezzarsi; sotto si vede il sangue. Dalla sigaretta tira una boccata con rabbia.

«Dove sto andando? Ero con gli altri, adesso sono in questa melma, solo». Alza gli occhi verso l’alone impiastricciato dalla nebbia.

Marcho Marcho è al bordo della strada, vicino al fosso; le case sono sbarrate come fortini, senza una luce che esca fuori. Sono un pugno di pietre, non le smuove il tuono, si gonfiano e si stringono come la pancia delle galline. Treni treni treni. La fotoelettrica dei persiani spazza il cielo chinandosi fino a terra. È la fine di una giornata dentro alla quale Marcho Marcho ci ha camminato camminato.

È andato sempre avanti? Butta via la cicca.

La temperatura è mite; nel cielo di primavera vien voglia di nuotare. Dentro al cielo ci navigano i pesci alzando le scie; i prati sono in festa, le finestre aperte; le case popolate di gente; ragazze. Tutto è tranquillo, l’aria spazza via la stanchezza, si può dormire nel prato volendo o sotto il ponte al riparo delle ciminiere.

Dove vado? Si guarda attorno, il buio è fitto, l’umidità dell’inverno gela la schiena.

Dove vado? Fraulissa Nice Antonio il calabrese. Nello Savore, Fraulissa Nice. Savore Fraulissa Il calabrese. Il calabrese Nello Savore Fraulissa. Lei quando dormiva sul carretto leggera leggera. Fraulissa. La fabbrica è là, circondata da un cordone di rumori; sono i rumori bassi che sembrano un ringhio. Il rumore dei motori amplificato dalla notte copre chilometri di strada, ma la gente nelle case dorme. Il cielo è nero, si muove fischia sembra il treno. Dove vado?

Dove vado.

Marcho Marcho cammina e cammina.

Fraulissa, il calabrese, Nello Savore, Nice.

La verità della realtà.

Mentre cammina, la verità

lascia le impronte delle sue zampe.

Violenza, repressione, esclusione.

Hai fame?

Gjulian more e Lorenzo governa fiorenza.

Fraulissa Nice Nello Savore il calabrese.

Il viale finisce, Marcho Marcho imbocca la circonvallazione; gli alberi sui bordi sono a una distanza di dieci metri. Si lamentano, scarocciano foglie e imbarcano acqua; anzi, non foglie ma scorie di cose e pezzi putrefatti d’uccelli. Si schiantano le giunture e pencolano. I fili stesi suonano la canzone.

Il fare consiste nel poter fare. Cioè nel volere di questo volere. Moltissimi tacciono sul futuro (non è così?) in quanto ne sono terrorizzati e lo vedono anzi prolifico di draghi e aste contraffatte sull’onda, come nel surf. Di meschini imbrogli. Quasi che invece d’andare avanti sull’onda si volasse indietro sull’onda, come nel surf.

Non è così?

«Io – dice Marcho Marcho – ho ormai cinquant’anni. Perché mi son messo a camminare?». È una constatazione. «Io – dice Marcho Marcho – non sono Tusitala cioè un narratore di piacevole storie. Di storie non ne so. È un male?».

 

VIII

 

Intorno a un tavolo rotondo stile impero sono seduti Charlot del petrolio, Stiebeling dalla lunga luna e il boxeur dal pompon in testa. Quel naso rincagnato, subdolo avanzo, è la linea dipinta in rosso dal terrore; che striscia per terra e s’apre la strada attraverso i pertugi. Intorno al tavolo sono seduti Charlot del petrolio, il boxeur dal pompon in testa e Stiebeling, che è una croce magra, il quale presiede. Egli sembra piantato con rabbia sul cucuzzolo della montagna. Altre facce ci sono in giro, intorno.

Siedono.

«Le volpi con le code incendiate»

«Ce ne vorrebbero molte»

«Filano dritte, con quel terrore negli occhi»

«Cogliere il momento di terrore, per intervenire. È la decisione, cioè questa decisione, che permette di intervenire a tempo?»

«Seguono una traccia?»

«Su questa traccia puoi calare?»

«Pensiamo d’aver la carta buona in tasca?»

«Per questo episodio, che è solo un episodio, forse si»

«Un sì reciso»

«Vada per il sì reciso»

«Che differenza fa?»

«Altro che differenza. Le dice niente il riferimento alla volpe?»

«Ci ho pensato»

«Forse lei manca d’immaginazione. Ora le spiego»

«Ma badi che ce ne vorrebbero molte di spiegazioni»

«Abbiamo tempo, molto tempo. Invece ne abbiamo pochissimo, pochissimo tempo»

«Così va bene»

«Vogliamo concludere?»

«Vada per il sì reciso». Entra qualcuno in questa stanza surriscaldata, porta bevande che fumano.

Charlot del petrolio è un uomo che ha il cesso in piastrelle azzurre e lo sciacquone in oro.

Il boxeur dal pompon in testa, gran cane dei turchi, è proprietario di un’isola intera, cintata da un cancello come proprietà privata, e ha il cesso in piastrelle rosa. Il suo sciacquone è in rubini d’Islanda. Egli colleziona ex-voto, libri equivoci, ha divani frau per tutta la casa ivi compreso l’ingresso: per il caso egli per mala ventura arrivasse accaldato dalle scale.

Stiebeling dalla gran luna in testa siede in cima al mondo, ha il cesso di mattonelle nere – datosi che, sostiene, non ci si può divertire in un cesso – quadri originali astratti, grandi quadri bianchissimi contro le pareti e contro le tentazioni (una donna nuda ha il sesso ricoperto di biacca). Egli prega prima di pranzare; egli nega ogni verità, sia palese sia quella che risulti occulta.

«Le volpi con le code incendiate»

«Ce ne vorrebbero molte di spiegazioni»

«Siamo pieni di virtù». Sorridono.

La cena è servita dice un uomo entrando.

I signori s’alzano s’avviano conversando di fatti. In un’ora c’è il guadagno di un anno, dicono.

«Che miseria i politici»

«Sono tutti corrotti»

«È gente povera, travet o monsù che vien dalla gavetta e dalla miseria più nera. Saliti su a forza di corde»

«Figli di professori di scuola»

«Una grigia adolescenza»

«Sì».

Stiebeling ha il marmo nero nel cesso.

Lì le volpi con le code incendiate si specchiano trattenendo la corsa.

Arriva una lettera dalla Germania e dice a Marcho Marcho: io Fraulissa ti scrivo e sono qui con Nice. Sono qua e ci resto. Sento nostalgia per te, qualche volta. Ho viaggiato in battello sul Reno, ho visto lo scoglio di Loreley, è bello. È poco importante ma te lo scrivo perché ti amo.

Addio.

Marcho Marcho legge la lettera mentre svolta dal viale nella circonvallazione.

Lì in massa i persiani hanno acceso i fuochi.

Il calabrese gli dice: «Tu non dovresti rimanere. Lo so che sei forte, so anche che sei deciso. Però sei un uomo e tremi, ti scuoti come un albero, diocane».

Dice Marcho Marcho: «Fraulissa mi ha scritto, ti saluta. Anche Nice ti saluta».

Il calabrese commenta sottovoce: siamo amici.

I persiani siedono intorno ai fuochi accesi con la legna o con i copertoni. Il fuoco dei copertoni si può tagliare tanto è pesante di fumo. È novembre, il mese dei morti. Un mese basso, con zaffate di vento che graffia.

Marcho Marcho dice al calabrese: «Vado verso la fabbrica».

Il calabrese gli risponde: «Ci trovi Nello Savore, Antonio e gli altri. Ci trovi Antonio e trovi il calabrese».

Il calabrese aggiunge: «È più sicuro, passa per le cantine».

Marcho Marcho mentre cammina legge la lettera di Fraulissa. Fraulissa scrive dalla Germania insieme a Nice che lo saluta. Fraulissa gli dice: sta attento, non farmi stare in pena. Da qui sembra un fuoco il paese in cui vivi, tu ci sei dentro a questo fuoco. Anche noi ci siamo dentro al fuoco, a tutto il fuoco. Ci rivedremo? Ti amo.

Marcho Marcho è tranquillo, cammina dentro al sole della primavera; i persiani scamiciati con le visiere alzate sostano immusoniti. Verso Vignola o Brooklin gli alberi dei ciliegi sono in fiore per chilometri e chilometri fin dentro al fiume.

Una voce di donna butta sassi e rifiuti nel fiume.

Sindona oh Sindona è autunno nel New England.

Marcho Marcho cammina.

«Le volpi possono incendiare i boschi» dice Stiebeling. Charlot del petrolio, lucido sotto i capelli tinti, lo guarda sorridendo: «È un esempio per noi; lasciamo correre chi porta il fuoco nella coda e guardiamoci la corsa da lontano».

«Basta una finestra per tenere d’occhio la strada»aggiunge il boxeur dal pompon in testa.

«Dunque meglio questa finestra».

«II giuoco è ancora nella nostra mano».

«Per fortuna» concludono.

«Per fortuna?» dice Nello Savore seduto nella stanza della fabbrica – una stanzadormitorio stanzaincontro stanzamercato stanzatrincea e centro di gravità. «Per fortuna?». Guarda gli amici: «Loro lo sanno, mentre stiamo qua intruppati. Tagliano la coda alla volpe perché non incendi il bosco e non si scopra. Nell’ombra ci vogliono fregare».

«Senza fuoco si fa nulla» dice con tranquillità un giovane.

Risponde: «Col fuoco si fanno cose e cose. Anche con l’acqua, o col vento. Ma col fuoco. Tutte. Un incendio, simile a Chicago; un segnale da un monte; anche impipiare soltanto la sigaretta; si può dare fuoco al mondo per quanto è grande e tondo».

«Vedi quante cose si fa col fuoco» commenta uno.

«Ma noi cosa ci facciamo? voglio dire, oggi?» chiede un altro.

Dice Nello Savore: «Fuoco o non fuoco faremo il necessario. Lo faremo subito insieme. Siamo qua per questo. Cose fatte, altre da fare. Perché sono lì che chiamano e fischiano».

Sul muro hanno scritto la frase: sempre coraggio e tutto sarà niente.

Marcho Marcho cammina per il viale verso la fabbrica, con Fraulissa. Si tengono per mano, strisciano vicino ai persiani che sostano a gruppi contro i muri delle case. Non parlano, la circonvallazione è in movimento perché si vedono i carri armati; dalle torrette affiorano le teste dei soldati. L’aria è calda, il cielo ha la faccia bianca, i persiani sostano con le visiere calate perché in procinto di compiere un atto. Guardano Marcho Marcho e Fraulissa, li pesano, li svestono, li uccidono con gli occhi. Però Fraulissa passa, Marcho Marcho passa. Il cielo di inverno si chiude. Allora anche voi

passate, transitate, transite.

Andate. Ma

badate di non disperdervi

cercate ancora

non scomparite laggiù. Non

ritornate dentro alle vostre case, in fretta, a sdraiarvi. Sentivo cantare sentivo parlare sentivo crepitare. Rumori di piedi, voci, respiri, gente che andava. Che cosa capivo in questo momento?

Quante cose sentivi, ancora, e che voci profonde e strane mormorazioni. A questo punto?

En este logar se acaba esta razon.

Sì, in questo momento.

A questo punto si ferma la mia storia.

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato: Sofia Gardi e Giovanni Vaccari)

 

 

 

Martedì, 24 Giugno 2014 17:22

Registrazione di eventi

 Dalla morte non si è mai preso a contare il tempo.

Broch, I sonnambuli

 

I

 

Viene mai solitario un vendicatore solitario? Bussò, entrò e disse sono la morte. Contrasta l’uomo con la sua fibra robusta, era un fiore degli anni, era anche un legno verde ma infine la morte lo prese. Resta sola la moglie, crebbe il figlio, venne l’estate del 1963, un giorno del mese di luglio, dopo settimane di pioggia il calore cadeva con scoppi di polvere e questa nebbia si sperdeva sulla strada. Secchi erano i fiumi fra le rive scoscese; i pozzi, i campi eccoli immobili e spogli in quel loro grigiore spento, il fumo delle fabbriche si inchinava e sembrava una grande bandiera ferita.

Disse che si poteva, disse così…

In quel tempo Ettore aveva trentotto anni e gli sedeva di fronte. L’uomo era alto, magro, forse un vecchio, forse no, forse non era un vecchio, una età indecifrabile, il viso bianco pulito, fra i cinquanta e i cinquecento anni. Così: che si poteva. Si alzò, muoveva adagio le mani. Parlò, disse che si poteva. Girò attorno al tavolo, leggerissimo, compunto, pareva al di fuori del mondo. O di questo mondo volgare. Un’ombra bianca, il sogno di un uomo, che lui non si potesse toccare pareva, esile e alto, ma non per giucco era un’ombra, non per potenza voluta; alta, un’ombra alta, più alta degli alberi e delle ciminiere delle fabbriche, certo più alta delle insegne luminose sul tetto dei palazzi antichi. Pam: Motta e buio; pam: Alemagna e buio; pam: Cinzano e buio; una mano che si apre e si chiude, stringe si allenta e la notte è carica di luce gialla, gialla e rossa, nera, bianca, gialla e azzurra, buia.

Disse: conoscevo suo padre. È morto presto, troppo presto, è morto nel fiore degli anni.

Così disse, con un tono gentile, quasi umile, con tenerezza, con un rimpianto sommesso per chissà che cosa; per chissà che ricordo in cui l’uomo morto nel fiore entrava. Nel fiore degli anni.

Era forte e tuttavia fu preso, disse. Disse anche: certo tutti dobbiamo morire – guardandolo e sembrava sorpreso, quasi che per la prima volta si affacciasse alla mente, come una possibilità reale (non pensata e sognata soltanto) questo triste, e vano, pensiero. Restò in silenzio, guardandolo senza guardare.

Con garbo, amandole, si stringeva le belle mani bianche e adesso era più piccolo e gentile, un po’ più corposo, domestico – con più luce (affabile) negli occhi e al bordo della bocca, sulle labbra appena segnate, che prima non c’era o non si intravedeva.

Ettore provò a dire: sì mio padre era giovane

ma è soltanto un ricordo.

soltanto un ricordo ormai, un’ombra

(con tenero cuore) al fuoco del camino

nella sera d’inverno.

Il soffio della morte gelandolo

lo impietrì negli zigomi.

I rossori, l’ira, le parole

urlate, i silenzi, il sorriso

che passava sul viso:

larve spezzate, secche, senza ali.

L’alba di agosto era inebriante,

s’alzava un canto dal prato

di strano uccello felice,

fra l’erba correva un gatto nero.

Così lo trascinarono

con tutta la sua carne

morta sulla fredda barella al cimitero

– ma sentì la voce rimbombare e subito cadere dal soffitto al tappeto di erbe, sul tappeto persiano stupendo in ghirigori di vene di lacrime, spezzarsi contro le pareti, sminuzzarsi in frammenti, accartocciarsi in un angolo.

Sussultò e tacque.

L’uomo annuì e sedette.

Sì, faremo qualcosa – disse. Disse: certo, c’è forse, badi: forse, il modo di fare. Di accontentarla. Ripassi da me, la prego, fra tre giorni a quest’ora. Oggi – sfogliò una agenda – è giovedì. Dunque lunedì prossimo.

Arrivò con lui fin sulla porta. Tutto era silenzio: nel salone, per le scale ricoperte da densi tappeti si camminava volando, fra le colonne di marmo, giù giù fino a che fu investito dalla scarica delle Tetractys bicolore, delle Olivetti 302 alfanumeriche mosse da ometti scamiciati (scivolavano via lievi); un vociare composto ma fitto, il respiro della posta pneumatica si attorcigliava intorno a un tubo ricurvo che sbavava proiettili di cuoio stracolmi di carta arrotolata, di assegni – a cui correvano gli occhi; entrava gente, usciva gente, gente che rimbalzava qua e là, scamiciata, col colletto, senza giacca, con la cravatta, senza la rutilante cravatta, con le maglie aderenti – gli studenti indiani avevano il turbante in testa, appoggiato sopra la sonnolenza degli occhi; agli sportelli i cassieri volavano coi polpastrelli sulla sporcizia della carta rosata o appena verdina, ritratta e segnata da rughe, lacrimosa – che le mani calmano aprendola a mezzo, sfogliandola con tenerezza ansiosa, con un nero amore stravolto.

 

Piovve un poco domenica. Lunedì alla stessa ora la banca scaricava il suo vino. Dagli ottoni, dai riboboli, dai tronchi di marmo, dalla peluche che s’atteggiava nei muri, vomitava l’ira contenuta e raccolta, la verde ira, anche se sorridente nella smemorata perfidia. Tetra a volte come un cesso.

Bianca di cristalli, essa ingrommata di lampade;

lo stesso cassiere

forse lo stesso mazzetto contava

e il vecchietto di tutti i giorni dell’anno, l’emblematico vecchio del giorno di venerdì e sabato, di giovedì e martedì, davanti allo sportello aspettava. Guardava i suoi occhi inseguire

io le mani le unghie le dita la scaltra fortuna racchiusa nel pugno

dell’uomo nevrotico

con gli occhiali, divorato da una passione

e dall’ira (che si annida in vene sul naso),

contava (il cassiere) e incanto sbirciare, guardare, qua e là osservare intento e contare, contare. Il cassiere misura lo spessore di un milione leggero vano sul palmo; un elastico intorno al mazzetto ed egli allunga ad altri il milione, poi l’uomo (il cassiere) è per un momento altrove, subito, per un momento sui mari del Giappone a pescare salmoni o nella nebbia di domenica 10 ottobre 1959 a guardare le folaghe morire bruciate volando, dure cadere nell’acqua – i tonfi eccitavano i cani immersi nel pantano. Il calmiere, il ritorno, la notte. O è ancora a Guardiagrele, accendere il fuoco, il primo fuoco d’inverno nella casa paterna (l’odore di mele sui divani). Per un momento.

Nella banca entrava la gente di sempre, gialla verde blu, col turbante e leggera, con le scarpe pesanti e gialle degli olandesi, mentre la posta volava, un cassiere chiamava agitando la mano.

Un impiegato con il viso da bambino ma quasi calvo si esprimeva singhiozzando, roso da una balbuzie paurosa, impaziente: i travellers’ checks, signore, alloosportello quattro, vier, caaapito?

Was? ringhiava il vecchio ottuso e testardo, rosicchiandolo con gli occhi, e il filetto dell’apparecchio acustico gli dondolava dall’orecchio alla giacca,

Was? Wohin muss ich gehen?

Ora il calvo accompagna questo signore, con un gesto disperato stringendolo alla manica, adagio, grazioso, il cliente ha sempre ragione finché il conto è coperto, lo trascina al guinzaglio frustandolo col morso della gentilezza e un sorriso; sospirando cantando si avviava.

Il signore arriverà al quattro

il signore è a cinque metri dal quattro,

quattro metri dal quattro

tre metri due passi un metro finalmente al quattro signore, idest vier, il manigoldo teutonico vuole a te dice al cassiere, ferendolo a morte. Questo buzzurro tedesco butta la testa nel foro.

Un quadrante nel mezzo della sala, appoggiato a una parete, indica le ore; allo sportello 11 una fila di personaggi per la cambiale – scadenza 15 non prorogabile. Aspettano, reggendo in mano il denaro contato, stretto fra l’avviso verde o appoggiato (nella borsa delle donne) sulle foglie d’insalata, disteso e insolente. Come ceri reggono il denaro. In pellegrinaggio salivano al cielo, mortificavano l’impazienza, compunti, con la bava alla bocca; ne ripartivano chini quasi avessero un sacco in spalla, un altro sacco ancora, deposto quel sacco, ahi. Ma noi, è questo il punto – diceva – concediamo i fidi maggiori al tasso più basso, o al tasso più gradito. Ci sarebbe un cartello fra le banche; come dire? una tacita intesa; ma chi ci crede? meglio, chi si fida? Ci freghiamo a vicenda, ecco. Dobbiamo allargare i nostri impegni, capisce? Il fatto è che il credito non può estendersi che sulla fiducia

data e concessa dall’istituto bancario

e dunque, in questo caso, dal funzionario bancario

al cittadino tormentato

(se vogliamo: momentaneamente angustiato)

perché occorre dare, dare ancora (da parte nostra)

se vogliamo ricevere,

ricevere ancora, se ricevere dobbiamo…

e in proporzione del rischio (ma tutto questo viene poi)…

– lo guarda quasi lo vedesse per la prima volta; l’osserva attentamente.

Ettore siede silenzioso, mezzo sprofondato mezzo appoggiato in una grande poltrona (forse più larga che grossa, più larga che soffice. Gemevano molle occulte). Quegli occhi. Lo ascolta parlare. Era impaziente ma aspettava, sa di non poter fare altro, che non può sollecitare o chiedere, pregare e inveire, avvilirsi tristemente di lacrime; dar pugni sul tavolo, versare calde lacrime, chinare la testa sul braccio. Solo aspettare, aspettare e avere pazienza. Notò che il cranio dell’illustre uomo a volte leggermente arrossiva o, piuttosto, rosava; si caricava di un sangue smorto, appena intinto di pece; che quel colore risaltava fra il bianco dei capelli. Così candido e vicino gli appariva vecchissimo, poi di nuovo giovane, poi ancora un uomo maturo, se gli guardava le mani o l’onda dei sopraccigli che s’alzavano come le serrande sui vetri di un negozio illuminato.

Proprio così; le serrande (pensava) del mio negozio; gli occhi erano i vetri, il rimpallo delle iridi era il riverbero della luce a pieno giorno, l’occhio la vetrina intera nello sfarzo dei legni e delle lampade; la morsa delle sottili griglie. Ma aprire la porta del negozio, così leggera, fragile, era un modo (il solo) di scoperchiargli i pensieri? di aprirgli il cranio? S’accorse che gli offriva una sigaretta.

Rifiutò con un cenno, la mano destra si mosse pesante nell’aria. L’uomo sedeva di fronte, alla stessa distanza, ma gli appariva lontano, sprofondato – sembrava che fra loro non sussistesse soltanto la scrivania ma una serie di ostacoli: banchi, tavoli, orologi, luminarie, statuette di giada. I rumori della strada salivano ammorbiditi, catalogati, distinti e più che scontri volgari di suoni, un prevaricare di opposte volontà, guerresche contese, formavano un insieme vago e attraente, di musica dissociata. Erano verba scandite, integrate all’umore di quel silenzio disperato. La sua vicenda, ad esempio, si illuse di pensarlo, ne era accompagnata con qualche verità. Quel fruscio di cose smorzate dal tendaggio s’accoppiava al fuoco ormai spento che lo spingeva, contrastandolo, in quei giorni. Certo che uscendo di lì tutto cambiava, anche la musica –

allora la città si spalancava come la bocca di un vecchio sulla pianura – gli opifici le acciaierie le officine i modesti macelli erano i bisonti pascolanti sulle rive dei fiumi. O muggivano di dolore al sopravvenire del gelo invernale. Fiatavano, coprendo di un brusio la pianura, la sonnolenza delle signore incinte. Su quella pianura. O bastava l’autunno con la nebbia da coltello a spaventarli. Allora i bisonti fuggivano, s’acquattavano, incalzavano, tremavano, uccidevano.

Sortivano dai meandri furibondi. Oh le grida di dolore delle loro sirene. Ma adesso, adesso la città fertile e composta, decorosa e un poco corrotta, si spalancava sulla pianura come un mazzo di carte (segnate) e rovesciava la pece greca della sua vita.

La sua stanza, la sua casa. Alta sui tetti nell’ora del tramonto; ventate di zenzero fiottavano da un vicolo sottostante in cui un grossista scaricava sacchi e bidoni fra voci e risate. L’odiosa allegria della gente. Anche il grido (piuttosto maligno) di una ragazza, ciabattosa, che usciva col gatto, a cui un omo dai capelli densi neri e la cicca in bocca, passando aveva sfiorato con la mano (e tu benedetta…) appena il calore di un fianco. Corsero voci grosse e quelle frasi di

(che si possono interpretare con una docile filologia o con la fantasia della sera che si srotola articolando fantasmi sui camini al riverbero delle finestre spalancate); le voci, il fiato caldo, le labbra risucchiate da un desiderio represso per tutto il giorno;

quelle frasi di… improvvisamente banali che tuttavia aprono spiragli all’immaginazione

“oh! je sens que ça vient. Oh, oh!”

“décharge dans moi, mon adoré, oh!”

“oh!”

rivoltarsi uno nelle braccia dell’altro non facendo che un’ombra.

Le frasi del vicolo, la finestra aperta, in una sera d’estate, con Ettore eccitato, un po’ stanco, buttato fra la tristezza, il rancore e una volontà di distrarsi in qualche modo; la mortificazione di riconoscere di non potere; il bisogno fisico di allontanarsi dai pensieri soliti, le preoccupazioni e un affanno – ed essere magari volgare, torpido, astruso, perché è pesante vivere. E tuttavia sopportare, cioè arrivare, riuscire a toccare la sera.

Ascolta la radio, il vibrare macabro (da lontano) della televisione che da una luce astrale alle pareti delle case, già ferme e attente

– Ettore è steso sul divano e guarda un metro di cielo fra finestra, tetti e un camino lungo più a destra; basterebbe affacciarsi di nuovo e ascoltare. La ragazza è fra le braccia di un uomo, dimessa e timida, si scuote mollemente sfilacciata nella sua astuta debolezza. Non pare più quella, così silenziosa.

Si può mettere un disco o uscire in cerca di donne.

 

S’accorse che gli offriva una sigaretta e gliela accese con un accendisigaro placcato da piccoli stucchi neoclassici, un colore azzurrino sbiadito su cui le figurette delle dive sedute risaltavano come su uno schermo. Guardando se stesso nella fiammella rifletteva, in quel modo un poco teso di lasciar che la mente adornata di lucidità ma anche di rimpianto (un momento di debolezza) vada e ritorni, divaghi, dalle cose ai luoghi ai sentimenti. Allunga la mano sopra il tavolo:

“La sua domanda è questa?”

(un grumo psichico esplode, Ettore è il luogo dello scontro: al timore per gli incontri degli addendi in una giornata tormentata, alla sufficiente perplessità dell’attesa o dell’operazione appena cominciata, si mescola il senso clandestino di invidia adirata per l’irresponsabilità degli altri che sono indifferenti o macabri nella loro leggerezza; è il ricordo del nanetto mal cresciuto, viso a rughe, pietroso, da vecchio, soprattutto da uomo perfido, vizioso, visto ieri sera con la sua vocina da topo che cava di tasca al bar pacchetti di fogli da mille, piegati con cura a blocchi da diecimila e trattenuti da un elastico) – dicevo? ah, la domanda. È questa la domanda?” Ettore prese il foglio che l’altro gli stendeva, riconobbe subito la firma di Ettore in calce a destra, mentre a sinistra, sotto la dicitura a stampa “il garante” c’era uno spazio vuoto.

“Il garante non c’è” disse l’altro e sembrò che accennasse con indifferenza a una mancanza ovvia.

“Naturalmente” ripeté guardandolo con dolcezza, esprimente da un leggero rilassarsi dei muscoli piuttosto che da un moto del cuore un sentimento di simpatia, di solidarietà. Il volto era disteso, senza ombre ambigue – insomma nell’ambiente, e in quel momento, il personaggio era certo favorevole, propenso a…; senza alcuna apparente falsificazione gli elargiva il conforto dell’esperienza al servizio di un bisogno. “Non vorrei ricorrere a mia madre” disse Ettore, abbastanza deciso

la vecchia

era ritirata in un angolo, rattrappita, in un atteggiamento di scolara diligente che il figlio le ricordava dall’infanzia. Seduta sulla sedia di vimini, che gelava la fantasia appena a guardarla, il quaderno aperto sul tavolo, l’abat-jour arcaico con le rose azzurre fra le grosse foglie slavate – le giornate informi e regolate; una decisa volontà di preservarsi; piuttosto, precisa come un incubo, la paura non tanto svagata ma reale di una misurata miseria (in lei?), di un declassamento economico (e tuttavia: perché lavorare?)nel disprezzo per chi dipendeva dagli altri; il figlio considerato un oggetto, con attenzione – e difeso da un affetto sincero ma esclusivo, un po’ monotono, mai che svariasse oltre i confini di un debito contratto con la morte e del debito contratto nell’allevarlo. Era giuridicamente a posto l’amore della madre e chiesasticamente benedicente. Mai che gli ricordasse il padre

– quel padre giovane morto

– padre che non disse una parola

– che si sentiva ancora così lontano dalla morte

– da ogni pensiero di morte

– che non lasciò una riga scritta, un foglio completo

– né testamento olografo

morì con la sua volontà stretta nel cuore nel pugno del cuore e in tasca una lettera affrancata

avvertiva un amico con poche parole che sarebbe andato a trovarlo, una vacanza di ore, per riprendere amichevolmente da amici alcune vicende passate

(ma intendeva: il filo dell’esistenza) –

la madre allineava le cifre con la mano di luce distesa dalla lampada che le stringeva i capelli quasi con rabbia, una luce incandescente, di colore opalino che ravvivava, nutrendosi, il colore smorto del divano, della seggiola, del tavolo rotondo, piccolo (oggetto di vimini) in cui essa viveva.

“Vorrei, se si potesse” ripeté Ettore. A vampate l’afa alzandosi dall’asfalto sbatteva contro i vetri chiusi, i vetri vibravano smossi da quelle dita invisibili. Ma in quella sala, in quella regia dimora per uomini di pregio, appariscenti, confortevole sala, una gradita frescura dall’odore di miele e di senape (certo un odore di miele, che altro?) attutito da sbruffi rumorosi di menta che si mescolavano verso il soffitto ricadendo, insinuava dentro al corpo, nel fondo colitico oppresso (con tenerezza, dopo le cure mattutine) una inerzia di muoversi, la volontà di attendere, una lieta perplessità delle risposte che svariavano articolandosi nell’aria, sembravano formiche volanti, leggere leggere fragili belle, noti disgustose. “Non è possibile” la risposta fu pronta e secca. Un’amabile cattiveria

“ma offro buone…” fu interrotto –

“Lei può esibire buone garanzie. È questo che intende?” sottolineò la domanda con un gesto delle spalle, il viso gli si indurì tirandosi attorno alle labbra, piccole fitte rughe affiorarono segnandolo

e tu ancora un uomo solo, ma un uomo ben difeso, lui, uomo contro uomo, uomo retto e centenario, o giovane prevaricatore, pronto alla difesa e all’offesa ma mai a umanizzare un atto, mai a umanizzare un’azione e un rapporto – un uomo dunque che non aveva in quel momento (ne avrà mai) alcuna verità da difendere – soltanto attento (e in essa condannato) a una spietata regola del giuoco.

Giuoco in cui la fortuna non è alterna, imprevedibile, generosa, scaltra, ma ottusa e spietata;

uomo tutto piegato da una parte, sempre monotono e parziale, nella sua durezza di guerra.

“Buone garanzie, ha detto?”, posando le mani sul tavolo si protese, si disfece, fu esile e nervoso – o meglio, protese testa e collo, la testa bianca e il collo lungo, il collo bianco e la lunga testa che parvero staccarsi dal corpo posato sulla poltrona; buttò avanti la fessura di acciaio degli occhi, adesso grigi e stretti (ma senza cattiveria apparente) come il vuoto affilato nelle armature: quello splendore appannato delle pupille, la vitalità oscura nella trama del ferro. “Vorrei, se si potesse” disse Ettore. A che cosa avrebbe portato la schermaglia di frasi non compiute, di insinuazioni, accenni? Non si procedeva di un passo, eppure ogni gesto, ogni atto erano calcolati (Ettore lo percepiva esattamente), provati e riprovati, senza uno sbaglio, una sbavatura, con uno scopo preciso. Tuttavia questo scopo poteva essere raggiunto solo per la via un po’ tortuosa e dolorosa dell’ammicco e dell’indolenza (apparente), del peregrinare di frasi, del fervore seguito dal riposo, dal rilassamento delle giunture, dallo scontro delle voci articolate in un tema predisposto. E in esso placate. Ettore cercava di adeguarsi, con un impaccio sottile, con scarsa naturalezza, come vedendosi riflesso in uno specchio. Ma tentava almeno. Pareva che fossero passati giorni interi invece era lì, seduto sulla poltroncina, da dieci minuti appena, a rigirare il foglio fra le mani, riconoscendovi sopra, in basso a destra, la propria firma

 

– quella sera nella camera, dopo una giornata di tormenti (l’ansia particolare che non si sfoga), quando finalmente era giunto, o così gli pareva, a una conclusione. Alle volte le possibilità di salvezza da un caso disperato sono a portata di mano (è nei proverbi), abbastanza chiare e magari proterve, vicine per abbagliare, eppure; eppure non si riesce a intenderle; vive egli, il tormentato, in un frastuono di sentimenti che non aiutano a procedere mentre lo sgomento rende incolmabile il male, il guasto della vita.

In quelle condizioni Ettore aveva vissuto per alcune settimane – poi la madre nel suo ordine industrioso, che alla richiesta del figlio si era dimostrata sorpresa, in uno stupore dolente, come di un’offesa fatta a lei stessa dall’amore di quell’unico figlio – il giovane figlio mai cresciuto, dalle gambe lunghe nei calzoni, dalle lunghe braccia, il bambino solitario, lo studente schivo e industrioso che camminava sulla traccia del padre nel suo procedere e prendere la vita; quell’unico figlio che non era sua gloria ma il suo legittimo amore (neppure conteso); che esisteva per lei (da lei preservato e custodito per la sua morte, per quell’attimo di aiuto) ma che lei non poteva, o non voleva, in questa vicenda aiutare. Non poté dargli che alcune parole di consiglio vertiginoso arcaico impossibile (neppure un conforto, non sapeva), ammonendolo per il futuro. Ma intanto, oggi, vedesse: non c’era alcun modo di trovare la cenere del denaro per lui, il corpo decomposto del denaro, se non vendendo precipitandole in un baratro le poche cose che possedeva. Era questo che il figlio voleva? Vibrava nella sua voce il suono, il rombo tonfo di un’eco, l’orgasmo trattenuto entro le ossa del petto, il battere del cuore per un evento non previsto e che forse;

ma il figlio, quel figlio, suo figlio, l’unico, l’aveva rassicurata. Si trattava soltanto di una domanda, le disse; sostenendo che non era accaduto nulla di grave (piovere sul bagnato), o di importante per lui; lei continuasse a vivere quieta e tranquilla lontana, difesa dall’egoismo cristiano, dai languori del mondo, dalle vicende degli anni. Si adagiasse nel suo sonno, non doveva angustiarsi. Quella sera nella camera, dopo una giornata di gravi pensieri, scrivendo una domanda per il prestito sul foglio stampato ritirato in banca, Ettore restò sospeso – in un mezzo sogno sepolto – guardando il quadratino bianco su cui la madre avrebbe dovuto scrivere la propria firma minuta, uno svolazzo, un barbaglio d’inchiostro. Decise di inoltrare il documento senza questa firma – “Lei sa che non è, né può essere regolare un simile procedimento” sentenziò l’altro – “poiché per ogni prestito occorre sempre l’avallo di un garante, conosciuto, noto, solvente, mi capisce? Lo sa certamente; e intendo la sua discrezione di non volere coinvolgere e dunque importunare una cara persona. Le persone anziane, si sa… Ma questa volta è necessario. Mi creda – aggiunse – è inevitabile”. Sospirò, cavando un fiato dal petto. “Non può provvedere altrimenti, scovando un’amicizia che si presti? Occorre un amico, lo so” concluse mortificato, quasi che fosse impossibile, e lui stesso lo riconoscesse per esperienza quotidiana e per pratica d’ufficio, avere un amico; o avendolo, richiedergli questa prova d’amore. “Sì, autentico amore” mormorò Ettore e concludendo nel dolore il raggio del proprio sentimento: “Un amico è impossibile” disse.

“Non ha amici?” e incalzando: “perché, non ha amici?”

“ Non ho amici che possano farlo”.

“Ma amici che volessero potendo?”

“Non ho amici che possano farlo”.

“Ma amici che vogliano?”

“Non ho amici che possano farlo”. Scese la calma fra i due.

Amici che possano, amici che vogliano, quegli occhi lo scrutavano perforandolo e per un attimo, solo un attimo, Ettore ebbe il timore che l’altro si divertisse e che l’inchiesta fosse prolungata solo per divertimento. “Non ho amici” rispose – “Non ho amici che possano, almeno”.

All’improvviso: poteva essere il rigido oculista? l’ometto nobile e sparuto, perpetuamente innamorato senza speranza, cupo (ma non tetro), uno snob di città nella sua magrezza dinoccolata, levigata, di scapolo vegetariano? Si poteva tentare? Forse, forse si poteva;

Ma la telefonata! “Pronto?” nel latte della voce chiarissima apparve la faccia segnata dalla perplessità – subito impercettibilmente si indurì in difesa.

“Che cosa posso fare?” – l’oculista si interessò della madre, della campagna, gli chiese perfino della salute, come se volesse rimandare o addirittura cancellare l’oggetto della telefonata.

“Non certo un consulto” s’era affrettato ad aggiungere Ettore, con un’ironia scialba o con scarsa socievolezza. Cominciava male. Ma il microfono, nel filo teso, nei mille filamenti sottesi alla città imbalsamata, indovinava perfino nella perplessità del silenzio la domanda: chi è costui? perché mi telefona? Infine, angosciosa sopra tutte: che cosa vuole? Che cosa chiederà? lo azzannassero costui che telefona. Che cosa vorrà? che cosa chiede? intanto la voce dell’oculista parlava di padre e di madre, di vecchi ricordi insensati, al diavolo, producendo un suono come lo sbattere di gengive vuote; il celebre oculista, lo scienziato lodato, il curatore di luci, il sofisticatore di pupille, l’uomo l’omone l’ometto magrino e solitario, scalfiva la propria scorza, si cuoceva nella solitudine nella profondità verminosa del suo studio imponente vigilato dai bottoni dorati e dalla giacca a strisce di un cameriere pederasta. E senza compagnia, senza amore, con gli anni consumati dietro le spalle che si aggrumavano in un mucchio di detriti, di spazzatura, con un afrore caldo e diluente. Ed egli buttato nella poltrona, con la scrivania davanti, con agende aperte e lettere chiuse, oggetti dorati e una fotografia di bambino, il merdosetto ipocrita si vagheggiava giovane, sbruffava alla necessità e al dubbio, al dolore delle domande, alle ombre scure dell’anima e ai silenzi dell’angoscia, per lasciare Ettore libero ai colpi delle sue frecce. La telefonata fu lunga, complessa, complicata, un incrociato rapporto di inibizioni non dichiarate, scontro di perplessità e di paura, di ansie, una manifestazione di orgoglio. Saggio di alterezza e di un vivere sottile. Era possibile che tutto questo fosse entrato a ribattere le acque, le parole, i pensieri, in quelle ore, o in quell’ora, o nei pochi momenti della telefonata (un mucchietto di cenere dentro un vaso d’argento, il fumo di una sigaretta, il tempo che un cerino si consumi e anneri).

Gli ricordava con particolari – richiami, accenni a cose fatte o dette in passato, a persone note, amiche che Ettore neppure conosceva – raccontava la sua avventura di caccia, la sua storia africana, la vicenda d’amore e morte, in realtà soltanto un incidente insignificante, accaduto durante un viaggio a Firenze, in macchina, nell’anno ’45 (badi, proprio in quell’anno, in maggio appena, continuava a ripetere) insieme al padre di Ettore, alla madre di Ettore, alla sorella poi morta. Una rottura di freni, o piuttosto un colpo maldestro di freno da parte di questo automobilista (come Ettore credeva) e in una discesa, fino alla curva, senza poter frenare, o riuscire in quell’atto, la macchina è veloce, l’oculista preme il freno, oppure sbagliando preme la frizione, o addirittura accelera, non ricorda, la macchina era una grossa Ford, un bisonte, sa, una macchina enorme, si sta comodi dentro ma a guidarla poi! Alle volte si finisce per sbagliare, si vedono tre o più luci accese nel cruscotto, chissà, il bianco il rosso il celeste, occhi che guardano, fanno paura, impressionano, alle volte si spengono, insomma riuscii a infilare un viottolo in salita, un sobbalzo, ci fermammo ritrovandoci tutti sani sul promontorio. (Perché lo raccontava?) La paura fu mia, gli altri risero poi, non se ne accorsero. Sudavo che sono magro. Pronto? e suo padre, così acceso di pensieri e pronto di parola – nel mio ricordo è ancora vivo – così industrioso nella sua vicenda vitale, così nobile, così fresco, saldò il debito alla sorte bevendo con il guidatore. Mi donò anche un fazzoletto, a righe a colori, solo per le lacrime di gioia, come augurava, o per i nodi da farsi alle ore dell’amore. Lo conservo ancora, so dov’è dentro a un cassetto. E poi, e poi

– a Ettore lo stomaco doleva per la desolazione, per la noia del farneticare dell’homunculus, per essere sia pure in lontano contatto, e in quel momento, con un uomo che gli era insopportabile anzi gli diventava odioso in maniera quasi dolorosa; al quale avrebbe adesso chiesto con semplicità un grande favore

un favore da amico che poteva

un favore d’amico che potendo voleva

un favore d’amico (non suo ma del padre) che voleva potendo – chiedere inchinandosi, domandare nell’incertezza certa della risposta; poteva tacere, riattaccare, chi lo obbligava? poteva salutare e così via; poteva fuggire urlare piangere sdraiato sul letto; poteva mentire; ma che senso avrebbe avuto? Doveva, di questo era altrettanto sicuro come del rifiuto, chiudere anche quella porta. Doveva chiedere, inchinarsi; anche per questo saluto. E l’altro via, via con la sua storia, di automobili americane, di acceleratore, di una frenata, di un brivido, una curva, lo sbalzo nell’altipiano, in quell’anno di un’era trapassata – quali macchine usavano allora? che uomini correvano il mondo? quali idee dominavano? quel tempo in cui era vivo Pollock, e James Dean e Mann, e ancora un po’ vivo Hitler, e sul suo marmo Stalin, e vivo era B. S.; quali donne facevano l’amore? sono queste vecchie dame curve nel grigio? dal collo bruciato, dagli occhi spenti – non c’è più il lucido folle poi subito sparito ardore della giovinezza. Erano queste le donne stese allora sui prati? Chi giocava nell’Inter? Le Monde era giunto alla quarta annata, un foglio leggero, leggero. E si riassestavano i panni, accingendosi a dimenticare, gli scampati alle morti. Perché quest’uomo parlava? che parole poteva esprimere, non un vero sentimento, quale passione? amava? Fu per chiederlo e tacque mentre l’altro esorbitava addirittura mimetizzandosi fra le immagini, fra pensieri smozzicati.

A Ettore importava soltanto quella domanda e andarsene, chiudere con l’episodio insignificante che lo legava al ladro di occhi, al servo della solitudine.

– Con semplicità un grande favore

– naturalmente se poteva

– soltanto se voleva

– o esprimere, non tanto per sé ma per gli altri, se volendo poteva.

Il microfono nella mano, rattrappito e pesante, è un mostruoso membro afflosciato. Urlò la domanda, aggiungendo un tuonante per favore, battendosi il petto con le parole, quasi gemendo, immerso in una melma densa (e acquosa) di mestizia. Disse il suo dolore, piuttosto raccontò il suo bisogno, l’urgenza dell’aiuto, gridò il suo disprezzo (sempre con dolcezza), narrò la sua necessità, la miseria di oggi, come una novella cekoviana straziante, come una novella galante, come una bugia. Fu incerto e tenero, anche se suadente, poi falso, tremò e imperversò, contraddisse e incalzò, batté il pugno, maledisse, imprecò un poco – soltanto. Fu solo.

 

Che altri la prendessero. La vedeva (con altri) così lieta e sola, e libera nell’amore, nuda con altri. Era il suo pensiero; come un filo il momento della sua angoscia, di una innervata gelosia, tesa come un arco e tintinnante, pericolosa; poi lo addormentava in un riposo di capra sfamata l’altro pensiero grave (e meschino) che sarebbe rimasta incinta, con la grossa pancia di mesi, una sguaiata povera massaia con la pancia di sei mesi, le zinne ingrossate, i fianchi, nei fianchi deforme – come hanno le donne incinte le grosse caviglie, gli straripanti cuscinetti di grasso; le divine caviglie da gazzella pascolante e indecisa, nel suo astratto e assoluto simposio, disfatte – che sarebbe rimasta incinta, con le caviglie grosse e rosse strette a malapena nella calza elastica, un passo ciondolante, la fatica del passo, le labbra tumide per la fatica, per la convinzione dell’intelligenza in questa inutilità di figliare. La conosceva; avrebbe sopportato e patito, si sarebbe sgravata urlando ma con scarso sollievo del sentimento e invece con l’odio, lucido silenzioso, così spietatamente razionale in lei, e calmo, per l’atto appena compiuto; per la pena senza senso, senza novità ma con dolore (ed era questa una pena); per lo strappo nelle viscere che dicono tremendo; gemere, piegarsi, tastarsi e protendersi, piangere mugolando magari un poco; per quell’amore lieto su un letto così duramente pagato. Altri l’avrebbero avuta, così calda era e amabile; affondando nella lietezza del suo riso. Avrebbe gemuto, un piccolo ansimare di fatica, senza volgarità o fervore ma come (ed era certo) residuasse in lei, sempre, anche nel momento dell’orgasmo, un soffio, una pausa di lucida indifferenza – o piuttosto una lieta e non disfatta curiosità? Era lieta e gentile; e oltre che bella, viva era, pronta, non succube del mondo, non pavida, ma decisa e precisa, imprevedibile spesso, d’umor cangiante – si parlava a lei, e con lei, come con un libro aperto sulle ginocchia. Un libro aperto; le altre frasi, le sussurrate frasi insinuanti, le calibrate intenzioni – scomparivano. Capiva tutto e leggeva molto. Lavorava ed era, anche nell’amore, riservata, pronta, avventurosa, pudica – mai un sasso che cadesse, da lei, nel fango. Era una creatura; ed era estranea alla volgarità. Nulla che compromettesse l’ordine, la gentilezza della sorpresa e il calore del ricordo. Dopo, con lei già ricoperta dal lenzuolo, restavano stesi accanto, in silenzio, intrecciandosi le dita di una mano; o forse no. Respirando adagio. Passava così un’ora e un’altra ancora sul riposo che ricomponeva i sensi e il cuore, e dava ordine alla speranza. Se ne andava, sortivano. Veniva a casa sua, la riaccompagnava a casa, sul portone le stringeva la mano (il braccio), lei scompariva nel suo cuore.

Così era; ecco pensava com’era.

Perché Ettore l’aveva lasciata? si lusingava, stupidamente (lo riconosceva) della sua fermezza e sudava gelato nel timore di perderla. Un modo di punirsi soffrendo? Era certo che anche lei avrebbe considerato il distacco non tanto un gioco ma come una pausa – la sospensione prima di un temporale – nemmeno una prova; o piuttosto che avrebbe inteso con maggior acutezza e prontezza di Ettore che il gusto di colpirsi trasmodava fino a coinvolgere i pochi sentimenti autentici che ancora lo accompagnavano. Ma forse era soltanto difficile intendersi bene, nel groviglio della situazione smossa con tanta irruenza e così precipitosamente da Ettore.

Erano passati i giorni, e forse altri giorni ancora, e spiovevano quei ricordi mescolati alle invettive e ai tristi pensieri, e poi i pensieri volgari cadevano, torbidi; e subentravano ricordi eccitanti, vivi, sessualmente veri e godibili (questa eccitazione del sogno non dormito); infine non restava che guardare una mosca sul muro, un punto fisso, un ragno ripugnante, un punto fisso, il lampadario, la finestra aperta, disteso sul letto, godendo come mortificazione anche di patire il caldo. Era domenica, il tempo passava, chi è giovane muore, chi deve nascere invecchia, e non resta nessuno a ricordare. Accese la radio poi cominciò a singhiozzare – senza lacrime, uno scarico esclusivo del petto, quindi un afferrare rauco del fiato, molto simile allo scarico di un tubo ingolfato, la raucedine dell’acqua, l’arrabattarsi dell’acqua, l’affanno – solo uno sforzo doloroso. La radio cantava; la rivoleva; subito; la rivoleva con la smania dell’angoscia, la stessa smania con cui l’aveva respinta, rifiutata, pregandola di andarsene (e sperando che lei ribattesse con furia, restando). Un’ira di sentimenti mescolata al bisogno di mortificarsi (l’ho detto), di ferirsi allontanando da sé, strappandoselo di dosso, il solo oggetto d’amore che egli possedeva, la felice concupiscenza della ragione; ferire lei che si amava per colpire più a fondo se stesso. E il motivo di questo felino rancore era ovvio. Egoisticamente Ettore aveva pensato soltanto a sé (come accade a tutti gli uomini), trovandosi mille giustificazioni senza capire

– sono rovinato

– la rovina principia

– si può evitare

– è necessario impedirlo

– si può impedire

– la situazione è pesante

– tutto si può aggiustare

ma non gli interessava, gli era indifferente; anche se era assillato dal proposito di evitarlo e dall’urgenza di agitarsi in modo concreto, con atteggiamenti decisi e precisi, perché il peggio non accadesse. L’amarezza e un sentimento di solitudine astiosa aggiunti all’acredine verso se stesso, lo trascinavano ai più volgari pensieri (non sempre si limitava a ferire e a colpire soltanto se stesso), quasi che contaminando la donna potesse rendere meno lucido il proprio dolore.

“È strano – ribatté Ettore – come scappino in fretta. C’è di nuovo silenzio”.

“Hanno fame. Fame, i bisogni corporali. È l’avidità dell’aria che li spinge a galoppare. Usano le motorette per andare più in fretta. Ma alle tre, di nuovo, qua al banco” – puntò il dito in terra, a richiamare da sé autorità nuova per gli altri, o una ripetuta sottomissione di ombre – “Ma parliamo di lei”.

“È tutto scritto qua”, Ettore depose il foglio sulle carpette, allontanandolo dagli occhi come se fosse sincera la sua angustia che la domanda era o sarebbe comunque stata bocciata. La notte così chiara e senza vento, bagliori si accendevano in un cielo di stelle in consunzione definitiva o di nuove libere vite viaggianti; si leggeva il segno entusiasmante dei razzi, un rosso filo che pareva d’inchiostro, un teso rilucente filo di rame contratto e scattante per le strade dello spazio.

“Parlare di lei, caro amico – (e fu amabile, deliziosamente) – vorrebbe dire, se mi intende, un invito ad aprirsi, o addirittura a scoprirsi. In questa occasione una modesta invitation au voyage. Le domande sono fredde? bene, lei è stato preciso e laconico, con intelligenza, nelle risposte. Ma io, io personalmente, ho bisogno di un aiuto se debbo aiutarlo. Da lei ho bisogno d’aiuto. E mi creda: sono fra quelli, amici, come si diceva, che voglio aiutarlo e non posso. O non posso ancora – ho le mani legate. Ma cerco di potere, ho questa volontà di aiutarla. Intanto

– la strada dove ha la bottega (chiamarla così? mi scusi ma è un suo vezzo) è molto bella, è chic

– è un luogo centrale (Ettore)

– un vicolo sofisticato (l’altro)

– Ettore: il passaggio per i pedoni è reso incerto dalla strettezza della via, tenuta aperta al traffico nonostante reclami e diffide; al traffico delle macchine, dei furgoni, che ingorgano si premono sovrastano suonano rimbombano.

– È un’oasi di pace. Alle volte, di domenica mattina, mi incanto alle sue vetrine – le armi antiche arrugginite mi sembrano vive, sembrano senza più forza ma invece sono pronte ancora a far fuoco e fiamma, polvere, dispetto. Soprattutto mi affascinano le giade – ne ho viste alcune, stupende. Aggiunse: converrebbe che lei, infine, dichiarasse le sue convinzioni. Convinzioni politiche. È comunista? La domanda è qua, vede? nascosta fra le altre; a questa domanda non risponde. Era libero infatti. Può non rispondere se crede, non è fra quelle d’ufficio, ma sarebbe bene che desse una risposta, una risposta semplice, una semplice risposta. È comunista? (prese una penna in mano e s’accinse a scrivere). Rispondiamo subirò (deciso, come se la risposta fosse stata pronunciata, o comunque concordata). Ettore si limitò a dire: “È cosi… Anche se lo sono per inerzia in questi ultimi anni – in cui ho perso qualcosa”. L’altro sospirò – l’indice di quel sospiro era il segno di una liberazione inferiore, lo scioglimento di un groppo (burocratico). Appariva di nuovo severo e sicuro, il volto disteso, leggermente molle, lustro, in cui gli occhi sprofondavano – due buchi di dita dentro al fango o alla pastasfoglia. E cresceva con la persona, in alto, sovrastando

– notte profonda, una profondissima notte, le ore scandite dagli orologi della città, delle torri, della banca, i lumi spenti, le strade deserte, non un’ombra; soltanto i fari di un’automobile ogni tanto, un colpo di clacson, una voce. Ma erano poi un faro, una voce, un suono? Quest’uomo oppresso da una vitalità che la notte rendeva spettrale, scriveva ben ritto, solo gli occhi chinati a seguire la frase; senza pentimenti come rifacendo o ripetendo un testo memorabile.

“Rinnoviamo tutta intera la richiesta” disse a un tratto e stracciò il foglio, ne afferrò un altro, accese un secondo lume sul tavolo volgendolo verso Ettore che fu illuminato a fondo, sul corpo (e sulle mani appoggiate ora al tavolo ora al bracciuolo della poltrona) – “ricominciamo e speriamo di concludere. La domanda sarà presentata in consiglio domani. Età, anni, luogo, data, genitori, via, laurea e beni” –

diceva che i beni della madre, cioè del padre, cioè i suoi e della madre; i beni del padre lasciati alla madre; o almeno assegnati alla madre, in nessun modo potevano rivalere per lui come immobili su cui garantirsi – senza, è ovvio, la firma (che è un avallo) della signora madre. Ma questo è il punto contrastato. Lasciamo da parte, lasciamo per ultimo, sarà risolto col giudizio di entrambi. Mi importa sapere:

la richiesta del fido è da attribuirsi alla volontà di ingrandire un’impresa prosperante, dar più chance al lavoro, stabilire nuovi rapporti? stendere nuovi fili di colleganze all’ombra del MEC? o non piuttosto (lei sa, con me adesso può e soprattutto deve dichiararsi a cuore aperto, usare lealtà; bisogna) – o non piuttosto per turare buchi? E in questo caso, da che determinati? Incuria, contingenza contraria, cattiva riuscita di un affare (semplicemente); insolvenza di altri? spese in proprio eccessive? giro di cambiali, interessi a terzi, debiti di giuoco? Notte, notte lucida notte nella sua morte, profonda in una quasi assenza di vita, un pugnale nel cuore pareva e il sonno della morte; la stanchezza annodata alle giunture è la polvere che arrugginisce, è un uccello imbalsamato sul trespolo, sembra di cedere ai sogni strani, vagheggiare tranquilli, disarmati, pacifici, leggermente eccitati; si sente nascere dentro alla notte sentimenti rapidi di amicizia (e di conquista), di solidarietà che poi svariano per chi divide nella stessa misura il gelo notturno e la paura delle ore di solitudine. Era un cimitero, bastava sdraiarsi per terra su quei tappeti morbidi per essere già nella tomba. Assenza di moto, essere all’improvviso dentro i secoli fermi. Ettore dormiva e rispondeva; l’altro, il vecchio, con braccia testa gambe fuori da porte e finestre, travalicante e misterioso, adagiato il tronco sulla poltrona come un ammasso solido di pietra, nella sonnolenza maligna, forse una falsa sonnolenza per costringere l’antagonista al sonno ostentando un mistificato torpore, scriveva dettava domandava.

E il sole, il sole, l’avvampare sull’asfalto delle ombre degli uomini, le cime delle torri con i conati di vomito del fumo. Tutto appariva di nuovo automaticamente ridimensionato, il condizionatore d’aria inserito nella finestra vibrava ristorando. Porte sbattevano mentre i campanelli suonavano. L’uomo continuava nelle domande:

– “Potrebbe esibire la contabilità?”

– Poteva.

– “Confermare di non avere contratto alcun obbligo ancora operante con altri istituti di credito?”

– Poteva.

– “Poteva assicurare, e in che modo, che gli interessi bancari, a conto scoperto, sarebbero stati puntualmente onorati?”

– Poteva.

– “In che modo?”; la domanda, come un serpente, contorcendosi, si addentava la coda. “Siamo al punto, continuò, dobbiamo concludere. Quali garanzie senza un avallo?”

Rabbrividire nella neve. Era questa la sensazione fisica precisa che Ettore sentiva sui pori della pelle, resi duri e compatti da ore di tensione e dal sudore trattenuto, fatto viscido e nebulizzato dall’aria condizionata che svettava gelata – un ghiaccio caldo, o un caldo viceversa ghiacciato, che prima infrollisce e snerva poi rende secchi e irti, così come fa lo shampoo con i capelli castani o grigi o rossi delle donne. Rabbrividire al contatto di gocciole gelate, essere indifesi nell’inverno. Ancora una volta sentiva la voglia di urlare, nel deserto delle sue pene, anche per disperazione, ma soprattutto per bisogno d’affetto, per tristezza, per chiamare un uomo, per richiamarlo vicino, non per odiarlo, non per l’orrore della vita.

Ogni verità si consuma in se stessa, ed è ricomposta dalla sua cenere, dal suo mucchietto d’ossa, all’esplodere di una nuova coscienza, quando finalmente libera e intatta si cerca, e domanda. Ricominciare, con la progressione lenta e asfittica dell’obeso che sale a gambe larghe i pochi gradini; del tardo, del derelitto, dello svagato; ricominciare sempre in se stessi, frugando con le mani in questa poltiglia che è il cuore dell’uomo. La donna: perché la rivoleva vicino, ad esempio? dopo, subito dopo che senza reagire, o con una tortuosa argomentazione del sentimento l’aveva rifiutata? Perché la sua solitudine era sempre così aspra, così cupa? non era soltanto la sua condizione di uomo nella grande città, ma un autentico malanno che gli creava dentro quei vuoti d’aria sentimentali (le sue paure) che lo facevano ansimare come un pesce sull’erba, con la stessa foga che sorprendeva anche gli altri, rendendoli perplessi. Quel commiato l’aveva voluto; non poteva compiangersi; o, facendolo, scadeva davvero in una commiserazione misera, senza sollievo. Notte ancora, con il silenzio non rotto dalla risposta. L’altro uomo era impietrito; seduto, con la penna in mano, la punta appoggiata sulla carta, il viso tranquillo, gli occhi appena dilatati a rincorrere: a) sogni della infanzia, forse – b) progetti per il futuro, forse – c) paesi esotici, africani, in cui affondare. Aspettava; sembrava distaccato dal mondo; non aveva neppure risposto, né si era mosso; non un cenno del capo, un battito di ciglia, nulla, non un sorriso, uno scrollare di spalle, quando la porta s’era aperta (ed era accaduto più volte) e occhi come i gatti, indagatori con costanza, s’erano buttati sul pavimento, strisciando fino a lui, per un saluto o una domanda. Quella notte era continua e fissa, trattenuta dai tendaggi, appena scossa dal ringhio dell’apparecchio dell’aria. Una paletta ruota leggermente in se stessa – Ettore lupo si avvicina alla madre e, piangendo, o piuttosto con un solo singhiozzo, la divora. Non la sbrana; le dava una morte senza dolore nella pancia del figlio uscito dalla sua pancia – un adagiarsi morbido, e perpetuo, nella vitalità dell’uomo che lei stessa aveva allevato, dimenticandolo poi. Era un sogno? Non si conoscevano dopotutto; Ettore lupo temeva; Ettore lupo ansimava; Ettore non rinunciava ancora, sciogliendo la perplessità del cuore, indurendo la volontà (in questo caso), non riusciva ancora a rispondere. E per salvarsi, con decoro; per non essere mortificato e deriso, aveva bisogno di quel denaro.

Ecco la domanda: “La disponibilità della somma, in ogni modo, per lei sarebbe urgente, urgentissima?” La risposta: “Fra un mese. Non ho scadenze importanti prima, ma per quei giorni prevedo di dover prelevare Finterà somma per un versamento”.

Ritornò rigido l’altro, immerso nell’euforia del sonno macinato dentro con gusto e tuttavia con sofferenza per non riuscire a goderlo intero, per non riuscire a concludere, chiudendo per sempre le palpebre; ed Ettore che aspettava ritornò agli spini di neve luccicanti in cima, alla pelle secca, a rabbrividire nella neve. Aspettava di riuscire a trovare la risposta che cercava e la risposta non c’era, non poteva averla, se non dalla madre. Ogni altro passo sarebbe falso, inutile; o una vigliaccheria. Ritardare la sorte, giocarsela per sempre, dentro di sé, non avendo per antagonista che un funzionario di pietra. Un alto funzionario. Forse il più alto di tutti.

Ciminiere, i morti, la luce del sole abbondante come un latte versato sulla tavola; le cose rischiarate nel loro vigore, in risalto l’esattezza delle linee, il tocco delicato, l’immobilità perpetua. La loro esemplarità. Si poteva sfasciarne la sostanza, rompere il bordo delicato di cristallo, ma sarebbe persistito il segno della loro presenza come un calco sul tavolo, sul piano del bureau, sui piedi curvi del mobile Chippendale appoggiato alla parete. Nel tripudio del nuovo giorno s’esaltò la vena grottesca dell’uomo – Ettore ormai lo conosceva come un amico sia pure contrastato tanto parlavano e si scontravano in colloqui muti – che Ettore fu, per un istante e per giucco, portato a rivolgergli la domanda d’aiuto. Dirgli: saltiamo la banca, saliamola come si dice: scavalchiamo la banca gentilissimo oh dottore, dottore dei miei stivali, macaronico, economista eccelso, conoscitor di scienze, addestratore di uomini, sapiente domenicale – firmi un assegno lei che può, allunghi il denaro a me (che renderò puntuale con gli interessi calcolati all’11,85%, sulle sue mani intatte). O rilasci un avallo per me, che mi conosce come mio padre, come un figlio del figlio; sostituendosi a mia madre per troppo ciarlare; che sa di mio padre e di me, che fu amico a mio padre e aiuta (o dice di voler aiutare) il figlio più vecchio del padre; lei che sa tutto e ha la coscienza pulita e una scienza infusa – lei che può spaccare un capello, rovesciare idoli, sbalordire l’inclita, attingere l’ordine.

Sente come trillano i campanelli di tutti a casa? come trillano con una decisione da fucileria nordista per tutti al lavoro? si scatenano le calcolatrici (che Cere pulisce e controlla col grasso ogni due mesi); un cassiere allo sportello 6 sembra impazzito, fuma disperato, piange singhiozza, inveisce, conta e riconta i pacchi, i diecimila gagliardi, conclude la scena con un sospiro fischiando la canzone d’Abissinia. Il giovane commesso guarda le gambe delle donne che entrano; c’è un ladro fra la gente (così vigoroso e desto, così sfavillante che mette allegria per rubare), e c’è un altro ladro, dimesso e magro cosmi, un vinto certamente, un ladro schifoso che ruba per bisogno, un delinquente, uno spettro in divisa da marinaio, è subito preso afferrato picchiato buttato arrestato. “Perché non usciamo a passeggio?” – l’uomo non udì; o fu soltanto un bisbiglio di Ettore invogliato dal giorno. Ettore doveva assolutamente uscire, non riusciva più a trattenersi dentro quell’afa, costretto in quel torpore; forse le gambe non avrebbero più retto a portarlo e sarebbe rimasto anchilosato in quel posto per sempre (altro che prestito). Correre, uscire, ritrovare l’allegria dei sensi come dopo una malattia. La prima corsa sul prato, l’odore della terra bagnata in aprile – non l’odore che cresce mosso dalla corrente, ma l’umore che sforna dalle radici, dall’erba, più discreto, che si cerca affondando la faccia, distendendosi bagnandosi ricevendone in bocca il sapore. Ettore sapeva che chiudendo così bruscamente il colloquio, il prossimo incontro avverrebbe almeno fra una settimana; tuttavia chiese una sospensione, l’ottenne, sorrise, fuggì.

Adesso era disteso nell’aria, sopra una torre, la città si stendeva in un passaggio di pietre senza fine e senza forma. Gli uomini non si vedevano. Dalla torre il lago ci si specchiava e tutti i monti e anche mari, fino – sembrava – ai fiords del nord, alle insenature della Norvegia, al mar di Barents. Ettore sudava, rideva, era anche felice di questo suo sgomento che non si concludeva; di questo chiedere senza speranza, di questa speranza di chiedere; di questo offrirsi senza essere offeso; di non essere accolto; parlare, pregare (modestamente) senza pubblico, senza riuscire a convincere. Sentiva d’avere la forza sufficiente per sopravvivere, anche l’odio per la madre gli serviva (un odio disprezzo che si nutriva in queste ultime settimane), ma non gli importava. La stolta vecchietta, null’altro era che una vecchietta ottusa nei pensieri, con l’ossessione della morte – che si ascolta ogni ora del giorno e nella notte avanzare, tac tac, con una luce di vetro negli occhi. Questa è la fine della vita. Hanno solo egoismi, rancori, rimpianti i fastidiosi vecchioni di cento chili, le noiose nonnette di quaranta chili. Spazzate via dal ciclone

“ma sopravvivono ad ogni guerra, le carogne, a ogni calamità resistono; carestia, peste, morbillo” diceva un tempo l’amico alludendo a un imperituro paparazzo novantenne che, naturalmente, e secondo le regole, lo seppellì.

A Ettore piaceva guardare da lassù e ne provava un beneficio di tranquillità. Così discese poi abbastanza deciso e andò a dormire, vestito. Quando ritornò in banca lo accolse, con molte cerimonie, un giovanotto. Magro, distinto, Prince of Wales, scarpe Saxone, cravatta a tinta unita di Chanel infroissable, ogni oggetto sul corpo al punto giusto deposto con una cura che confermava un deciso rispetto per sé uniformato al decoro dell’ufficio. Mani intalcate, il bordo delle unghie girato al tondo, un bianco che sfumava al grigio, gradevolissimo.

Gli disse il dottore si scusava ma era in riunione (non prevista, come può accadere una volta o due all’anno, aggiunse) e l’aveva pregato di sostituirlo, nel caso che la pratica si potesse chiudere quel mattino con la soluzione dell’ultimo quesito ancora insoluto. Si accomodarono su due poltrone e fumarono. Parlarono e fu come circoscrivere il volo di un corvo, attorno, attorno alla carogna del cavallo; al richiamo della carne un roteare sempre più stretto (qualche impennata) con sguardi sempre più acuti al fondo della coscienza.

“Costoro sono peggio, altro che!” pensò Ettore, respinto un ennesimo assalto. Perché lo picchiavano in quel modo, sul viso e sul ventre, non schivando alcun colpo proibito? Gli chiese se a tutti capitasse, avendo bisogno di denaro, questo genere di tortura. L’altro rise, da bambino. Due denti d’oro. Poi si ricompose e fu attento sotto le lenti – rispose che si davano più casi; per grandi complessi industriali, o anche medi complessi organizzati su struttura industriale, o grossi impianti artigianali, i prestiti erano quasi automatici e gli interessi ridotti rispetto allo standard abituale. Per i privati era un altro affare: chi aveva molto denaro poteva ottenerne dalla banca, se avesse voluto speculare, altrettanto e con eguale facilità – a un tasso discreto; uomini sulla bocca di tutti disponevano della banca come di una propria organizzazione, di una riserva privata – la consideravano bruscamente una so-lle-ci-ta succursale. Gli altri casi si vagliavano uno per uno, con meticolosa precisione, con una preparazione dei particolari che nessuno avrebbe immaginato. Inutile dire che si rifiutavano i prestiti esigui (al limite di qualche milione), per i quali ci sono le banche cooperative locali, le banche popolari o i Monti di pegno, aggiunse; e si scartavano le richieste delle persone bruciate, cioè di coloro notoriamente insolventi, dissestati, o comunque con scarsa aderenza al liquido. Disse così. Ettore intuì che la formula, ambigua e curiale, alludeva ai giocatori di professione, che in questa città cresciuta male e in fretta prosperavano incantando e truffando con delicatezza – simili essi ai pappagalli addestrati a recitare un verso o – è lo stesso – a sorprendere con risposte scurrili. Si salutarono, Ettore si dedicò ad altri giorni di riposo; cioè di lavoro in proprio e dentro al vecchio affanno; di considerazione di sé e della propria condizione. Poté riflettere fino alla nausea, al fastidio fisico e ricordare con rabbia, ferirsi, maledirsi, cercare l’oro nella sabbia, setacciando fra il palmo delle mani, riunite e screpolate, un rivolo di sabbia,

e così i giorni, la piramide della vita, correvano schiantandosi. Vivendo nella castità e nell’affanno delle circostanze l’uomo è ridotto simile a un cane affamato, rannicchiato senza forza contro la spalliera di un ponte, contro un portone chiuso, o in una cantina con i topi. Le cose fatte erano incasellate nella memoria, cartellinate; piccole schede perforate che il bottone dell’affanno percoteva precipitandole nei vani inclinati. Gli atti, le vicende, le cose – nonché parole e azioni sparse – tutto si univa.

Ad esempio: la macchina alla donna, o la donna (desiderata) che lavorava con la macchina, o la donna che lavorava vicino alla macchina; e intanto invecchiava. O era troppo giovane per fortuna, ancora giovane per invecchiare. Ecco di nuovo il rombo dei sentimenti. Decise di telefonarle ma non la trovò, non era in casa, non era in ufficio. Alcune circostanze contrarie; ma riudì la voce di quella madre e indugiò a conversare, dolcemente, con questa vecchia diversa da tutte le altre nella sua umanissima tranquillità, e così calma e cara nella parlata; che non aveva paura della vita e rideva (diversamente); rideva di sé e della morte, e soprattutto non lamentava la vita. Amava tanto la vita, era ancora così viva, da ignorare la morte – pareva. O da volerlo fare di proposito, con più coraggio da non averne pensiero. Che durasse a lungo, dunque, questa creatura, vivesse per l’eternità. Un legno, un tronco sull’acqua, questo gli parve, che l’acqua trascina ma è sempre sulla cima dell’onda. La novità di questa pace vigorosa suscitata dalle immagini e dal sentimento, dopo la telefonata, lo calmò e poté uscire indifferente, acquistare sigarette, il giornale, il cinema e a letto presto. Tutto un sonno a finestre spalancate. Il giorno gli scese sul petto senza peso, con le piume dei capelli che gli sfioravano la spalla. Questa era allegria e questa una giornata da vivere. Si poteva essere, cioè sentirsi forti anche nella sventura (momentanea). Fra due giorni tutto risolto: tornerò da mia madre. La strada è questa; per parlare alla vecchia, alla vecchietta arcigna, sospettosa nella sua bontà di chiesa, leggermente avida nel suo sentimento d’amore, insinuerò qualche trovata. Può firmare e basta, dopo non saprebbe più nulla. Non voglio truffarla, non voglio ingannarla la vecchia, la madre, non voglio angustiarla. Pagherò i frutti e il debito con la regola stabilita ma la vecchina devo riuscire a farla firmare senza ferirla, senza che se ne accorga. Come, questo è importante, una cartolina d’auguri. La firma e basta. Ma lei è furba e sospettosa, maligna, è avida, avara, acuta e teme d’essere ferita dall’amore del figlio. Non vuole aiutarlo, per affetto (così crede). Teme che aiutandolo egli ripeta l’errore una seconda volta in futuro o ricada nel bisogno. Non lo crede cattivo, o disonesto, o da poco; sa che potrebbe legittimare in lei qualche motivato orgoglio (se si eccettua questa dannata circostanza) – eppure pensa ripensa decide che è meglio non farlo, non rischiare. Chissà potrebbe anche perdere tutto. Alla sera parlò col suo latte, con la sua ciambella casalinga, bagnata e gustata, parlò con l’acqua che scendeva (non scrosciava, in cucina) per lavare la tazza, parlò con la televisione che cantava smaniava, parlò col quaderno che riempì con le ultime cifre. Parlò con sé e con dio, col ritratto del marito che ormai considerava come un proprio figlio – sfiocato il sentimento d’amore dalla lontananza, reso incerto l’amore nell’affetto, in una tenerezza un po’ perversa che dava, al bacio seralmente gettato a quel ritratto, un senso ambiguo.

Saltava il tappo del mondo il mattino nel quale Ettore s’avviò a visitare la madre. Tutta la lunga strada coperta di tralicci metallici, gru gialle giravano nel cielo che aveva il colore della carta da imballo; calavano, affondavano, risalivano legate a questo mondo dalla catena che pendeva dal braccio in convulsione. Sollevavano mattoni che sparivano dondolanti, fra le voci degli operai dentro al vuoto scrostato delle case. Uno degli operai cadde con un tonfo e morì. Gli altri calarono giù dai muri, dalle travature, addensandosi intorno al povero morto. Poi con la sirena, sporco dentro al lenzuolo, sparì. Ma l’aria invitava il corpo ad agitarsi, a sentirsi in equilibrio, a godere del ristoro che un’età non troppo tarda poteva ancora riservare a Ettore, e ad altri. I più, poi! pazziavano addirittura nei freschi costumi, i corpi magri liberi, le fanciulle crocchianti sotto i languidi sguardi. Si riposavano all’ombra, quieti, sorridenti, così vivi e veri, così ordinati nella loro giovinezza e con tanto? rigore nella volontà di esprimersi e di ritrovarsi, che ogni anziano abbassava la voce passando, e pareva camminasse furtivo, o almeno più leggero; interessato, un po’ commosso (senza saperlo), invidioso. Passa la giovinezza in un baleno e va. Le ombre di oggi, queste soavi silhouettes muoventisi dentro al caldo di luglio, al riparo di luglio, oggi – eccole, sbiadite, invecchiate, sono l’ombra di uomo e scala, di donna e scala, le due ombre per sempre unite per sempre nel muro della casa, là nel fotogramma di Hiroschima. Vola la giovinezza e va, ed è sempre più breve il giorno dei nostri compensi, più corta è la nostra vita che tira: durano sempre meno i giorni entusiasmanti in cui le ore corrono sulla mano, vezzose, sulla spalla tornita, si rifiutano di lasciarci. Sempre più breve sempre più grave è il peso della vita per chi vive, di questi giorni lunghi per un dolore, misurati per la tristezza della noia, inutili sembra alla gioia – pare scomparsa la giovinezza dalla terra, a branchi uomini dai capelli di latta ansimano consumati per le campagne. Che cosa dico? Ettore cammina nel mattino di luglio mentre giovani spocchiosi ridono davanti ai bar, con ragazze fra essi; un leggero bistro agli occhi (allungati), le vestine leggere leggere trasandate con noncuranza, e si lasciano guardare come se dovessero. Tutti sono se non felici, spensierati. Lo stupendo cuore umano, incolmabile dall’affanno. Un mare di tenerezza, un vulcano d’amore, neppure il gelo della morte lo può intristire. Gli amanti si amano per sempre; gli innamorati, gli amici si tengono per mano. Le parole sono le giuste parole (così sembra effettivamente); ogni oggetto è significato con esattezza, ogni sentimento è descritto con rigore affettuoso; non c’è più il dubbio, l’incertezza; la guerra è scomparsa dal mondo. Resistono altri mali che saranno presto disfatti; e l’Africa è la conchiglia celeste di Venere. Fra milioni d’anni la terra sarà tutta ghiacciata ma gli uomini saranno via altrove rapidi, saranno su Marte se conviene, sul silenzioso Saturno – intristerà sul ghiaccio della terra solo un poco della vecchia storia – e gli uomini sul silenzioso Saturno, e lì ci porteranno i fiumi se mancheranno i fiumi, se i fiumi non ci sono, e porteranno pietra a pietra le più belle città del mondo se là non ci saranno le città belle del mondo. Ecco perché posso vivere oggi – pensava Ettore andando – non ci sarà mai una fine. Eh, è così. La fine del viale non c’è; c’è una piazza e la casa materna, col piccolo giardino (fiori ecc.), la scala, una balaustra di ferro contro la finestra, la tenda di canapa ingiallita, tirata per smorzare la luce in un rivolo dentro alla penombra. I suoi pensieri di prima, una meditazione improvvisa e caotica, gli avevano infuso una carica supplementare di energie e anche di spavalderia per affrontare la madre che non doveva persuadere o pregare ma soltanto sorprendere con un inganno senza peso: una malizia, un sottile farnetichio, una improvvisazione.

La madre sedeva nel sole, spalancate le finestre, intenta a guardare il moto della vita su e giù, osservava inquieta e godeva. Partecipava a quel moto. Il figlio –

seduto accanto a lei, con la consueta tensione di rompere la crosta delle prime parole; poi seguiva un parlare fluente. Non sapeva come cominciare, o lo sapeva tanto bene da non riuscire ad avviare il discorso o da averlo dimenticato. Così minuta, fragile, con la volontà di ferro a chiudere e a custodire il proprio egoismo lieto –

“È per le tasse, tu dovresti fare una firma”.

“Le mie tasse?” sussultò il gomitolo di carne.

“Non le tue, già, le mie” urlò Ettore nel cuore ma rispose con un tono piano nella voce. Le allungò il foglio piegato, con tristezza.

“Devi sapere che ho ricorso – aggiunse –

perché mi volevano soffocare, ho parlato di te mia madre,

di lui mio padre di me tuo figlio, dicendo che

mi opponevo (disperatamente, con convinzione)

non pagavo, protestavo

e secondo le leggi (che lo permettono) ricorrevo.

Accolsero le mie obiezioni martedì

ascoltarono le ragioni sabato

sapevano tutto di me

io finsi di dipendere da te

(esclusivamente) in bene e in male per ogni mio affare,

d’essere ancorato alle tue braccia.

Un figlio a carico

di una vecchia signora.

So che è schifoso oggi (figurati per me)

è una vergogna anche solo a scherzarci;

madre capiscilo, questa è la vita così”.

Tutta nel sole, gli occhi socchiusi, le palpebre sbattevano; nel cielo le gru erano ferme a mezzogiorno. C’era odore di pane. Sbatteva le palpebre; le mani, quelle mani, le povere mani tenere, affaticate anche dal lapis, tenute in grembo palpitavano – Ettore sentiva di non amare sua madre, la vedeva lontana, estranea, incerta nella sua sorte. Lei tirava leggermente la carta da una parte, Ettore la tratteneva con cautela dal bordo opposto stringendola fra le dita, perché lei non riuscisse a svolgerla e ne ricevesse invece sotto gli occhi, aperti chiusi, soltanto il bordo utile, il bordo bianco da firmare; la necessaria propaggine per l’inganno. Firmava altro che quello che egli le diceva ma non una condanna a morte. Ettore non temeva questa schermaglia, distratto da una dura indifferenza, e partecipava al giuoco appena cominciato con la necessaria pazienza ma senza ansietà.

“Firma qua – le disse – poi parto, ricorro e mi vedrai contento poi”.

“Voglio leggere tutto”.

“Leggerai il giornale. Sii più paziente”.

“Non è che non mi fidi, lo sai; ho la mia abitudine io. Non voglio pensieri dopo”.

“Ma non è questo il caso. Formalità pura, burocrazia, linguaggio tecnicizzato, la mia volontà di evasione – d’evadere il fisco soltanto. Non ti diverti”.

“A leggere mi diverto”.

“Tu firma”.

“Leggere prima”.

“Prosa noiosa, burocratica ti dico. È tardi, ho fretta. Mi basta il favore” – ma Ettore capiva di perdere terreno, il foglio restava a mezza via, fra la sua mano e la mano della madre, stretto fra le sue dita e le dita della madre abbarbagliata dal sole.

“Leggimi tu almeno”.

Ettore falsificò il dettato, leggendo calmo come a scuola, o come un poeta nei dischi. Inventò soprappensiero, colpito da una lucidità mortificata; sentiva la bugia nella voce e ascoltava il suono restandone frustato.

La madre sospirò. “Tu mio caro inventi”.

Ettore balzò in piedi stracciando il foglio in pozzetti scaraventati dalla finestra (come la neve ecc. descrizione sottile) e ritornando nel grembo della madre le tempestò il ventre e il cuore, picchiandola dal di dentro, scalciando per ferirla. Intanto le gru avevano ricominciato a muoversi, con le proboscidi fiutavano nella terra appena smossa e la luce fatta impalpabile dalla tenerezza consumata del giorno ingrigiva alzando l’ombra dalle cantine delle case. Sulle impalcature stridevano i terroni storti dalla fatica e gementi un loro canto, mentre in altre case ormai coperte dal tetto, nei vetri nuovi delle finestre brulicanti di schizzi di calce, le SS di color chiaro, vernice bianca, svettanti, si proiettavano sullo sfondo della scena, ripetute e allineate, simboli di richiamo oppure allusione a possibili benefici.

La fedeltà, potendosi interpretare in questa chiave – quel simbolo inventato un tempo e subito ripetuto, non solo da città a città, ma da paese a paese, dall’America fino alla dispersa Albania – la fedeltà alla cosa compiuta dal lavoro, al solido oggetto creato, uscito dalle mani comuni, all’invenzione non più utopica; una rivoluzione di segni, un richiamo (il fumo degli indiani sopra una città del duemila) a cento metri di altezza.

Puoi sputarmi sul cuore, insozzare la mia intimità e rendere pubblica la mia vergogna. Sei mia madre. Con la voce in falsetto puoi insultarmi o ridere sulle mie sventure. Puoi scuotere il capo, puoi ansimare con un fischio del petto, sei mia madre. Ma anch’io, tuo figlio, tu mia madre, sbalzato dal tuo ventre posso ingiuriarti non amarti, ricambiarti con odio senza la gratitudine dell’odio, solitudine e vecchiaia nella tua solitudine. Posso dimenticarti se voglio; incontrarti per la strada senza vederti, ferirti fino a coprirti di vergogna, farti avvampare di rossore fino alla radice dei capellacci bianchi. Posso avere fastidio della tua magrezza, ignorare che sei avida e che questa avidità non calpestata ti è durata fino all’ultimo. Sei mia madre.

Sfasciando il tuo bei ritratto, posso uscire dalla tua casa senza mai più ritornare.

 

Fu in quel giorno che uccisero l’allenatore del Calcio Football Club Avack di * con un mortaretto tirategli dritto in testa e che esplose vicino alla sua panca. S’alzò in volo a braccia aperte, cadde in se stesso e morì; la gente gridava, la palla viaggiava, i giocatori scontrandosi si insolentivano in faccia, con la lingua sul naso, “Putana toa sorela” geme l’ala al portiere che gli precipita ai piedi; “Negro rotto nel didietro” scandiva la folla ogni volta che il giocatore d’origine brasiliana agganciava la palla di sinistra, mezz’ala, e crossava lungo a destra smarcando il compagno. Poi cadde il centromediano urlando per il dolore stringendosi la gamba “go il menisco dio can, ahi ahi la gamba, il ginocchio mama” e si rotolava. “Cavalo bolso, alzate, va’, alzate puteo” l’allenatore lo sfiorava con la punta della scarpa, gli sfiorava una spalla, per carezzarlo un po’ infastidito e per sferzarlo. “Nessuna commedia” ripeteva l’arbitro in giacchetta nera e pareva un direttore d’orchestra disarcionato, un po’ sulle sue, a cui avessero per beffa tagliuzzato al ginocchio i calzoni – dimesso d’autorità, un galletto. La polizia tutta verde s’era schierata. Altri giocatori erano in mezzo al campo immobili.

Il più bel gioco del mondo – c’era da dirlo. Sta accozzaglia di rompigambe e rompiballe analfabeti, carichi di puttanelle e manco male; ma erano giovanotti di vent’anni, sperduti nella foresta – sapessero giocare al calcio come ballano il twist (tranne pochi, da contarsi sulle dita, che sanno giocare). E il dannunziano signor D., ad esempio, intreccia in stile liberty, dopo le partite, l’algoritmo della calcistica scientia, distillerà sofismi, stenderà diagrammi; parlerà, in colonne di piombo, di simbiosi, di paranoia eccetera.

Vengono a galla i cadaveri. Nella nostra laguna fioriscono come sinistre ninfee. Immergiamo bisturi da elefanti nel gran bubbone. Ne sortono verdognoli pus. L’impressione è di sporcarci a nostra volta. Vade retro. Sono anni che sfidiamo il contagio levando pugni da candidi monatti. Elefantiasi, dissoluzione, immoralità. Che splendide parole da comizio. Passano come il vento favonio radendo il ranuncolo acre: le sue campanule gialle da quarantena si piegano appena ma non si spezzano.

Uno va, uno viene, uno resta

uno muore. La partita finì sullo zero a zero. Far melina – far melina…

Tranne l’allenatore (ex nazionale), quel giorno, domenica, non morì nessuno. Ma si tocca il cielo col dito dopo il sangue della domenica. Prima l’uomo esplode, la mediocrità mortificata si fa grande nell’insulto ed esulta, il senso di una colpa collettiva esalta il furore, libera le inibizioni, la frenesia si scatena. Tocchiamo il cielo col dito quando un altro signor D., ad esempio lui, descrive la caccia nelle riserve del Brenta (il Fucini pavese, il gran lombardo delle beccacce impaurite che cadono per il terrore usa uno stile colto). Il suo vocalizzo si inturgida e cresce; si smuovono a volo dalla melma del ricordo parole frasi pensieri sepolti dal tempo di scuola, il cranio lucente di d’Annunzio si china sul ventre nudo per ascoltarne i battiti e si mescola nel rondò alla balbuzie di un medico condotto reduce da due guerre ma gran colpitore di starne. Grande e grosso il signor D. e gli piace mangiare e scommettere che stenderà ancora qualcuna sotto gli archi del ponte di Verona, prima di sedere al suo tavolino per la notte come il signor dell’Albergaccio a descrivere la giornata arzigogolata, azzimata, disperata, tetra, abbacchiante di Castruccio Castracani Ghair.

Una domenica lunga come la morte. L’incidente del petardo, lo spettacolo della partita finita con ventidue morti (si fa per dire); la sera gli passò sulla pancia aprendola come una scatola di sardine e vibrando, pallida com’era, in un rigurgito di sentimenti e di orazioni. Il giorno dopo Ettore di nuovo lì, seduto.

L’altro era più pallido e scontroso ma senza cattiveria. Gli disse che occorreva decidere, una per tutte; non poteva più aspettare. Non doveva. Infine non ne aveva più voglia.

Qualcosa era mutato anche nella sala dalla luce d’oro in cui stavano rannicchiati; qualcosa di non percettibile immediatamente. La luce innanzi tutto, forse.

“Ma non ho amici”.

ed era più pesante, più tedesco, il fascino delle poltrone tradizionali; Frau autentiche, dal cuoio lucente screziato, grosse, ben piantate per terra,

“Credo di avere soltanto dei nemici; o piuttosto (scrollò le spalle) persone indifferenti intorno”

su cui si sprofondava, pareva, fino alla gola.

“Non è allegro”.

“Mi creda, ho riflettuto, dibattuto fra me, sofferto, non trovo via d’uscita. Non ho alternative fuori di una, che è questa, la solita che l’offende: se c’è un mezzo, anche uno solo per tentare, ebbene devo chiedere questo prestito senz’altro appoggio”.

“Solo non può stare. Assolutamente non può stare. È contro la prassi, contro ogni regola. In consiglio, nel consiglio, dentro al consiglio la pratica sarebbe bruciata, non passerebbe mai, in consiglio senza neppure una parola sarebbe scartata. E io, che figura! Conosce il sapore delle scene mute, in queste occasioni? cinque minuti mimati secondo una liturgia tradizionale, raggelante, a cui nessuno, neppure il presidente, può sottrarsi? È come passare sotto un torchio, così, tutto è appiattito. Un batter d’occhi, più eloquente, rabbioso, più rigido e intransigente nel giudizio, delle parole. Un batter d’occhi a destra, un batter d’occhi a sinistra e la scena è consumata. Lei sarebbe trombato”.

Giustappunto: un suono di tromba, tromba trombare, un a solo di tromba, un suono sul corpo del primo soldato ucciso in una spiaggia lontana. Un suono di tromba a salutare il prestigio dell’ora; ahi, l’esultanza del giorno che così sbiadisce.

Chiede Ettore: “Ma non siamo già nel duemila? Non sono, nel vostro caso, e in una situazione come questa, le macchine a valutare, schedare, a decidere, lontano da ogni sentimento? Questo occhieggiare, mi pare, a cui lei allude, è preso dal cuore, da lì viene nonostante tutto”. L’altro capì il filo del ragionamento ma rispose soltanto: “Nel duemila? ci saremo domani; forse ci saremo domani; presto naturalmente. Fino allora bisogna aver pazienza, pazientare, adattarsi alle vecchie strutture che coprono vecchie e care abitudini – rassegnarsi alle buone maniere”.

“Ma la fiducia negli uomini? quel credito naturale che proviene da un po’ di onestà, dai principii con ossequio difesi? dall’interpretazione giusta delle leggi (che potrei esibire), dall’avere fino ad oggi, e con un po’ di acume, lavorato prosperato godendo credito? Perché soltanto le pietre devono pesarmi sulle spalle? Anche oggi non ho che il me stesso di ieri, lo sappia. Lo sappia finalmente la banca”.

L’uomo non pareva adirato o seccato. Era serio, questo sì, ma sembrava piuttosto intento a ricucire l’ordine delle idee, turbato da questo sfogo. Disse: “La fiducia negli uomini? Se avessimo questa fiducia (sorrise alla maniera di un frate che si rivolge a un cliente imbarazzato) non ci sarebbero più banche, né funzionari di queste banche, né, presto, sedi succursali agenzie sportelli. Tutto scomparso, affossato, sparito. Noi saremmo, qua dentro, spariti, dilapidati, cancellati… Perché non c’è luogo dove il falso generi il falso, o un inganno un altro inganno, l’astuzia contrasti con l’astuzia (o il tentativo di essa, maldestro) come nel campo degli affari – dove corrono i soldi; dove scivola via il denaro così presto ma dove questo moto ubbidisce ancora, magari purtroppo, a una regola naturale; ad abitudini che sono ormai leggi. Ecco perché è così difficile ottenerne per chi ne è sprovvisto o ne ha poco e lo cerca. Il denaro corre a chi l’ha. Il denaro corre al ricco, questa è la regola naturale, universale. È una semplice verità. Per il resto, nel regno degli affari, un figlio inganna il padre con assegni a vuoto, il padre esorcizza il figlio diffidandolo col giornale, anche le madri intervengono litigiose e deste, mi creda”.

“Non ogni giorno, ad ogni modo”.

“Ogni giorno capitano vicende tristi, volgari, questi scontri di una durezza incredibile. Se non sono pubblici è per carità o per pudore”.

“O per denaro”

“O per vergogna”

“O per denaro”

“Sì, per denaro soprattutto; è vero. C’è chi paga per lasciarsi ignorare o sentirsi ignorare dal giornale. Vede che non è facile il mio mestiere. Ci muoviamo in un luogo di tortura autentica, fra sottili lame, basta uno scarto, un movimento incerto, una titubanza (non dico un errore) per ferirsi, grondare sangue, ritenersi bruciati. Siamo come le spie. Mi spiego? Vorrei farle capire, ma fino in fondo, che se potessi, ma potessi davvero, senza venir meno alle regole, se ci fosse anche un solo mezzo oltre quello enunciato e che lei rifiuta (ha le sue ragioni), l’aiuterei, toglierei lei dal dubbio, dal fastidio di questi incontri che sembrano perpetuarsi e mai concludere a qualcosa. O sbaglio?…

Già, lei è più impaziente di me di finire. Ma si metta nei miei panni, anche in questo giorno d’estate. Da una parte devo badare che la banca che rappresento non perda la possibilità di collocare il denaro a un tasso conveniente e a una persona che è moralmente fidata; d’altra parte devo compiere questa operazione con le garanzie richieste senza le quali la banca stessa sentirebbe contestate le ragioni medesime del prestito, la sua convenienza. Io presto perché questo mi conviene e perché sono certo che mi conviene e perché mi converrebbe in ogni modo più di ogni altra azione in questo momento; perché ricevo nelle mani tali garanzie che questo prestito mi deve, in ogni modo, convenire. L’astuzia, la mia astuzia, e in essa riposa la mia tranquillità, consiste nell’ottenere dal postulante queste garanzie e di non mollarle più fino alla conclusione del rapporto; questa garanzia che mi da riposo, che riduce la mia perplessità, toglie ogni dubbio residuo, scaccia i timori e conclude secondo la consuetudine. Ogni atto è sottoscritto, ogni formula è compiuta, ogni firma è registrata.

Come i sapienti di un’accademia, poniamo, che approvano con contenuto entusiasmo, ma certamente con soddisfazione, una relazione scientifica, oppure il discorso di un nuovo luminare; o anche, mi conceda la metafora, come soldati che registrano con ogni dovuto cavillo i termini di una tregua. Tregua, badi, non resa. Un rapporto, e se vuole, un momento di reciproca tranquillità. Di cauto riposo. Eh sì. Lei aggiusta i suoi affari, comunque ritrova la serenità e una spinta nuova, noi collochiamo una somma a un frutto onorevole; noi dobbiamo trovare comunque un cliente per questa somma; lei ha, naturalmente, e comunque, bisogno di questa somma. I termini del rapporto sussistono nella loro evidenza. Danno lustro alla pratica. L’incontro non potrebbe concordarsi con più armonia, o tempestività, nelle sue linee generali. Ma c’è un punto. Un solo punto oscuro, un’ombra, un vuoto. C’è una stonatura, qualcosa che manca e toglie ogni forza all’intreccio, lo disintegra, toglie anche rigore al nostro piano, alla nostra volontà di fare. Non abbiamo riconosciuto lealmente d’essere al servizio di un sistema? Così sia. È come un vento impetuoso. Che cosa posso dirle ancora? dureremo a parlare all’infinito? giorno dopo giorno? lei con la sua necessità sempre più urgente, io arroccato qua dietro, fissato alle regole del giuoco, impossibilitato a volere come vorrei; dentro a limiti dunque sempre più nitidi? Si è giunti a un punto morto. Potremmo sedere, qua io, lei là, su queste poltrone e attendere, aspettare, aspettare un giorno dietro a un giorno, un’ora dopo un’ora. Non ci resta altro da fare; null’altro da dire. I nostri occhi evitano ormai di incontrarsi, ci conosciamo, riconosciamo la nostra voce, in essa scontiamo il moto dei sentimenti.

La noia, ad esempio, mobilita le nostre cellule e in esse la mortificazione, l’ira che monta; il sonno – la quiete del cuore; il bisogno di ricordare; questi sentimenti si confondono, ci fanno confusi. Non è vero? È la frequentazione che rende detestabili anche i matrimoni meglio assortiti. Io la vedo diversa dai primi giorni. Ci sono momenti in cui la scambio, o potrei scambiarla, con suo padre; è lui davanti a me, parliamo d’altro, la banca non ci tocca; siamo in luoghi diversi, lontani di qui, dentro ai nostri anni vivi, lontani da questi anni ormai morti. C’è lui quel suo modo di sorridere, con una umiltà gioiosa, negli occhi la volontà di resistere, una forza che gli amavo. Nei nostri anni lontani. Anni lontani, anni lontani (un’eco nella stanza, un borbottio di pentole smosse) ecco perché vorrei aiutarla, come aiuterei lui se fosse vivo. Ma suo padre mi aiuterebbe, lui saprebbe aiutarmi, trovare una via d’uscita, una soluzione, un modo di cavarsela; mentre lei non collabora o collabora male, aspetta da me la salvezza. Si chiude nel suo egoismo – mi scusi – sa soltanto ciò che non vuole fare, contrasta l’azione che non vuole compiere; non mi ha ancora detto in che modo crede di cavarsela da questa contraddizione. Non ha che la firma di sua madre, e non vuole. Invece è la sola che può ottenere facilmente, o con una certa facilità almeno (sia pure mortificandosi, capisco) ed è la sola che possa esserle data in fretta, senza preamboli, preavvisi, senza altre scritture, senza timore di ripulse; ed è la sola che può subito contare per noi. Una firma, una semplice firma, c’è il foglio a stampa, c’è la regolare domanda. Che altro vuole? che cosa chiede? perché non cerca di volere proprio soltanto questo? una madre, la madre. Un figlio, questo è un figlio. Non c’è rapporto più cordiale alle volte; certo non un altro rapporto così semplice se si vuole, così umano, bonario o ingenuo per tenerezza. Non è vero? Poi lei è il figlio, il solo figlio, non ha che quel figlio, lei è un figlio, che può esigere qualcosa, magari pregando; può chiedere; è un figlio amato che io sappia. Apprezzo la sua riluttanza, lo scrupolo dell’affetto, ogni possibile cautela, ma lei non ha altro davanti a lei, non ha altro da chiedere”.

– Domandò ed ottenne, perorando brevemente, una estrema, ultima, definitiva proroga. Si sarebbero rivisti il prossimo martedì alle ore undici e trenta del mattino, nell’ufficio del dottore, per un sì o per un no, Ettore con la domanda firmata o senza la domanda. Non perdere più tempo – non si poteva; non più parlare, non più guardarsi negli occhi; l’odore della gomma piuma, della pelle falsa pelle delle poltrone e del cuoio autentico, l’odore d’aria di chiesa, di aria rarefatta, d’aria di luglio consumata da altri o di estate filtrata attraverso una rete di calzamaglia, un tubo sottile, un filtro di ferro; attraverso saracinesche vetrificate. Rivedersi al martedì, dopo venerdì sabato e domenica; che cosa poteva capitare di diverso o mutare? una nuova speranza, un’altra bugia delle idee? Non basta una vita a far diversa una giornata; c’è uniformità e costanza, sempre. Sopra un filo teso in avanti, senza deviazioni; scorrerci col piede nudo, articolato – che invoglia la coscienza a perdersi o a ritrovare la lena della verità; il rigore dell’azzardo. Non si può vivere senza questo rischio costante. Ettore sapeva che non sarebbe successo nulla, che nulla avrebbe ottenuto da quella parte; che non avrebbe saputo escogitare un nuovo ingrippo da titillare – restando miseramente disarcionato. E anche l’altro sapeva – nascosto dietro il suo riso arguto, l’argomentare umano, il torbido agitarsi delle mani dietro cui si nascondeva, a volte, come dietro a un ventaglio. Nascondeva l’insidia delle parole; o la propria perplessità, il turbamento del cuore. “Perché anche i funzionari hanno un’anima” si scoprì a pensare Ettore agrodolce, sorridendo in se stesso; e non certo l’anima immortale ma quel tocco di umanità, di partecipazione, quel tanto di interesse non professionale che può essere condensato o raccolto in un sospiro, in un moto d’interesse, in un rossore, in uno sbattere degli occhi dietro le lenti. Che altro: in un sorriso, in una parola. Non l’anima immortale che non c’è; non il fiato che si può spegnere (come si spegne); ma il moto del sentimento, un fuoco razionale, la volontà di capire, il bisogno di partecipare. Questo poteva dare, o offrire, l’ultima speranza in quell’affare. Quindi essa era divisa equamente fra la volontà e la capacità di Ettore di trovare una nuova risoluzione o d’affrettare la vecchia, e la possibilità un po’ equivoca in effetti, ma che non si poteva scartare, che anche il funzionario altolocato, l’amico degli anni verdi, il ricordatore di favole, si scoprisse una facoltà immaginativa e potesse, incontrandolo, offrirgli in regalo il bandolo della matassa. Una matassa arruffata, imbrogliata in maniera maledetta.

 

Passò la sera del sabato in casa di un uomo importante. Essendo ignota la sua condizione attuale di disagio, gli altri continuavano a considerare Ettore l’uomo un po’ scontroso (viziato dal carattere), intelligente e abile, conversatore, spregiudicato, col passato di autentiche battaglie e idee d’avanguardia. Solo i più furbi lo tenevano in sospetto per le idee politiche, tutti lo invitavano a casa. Spesso rifiutava, a volte con malagrazia (che divertiva); accettava se la serata si affidava a poche persone e alla possibilità di qualche incontro intelligente. La nostra società ha tolto questo piacere ormai – per le enormi distanze (ore da una casa all’altra); o lo ha fatto raro. Raro come una pistola rara, o un archibugio, o una rara armatura di Pickering (dentro l’armatura c’è il duca di Brunswick). In casa di quel tizio dell’invito era collocata nell’ingresso un’armatura così pregiata. Certo non di William (non da 400 sterline) ma un’ottima armatura da torneo – con qualche particolare contraffatto. La padrona di casa indugiava dietro una tenda, in un salottino, mentre marito e invitati (tranne uno) litigavano piacevolmente fra Johnny Walker e Nenni, per il gusto del rabbuffo. Il dinamismo intellettuale. Dimenticavano che il socialismo era una moda in quel tempo. Si beveva liscio, al mattino; e giù un bei sorso; faceva bene ai reni dicevano i medici (interessati).

A proposito della padrona di casa:

a proposito della padrona di casa c’era da dire che

– anche in questa città smisurata e stravagante, un cantiere, uno solo, un solo smisurato e stravagante cantiere di pietra, di tralicci, di secchie e carriole, di rami, di qualche bandiera (a tetto finito); nella città retta dalla noia e dal dolore delle domeniche senza sole e delle notti senza miele; in essa, in questa città, mia città, in essa e in noi, in voi, in tutti; a proposito della padrona di casa, oltre che delle sue smanie erotiche peraltro legittime o coperte con buon gusto dalla discrezione degli atti e dalla tenda nell’ingresso, c’era da dire o da ridire che:

essa nasceva bene, di ottima condizione, e bellissima era (stata), bruna e formosa come piacevano un tempo le more, il tempo della bella Gigogin, tutta ciccia giovane, insieme alla sorella a lei uguale, bella e formosa, tutta giovane ciccia ma bionda; una bionda e lei bruna, due sorelle, due donzelle, un solo fiore (oh che gran parlare per le vie, nelle notti di maggio, odoravano i biancospini, e ahi! per i giardini); si cantava questa canzone per la via

le due belle ereditiere

han sposato il puttaniere

pareva infatti, o era soltanto la verità cruda, o la voce di una perfidia che sconfinava nella più limpida verità (come sempre), che la bionda, l’una di esse, dormisse qualche volta con un ricco mugnaio del posto, una volta, quando la città era appena più minuta, di vita più stretta, più misurata; non nevrotica, al tempo della vita quieta. E quella era la canzone adattata mescolandola su lei e la sorella, per la strada, sotto le finestre del palazzotto. Han sposato il panettiere le due belle ereditiere. Poi, una, durante un viaggio, riuscì a sposare spasimando come usava una volta l’appaltatore principe. E non gli diede dei figli. Ma costui tentò anche l’altra, la bionda, ci riuscì, si seppe dello scambio e ne parlarono per anni. La bionda ingravidò e generò una femmina. Vicende dimenticate.

Ora la brunona dal cuore d’oro, appesantita, un poco sfiorita, ma non volgare (volgare non era mai stata; benevola anche troppo con gli altri, ridevole moltissimo con gli altri mascolini, questo sì), nel salotto nascosto da tende si dimenava con un signorino. Gli altri conversano. Dentro a un mese di luglio, in una grande città; è Italia. Una sera, la domenica è lustra di brillantina e di cera, ha pupille aperte sulla distesa dei tetti, le finestre sono spalancate illuminate. Si può dire che

– quelli conversano

– la vecchia figlia del proprietario di terra, l’ex gazzella del panettiere, a gambe aperte, non ascoltava;

– le donne perdono facilmente la bellezza; basta una gravidanza settembrina a ottunderle; ingrossano le caviglie;

“si può dire che il benessere dilaga, non è un sintomo? Intendo, un sintomo di benessere? Cioè, se il benessere dilaga è sintomo di benessere. Non è giusto? Se uno è interamente sano è segno di salute. Non vi pare? Non è giusto?”

Sprofondati nelle poltrone osservano il fumo della sigaretta stringendo il bicchiere del cognac ben calcato nella mano. Indifferenti, ognuno chiuso in se stesso, indifferente e ignoto all’altro, crudele al vicino – in definitiva, a tutti i componenti della compagnia. Parlavano a sbalzi, sussulti, scoppi di voce, con voce fredda. “Che c’è il benessere si vede. Non si può negare. Il benessere è lavoro, è spesa, più spesa, è fatica, più fatica, forse più dolore, anche rinuncia…”

“al sofista e all’usura” insinuò una voce.

“Ma se togliete all’uomo di gongolare su se stesso con un po’ di pietà e se gli togliete un po’ di furore, chi leggerà più i giornali e come potranno vivere, sopravvivere i commediografi?”

“Mio caro, i giornali sono in deficit e il teatro è seppellito”.

Alla ragazza nuda fino al bordo delle cosce con gambe tornite (e pareva) in legno pregiato risposero che – sì, il teatro era finito, cessato, cassato con la rivolussione francese (il brivido delle parole!) Ultime scene madri vicino a Guillotin; la testa di un re. L’uomo aveva imparato in quegli anni! a guardare in giro, a osservare famelico di vicende e ansioso di novità. Tutta la giornata era un teatro.

“Poi il romanzo ha sostituito il teatro, la ragione si è sostituita all’azione”.

“E Brecht?”

Risero con convinzione. Chi assentiva, contraddiceva, condannava, chi difendeva:

– era un’opposizione mimata

– retoricamente patriottarda

– comunismo diluito

– un Tour de France

Ettore ascoltava. Questa, era tutta gente che veniva dal carro. Arricchitasi in fretta (abbastanza in fretta), come conveniva al tempo senza pudore nell’arricchire. Famelici e sguaiati (tranne alcuni soltanto fortunati); sanguigna, astuta, pronta nelle circostanze, disposta a giocare in ogni azione, a correre quel rischio conoscendo il trucco.

Un po’ distesa sulla poltrona, leggermente protesa col grembo, la ragazza aveva già acceso tutti, ma restava indifferente e, in apparenza, ottusa, insensibile al fluido di voglia matta che circolava intorno. I seni erano minuti, calibrati sotto la seta gemmata, opalescente, che la stringeva; su lei la luce sbalzava con strani riflessi, per via del vestito. E bagliori. Ora socchiudeva gli occhi, come se dormisse: “Non si può liquidare Brecht” sibilò “coi soliti due colpi di rivoltella. Accoppate chi non capite, togliete di mezzo chi vi fa paura. Siete porci; ignoranti in malafede e porci”.

La bacerei in bocca, Ettore era curioso e intento soltanto a lei. Degli altri!… grosse vampate di sudore venivano dalla strada fino alle finestre e precipitavano nella sala.

“Nessuno vuol liquidarlo mia cara. Quell’uomo è solo un piccolo pretesto politico, una modesta illusione. Se…” –

Un altro: “Caviamolo dalle occasioni, il suo è un teatro slavato, testi per celebrazioni universitarie…” Un altro “un romantico coi capelli a spazzola” –

Un altro “chi crede più ai profeti? Se muoiono gli dei debbono finire bruciati con loro anche i sacerdoti in gramaglie”.

Parlò Ettore per contrastare – ma con poca convinzione date le circostanze. Vide che la ragazza complice gli sorrideva appena appena.

Il padrone: “So come lei pensa, che cosa pensa… Ma è a questa graziosa creatura che dico: attenta, non si lasci fregare dal cane mastino – pare buono, col muso fra le zampe. Lo lasci perdere. Lo dimentichi Brecht, o un altro come lui; non ne avrà che grane”.

“Che caldo” sbadigliò la ragazza “mi toglierei il vestito”.

Subentrò il silenzio e tutti bevvero in silenzio.

Il padrone, con il volto su cui, oltre i fanali degli occhi, svariava un naso appesantito dalla carne; sotto gli occhi rughe che la stanchezza infittiva di vene come l’affiorare di scaglie di legno dentro una corrente. Gli occhi persistenti, cattivi oppure amabili, implacabili, trivellavano l’aria e l’avversario; ogni oggetto o persona era di volta in volta afferrato e calibrato. Abbastanza pesante, alto, le scarpe difendevano piedi spropositati, scarpe nere dalla suola spessa, un po’ lise, trattenevano i due piedoni. Teneva le gambe distese, stravaccato sulla poltrona ma senza appoggiare la testa, anzi sollevata, in una posizione innaturale e certamente scomoda che distraeva il corpo dal riposo. La fatica del sostegno era affidata alla schiena e alle braccia, ma pareva non risentirne fastidio; anzi, che godesse per questa approssimazione di riposo. La voce, che aveva l’accento del lombardo delle campagne, era sonora; si esprimeva a volte con insospettata gentilezza e con una approssimazione di verità. All’argomento si appassionava, accendendosi sotto le borse degli occhi, entro cui finivano di naufragare le vene. Era un alternarsi di pallore e di giuoco, sul vetro del viso, in uno scontro di sentimenti. Mai che si stendesse accucciato, mai che si dichiarasse scornato; aveva la voglia di resistere e di sopportare l’apparente o momentanea supremazia dell’interlocutore; di aspettarlo al varco, magari per tutta la serata. Senza animosità ma come un giuoco che lo suggestionava o lo provocava – sapendo adeguarsi al quale gli accresceva il prestigio. Esplodeva in lunghe tirate che gli altri ascoltavano, ed erano costretti ad ascoltare, in silenzio – senza più dare respiro; il tronco si drizzava assumendo una dignità da vecchio (offeso); la faccia, tutta la faccia, si atteggiava in meglio, caratterizzandosi; più nervosa, malleabile. Ettore non tentò neppure di chiedere o parlare, su l’argomento che interessava. Non era andato per questo scopo, o con questo fine; s’era ripromesso, semmai, di parlargli a quattr’occhi se la situazione o un momento favorevoli l’avessero permesso; o addirittura sollecitato. Ma la serata, per la verità un poco assurda, era passata nell’apparente immobilità delle persone sedute, degli occhi conficcati nel grembo della ragazza, con l’ombra delle mani tese a stringere i bicchierozzi del cognac ghiacciato. Rapidi scontri verbali, lunghi silenzi, piuttosto pause, durante le quali si riusciva a intendere lo sforzo delle meningi intente a masticare idee o a provocarne, per intercettare o aggredire gli altri. Gli avversari schierati in circolo. Per tutta la serata la moglie fu assente; ma arrivò con la finta umiltà della presunzione, arrivò non atteso (dai più, almeno – e un poco detestato), non più aspettato, procedendo lentamente in un calcolato deambulare per la sala, predisponendo gli altri all’attesa, alcuni disponendoli all’angoscia come il sottoscritto, disponendoli con la sola attitudine della presenza al sorriso delle idee e dell’interesse concettuale; arrivò a mezza serata atteso inatteso, l’ergotante frastuono dell’ambiziosissimo Geo, sortito dagli ambulacri diceva lui di private biblioteche in cui, ahi stando in piedi, divorava l’introduzione dei libri tenendola a mente, collezionava risvolti come i maligni gli opponevano. Calvo per quanto giovane, vestito bene, le mani bianche, camicie di * (un negozio importante), ai piedi i costosissimi mocassini che quell’estate erano di moda. Per sedersi attese che l’invito gli fosse ripetuto – era astuto. Non guardò la ragazza ma scelto con rapidità un posticino quasi al centro del circolo, si volse trafitto dall’ironia degli occhi, al padrone del vapore. Gli chiese da bere e bevve. Come un giocoliere dentro a quella piccola arena, svolse domande innocue, secondo un’abitudine, per scaldarsi; ma era altrettanto vero che egli lì si presentava di proposito, per calcolo, per esibirsi. E si preparava, stropicciandosi ogni tanto gli occhi, con un sospiro. Era ormai pronto al salto. Fu quando il padrone di casa

alludendo alla ragazza (che piaceva a tutti, tutti, tranne Geo; essendo tutti uomini concupiscevoli)

spiego in che modo, e come,

a Brecht m’ero avventato (disse).

Io m’ero avventato, dicendo questo e questo.

Il padrone di casa non aveva paura di Geo, neppure rispetto per Geo; lo divertiva, ma infine una volta passeggiando aveva confidato a due amici che Geo non era neppure intelligente. “Un esibizionista” aveva detto; “esibizionista non molto intelligente – e con una sorella iettatrice. Per due volte che l’ho incontrata per caso e ci ho dato il naso contro, per la strada, ho fatto la colica alla notte; una colica renale; avevo mangiato soltanto ravanelli, col solito bicchiere di latte. Quelle rivoltanti coliche che sbattono. Ed è stata quella vaccona a buttarmi il malocchio addosso. Sono certo è così”.

Fu quando il padrone di casa, roso dall’impazienza di attaccare anche sapendo che in principio rimarrebbe scornato; quando gli espresse i termini del precedente contrasto su Brecht che Geo saltò in lizza. Rifece il verso a Ui e fu Hitler e Mussolini in una gioconda indigenza comune; mimo la sciocchezza unita alla vergogna, la scurrilità mescolata al fetore. Si imbrattò di grottesche frattaglie, volgare, insinuante, furbo e per un po’ amabilissimo. Per un istante infatti gli occhi lo seguirono allarmati e divertiti. Gli occhi guardavano, le orecchie ascoltavano; poi tutto sprofondava nella mollezza dei tappeti. Accennò anche a passi di danza, storse il muso, si mise in capo il colbacco, finse l’ira, la distrazione, una severità arida, un’ira sordida da questurino. Agì prima di parlare; poi stanco sedette per il comizio. La voce cominciò a palpitare come se tentasse di alzarsi a volo senza riuscire; stridula anche se ben modulata, si svolgeva in frasi studiatissime, trivellate dalla memoria che le riempiva di particolari, di un’infinità di aneddoti, di allusioni, di richiami. Mai, come in quel momento, apparve la freddezza di questa testa calda, la sua frigidità senza vie d’uscita, talché fu quasi un giucco per il padrone affermare troncando il monologo “la vostra esibizione sul bacio è finita, Bergerac, almeno per questa sera. Amico mio, avete inumidito le palpebre a più d’una donzella. Per me, la frase più intelligente, cioè più acuta, udita questa sera, in quest’afa, in questa città; oh, gli è che non ricordo bene tutto dopo un giorno di fatiche (fingeva la smemoratezza assai divertito lo sciagurato, ilare); ma questa sì la ricordo. La signorina l’ha detta: la sua voglia di togliersi il vestito. Ma lei Geo non riesce a capirmi, lo so. Sono troppo vecchio per lei, lo so; la capisco anch’io. Sì beva il suo cognac prima di andarsene; lo beva a cuor leggero; lo beva adagio, addio”

e si distese nella poltrona chiudendo gli occhi, riparato, quasi si disponesse a dormire ignorando gli ospiti. La riunione si sciolse poco dopo ed Ettore si ritrovò nella stanza stanzuccia stanzetta in cui soltanto un oggetto l’aiutava ed era il letto, duro, restio ad accettarlo e a sopportarlo, ma che finiva per dare al corpo un ristoro anche se solo riposava ad occhi aperti, guardando oltre la finestra. La notte fu lunga a passare – le notti sono lunghe a passare. Aveva giocato, malissimo, le ultime partite, anche le ultime carte, e adesso non gli restava: a) che andare ad ascoltare il flamenco rock, il rifiuto ufficiale, in banca, nel giorno stabilito martedì; b) cercare di scoprire qualche alternativa urgente, una soluzione di emergenza, se mai riusciva, nei ventidue giorni che mancavano alla fine di quel mese. Aveva giusto ventidue giorni esatti, compresa nel conto la domenica che cominciava. Lunedì dai giornali apprese che il funzionario, eventuale amico, il competitore sodale di suo padre, a cui era restato tuttavia soccombente nella disamina dei fatti e delle occasioni a lui negative, era morto di un colpo, in casa, domenica mattina. Un infarto, uomo di sessantadue anni, sei e due, valente probo integerrimo fra il cordoglio di direzione centrale e periferiche, segretarie, agenzie, succursali, amici, mogli di amici, la mia signora, parenti, figli, colleghi. Il dolore.

Ettore fu colpito non tanto dalla notizia della morte, che comunque non riusciva a distrarre o soltanto ad allentare un’operazione la cui conclusione era fatale; ma dal riproporsi alla sua mente di talune immagini, particolari, suono di voce, di quel personaggio concluso che si sfaceva, che era più nulla dopo la discreta potenza in vita (nel suo campo legittimo) – essendo che automaticamente scattava la teoria dei gradi, dei lubrificati congegni per una lunga esasperata dolente e d’altra parte inflessibile trafila burocratica; c’era un nuovo sedere per l’incavo della poltrona. Il ricordo della voce, di alcune parole gravi, la serietà tenera e turbata delle allusioni l’accompagnò e lo distrasse da altri propositi. Chiuso in casa, sudato, a torso nudo, restò il giorno intero disteso, mezzo accecato dalla luce, mezzo affondato nella penombra calda, bagnata, polverosa, a pensare con le immagini in movimento, non riuscendogli spesso altro modo di intimità con sé e di conforto.

Un violento temporale all’alba poi un vento, quasi un vuoto, che lustrava le pietre e le pietre splendevano e respiravano. Ettore arrivò alla casa sul viale; immersa in un verde afoso, in un silenzio appena crucciato; era una palazzina a quattro piani, di gusto modernissimo, a vetrate continue, una casa aperta alla luce con tutte le braccia, impudica e brillante. C’era molta gente che aspettava a crocchi scostati, con l’atteggiamento di chi compie e partecipa a un dovere, a un obbligo d’ufficio da cui non si può rifuggire. Nessuno guardava il cielo e l’aria zampillante con nostalgia; tutti accondiscendevano all’obbligo di incolonnarsi a tre per volta, le mani dietro la schiena, il cappello fra le mani, il viso né alto né basso, nell’attitudine guappa di disinteresse, un’andatura, oh l’andatura ferma e riservata (un capolavoro di presunzione), conscia dell’importanza del personaggio che si accompagnava e dello spettacolo a cui si partecipava, pubblicamente. Il suo estremo atto di forza (del morto); l’estremo ossequio ufficiale. L’ultima noia. Certo che di lì a un’ora, salva la messa del trigesimo in pompa magna, l’avrebbero dimenticato. Era nella norma. Lui stesso l’aveva affermato in uno degli ultimi incontri con Ettore, così bianco nel viso bianco dei capelli bianchi “vede se al mio posto ci fosse un altro, un altro sedesse, come può capitare fra poco, le direbbe le stesse parole. In fondo abbiamo scarsa libertà e dobbiamo perfino censurarci a pensare, se vogliamo durare e sopravvivere. Se vogliamo progredire. Ci è negato professionalmente il gusto dell’avventura, di qualche incertezza, di una improvvisazione; il giuoco insomma. Ci richiamano alle cifre – che costano poco. Alle volte è una pena, come in questo caso”.

Il corteo si snodava per il viale, lunghissimo lento, senza vessilli e fanfare. Un importante silenzioso corteo per un signore importante. Molte corone sui carri concludevano la sfilata; macchine e macchine dietro. Ettore si trovava circa a metà; dopo aver firmato il registro s’era tenuto da parte, indeciso se andarsene, come doveva, o restare, senza alcuna necessità ma per una curiosità meschina, o soltanto per curiosità, o l’indifferenza, o per la noia. In effetti non sapeva dove andare in quel momento. Camminava, un po’ pensando e un po’ guardandosi intorno, con l’insofferenza che il pensiero della propria condizione insinuava anche nella bellezza del mattino d’estate. La ragazza bionda, giovane, che gli camminava al fianco – insieme a una signora anziana e tanto grassa che faticava ad avanzare e sbuffava col naso, sudava, si sventolava con un piccolo fazzoletto bianco. La ragazza è Elisa, la sonata per Elisa, chiaro di luna per Elisa, Elisa coi capelli biondi, il faccino scavato, gli occhi lucidi ombrosi, indecisi per una riservatezza del cuore; e l’aggraziata persona, i piccoli piedi. Con Elisa cominciò a incontrarsi da quel giorno tutte le sere (i tramonti) e la domenica due volte. Passeggiavano parlando. Era piacevolissimo e distensivo – lo riconoscevano entrambi; sedevano anche su una panchina, semplicemente; o al tavolo di un caffè non affollato. Si distraevano, sentendosi in armonia. Studiava chimica, aveva qualche progetto misterioso per il proprio futuro, idee chiare sulla vita (per quanto possibile), qualche dubbio ancora a ventitreanni. Fumava molto, parlava adagio, pochissimo di sé, qualche accenno, mescolanze di ricordi, e poi? Parlava dei problemi, di idee generali, argomentava sottile, ben informata, con qualche novità. Passavano i giorni. Ettore si limitò a inoltrare in banca una seconda richiesta, dettagliata e sottoscritta, motivando con una scusa banale (lo riconosceva) la mancanza di un garante, di una firma di avallo e si limitò ad aspettare, non tralasciando di consumarsi per scovare una nuova idea, una seconda sollecitazione, qualche cavillo. Bah! Con la madre aveva chiuso; morta sepolta la vecchia non intendeva più rivederla, crepasse con la sua roba e addio. Era certo che la banca avrebbe senz’altro respinto la domanda, per via gerarchica. Occorreva trovare – se voleva scampare sul serio, non limitarsi con sarcasmo a guardarsi bruciare sul fuoco – una persona fisica, una mano vergante, l’oggetto dei sospiri. L’impresa appariva disperata. I giorni passavano. I momenti di pace erano con Elisa (Klavierstück für Elise).

Va da Canestri, l’usuraio elegante. Cercava una soluzione. Era un giovanotto slavato, con un colorito epatico sulla faccia, un nervosismo di manovra, le mani sempre in movimento; e gli occhi puntati. Sui trent’anni, ricchissimo. Non c’era una storia misteriosa dietro questa sua ricchezza (una montagna di grana diceva la gente) ma un’attitudine della famiglia, una congenita disposizione di tutti a ramazzar quattrini dove fossero, anche sotto un sasso nascosti da un vecchio crepato al tempo di guerra (capace di scovarli mentre cerca i lombrichi per la pesca); ricco il padre, ricco il nonno, ricca la madre, ricca la vacca della sorella, apriva la mano e un passero gli sputava un quattrino, zac! dal didietro. Un uomo fortunato, una famiglia fortunata; quell’anno era sulla bocca di tutti l’affare delle aree verso l’autostrada del sole, alcuni miliardi di spesa e il doppio sull’unghia di guadagno a pronti, sgranati in carità e di prescia – per i quattro speculatori dalla camicia pulita e Canestri era il terzo di questi. Ha guadagnato il suo miliardo in un amen.

Bene, bene, bene. Aveva l’ufficio all’ammezzato, in un palazzo del centro, disadorno era, gelidissimo nella nuda armonia delle pareti.

“Mio padre conosceva sua madre”.

E dai, gemette Ettore, ottuso e offeso da quella perenne presenza dell’ombra paterna che lo rimordeva. Nell’aria un odore di latte bruciato, non come una naturale emanazione lancinante dell’ambiente, ma salito a tergo dalle bassure del palazzo e insinuatesi attraverso le finestre semiaperte; un odore di cucina, la mestizia delle ore, il fastidio della pioggia contro i vetri, le grosse voci piantate nell’asfalto, nella polvere.

Lo guardava curioso, lo osservava ed esaminava ficcandogli contro, come due cerini accesi, gli occhietti gonfi, brulicanti di vermi di malizia. Sotto nella strada, o dietro nel cortile, doveva essere un garage, con i rumori dei motori tenuti in folle, a basso regime, mulinando poi accelerate che scuotevano l’edificio, il rigurgito dei gas s’alzava a nuvolette rotonde, le debraiate, il cicaleccio degli apprendisti stregoni e dei volgari meccanici. Era un continuo scaracchiare, e insulti, poi voci benedicenti al dottore, l’inchino della mano e del piede al passo del commendatore.

“La sua famiglia un tempo era amica alla nostra”, stringeva fra le mani un tagliacarte di legno; “Sette milioni, dice? e quali garanzie?”

“Cambiali”.

“Cambiali? in commercio sono carta soltanto”.

“Ho il mio nome”.

Quasi crollò a terra, convulso, non offensivo, era soltanto un riso, mordendosi di dentro in una ferocissima contentezza.

“Non può essere così ingenuo”.

Ettore si sentì bruciare; ira sorda, il rancore (ebbene?), il dolore in bocca come di frutta acerba; un groppo nella saliva.

“Non è ingenuità, è amore” si ascoltò rispondere in un angolo cantando, come sdoppiato, lui stesso in un angolo e l’altro seduto, col suo triregno; rispondere così tranquillamente perduto. Era sicuro di giocarsi il credito personale sulla piazza

“Non è possibile, diobono”

“Non che cosa?”

“Questo”

“Che cosa?”

“Dovrebbe saperlo. Non basta mai, la parola non basta, di nessuno. Carta canta? Chi potrebbe aiutarla fidando solo sulla parola? Un matto forse. Ma la carta di una cambiale non canta; è carta da cesso, magari anche con la sua riverita firma sopra. Se lei non paga (mi scusi) me ne sbatto di ficcarla in galera; se ho dato quattrini rivoglio quattrini. O muri di pietra magari in cambio. Nient’altro. Me ne sbatto della vendetta, in questo modo. Su che cosa mi appoggio allora?”

“Allora? a chi date i quattrini?”

“A chi ci pare, beninteso. A chi è solvibile con case, terreni, gioielli e mogli belle, muri di fabbriche, ferro di macchine che lavorano, quadri alle pareti e titoli in banca. A questi la borsa è aperta, tutti prestiamo, così; almeno io presto. A questi e a nessun altro. Me ne sbatto di cadere negli ingrippi e di scoparmi con la galera degli altri. Non mi pare, a parte la sua onestà che non discuto, che lei da quanto dice possa offrire queste pezze d’appoggio case terreni fabbriche, vecchi ori e quadri. O io ho inteso male e lei invece può esibirci quadri, ori, fabbriche, terreni, case?”

“Non ho case, terreni, fabbriche, né vecchie vernici”.

“Vede bene. Allora?”

“Ho garanzie (solide) di serietà professionale”.

“L’onestà non fa credito per queste operazioni, non regala credito a nessuno. I quadri, i gioielli, i terreni, le case; questi oggetti palpabili, queste sacrosante verità, i beni del signore, offrono garanzie dense e ben calcolate, a un credito intelligente. Mi capisce?”

“Capisco. Eh, certo capisco. Un credito intelligente”.

“Ho detto bene”; subito giulivo, “lei traffica in armi antiche?”

“Questo, fra l’altro, è il mio lavoro. Non un traffico ma un mestiere di pazienza soltanto”.

“Veda veda questo pugnale” aprì in fretta un cassetto

– Ettore è per la strada di fronte a un negozio con eccelse vetrine brulicanti, lo sfarzo delle luci al neon. Ottoni, pezzi nichelati, fucili da caccia con il calcio incastonato di madreperla effervescente e la cassa lavorata a ghirigori, arabesche, serpentine, uno sfoggio di bulini, di inedite scene di caccia, con qualche foglia di erba gentile. Inoltre, nel centro della vetrina illuminata da due piccoli riflettori nascosti a luce vivissima, per l’antica via del centro, la pistola calibro 7,65 con ricche incisioni; il modello 421 calibro 6,35 con guancette in tartaruga montate su apparecchio metallico dorato, dentro a un elegante cofanetto; il fucile S.I. 3 EL a ejettore automatico, bascula in acciaio speciale. Vicino a una pistola a tamburo, dalla canna slanciata ma con nel mezzo una massa pesante tutta incrinata da scavi profondi e rilievi affilati, dondola un cartoncino stampato a caratteri Shadow nero tondo corpo 10 dal rilievo scuro e ordinario:

“Nessuna epoca più della nostra ha bisogno di esercizio, di autocontrollo, di calma e di fermezza. Le inquietudini, le preoccupazioni nel succedersi febbrile degli eventi, il ritmo ardente della vita lavorativa, impongono sempre più all’uomo – protagonista di questo suo tempo – doti particolari nel carattere e nel fisico. S’impone cioè la ricerca di mezzi adeguati allo sviluppo di tali doti per raggiungere una propria personale sicurezza che stimoli, di conseguenza, i riflessi. Tra i mezzi ampiamente sperimentati e collaudati da consigliare per questo fine, come regolare esercizio, è il TIRO. Il TIRO, nelle sue varie specialità, è conosciuto come sport e come svago; sport che offre motivi di vivo entusiasmo, svago sereno e tranquillo. Dal 1680 armi, sovrapposti serie SS 55 B; S56E…”

– Ettore lascia il negozio. Il giorno diffonde un chiarore verso ombre lontane che sembrano colline e in realtà sono rilievi grezzi del terreno; mucchi di detrito, di pietrisco, sabbia di fiume. La città nasconde i vicoli dove cartocci di immondizia ammuffiscono e dove un pulviscolo d’oro cala dai tetti ed esplode per le vie del centro, lungo i vialoni illuminati da un boato continuo, intermittente, o in piazzette illustrate da un superstite marmo antico – in cui boutiques larghe quanto un paravento, profumate di silenzio, improvvisano incontri d’amore. Volteggiano nell’aria alcune piume cadute dai tetti, un odore di terra e di benzina si mescola a miasmi acidi, al fresco di cantina che sale a vampate dai vecchi palazzi. Il fumo delle case si muove con la brezza che cresce; la notte avanza, è un soffio; poi scatta come una molla. A destra, accanto al marciapiede (cento metri d’asfalto senza una grinza che segni il catrame) una fila di macchine lustre di spirito, orocrinite, senza un soffio di spuma di polvere, aspettano con confidenza ma indulgenti, ognuna sola e appartata, perché “ciò che è incustodito è custodito dal destino”; e nei rilievi della cromatura, negli intrecci delle gomme special ben rilevate e forti, si possono leggere come su una sfera astrale, presagi di autorità, potenza, denaro, l’amore delle donne, bisbigli, il sangue delle vergini, servili omaggi, una riverenza prolungata. Una vecchia, il collo stretto da un nastro nero, incipriata, è seduta in una di queste nuove diligenze, dai vetri abbassati. La signora gira la testa (non oppressa dal caldo), si volta a guardare, indugia, muove le labbra, aspetta, poi sembra appisolarsi, ma basta un nulla a distrarla, a riportarla alla vita, toglierla da quel gorgo in fondo al quale è la morte. Ne sente a volte il fiato sulla pelle, un freddo di bottiglia. Aspetta con sforzo, un poco inquieta, poiché muove soltanto gli occhi, seguendo ogni persona passare; abbandonata e affossata nel sedile, dentro al tumulo della notte – che il fragore della strada, le luci dei negozi, lo sfarzo delle voci aggruppate, il suono dei passi, non riescono a coprire. Ma, pensa Ettore passando veloce, “vive anche senza aiuti chi è abbandonato in una selva”. La signora è nel buio, sempre più dirada. Un caffè in fondo a un passeggio importante; si radunavano pelliccie e cappotti di loden al tempo dell’inverno, artistiche ambizioni annegate nella noia – in una patetica tristezza. Il passare degli anni. Al principio di ogni autunno le donne, con dolcezza, hanno le ciglia più bionde, slavate dal sole del mare. Chi si lamenta dei figli; o si passano biglietti amorosi. Al caldo d’inverno, al fresco d’estate, i grassi i magri i timidi i vanesii i furbi, o soltanto i falliti. Una corsa alla morte, nella montagna dei giorni. Lì Geo trionfava, ubriacandosi di verba e di autentici cicchetti e dimenticandosi di sedere per ore. Sorbiva fumando Chesterfield l’aria del successo locale, divertendosi su se stesso e con se stesso, disprezzando altrui, arrogante e mellifluo, egli inventava, frivolo, indifferente, ossessionante –

quando doveva passare, nell’ora, in certe ore, o solo in alcune giornate dell’anno, ad ore fissate; eh! quando doveva passare l’alto pittore famoso, così antico nella disarmata vecchiaia, alto silenzioso in se stesso ingrugnato; attento con l’occhio abbassante la coda sotto le lenti spesse che sfavillavano; e trascinava la cordicella della fama faticosa dietro a sé, un cagnolino guaiente, il minuscolo animaletto farfalleggiante che lo seguiva e lo chiamava per nome applaudendolo, fra il commosso silenzio della popolazione che batteva, col cuore, le mani. Una fama di pietra passava, il marmo strideva sul piancito procedendo – un cammino greve, sempre più antico e remoto, fra gli scheletri che penzolavano a guardare.

Era un caffè e lì Ettore incontrarsi con Gropius doveva, per visitare una casa con mobili antichi che si vendevano in fretta. Geo parlava e dicendo noi col piumino della voce si strusciava, era uno sbaffo sul labbro, un piccolo furto, la vanità che si drizzava. Ettore aspettava Gropius e ascoltava.

(Da spiegare che) nessuno lì, fra gli uomini e le donne, e giovani invadenti, e ragazze; neppure Geo in vetrina conosce l’attuale abiezione di Ettore, il suo dolore, la sua angustia, l’angustia delle giornate trascorse da un ufficio all’altro – nel silenzio – sull’attenti dinanzi a occhi aguzzini – nel silenzio – per domandare o soltanto per chiedere, per molto pregare. Nel silenzio. Nessuno immagina questo fastidio (che altri lancerebbero a girandola per l’aria), quanto rancore e odio contro di sé e quanta paura sottile, che morsi di questa paura, a volte bestiale, quel malessere ossessionante ecc.; – e Geo diceva, trascolorando da una finta ambascia all’altra, fumando e soffiando il fumo, che si riteneva coperto assolto confortato in definitiva da questa frase letta in un diario chi sceglie una volta per tutte si esclude dalla storia; e la giustezza del lemma, considerati i tempi, consisteva nell’ampia disponibilità pragmatica che concedeva all’individuo eccetera.

Gli obiettavano che la frase era ambivalente e acuta, utilizzarla in quel modo era defraudarla alla fine. Badasse! Il sesso, gridava Geo, ecco l’orribile ombra del secolo. Asessuiamoci e trionferemo della morte.

“Che c’entra la morte?” chiedevano allocchiti e lusingati gli spettatori; “Mica di morte parliamo (tocchiamoci i coglioni) ma della nostra vita, ore e giorni (che purtroppo passano ahimè), del deserto della notte, di lavarsi e di leggere; dell’arte di fare all’amore. Andare a letto con una donna è un atto della vita. Che cosa c’entra?” e l’amenissimo Geo risponde che il sesso conduce all’incertezza, al dubbio, all’amarezza, a una specie, come dire? una specie di insoddisfazione. È come la sete, non si riesce a vincerla; come un malanno dura insiste resiste nel corpo. Dove si rifugia l’agilità della mente, la sua curiosità, la fame di idee, il bisogno di discutere, una forza per durare a parlare? L’uomo sazio ha sonno, ha sete, ha fame, ha il pianto; ha la mente distratta, i pensieri divagano, ballonzolano.

“Bah!” un coro di meraviglia; Geo con un gesto di fastidio, da una tazza rotonda, col cucchiaino, immergendolo nella panna, cominciò a mangiarsi la macedonia. Il viso gli si distese e non ha altre preoccupazioni che l’intreccio delle moccicate, sceglie i pezzetti immersi nel sugo, profumati di zucchero e rhum da portare alle labbra, adagio. Una voce guardandolo: esse mala malo mala mala sata – Geo col suo cucchiaio alle labbra. Sei brutto, Geo, sei cattivo Geo; ma che cosa vuoi dire mala mala malo? è greco, è latino? no, è sanscrito? traduci Geo, ahi tu! Erano agitati, curiosamente; parla Geo, di’ Geo. Ma Geo delibava, lentamente, col suo cucchiaio nell’aria – e una voce: preferisco mangiare con cattiva mascella; è così ah! Geo non traduci? non distilli fra un boccone e l’altro della tua macedonia? nel riso, nella luce delle case antiche trascinata sulla città dal volo rumoroso dei piccioni, si dimentica la ragione del contrasto, le parole avverse, i fastidi del cuore, tutto si volge al giuoco e si dimentica. La luce si irrigidisce, per un momento sembra spegnersi, poi brilla ancora nella calura.

Il bar non è vasto, la superficie è occupata da un bancone lustro e dalla tavola delle paste e dei gelati – ha vetrate spalancate che non difendono dalla città. Il suo colore, così

è il colore del cielo

d’inverno, verso sera, la neve

azzurra, chiarissima, di cera

sui tetti, in un

contorno di notte già caduta.

Spettrale; con le prime luci accese.

È questo, egli pensa, che manca

alla vita; la severità

dell’intendimento, la chiarezza dei

sentimenti (la vivacità dei contrasti), e nel dolore, la

resistenza al gorgo del cuore;

nell’amore non cedere all’egoismo.

Io sono solo, più solo di tutti, eppure.

Bei volti intenti, volti giovani

intenti, splendidi nella curiosità

e nell’irrisione, tesi

con gli zigomi magri, i giovani

visi (le facce), le giovani mani, le gambe

sottili, tutti i pensieri intenti

giovani e infermi – per un’estate.

Dice: Parlate da vent’anni, voi. Bella gente! Questo è un male italiano. Mille volumi negli scaffali, non un gesto concreto che conti, che valga qualcosa…”

Dice: Sei un empirico e per giunta grezzo. Vuoi un consiglio? bada alle idee, spremile, rivoltale. Le azioni sono cose mal fatte dagli uomini, sempre uguali! sempre quelle…”

Dice: T’arrangi a salvarti in corner perché non conteresti un gesto a tuo favore. Nessuno muoverebbe un dito; neppure il mio amico terrone di un tempo, divorato dalla sifilide. Che testimonianza! Vi rubate le idee uno all’altro, vi nascondete la mano. Quali idee? Tutto è uguale, mi pare, o assomiglia al ventaccio; al suo soffio, al rumore del suo soffio; una sostanza che sembra fragile ed è virulenta, la presenza di un attimo che dura per una stagione, contro voglia, infine tutto scompare realmente. Scompare per sempre. Appunto come il ventaccio che cade al modo di uno zurione attossicato dal DDT. Come il vento. Per sempre”.

Dice: Guarda Geo. Alza il tuo magro naso fra il fumo, soffia il fumo via. Guarda; e guarda a questa luce pazza (così strana) del tramonto. È un’eclissi, dura un minuto e scompare, divorata, rosicchiata ai bordi. Le idee, idee! ma se non sono vostre, neppure sbagliate sono vostre. Rubate, ecco…”

“Questo è giusto, ah, questo è vero” la ragazza è tutta felice; “il cervello di Geo è fatto di carta da macero. Scusami Geo carissimo ma è così. Sei attraente, dicono che sei bravissimo. In tutto. Anche in computisteria sei bravo – ci riesci? – tipografia, metallografia; fai i piedi alle mosche; carico e scarico dei magazzini. È un’orgia. Parli di tutto. Ma senti me – non c’è nulla, nulla, in nulla, nulla, credimi, Geo mio caro, oh Geo carissimo, Geo saputo, colto e inclito Geo; Geo serpente, scimmia, orango ferito, bisonte con la sete; ma non c’è in alcuna tua parola il segno (è perenne questo?) della fatica, di una fatica. Sei soltanto una focaccia, con quel tuo viso di burro… Ecco, ecco, spremi se ti riesce una lacrima sul mio fazzoletto disteso. Sei bruciacchiato mio caro; svolazzi qua e là sembri una farfalla, ma a volte, scusa, con la grazia dell’elefante. Sei bravissimo, Geo mio adorato…” Geo aveva asciugato la coppa e fumava beato, impassibile nella foresta di teste. Fra le palpebre socchiuse, senza angustie del cuore, freddo come la pietra, duro come la pietra, insensibile come il cadavere sotto la pietra per sempre, sogguardava il bancone delle paste con un sussulto di fanciullesca ingordigia e chiese un caffè.

Geo cretino, Geo sottile. Divoratore di libri, divoratore di lardo, evacuatore di idee, spiegazzato ideologo, uomo cornuto, scalmanata cicala, schiavo erudito; piccolo guerrigliere caduto nel fuoco del pomeriggio, idolo delle folle di una borgata, ingiusto e malvagio ma capace di pentimento, onesto all’apparenza (ma nelle notti solitarie, con l’orecchio all’uscio, indifeso); tu vivi e rivivi in una lunga catena di giorni, sempre uguale a te stesso fino alla morte.

Arriva Gropius. Per lui…

Invincibili armate trascinano alabarde

e uccidono, così a lungo vivemmo

che ci è ignoto il giorno della nascita.

Oggi apriamo i cassetti, mettiamo

ordine nelle carte, nulla è compiuto.

Non c’è tempo di rammaricarsi, è freddo

il cuore, incalzano oltre gli anni veloci

anche le giovani turbe che ridono – e il ricordo

dei vecchi amori. Si può sedere e cantare,

il cuore spento nel ricordo della fiamma.

Siamo dentro l’inverno?

l’inferno è alle porte. Ecco

eserciti stranieri che conquistano,

invincibili armate trascinano alabarde

e uccidono, così a lungo vivemmo

che ci è ignoto il giorno della nascita

– in cent’anni, mille anni di storia

in epoche glaciali affonda il nostro primo errore.

Alla parete nessuna decorazione,

dentro a un legno sconnesso il tarlo dei ricordi

degli errori che bruciano, degli incubi

che tagliano il buio della notte.

Escono dalle grotte dei pensieri a frotte

i nomi che si credevano dimenticati

in una foresta – e il viso, gli occhi

i grandi occhi sporgenti e tondi degli impiccati

– La neve sulla pianura e sulla montagna, le gallerie dell’incubo e i rami intirizziti, la colpevole complicità dell’aria distesa per terra senza case, bassa e pesante; la nebbia fra gli alberi perduti. Su questo, il treno che batte nei binari con suono informe; improvvise aperture azzurre impastate di fumo, sulla pianura. Alcuni uccelli cadono dentro al paesaggio invernale. Oppure preparato dal cuore (dal rigore dell’inverno che brucia se stesso), un paesaggio senza neve, scuro e sporco, con alberi ormai cadenti, cimiteri abbandonati, case fra i campi.

Mentre si va a morire.

Quando si incrocia un altro treno i colori balzano contro gli occhi, esplodono e riempiono l’aria; per un attimo il sole. Così era – tuttavia pesante di bronzo come i cancelli del cimitero (nei dintorni dell’Aquila li vidi, cavati per il museo) – la speranza di sopravvivere. Gropius andava allora col treno (trascinato dal treno, stretto fra le sue crocchianti giunture, un treno di bestie impregnato di sterco) lungo lungo e di esasperata lentezza, pianti prima e pianti adesso – allora, per la partenza, il rapimento, per il destino terribile; adesso, per la tenerezza della carne salvata e il ritorno sui luoghi della vita, non più col ricordo. Ma alla fine era solo; non più padre, il padre con la barba stretta al mento, grigiabianca nella magrezza; non più madre asciutta d’acqua e di carne sulle grandi ossa contadine, ingenua nella sua tristezza; non più sorella. Con lui partiti nel paesaggio invernale e morti uccisi per sempre, come? nelle camere di fuoco. Cos’erano gli anni, i mesi del ’43! Le gallerie, le interminabili gallerie sempre uguali; il ghiaccio a lastroni sul fiume; c’erano i topi morti nella neve con gli uomini morti.

Gropius tornato era solo amico di Ettore; viveva con fermezza ma senza speranza; quasi infastidito dalla vita preservata; il ricordo era più forte, un pugno continuo nello stomaco, sul fegato; era più forte delle possibili tenerezze concesse un po’ a tutti dalla vita risistemata. Era sempre presente a se stesso, come a guardarsi dall’alto dentro a un pozzo senz’acqua, in una luce scomposta. Così la sua voce e i suoi occhi si smorzavano nella sabbia dei sentimenti; tutta la persona esprimeva compostamente un’esperienza di vita garantita da orribili dolori. Attraverso i quali non si passa senza morire di dentro. Arriva Gropius. Anche nel caldo non sudava più; non si scioglieva più di fuori. La neve nemica della giovinezza, coagulandosi nei ricordi, gli aveva insinuato con durezza, in corpo, un freddo continuo, una sofferenza di gelo, così che era sempre pallido, rannicchiato nei panni. Beveva caffè per scaldarsi. Cento al giorno, mille alla settimana e quanti in un anno? L’eccitazione si esprimeva nella volontà di fare, di agire; sempre in moto, sempre pronto “per non restare solo”.

Si fermò accanto al bancone, bevendo un amaro e ascoltando le voci. Conosceva Geo e lo detestava (“con quelle labbra, e quegli occhi, è certamente un coprofilo”), (“in fondo è un fascista senza essere nemmeno anarchico”). Il suo male al ventre, continuo; sentiva lo stomaco come una pesante latta affilata, piena, legata a metà del corpo, che gli comprimeva gli umori, gli dava la sonnolenza e qualche volta dolore. Benché mangiasse nulla. La sua fedeltà nell’amicizia era di una tenerezza che angustiava (miracolosa); forse l’unico appiglio, per lui, naturale, al mondo dei sentimenti. Era il solo a conoscere l’affanno attuale di Ettore, il solo che potendo l’avrebbe aiutato.

Geo intanto taceva, oppresso forse da un’ombra di stanchezza o dall’irridente contraddittorio dei giovani e bellissimi antagonisti. Così, nelle luci delle vetrine e del negozio addobbato, reclinava il lento crepuscolo dei monti. La bomba atomica ha prima scarnificato la natura, distruggendola poi. Oggi l’uomo la ricrea a suo uso e consumo, secondo la necessità e non secondo la fantasia; la ricrea, non la riproduce (più).

L’umanesimo è finito; così quell’egrotante ordine fasullo.

– E se voi voleste, che non volete, perché intimamente sapete, voleste che la struttura –

– dico la verità, la società:

– ma vedi, non si può mutare dal di fuori, come tu vorresti. Conflagrare dal di dentro. È ancora questione di pazienza. La ragione (lucida) che s’adegua alle circostanze, per correggerle. Un bisogno di chiarezza; della lucidità che soltanto la scienza concede.

Allora rassegniamoci ai sofismi

– la nostra educazione accademica

– il pregiudizio del matrimonio

– l’aborto

– non mi sposerei mai più in chiesa.

Con Ettore si allontanano. “Con una donna si può solo convivere. Convitarla, essere l’ospite; io di lei o lei di me. Una porta aperta. Si dura di più, naturalmente, sapendo che ci si può lasciare da un momento all’altro, senza equivocare. La solitudine è guadagnata; c’è più respiro nella cosa”.

L’appartamento della signora, nel palazzo di un pittore famoso, buono e bravo quanto antico di vita e fottuto dalla storia degli uomini; si entrava in questa vecchia casa col timore del buio, con circospezione; e questa, propriamente, signorina, minuta minuta, piccola ma con un visetto arcigno, occhi sospettosi, quel sorriso cattivo, furbetto, che dice “non mi freghi”. Inutile comperare in queste condizioni, e di roba ce n’era. Nelle stanze di questo avvocato morto ultranovantenne mesi prima e ricco fino al collo, fino al dopoguerra, e via via ridottosi per affari sballati all’osso, o per inedia dell’età o per un finale disinteresse –

 

il suono delle campane nella notte, sdondolavano, due campane a contrasto, una disarmonia integrata. Il suono della solitudine nel buio, nel silenzio limpido enorme del cielo, fortissimo, senza vibrazioni; si ripercuote spezzandosi, si smorza. Pare che abbia lasciato un buco da cui spiove un residuo d’azzurro. Tutta la casa è un ammasso in disuso, polveroso, caotico, nel suo letto di morte; corridoi; un salone nudo al centro, il giardino circondato da un muro conventuale ha fra le aiuole un orologio – la torre di un orologio, retorica e burlesca, o addirittura tetra nella ruggine dei numeri, nelle lancette spezzate a metà. Le pareti coi segni dei quadri e delle tempere staccate; i quadri, le tempere accatastate alle pareti –

le grandi cornici degli specchi ammonticchiate, sui tavolini dagli zoccoli dorati centinaia di orologi, sui canterani, per terra, sulle seggiole, con ometti muoventi il corpo, solo la bocca, le braccia; uccellini cantano, l’acqua scroscia – un filo vetrato che s’agita fra il fogliame verdastro. Cose ingrigite dagli anni o dalla polvere,

c’è un quadretto di mano cinquecentesca, luminoso, lire centomila, senza cornice che non importa – ma la signorina sa tutto, dieci milioni gli orologi eccetera. L’avvocato le ha lasciato ciò che restava; la casa è ipotecata, è morto senza quasi denaro, l’ultima causa a ottant’anni poi un ottenebrarsi, lo sfacelo della volontà toccata dalla sclerosi, lo sfacelo nelle cose intorno; la terra man mano esitata, svenduta a bocconi – dopo averla conservata per tanti anni, difesa, aggredita, la lasciò infine con indifferenza, col gusto quasi del male; quel lunghissimo vecchio nel letto di morte, con zampe interminabili e braccia tutte a nodi, scure, pelose, – un orango nella tomba; due artigli paurosi; e c’era lei, la piccola opprimente infermiera; ha cento vene sul corpo, (non nel corpo) come tante tele di ragno scialbe, su un tronco; tutte in superficie, bluastre, lei stanca, lei anche lei più vecchia, al telefono del vecchio, alla porta del vecchio, alla medicina del vecchio, la pappa del vecchio, alla fine il vecchio era morto e adesso –

gli orologi accatastati su panche, per terra, in bacheche dagli sportelli sfiancati, alcune con i vetri spezzati, un odore di umidità, di muffa, di oscurità – le stanze con le travi di legno, finestroni sul cortile; il presepio settecentesco con le figure dai vestiti cincischiati, colori acutissimi, luci di oro appena spento – comunque scintillanti di carminio, ammucchiate nello scatolone rotondo, una sull’altra, una su l’altra, gambette teste e manine che quando Ettore le sollevò penzolavano in guizzi che le rendono ancora vive negli occhi. Occhi precisi, luccicanti –

la campana, tic tac don, i colpi del bronzo contro il bronzo, monotoni, con cadenze militari, simile a un richiamo telegrafico da sponda a sponda, da fiume a fiume, in quell’acqua azzurra d’acqua, di notte, oltre il mare. Le finestre sono spalancare e illuminate, c’è gente nei balconi, le solite voci che si intendono fin dalla strada. Mentre Gropius e Ettore passano di stanza in stanza, la signorina li segue, non stacca gli occhi, segue le mani che stringono, palpano, sollevano gli oggetti; la vocina li descrive, ne calcola gli anni, esalta la rarità, ne insinua il prezzo.

“Si può lavorare in questo modo?” – Ettore, e Gropius con lui, sa già che non acquisterà nulla, non è possibile avviare neppure l’ombra di un discorso. C’è rarità di pezzi in giro, dice la vocina; leggere i giornali, anche il rotocalco ne parla; sembra, essa stessa, subito un oggetto fra le cose;

ancora due stanze, una sala mezza vuota (poltrone sformate, sedie eccetera) con un ritratto di cane, un olio attaccato alla parete; ritratto orribile di un cane accucciato, le zampe avanti, il testone bianco, con iridi dilatate, sperse fra l’incubo e l’idiozia; il mito del buon pastore, del fratello dell’uomo; un grugno magro e perverso

l’altra stanza, quadrata, è zeppa di divanetti; altrove lampadari di ferro battuto, uno di vetro, a foglie fittissime arabescate, a ghirigori, fra il bianco e il rosso è abbandonato dentro a una cassa, affondato nei trucioli; qualcosa, così pare, di mortificato dalle circostanze eppure fino in fondo contrastante alla sorte di oscurità (di indifferenza) con un guizzo di luce, un riverbero, un giuoco sottilissimo nel cogliere i più esigui fermenti del riverbero, magari un filo, dalle incrinature della finestra. Vien naturale di sfiorarlo con le mani, con un dito, tracciare un segno nella sua sostanza, un segno nella polvere, un simbolo per propiziarsi la sorte. O un atto da ragazzi. Quando sono nella strada, oltre quel portone, fra le ombre della strada rotte da luci dondolanti; di nuovo sotto un ciclo calmo – (nella tranquillità dolente e rassegnata, terribilmente autentica, della notte, il corpo si compone, si adatta all’alta monotonia, a questo silenzio ed è come si disponesse, per il sonno, nella terra stessa, nella sua sostanza, fra le radici della terra, cosa morta fra oggetti morti, oggetto respirante e lieto fra oggetti dimenticati per sempre) –

vanno e la voce li accompagna, il saluto della donna, ironico ancora una volta; e inedito (indeciso). Neppure lei sapeva se dare confidenza – come uno spiraglio del cuore – ai due uomini in apparenza severi; o chiudersi in se stessa. Ed è questo atteggiamento da vecchietta disumana, con un piede nella tomba, che ha scelto per consumarsi in sordina.

Non è nulla.

La disposizione al ricordo di Gropius, il caldo della notte mentre vanno per le strade, – il cielo in tutto eguale alle luci rosse nella notte mentre si viaggia in treno.

Poi…

Quando s’alza la luce sulla città nell’impalpabile nebbia lasciata dalla notte fuggendo, o è piuttosto un fiato, o un leggero ansimare della terra, anche gli storni (velocissimi fra gli uccelli) orgogliosamente svegliandosi cantano e inondano il mondo di voci – e c’è l’uomo, che può cantare ma sempre con pena. Nel fiato leggero, nell’impalpabile nebbia, affonda come in una acqua morta il dolore dell’uomo.

Le case fra il verde dilatato, pauroso – l’angolo di ciclo rosso di fuoco nella striscia sottile come una ferita, una striscia depositata sul crinale di strane montagne abbandonate a una ottusa solitudine.

– Belle parole; tutte belle parole.

– I cacciatori sul fiume sparano ai tordi, il tordo si inabissa ferito dentro l’acqua del fiume, che è sporca, scorre via.

– Un tempo si viveva di più; adesso campiamo cent’anni in media e viviamo un giorno solo. Al più, due. È un giorno veramente.

Gropius non poteva aiutare Ettore benché volesse – e lo voleva; ed Ettore sapeva che Gropius non poteva aiutarlo pur volendo – era certo che lo voleva. Gli avrebbe ceduto intero l’acquisto delle robe vecchie, dalla signorina così equivoca per entrambi – nella secchezza del corpo e nell’avidità appena simulata degli occhi; ma non era un affare – né un negozio utile o un intento vantaggioso, il guadagno anche nell’eventualità che fossero riusciti a contrattare con la rigida guardiana di quell’harem in rovina sarebbe risultato alla fine troppo meschino. Per Ettore, inutile. Non era una soluzione, o almeno un palliativo (fugacissima remora) ai malanni. I mali duravano, i giorni passavano sia pure adagio ed Ettore non risolveva nulla – cioè non riusciva. Credeva di non esserne più capace. Momenti, alla sera, in cui temeva d’essere fisicamente disfatto. Era anche frastornato dal caldo e dalla persistenza biopsichica in una situazione incerta, contraria, assai pericolosa. Alla fine di questo mese c’era un vuoto dentro a cui annegare, se non riusciva a salvarsi. E la salvezza era affidata a quel denaro che non riusciva ad afferrare. Ci pensava spesso, altrettanto spesso se ne dimenticava, in una specie di altalenante indolenza (incoscienza) sentimentale – o s’adattava di proposito a non pensarci più. Questo pensiero infatti gli sembrava soltanto irritante e inconcludente. Era uno schifo di pensiero. Non serviva pensarci, non aiutava. Con Elisa. Con Elisa trascorreva le sere, tutte le altre sere, in una disposizione dei sentimenti rarefatta e libera teneramente; arrivavano a tenersi per mano, solo qualche bacio, lo sguardo –

il suo, il suo, una mescolanza aromatica, quasi che gli occhi di lei odorassero o buttassero zenzero. Lei lo amava un poco, o lo amava addirittura come una moglie, placata – come una moglie ritrovata, quindi con una struggente malinconia appena segnata da un residuo di rancore; Ettore, per la prima volta, senza la tensione esplosiva dei primi amori, o con la passione – ma certo con una perseveranza uniforme e tesa, come un’abitudine subito acquisita e ormai necessaria – trovava, nei suoi incontri quotidiani con Elisa (anche dopo le paure, il risveglio degli occhi aperti di nuovo sul risonante mare delle blatte che è il mondo; il pozzo della realtà, il sasso gettato, un tonfo, il cerchio che gira, la fine di tutto) una adesione alla realtà, maggiore vigore nei proponimenti. La madre stava per morire, ma non moriva.

Elisa partì per Londra, giovedì 17; giovedì la banca, per via normale, chiuse definitivamente le imposte all’ultimo residuo di speranza. Salutandolo. In quel giorno, molto amareggiato soprattutto per la solitudine a cui non era più abituato (sicché il suo dolore languiva) Ettore soffrì caldo e sete, soffrì a lungo dentro al suo cuore maturo.

Seppe da amici, poi, che anche Geo era partito per la campagna.

Resisti e sarai maledetto.

Il sibilo, il fischio, la condanna,

il treno s’avviava zufolando,

dietro trascinava le casse vuote

mille casse da morto da riempire,

le ruote s’arrotolano

la pioggia contro i vetri è

detestabile – una luce di lacrime,

il soffio di una candela.

Passano i paesi

la terra è livellata

dalla rabbia degli uomini,

non più grotte o rive delle montagne

non più finalmente la pace dei fiumi

– solo un nudo deserto

su cui l’uomo (forse piangendo o ridendo) si rotola.

Salvare la speranza.

Altri uomini

raccoglieranno i nostri capelli dal fango

interno c’è un poco di terra desolata.

Il cervello di Shelley che sfrigola sul fuoco.

Anche morire è duro, costoso, impossibile.

Non si può fuggire ancora

dobbiamo restare buttati qui.

Intatti (si fa per dire) irascibili e scuri

come i pini di Pisa.

 

II

 

A quarant’anni (è vicino) nel sommovimento delle viscere, nella risacca della vita, nel silenzio che intercorre fra la breve estate finita e l’inverno – cioè il prossimo freddo, il gelo della tomba; noi, nello strizzarsi dello stomaco, nel recere quasi quotidiano e nelle sudate veglie notturne, quando gli uomini che spazzano la strada alzano voci che sembrano splendenti voci e suoni nel vuoto, e nell’assoluto silenzio sbattono le voci sui coppi e rimbalzano e piovono:

– nelle veglie notturne, nel male dell’insonnia dentro allo sfinimento corporale, tutte le giunture lese, le mani magre, gli occhi indeboliti e vacui, quando le voci dei primi uomini nella strada spazzano il vento della notte, allora, nella risacca della vita, nell’assoluto silenzio del cuore, nella breve estate; a quarantanni, quando ci si guarda nello specchio (non lo specchio di vetro) ed è la somma delle nostre vicende passate che appare o l’impalpabile anelito della speranza, il crocchiare delle spente vicende ci sfilano dinanzi sulla faccia, sul collo – provatevi allora ad esistere, a insistere, a vivere allora. A ribadire la voglia insana (stupenda) che esorcizza la vitalità nei muscoli al tempo della giovinezza. Questa età è così lontana, con la sua voglia; noi viviamo in un rancore chiuso, come se qualcosa mordesse dentro, a denti aguzzi, il poco fiele rimasto.

Talpa dagli occhi strabici e dall’orecchio che non suona una voce direbbe: ecco il complesso dell’insuccesso; oppure Geo, senza languori ne donne, lieto del successo fra quattro mura, godrebbe affermando che “non riesce a capire”. Abbiamo altri esempi, direbbe – ma il fatto è che non si può scherzare. Anch’io dico che non si può scherzare con la vita, che è la nostra capacità, non tanto la volontà, di esistere. Senza questo soffio saremmo vuote forme dilatate, replete, braccia molli, pronti per la sepoltura. Ma dillo a altri. A Geo, per esempio, che forse addenta in questo momento il cucchiaio laggiù o lassù, col suo maglione, i libri sul petto durante la falcata delle ore dodici perché gli ospiti dell’albergo possano leggervi i sagomati titoli delle Presses Universitaires. Il fatto è che non bisogna aprirsi di norma ad alcuno (se no rubano anche il tuo dolore), ma tacere, cospirare, sabotare la voglia dell’amicizia, della carità laica, dell’amore (ancora). Essere sospettosi, volgari, alle volte violenti, senza scrupoli; ma neppure questo è possibile. Riesce all’imprenditore e arricchisce. Riesce all’avvocato, riesce al commerciante – con le tempie brizzolate, lavanda Dunhill sul collo, hanno la Lancia Flavia spider; riesce a tutti. Ma non a te buon amico, non a te. Non a te Ettore, non a me; non a lui. A te la società ti butta; a te, Gropius, ti uccide; se non riesce ad ucciderti, ti piange sulla spalla e tenta subito di ributtarti nel gesso, bravo se ti salvi. Se riesci a salvarti, vivi; puoi vivere, ma la pace è degli altri; di chi disfa la pace, a te, Ettore; a me, Ettore; a lui, Gropius.

Se è duro vivere, non si può vivere altrimenti – questa, così è la vita e le sfere del tempo suonano tracciano i lamenti e non insegnano la gioia, ma sono alla fine le uniche voci vere. Adattiamoci, occorre lottare. Vedremo un giorno anche i nemici morire. Scomparire per sempre, bene affossati nella terra, fino al collo, giù fino ai bianchi capelli. Senza pietà per loro, perché non avremmo (non avremo) pietà da regalare a noi stessi – o da dividere con altri. Nessun sentimento da spartire. Soli, davanti a quel vuoto, soli, noi da soli, anche nell’ora della morte.

Adesso Ettore è a casa, accende le luci, spegne le luci, sfoglia le pagine di un libro, apre il giornale, avvia un long play di Mahler, si lascia scuotere (ma resiste) da quella forza un po’ tenebrosa eppure precisa, una calcolata tempesta. Il sogno della morte, dopo il primo tempo del poema; und der Vogel der Nacht schwirrt – umbequem vor das Auge dir. Alle volte quella musica gli pare meno pesante, più appassionata dello spianato ossessivo canto di Wagner – o è la voce di Hoelderlin? Addirittura la voce di Hoelderlin che ha perduro o sia sul punto di perdere la sua tenera grandezza, la splendente Diotima? o quando rinchiuso nella torre ricorda il passato, con quanta dolcezza, in un momento di lucido orgoglio o di stupore? Ascolta il passaggio a mezza orchestra, flauto, violini, introdotti da due colpi di tamburi, il dialogare di contralto e tenore, protendersi, distendersi; un contraccolpo, il grigio dell’autunno, perdita del tempo; spento ogni fuoco, un fiume che si rifugia ripercorrendo il proprio cuore nel segreto della montagna. Der Menschen Worte verstande ich nie, aber… Pare che l’uomo sia, sempre, al limite delle foreste.

Sfoglia il giornale, spenta la voce –

“Il mercato denota oggi un certo fermento. Esso si manifesta con maggior concretezza su qualche titolo particolare su cui sembra concentrarsi tutto il desiderio di azione degli operatori. Le iniziative su STAMPATI, DALMINE, GENERALI, R.A.S., ETERNIT, sono state cosi copiose e insistenti da produrre sbalzi di prezzi di inconsueta ampiezza. Per le STAMPATI si tratta di circa l’8 % di ieri; per le DALMINE e le R.A.S. il progresso è nell’ordine di oltre il 2%…” – poteva tuttavia restarsene tranquillo, almeno per quell’ora, anche se il fondo del giornalaccio impossibile, così perfido acuto, lo disturba, lo distrae con l’illustrazione semplicemente maligna di una realtà senza soluzione, con parole sfarzose (soltanto parole sfarzose); una realtà conclusa in sé, restia, afosa. Ecco alla memoria, vero che lo può sfiorare, ancora il viso di Geo, tirato, vecchio, con la luce degli occhi schiusa in un colore opaco; vecchiezza precoce, monotonia di pensieri, divagare, motteggiare, fraseggiare. “Una divinità capricciosa” esordisce sempre parlando, o andando, o tacendo. Geo continua a divagare, sembra un uccello che si lecca l’ala su un ramo, l’estate brucia, il passero muore o muore all’inverno consumato, vive una stagione breve, libero dalle passioni, poi è secco. Ma Geo parla, accende la pipa, parla; se Ettore gli domanda: “Come avvenne ciò?” Geo bonzo non può neppure raccontare, può esprimersi con un monologo se è notte, o seduto dalla cattedra dispensare sapere con una voce dolce umana, falsa, una lega infetta.

Ettore dice: “si ha paura dei grandi uomini, degli uomini senza errore, di quelli che non sbagliano. Non sbagliano mai, poi bruciano il mondo”. Parla adagio, se non è inteso pazienza, parla a sé solo, divaga, qualche ricordo. Ma quel glorioso assiuolo lo trasporterà via il vento (è la sua coscienza che parla).

“La rottura dell’amicizia, la fine di un amore”; è ancora notte, Ettore disteso sul letto pensa al cumulo dei malanni e a tante cose ancora. Il silenzio, questo silenzio, è pericoloso; incrinato da fruscii sottili, a volte striduli, come un grattare sul vetro o dentro all’orecchio (leggermente allora); a volte un fischio. “Mi pensano” – ma è notte, tutti dormono. È il fischio di Ettore che pensa a se stesso, parla a se stesso, confabula, vive con sé, confidente, figlio, padre a se stesso amorevolmente; in uno stato di soggezione, di crudeltà delirante, di severità opprimente, di condiscendenza, di ricatto sentimentale, di persecuzione e assoluzione. La giornata, ancora una giornata, fu colma

“io dico…”

“tu dici…”

tutto concluso, le poche cose disposte; il dovere assolto, ancora assolto ancora una volta con l’angustia, dato e avuto, saldati i debiti di quel giorno, rimandati i crediti, ricevuto il denaro di quel giorno (nell’ordine dovuto); goduto anche per qualche istante, con una sensazione di gioia, una zaffata di sole affacciandosi a una finestra prima di buttarsi al lavoro. Non bevuto vino.

Il signor Verde, neppure un amico, non tanto un amico, appena un conoscente ma con simpatia, bell’uomo arzillo, furbo negli occhi, un corpo dolcemente rilassato; fu lui

– i baffi spessi e un volto appuntito; quasi invecchiato ma abbastanza sicuro di sé senza molti rimpianti (tuttavia: chi può conoscere fino in fondo la misura di un cuore dell’uomo?); povero con dignità, fermo nei principi, conoscitore esemplare del mestiere: ottocento inglese e francese, liberty italiano (da rivalutare); piuttosto sedie e cassapanche che tavoli o letti; meglio se armadi;

in quei giorni (fu lui) preso con una euforia che non trasmodava ma si esibiva in una piega appena più sorridente delle labbra e in qualche parola aggiunta alla scala del vocabolario – a contemplare un nuovo acquisto di merce, verificarlo con l’occhio, valutarlo in cuor proprio, per una stima del prezzo che equivaleva pressapoco a una esaltazione veritiera delle proprie facoltà di commerciante artista improvvisatore e di critico acuto ma poco famoso; di esperto, come si dice; era una verifica delle proprie doti e un soddisfacimento dell’occhio (come quasi sempre, dopo ogni acquisto, gli capitava), alle volte addirittura di tutti i sensi intenti a toccare o piuttosto a sfiorare gli oggetti con la mano, o piuttosto col polpastrello un po’ curvo, leggermente scarnito, tenuto eretto e rigido come lo scultore –

il bel polpastrello di vecchio, non l’ottuso duro arteriosclerotico polpastrello e in esso l’insensibilità dell’anima artistica e degli specifici mezzi di comprensione e verifica; l’ardito palpitante polpastrello infervorato dalla vena, dalla perplessità che chiama e recalcitra; da una razionale invadenza; il tramite, il pretesto del cervello che cerca e crea, pensa e ribatte e si ferma, indugia, pensa, si china e riflette su gli ottoni tetri dei lumi

su levigate splendenze di giade

su marmo

su un dorso curvo di statuina –

su non i tetri ottoni

o le borchie di modellato argento

non frigidi letti o

come l’anno passato, da marzo

ad aprile, ad esempio,

dopo l’acquisto in Amiata –

quella terra rossa rossa di sangue nella casa perduta fra gli alberi, in mezzo a rocce (autentiche), forse era un castello ma certamente una rocca di sogni defunti e un cumulo di cadaveri; il passo su lui che gocciava amarezza e urla ghiacciate si stendeva sibilante in mezzo a un’ombra colorata sul piancito di coppi slabbrati ma non fino in fondo consumati. Letti e seggiole erano accatastati in due sale all’ultimo piano di questa casa, o castello, o palazzo decrepito, fra gli alberi; – le finestre si spalancarono crocchiando in un tanfo e sembrava che anziché sul cielo liberamente verde e vivo (ma non più distratto), per un attimo le assi si spalancassero sopra ossa disarticolate (la tenebra che si squarcia, il rigore della tenebra ferita orizzontalmente dalla luce, la tenebra che si apre per un momento come la pancia gonfia di un pesce; leggera è la lama di luce, il filo del suo taglio, e questo buio si dilata, puzzolente e freddo) le finestre si aprirono con un urlo sulla distesa del mondo odoroso goduta dall’alto, laggiù lontano, sulla pienezza asciutta della terra, fra voci come canti o come un pianto autentico virile, sbruffare di mandrie, ruote di treni che passavano; sulla pienezza della vita, nel frastuono buono, fra le passioni che accendono la faccia, le lucide incontrollate vivificanti passioni.

Come si respira a fondo e quale liberazione dagli incubi. Un vecchio ha sempre la morte sulle spalle e non può dubitare neppure un istante di essere vivo, di poter vivere eterno –

la vita non è preparazione alla morte ma è salvezza dalla morte, ma è una prova per la vita;

– la vita è vita (questa è una verifica) e la morte è morte.

Un uomo è molto simile a un topo indeciso,

enorme, un gatto o un topo,

striscia lungo sopra dentro il muro

soffoca in se stesso –

inelegante, stupido, inutile

piccola belva dell’abisso.

La morte scompare con la vita

e non c’è morte nella vita

e non c’è inoltre vita nella morte

nella vita c’è vita eccetera.

Così su quel paesaggio (di cui Verde parla molto adagio, con pause, a Ettore incantato) – un affiorare di contorni, e mai come allora inteso e goduto, da questa partenza di buio e di freddo dei sentimenti (tutto era coagulato in lui come il duro midollo di un larice) –

in quel momento gli apparve non come un mondo da trasformare, non il deposito, l’alveo, il fremito di fini abbietti e non per questo meno rigidamente razionalistici; per un momento gli apparve un mondo incolume, vittorioso, preponderante; sì, anche per un solo istante ancora, per un momento prima della deflagrazione sentimentale five, four, three, (attenzione, erano i pensieri di un ateo recalcitrante); la luce, lo stuccarsi feroce del sole sulla terra, sbriciolarsi di giallo nei contorni verdi, mescolarsi di rosa al blu, il turchino lavato (terra toscana esaltata con i ricordi insieme a un sole della giovinezza); risonante bianco, il fervore dei contrasti; nulla fermo, tutto in movimento, un continuo incastrarsi, stendersi, ritrovarsi.

Il polpastrello indugia, si china, accompagna la mente e invita l’occhio (era lui innamorato) sul vetro sul cristallo piegato, avvoltolato; su candelabri e lumi da parete nel più limpido stile liberty.

“Un orrore – mormora Ettore – è provocazione; l’irrazionale trasborda in un arzigogolo da giovanotto coi baffi; è proprio uno stile da squadre d’azione (ma all’italiana)”.

“Invece è uno spettacolo di arditezza tecnica e l’esaltamento di tutte le doti…”

Interrompe Ettore: “Comprese quelle del bastone”.

“… umane, ribatte il signor Verde; perlomeno delle doti inerenti a questo genere di operosità. Aver tempo per questo… avere tempo e pazienza per riconsiderare il passato con le nostre forze; non accettarlo come lo abbiamo avuto, sopra il davanzale, insieme alla prima neve. Come lo vogliono gli altri”.

“Il prossimo è porco” aggiunge, poi si corregge “Ma bisogna sopportare gli altri e un poco amarli, ci vuole sopportazione, si può trovare intanto qualche galantuomo; e si può trovare qualche buon pezzo nella casa degli altri”.

Dice: Gli anni mi hanno insegnato a diffidare – soltanto questo. Come vede è molto poco. Tuttavia questo scetticismo si traduce in un aumento d’amore, in più affetto disponibile; Ma per chi? Siamo troppo vecchi per le donne; e non è altrettanto vero che bisogna amare in questo modo gli uomini”. Lampade e lampadari luccicanti con tenerezza e senza ostentazione (sono strumenti pacifici), accarezzati da una luce che entrava dalle finestre in casone; appallottolati per terra sembravano file di soldati in uniforme, fra il rosso e il verde e il giallo e il giallognolo, una mescolanza di colori che gronda felicità. Antonio Verde ascoltò le parole di Ettore, mai da mesi come in quel pomeriggio presente nei suoi affetti a se stesso in una rigidità controllata contro gli eventi imminenti.

Lo ascoltò senza consolarlo

disse soltanto “vedo che siamo tutti soli” ed Ettore sapeva che, secondo dopo Gropius, potendo lo avrebbe aiutato. Ma chi riesce nella nostra vita, pur volendo, a perdersi dando un soccorso spontaneamente; l’aiuto al tempo giusto? Solo nell’adolescenza spesso la mente (o il sogno) si arresta a questo risultato esaltante, godendo che si compia senz’altro seguito che quel tremito dei pensieri molto simile all’esaltazione amorosa, ma più tenera, possibile, disinteressata. La bella stanza, la bottega era circondata di voci, di rumori, di una luce misurata; ma lì dentro, fra le pareti dipinte di grigio, rivestite di chiodi e di oggetti, polverose liberamente e vive; lì dentro si viveva placati. L’uomo aiutava Ettore a vivere (era un compenso alle colpe della sua vita) ed Ettore si inorgogliva un poco di riuscire – dopo tanti giorni – a trovare una risolutezza nei propositi che se non è ancora la salvezza è almeno, così pare, un principio di essa o un allontanamento provvisorio dalla resa dei conti. Possono accadere tante cose. Prender tempo, ma il tempo passa.

“Ma come? ci può, deve essere! un modo. Lasciate che pensi”.

La riflessione di quel vecchio è molto simile a un sonno. Sprofonda in se stesso automaticamente; è uguale ad uno che allunga una mano in un sacco quasi vuoto e con l’altra trattiene un lembo, un bordo floscio, ne distende l’imboccatura. La fatica dell’atto, la mano cieca che cerca – così è lui, al buio della coscienza. I ricordi sono i più duri a scovarsi, le idee vivono dentro a ricettacoli come il gheriglio delle noci, a volte impenetrabili senza il ferro di una volontà spoglia. Il vecchio, nella luce della stanza, è tutto al di là, sperso in se stesso, in un colloquio doloroso, a volte sembra persino straziante.

Ettore ne ha pena, vorrebbe svegliarlo se dormisse – vorrebbe chiamarlo, scuoterlo con cautela o con un affetto che nasce. Gli pare un sonnambulo, dentro a un cerchio di soffocazione.

Ma queste sono deduzioni incongrue, impressioni affatto veritiere. Nella tranquillità del vecchio, Ettore inconsciamente riversa il dramma dei suoi giorni, rifiuta in essa i cattivi persistenti pensieri. La contamina ed invidiandola, la odia. Cerca di turbarla, violentarla; se la finge disperata. Riesce a conservare, a trattenere una apparente pace momentanea soltanto a scapito di questa clandestina operazione di scasso. Lo capisce e se ne vergogna, ma senza paura o senza turbarsi eccessivamente. È affascinato da questa capacità di concentrazione – come sia possibile isolarsi in sé, col solo aiuto della volontà che ubbidisce e sollecita. Sembra che siano trascorse ore e invece sono ancora pochi i minuti di questo silenzio riempito dal sonno. Luccicano gli occhi irrequieti del vecchio sfarzoso, di questo elefante non imbrocchito (come dice di se stesso, con la galanteria di un complimento rivolto ad altri, e invece…); nuova vitalità si rovescia negli oggetti che riprendono ad animarsi nella luce. Ettore se ne accorge – prima erano quasi spenti e anche la luce si era affievolita. O è un giuoco dei suoi sensi turbati. Non pensarci, ascolta il vecchio che parla.

“Un resoconto dell’abisso” – ridono, ritrovandosi. Il vecchio spumoso e galante, grande vecchio

– prego, egli dice, dal passato un poco tempestoso; il vecchio saggio e irruente, senza macchia sulla coscienza e senza paura alle spalle

– prego, egli dice, con molte macchie e con molta paura, se permette (devo ancora morire).

– E chi non l’avrebbe vivendo in questi tempi? In tempi senza più morte è certo, ma con tutte le novità rimandate e con l’angoscia dei beni perduti ancora così vicina?

Prego, egli dice, c’è solo un’angoscia vicina ed è la nostra; un solo bene perduto, ed è il nostro. Nessuna morte, speriamo, per entrambi.

Dice Ettore: visitarti per illuminazione di un’ispirazione felice era significato lucidità ripescata, vigore e anche consiglio sicuro

– prego, egli dice, non c’è forza che già non ci sia in qualche parte del nostro organismo; né tanta lucidità in un momento incerto per voi fino all’orgasmo (invece è solo una fuga dal livore che si ha, in queste situazioni, per la fortuna degli altri che crediamo sbagliando tutti felici). In quanto al consiglio sicuro, poi! Sentite me… È certo che in questo affare mi aggiusterò per merito vostro, lo sento;

– prego, egli dice, aspetto adesso che mi baciate la mano.

Ettore: e io, io guarisco da questa lebbra vergognosa intanto

– prego, egli dice, ascoltatemi. Abbiate pazienza. Calcate le orecchie, o se volete calatele. Insomma, ascoltate bene. Non sono neppur sicuro, molto sicuro, che la mia proposta possa piacervi, o piaciutavi una volta, piaciuta a voi, che possa essere avviata con gli altri, questi di cui vi parlo. Eccola:

ho pensato a quel che si potrebbe fare –

è questo:

“A pensare al nome (ride), al nome soltanto (ride, non divertito a quel nome, è certo, ma rivedendo, è certo, tutta una scena intera o una serie di atti); si chiama, uno dei due, Robur Davidson – una specie di San Robustiano dei nostri campi. Un nome così strano, direi piuttosto piccante, con tutto un sottinteso d’educazione e di principi in chi l’ha messo. Pensate che è un inglese con padre inglese. Quel padre inglese che uomo doveva essere, che gabbamondo. Nessuno è gabbamondo come gli inglesi, quando vogliono. Se la ridono, ecco. Se la ridono di tutti. Se ne fregano di tutti. Tirano diritto, vivono a modo loro, fanno ciò che vogliono. Sono i soli che vivono ancora in vecchi castelli; gli inglesi, lo sapete, vivono in vecchi castelli, in tetre umide celle, operai contadini impiegati sacerdoti nonché i divi della city; non hanno strade ma sentieri, sentieri da capre. Arrostiscono appena la carne non salata. Un popolo fenomenale;

grossolano un poco tocco

senza umanità, cattivo

ma salace. Così per me lei è in queste mani. Ascolti

 

– ricapitola tutta intera la storia. Lo sguardo mentre parla è simile a quello di Emanuele Kant nell’incisione di Birck allo scrittoio, la mano alla penna, un astrolabio diamantino accanto (io ci ho i miei lampadari, dice Verde) ma l’occhio, l’occhio è perduto, correndo nella notte dei pensieri, nella rissa della mente che si esalta.

C’è un’ombra alle spalle, conficcata dentro al cuoio della poltrona che sembra d’altra persona, e non si muove se lui si muove e non si scuote se, parlando, egli scuote un poco la testa. Gli occhi, perduti, la sottile scintilla dello sguardo è altrove – così nel ritratto di Kant inciso da Birck che esorbita oltre la cornice del foglio, esaltante parabola di mistero, chiusa in se stessa, carica di significati e preclusa alla folla. In un ordine matematico, fuori dalle passioni, dal tempo. La mano sinistra di Kant scuote insensibilmente, quasi morsa da un tremito (è la tensione dei fasci nervosi) l’astrolabio che si lamenta aggirandosi in sé, scuotendo le rilucenti palline dei mondi. Tutto ciò dentro a una stanza, ma c’è un ciclo sopra, la scoperchiata volta, una sedia, un tavolo, due libri appoggiati a una pezza di tenda e l’astrolabio che incanta il sonno operoso, drammatico dell’uomo.

È tutto detto ed Ettore se ne va.

Passò tranquilla la sera, dormì fino al mattino. Ah, tutti i bottoni della giubba di Kant sbottonati (questo fu verso l’alba il sogno breve di Ettore, un incubo breve, filosofico). E ancora un’altra divagazione: pensa che cosa erano le locande italiane al tempo di Goethe e di Stendhal. Il silenzio delle salette di legno, le finestre sulla luce – tra i prati la strada non solcata da crepe, tutta una strada da scoprire, seguita da siepi di bosso. Arrivare a Ferrara dalla campagna, il bianco del marmo levigato esplode fra il verde lavato dalla guazza e il silenzio delle voci che cantano. Adesso si mangia da cani; basta addentare.

In questo tempo, in questi giorni, due incidenti. Proprio davanti all’appartamento di Ettore, o se si vuole stanza, oppure rifugio, la casettina bellina fu rapidamente demolita e con un frastuono cominciarono a edificare un palazzo. Certo orribile – pensava e temeva Ettore; volgare, certamente stupido, stupido; stupido soprattutto, un oggetto inutile; la presunzione deforme che si sostanzia. Non era possibile aspettarsi di meglio.

Poi installarono un ventilatore o aspiratore elettrico a pale danzanti e a sibilo uniforme, in una officina vicina, sulla tettoia o vetrata dell’officina; durava per il giorno come il ronzare di un branco di vespe fisse nell’aria, pertinaci nell’attentare alla quiete o a quel preciso languore dei pensieri cui Ettore qualche volta doveva concedersi. Ci si sfama in fretta adesso, in stanze buie e affollate, fra il tanfo della benzina delle macchine che arrivano o parcheggiano e il sudore dei camerieri frastornati, lucidamente pazzi o soltanto poveri imbecilli.

Il silenzio è perduto.

Anche nel chiuso della stanza non c’è più silenzio. Dalla strada, per la finestra, salgono:

– rumore di vetri rotti

– forse un bricco sul fuoco

– scappamenti di 50 cc. montati sui trespoli dei garzoncelli (da linciare);

– una betoniera s’agita, sballa la pancia di balena arpionata, la grossa vescica; i sassi che scivolano in essa fanno arricciare la pelle

– batte una donna sul tagliere

– altra donnaccia canta

– i fruttivendoli, il mercato del pesce, un carretto, voci di terroni (deliziose)

– macchine, clacson, il postino che suona; il telefono

– piange un bambino (è Picchio stupendamente ardito, e solo)

– tutti gli operai del cantiere vicino battono.

Certo è una bella giornata di sole. Gli operai del cantiere battono, suona il telefono, voci di terroni adirati, piange un bambino, altre donne sul tagliere, un telegramma da lontano, piange un bambino, voci di terroni, una giornata di sole, il telefono suona. Alla stazione ferroviaria; la stazione di una città così grande è essa stessa una città – al bar mentre aspettano, Gropius accenna quasi con fastidio a Ettore – la trafittura del cuore esulcerato è ancora un fastidio nel cuore – che da quel marciapiede laggiù, quello, il numero sei, partì a forza una sera del ’43 rastrellato; poi Ettore gli raccontò chi sono i due che aspettano, chi deve a momenti arrivare; anche Verde deve venire ma non si vede; aspettano due inglesi, due tipi inglesi, soci in affari e magari legati da un amore. Abbastanza giovani ma non più giovani, abili e molto fortunati

– “quella fortuna, che è sorte che gira e che a me è mancata proprio in queste ultime prove” –

vengono in Italia per investire denaro, acquistare oggetti, trafficare; a Londra mesi fa dissero a Verde che vorrebbero aprire una succursale in Italia e piuttosto di avviare un sito nuovo con qualche difficoltà preleverebbero una ditta di nome buono e di credito. Le prospettive combaciano addirittura. Così (conclude) Verde ha telefonato a Parigi dov’erano da un mese, entrambi euforici e ben disposti.

Vendere a loro se potessi. La mia offerta è onesta, attraente sotto l’aspetto economico, non dovrebbe deluderli. Roba c’è nella bottega grande, nel magazzino dal piancito al soffitto tutto è liscio, accatastato; ogni angolo è zeppo, ogni oggetto appare al suo posto, legittimamente. Neppure un graffio nella bella facciata; il marcio è dentro a me, conficcato così in fondo che io solo lo vedo.

Ecco Verde che dice “badate, badi, lei, badi

m’ascolti, ho detto, ricorda?

m’ascolti sono, come dissi,

tipi strani

sembrano (o sono) un po’ volubili

leggeri e trasandati

ma come tutti gli inglesi,

nel senso che

non cadono alle prime impressioni

e non bisogna deluderli,

fingono di mai interessarsi

sono pignoli noiosi

e badano al sodo. Faranno

sudare le sette camicie, ma

conoscendoli come li conosco

(compreranno anche da me) penso che

l’offerta possa, se bene illustrata,

con malizia della ragione – non è

rhum che vogliono – illustrata, descritta e sottoposta, interessarli. Io metterò la voce ma il lavoro spetta a voi. Da smaltire con calma ho detto, lo sapete bene. Senza neanche farvi accorgere che vendete – come se regalaste piuttosto e con dolore. Con noncuranza parlare, così. Ecco il treno, andiamo, andiamo”. Davidson secco grigio furbissimo; Mac Namara secco furbissimo grigio. Poche parole e una curiosità morbosa, gli occhi in moto, un sorriso stempiato sulla faccia, aperto a forza di coltello, e coagulato; acuti, documentati, conoscevano Ettore e il catalogo da lui preparato per la vendita Berlioz cinque anni prima, un’asta famosa e un catalogo eccellente. Ricordavano che faceva ancora testo, soprattutto per le serrature medievali e i boccali del cinquecento, ma sapevano anche, ahimè (volano le notizie) dell’acquisto a Lodz, le porcellane incrinate e manomesse durante il trasporto, la perplessità di attribuzione sicura del servizio grande. Appena avviati a parlare e con un sol cenno della voce erano già al fondo delle cause, pescarvi dentro, della situazione di Ettore. Naturalmente i due non sapevano, non potevano immaginare che la situazione di Ettore fosse in questi giorni così critica; tuttavia erano al corrente delle ragioni per cui egli intendeva vendere.

“Vendere con rigore”

“Chi vende svende, almeno in questo lavoro. L’ideale sarebbe acquistare soltanto”

“Certo vendere con rigore; non svendere. D’accordo, è da gentiluomo”.

Tuttavia anche all’origine del suo malanno fecero appena una allusione, quasi ad avvertirlo calcolatamente che loro sapevano, perché anche lui sapesse.

A pranzo. Tutta la città ai piedi, una luce che impiastricciava ma che lassù, mossa l’aria come whisky in un bicchiere, frusciava via in un alone. Non c’erano rumori anche se si scorgeva per i viali e fra gli alberi il passaggio delle macchine e delle persone

– “la città è sempre bella” disse Davidson

– “più bella ogni volta” aggiunge Namara – “forse è la mancanza di un fiume a renderla così vibratile. La fantasia è eccitata ma non soddisfatta; cerca un appagamento, magari di fermarsi a una cosa ovvia come l’acqua, un complemento mica tanto banale, invece… Sento una perplessità dolce che tranquillizza il corpo e non lo sopraffà con scosse violente… Se ci fosse il fiume tutto cambierebbe; e potrei non amare più così, in questo modo, questa stupenda città”.

“Città stupenda davvero; che stupeface gli occhi, venendo qui, arrivando, siamo sempre di umore buono, disposti a sorridere, pronti anche agli affari, certi che essi affari saranno fortunati. Contare sulle dita”. “Una città favorevole”

“Piena di oggetti. Gonfia di latte. È ricca”.

“Di roba da rivalutare, però”

“Dite benissimo – incalza Verde – solo rivalutando possiamo sperare di sopravvivere. Che vecchio inutile mestiere è il nostro ormai, coi marziani dappresso. Bah, gli oggetti certi, gli oggetti sicuri, al giorno d’oggi sono introvabili. Il nostro mestiere si svolge nella finzione – abbiamo la maschera. Non nell’inganno, che è un’altra cosa, più deprimente ecco, nell’irrealtà. Trasformiamo, finendo per crederci, un pignattino in una gemma…”

“A prezzi da infarto”

“O a prezzi da infarto”.

Così mangiavano. Non certo voracemente, o ghiottamente, con tutto quel prosciutto intorno che pendeva dalle travi; ma con gusto, con un gusto grandioso, con una tranquillità che produceva gentilezza, gesti lentissimi, per assecondare i sensi nobili e non per foraggiare il corpo o, più semplicemente, per riempire la pancia. Adagio, assaporando nell’aria quell’ora, e dentro a quell’ora il silenzio e l’estate.

La conversazione si svolse a più piani, secondo un accordo delle coscienze – Verde tutto ridente, questa volta festevole, in una forma meravigliosa come lo definì Namara; col bel viso da romano fermatosi sui campi di Virgilio e non svaccatesi al ponentino fra i ricci duri capelli africani, nelle rovine di Roma, dentro Roma in rovina, ma lontano da Roma, per fortuna lontano da Roma; Verde racconta di nobili famiglie, del suo viaggio in Amiata (di cui in precedenza fu dato ragguaglio furioso), descrivendo la terra di quella terra, i luoghi, le case con tanta pazienza e fedeltà che ognuno l’ascoltava.

 

L’alba mezza smorta nell’aria, un’alba mezza smorta, sul fiume un’alba stesa nel suo letto defunta; mezza smorta sull’acqua polverosa, entro cui sprofondavano d’egual colore egualmente grigi i piloni del ponte; le case radunate spente anch’esse, un’aria cimiteriale, non un diverso colore, ma tutto, dentro e fuori, dello stesso colore fuligginoso, addirittura tetro; colore di occhi sbarrati. Fra alte gole, altrove, si spegneva l’acqua in pozze che odoravano. Le case con i lumi accesi.

Si spegneva la vita dentro a questo ricordo d’inverno? O era soltanto il malessere del corpo stanco, l’attimo prima del rilassamento, dopo una giornata d’attesa? Queste immagini (o era un incubo?) frastornavano Ettore battendoci contro – il quale d’altra parte, e proprio per quel giorno, aveva una ragione per intendere come bene avviato l’inizio dell’affare, se non altro nel proposito dei due inglesi, nella loro volontà di concludere, solo che la prospettiva offerta gli apparisse a un primo sondaggio, a un palpabile riscontro, almeno provocante.

La provocazione nasce dalla confluenza di sottilissime reazioni a un oggetto o un obietto ben distinto e definito dai sentimenti

“così dicono che egli concluse potendo concludere”

“ma i sentimenti a quale obietto (oggetto) protendono la propria sostanza se le categorie…”

“tuttavia ancora un’obiezione; occorre una coscienza più sottile dei propri limiti, delle necessità dell’operare, della verifica delle azioni intraprese. È come per un operaio specializzato, che deve controllare il proprio lavoro, osservarlo, tenerlo lontano da sé, amarlo con rancore, usarlo e provvederlo – ma può forse e soprattutto deve agire così anche l’uomo disinteressato nel lavoro, cioè colui che nel lavoro (è romantico, è romantico) non deve ubbidire che a se stesso nell’impiego del tempo e della tecnica. Può accadere egualmente di fallire o rovinare rovinosamente come Ettore, per un semplice errore – o, se si vuole, per il cumulo degli eventi contrari. La sfortuna, la cattiva sorte. Può accadere, a chi è solo; e chi è solo sbagliando (nel calcolo) azzoppa. Così Ettore era ferito.

Non aver amici è segno di debolezza e di un cattivo carattere – non è un trionfo sulla sorte. Non è una forza. Non c’è una vittoria della morale sulla vita. Ah, insomma… La vita è un insieme di regole, e chi non sta al giuoco, ebbene paghi. Un insieme di regole almeno consuetudinarie, fra cui questa: bisogna accettare che qualcuno prenda qualcosa da te, con qualche sacrificio (che è poi adeguamento) se… C’è un altro fatto: se vai liscio e ingrandisci la casa, bene. Ma se piove e ti allaghi, o il terriccio smotta e t’invade, se infine soffri, hai un bel chiamare. È la prima volta che hai bisogno? prova a chiedere sottovoce, per non svegliare chi dorme (hanno il sonno leggero, gli altri); o urlare – e bello mio, non trovi nessuno. Eccoti piantato come un palo; sei un bei solitario, stravagante magari, così solo soletto, senza nessuno vicino. Hai un bel chiedere e pregare sottovoce. Sei soltanto ridicolo, così pieno di vergogna e tuttavia così raggiante ancora di una fiducia residua. Che cosa c’è che manca allora? L’errore è dentro all’uomo? Nella sua diversità, nel turbamento dei suoi sensi inappagati? o è la società che macina grane? dura, farraginosa, spietata senza alcuna attrazione?

Ettore si nascondeva anche a se stesso. Riconosceva i propri torti (con cattiveria anche) ma questo non lo calmava. C’era altro da fare.

È utile, se il tempo concesso alla meditazione è esiguo oppure è calcolato o prescelto, questo tuffo al cuore della coscienza, se non altro per scoprirsi a ripetere le meditazioni ovvie degli altri che noi ci ripetiamo a noi stessi, in queste pause cardiache, con malcelata dolcezza, convinti in quel momento di scoprirli noi, per la prima volta. Pensare a se stessi equivale a riflettere a:

– nessuno ha parlato di denaro, nessuno ne parla, ne vuole parlarne, tutti coinvolti nella loro pacifica segretezza. Denaro chiama denaro e chi non ne ha si sbatta. Questa è la morale del tempo, ecco la morale di questi anni grandiosi. Allora è altrettanto vero:

– nessuno ha parlato con te, nessuno ti parla. Che cosa sanno gli altri di te? Che cosa dovrebbero cercare? Sì, vogliono le tue amarezze private con cui cibare il loro cane, il racconto della disgrazia della tua vita, hanno un bastoncino di vimini con cui si divertono a stuzzicarti il naso. Tu sei la coda tesa del gatto o la pancia rovesciata del delfino.

Nembi rivoltati si fermano sulla montagna, sulla fessura della sua spalla, quasi sopra il profilo curvo, un po’ goffo, spelacchiato; intorno c’è la burrasca, il muggito del libeccio, gli alberi stesi a terra, scomposti. Ma qua, nel centro del mondo angariato, lo specchio azzurro che dura spande il suo sole, una rugiada si mescola al sole. Così ci si illude di vivere, al caldo, al sicuro, con questa tranquillità sulla testa, e sia pure una tranquillità episodica, rubata all’amarezza degli anni e alla solidarietà con gli altri. Per te è intera la pace della coscienza, tu sta’ tranquillo dunque e vivi. E così lui, e lui. Se i pensieri tardano, o il corpo si rattrappisce alla morsa del reumatismo, o improvvisamente paonazzo nel sangue si consuma, o s’arresta il cuore; ebbene? è un altro che muore, non io. Io vivo, io. Io sono felice, oggi. Io posso andare, muovermi e partire. Ma dentro a una stanza, mentre fa i conti sul tavolo, eccolo il contemporaneo. Come crocchia la sua solitudine; com’è sola la sua solitudine. Non si può per il momento interrompere, gli pesa sullo stomaco e si attorciglia ai pensieri che diventano stanchi e pesanti. Pensieri ovvii, ripetuti, da uomo vecchio.

Si è sempre allo stesso punto.

Quando cerchi di risolvere qualcosa per te, ti trovi davanti questo muro; non tanto l’indifferenza, quanto una partecipazione compromessa, ambigua; sei un oggetto da studio, una cavietta, al più morendo puoi regalare i tuoi occhi. Nemmeno: essi stessi consumati, lisi, frustati, non vedono più neppure per te, finalmente chiusi. Occhi da sotterrare per sempre, altro che regalo!

Ancora sull’uomo. Adesso costruisce di fretta case in vetro; piantate là in mezzo resistono ai venti. Altre più vecchie cadono, altre ancora sono abbattute, disfatte con malagrazia perché nuove case, su quelle, crescano in prescia leggere – esse enormi, dipinte di verde. Ma ricostruiremo anche le putride vecchie sporche antiche città italiane? il muschio macerato nei vecchi giardini puzza; i ciottoli delle strade in salita,

i portoni decrepiti, il silenzio

punge e non è più silenzio né pace di morte

ma è solo il putridume della morte, il suo sconsolato disastro;

solo i vecchi ci vivono per morire

e poche voci di radio.

Un ferragosto ad Arezzo

una notte di dicembre a Urbino (nevicava, nevicava). Le sporche inutili città italiane in sfacelo, come la cadente tristissima (e ahimè povera) Pisa, così lontana dal mare; quando il libeccio cresce dal Tirreno e si avventa divagando per la campagna, essa si accascia senza reagire sottomessa, scossa dal vorticoso giuoco delle onde lontane che non la toccano più; avvoltolata in una nube di polvere, rifiuti, fogli strappati di recenti mortori – e fino a San Rossore declama la sua spenta grandezza. Voi accontentatevi del cielo! Allora io scelgo la disperata (è meglio) città dell’avvenire (disperata secondo le gazzette). Nella geometria dei suoi vuoti e dei rilievi rapidi aguzzi, nel bilanciato rigore delle strade, nella rarefazione degli umori che la circondano e l’investono con ogni cautela, è riscritto il successo aggiornato dell’uomo.

Là dove l’ossessione astratta del microbo sostituisce, rifiutandola, la vecchia angoscia del cuore –

o vivere a Recanati, pensate, in un pomeriggio di pioggia, diciamo di febbraio;

o per le strade di Ascoli antica, salendo per una delle sue rue in salita o Castelsangro se

batte la neve in una notte d’inverno

e mentre gocciano gronde

e la piana si fa bianca

cadono dentro nella cassa del petto

i gracchi dei legni che marciscono

voci di morti conosciuti chiamano.

Vivere a Venezia, fuori dal sole della goghiana arsura d’agosto; viverci per vivere, adesso; vivere! in novembre. O lassù, su quel crinale sperso, vivere in quella villa o addirittura in questo paese, basso con la sua testa chinata fra l’erba in un deserto di arbusti corti. Potate quelle vigne.

È meglio il silenzio scontato e provocatorio, metodico, del laboratorio; il freddo delle belle sale nude. L’uomo perde il furore e acquista una ragionata lucidità; non si preoccupa del futuro, il passato è tutto pieno di segni, un giuoco della conoscenza non una pentola d’angustia. Anche la morte non ha più senso. Il morte, si potrà dire

È raggiunta l’indifferenza che una volta, solo una volta, rallegrava i santi e li inorgogliva.

Oggi ho rauca la voce.

 

– Domani pioverà, osserva Ettore dal letto. Lampi secchi illuminano l’aria e il rombo sfarfuglia in scintille e pare calato in basso, a coprire (o a soffocare) la terra. Così dopo giorni e giorni, settimane, pioverà. No, per il momento è solo il ciclo che si dilata.

Il giorno dopo è sabato. Con Namara e Davidson venuti da Parigi, i due inglesi scattanti

“da noi in Inghilterra siamo più attenti alle cose degli altri”

– con Davidson e Namara, e con Verde va a Mantova al Mantegna. Nell’estate del *, sotto un cielo tutto eguale e caldo, verde, integro, forte, l’Italia delirò per il Mantegna rinato e sconosciuto. Bivaccò nella piazza Sordello, riempiendo di carta e di bucce di limoni, di giornali spiegazzati, il selciato aguzzo, nemico; fra i miasmi pesanti del Mincio arruffato e all’erta fra le canne; fra le zanzare mosche pappataci che sortivano dalle macchie, da cannucce cannelle marcite di cui il paesaggio virgiliano è pieno; dai suoi gorghi verdastri, dalla sua indolenza contagiosa. Anche sul Po vuoto d’acqua branchi di minuscoli pesci brancolavano lungo la riva.

“Bellissimo” dice Namara. Annota, snoda frasi su un foglietto, fermo accanto alla pala di San Zeno. Caratteristiche in senso integrale, pensando al tempo troppo perfetto in cui furono pensate e compiute, le quattro formelle in basso; i piedi della madonna con le unghiette gentili, così tirate e lustre e gentili fanno tenerezza, così umane (com’è possibile adesso dipingere piedi che debbono soltanto fuggire?), laccate da aria di vento di sole, da giovinezza di fede. Orrido invece il San Sebastiano col festone di frutta sul cranio, un grottesco bullo da festival della canzone

“la città nello sfondo è senza vita, troppo ordinata; è vuota di vita; sicura di sé mentre i barbari” –

contro il fuoco dei barbari rosata serena azzurra tranquilla.

Dov’è la sua forza, l’appassionata paura, la sfolgorante angoscia, l’urlo del terremoto? Spenta, non ha luce, non s’agita non teme; non ha più luce, se non la polverosa e posticcia che piove dall’alto, in un girare di chiome d’alberi, di luciferini colori. Le pietre? le pietre? le pietre? le pietre soltanto non bastano. A Londra

 

“a Londra nel ’44 cosa restava più? c’erano muri di pietra, altrettanti di cartone, anneriti; i segni di una sconfitta, carbone di morte. Che cosa restava più? la volontà dell’odio, soprattutto questa violenza. La forza del fuoco che chiamava, che chiamava… Questo ordinato disordine!”

Ma in Ettore tutto comincia ad agitarsi quando Davidson incalza; nel ghetto di Varsavia

 

“nel ghetto di Varsavia, neppure là le pietre hanno resistito (le pietre non resistono mai), non hanno difeso gli uomini. Tutti all’aria, aizzati dai cani che fiutavano le pezze fetide e i passaggi nascosti. Nel cielo annerito ricordate la faccia del bambino, del bambino ebreo, uno stravolto antico bambino, un bimbo ebreo e braccia alzate, lo sguardo su tutta la faccia, secco e contenuto nella paura del dolore, un terrore senza più carne?

Anche lì le pietre non hanno tenuto.

Queste ordinate città della ragione, queste, dipinte per sempre dentro ai magnifici quadri. Detestabili. Così odio questi uomini che ci sono dentro, dentro a esse, troppo fortunati. Così sapienti e fortunati. Con i calzoni di panno fino tirati alle cosce. Questi bei corpi di atleti”

– mette in tasca la penna, stringe il quadernetto fra le mani, guarda gli altri, poi si avvicina a una finestra aperta sull’acqua del fossato. Arrivano gruppi di madame accaldate, con ciuffi di capelli cadenti sulle gote mortuarie, sporche brutte eccitate; americane col viso cotto dal sole s’avvicinano leggendo il catalogo, seguono le parole col dito, si allontanano. Due tedeschi giovani, lei carinissima (con la pelle di prugna, di colore eccitante, appena segnata da una prurigine di pelo, col petto che si appoggia senza un fremito alla camicetta o s’affloscia sul braccio appoggiato un po’ curvo a un bancone; il rilievo delle gambe sotto la gonna tirata, un luccicare un po’ disfatto, affaticato, che le avvolge i gesti; lo sguardo che cerca riparo dal vuoto sugli oggetti, con una foga piena di avidità) –

parlano fitto fitto vicini, guardandosi negli occhi, ma senza amore, o con un amore misurato, sopra la testa femminile di Rotterdam. Lei indica il naso della donna, il distrutto spento vivo occhio destro che dà ancora l’ultimo lampo, l’ultima luce palpitante prima di spegnersi, una consumata fiamma di vita. Non c’è più la bocca; – a che cosa servono le parole se manca la luce? – l’altro occhio, divergente, pare perduto a guardare il passato vicino.

“Was ist dies?” Risponde il giovane, l’uomo vecchio, il discepolo, il maestro della dura volontà; risponde e guarda, guarda se stesso riflesso nel vetro che copre il disegno, la ragazza, quel volto di secoli che piange per sempre:

“Und von der Rede verhallet der lebendige Laut”. Anche Davidson s’è fermato per ascoltare.

I due nemici si guardano.

In questo… fra lo sfolgorio di grevi suoni, di rustiche capanne – sotto la volta della camera degli sposi un pipistrello vola alto basso, striscia il muro, lo sfiora, si alza arrivola lento lento con un gridolino di scherno; le signore incipriate scappano, gli uomini addossati al muro sudano indifferenza, un custode con una canna rincorre l’usignolo cercando di fustigarlo nell’aria, zac, zac, i colpi a vuoto sibilano, il pipistrello cade, corre un altro gallonato custode, l’animale sussulta, sbuffa, viene raccolto e buttato. Le madame ritornano, turbate, distratte, ancora leggermente schifate

così è, così è

oh, così sarà

oh, così è stato

e il fischio che viene dal viale sul Mincio apre il silenzio come un paio di forbici strisciano seguendo il segno della spalla, del dorso, sul panno contadino. Sulla porta, fra gli occhi del duca con la famiglia radunata, fra le teste dei bifolchi del Texas, dei grevi tedeschi d’Hannover accompagnati dalle mogli sopravvissute, con i sandali esse ai piedi, le vene palpitanti sulle gambe – c’è lì, appare, c’è, è lui, la nuova immagine, il nuovo ricordo, non è l’immagine nuova, è la figura vera e protetta di Schumann. Ettore l’osserva, un filo gelato gli corre la schiena, sente di cominciare a tremare mentre un ricordo comincia a bollirgli dentro.

Una oscurità assoluta rotta da lampi. In un momento si rovesciano nel suo cuore le più assurde speranze, sgomenti, una minaccia, il rancore che chiede una vendetta e resterà insoddisfatto; una rovente voglia di uccidere mescolata a una stanchezza addolorata, la voglia di fuggire, di restare, di corrergli incontro, di scansarlo, di gridare, di tacere, di guardare, di chiudere gli occhi. Schumann è ilare, gettato dentro alla propria euforia. Il naso piccolo e tondo, leggermente gonfio in cima; il viso scuro per il bel sole italiano, i capelli colorati di un non-colore scialbo mescolato al giallo residuo, magre le gambe sotto uno short usato e impataccato. È lui è Schumann. L’uomo, l’ometto il personaggio torbido che balza dentro alla realtà da un passato lontano; passeggia a naso in su la celestiale aura dipinta; si sofferma, sorride, fa un cenno con la mano, con il dito, indica e parla; sfoglia il catalogo della mostra, cava il cannocchiale – è il cannocchiale nero, da guerra, Dienstglas 6 X 30, 1227856, H/6400 – lo adatta, ruota intorno, a gomiti sollevati, mentre la camicia comincia a sfilarsi dai calzoni – appare un vecchio omo oramai, sembra un uomo bonario da carte e da birra, con le rustiche mani per la zappa di un giardino casalingo al sabato sera.

Ettore si è affacciato a una finestra. Il ciclo e l’aria sono bianchi, sul lago si stende un fiato di nebbia che sfuoca i contorni, qualche uccello s’alza a volo, una barchetta indugia sull’acqua portando un vecchio accoccolato che pesca. Macchine vanno e vengono,

ah vita, vita come sei terribile e amata

Ettore sente un groppo nel petto, la stanchezza autentica e crudele di quando era ragazzo; cerca in un angolo la solitudine. Intanto girano le voci delle guide che illustrano, this is Mantegna’s work ecc. 1451, obiit 1504, sua manu pinxit…

Ritornano per la pianura sotto un ciclo aperto verso le montagne lontane; alcune stelle cadono sbriciolate, una esplosione.

“In altri c’è più rigore forse. In Piero più grandezza. Questo è un parere, è il mio – il signor Verde parla – Intendo la ragione, il dubbio, una disciplina tormentata. La volontà di soffrire, il dolore senza debolezza…” sfilano fra il verde carico d’acqua sorgiva i paesi, le mura sbriciolate, spuntoni aguzzi amuffiti, gli archi delle vecchie case, paesi imbandierati, le luci al neon dei bar o delle mercerie, bar aperti, mercerie chiuse; il tappeto dei biliardi, le luci basse sugli occhi, gli uomini i ragazzi i giovani tesi sul tappeto, altri sono alla finestra sbracciati; vecchi accendono il toscano sbruffando in una fiammata interminabile.

La strada si incunea verso il fiume che si sente laggiù, incassato fra gli argini disadorni ma dolcissimi, ogni tanto rallegrati da alberi, da rari cespugli. Si intravede lo sfarfallio dell’acqua che rotola a gorghi. S’alzano voci di pescatori o soltanto di operai in riposo, di braccianti che si rincorrono sulla riva, voci soffocate dalla maretta della notte. Hanno i piedi nell’acqua. Così è il viaggio nella sera d’estate, un viaggio di ritorno. I due inglesi guardano e ascoltano in silenzio, spossati da una sonnolenza dei pensieri che si fa sempre più insinuante fino quasi a eccitarli;

“chi dice l’Italia è bella?” – la voce di Davidson. Infatti è come passare accanto a città morte, vicino alle necropoli; si sente l’odore di erbe bruciate, il fetore del legno marcito, dell’acqua che stagna, mescolato al profumo del vento che viene dal mare – un odore appena nato, inebriante. Passata Sabbioneta, fra alari di pioppi che s’aprono come ventagli, al risucchio del vento la strada s’incurva e quasi si torce verso il fiume, poi di nuovo si inalbera, inturgidisce. Lì si poteva far siesta, pranzare, o piuttosto consumare la cena, dopo il pediluvio di colori e di chiacchiere del giorno

“sotto questo ombrello verde” dice Davidson

“riposarsi, mangiare, fumare la pipa; aspettare un poco” incalza Mac Namara con voce inebriata. È un giuoco. Ettore consente, lampeggia a sinistra, scende in prima la rampa fra gli alberi, si addentra nello spazio infiorato da alberetti di scorza tenera che trasuda; sulla ghiaietta che canta sotto le ruote e in cui il piede affonda c’è già la frescura della sera –

una notte tranquilla per tranquilli pensieri

per una lunga dormita (fino al giorno domani)

si può anche soffrire in silenzio.

Fra quel verde di trattoria all’antica

si può riflettere (sic!), rimeditare

contando i giorni sulle dita (gli andati e a venire)

quanti ne avanzano

togliersi la giacca

si può piangere, o sorseggiare a stomaco

vuoto il vino

“il nostro amico è pensieroso”

“il nostro amico ha pensieri?”

“ricorda male un affare, un amore?”

“a noi questa sera non vuole raccontare?”

Ettore si schermisce con un sorriso tirato, a levadenti; gli altri, inglesi più intelligenti degli inglesi, lo abbandonano conversando fitto e cavando gli appunti dalle tasche per controllare date e impressioni (così viaggiano, con questa minuzia arrogante – e preziosa). Mangiano, versano il vino e osservano compiaciuti, ingenuamente, il liquido che fermenta e lievita nel bicchiere – Ettore si guarda attorno. Una fuoriserie targata Verona appoggia il ventre al terreno; sembra un grosso animale che pisci, con i lombi sconnessi e le cosce corte allargate. Il bordo dei parafanghi è bianco di polvere, una consumata velatura è posata sulla vernice rossa. Essa è l’auto amante dell’uomo seduto solo, aggrottato, con i capelli brizzolati (ma è giovane), un vestito chiaro, mangia sfogliando un giornale, si alza, riparte silenzioso. Restano pochi sotto il lume dei lampioni che sfiatano; l’aria è greve, sa di fiume; un odore d’arrosto arriva sul piazzale dalla cucina mentre un vecchio in maniche di camicia, sbracato e calmo serve i clienti; alcuni uomini, quasi in mezzo alla pista, bevono e giocano a carte; poi il silenzio è rotto dalla voce della televisione che accende di funebri ombre una stanza della casa; le immagini sfiatano attraverso gli scuri socchiusi; è un suono violento, una canzone, un madison

“ci sarà la possibilità di ritornare” dice Davidson e sfiora con la mano il braccio dell’amico; questi guarda Ettore che non mangia

“fumare?” gli chiede, porgendogli un pacchetto. Ettore attinge ringraziando. Il sentimento d’angosciata sorpresa gli impedisce perfino di ricordare bene, d’avere immagini nette, di riportare a galla nomi e facce. È immerso in un tourbillon tempestoso, equivoco, oppresso, dalla insoddisfazione e dal rancore. Una mortale stanchezza. Un po’ d’affanno.

“Doveva capitare, un giorno o l’altro, attraverso il tempo”. È l’inizio del colloquio con se stesso? la valvola di scarico aperta con fatica, l’acqua che fuoriesce opprimendo. Il rumore del tuono. Capitare? che io di ieri e tu di oggi, noi e gli altri, prima o dopo, in un modo o nell’altro, ci trovassimo di nuovo con questa sgustosa faccia umana rivoltata all’indietro, cacciati con un calcio a guardare fra gli occhi socchiusi – come nei films del ricordo; o ci trovassimo di fronte alla necessità di chiedere alla fermezza (in un pacifico mattino d’estate, fra lo svariare di emozioni)

e al coraggio (ancora),

questa volta più difficile e necessario,

non un atteggiamento da eroe improvvisato ma da uomo (sia pure non più giovane uomo) che sa rispondere e non grida ma parla.

Non era una vendetta che

si presentava a lui (come necessità) seduto in mezzo a due amici,

né un rimorso di colpevoli errori

(“settanta metri cubi di legname

per restituire la pista ai velocisti”

dice la voce dello specchio televisivo)

ma il bisogno di recuperare per questa evenienza non preventivata

– fra tante altre necessità più urgenti

– una coscienza più ferma, una lucidità ordinata, la misura, la volontà di ben fare, la chiarezza nelle idee, la conferma d’avere capito (ma cosa?)

non era tutto finito?

Ettore cerca di inserirsi nella conversazione.

Il vino si scioglie nelle vene e il cibo italiano è buono, troppo buono dice Davidson accarezzandosi il ventre con una garbata imprudenza. Gli occhietti di Mac Namara stralunano nella bella faccia britannica spazzata, e spezzata, dal sole.

Per i viali si viaggia senza incontrare un’anima, senza vedere luce da case, da paesi, dai borghi appiattiti dentro alla terra. La stanchezza del viaggio mentre nei due inglesi si risolve in una sonnolenza a occhi aperti, quasi un leggero inebetimento, un sonno rifiutato, in Ettore si manifesta in un rombo nel cranio, da ammalato, in sincronia col motore lanciato a centodieci. All’apparenza euforico e ben desto, sottratto all’attenzione del sonno dall’impegno della guida, è anche eccitato dall’aria che entra a sbruffi dal finestrino, avvolgendolo in una trama di brividi benefici. Ettore guarda le luci del cruscotto, il contachilometri, la lancetta dell’olio; una insensibilità quasi furiosa. Sbadiglia, per un secondo si volta a guardare a destra e a sinistra appena intravede qualche ombra di casa, una prospettiva attraente (emersa da tutto quel nero); ma il fiume è lontano e la pianura diritta a perdita d’occhio appena interrotta dai filari degli olmi o dai noci provocatori vicino alle case. Davidson accende la pipa e con lo stesso fiammifero, consumato fino all’unghia, la sigaretta di Ettore. Non si parlarono finché arrivarono. Finalmente è nella sua casa, disteso nel suo letto, la finestra spalancata sullo squarcio di cielo; ombre di luci salgono dalla strada. È disfatto; in un barlume di lucidità prima di cadere addormentato dentro il cuscino pensa (o vede?) che

Davidson è geniale ma prevedibile, scaltro ma anche sentimentale, fragile; un inglese da MEC, europeizzato, con scarpe leggere e una civiltà (qualche rudezza) che diventa tutta malinconia, tutta malinconia

“sul continente il sole dell’arte sostituisce il whisky” mormora con uno sbadiglio. La sua forza è serrata dal sonno, il suo dolore addormentato. Il sonno, l’incubo del sonno, l’oppressione del sogno; il suo dolore è addormentato.

 

Un vento sulle tegole, nei viali romba, entra negli occhi, si calma, deborda rovesciando se stesso per terra. Verso sera scompare nell’aria, indolenzito, ci sono rughe nel cielo di un colore di panno lavato. Ora si può scrivere che

Ettore, anch’egli sbertucciato dal frastuono appena cessato, alla finestra

– egli dentro al vano aperto –

è indeciso se affacciarsi totalmente

o totalmente riemergere,

ancora coperto e agitato in un sudore appena espresso dal fragore del vento, per ore e ore scuotevano i vetri, la gente urlava a parlare, la città percorsa da un brivido con una avidità nei denti sembrava nell’ultimo giorno della vita. Verso sera, tutto rientrò nei consueti binari (secondo le convenzioni), la calma sopravvenne sulle groppe dei cavalli monumentali della grande piazza.

Nella sua stanzetta, un pre-office, qualcosa ricavato da acri di spazio, una scelta parsimoniosa; un nulla che capiva soltanto una sedia e un tavolinetto, una morsa serrata sulla carne dei pensieri – infine, il suo angolo di mondo, il solo angolo entro cui il suo cuore riposasse. E palpitando, dopo il caldo del giorno e il contorcimento dei panni nelle altane sventolanti sulla città, in questa decaduta città neoclassica sporca di fuliggine – con rabbia e con una specie di autoctona dannazione, come a rimestare una colpa in cui forse egli stesse affondato fino al collo;

salendo su uno sgabello, oltre gli scaffali dei libri con la mano tesa, dopo anni e anni; oh sì, anni e anni; così lunghi e pesanti da fare di lui un centenario da giornale; un veterano di battaglie; un avventuroso satanasso miracolato dalla sorte; tolse e aprì il pacco dei ricordi. Raggiunse l’archivio della memoria; quegli anni. Una pila di carte, fotografie, lettere e bigliettini. Altri documenti senza interesse. Un diario imbrattato su foglietti sporchi, sgualciti, incollati alla prescia, alle volte illeggibili; fazzoletti di carta e perfino due o tre buste di cerini con il risvolto bianco segnato da una frase, da un nome – tutto rovesciato lì dentro, al modo che uno vuota le tasche sul letto con la stessa irruenza.

C’era polvere sopra il pacco.

Ricordava la faccia di Schumann, quel mattino – 22 aprile ’45 – appena mosso da venature di freddo raso terra; la faccia di Schumann squamosa, il piccolo naso tondo ottuso dentro a un visino offeso. La paura sgretolava scintille dai suoi occhi, che erano abbastanza scuri (come li ricordava Ettore), da azzurri di prima. Non c’era nulla di particolare nel suo atteggiamento; un insieme di atti, quali alzarsi o seduto accavallare una gamba, guardarsi intorno, accendere una sigaretta, fumare; era forse nella rapacità con cui sorbiva il fumo il segno di un’angoscia che a stento riusciva a dominare – quel maledetto cruco.

In questa sala.

L’albergo è il Leon d’Oro o uno dei tanti Italia, Excelsior o Locanda major perduti nelle vallate alpine; alberghetti di nessun conto, familiari arcaici affogati in una noia paziente, consumati in un perbenismo ottocentesco e chiacchierone. Alle pareti i dagherrotipi dei primi bastimenti.

Il 22 aprile 1945.

Come suonavano a festa (ma era festa? piuttosto odio mascherato ancora per un momento, fatto astuto dall’attesa e dal dolore passato; un attimo per tirare il fiato prima di cacciare la botta); così in quelle voci un poco ci si perdeva.

Seduto al centro della sala dove erano stati radunati in fretta i prigionieri, Schumann, quando Ettore entrò gli venne vicino, salì incontro, dal basso, verso di lui –

 

Ettore soffia la polvere dal pacco, scuote gli elastici allentati

(chiamerò quest’uomo cane delle stalle

punirò la sua superbia col suo dolore

scalfirò un poco la rigida scorza

con la quale tentava un tempo

di urtare se stesso contro il mondo

di rovesciare le contraddizioni del mondo.

Lo renderò nudo ancora, e vuoto)

la polvere a ogni soffio si disperde in un alone dentro la luce. Gli elastici afflosciati non reggono più o reggono male, alcuni erano spezzati; il pacchetto è difeso e contenuto dalla carta ripiegata, indurita in un giallo sporco – e dalla stessa volontà che gli perdurava (per abitudine) di restare intatto, unito negli sparsi elementi, di preservarsi da una curiosità o dalla disperazione; esso, un custodito armamentario di facce smarrite, prigioni. Venendogli vicino, in quel giorno d’aprile, Schumann lo guardò senza parlare, incerto fra tentare un sorriso, accennarlo o aprirgli, fra le maglie che una sorte ambigua in quel momento gli serrava addosso, il segno della paura; perché la intendesse. Ettore cominciava a ricordare, la mano sul pacco, in piedi nella stanzetta o ripostiglio, o piuttosto nel piccolo antro protetto per i ricordi dai rumori

– questi risalivano ribollendo come vapori fra il fango della terra –

in una alternata vivacità di sensazioni; proteso di dentro, in un frugare persistente, indeciso, anche angoscioso. Sentiva in bocca il sapore di quelle giornate (il sapore di una zuppa). Fiori consumati che si spappolano. La morte in quegli occhi, certo; la paura della morte. Un tremito del cuore represso, che appannava gli occhi come il vapore di un fiato. Da azzurri fatti scuri, scuri; la sala – con una luce dalle finestre socchiuse, piena di ufficiali e sergenti, qualche soldato; prigionieri italiani; alcuni sui pantaloni militari hanno una giacca borghese; o calzoni privati sotto la giubba nera –

 

“ich will nicht sterben” una frase sicuramente filtrata fra i denti di Schumann come un sibilo o un rantolo; un secco proposito –

calzoni su scarpe grosse, da montagna. Una pace in giro e la voce di festa della campana là fuori (perché suonava?), per le stradette, un verde esplodente di prati sulla montagna scavalcante addosso, con picchi non toccati dal sole, viola, visibili antri, irraggiungibili. Non un borghese in giro; ma uomini in armi con visi magri; vedeva, dalla finestra, un ufficiale del disfatto esercito, di quella tragica infelice inferma misantropa truppa, partirsene a calzoncini corti, uno zaino sulle spalle, chissà dove voleva andare quel piccolino, maglietta militaresca, col suo passo d’uccello incoglionito, sul bordo della strada che dopo le ultime case del paese discendeva e svoltava. Allegro, tutto allegro partiva, con ingenua baldanza partiva l’ufficialetto credendo di tornarsene a mamma, i polpacci minuscoli si rilevavano a ogni passo, mezzo soffocato dal sacco, sollevando gli scarponi, via via, la testa rannicchiata contro lo zaino. Le mani alle cinghie. Il corpo teso in avanti. Partiva, se ne andava, dileguava, scivolava, svoltava alla strada, scendeva, si precipitava a casa. Così, cancellava ogni cosa. Lucido e innocente, si credeva; di ritornarsene con animo bianco al suo letto.

Dopo otto chilometri altri lo presero e fucilarono, subito, sull’erba.

In quei tempi che cosa importavano i quattrini? riacquistando lentamente la presenza fisica dei giorni di allora, Ettore prova un brivido di vertigine, quasi che precipitasse nel vuoto dopo un salto. Cos’erano quei giorni! Schumann nella sua divisa, con le mostrine verdi è di fronte a lui – l’esercito cruco disfatto; bruciata la baldanza, è un uomo spento in una angoscia

“ich will nicht sterben”

fuori passava un camion, cantavano seduti sul cassone, i fucili fra le gambe – era subito polvere il coro buttato contro i monti.

La splendida umanità di quelle facce, che contenuto furore nel canto. Molti di loro, ragazzi, cantando sembrava che piangessero di tenerezza nel grembo delle madri. Dove sono?

Ettore ne ricorda uno che mangiava un uovo sul pane, seduto su un gradino, al sole, il petto nudo, guardava il suo uovo e il suo pane sulle ginocchia, masticando lentamente. Beveva un sorso d’acqua da una gamella ammaccata, alzando la testa chiudeva gli occhi, il collo si gonfiava. Non una donna, non una ragazza per strada; non una alla finestra.

Nella sala gli uomini parlavano intorno ai tavoli

fumavano

faggi di luce filtrando dalle finestre rivoltavano il fumo a mulinelli vertiginosi.

L’ospedale dei lebbrosi –

Ettore, lui è vicino alla porta; Schumann di fronte, divorato dal male di sapere con certezza a quale filo la sua vita è appesa – o se è deciso e dove che morisse; intorno gli altri uomini condannati anch’essi o prigionieri con vergogna, immersi nell’infamia con una indifferenza opaca –

l’ospedale dei lebbrosi:

“Francesco e Pacifico percorrono insieme, evangelizzando, le terre d’Umbria. Una sera giungono a Trevi, che Dipoldo, duca di Spoleto, ha da poco ridotto a un cumulo di macerie. Intorno la desolazione. Solo di tanta rovina sopravanza, asilo di dolore, l’ospedale dei lebbrosi, che quel feroce ha risparmiato non per pietà ma per paura del contagio”.

Così simile era quell’oasi sperduta nel cuore dell’Italia, dentro la desolazione di un cuore bruciato, fra lacrime d’odio e baci di ritorno; il sasso fra le fiamme del mondo, la scaglia a punta che s’ergeva isolata a provocare. Eppure anche lì qualche dramma si concludeva. In questo luogo intronato di un silenzio grandioso mentre intorno, anche nei paesi più piccoli, si sparava. Ma anche lì c’era la morte in attesa – la quale stava per un momento appollaiata sui tetti anziché girare seminando zizzania; pronta tuttavia a precipitare. E ben decisa a far ciò. Intanto stava appartata, preparandosi a godere.

 

Ettore apriva il pacco, consumando questo annuncio di ricordi; quasi con fatica (nello svolgere la carta) con un magma nello stomaco che gli dava un principio di nausea.

Tutto il ricordo cominciava di lì.

C’era Schumann dinanzi a lui, parlava con gli occhi, s’era alzato e gli stava vicino – la sala della locanda, gli uomini intorno ai tavoli, fumanti e parlanti, soprattutto l’alone del fumo che fluttuava morso da una sottile corrente d’aria sollevandosi dai tavoli. Una danza di veli. Quegli uomini discutevano con una ottusa immobilità, ancora protetti da quei muri che davano fresco. Uomini giovani, per lo più uomini giovani e soldati; fra essi c’era anche qualche vecchio più colpevole e più iracondo, più disperato –

Schumann era un tedesco, fra le bande di fascisti italiani, atticciato, ringhioso, dallo sguardo in movimento, adesso era K.O., soprattutto grondava sangue dall’ansia degli occhi. Basta con gli ordini adesso. Soprattutto era solo, isolato, non più protetto dall’organizzazione del suo Reich. Capito? Wehrmacht kaputt. “Ich will”, invece molto probabilmente anche questo berretto dovrà cadere.

Il 22 aprile ’45. Quel 22 aprile. Si sfaceva la repubblica arroccata nelle prime propaggini delle montagne come uno spizzico di sale velenoso, essa stessa fermentante e tragica in una ossessionata ipocrisia. Fazzoletto di terra emblematico che nessuna forza reggeva, non il reame di un re fuggito e morto non la prosapia di un ministro pazzo (entrambi vili) – terra di consumate voglie e di forche. Sulle spalle la voluttà sadica dei cruchi. Al fondo di questa scena battuta da risonanti ombre di assassinati, la spietata farsa del diritto (quello accademico e polisenso), cruda nella sua opprimente realtà, durata come il rantolo di colui che non vuole spegnersi. Così si spappolò al modo di un fradicio frutto, giù in terra, brulicante di vermi, reame velenoso, un infetto tradimento della natura – la sua polpa gocciava. Quel giorno era uno degli ultimi giorni della fine. Altrove c’erano ancora per le valli e sulla pianura latitanti latrati di uomini cani. I tedeschi resistevano allo stremo. Fucilate perdute sulla carne degli uomini. Le ultime forche, altrove. Così in quel giorno, in quel luogo, in cui s’era ritrovata la pace con dolore – certo, con la disperazione degli anni – erano radunati affrettatamente da un pastore gli uomini delle bande sconfitte; per offrirli al giudizio. Magri, arruffoni, alcuni piangenti, i direttori del male, i sadici, gli uccisori, i lugubri giustizieri (essendo le truppe fasciste dirette e sopportate da’ tedeschi, ogni reparto consistente era accompagnato da un ufficiale di Hitler, indaffarato e scurrile, in sussiego, rigido, dava gli ordini secchi, distaccato per dispetto).

Così. Sui monti suonava l’aprile e per le pendici chiazze di neve semisciolta gocciolavano al sole, scuotendo la peluria dei monti, e un giallo duro e un po’ livido fra la neve; veleggiavano supremamente indifferenti le marmotte scivolando all’acqua che schiumava nei ruscelli. Lì nasceva il Tordino.

Passano gli anni nell’indifferenza, passano in una smemoratezza arcaica, arcigna, presuntuosa nella giovinezza. Passano gli anni, i mesi

 

– “non lo ricordavo così bene, in quell’ambiente”, dice Ettore a Gropius, gli occhi bassi, la mano intorno ad un bicchiere che non beve. “Non credevo che fosse possibile riprendere tutto in testa, in un momento. È una fatica Schumann, ad esempio. Eccolo con quella faccia; è lui lo so. Allora? Allora il colore biondo dei capelli, più biondo. Gli occhi azzurri, poi torbidi, un colore di stagno, come una vinaccia spumosa e il sospetto della paura che vibra proprio per la sospensione della sorte. In quel giorno tutto sarebbe stato possibile. Era finito tutto e niente era ancora cominciato. Tutto poteva ricominciare daccapo. Era il solo tedesco lì in mezzo, vestito da tedesco, in verde chiaro, Alpenjäger, in divisa – e tutto, pare, o è così, si lega a un filo (alle volte i ricordi hanno la cadenza di spietati suoni di tromba)

così non ho ancora aperto il pacco dei ricordi di guerra, ieri sera sono rimasto in piedi con una mano sulla polvere della carta.

Dice Gropius lui non può, assolutamente, aver rapporti col passato: un contatto prolungato lo ucciderebbe. È un ammalato, nessuno guarisce più. Non ha imparato che questo: di dover sfuggire altrimenti impazzirebbe. Morirebbe. E dalla morte non possiamo contare il tempo”.

– Sì, quegli anni.

– Imparare a non ripetere più, a non ripetersi; ma si fa esattamente come prima (con una sottigliezza meccanica). Ci si può aspettare lo stesso genere di morte. Mio padre potrebbe morire una seconda volta adesso sono pronti i vagoni piombati

mia madre potrebbe morire una seconda volta adesso sono pronti i campi spinati

anche mia sorella, la mia povera sorella, potrebbe morire una seconda volta

c’è del gas anche per lei su questa terra.

Io, mi vedi, io stesso (dice Gropius) non la scamperei questa volta. Tutti abbiamo imparato a soffrire e sapremo soffrire di più; ma anche i carnefici hanno imparato e sarebbero questa volta più pronti. Ancora più efficienti. Non ci sarebbe scampo.

– Io, dice Ettore, è strano ma ricordo soprattutto il sole di quel mattino; mi è rimasto impresso il sole (scusami); il peso della luce che riuscivo a sentire per la prima volta, dopo due anni, sulla pelle. Il suo peso. – Io, dice Gropius, ricordo la pioggia, il bagnato dopo la pioggia, sulle rotaie, sulle piazze lastricate dai sassi. L’acqua si fermava scremata fra i nostri piedi decomposti, era una poltiglia che sembrava oro, così gialla. Le rotaie brillavano tant’erano sfregate piallate strisciate; così erano consumate le rotaie dei treni che andavano al confine. Cadevano le foglie; questo cadere, questo staccarsi era una cosa orribile a vedersi.

Parlano, parlano, sono assorti, le braccia appoggiate al piccolo tavolo del bar, si guardano negli occhi; – Questa volta, adesso… È il pessimismo dell’avaro? Dobbiamo cercare, anche se sappiamo che sarà difficile o impossibile, cercare di custodire, ecco: preservare quest’ultimo guizzo di forza (volontà di vivere e non rassegnazione) che gli anni ci hanno lasciato. Anche in te, che non vuoi. È tutto qui…

– Pessimismo. Rancore. Povertà di idee. Meschinità.

– Non partecipare al battere dei chiodi in atto

– Gran costruire di case

– Correnti indotte.

Questo è un aspetto del problema; il più piccolo aspetto forse e tuttavia importante. Ma l’uomo in esso? Intendo: che cosa compirà di mostruoso l’uomo domani? La sua pace di oggi, la sua tranquillità fa paura. Gropius dice che: “l’aveva mio padre la volontà di vivere. Che fervore, te lo ricordi? Che fervore, quell’uomo. Forza, ecco la parola. Non una forza equivoca ma una forza contagiosa; un rapporto en plein air con le azioni. Ecco la vera forza. Forza, volontà di fare. Riusciva dove voleva. Ricordi l’episodio del cantiere. Ricordi? Quando gli riuscì di varare la prima piccola nave. Navicula, navetta, naveletta, navacula si diceva in famiglia sorridendo ma con presunzione; eccome! era un cargo, un barcone di ferro per l’Adriatico, per il trasporto di sabbia ma ci pareva una nave e forse era una nave, mio padre aveva costruito una nave, egli voleva che fosse una nave. La vedeva così. Eppure… Ho negli occhi, come tu Schumann, ritta in piedi, mia madre. Splendeva. Mia madre splendeva. Partecipava di quello sforzo, di questa volontà di intendere; anch’essa ardeva in questa fantasia. Eppure… Ho ancora di fronte agli occhi, sulla pelle delle mani la sua faccia, la faccia di mio padre quando fummo presi. La vanità della situazione, l’incapacità di adattarsi lo attanagliò subito, lo distorse, lo rese succube e timido (un poco vile); io gli dicevo “allora?”; pensa, ero un ragazzetto; rispondeva “aspettiamo”, ma la sua testa era un abbandono completo, un tronco nella corrente, chiunque lo poteva raccogliere. Quanto poco furore ci fosse alla fine in quel corpo di uomo – ecco cosa mi parve subito mostruosamente chiaro; come lui, come tanti fossero ben lontani dal cuore vero degli avvenimenti. Io, un ragazzetto! Pensavo che se si doveva morire, era una favola pubblica che correva di bocca in bocca, non era meglio, e subito più facile per questi uomini nel fiore, scegliere la propria morte combattendo? distruggere se stessi e magari le famiglie occhio contro occhio e fiato contro fiato di assassini?

Morire combattendo mi sembrava il solo modo di odiare.

Uno sfogo.

Forse è soltanto facile a dirlo”.

Come ogni cosa fosse immediatamente perduta – e lo era nella realtà – per loro, dentro di loro. È questo, proprio questo che mi ha angosciato per tanti anni, insieme al dolore per la morte della mia gente amata. Io restato solo. Come fosse possibile all’uomo perdere, da un momento all’altro, per la forza degli avvenimenti, la lucidità dell’odio o del disprezzo, la volontà, che è disperazione, di continuare a vivere… Era così, l’ho visto anche in altri. In tutti. Svuotati, erano uomini svuotati – e sorpresi. Dignitosi naturalmente, magari coraggiosi ma di quel coraggio repellente, pieno di timidezza, ossessivo ed egoista, che si compiace fieramente della ripulsa degli atti ma è senza punte. Un odio dignitoso e perciò, alla fine, servile –

parlo dei primi momenti dell’arresto, nelle stanze zeppe di gente, nei cameroni rigurgitanti pieni di un puzzo acido, di sudore; quando una sorte era indecisa e si poteva in qualche modo sperare – soprattutto mimetizzarsi; erano con un finto decoro, diritti erano, ma spenti. C’era sui visi un rilassamento che segnava rudemente le fisionomie, le rendeva incerte e contuse come quelle dei morti; ci spalmava sopra un grigiore che si mescolava alla perplessità degli occhi dilatati. Era una situazione, tutti eravamo in una situazione di difesa e (questo, proprio questo mi apparve poi chiarissimo, lancinante, dopo) con la convinzione d’essere irrimediabilmente perduti. Nessuno di quegli uomini si uccise o uccise – neppure in seguito si uccise; ciascuno morì per se stesso, adeguatamente rassegnato, col dolore del mondo scomparso; soffrì il doppio, ma morì in silenzio. Alcuni erano genuflessi. Ecco, da allora non avevano più speranza. Si adattavano a raccogliere le briciole.

Ettore lo ascoltava assecondando con il silenzio il monologo imperioso dell’amico. Si parlavano faccia a faccia, quasi confidandosi, e tutta la città era nera. Anche le altre persone nel bar come piallate, attutite (fisicamente), o esse stesse stupite godendo questo momento di pace. Passeggiarono per la città fino a tardi, quasi fino all’alba. Gropius camminava stupendamente, in modo amabile e leggero – con quanta dignità; lento, senza voltarsi, accompagnando le deviazioni dell’amico, per svolta di strade e sentieri o vicoli inerpicati, sempre intuendole. Attraversavano la strada, volgevano a destra, andavano per i viali. Le case erano afflosciate, le auto parcheggiate accanto ai marciapiedi per chilometri e chilometri assomigliavano a pecore fulminate o sgozzate. Nessuna finestra illuminata. Ogni tanto apparivano e sparivano le sagome degli autobus che andavano alla stazione. Cera il vuoto intorno.

 

A mezzogiorno Ettore incontrò Davidson in un bar del centro, l’inglese era liscio e pulito con una gran voglia di meravigliarsi: “mi eccita l’aria, questo caldo sofisticato che sa di mare. Che pace!”

Bevvero un martini freddo, con Ettore che gli chiese che cosa poteva sorprenderlo e prenderlo in un paese come questo invecchiato, caotico, approssimativo e troppo semplicista per durare nella crescita.

“È un paese che si muove – risponde – Mi creda, è il solo paese d’Europa che si muove veramente, e in meglio”. I risentimenti di Ettore gli si agitavano nel ventre (aveva un gran bisogno di libertà, di indipendenza dalle beghe del mondo); non voleva polemizzare con l’inglese, o contrastarlo, così libero nel volo della fantasia; lasciarlo alle fantasticherie mattutine. Questo odorare col naso era proprio segno di un giubilo infantile, che finì per disarmarlo e per divertirlo. Si avviarono. La città

la città si azzannava la coda,

formiche (enormi) le correvano sulla groppa deforme

non restava di agitarsi e soffrire

eppure era così timida nella sua audacia

e così tenera nel suo terrore.

Cresceva su se stessa.

Non innamorata ma rassegnata.

Come una ragazza drogata con arte

ismita ma non intossicata

che si lascia prendere con una rassegnazione ilare

(e un po’ di partecipazione).

Dappertutto quartieri abbattuti.

Sulla collina a destra

un palazzone con le piccole finestre

cresceva, il ventre gli ansimava

– orfanotrofio, un refettorio,

un carcere per mille lacrime (per questo l’abbeveratoio)

fra il verde spento.

Si spegneva il verde nel cemento

schioccavano fruste di vento.

Per ore e ore Ettore in negozio mostrò all’inglese oggetti e documenti, pezzi rari e svincoli doganali, fatture, le vecchie fatture, le registrazioni recenti; infine passarono con un salto, da roccia a roccia, al magazzino (di qua dalle Alpi). La casa madre, secondo la tragica terminologia fiscale. Raccolto in una piazzetta a pochi metri dall’università, in un palazzo del quattrocento maleodorante, impregnato di muffa, prossimo a decomporsi, cadente, ma importante

“c’è roba buona” diceva l’inglese

“roba buona buona” diceva l’inglese

“interessante – ripeteva l’inglese apertamente – dove le porcellane?” Seduto su uno sgabello di fronte all’entrata, nell’aria nella luce di quella porta, come un tritone mingherlino semisommerso, ridicolo e tuttavia misterioso, adocchiava con Rocchio, controllò i pezzi rigirandoli fra le mani, asciugando il sudore con un fazzoletto nero che passava sulla fronte. Leggeva le marche, dava cricchi sul fondo, stropicciava indice e pollice sul bordo, palpandolo. Seduto su uno sgabello. Segnava qualche appunto sul taccuino e per riprendere fiato alzava la testa girando gli occhi per frugare sulle pareti, negli angoli in cui erano accatastati oggetti in disordine. “Capisco perché vuoi vendere” disse guardandolo, e ritornò all’ispezione minuziosa, assillante. Spostava lo sgabello senza alzarsi, con piccoli sbalzi “c’è roba – mormorava – anche da valorizzare, nulla di inutile. Capisco perfettamente. Il denaro, il denaro…”

Erano le tre del pomeriggio, Ettore aveva fame, arso in gola – non bruciato ma secco – le solite trafitture allo stomaco rapidissime; lampi di dolore che lo attraversavano da parte a parte, quando aveva lo stomaco vuoto. Passarono altre ore; il portone era aperto sulla piazzetta, si udivano i versi dei colombi, il cupo uggiolare, illuminati dal riverbero del sole che si sfaceva. Appoggiato al muro, il sole nel collo, Ettore

– lo stesso sole pareva proprio quel sole che colpiva di striscio Schumann, allora, copriva tutta la stanza. Ricordava che ci fosse lo stesso fervore di terra, odore di radici che crepitano sul grugno, d’erbe bagnate che si asciugano, d’acqua che viene bevuta a piccoli gorghi dalla terra, dai suoi sperduti anelli, dalle sue gole feroci. Il sole si mosse e l’ombra cominciò a entrare nel magazzino.

Una voce per l’aria e un girare di Comet che si preparava rassettandosi le penne, a colpi d’ala, all’atterraggio, si riusciva a scorgere il suono che schiumava nell’aria aprendola.

Erano le sette quando Davidson finì; uscirono e Ettore lo accompagnò con l’auto all’albergo. Alla sera, verso le dieci, si incontrarono con Verde e con Gropius, e con Namara, cenarono sul fiume.

Gropius era triste, abbacchiato in un modo rovinoso, forse era venuto di controvoglia per non mancare all’impegno preso in precedenza. Mangiò poco e mugugnò frasi brevi. Verde era scatenato, eccitato dalla dolce euforia dei vecchi che esplode alla sera, col fresco della sera; una resurrezione. I capelli luccicavano, la faccia crepata (come uno spaccato della luna, illuminato e scrutato sinistramente da un satellite) era più tirata, meno consumata, più umana. Così

disse del paesaggio e come esso cambiava mutando nelle proprie ossa. Alberi, fiori e orsi sono scomparsi e sta bene. C’è soltanto puzza di fumo e vernici, intorno, e petrolio. Gasoline fetido e denso che si espande nelle viscere e consuma le budella. Sta bene. Il carbone ci consuma il polmone. Sia pure. Ma non possiamo vivere, come in realtà siamo condannati, nel provvisorio tragico, nel grottesco della solitudine. Ogni volta che apro la finestra, per prendere aria dunque per conservarmi, non per godere o illudermi, ho l’angoscia dell’incertezza; della sorpresa nell’incertezza. Che cosa troverò davanti agli occhi? vicino al muro? di fronte al mio muso? che cosa sfiorerò con la pelle? la coda di un elefante, un manifesto di carne in scatola, l’imperativo “Vota” con il dito puntato o mi investirà il tonfo di una officina costruita di prescia nella notte? quali nuovi orgasmi? per quanti giorni potrò abitare nella mia casa (a cui io vecchio sono comunque e di buon buzzo abituato) prima che mi sfrattino per abbatterla? cos’è quell’enorme edificio in collina? appiattito palpitante come una vescica? ieri non c’era… È una prigione? un albergo? forse un convento? è in prospettiva il ventre di un uomo addormentato? Tutto è così provvisorio, per noi –

quel che è peggio, dice Gropius (unica frase filata borbottando nella sera) noi non possiamo condizionare nulla. Già, condizionare, cioè preparare noi stessi. Adattarci. Patire (nel senso di sopportare). Sopportare il fastidio della noia, il rischio della pena. Sopportare l’inutilità che è fragilità, che ci circonda. Riusciamo soltanto a sopravvivere.

Com’era ridotta Berlino nel giugno del ’45?

“Costruire, costruire” borbotta Namara “abbattere, abbattere. Anche bombardare. Per fortuna ci sono le guerre che spianano le città. Queste orribili città del nostro secolo” – si batte la fronte, ferito dalla cattiveria della frase. Sono tutti tesi, schiavi dei nervi, oppressi dall’afa, infastiditi dall’odore dell’acqua di fiume che il libeccio alza sminuzzando. A volte rumore di remi, di beata gioventù, le luci in piccole palle che corrono la riva – Namara dice, a Ettore dice che prendono in considerazione l’affare, con buone probabilità (dice) ma che rimandano l’impegno, un impegno preciso, forse definitivo – non una conclusione tuttavia – a dopo il viaggio di Davidson a Zagabria e a Lugano, di Namara a Vienna. Uno scappa e fuggì rapido. Gli ha appoggiato una mano sul braccio, lo guarda con simpatia, gli dice “pochi giorni la nostra assenza, fissiamo per il prossimo giovedì, ma non di questa, della settimana che viene. Forse addirittura martedì. Oggi, oggi è mercoledì, buongiorno – oggi è giorno di festa; aspettiamo”. Si scambiano frasi sulla prossima visita di Davidson, sull’impressione attraente, nice, del magazzino, warehouse, nella piazzetta scenografica, così raccolta e definitiva (da piacere ai forestieri) – Gropius è quasi addormentato, lo spirito torbido la mente allagata, Ettore beve a piccoli sorsi ma senza fermarsi. Accendono sigarette, le spengono (spengono le sigarette) tengono in bocca il fumo del tabacco impastato, una nauseante voluttà, deprimente ingordigia. Namara parla con Verde di Londra, della città che decade, avvolta in una noia dignitosa, del rigore metafisico delle sue strade. Così, una noia a piccole punte che impedisce di addormentarsi; diversa da Parigi che ha le calze rotte e la guêpière sfilacciata, e per copricapo quel ridicolo generale; sfilacciata, sotto la sottana di nylon. Un misto di tenerezza e di repulsione. Bucata, povera, la diletta Parigi; fottuta. Da un generale, pensate. Una violenza pubblica applaudita da questi cornuti di francesi. A noi ci salva la noia ancora per un poco; una presunzione nella fortuna che s’è fatta dolce anziché cattiva, ma che si frantuma a poco a poco. Forse un secolo, forse ancora meno. Sono ottimista in questo. E dopo? dove cercheremo la polvere della gloria che ci cade negli occhi per toglierci il sapore delle ore di sonno? Essa ci è indispensabile per vivere – la nostra ingenerosa indipendenza. Metteremo sotto bacheca l’Old George Hotel, il Castle and Ball o il White Horse at Westbury? mare ha difeso noi e intorpiditi per anni mille; ma per i prossimi diecimila? il terzo millennio? Già, per il terzo millennio!

Addio Inghilterra –

addio Inghilterra –

E addio Francia –

addio Francia –

ahi povera Italia

(con Spagna e Grecia fornisce le serve all’Europa)

affrettiamoci a vendere, affrettiamoci a comperare, vendere, acquistare, racimolare oggetti prima che tutto finisca (ma noi non finiamo?) Il piatto dell’Europa è destinato a conservare solo un poco di sugo e il resto dell’insalata.

Bevono, intristiscono lentamente, con un fervore che si rinnova, in questa umidità della coscienza – come se si avviassero a piedi nudi, fra vento e pioggia, in una dannata sera, a piedi nudi fra pioggia e vento nelle prime raffiche autunnali sulla riva – sulla riva lacrimosa e severa, tragica del mare.

 

La mattina dopo Ettore andò in banca e ritornò presto a casa. Il ventilatore dell’officina ventilava stridendo tra la ruggine non consumata (era il momento di rodaggio avevano ribattuto in protocollo a un violento reclamo);

a casa trovò un biglietto di Elisa. Lo amava, volava a rivederlo, tornava in aereo nel pomeriggio. L’amava? lo aspettava. E torneremo

Un biglietto senza odore, un cartoncino con un segno di mano o di dita a un bordo; la traccia (misteriosa e austera) della vecchia Inghilterra o il rombo dei gabbiani la riverenza di monsù, il rombo dei gabbiani che scivolano sulle onde infuocate. La lontananza produce uno stacco, il cuore nel suo sentimento si spezza in mille risonanze e risucchi (a volte misteriosi e come imprevedibili); quando si ricompone, dopo il dolore dell’attesa, la nuova figura, l’ombra della speranza che il ritorno ci porta è sempre più magra, più delusa e piangente. Palpava il biglietto nella tasca amareggiato, senza eccitazione dei pensieri, con una calma equivoca e svagata che sfiorava l’indifferenza.

Così era Ettore. Le ore d’estate passavano, scivolavano via leggere, un filo di sabbia nella mano, dal pugno socchiuso, calda essa sabbia e calda sul cuore; fuggiva via l’estate; le giornate scorciavano un poco, ogni giorno, anche se il caldo era opprimente e il cielo spento e grigio come un dente cariato. Orribile e forse nauseante. Per Ettore tutto restava in sospeso, incerto; anche se l’arrivo degli inglesi – immacolati – e l’interessamento (entusiastico) di Verde davano parvenza di una timida verità alla conclusione dell’affare. Tuttavia almeno per ora ogni atto restava vago, avvolto in una distinzione tesa, cattiva, dove parole e gesti assumono il peso di simboli, per lo meno di allusioni profonde, di avvertimenti. Mescolato a questo intreccio sottile, Ettore recalcitrante per natura, infastidito ed esausto, smaniava debolmente. Inoltre mai era stato tanto solo, dentro una solitudine serrata, una maglia invischiante, un fil di ferro teso che gli logorava la pelle. Mancavano sette giorni alla fine del mese, alla realizzazione o delusione della sua speranza – al momento, per Ettore, di una resa dei conti. Non essendo accaduto nulla nella sua esistenza e nella sorte della sua vita che potesse far sperare di mutare o raddrizzare gli eventi, l’ancora di salvezza, alleluja, poteva venire offerta, ufficiosamente, sola e isolata, essa turgida e detestabile, grondante acqua d’abisso, dagli inglesi; due inglesi che ancora riflettevano, taccuino alla mano, o che avevano già deciso spianando ogni morso di dubbio.

Risponderebbero martedì – a due giorni dalla fine. Ma che importava? In quel tempo, e in quel modo, ogni cosa si collocava al punto giusto; anche un probabile o improbabile rifiuto (per essi una evanescente ripulsa, un episodio di viaggio) sarebbe stato giusto e prevedibile. Al momento opportuno, io dico, a chiudere una vicenda e a liberarlo finalmente, finalmente da questo incubo – un ingorgo di circostanze; dalla cappa di eccitazione che lo opprimeva. Appoggiato al parapetto, guardava le armature di fronte, il palazzone cresceva, le sagome degli uomini protetti dai tralicci e le voci, il rumore dei montacarichi che trascinavano verso l’alto le ceste con le pietre ammonticchiate – un ardore di sole non consumato che svariava oltre i coppi delle case più basse, un morbido colore a ogni angolo. Pensando alla propria vita, la somma delle giornate spese, Ettore… Il risentimento finiva per tradursi in una angoscia irritata, in un fastidio che aveva la rabbia dello spasimo. Cancellare tutto con un colpo di mano, con uno straccio. È facile, spesso è molto comodo, soprattutto per gli altri nei riguardi degli altri, per i filosofi metafisici dire o ammonire: vivi; oppure: continua a vivere; oppure: resisti, ’sgraziè –

ma io tu voi, essi, coloro, io che mi affaccio a questa finestra, o mi sporgo da un’altra finestra, nello spazio ventoso e lacrimoso, appoggio i gomiti, mi sporgo timidamente (perché la vertigine da la nausea), io che guardo e ascolto, quanti giorni e giorni, mesi, che quantità vasta di anni, come acqua o vino, meglio vino che acqua, che trabocca da un fiasco, da una boccia, ho –

un colpo di campana, battere di ore, ticchettare, scorrere di sfere, un lento afflosciarsi di sole –

ho vissuto cercando di accontentare gli amici, di deludere gli avversari, di lottare con un po’ di forza, di contrastare con l’astuzia concessami, eppure –

afflosciarsi del sole sul mio petto, come se disteso io morissi. È la tristezza della solitudine, i pomeriggi di pioggia dilatati fino al confine del mondo, freddi e a tal punto vuoti. Eppure c’è un disavanzo enorme nel conto della vita. Aspettare che cosa?

Nella polvere, le vecchie città italiane si stanno consumando le ossa, sfacendosi, e le loro vibratili arterie sono grumi di fiele – intorno è una piatta pianura, arruffata scomposta giallognola, ottusa e caotica, su cui i pinnacoli delle fabbriche alimentano i fuochi fatui notturni mentre sformano i bicchierini di plastica, le cestuzze traforate, i mobiletti che si squamano ai primi caldi, coca cola fasulla che massacra il fegato, tutti i cavaocchi per le belle famiglie italiane (ma tu arriva a Lucera dopo l’interminabile rettifilo di venti chilometri mentre intorno il tavoliere brucia nel caldo delle stoppie accese e sul castello svevo issa ansimando la tua bandiera; di là guata e taci; guarda la sozzura dei secoli che s’addensa su Lucera, il cumulo risecchito di sterco, che s’addensa sulla spolpata città, sui vicoli sconvolti, sulle ossesse vecchie in consunzione, sui detriti, sul piscio, sulla coda straziata degli alti muli magri. Dimmi se lì c’è vita o se c’è rimasta la storia; lì solo la morte sfiata).

Il mio barbiere è un napoletano triste. È uno di questa razza magnifica e intrepida che si consuma e sta forse sparendo. È un vecchio, questo barbiere. Ma non è troppo vecchio il mio barbiere. Ieri, guardandomi negli occhi, ha confidato che emigra in America, speranza per speranza come un sasso contro un altro sasso, laggiù dice almeno qualcosa ancora da succhiare c’è. Qua signor mio – gli occhi azzurri, i larghi occhi azzurri erano sul mio naso, così la strozza che oscillava, incombevano nuotanti dentro a un gorgo di tristezza adirata (che deluse speranze di vita! ma che alte e future, ancora che nuove speranze!) – qua diceva anche la morte costa cara. Questa Italia fa schifo.

È proprio così. Anch’io faccio schifo, che guardo il vuoto della finestra e ascolto le voci, proprio io che sento e mi sento lontano da tutti, serrato in me, snervato dentro di me, ho solo questo sole, in questo momento, e sono peraltro amaro con me stesso, e vecchio per avere a volte il timore di una vita finita. Ribellarsi a questa idea, se si può.

Accende il grammofono, rovesciato sul letto. Elisa tornerà? da quale viaggio dietro nei secoli, da che viaggio della memoria? Sarà ancora la minuta figura, una graziosa palpitante vita, o una matura signora, una matrona dalla coscienza, saputa e distinta e così amaramente perbene, sapiente e un poco perversa, con la voce calda e faticosa (affaticata) delle donne mature? Essa ritorna, ma quando partì? quando? e da dove ritorna? È amore, un legittimo affetto, è moto della coscienza il suo? è amore, questo, per la ragazzina carina che ha baciato tre volte? Portarsela a letto… eh, no, un modo volgare per sfuggirsi e ingannarsi. Servirebbe a qualcosa? a lui, servirebbe? alle sue giornate piagate? o servirebbe a dare lucidità a questo sentimento dissipato, del tutto combusto? No, certo. A lui, Ettore, piace questa libertà nella tenerezza anche per Elisa leggera, e l’umore dei suoi giorni migliori, il tamtam del tempo in questi momenti; una perplessità, a volte, che non è angustia ma misura, e profonda dolcezza; la sua assenza di cattiveria psichica e una sensualità dolce e un po’ generica che si esalta, e si illumina, aspettando. Senza consumarsi. Forse egli non l’ama, ecco tutto (non l’ama più, non l’ha mai amata – che cosa importa); non ci ha riflettuto a fondo, fino ad ora; preso in quel limbo di pace nel momento più frastornato della propria vita. In una ridda di pensieri. Forse non l’amo, è soltanto imbarazzo con dolcezza – un ombrello che mi copre d’ombra – portarsela a letto – non per astuzia, o per una cattiveria dei sensi, ma così, senza provocarla; per affetto – o come una afflizione. Per illuderla. Ma questa è autentica spietatezza. È romanesca protervia. Una forma di gallismo tronfio e dimesso ecc. Cantano rondini e passeri sopra la città sfrecciando. Fu così che quella sera, sortendo dal sepolcro della camera dalla efferatezza di una giornata che si prolungava nella notte, Ettore, consumatesi nell’arzigogolo di ore interminabili, stillante amarezza, bruciato negli zigomi dal rancore repellente che gli schiumava dentro, telefonò diritto e preciso, autodeterminandosi ad agire, alla sapiente ed eccitante, dura in sé e lieve, stupendamente vitale, mara amara Alalia.

“Tu sei…”

rispose la madre. La madre fu superata, sbattuta in un angolo, zittita. Quando venne l’altra voce, la sua voce, un gemito, un po’ bassa, il corpo di Ettore si ritrasse formicolante, pervaso da una carica di elettricità animale e disarmante che gli pizzicava i nervi e gli faceva bruciare il petto. Una autentica frenesia.

“Ho bisogno di te”.

Rise e venne.

Sono qua. Sulla porta, diritta e alta, come stanno nei films americani le laccate attrici dagli orridi seni, straripante sterpaglia di ciccia e occhi di triglia. Lei no, lei era invitante e vera, accettabile in tutto. Si spogliarono e gli baciava la fronte; Ettore si ricaricava di energia come un accumulatore a cui è innestata la spina; abbandonato viveva. Riacquistava un po’ di ardimento, la frenesia vitale

– non dovevo lasciarti, disse.

– Non dovevi lasciarmi, rispose placata e lo assolse.

– Voglio che tu resti con me.

– Voglio restare con te.

Ettore era su lei che lo stringeva

– Ho pianto, gli disse, nei momenti vuoti della giornata; erano tanti. Con ira, con molta tristezza.

– Senza piangere mi sono consumato, avendoti persa e condannandomi a questa solitudine.

– Ora io sto con te.

– Ora tu resti con me.

L’amore è dolce, proprio come una rosa; è bello, proprio come una rosa; spesso è una battaglia – quando essa si rovescia sul tuo cuore e palpita, sbattendo le ali. Erano vicini, la sera scintillava piena di luce e di una risonante allegria che la scalmanava. Alalia dice che aspettava questa telefonata. Ho sofferto e una volta ti ho visto con una ragazza seduti a un caffè sotto gli alberi. So che sei serio, anch’io sono una donna intelligente io credo – ho sofferto un poco di più. Aspettavo di pensare. Di domenica era, giravo sola, annoiata; più che annoiata, disfatta. Ero stanca, il caldo, quell’afa continua. Vi ho osservati, volevo avvicinarmi, chiedere, sedere, mettermi tranquillamente a parlare con te e con lei, partecipare della vostra tranquillità di quel momento – era una pausa fra due tormenti. Non è così? Non sentivo altro, insieme al groppo della solitudine di quel giorno, ahi la domenica, della noia triste, della noia nella mia solitudine, non sentivo che un senso di tenerezza. Soprattutto per te. Correre da te, sederti vicino, abbracciarti. Mi capitava di scordarti un poco, durante la settimana, nei giorni di lavoro. A casa ero stanca, dormivo molto, irritata. Hanno compiuto una rilevazione nel quartiere di San Gregorio e adesso elaboriamo i dati, un subisso di lavoro, un mare di carta. Ho provato ad accettare la compagnia dei colleghi, che noia. Non sono più tanto giovane, almeno di spirito (forse per questo), almeno dentro, almeno nei pensieri, io con te sto bene. Con te ho queste pause del cuore che mi fanno vivere beata. Sono crisi benefiche, piccolissime scosse; se non altro per ore, per minuti. È un riposo, così eccomi ma sei sciupato e triste. Oggi sei solo, così solo dunque –

“Domani andiamo al mare” dice Ettore.

“Domani, certo; con questi giorni d’estate”.

“È una bella domenica, domani”.

Lei gli stringe la mano, fanno all’amore, parlano a voce bassa.

“Non c’è l’altra ragazza?” chiede

“Non mi pare, non c’è”.

“Pensaci”.

“Comincio a dimenticare, scordare, perderla. È troppo giovane, così diversa da me. Non so neppure ritrovare il sentimento che mi ha avvicinato a lei, in quel tempo – era forse tenerezza; un misto di compassione per me. Trasportato da una corrente, neppure era curiosità.

Dice che l’ha riposato e aiutato in un momento angoscioso, in cui anche tu mi angosciavi. Qualche volta ti odiavo. Era un momento di pausa, un bisogno di rivalsa, cercare di mescolare le carte, buttare il giuoco all’aria. In questi giorni, in questo mese dannato non ho concluso nulla – così come non ho concluso nulla o poco davvero in questi anni. Aspetto martedì con il cuore di uno che si affida a una bottiglia. Dal deserto mare.

“Non hai speranza?”

Ne ho una sola, fortissima – così dura (sai, resistente) che mi fa male a pensarla. È un blocco informe, soltanto pesante. Mi pare impossibile tanto è tempestiva; ma non c’è altro. Ho questa soltanto e vivo”.

La guardò appoggiandosi a un gomito. Come l’anno passato, nei giorni d’autunno; c’era nell’aria un odore amarognolo, d’uva sfatta, che esasperava i sensi; come piluccare il mosto. Ripensare alla calma di quei giorni lo innervosiva; se paragonava se stesso nella burrasca al tiepido omo benestante, in sé presuntuoso (nel consuntivo dinanzi allo specchio) e, seppure soltanto in apparenza, pacifico; attivo e con una vita mondana; se misurava la sua condizione sentiva il peso e la vergogna dell’ingenuità e dell’infantilismo mescolati al proprio attivismo. In futuro non sarebbe stato tutto da cambiare? La considerazione della propria situazione non lo feriva più né lo amareggiava; eran finiti quei giorni. Si limitava ad accusarsi. Ma gli altri? degli altri nessuno poteva più aiutarlo. Non il funzionario morto, che era morto; non il giovane funzionario vivo, che era vivo; non l’amico del padre; né la madre matrigna, una vecchia pestilenziale, non il solenne sepolcro della banca con la sua schiera di morti allineati. Chi voleva non poteva, chi poteva, e per di più con affetto, non voleva. Assolutamente non voleva –

sono sulla strada, la sera è vermiglia. Alalia si stringe al braccio con la protervia ossessiva, il piglio gioioso e magnifico ma un po’ materno che da la sazietà dell’amore, illuminati ha gli occhi d’un color d’acqua pescata nei fondali.

“Nessuno che possa vuole? come ti aiuterei se potessi”

Camminavano per un viale verso il centro della città, frastuono di voci in alto, voci e la gente alla finestra. I ragazzi correvano in un piccolo giardino alberato. “Gropius anche lui vorrebbe. Ecco il solo ormai che vuole. Chi altro? Ma anche Gropius, con te, come te, non può. Prima della guerra, allora avrebbe potuto eccome. Adesso no. Penso che l’ipocondria di ieri sera, quel silenzio scontroso, gli vengano pensando a questa inutilità. Quanto vorrebbe saper fare, e fare effettivamente, per gli altri, sentendosi ancora forte e utile”.

“È generoso” dice.

“Buono, nel senso di una pienezza di bontà. La bontà intesa come una qualità operativa che comporti rischi e impegni. Non basta dare, bisogna impegnarsi”.

“Oggi? un meccanismo arrugginito. Non è come essere condannati alla sconfitta? Intendo fin dall’inizio, a essere vittima della turbolenza e dei propri rancori? La speranza cede al mugugno”.

“Così è, può essere. Io lo amo ma tu l’hai scolpito. Con durezza, magari. Sarò dunque io, o sono io, sono io da tempo, che l’aiuto. È lui ad avere bisogno di me. È così. Lo so, lo sento. Lo so e lo capisco; lo ascolto”. Ecco fatto. C’est possible

 

III

 

In marcia al mattino per la via Emilia da Milano a Rimini. Alalia amara bellissima freschissima, giovanissima, con gli occhiali scuri, un fazzoletto in testa, un foulard di allegri garbati colori, è un Falconetto, le ginocchia segnate da un principio di sole, l’incanto bollente delle cosce, seduta sulla macchina lussureggiava, il corpo appena trattenuto da una veste leggera –

“un bacio prima di partire” dice.

Un bacio prima di partire. La bocca odora di caffè; il corpo si tende, si irrigidisce; il sole è basso, sfuso nelle prime ore del mattino. La via Emilia da Milano al mare è un lungo nastro scarlatto

si aprono vialoni d’oro che singhiozzano

per la meraviglia degli stranieri in

shorts, a torso nudo guazzano

in una stupefacente chiarità (su Austin o NSU Prinz)

stupefacente chiarità mescolata

di tormento, ma a fior di pelle; equilibrante

nell’africana crudeltà dell’aria

il vento si strusci –

che si placa spento dalla luce.

Assomiglia al filo di un frangente questa strada diritta, d’argento lucidato col Sidol, imporporata da echi di viole, mescolata al volo di pernici e al muggito dei vitelli. L’Italia bucolica, spezzata nel suo magro operare, soffocata nelle nebbie del fumo, ingobbita nella galaverna invernale, attiva e feroce, che ostenta con cattiva coscienza le sue piaghe di lebbra, che incanutisce esecrando, e reboante barocca si gonfia di camini e di muri – come una vecchia di Bari che torni da Detroit con oro intorno al collo grasso e abbia una smorfia di disprezzo e amore intorno alle labbra impillaccherate. Un obbrobrio. Attiva e feroce, un po’ stanca – e tuttavia: tu che puoi sapere e svelarti (con un residuo di pudicizia e d’amore) sei una terra di metani dissepolti (ma abbatti con cinquecentesco pugnale, amaramente, l’aereo di chi sovrasta), ostile dentro un mare immobile – nel porto di Genova dondolano per anni le bucce dei cocomeri non raccolti; percorsa da vene di fiumi disseccati; tu che puoi (se vuoi) sapere e volere, come ti apri a queste turbe precipitanti, in una attesa continua, tu colpita da un’ansietà che si trasferisce sulle ciglia in una pallida morte e, più spesso allora (ut dicunt) è solo un frenetico bisbiglio, un vociare, un cantare e incrociarsi di voci, lazzi e sberleffi e coltelli impugnati per delitti d’onore, e lacrime spesso, lacrime che solcano e scavano la pelle della faccia. Si scontrano sul tuo corpo canuto, o latina tellus. Centomila chilometri di strade in così poco spazio, un incrociarsi vertiginoso di bivi – sicché…

Ma oggi via per l’Emilia, e a chi corre più svelto il bacio della gloria; per il momento il più bravo è il biondino di Pavia (un cigarro gli pende dal labbro), poi incombe la Flaminia nera che conduce due assorti monumenti, lei donna è una duchessa in rosa, lui uomo è un pomposo secco, entrambi levigati di talco, li conduce l’autista a una villa nella campagna, dimora imperiale, a cui si accede per il viale dei tigli, fra il cantare di grilli e cicale innamorate (così dicono), dove valletti apriranno il portone al buongiorno signor duca. Così è la vita. Il biondino di Pavia ha la macchina a nolo, spider veloce, è solo, è un po’ pazzo – nessuno ha cuore stamattina di pensare ai mali del mondo. Prima l’autostrada, un frenetico diluvio di sole; poi le strettoie delle strade provinciali che durano intatte dal tempo di Cesare (un Cesare, soldato), le curve come nei campi, i sorpassi che sfiorano traendo nella scia un sibilante vibrare di ferro. Dire che cosa è questo mattino in questo angolo di mondo, pochi chilometri di strada e la rabbia di una vita consumata e battuta. Ognuno ha un viso disteso, la convinzione di una felicità (allegria ecc.) che deve venire. Sono in possesso delle chiavi, non possono chinarsi a raccogliere le briciole della sorte, o aspettare una sorte migliore che tuttavia si finga difficile. Presto, presto. Viviamo per la corsa, anche per questo correre domenicale, che è preludio all’agonia delle ore.

Avendo una donna accanto

(come possedere le chiavi della giornata)

puoi sfiorarle il ginocchio

titillarle il seno, sorridendo;

sfiorarle il ginocchio

accarezzarle il collo (che è un punto di volta

formidabile per cominciare a vincerla)

puoi appoggiare la mano

sulla tranquillità del ventre

puoi anche premere dolcemente.

Infine c’è il tentativo

scomodo per la posizione

(l’altra mano è intorno allo strumento di

tortura del volante)

di insinuarti sotto lo spettacolo della gonna. Che cosa chiedi alla corsa veloce, con la marcia ingranata in quarta per chilometri e chilometri, velocità di crociera 130, davanti una millecinque bianca targata Trieste, stivata di carico umano, due mucche generosamente grosse e canute? Ettore è con una donna giovane; fumando si lascia portare; a poco a poco l’asfalto comincia a vibrare a bruciare, le gomme si attaccano e si scollano con il rumore della stagnola che avvolge la cioccolata. Un rumore cantante, una sottile vibrazione, un brivido. Qua e là non più i campi né le case coloniche né i poggi nella foschia della solitudine agra, né le pile di fieno morsicate dai cani, né il ventre dei tori che gorgoglia. C’è solo un muro di case per chilometri e chilometri, il barbiere sulla strada, un paese si lega all’altro, intermittenti trafile di aneliti e di cuori che battono. L’Italia si sfalda e si scuote. Fabbriche bianche e villette a tre colori, col giallo uovo che uccide e il terribile blu dei capimastri ciociari arricchitisi con la margarina – una cattiveria, la sicura ignoranza mescolata alla speculazione che ha fretta. Calano i barbari domenicali portando dialetti che staffilano come pugni, grassi sbracati. Chiese abbandonate in vendita.

In marcia al mattino; è un mattino d’agosto che porta verso il mare, filando verso il mare, fra i rumori che si accavallano e una infinitezza di ciclo che ancora è bianco per l’alba non consumata –

“fare il bagno, fermarsi sul mare”. Una eccitazione di gioventù in libertà e di tranquillità rilassata, una autentica felicità senza rughe, sul volto di Alalia amara bellissima.

Gli parla di sua madre,

che tu sai ha qualche rancore verso la vita passata ma adesso è felicissima e mi è morbosamente attaccata. È esosa, in questo. Io la compatisco, poveretta; ma gli altri? lo so che non ha che me, nessuno ha tranne me, ha solo me. Mi difende coi denti, difende se stessa, in me, poveretta; anche al telefono (ma non con te, a te vuoi bene) ha una voce da cane da guardia svegliato dal sonno, rotto nella sua solitudine – per lei, con l’egoismo ormai patologico di chi non vuoi seccature –

parla svagata, col piacere di parlare e di ricordare in quel momento, d’avere altre visioni, guarda avanti a sé la strada, la fila di macchine quasi incollate. Dice che sembra di viaggiare in compagnia, così vicini, fra le persone che si conoscono.

 

Ci sono per la strada divertenti richiami pubblicitari, Zimmer frei, ragazzole che escono dalla chiesa e un aprirsi di campagna sulle gonne e sulle forme nelle gonne e la campagna, sempre dessa, che svaria fiati all’orizzonte appoggiandosi alle colline, un susseguirsi di cunette, un frusciare d’api, il cielo slargato dal volo dei colombacci che subito soffocano la fame cadendo diritti nella stoppia. Guidare è un’impresa, è una fatica (non più un piacere – ma la meta è vicina), le ore dell’alba – non sono più le ore calde del giorno, una maturità dolente, eight o’ clock, le macchine si inseguono scandendo rapidi spostamenti per cercare la strada. Tutte sono zeppe (o paiono) di gioventù, docili colli giovani si piegano nel sole, le braccia nude,

la stanchezza non è ancora

col suo occhio

a coprire le piaghe

di un giorno che finisce e

finalmente si calma

(secondo il pensiero dei saggi.

Ma infine: i saggi hanno pensieri?)

Questo è dunque l’esito di massa,

il perpetuarsi (pardon, il ripetersi)

della nevrosi settimanale

sotto forma di evasione

che durerà fino alla prima neve

– un balsamo è

dunque questa corsa

verso la salvezza del mare,

null’altro che un sorso

per l’asma che tortura la carne.

Predestinati dunque al silenzio?

Ma queste voci sono forse voci di noia?

A me pare, dice Ettore, che tutti si divertano un poco; e nel divertimento c’è un modo. Anch’io mi diverto oggi, cioè ho l’impressione di divertirmi (questo sollievo), ho la speranza che saprò divertirmi così, con te, per tutte le ore, e in questa speranza è il divertimento stesso, forse il prologo più libero e felice al divertimento; per se stesso il divertimento è deludente e noioso ma aspettarselo e cioè sognarlo prima e prevenirlo, prevederlo, oh sì anche a me pare sia giusto pensare che, così, in questa tensione d’attesa riempita dalla mente, il divertimento prenda forma come una evasione, un altro modo (diverso) di esistere. Io in quel tempo, con Schumann dietro la porta, in quel tempo con tutta la guerra finita (e c’era una montagna di giorni) o che stava per finire veramente, e in quel tempo ero molto giovane ma di una giovinezza consumata nelle radici, passata attraverso pericoli mortali, dunque una giovinezza che si sopporta a mala pena, con fatica, con orgasmo, nella volontà confortata dai fatti e dalle azioni stesse compiute, di crescere in fretta, cioè di consumare gli anni, gli ultimi anni di questa giovinezza, così come si finisce di malagrazia a volte l’ultima sigaretta per cominciare un pacchetto nuovo (il vecchio è gualcito dentro la tasca); o almeno la parte di anni che ancora dividono, così pare, dalla maturità, dal rispetto degli altri (ricordo bene la sensazione di ambiguità sentimentale), o dal calore verso se stesso che viene proprio – io l’ho sentito, l’ho saputo – da aver sofferto col ricordo. È avere storia dietro di sé; la consumata corrida dei giorni. Da giovani non si può. Altri invece ci passano dentro con il cervello quasi scoperto, una massa repellente pulsante, i pensieri sembrano vermetti che si torcono, un amalgama di vomito. Avevo un amico così, un tempo (poi è morto). Questi individui riducono tutto a sé, lo stirano, se ne confanno (l’indossano) egoisti e freddi ma alla fine sciocchi io credo, in questa grettezza disumana che li consuma. Alla maturità arrivano divorati e vuoti. Avevo un amico così, un tempo (poi è morto). Un mucchietto d’ossa; un mucchietto di polvere, ottuso secco. Avevo un amico così, un tempo.

Il pensiero gira inforno al ricordo di Schumann, a quei giorni e non vuole o piuttosto non può concludersi; non si ferma. Schumann è fermo e zitto. C’è un certo sole nell’aria, e dopo? anche le voci cambiano, anche la faccia degli uomini. Dove sono le magre facce degli amici? dove gli amici di allora? e gli amici che erano amici degli amici? I gabbanotti scialbati e frusti che coprivano le spalle, i mitra scattanti da cui l’olio gocciava come il vino; e fuori da ogni regolamento l’appassionata albagia, la volontà di morte che si rivolgeva in un frenetico desiderio di vivere, l’incostanza nei sentimenti e le malinconie profonde – il fuoco della passione per la cosa che si faceva. So quel che obiettano

(eh, sì)

dicono di quel tempo

o il sentimento di esso

lo svolgersi dei fatti

la situazione presente

insomma che la storia è irripetibile

che è meglio confondere Marco e Marx

rimandare ogni cosa a domani,

il pungolo del ricordo

è irrazionale e soprattutto sentimentale

Je ne suis point muable:

j’atacheray mon corps à suivre sa moitié

et chercher son semblable

 

Je change sans regretz…

 

Lasciato Schumann, egli andava dietro a quel certo sole nell’aria frizzante, con il tepore che la discioglieva dai veli. Il colore giallo che mescolava tutto discendeva dalla montagna, dai fianchi vertiginosi e si sperdeva fra gli alberi in basso. Ma adesso c’è questa campagna in mezzo a cui vanno, il frastuono delle macchine lanciate, una tensione che si fa tagliente e Alalia ha acceso la radio, the lion sleeps tonight, il coretto dei falsi selvaggi si infervora e viene voglia di inseguirlo mentre fugge a cantare, serrandosi nella foresta. Lei è piena di un tenero desiderio di abbracciarlo (fra le braccia), di dirgli cogliendo un momento senza vergogna ti amo ed è un sentimento di tenerezza agitata che vuoi consumarsi, forse anche di gratitudine (o in mezzo ad essa). Le ore tranquille della vita sono rare, così poche; si contano – e il rapporto con gli altri, poi… Eh sì, sul piano sentimentale. Basterebbe la prova con gli altri; perché cercassi di non lasciarlo più. Con lui sto bene.

“E Gropius?” chiede.

La colonna delle macchine procede a passo d’uomo, in fondo alla strada sotto il sole appare un gorgo e teste d’uomini, i ciclisti che passano. Il senso di euforia, la buona disposizione d’animo (del mattino) è conturbata dalla provocazione di questo andare in compagnia, a folle velocità o a passo d’uomo, dall’assillo dell’ombrosa protervia degli utenti domenicali impelagati fino al collo nel dovere familiare o nelle corsette erotiche – protesi in un’avventura che la modestia ammanta di un poco generoso torpore fin dall’inizio. La deambulante umanità nella misericordia del sole. Svolta a sinistra, di nuovo il carosello impazza.

“Gropius non è venuto, Gropius è in luna contraria. È un carattere difficile, traumatizzato, spigoloso, se ha ragione! ma scarica scintille alle volte. Più spesso è giusto ascoltarlo parlare. Così solo com’è non ha nessuno ed ha preso con gli anni l’abitudine alla solitudine e alla forma di raucedine che insorge dalla fatica di parlare. Vuole, alle volte. Ma c’è un residuo inevitabile di sospetto per gli altri…”

Lei dice, che cosa gli è rimasto da difendere, a lui che ha visto padre e madre morire, una sorella morire, morire mille altre persone, strappato e sbattuto e riconsegnato alla società che non ha saputo difenderlo, che non ha mosso un dito, che ha pianto una disonesta lacrima di pecora alla fine; riconsegnato al numero giusto della antica strada come un oggetto rimesso a nuovo (o smarrito), l’abito spazzolato, i documenti in regola, ogni tanto un personaggio ufficiale scopre una lapide, pronuncia un discorso e lo invitano –

ridato in pasto a una società che non essendo riuscita a divorarlo in un modo s’accinge al pasto usando la corda della dolcezza, della lacrima facile, del rimorso e di un guasto sorriso; a una società che non lo nominava né lo nomina, in un delirio di voci e di canti, non nuova questa società ma vecchissima ancora, presa tutta di sé, senza che lo riguardasse e difendesse. È dunque ancora allo sbaraglio. Io mi ricordo quegli anni cos’erano

 

– naturalmente ogni frase è detta con lunghi intervalli e indugi e lunghi indugi per il rispetto della guida; e qualche invettiva al prossimo. Siamo di domenica, in Italia.

 

– Certo (è Ettore), li abbiamo vissuti tutti. Sulle torri dei bastioni, a luci che inondavano, si ballava dal tramonto al mattino. Cera un’orchestra di giovani donne in un rione della città, suonavano e baciavano in bocca i ballerini. Avevano una rosa sul petto. Li abbiamo vissuti tutti. Contare le occasioni perdute. Io potevo andarmene al Mexico, nel ’47, dicevo di partire, avevo trovato un posto sulla nave, il lavoro c’era (anche), un lavoro non deprimente, costruzioni sul mare dalla parte del Pacifico. Potevo farcela a lavorare. C’era anche Gropius in mezzo a noi, allora ma non lo conoscevo. Che cosa potevo fare? Occasioni, propositi, tutto si accavallava, progetti di partenze. Come potevamo aiutarci? Se una cosa è certa, eccola: finita la guerra abbiamo dimenticato in un baleno. Abbiamo dormito. È facile dimenticare, alle volte è anche giusto; spesso è così comodo” –

– “poi c’è un residuo di sospetto per gli altri” (parole colte da una risposta della donna).

Via per la bella strada alberata, stretta come un foruncolo, accigliosa, con i tronchi che strisciano nell’aria quasi fossero fatti di poltiglia, e gli squarci del cielo si intravedono fra i rami. Il grande cielo azzurro (per un momento), ma sortendo al sole dal gagliardo galoppo c’è lo scintillamento d’aria smossa dall’acqua, il vibrare un poco vetroso, le righe di vapore sfilacciato che si perpetuano nell’aria stessa.

Fumano i camini come allocchiti giganti in disuso, i panni al sole, un fiume di donne per le strade che menano alla città o alla spiaggia.

Fiammelle isolate tubavano nel cielo e sembravano colombe di pace che bruciassero – con il loro armamentario di pace e con il loro grido strozzato. E via per l’alberata strettoia che mena al (procelloso) mare, al mare insonne, al verde verdissimo mare una lastra di smeraldo – eccolo lì abbastanza fermo, seducente, spappolato di onde, curvare il dorso con una malizia da vecchio.

 

Strisciava il piede sulla sabbia, come fa il portiere prima della partita per dividere lo specchio della porta; s’avviava verso l’acqua. Era un mare prurigginoso, venato di risentimenti, scarmigliato ma senza onde –

scipito si rivolgeva verso la riva. Dietro – dopo la sottile striscia di sabbia (promenade), il verde della pineta, la macchia bruciata degli alberi – si intravedono i recessi seminascosti, i tronchi azzurrognoli o scuri, l’inizio dei sentieri che inerpicandosi si inoltravano. Pareva che il mondo fosse inghiottito in essi – c’era, o con loro andava, la speranza di un riposo più duraturo, di una felicità sognata, una conquistata evasione. La pineta era solcata da una strada grande e nuova e un paese di ville villacce era cresciuto e di voci di canzoni e i bar sulla strada per un lungo tratto. Il luogo era stato azzannato sventrato da poco, così mucchi di detriti ai lati delle stradette cieche in una tristezza sparpagliata con l’ombra, la polvere, i rifiuti abbandonati

– la nuova Cortina

– c’era una barca in mezzo al mar.

 

Dentro all’acqua guazzava Ettore ammorbidendo gli umori delle ferite e a quel sale autentico addolcendo il sale refrattario del proprio affanno. Avrebbe voluto dire che… e lamentarsi ancora – invece guazzava con soavità e con un godimento fisico inesprimibile. Nuotando con sbruffate (ah le ore della giovinezza, di crema e pesca), cercando di tenere la testa alzata per non bagnarsi i capelli; poi cedette al fascino dell’acqua e si immerse, avvicinandosi un po’ per volta a Alalia fino a sfiorarla – Alalia era quasi immobile e si reggeva a galla con leggeri movimenti delle braccia e dei piedi.

Non molto distante da riva, indugiavano dove l’acqua abbastanza alta li divideva dal gruppo delle madri impazienti, dei ragazzetti limacciosi e degli inesperti del nuoto – o soltanto dei più timorosi. Il caos pareva che ci fosse intorno, o una ordinata scena per la ghigliottina (fra risa e pianti), la suprema prova del supplizio; la prova generale per un supplizio carnevalesco. Una mimesi tragicomica. Nel suo fragoroso procedere la vacanza del mondo pareva scossa – pareva che si trascinasse alle spalle le scatole e i barattoli di un just married. Un avviarsi alla solitudine.

“Ti senti meglio?” gli chiese quasi schioccando la lingua, mentre nuotandogli a fianco lo sfiorava. Si vedevano le sue mani tremolare dentro l’acqua, il corpo sprofondato nell’acqua gemeva. Due o tre volte si era lasciato cadere a picco, e i capelli erano scarmigliati e densi per il sale. C’era poca gente in quel tratto di mare, trattenuta più a riva dal timore, dal rispetto delle circostanze, dalla paura del mare, da una congenita inesperienza del nuoto. E intanto –

intanto passava strisciando fendendo le onde, trapassava in un sembiante leggero, austera sì e assorta anche scabrosa e affilata, la nave; nera di carbone con la chiglia rossa che emergeva o sprofondava assaporando in alterna sequenza il respiro del mare. Si apriva la strada falciando le onde, buttandosi ai lati a destra e a sinistra il mare accartocciato – molleggiava con dolcezza. Una volta la sirena della nave fischiò a intervalli per tre volte, mentre due uomini a poppa, appoggiati alla murata, osservavano immobili e con una indifferenza sospettosa.

S’erano avvicinati, nuotando, alcuni forestieri che ansimavano forte, pasciuti e bianchissimi, tentarono un sorriso e come non fu accolto, nuotando a pancia all’aria, remigando indietro le braccia, lenti, un po’ delusi, si allontanarono.

“Le mani sporche” disse Ettore; lei era ferma distesa sull’acqua, dondolava e i piedi uniti con le punte laccate di rosso, le belle gambe e il corpo teso e docile, perfetto nel costume, gli occhi chiusi con forza contro il sole che dardeggiava – lei non ascoltava.

Dormiva forse sul mare.

“Le mani sporche. Sono tedeschi” – si passò una mano sulla faccia, fra i capelli – e pensava che era difficile per gli uomini come lui, di una scorza così restia, accettare pacificamente che il mondo fra un valzer e l’altro si riassestasse sulle solite tarlate picchiate dai vecchi chiodi tavole di legno; riprendesse la presunzione di un tempo, mai dimessa; la stolta dolcezza dell’indifferenza

après la guerre fini,

soldat anglais parti.

I malanni di Ettore erano di ordine pratico, stridevano per una forma di insuccesso o per la mancanza di denaro in quel momento (in cui ognuno è portato a vedere nero) – ed egli soprattutto soffriva della mancanza di una solidarietà anche fittizia, che gli avrebbe fatto ritrovare un equilibrio dentro di sé – e che un tempo, anni addietro, non gli sarebbe mancata. Che cosa era accaduto nel frattempo? Questa era una domanda plausibile, d’ordine generale che si rivolgeva con angoscia o con un’ansietà nell’angoscia. Senza rispondere. Nel fuoco della necessità e dell’onestà che si torce, nell’onestà della richiesta, sono combuste le ilari promesse ed esegesi di felicità sociale. Altro che miracolo. S’aggiunga che questo sentimento affidato a un avvenimento preciso e recente, concordato dalle circostanze avverse (e che ancora doveva esaurirsi o compirsi), si mescolava o serviva di base al groviglio di pensieri più recenti, che si contorcevano in se stessi, non appagati, compromessi, addirittura stridenti. Da questo ne consegue – portare con affanno la vita. Non ci si accorge di tanto fino a che non viene il momento. Dicono che sia la natura dell’uomo a consacrarlo a questo poco rassicurante disinteresse per gli altri, a questa condizione di sospetto e di lotta reciproca; a questa indifferenza.

Il fatto è che, in questo posto del mondo, e in quest’anno delle ciliege, la situazione è diventata insostenibile. Provare ad allungare una mano, se occorre; o soltanto a sfiorare piano per carità la spalla di un amico.

Il sussulto – e come si scrolla con dispetto. Telefoni arrivando, altro che voce; la voce legnosa che non aspetta che di spegnersi; come distilla con parsimonia sulla tua mano le perle perline fredde delle parole; e modera uno sbadiglio. Quando ti necessita la società si rivolta mostrandosi in bikini. Apri allora il canestro e affondi la mano (è questa una vergognosa ingenuità)

tempestato da morsi di vipere

le vipere si dimenano

o altrimenti ti dilaniano

anche se tu sei morto.

Continuano a ferire la tua mano inerte.

Anche i più ferrati fra gli uomini è naturale che provino sgomento, o una rinnovata angoscia che li bombarda, quando dopo prove infinite si trovano contro, proposte riproposte belle intatte, le vecchie magagne. La vigliaccheria, il pallore della paura, l’omertà fra imbecilli e le letterine anonime (arrivano puntualmente). In guerra e in pace. Oggi, dopo vent’anni. È inconcepibile come abbia ancora peso ciò che sembrava scartato dai furori non astratti delle generazioni morte.

I tedeschi sono di nuovo i soldati che sfilano rigidi dinanzi agli ufficiali raggianti. O che cosa è cambiato? Mano tesa al berretto. Di nuovo solcano i mari. Essi, i tedeschi; quelli –

con la testa, scuotendola come un viluppo di serpi all’indirizzo del gruppo diguazzante vicino alla riva. Si buttano una palla.

Il fatto è che non speravi; cioè, con timore; di veder più Schumann, di immaginarlo vivo e per la via in divisa come allora; con un male che è furia del cuore ed è una viva angoscia, di ritornare trascinato al passato, in catene; d’esserci costretto a tornare preso in una morsa di necessità.

Il mio insuccesso non nasce dalle circostanze, da un manifestarsi simultaneo di contrarietà; non sono il solo colpevole – anche naturalmente se non mi assolvo e cercherò di sopravvivere. Mi par d’intendere alle volte, come una estrema ragione, come la verità di un patimento storico (e non arrivato) che è la situazione del mondo che costringe al fallimento. È un alibi grossolano? L’esperienza non ci ha migliorati, viviamo fra l’orgasmo, una sorta di orgasmo dei sentimenti e delle opinioni e una naturale bontà che porta, o spinge, a sperare a vuoto. L’edulcoramento della lama. Così la società equivoca e immutabile ne approfitta (è naturale) e li espunge – è così? – questi individui, che come i galli sui campanili, di ferro, stridendo annunciano la tempesta; distorcendoli, divertendosi prima a farli soffrire. Un po’ come arrostirli a fuoco lento, questi sofisti sofisticatori, rompiballe di cassandre, rumoreggiano alle orecchie, distraggono il sonno. C’è un’isola deserta per costoro; e c’è la morte, se viene… “Ehi, tu, oh, tu Ettore” – lo chiamava danzandogli intorno vicinissima nell’acqua, quasi stretta a lui, con dolcezza. Il suo corpo, preso nella morsa del mare e del sole in alto profumava sciogliendosi.

 

Se vi viene voglia di stendervi, vi stendete. E stendere le gambe, anche; anche le braccia, dilungando il torso per spilluzzicare il grappolo di sole – affondare il calcagno nella sabbia, così distesi al sole; e se avete voglia di chiudere gli occhi li chiudete quando siete sulla riva del mare, ben serrati e il calore cola sul naso mentre un alone rosso cupo circondato da un cielo blu di notte copre gli occhi e vi sprofonda dentro alle occhiaie fino a farvi male. Se avete voglia di sognare un poco, o di ruminare fra voi, tacete. Potete, accendendo una sigaretta, cantare. O, più semplicemente, potete porgere orecchio alla voce del mare, quel lungo disfarsi delle onde sulla riva. Potete immaginare i gabbiani. Ettore, seduto su una chaise-longue, fumava e guardava all’orizzonte dilungarsi il vapore del giorno che a volte palpitava accendendosi. Alalia accanto a lui ben distesa e pigra leggeva L’Europeo – poiché teneva la rivista spalancata, Ettore aveva quasi sul viso la faccia giovane di un’attrice, una cascata di capelli chiari, leggeri anche nella fotografia, uno per uno, sulla copertina, dentro a uno sfondo uniforme come una fiammata –

laggiù nel mare, dopo un breve spazio di mare al di là di quel cerchio di nuvolette basse, sfilacciose e indolenti, c’è la Jugoslavia, poi c’è un’altra parte d’Europa, la mitteleuropa, le pianure ungheresi. Il juke-box cominciò a cantare, tre giovani e una ragazza, appoggiati a un tramezzo di legno, dondolavano con leggerezza, accennavano con le mani toccando l’aria seguendo la musica. Where do you come from urlava a colpi di chitarra elettrica vibrando e dardeggiando la luce poi la voce si spegneva fino a morire; subito dopo un suono di tromba alto e improvviso. Intorno a Ettore la gente stravaccata sulla sabbia riposava, i corpi abbandonati senza infrangere l’ordine, con simmetria – e sembravano morti; ma il suono di una tromba (alto e improvviso) sgombrava il campo da ogni sentimento di delusione o di tristezza. Anche Alalia calò la rivista in grembo e chiuse gli occhi. Senza che quel suono di tromba, spiegato, infastidisse nessuno.

Divagazione sulla solitudine; leggerezza dell’amore; sul ludibrio dell’anima. Tutto cambiò. Ah. Il mondo rovesciò. Gli smorti (e in parte intrepidi) pellegrini del cielo si tolsero le alucce e sul mattino di marmo calò olio bollente. Si odono canzoni equivoche (sovrapposte a quelle, più modeste, dei ragazzi) per i sentieri della pineta del bosco – e su questi, gli occhi esperti vedevano chiare le orme degli orsi. Oh struggente inutile e piena di rigore vita di ognuno. Era il periodo giusto dell’anno, la metà della vita. Che cosa aspettava? I grossi apparecchi di linea scendevano fra le colline e gli spiazzi di sole; questi grossi caproni incornavano l’aria vibrante, zac, festevole di luci, schiarita all’orizzonte da un tremolare di sonno. Entra un personaggio in spiaggia, è il Polifemo che si protende, un pel nero coperto di vecchiaia, un arzigogolo di rughe e di dure ferite, un rotear d’occhi e un puzzo di sudore

“ha per favore un fiammifero?”

il lampo di fuoco gli illumina una fronte devastata, il rauco ansimare della cervice. Lascia impronte sulla sabbia. Alalia guardava i giovani ballare e segue la mole pencolante dell’uomo che si allontana. Le sembra che Ettore parli

“come?” mormora voltandosi; scuotendo in tal modo dal collo alle braccia il peso di una stanchezza placida, una inerte tranquillità che incomincia a farle male.

“La solitudine” egli dice.

“E che è sta solitudine?… ho letto una volta… aspetta, ricordo… ho letto, ah ecco… è così: solitudine è assenza di peccato. È giusto? peccare è vivere, cioè partecipare… ritirarsi, rinunciare, è quella saggezza, questa antica sapienza… Venire con te è vivere”

“ma non è peccato, mi pare”

“non è peccato” Alalia è convinta, un po’ delusa che un’argomentazione così bene avviata, pardon, scada subito, senza peso

“intendo, che siano soli” dice Ettore. Con una voce ancora calma:

“Devo lesinare i soldi a quarant’anni. Quanto basta, a vivere? Io dico che la vita passa e l’uomo, ogni uomo finisce ammonticchiato in un angolo. È oggetto usato, da cincischiar sotto terra. Sarebbe adesso il momento buono per qualche giornata discreta – ma non vedi che iella?” Alalia dice parli così perché sei senza soldi in questo momento, in questo momento sei triste sei amaro, sei anche acido contro di te, passerà passerà, mercoledì sarà tutto finito, dopo la corsa col fiato grosso ti stenderai sull’erba a ripigliar fiato, dammi un bacio.

Il bacio è dato, semplicemente ma Ettore vorrebbe rispondere con questa voce, obiettare: il contrasto –

il contrasto è dato non da me, dal mio ingorgo di oggi, da questo secco che ho in gola, dal mio diario privato insomma. Là! Forse anche da questo, perciò – ma non soltanto da questo. La mia durezza, questo picchiare di dentro, usare le dita, ha cause fonde, è una nuova ira esplosa sovrapposta a una vecchia ira in disuso; qualcosa di feroce che si è svegliato. Il mondo è quello che è diobono, non c’è dubbio. Ma posso almeno cambiarlo se voglio pensarlo diverso; nuovo, ecco nuovo, almeno in me. Posso volerlo nuovo diobono, se lo voglio nuovo. Ridurlo a quella tal novità, che tutti chieggono e dicono: è una tal novità. Ma per fare questo (ecco un punto) occorre

eh! dirà qualcuno

l’alcuno che io so

occorre ingegno, quella applicazione rischiosa alle cose che l’insofferenza degli anni nega a uomini insoddisfatti e ai pellegrini della storia.

È questo il male?

“Lesinare i soldi… a quarant’anni… Quanto ho in tasca?”

“Vorresti essere come quell’uomo, quel vecchiazzo dal pelo?”

si fa presto a dire e a trovare una modesta soddisfazione per ingannarsi

“vorrei soltanto vivere, VIVERE, poter vivere, VIVERE, RIUSCIRE A VIVERE; e in un certo modo – con la tranquillità… Non posso leggere più neppure i giornali” “Io, anch’io non sono felice. Anzi, oggi lo sono, sì, mi sento, sono felice. Cioè, sono tranquilla, i miei pensieri calmi, con te sto bene. Godo questo mare. Ma io, anch’io non sono felice, come ti dicevo. Ho mia madre. La tua, tu, l’hai mandata al diavolo – o essa per te; tu potevi, io non posso. Ecco, io ho mia madre io; è vecchia, sai. È vecchia, sì lo so, ecc. eppure è mia madre, una vecchia cosa, un oggetto dell’uso, e me la tengo. Voglio dire che la preservo, le dedico qualche minuto, come so la nutro. È tutto? Ma è una spina nella vita. Fuori non sono tranquilla con questo pensiero (oggi lo sono), ho angustia per lei, una premura alla sera, quando è sola. So che piange, quando è sola. È questa la solitudine?”.

Ettore risponde che è anche questo, ma questo e altro ancora potrebbero essere cancellati se la società eccetera. Mi sento vuoto se dico e ripeto queste parole logore. Parole per vecchi problemi defunti. Questo è il guaio. Vorrei dire: la nostra consumata speranza e la volontà di… – già, di cambiar faccia al nostro mondo. Non fa ridere, dicono, un poco? cambiar faccia al…; diobono, zac, sono al limite della resistenza, prossimo al fallimento, salvato, se salvato, per la furbizia di due pederasti foresti. Cambiar faccia al mondo… Eh, sì

ma vedi, tu, dolce, lieta Alalia,

braccia di mare,

il mondo ha ragione, ha

il mondo ha sempre, sempre,

sempre, il mondo ha sempre,

sempre, il mondo ha sempre,

il mondo non ha perduto,

ha… il mondo ha – la faccia

di Schumann

“Schumann” egli dice.

“Schumann?” Alalia chiede.

“Schumann allora si rimise a sedere dopo che mi allontanai, nella sala piena di fumo, fra le facce contese, un po’ furbe e tirate, dei brigatisti italiani”.

“Si rimise a sedere?”

“Eh, sì – era di nuovo seduto, impettito, mi guardava mentre mi allontanavo, da dentro quella locanda.

Lui, Schumann, dalla locanda”.

“Ti allontanavi?”

“I camions passavano, uomini allegri con i mitra schierati passavano cantando ancora – e l’aria, quell’aria. Ancora oggi è un brivido di piacere a pensarla”.

“Aria fredda, quell’aria dei monti?”

“Aria che si scopriva dopo la morte, aria rinascente. Un supervivere, una goduria. Lo spirito dei sentimenti, ottuso, si distendeva; tornava a sospirare. Raccoglieva da terra come un affamato di cicche un piacere sottile. Non era quest’aria; altr’aria, altra”.

“Lo so, so, so, credo di capire…”.

“È così? Si ritorna a casa, la porta si apre, una ciocca di… – capelli, un pugno, sulla fronte della vecchia; ritrovare le carte come appena lasciate nel cassetto, col bello strato di polvere, una carta sopra l’altra, ordinate le carte, sicure ed eguali come alla partenza, anche una lettera nei cassetti. Indossare scarpe leggere… Quanti anni sono passati”.

“E Schumann?” Alalia ascolta fumando, col piacere di ascoltare fumando, fuma e porge i dorati orecchi, offre i lobi leggeri, distesa nella sdraio, soffocata dal sole. I vapori dell’aria schiariscono il cielo.

“Schumann non è più lì… Oppure; restò lì e io dopo, subito dopo scesi a valle. A valle si combatteva ancora. Due giorni di combattimenti non violenti ma ambigui e pericolosi – prima della fine. Contro i tedeschi in ritirata. Sparavano a zero… Schumann era lassù… ma è tutto confuso a volte, è un ricordo che brucia ma non è chiaro, non è più. Stenta a saltar fuori, non cresce… Schumann lo rividi dopo, lo incontrai dopo due giorni, era in fila, incolonnato. Mi guardava… Vederlo ora mi ha turbato, forse perché all’improvviso, come una frustata; ma perché con sgomento?”

“Con sgomento?” chiede Alalia.

“Sì, con questo sgomento – egli dice – ma non è solo questo. Lasciamelo dire: aggiungi una stanchezza arretrata, una fierezza calpestata, una giovinezza soltanto compianta (intendo non vissuta nelle sue ore liete). È anche questo, insomma”.

Oh, se è questo, così poco diverso dalla norma – sia egli fra la moltitudine che distacca i fiori del passato con mano calma per deporli adagio sulla tomba dei morti. Cerca questo? E gli occorre questa adesione, questa partecipazione così poco calcolata, profondamente spontanea? Perché –

ecco, perché se non è stanco della vita (e allora ecc.; altro movimento) deve vivere per operare in libertà.

La libertà? Ma che è sta libertà? in che modo si è liberi? solo nella misura in cui si crede la libertà un dovere. Eh, se fosse così semplice. O tutto così facile. Se bastassero soltanto le parole.

Infatti: ces pauvres espagnols dicono i francesi intelligenti e annoiati. Joaquim Delgado Martinez; Francisco Granados Gata muoiono di domenica. Alla domenica, Cristo, gli italiani si divertono. Perché gli spagnoli non muoiono di lunedì?

– Non è un moralista, ma un uomo in difficoltà in un mondo in difficoltà. È niente la difficoltà dell’uomo (di quale uomo?) in confronto alla difficoltà del mondo. Ma questo mondo è proprio il suo mondo? È una terra? Risponderò con queste parole (ma le parole soltanto non bastano)

– eh, la libertà è un prodotto della verità (non è un prodotto dei tempi). Si è liberi se si è giusti, e se la giustizia cioè la verità di ognuno trasforma la giustizia degli altri in una libertà per tutti.

Poi passeggiarono sotto gli alberi, poi si addentrarono nella pineta, calpestarono strani fiori bassi, grossi e maleodoranti, di una grassezza ripugnante ma di un color viola stupendo, reso più scuro dall’ombra sconvolgente di quel recesso; camminarono per i sentieri, sedettero sulle panche di legno – pareva d’essere lontani dal mare, dentro a una foresta, senza sogni, senza paura, vinti dall’inedia della vita. Il sole era all’altezza dei rami e si addentrava con strani effetti di luce – alle volte dilatato come in un barbaglio. Dopo un lungo giro in quel silenzio, e sotto il verde, ritornarono per il viottolo; la gente cominciava a ripartire.

Dopo pochi chilometri lasciando la pineta, lasciando il mare, trovarono il corteo delle macchine, di nuovo le ferruginose schermaglie, gli ispidi arpioni delle divagate speranze. Il sole, embè il sole arrossava calando. E via, via, via, ritornavano ululando nell’incandescente tramonto, scuotevano le penne – e fischiavano torcendo le note del cuore straziato, gli occhi appannati si apprestavano a scrutare il calare morire lento (il) peregrinare intimo e deluso del sole. Grandi squame gli erano intorno, di luccicanti raggi vitrei. Tutto il sogno si addolcì nell’attesa. Piovvero i fantasmi come spenti ammennicoli sulle spente palpebre – la donna intanto, lì vicino, scrutava.

Per entrambi essa viveva, nel suo minuto ardore palpitava ben fresca e ancora lunga la vita di entrambi. Via per l’Emilia toccata dal mare – dentro al luglio, a gola spiegata; un rapido riepilogo, propriamente da calcolatrice elettronica, un insieme affastellato di addendi, uno scuotere di zanzare dentro al cranio, per lui, Ettore, sono pochi chilometri di strada, bella strada brunita, mentre in terza, seconda, terza, quarta, stop, accodato, accetta l’attesa prima di scattare a un sorpasso. Il gomito al finestrino, occhiali appannati, un tipico zigolo del nostro tempo? o non piuttosto, come in effetti era, un uomo che si riposa un poco – e un poco dentro di sé si lamenta.

 

………………………………………………………………

 

E un poco perciò dentro di sé si lamenta. Tutto il sogno si addolcì nell’attesa e si spense. Alalia, lì vicino, scrutava. Era quieta. Palpitava ben fresca la vita per entrambi. Ettore pensava, rimuginando fra sé a come, ritornando a casa, sarebbe subito nella solitudine ambigua, un poco corrosa ai margini, che lo angustiava sempre. Il palazzo davanti gli impediva una parte di spettacolo del mondo – in quei giorni gli operai mettevano le tapparelle alle finestre dei balconi, addirittura la bandiera sul tetto dell’edificio.

Andando, deambulando nello scosceso tramonto d’estate, un occaso virulento e freddo d’adamantino coraggio, intrepido sotto il guaire della gente che correva al sonno. Già, dalla vita alla morte; il passaggio dalla vita alla morte. Gli guizzò innanzi, autentica, la sagoma di Schumann; impettita volava, solenne anche, la biga ruotata. Silenziosa anche, e più e più veloce, sorpassava rapida, lampeggiando col torbido faro sinistro; luce gialla ancipite. Eh, là. Proprio ancora davanti! ancora via la luce gialla, e con essa un uomo nero, l’uomo nero invecchiato a intorbidare l’affanno e il ricordo di altri; seppia inchiostrante sul mare; con la sua zazzera biondo-grigia. Nell’atto di spargere baldanza quella corsa pareva diffondere uno sgomento. O era soltanto ancipite; per lui, Ettore e per chi la largiva. Eh, via, lampeggiando veloce passava. Eccolo là, eccolo là che passava. Dietro a lui, appiccicate a un filo, mosse con malizia poiché la strada era larga, curata dall’ANAS, di un colore scuro che attutiva il riverbero del sole calante – la corsa delle macchine si scatenava. “È passato Schumann” disse.

Alalia, fumando, con una tenerezza pigra in cui era sceso il languore – e un po’ anche la vittoria – di quella giornata goduta, rumando scrutava.

“Finalmente vedremo questo Schumann” disse.

Ettore si dispose, anche nell’attitudine del corpo al volante, a una rincorsa. “Non far pazzie – pregò – guarda il finimondo”; davanti a loro si protendeva, incuneandosi e attestandosi, la fila delle macchine (come uccelli spaventati o addirittura spaventati bufali), tutti sembravano ossessionati, erano ossessionati dalla frenesia di tornare. Schumann scomparendo nelle curve appariva laggiù nella sua mole densa, sinistra, allorché la strada s’apriva in lunghi rettilinei –

perché lo inseguiva? perché Ettore lo inseguiva? poteva lasciarlo perdere; se ne sarebbe andato per sempre, scompariva. La volontà di afferrarlo. Ettore velocissimo spasimava nella sua decisione di corsa; il volto indurito; cercava la strada entrando e uscendo dalla fila delle macchine. Alalia, senza dire nulla, aveva gettata la sigaretta. Le cime delle siepi, per l’ora del tramonto, erano circonfuse di una luce violetta e sembrava che da loro uscisse un fumo, che respirassero. Anche l’asfalto odorava tendendosi sotto quel precipitoso correr di gomme.

Che cosa gli restava di tutte le esagitate ore passate? delle invernali vicende? il suo impellente destino? era un uomo che ritornava al o era già nel

– si apriva, e sprofondava, una voragine nella vita. E com’era solo in questo momento. Teso (proteso) nella corsa su una pista sbiancata d’inverno.

Era solo e incolume. Così si lanciava.

“Adagio” si lamentava Alalia.

“Raggiungeremo Schumann”.

La voce della donna era intirizzita. Le ruote stridevano, egli cercava strada a colpi di clacson, ben dati, pervicaci e affamati. Aveva la strada.

A Pietro in Lamis, dove la strada s’ingolfa per poco entro macchie di castagno, dritti e affusolati, ovverossia così severi e densi questi castagni nella compostezza del loro silenzio, e una baracca dell’ANAS si vede fra le foglie, ahi; fu? oltre il bivio di Campostella dove acqua gorgoglia che sfocerà nel Santerno

– ed Ettore era solo nella corsa mentre il sole fiottava sangue e bava. Una poltiglia dalla piaga del giorno. “Non arriveremo mai” diceva.

“Piano, piano, più adagio, ahi!” pregava Alalia. Fissava la strada. Fu dopo il bivio della Romanella, al Ponte dei Pugni, sortendo da una gibbosità della strada, che un poco (e certamente) ottunde la visuale. Dopo il dorso c’è subito una curva –

arrivando sul dorso, sorpreso dall’ostacolo, premette il freno – o fu il freno a scendere stringendosi precipitoso e solo; la macchina per un secondo si inerpicò nell’aria alzando il cofano

questo fuoco del sole che urtava il parabrezza e s’accatastava, era tutto un fuoco, un dondolar inerte per un secondo, poi la macchina puntò a sinistra, sgusciando s’inchinò, roteò, dondolò sfasciandosi contro il muro della villa Ottoboni. C’era il silenzio addosso e lo sbattere di palpebre delle cose e luci lucine rosse che andavano. Oh! e il silenzio d’acqua, pauroso, eterno, che circonda e difende la morte.

Una, sola! ottenebrata luce

e lei, spenta città, spenta

essa luce spenta, città

con le palpebre di sterpi rovesciate –

non più dormiva.

Lungo il procedere, avanzare a forza, il cammino e la strada

su che cuscino affondava dura?

Sapore della terra contro la bocca, in gola o contro la gola, nelle narici o contro le narici; qualcosa che serrava la gola, la freschezza della pietra contro cui la faccia appoggiava; e il silenzio

Alalia tranquilla e ferma essa è, rovesciata e scomposta come se fosse caduta dall’alto, le braccia nell’attitudine della disperazione lontane dal corpo, Alalia Alalia, Alia, Ala ferma dorme per terra.

Prima di morire.

Ed egli cominciò a soffrire con un urlo – intorno la gente seduta in un circo, oltre ai quattro volonterosi, guardava i cristiani morire. Il cielo diventò notturno, prima che la palla del sole scomparisse tutto nel cielo si ingarbugliò. Due uomini infermieri si chinavano a terra; raccolsero soltanto Ettore, sporco di un liquido quasi nero che era sangue nel vestito, che gli imbrattava il vestito ma non colava, si nascondeva sopra la carne che era una carta bianca; e lasciò per terra l’alone di un corpo una volta disteso, circondato, ancora e ancora, da vivo sangue distrutto. Sulla strada, avanti e indietro, si stendeva un filo di macchine ferme e luci accese, con la gente che fumava; gente discesa e appoggiata al cofano fumando parlava, chiedeva; cercava di intendere la meccanica delle cose, indifferente all’orrore o neppure sfiorata dall’ardore di conoscere – scrutando l’orizzonte stanca e angustiata. Un uomo grasso, con la faccia di vecchio avvizzito adesso lo osservava seduto accanto a lui. Era Alalia che moriva? Non potendosi assolutamente muovere cercò di parlare e gli uscì un lamento, un gemito. Si ascoltò esterrefatto, frastornato, con quel tetto lustro odoroso che incombeva su di lui, una fascia metallica che lo nascondeva a tutti –

– l’ambulanza correva trascinandosi nella corsa il suono spiegato come una bandiera nella polvere. Una strascicata bandiera. Passando incuteva timore; le macchine rallentavano scostandosi

la notte era intera

si consumava il dolore del giorno nella corsa da terra a terra

trascinando un uomo.

Alcuni alzando la testa dalla tavola

dentro ai lumi;

guardavano due giovani al davanzale,

la ragazza con un brivido.

Nella corsa nulla di tragico

non c’è sfida alla morte.

Solo, soltanto e con passione

un ennesimo compatimento per l’uomo.

Semplicemente una corsa, una progressione;

si spegne nella sostanza delle cose

(quando?)

l’ardore consumato –

se c’è salvezza alla fine, meglio. Ma non è detto; né importa, a questi due uomini vivi; infermiere che guida intento bisogna dire, con una indifferenza ridondante di abilità e cercando di evitare gli intrighi dell’asfalto logorato, che il ferito non gridi – l’altro, il più vecchio

il più concreto e quello che conosce più della vita e della morte di ognuno; seduto; è un calco di uomo, autentica maschera funebre, una forma di gesso – seduto guarda la faccia da ape dell’uomo che… Egli non sa dire se muore o vivrà, può solo aspettare e compiangere; o affrettare la corsa picchiando nel vetro alle spalle dell’autista o rassegnarsi con un sospiro. Fra lui che siede e la morte non c’è lotta; forse c’è una tregua rassegnata, una pace di secoli. La morte poi vince.

Semplicemente una corsa, un progredire

un costante progresso nel tempo e

Alalia è morta, è

distesa, egli è là a occhi

aperti scuotendosi, come se un coltello affilato gli aprisse la carne in un fianco, il caotico dolore di quel male che, forse, è soltanto un terrore del male.

C’è nella corsa nulla di tragico. Vede Alalia, lo schiantarsi dei vetri in scintille davanti agli occhi, un tanfo di sangue nella gola.

Qualche scossa più forte, penetrando in quell’orrore vacuo in cui sta sprofondato, gli dà un senso di male preciso in un punto preciso del corpo, un male meno difficile da sopportare, meno ambiguo di quanto non sia la tesa esaltazione dei legamenti sbattuti. C’è una forma di donna distesa nel sonno, morta nel sonno, distesa nella strada. Ferma è e quell’immobilità è di morte, più atroce se gridasse ma più viva, o se lamentandosi sinistramente agitasse le braccia. Morire, esausti e dissanguati come pesci strappati a forza dall’amo, buttati sull’erba e dimenarsi, così. Essa è là

“che c’è, che c’è?” voci, la macchina procede adagio, il paesaggio è notturno, sulla campagna l’odore del fieno, uno struggente odore che appanna la notte. “È scoppiata la tubazione dell’acqua nel sobborgo, la strada è allagata, non si passa, per ora non si può passare”

file di macchine ai bordi della strada, vocette di radio che si incrociano cantando invadono il silenzio.

Alberi si scuotono.

La macchina è ferma la sirena tace; essa non può contendere contro quel furore di oggetti costretti all’immobilità, all’impassibilità della tenebra. L’infermiere seduto come su uno scanno di chiesa ha aperto uno spiraglio da cui entra aria nuova. Ed Ettore –

col gorgoglio del lamento che non s’arresta, e non c’è scampo a questo lamento, anzi il lamento è la sua forza vitale, se si lamenta vive, e si lamentasse dunque, trova forza nel suo lamento e in questo lamento si placa – egli vede diciamo

sognando, macché sognando, vede e tocca con mano, con la punta esausta e residua del cuore sfiora gli angoli annebbiati di ricordi imponenti e non potendo ricordare così essendo impotente e perduto, così solo e senza volontà di ricordare, non sapendo come, è la vita che si ripresenta e viene avanti, una larga ondata di vita che lo sopravanza e lo spaventa. Arriva nel suo sogno che è purtroppo deliquio dei sensi, una aggrottata agonia, uno sperdersi a vuoto, incuneandosi nei legamenti, gli dà nuove battute.

Schumann intanto è ritto lì in mezzo a un prato, ancora in divisa ma col colletto sbottonato. È solo. No, non è solo, neppure è in mezzo (scivola via, scivola via, si perde) a un prato ma passa inquadrato marciando sicuro, spavaldo con decoro per una strada con altri. La strada costeggia il fiume (ricordare il fiume) e tocca un ponte di ferro distrutto, accartocciato nell’acqua, una confusa rete di ferro, tocca un ammasso di ferro nell’acqua che è il ponte; è prigioniero con altri tedeschi.

Così Schumann prigioniero finalmente passa. Ah, è finita. Ah, è fi… egli è inutile e dolce, guarda e non parla; i suoi occhi a colpi di spillo e l’ironia indifferente ecc. Il soldato americano ha il fucile a spall’arm non l’arma sguainata. Ettore è in piedi (oh!) sul greto del fiume, l’estate è limacciosa

(si soffoca) furiosa, l’ultima estate di guerra era quando la guerra era finita da due giorni appena (o forse un giorno, infatti);

infatti volavano ancora bassi i caccia

sul delta del fiume Po

là dove il fiume con un respiro crescente fra

canne, fra le canne si getta cercando il

mare. Fra le canne. I barchini

tedeschi sorvegliano le anatre allocchite nei mesi

passati quando… Tutto è finito.

Ettore era allora sul fiume,

con i piedi nel fiume,

era vicino al fiume, era al bordo della sua corrente, Schumann passava imprigionato con altri dignitosamente. Ettore sapeva chi era Schumann perché prima era stato con Schumann, molto tempo prima – per la ignara e squallida giovinezza che non ritorna, per l’erba di giovinezza che gli cresceva in faccia (sulla) e gli dava sonno; poi fu contro Schumann e Schumann fu contro di lui, si spiavano azzannandosi, gli lottò contro sparando anche, io gli ero contro; lo vedevo e gli ero contro, sparando anche gli ero contro, ecco Schumann prigioniero, la guerra è finita, Schumann è prigioniero, cammina vicino a un fiume, finita la guerra via, Schumann cammina ed egli Ettore –

ecco, ahi,

si dimena su quel lettuccio di crine fra le lamiere che lo soffocano, non sa come, conosce di sé soltanto questo male, lo sforzo di urlare si condensa in un sospiro, aprirsi e chiudere di palpebre. Ricade nel sopore che lo salva. Il vecchio intanto ha i gomiti sulle ginocchia, si sostiene la faccia fra le due mani, così stanco (o deluso) che fa pena a se stesso, così indifferente a se stesso da farlo quasi utile agli altri. Nella campagna, nella sprofondata solitudine della campagna, non c’è in questo posto che questo silenzio, l’odore grave e un po’ invitante del fieno il fiottare delle luci delle automobili ferme, le voci sommesse le radio accese. Migliaia di vive e indifferenti presenze. Un ondeggiamento sonoro, il vibrare dell’aria che si confonde e dilaga, una armonia di sonnolenza e tuttavia l’attitudine confortevole di tante presenze umane che si custodiscono, chiuse nelle auto, costrette, coperte e difese – questa gente vive.

Vicino ai piedi di Ettore, in quell’acqua sul fiume, ecco cosa c’è in quell’acqua sul fiume, così. Distesa ai piedi di Ettore, nell’acqua, la giovinetta uccisa.

La camicetta strappata sotto l’ascella, il sangue al collo e sul vestito, una macchia ripugnante, i capelli si muovono; gli occhi passavano oltre le cose. Ettore la guardava, buttata nel fiume – aveva un dolore cattivo che gli apriva la gola. Più in là passava la colonna dei prigionieri, là c’era il ponte di ferro distrutto, la foce del fiume (si udiva il ribollire del fiume) sopra i caccia passavano trascinandosi dietro le ombre. Non c’era gioia nell’aria (ma il segno di una inquietudine mesta)

non nel fiume dunque

neppure nell’aria né

sul ponte laggiù

né in Schumann scampato o in Ettore che decide.

Non c’era la gioia della morte nella ragazza uccisa – se c’è gioia nella morte.

Non c’era felicità in nessuno.

Ma la ragazza era

(è un punto, questo) essa era (è, è stata) uccisa, assassinata, giustiziata – tutti lo dimenticheranno

la colonna delle macchine si rimette in moto, frizioni gracchiano, qualcuno tenta inutili manovre, in lontananza come una vampata di calore l’alone della città. Per chilometri la strada si piega, strisce bianche dividono l’asfalto, l’ambulanza stretta in una morsa, nel suo procedere lento, l’insensibile e greve procedere di una colonna di macchine – chiusa in se stessa si dimentica del mondo.

La ragazza fluttuante nel suo pallore, scarmigliata con dolcezza, morta senza il rigore della morte; giovanilmente scomposta, essa dondolante nell’acqua logora di tristezza, l’acqua era sopra di lei, acqua di maggio o di aprile? (così calda e fragrante), ed essa era morta riposava straziata, si poteva osservare così.

Ahi l’ineguale sorte, ecco come ciò che capovolgendo la transitoria esistenza sfiora i bordi della vita, stride un poco e schianta, si disarticola e sé spronando sprofonda. Dentro all’acqua, zuppa, ma anche quieta, bianca sì e morta, immemore e un po’ cattiva, baldanzosa e avventata, per una morte patita nel corpo giovane e senza un male troppo grande. Un attimo, ahi ed essa (lei) così fissa nel ricordo

ed essa ritornante

poteva essere adesso (ed apparire)

di nuovo, quella forma consumata

apparire reale (presentarsi). Era un momento

della giovinezza ridondante

(come può essere allegra la giovinezza)

prima che un’altra morte

consumasse un’altra vita. Per

sempre.

Camminavano gli altri soldati

(di eguale età della ragazza uccisa) sul bordo del fiume, sulla cima delle foglie schiacciando con un crocchio gli steli, le dimenticate canne. Guardava quel viso, l’acqua scorrere sopra questo viso, un fazzoletto di acqua consumava per l’ultima volta il richiamo degli occhi che si spengono ad essa –

proprio oggi con gli ultimi spari la guerra è finita. Non c’è un suono di grida e di applausi o di espanse voci dal fiume? Ogni rumore distinto? anche distinto il gorgo dell’acqua che rotola (quel rumore di sassi), si attorciglia al ferro consumato del ponte abbattuto dalle mine? Il ponte dentro un ammasso di detriti consuma se stesso.

Calpestata, uccisa, assassinata.

Egli è dentro all’acqua con i piedi (ha le scarpe di corda) stanco è, un’ira si volge in una tristezza opaca – è senza gioia, senza la gioia per la guerra finita, per la morte avuta da altri, per la sua vita che vive. È tutto dimenticato? stivato, anche oggi e domani, con indifferenza e con malanimo, nella cera della coscienza. La sofferenza, e la morte, non inducono a perdonare, né a guardare il volto del passato con indulgenza. O con amore. Il rimpianto è infine soltanto commiserazione – o una forma di commiserazione (si poteva, in una selva selvaggia, incontrare il lebbroso). Finiamo a consumarci in un vagheggiamento di noi stessi; è il nostro dolore che teniamo, la nostra sola morte ci fa paura.

Diciamo: io sono stato fortunato di appartenere al mio tempo.

In quanto agli altri si potrebbe dire –

la loro presenza è una presenza viva, sono automi parlanti finché hanno bisogno; ecco una filosofia utilitaristica, a scanso di pedate nel sedere. È così che si giunge alla luce del cuore?

L’infermiere seduto, il mento appoggiato al palmo di una mano, il gomito sul ginocchio, furor vacui, infreddolito di torpore, intontito dal tragitto che per troppo tempo lo lascia in balia di se stesso (non ama considerarsi), ma con una ruvida delicatezza verso il corpo disteso davanti agli occhi, inutile ormai nella sua forza mancata – egli ascolta le voci di fuori, il vetro socchiuso, dentro a questa cripta. Il tanfo di chiuso e il sangue hanno un sapore dolciastro; i fiati si condensano. Ingorgo spaventoso, ne riparleranno domani le idolatrate gazzette; reduci dal week-end migliaia di automobilisti sono stati bloccati ieri sulla via Emilia, prima del raccordo anulare, da una serie di incidenti, fortunatamente non mortali se non uno – prima; poi nelle vicinanze della città da una falla nell’acquedotto di San Lazzaro che ha allagato la strada per una profondità di circa due chilometri. Il traffico è stato interrotto fino a notte alta creando un ingorgo di macchine caotico, e impressionante. Si calcola che almeno cinquantamila vetture abbiano, in quel momento, ostruito per intero l’antica via consolare e tutte le periferiche vie di accesso alla città, per quel lato ecc. ecc. –

un’ebbrezza, ahi, e sprofonda nella febbre che uccide almeno in parte, almeno per qualche istante il dolore, o è succube del dolore, o ne partecipa opprimendo; il brivido mescolato al gelo e a un principio di lucidità (è restia ma a tratti si impone) che è sempre e subito poi ribattuta nell’incoscienza; una desolata inedia sentimentale –

a quale forza concedersi? come, dentro a questa angustia, contrastare? dove è rappiglio umano che può sorreggere? Perduto per perduto; dentro al marasma delle cose, nel caos delle vicende della festa, soltanto una uniformità di condizione all’unisono con il corso dell’esistenza degli altri, può (e potrebbe) salvare.

Si alza un po’ di vento, appena un’aria. Ah, la sera in Emilia, in questa grande campagna distrutta; senza voci dentro al silenzio che finisce lontano. Finisce anche la festa in questo consumato lembo di mondo – in questa tragica domenica è il rancore residuo del passato che si sistema in un ordine, prima dell’assopimento totale. Recalcitra il cuore e spreme scintille di vita che stridono – la ragazza è distesa, con i capelli nell’acqua (così in un sogno si smuovono i capelli sull’acqua) ma prima? la guardava costernato (conservando ancora qualche brivido nella carne); la sera prima – mentre distinti si udivano i tonfi e i rumori e le voci dei tedeschi in fuga, senza fucile, non altro desiderio o angoscia d’esaltazione che fuggire (una esasperazione dell’improvvisa paura che finalmente si liberava); non altro desiderio che riuscire a passare alla riva opposta, oltrepassare il Po, guadagnare il Veneto

dort ist schon Heimat

il tuono di tanti piedi sulla terra, ma piedi che non cercavano la terra, che fuggivano la terra; il suono, il tonfo dei piedi in fuga, quasi correndo, un premere sull’erba, contro i sassi della sponda quasi a prendere lo slancio per un balzo definitivo o per una fuga ancor più prolungata; e ansimare si udiva, sospirare, qualche singhiozzo (nella notte tutto è possibile), i camions impantanati cercavano di liberarsi con i motori al massimo, lo sferragliamento di lamiere, soldati tedeschi si toglievano la giubba e camicia e si buttavano nel fiume, s’alzavano le voci da mezzo l’acqua, annaspare si udiva l’acqua smossa con la rabbia della paura o con disperazione – per altri era l’indifferente procedere della esperienza che non si consuma, che aiuta a raggiungere la riva; o nell’atto stesso di nuotare a ritrovare e a mantenere la tranquillità – acqua si alza, acqua scende, le mani scardinano l’acqua e l’afferrano come maniglie, issano il corpo esausto, lo costringono ad avanzare nella lotta, le scie sotto il riverbero della luna e il pelo increspato dell’acqua –

ah, l’arrochito urlo, la materna invocazione di tanti soldati tedeschi che annegano in mezzo al fiume Po in queste notti di luna; sprofonda la voce (hilfe) ah, giù su, gorgoglia, si inebria, procede, annaspa e decade in un borbottio miseramente vinto. Si ode anche quel tonfo, nella notte (quest’ultima notte) del cuore che si spegne. Il tac della morte.

Con la ragazza, rapido ma con tenerezza, l’aveva avuta (dopo i mesi di montagna, lei quietamente vinta da una tranquillità gioiosa) premendola appena sul fieno, la sera innanzi; pareva che lei mettesse un proposito serio e molto amor proprio nel darsi interamente, con una specie di frenesia; quasi che riuscisse a liberarsi in questo modo, lei povera ragazza felice, degli incubi della guerra. Tutto era accaduto rapidamente e senza preparativi. Era entrato in quella casa (con la porta aperta, egli pensava per un invito d’amicizia) per ristorarsi dopo il gran correre e lo sparare (la fatica e la paura) del giorno; liberato dall’incubo della morte e con la certezza (che dà una esaltazione verbosa) che queste erano le ultime schioppettate; lei, appena guardatala, aveva accennato , sciogliendo lo sguardo da un dispettoso sopore. Era la sua speranza di riemergere? un moto del cuore? un accendersi repentino? Certi atti rovesciano a volte una vita.

È morta, Schumann passa vicino, prigioniero incallito, sudato nel collo, sporco di polvere ma sapendo con certezza che sopravviverà. Guarda Ettore passando e neppure sfiora la ragazza. La ragazza è morta

– in quegli anni il tedesco fu legato ai quattro o cinque episodi, avvenimenti straordinari o tragici, della esistenza di Ettore.

Che monte di ricordi e che spaventose ali. Franano questi sassi racimolando gli sterpi affumicati di una vita; c’è odore di fumo nell’aria. Ahi, la morte.

E come tutto finisce.

Sempre più magro e pallido. Un foglio di carta bianca.

È la parola fine.

Si procede con qualche movimento brusco, nel fruscio dei motori riscaldati e bollenti, fra le altre macchine, immedesimati nelle identiche luci rosse.

Un’altalena di fari che si accendono e si affievoliscono sugli occhi gonfi (di sonno), sulle mani contratte sul volante, e sulle schiene sudate –

la città sembra difesa da una coltre fosforescente circolare che fluttua a mezz’aria; è vicina con le sue case annerite; ormai vicina, ma qua è ancora campagna, oltre il fosso c’è un lupo addormentato e lo squamarsi della terra che libera strane parvenze annidate nelle crepe –

e si lamentano quando Ettore si lamenta.

Alcune macchine suonano, intorno non c’è che lamiera lucidata, variopinta, per miglia e miglia non s’alzano che riverberi. Il vecchio seduto si scuote, riemerge, agita una mano, sfiora la guancia dell’uomo ferito

– la colonna si avvia snodandosi quasi rassegnata dalla stessa impossibilità di procedere, adattata a questa sorte –

attraverso la spettrale lucetta azzurra che ha acceso si china, guardando la fronte, sempre più magro e pallido, un foglio di carta bianca, la fronte la vede ferma sotto un ghiaccio bianco.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato: Chiara Bensi e Nicoletta Defranceschi)

 

 

 

 

 

 

 

Martedì, 24 Giugno 2014 14:16

Dentro a un concerto

Dentro a un concerto tante voci. Assai fitti i libri su Pasolini. Quelli impietosi, che si occupano dell’opera e non della morte, aiutano di più

 

Ormai tutti hanno parlato di Pasolini (gli ultimissimi stanno arrivando adesso). Voglio dire che tutti proprio tutti hanno scritto, discettato, formulato, proposto e anche concluso su Pasolini vivo vivente e su Pasolini morto per sempre; nonché sulla di lui opera che continua a fluire come un fiume, qua e là debordando. Da piccolo mucchietto d’ossa maciullate fra la polvere di una marrana, poco per volta (anche tramite la inquieta manipolazione di una cultura che non ha più neppure la pazienza d’ascoltare e d’aspettare, dato che è talvolta dalle sue piccole necessità che però sono urgenti; quindi sembra sempre sapere tutto e subito) Pasolini è diventato busto marmoreo lì sulla piazza, lacerto d’archivio, beneficiario di lacrimosi consensi o, viceversa, destinatario di acidule riserve formulate col metodo della mezza bocca.

 

Un Pasolini per tutte le tesi (di laurea)

Dimidiato fra queste insofferenze e una esaltazione che è certo peggiore dell’ammirazione ragionata, a me appariva (compatendolo) e mi appare ancora oggi un’ombra itinerante inseguita dai cani o, come il lebbroso dal suono di un campanaccio. Questo si intende dal mio ambito privato di lettore che non riesce a dimenticarlo. Quel Pasolini in pubblico – o pubblico – così codificato e trasformato mi sembrava che fosse diventato buono a esaltare chi neanche lo leggeva accontentandosi di alcune mitiche suggestioni o a stimolare tesi di laurea nell’ambito degli atenei – che sono tutti fuori dal mondo. Intanto oggi mi accorgo che dentro a questo concerto a tante voci non basta un palchetto intero dello scaffale a contenere le sue opere e ce ne vogliono almeno due, inzeppati, per la bibliografia necessaria. Inoltre non passa giorno che non ci sia promessa una qualche aggiunta di altra roba; i più pertinaci essendo ancora gli studenti studiosi alla ricerca della primissima gloria erudita. È un tourbillon che solleva polvere e ghiaia, da cui non è male sottrarsi. Eppure ogni tanto capita un buon incontro.

Il libro di Santato su Pasolini (Pier Paolo Pasolini: l’opera, Neri Pozza editrice, 1980, lire 12.000) per esempio mi pare un bel libro di critica su un autore contemporaneo (anche se ormai classico, con pericoli e relative zavorre del caso). Un libro poco o nulla recensito sui quotidiani, ma molto argomentato; legato con cura a tutti i nodi dei problemi testuali e appoggiato a una documentazione non capricciosa ma rassicurante, nel senso dell’esattezza e dell’aggiornamento. (In effetti, altro dato spesso deprimente nell’accavallarsi dei contributi critici sui contemporanei, è la petulante sciatteria o approssimazione nei particolari, nelle note, nella bibliografia. Così che un errore, una volta a stampa, viene per lo più ripreso e perpetuato senza altro controllo o cautela).

Per me lettore è dunque da sperare che possa intervenire – insieme a pochissimi altri, e ci metterei subito i contributi critici di Gian Carlo Ferretti – per sbloccare la bibliografia pasoliniana dagli ingorghi apologetici o dal vampirismo mimetizzato dei catoni di turno. Questo in generale. In particolare, merito di Santato è di farci «leggere» Pasolini; meglio: di suggerirci una nuova voglia di lettura dopo parecchie prove che ce lo hanno fatto soltanto «vedere» o soltanto «ascoltare». («Una chiave di lettura rivolta pressoché esclusivamente al personaggio ha installato la propria egemonia, a scapito di una autentica lettura o rilettura dell’autore» pag. XV). Il libro di Guido Santato su Pasolini lettura testuale senza sforzature, piuttosto attenta al senso della minuzia e incalzata da continue estrapolazioni che risultano poi un supporto determinante. Mentre troppe volte in passato, con una furia che sembrava demolitrice ma alla conclusione risultava abbastanza pretestuosa, ci proponevano o ci costringevano a «scegliere». L’aspetto pubblico, il momento pubblico di questo autore di scandalo e d’offesa, quasi sempre presentato in una situazione di dramma e strapazzato da più parti, era fatto prevalere (calcando) sulla vitalità, sulla rabbia desolata, sul suo amore per il proprio amore e le cose del mondo; un amore inquieto pieno di continue solitudini – anche se bruciano per la splendida fantasia e per una libertà che in definitiva non ha paura. Eppure a significare l’importanza che assume il nodo «ideologico» in una personalità centrale come Pasolini, ha ragione anche Ferretti quando (su l’Unità del 22 luglio) manifestava generalmente una preoccupazione per l’uso volontaristico, troppo letterario o strettamente letterario che si fa di lui, nel complesso e da più parti. Ribadendo che la sua attualità (aggiungerei: la sua utilità persistente, resistente) riposa nella duplicità, nell’ambivalenza drammaticamente esibita fra pubblico e privato, fra l’opera e l’uomo, fra pagina scritta e l’offesa quotidiana sopportata in pubblico e in pubblico denunciata e urlata.

 

Liberare uno scrittore dalla sua morte

Certamente. Ma nel libro di Santato, anche se prevale il proposito metodologico di rovesciare fino in fondo, come un cassetto, i testi di Pasolini per inseguire i segni nello svolgersi (nel crocchiare) delle pagine, col fine di radunare ogni dettaglio che possa servire ad approfondire, accantonando lo scrupolo di affrontare e definire un ritratto complessivo a tutto tondo dell’autore, non è tralasciato un raffronto insistito con i fatti, presi nel dettaglio non come un privilegio esemplare ma piuttosto da rifinire e definire. Comunque questo è un appunto da muovere e cioè che l’ultimissimo Pasolini in questo libro è appiattito o almeno non è evidenziato e viene proposto quasi epigonicamente, cioè più legato all’abbrivio di uno svolgimento anteriore almeno tutto definito, se non rifinito, che stravolto dalla e nella furia sulle idee, dalla e nella lucidità drammatica e tragica sui fatti che erano di nuovo una conquista, una rinnovata acquisizione dentro alla sua storia: fatti che gli assegnavano (gli concedevano) mentre si avvicinava alla morte una terribile autorità presso i lettori e una carica comunicativa che si traduceva (si alimentava?) nell’ebbrezza, nella violenza, nella chiarezza inquieta dei suoi ultimi segni.

Però apprezzo che Santato non oltrepassi un giusto limite (e anche in ciò che sta la «buona» qualità del suo lavoro) e che continui con attenzione a trasceglierne ogni dettaglio selezionato dentro le pagine che sta leggendo, mantenendosi in una posizione centrale per inquisire Pasolini: un Pasolini scritto su un Pasolini detto o agito o recitato o raccontato o pianto con rabbia. In questa occasione e per questo tempo a me sembra una scelta utile e interessante. Utile per chi studia e legge e non si accontenta di ascoltare. Lo annoto perché, così, una volta tanto pare che Pasolini sia sottratto alla mitografia della croce (della crocefissione) in cui lo sentiamo relegato come un grande quadro d’altare, immobile e defilato; per essere riconsegnato con fiducia calma (come una necessità)  alla verità e alla resistenza dei suoi segni. Questo, che è un atto d’attenzione inquieta e d’amore dentro all’operazione critica, non è incrinato da quella (solita) commozione un po’ cupa dei sentimenti che alla fine fa precipitare il giudizio; si appoggia piuttosto a un movimento critico, meditato e calmo progressivo, sia pure dentro a una tensione che riesce a smuovere senza pause il «discorso» che cerca e dichiara.

 

Un’opera «goduta e vissuta, mai studiata»

Dico questo in quanto, come lettore interessato e contemporaneamente disinteressato (cioè non conquistato da nessuna conclusione generale ma desideroso sempre e solo di capire) mi rendo conto, sento che è tempo di contribuire a liberare Pasolini dalla sua morte per riconsegnarlo alla sua opera. Liberare Pasolini dalla sua morte non vuol dire liberarlo dalla sua storia per consegnarlo intatto al limbo dove girano i filosofi e i poeti d’Atene. Vuol dire, per me, dissacrarlo e compatirlo per poterlo liberamente riascoltare – con una emozione più completa. È tempo di cominciare a comprimere, come afferma anche Santato, «Gli aspetti propriamente pubblici della sua personalità da dilatata che era: dato che in molti casi questo ha prodotto una massiccia mitografia del personaggio singolarmente omologa alle attese e dalle richieste del mercato». Questo vuol dire che bisogna davvero scavare quasi con le mani sopra la terra che lo ricopre per sottrarlo da ogni parziale o ulteriore manomissione.

Mi ricordo di una breve lettera di Jorge Guillèn inviata per un omaggio a Ungaretti poi stampato da Mondadori in un volume del ’60. Diceva: «ma adesso, senza libri senza tempo, non potrei tratteggiare nemmeno il più modesto studio di un’opera che ho goduta e vissuta, ma che non ho mai studiata». Goduta, vissuta, mai studiata. Senza la frigida arroganza dell’accademia, radunando i dati per montare un congegno d’amore testuale, non già un congegno schematico. Santato ci aiuta a credere che possiamo, dobbiamo avvicinarci a Pasolini sottraendolo sia a un funebre vittimismo che finisce per essere solo sacramentale, e che perpetua rabbia e lacrime; sia al filologismo snervante e ufficiale, dove si annidano i laghi bibliografici freddi come l’inverno, riservati ai classici per sempre. Dopo pause traumatiche e attese impazienti ricuperiamo la pazienza critica per cominciare a riconsiderare attraverso queste pagine (che sono le pagine di Pasolini) i nostri problemi che sono duri e tragici. A tal fine Santato ha composto un libro preciso, severo, impietoso; non un libro pietoso. Inoltre, cogliendo il generale, egli così propone di ricuperare lo sgomento ideologico di Pasolini indirizzandolo dentro a un dibattito da lasciare aperto (scoperto); non classificatorio; senza esercitare, insomma, la premura di trovare giustificazioni; per offendere o condannare o prolungare l’agonia dei sentimenti. Gli ultimi scritti di Pasolini sono da leggersi, perciò, non per la nostra rassegnazione ma per aggiungere un po’ di forza alla nostra convinzione. E Santato invita a rinnovare e a ritrovare una violenza libera nelle idee più che affermarci per perseguire dentro ai mille dubbi dell’inquietudine non la giustizia della morte di Pasolini ma la vendetta della nostra vita. Questa è una conclusione di un grande impegno che si rinnova.

 

 

il manifesto, 15 novembre 1981.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato: Chiara Bensi e Nicoletta Defranceschi)

 

 

 

 

L’opera narrativa di R. Roversi non ha avuto da parte della critica l’attenzione che meritava; eppure «Registrazione d’eventi» (1964) e «I diecimila cavalli» (1976) rientrano fra quelle opere – troppo poche, in verità, se si considera la proliferazione del genere dal dopoguerra ad oggi – per le quali si può parlare di “nuovo romanzo italiano”. Qui, infatti, risultano definitivamente superati tutti gli “equivoci” del neorealismo in virtù della presa di coscienza della necessità di “pensare nuovo”, che, in definitiva, distinguono Roversi dai “vojeurs”, per i quali si deve parlare invece di un “vedere nuovo”. Con ciò non si intende negare agli autori del “Nouveau roman” capacità critica e di analisi della nuova realtà sociale; si intende solo evidenziare che se sono legittimi l’impoverimento della trama, l’impoverimento progressivo della nozione del personaggio e la presenza sempre più massiccia dell’oggetto come elementi-chiave di una narrazione che intende rispecchiare una società depoliticizzata desacralizzata disumanizzata reificata1, sorvolando però sui conflitti, sui contrasti, sulle tensioni ancora reperibili nel tessuto sociale ad esclusivo vantaggio dell’aspetto visivo e formale, si rischia di dare una visione alquanto riduttiva della vita e del mondo.

Ma il “pensare nuovo” distingue Roversi anche dalla “neo-avanguardia” nei confronti della quale non mancò di polemizzare: essa, infatti, nella sua disponibilità all’integrazione si è autoevirata e definitivamente sbarazzata, per opportunismo,di quel sostrato ideologico ed etico che le avrebbe consentito di elaborare una strategia di attacco all’industria culturale e al neocapitalismo2. Esemplare la pubblicazione in proprio delle «Descrizioni in atto» (1969) e la scelta del ciclostilato considerato da Roversi come l’unica via per una comunicazione non massificata ed estranea ad ogni forma di compromesso; riprivatizzata, insomma, e più attenta:

 

«Col mio ciclostilato mi proponevo, senza voler stralunare il mondo o meravigliare l’inclita famiglia, di inserirmi in un problema seguente: quello della gestione della distribuzione della comunicazione. Mi ciclostilavo non per far dispetto a Mondadori che neanche mi filava (o Einaudi, Laterza, Bompiani, Valleochi ecc.); semmai per circuire e stravolgere, componendo i miei numeri, l’eccellentissimo ministro delle poste. Volevo arrivare con le mie lettere a mano più lontano, più in dettaglio; e arrivarci da solo…»3.

 

La scelta del ciclostilato, dunque, non è solo rifiuto dell’industria editoriale ma anche ricerca di un nuovo canale di distribuzione della comunicazione, come del resto emerge dalla “Conversazione introduttiva” presente dei «Diecimila cavalli»:

 

«La scelta del ciclostilato, allora, voleva essere non tanto un rifiuto dell’industria editoriale ma la ricerca, grezza fin che si vuole, di un nuovo canale di distribuzione della comunicazione; un canale diretto, meno viziato dal consumo o da ogni ingorgo programmato. Gestendo questo ciclostilato ritenevo di poter trovare un modo più esatto puntuale rapido per distribuirlo» 4.

 

Qui Roversi si affretta a chiarire, inoltre, il suo ritorno all’editore, qualificandolo come “atto di pratica politica” convalidato dall’assenza di ogni contratto in quanto l’opera solo così può restare un semplice scambio libero e disinteressato. Rimosso così, definitivamente, ogni possibile sospetto di contraddittorietà o di gratuito estremismo, va detto inoltre che l’attività letteraria di Roversi è passata sì attraverso Einaudi5, Feltrinelli6, Mondadori7, Rizzoli8, Ed. Riuniti9, ma anche attraverso la sua “Libreria Palmaverde”10 alla quale sono legate riviste come «Officina», «Rendiconti», e di recente «La tartana degli influssi» e «Le Porte». E proprio sul primo numero delle «Porte» Roversi nel suo intervento, che è una lettura della realtà odierna messa a confronto con quella più remota dei tempi di «Officina», mette a fuoco alcuni problemi fondamentali come la gestione della propria comunicazione, l’amore per la verità e la ricerca, per cui è necessario salparee nonscendere a riva per contrattare e speculare:

«Gestire la propria comunicazione, allora, era difficile ma non impossibile; ottenere non dico consenso ma attenzione a garanzia del lavoro era diffìcile ma non ancora impossibile. Adesso, al contrario, mi sembra che sia facile ottenere attenzione da ogni parte, ma per un momento troppo breve; quindi un’attenzione scarsa (scarna) per avere la garanzia di un ascolto attento e soprattutto continuato. (…)

 

Con “Le porte” proponiamo e raduniamo testi per questa tenerezza rinnovata di verità e di ricerca, che si svolge verso i giorni del futuro (magari prossimo) e non è legata a nessun porto di Atlante su cui aspettano i mercanti. Salpare; non scendere a riva per contrattare e speculare»11.

 

Ma una riflessione di particolare importanza è la seguente, dove Roversi individua nell’attesa la differenza fondamentale fra l’ieri e l’oggi, per cui «si guarda al passato con una tenerezza di morte e non si guarda al futuro con una tenerezza di vita»:

 

«Fra ieri e oggi insomma – a parte la considerazione sul cambiamento delle cose e dei tempi – la differenza sta nell’attesa: nessuno aspetta più niente avendo rinunciato a sperare. E, si guarda al passato con una tenerezza di morte; e non si guarda più al futuro con una tenerezza di vita»12.

 

«Le porte», dunque, giornale di poesia a cura di R. Roversi e G. Scalia, cadendo in un periodo in cui sembra siano state definitivamente chiuse le porte alla speranza, si propone come rivista della speranza che resiste; ma essa, nel contempo, ci riconferma che il lavoro di Roversi continua a seguire un percorso autenticamente alternativo, controcorrente e di netta opposizione.

Roversi, infatti, è uno dei pochi intellettuali del nostro dopoguerra autenticamente critici della società neocapitalistica: senza volere scandalizzare nessuno divorzia coerentemente dall’industria editoriale, e con altrettanta coerenza, quando lo ritiene necessario, per pratica politica, passa attraverso essa mantenendo sempre quella giusta distanza che gli consente di non subirne fazione deleteria; e ciò in virtù di quella “bruciante moralità”13 della quale si alimenta costantemente la sua opera letteraria14, la sua ideologia, la sua attività di promotore culturale.

Quando appare il romanzo «Registrazione d’eventi» (1964) si è già conclusa l’esperienza di «Officina» ed è iniziata quella di «Rendiconti»15: è avvenuto, insomma, il passaggio da una rivista con interessi prevalentemente letterari ad un’altra volta alla ricerca di “nuove metodologie”; Roversi, inoltre, a parte le «Poesie»16, le «Rime»17 e il romanzo «Caccia all’uomo»18, ha all’attivo anche la raccolta «Dopo Campoformio»19, con un titolo di per sé emblematico, dove figurano componimenti già apparsi su «Officina».

«Dopo Campoformio», di cui sarebbe opportuno uno studio delle varianti per una più puntuale comprensione del “fare poetico” di Roversi, comprende undici poemetti scritti fra il ’55 e il ’60, e, come dice lo stesso autore nella nota finale, tranne l’ultimo (Iconografìa ufficiale), si collocano tutti in un tempo storico ben preciso: tra i fatti d’Ungheria e il rapporto Krusciov; un tempo, insomma, che richiama da vicino quello immediatamente successivo al “trattato di Campoformio” e che crea adesso come allora un disagio non indifferente negli intellettuali delusi per la rivoluzione mancata e per il clima di restaurazione che già caratterizzava quel tempo «imprevedibile e caotico nel senso del nuovo che cominciavaì»20. Sicché qui il ricordo di certe situazioni personali e/o collettive si fa resistenza ideologica possibile e, quindi, doverosa perché necessaria in un tempo, diverso da quello, di restaurazione industriale.

La raccolta «Dopo Campoformio» si apre con “Il tedesco imperatore”, dove l’affresco di una nazione occupata e della liberazione culmina nei seguenti versi:

 

«Carri armati posano

sotto gli alberi, i negri

ridono, stendono le mani,

la gente nelle vie,

tutte le finestre al sole.

Giorno sacro d’aprile. Alti vocianti

feroci uomini nuovi.

«È finita la guerra», questo

il popolo grida; gli anni si frantumano,

un mondo nuovo affiora ribollendo

dalla schiuma aspra del dolore.

La piazza di calce, bianca nell’aria d’aprile,

tacque; un uomo apparve sul palco,

parlò poche parole aprendo

la nuova storia»21.

 

È evidente qui la centralità del corale e popolare grido «È finita la guerra» che si pone non solo come naturale complemento di una atmosfera di luce nella quale finalmente troviamo immersi «carri armati, negri che ridono, gente nelle vie», ma che segna anche l’avvento di «un mondo nuovo» e di «una nuova storia», per aprire la quale si affida il compito ad un uomo che appare sul palco (Ferruccio Parri, come si chiarisce nella nota finale) pronunciando poche parole. Ma è «un mondo nuovo», questo, che «affiora ribollendo dalla schiuma aspra di dolore», di quel dolore compreso fra «La guerra è finita. Incomincia la guerra (…)» di Lungo i muri ed «È finita la guerra» de La piazza in festa; un dolore, insomma, che consiste: nella fuga «e simili a formiche / lungo i muri picchiati dalla fame»; nel muggito in cui «s’accascia l’Italia»; nella «immagine dell’impiccato»; nella «madre che tiene sui ginocchi / il ritratto del figlio»; nelle «donne uccise (…) o scampate / al massacro», che «spente di paura / giacciono nel buio delle stalle»; nella «morte di una donna fulminata / con bicicletta e pane / accartocciato, l’insalata, il sale, / da un colpo di pistola»22.

In “Una terra” c’è già un mondo dove «sulla strada appassiscono i gerani / bucati dai fari delle macchine»; dove «fra lo stridio dei freni i pioppi coprono / l’agonia di un gatto sfracellato»23; dove la morte è sempre in agguato («È morto il capitano. Cade / in mare ogni luce di festa / dai giovani cuori; a riva / le donne attendono ammucchiate»24; dove anche «i morti / non hanno tregua, risaliti / dal profondo si stringono le mani / rotte dalla fatica»; dove ci sono «madri stroncate dalle gravidanze, / invecchiate con pazienza sulle reti»25, dove «crescono giovani aspri»26; dove la «terra addormentata per secoli / dai frati astuti, dalle processioni (…) trema all’ansia del petrolio / nero come un nembo della Marca»27. Un mondo, insomma, dove è in atto il capovolgimento di tutte le aspettative, di tutte le speranze.

Ma in «Una terra» fa già la sua comparsa un vecchio che quiintona soltanto «con pena un canto triste»28, ma che assurge al ruolo di protagonista ne “La raccolta del fieno”, poemetto certo più compatto. Infatti, sul vecchio che «inchiodò nella cassa tre mogli», che «era un sultano d’oriente / con venti figli»29, si concentra un presente in cui attende, insieme ai cinque figli rimasti, alla raccolta del fieno. In questo poemetto, che è la storia di una giornata parinianamente antipariniana («Mezzogiorno è l’ora dei signori»)30 all’antica saggezza del «Raccoglie chi semina»31, che si traduce in energici invitidelvecchio («Forza, su lavora»)32, fanno da contrasto le voci dei giovani33 che intenti al lavoro pensano alle danze della sera che non cambierebbero per un torello nuovo:

 

«a luce accesa sotto il pergolato

tacchetti arditi faccio

scivolare coi miei valzer che bruciano.

Con un gemito lieve

le ragazze perdono l’onore.

Queste sere di ballo

non lascerei per un torello nuovo»34.

 

Sicché il vecchio buttando il cappellaccio già presagisce la fine di un mondo:

 

«ancora caldo nel buco della morte

la mia cascina al fuoco sarà data,

alla rovina, e al valzer baderete.

Baderete alledonne, disgraziata

mia sorte, mia sventura,morte,

non ai calli che la vanga incide

come una croce sullamano al povero»35.

 

Ma alla domanda: «Ma tu pa’ da giovane…», il vecchio «si calma e ride, e, riandando al passato non può fare a meno di riconoscere che il presente è migliore perché, fra l’altro, c’è la speranza di morire da uomini36; eppure si affretta ad aggiungere: «ma la gioventù s’incanaglisce», rivelando una inisitata capacità di cogliere, da una esperienza personale, i segni della trasformazione antropologica in atto:

 

«Oggi, dico, scendono le colline

verso il mare, verso le città,

come i bastardi figli che creai

con queste mani: subito volati.

I vecchi si spezzavano d’uncolpo,

gravi d’anni ma dritti come il fumo

quando il vento non c’è»37.

 

E Silvestro ribattendo:

 

«Il mondo mal fatto si sta rifacendo

……………………………………

i ricordi sono bocconi amari,

si strappano, non servono»38

 

oppone all’antica saggezza una nuovache sta tutta nella capacità di sputare il passato:

 

«è sapienza sputare il passato

 adda cicca verde tra le pietre»39.

 

In “Pianura padana”, poi, dove non è difficile cogliere episodi o echi della famosa alluvione del Polesine40, se le ragazze – il che è indice dei tempi nuovi – alzano un poco la sottana e ridono negli occhi41, sono presto destinate a sbiadire nelle case, ad appassire il cuore, e accanto alla fontana delle piazze a coprire il bucato con la cenere42; insomma, sempre una vita da cane mena il bracciante sfortunato, il pescatore di frodo, il contrabbandiere braccato43; ma nonostante tutto compare qui la forza di resistere, che si estrinseca nella ferma volontà di restare, di non fuggire che è poi quella “pazienza” di Roversi intesa come mortificazione della istintiva violenza e capacità di sperare:

 

«Li morde una volontà di restare

non di fuggire,

mortificatala violenza

nella pazienza adunano la speranza

per i giorni avenire»44.

 

Quel “mondo nuovo” che era affiorato «ribollendo dalla schiuma aspra di dolore» e che stentava a manifestarsi o si manifestava con non poche incertezze, dopo essersi chiarito ne “Le lupe dorate”45, ne “Lo Stato della Chiesa” si rivela definitivamente nella sua degradazione; e dal suo affiorare alla luce della coscienza critica si genera l’attacco per il quale G. Carlo Ferretti46 ha parlato di vero salto di maturità:

 

«Mai anni peggiori

di questi che noi viviamo,

né stagione più vile

coprì di rossore la fronte asciutta italiana»47.

E proprio qui – così dice anche lo stesso M. Forti48 riferendosi a questi nuovi poemetti – si percepisce l’aria che ha portato a dare al volume il titolo emblematico di «Dopo Campoformio»:

 

«se fossi ricco, dicono, se fossi

come Sivori, s’avessi unpo’ di forza

per rimedio dla malincunj…”

e guardano sui vetri in un baleno

smorzarsi il giorno, uomini tornare,

travalicarei camion per i ponti

che portano a Milano, oltre i prati

di Caprara, alla pianura accesa

fino ai dirupi della Croara,

mentre cala sulla tavola scura

l’ombra della notte, colma, che fa paura»49.

 

Bisogna inoltre aggiungere che ciò avviene sulla base dell’esperienza narrativa de «Ai tempi di Re Gioacchino» del 1952 con cui in pieno clima neorealistico, durante il quale tanto si scriveva sulla Resistenza, Roversi aveva scelto, in maniera alquanto insolita, di riandare ai primi anni dell’ottocento e alla dominazione francese in Calabria50.

Con “Lo Stato della Chiesa”, insomma, Roversi è ormai fuori dall’esperienza “officiniana”: esso appare, infatti, sul primo numero di «Rendiconti».

Il panorama umano degli anni ’60 nella sua evoluzione-degradazione si fa ancora più evidente in “Zum Arbetslager Treblinka”:

 

«I reduci invecchiati

lacrimano in silenzio all’angolo

della tavola, asciugano lepalpebre anche le madri

col figlio giovane alla parete.

I ragazzi hanno vent’anni d’età.

Il loro riso è tremendo, furibondo

più della iena tedesca, più duro

a sopportare di un supplizio politico

Non danno nulla, non vogliono

nulla sapere ne altro intendere; (…)

……………………………………

Non riconoscono debiti, non vogliono

neppure conoscere la tristezza dei vecchi»51.

 

Sicché, se anche il ricordo del passato non può che bruciare («Quel tempo sporcò di melma le mani / dei sopravvissuti, dai gelidi cancelli / precipitarono ancora / le mandrie nei macelli»)52 alto e deciso si leva il grido di Roversi:

«Non è questo che voglio: ricordare»53

che è rifiuto della ricordanza fine a se stessa54 e presa di coscienza della necessità di “contrastare”:

«È oggi che dobbiamo contrastare»55

per non far sì che «sulle devastate rovine / dove sono buttate in confuso riposo le ossa, / altri dalle macerie alzino ancora case / da distruggere; che il ritratto dei figli / sul letto di anziani coniugi si spezzi /nelpiancito al tonfo di uno stivale»56.

Nel «Sogno di Costantino», così intitolato dal dipinto omonimo di Piero della Francesca in Arezzo57 che Roversi si reca a visitare dopo un viaggio in macchina, il “paesaggio nuovo” è costituito da «decrepite case», dall’assenza di alberi («Non alberi per strada»), da una «campagna dilapidata», da «polverio di gerani per i fossi»; e, quasi a completarlo, da «personaggi ufficiali» che «versano il miele di una falsa umiltà», dagli «amici di un tempo» che «hanno addosso la porpora già», da «avide facce» che «alzano nel marmo cimiteri di banche», da «adultere madame» che «tagliano con gesto forbito i nastri inaugurali», da «uno sciame di servi» che «inchina alzando le mani», mentre «nuove ciminiere rompono con tetra indifferenza il cielo vinto»58; e poi «la lunga fila di macchine, la coda del serpe» che «si snoda fra il sasso arrostito dall’estate»59.

Scontato a questo punto il dubbio:

«Essere stati vivi sarà inutile?»

Ma la volontà di resistere è pronta a risorgere:

 

«Questa è l’età

che ci vede vivere, sulla spiaggia

di onde paurose; ma poiché viviamo,

ancora nei pensieri abbiamo la forza

di un ultimo rigore, ancora amore

nella scatola segreta d’una stanza»ó0.

Si proclama, dunque, la necessità di resistere col proprioamore e di non offrire la scure al boia perché presi dalla noia ovvero dall’inerzia come i giovani della società del benessere sulle rive del fiume Leuter;

questi, intatti, si rifiutano di ricordare, inconsapevoli che la passata tragedia (la Bomba di Hiroshima), in una società che è figlia di quella, può ancora ripetersi.

In “Prima dell’autunno sul fiume Leuter, in Germania”, infatti, il passato drammatico contrasta fortemente con il presente caratterizzato dal benessere nonché dal rifiuto di ricordare nonostante questo presente abbia le sue radici nella esplosione di Hiroshima; ma «quanto è accaduto può ancora accadere» è l’ammonimento di Roversi in “La bomba di Hiroshima” per un’Italia dimentica:

 

«E qua è l’Italia, non intende, tace,

si compiace di marmi, di pace

avventurosa, di orazioni ufficiali,

di preghiere che esorcizzano i mali»61.

Un ammonimento questo che presupponei noti ed emblematici versi, di “Treblinka”:

«Scomparvero nelle piramidi di fuoco.

Quel tempo sporcò di melma lemani

dei sopravvissuti, dai gelidi cancelli

precipitarono ancora ancora

le mandrie nei macelli –

belare straziava la lamadei coltelli

in mano ai giovani carnefici.

Non è questo che voglio: ricordare.

No ritornare a quei lontani

anni, a quei tempi lontani.

I cani erano più felici degliuomini.

I miei versi sono fogli gettati

sopra la terra dei morti.

È oggi che dobbiamo contrastare»62.

La stessa problematica presente negli ultimi componimentidi «Dopo Campoformio» sta alla base del romanzo «Registrazione d’eventi». Esso, infatti, è la storia della “ricerca” di Ettore in un presente difficile e oppressivo che ripropone in maniera crescente un passato altrettanto difficile e oppressivo dal quale è difficile se non impossibile liberarsi. La presenza nel romanzo di un personaggio che, immerso in un presente neocapitalistico ossessivo e degradante, continua a portarsi dentro nella sua coscienza, un passato registrato con inchiostro simpatico, comporta l’assunzione di una forma narrativa nuova. Ma Roversi non abbandona il personaggio a se stesso, anzi, spesso si fa partecipe della sua vicenda o meglio “ricerca”, cercando una persistente deflagrazione del discorso, soprattutto con l’assunzione ironica del tono lirico:

«Ho cercato (…) una persistente deflagrazione del discorso; soprattutto con l’assunzione ironica del tono (o di un tono) lirico, perché spero che i pochi lettori almeno si accorgano che molte pagine in “Registrazione d’eventi” sono forzatamente liricizzanti; che la liricità un poco tenebrosa e ottusa si tenta di avvelenarla dall’interno, direi di “impiastricciarla”, con un’ironia mai scomposta ma uniforme; (…)

Alcuni critici (o i pochi critici che si sono interessati) non ne hanno tenuto molto conto quando hanno espunto questa liricità “esibita” in contraddizione a certe forzature “avanguardistiche” di altre parti: non hanno inteso, cioè, che mi proponevo proprio questo: di strisciare o strusciare due sassi per far scintille;diesasperare le mie contraddizioni per giungere o sfiorare, alla fine, un discorso più organico, dopo questa serie di combustioni consecutive in cui bruciassero veramente tutte le mie vanità»63.

In tal modo Roversi attestandosi al di qua del “Noveau roman” e della “neoavanguardia”, si prepara al salto. Ciò in verità è possibile solo se si resiste lasciando al centro l’uomo in carne ed ossa con i suoi dubbi, le sue ansie, i suoi furori, le sue oppressioni subite o fatte, con la sua capacità di fare e di contrastare. Quando ciò non sarà più possibile, la stessa letteratura, che è poi, anche nella direzione del realismo, un universo immaginario che testimonia la presenza di una fede in valori umani accessibili, non avrà più senso e, quindi, ragione d’essere.

La ricerca di Ettore, promossa da motivi di natura pratica, si svolge nell’ambito della società neocapitalistica degli anni 60, nell’ambito cioè della cosiddetta civiltà del benessere dominata dalle regole del gioco economico che hanno definitivamente infranto l’antico rapporto “potere-volere”. Pertanto, i vari personaggi nei quali Ettore s’imbatte e/o non possono e/o non vogliono aiutarlo64: né il funzionario di banca «alto, magro, forse un vecchio, forse no», dall’età indecifrabile, che è fra quegli amici che vogliono ma non possono aiutarlo65 perché al servizio di un sistema e fissato alle regole del “gioco” che non gli consentono di volere come vorrebbe; né il “rigido oculista”, né Canestri, l’usuraio elegante, vecchi amici di famiglia che pur potendo non vogliono perché definitivamente assorbiti dalle regole del gioco economico del neocapitalismo; ma neppure la madre, chiusa nel suo egoismo cristiano, nonché Gropius, l’unico amico che conosce l’affanno di Ettore, il solo che potendo l’avrebbe aiutato:

«Gropius non poteva aiutare Ettore benché volesse – e lo voleva; ed Ettore sapeva che Gropius non poteva aiutarlo pur volendo – era certo che lo voleva»66.

Gropius è un personaggio che ripropone il valore dell’amicizia come l’unico appiglio, per lui scampato alle camere di fuoco del ’43, naturale al mondo dei sentimenti; ma ripropone anche, in maniera inquietante, un passato drammatico che ha fatto piazza pulita del padre, della madre, della sorella: sicché ora vive nel presente con fermezza ma senza speranza67.

Pertanto in tempi in cui «non bisognerebbe aprirsi di norma ad alcuno (se no rubano anche il tuo dolore), ma tacere, cospirare, sabotare la voglia dell’amicizia, della carità laica, dell’amore (ancora)» e, quindi, «essere sospettosi, volgari, alle volte violenti, senza scrupoli»68, Ettore continua a partecipare sentimentalmente alle cose; da qui il riemergere lento, progressivo, insistente del passato (22 aprile 1945) e della faccia di Schumann.

A questo punto il presente, sebbene apparentemente diverso dal passato, si salda con esso e con esso si fonde e si confonde; sicché la “ricerca” di una certa somma di denaro, che consentirebbe ad Ettore di salvarsi con decoro, diventa “ricerca” anche di Schumann sempre più presente, sempre più visibile, ma inafferrabile; compare, infatti, ad Ettore sempre più vivo nella folla, in divisa.

Il passato, diverso nel suo riproporsi (« – Io, dice Ettore, è strano ma ricordo soprattutto il sole di quel mattino; mi è rimasto impresso il sole (scusami); il peso della luce che riuscivo a sentire per la prima volta, dopo due anni, sulla pelle. Il suo peso. – Io, dice Gropius, ricordo la pioggia, il bagnato dopo la pioggia, sulle rotaie, sulle piazze lastricate dai sassi. L’acqua si fermava scremata fra i nostri piedi decomposti, era una poltiglia che sembrava oro, così gialla. Le rotaie brillavano tant’erano sfregate piallate strisciate; così erano consumate le rotaie dei treni che andavano al confine. Cadevano le foglie; questo cadere, questo staccarsi era una cosa orribile a vedersi»)69 accomuna Ettore e Gropius:

«Parlano, parlano, sono assorti, le braccia appoggiate al piccolo tavolo del bar, si guardano negli occhi»70.

Ma Gropius chiarisce che per chi è scampato alla morte non è possibile avere un rapporto prolungato con il passato, altrimenti morirebbe. Da qui la necessità di «imparare a non ripetere più, a non ripetersi»; «ma – aggiunge – si fa esattamente come prima (con una sottigliezza meccanica)», sicché ci si può aspettare lo stesso tipo di morte, con la differenza che chi allora è scampato, oggi non scamperebbe più, perché se è vero che l’uomo ha imparato a soffrire di più, i carnefici sono diventati più efficienti:

«Mio padre potrebbe morire una seconda volta adesso

“sono pronti i vagonipiombati”

mia madre potrebbe morire unaseconda volta adesso

“sono pronti i campi spinati”

anche mia sorella, la mia povera sorella, potrebbe morire una seconda

volta

“c’è del gas anche per lei su questa terra”.

 

Io, mi vedi, io stesso (dice Gropius) non la scamperei questa volta. Tutti abbiamo imparato a soffrire e sapremo soffrire di più; ma anche i carnefici hanno imparato e sarebbero questa volta più pronti»71.

Da qui la necessità,per Gropius, di custodirel’ultimo guizzo di volontà di vivere chegli anni hanno risparmiato:

Gropius dice che: «l’aveva mio padrela volontà di vivere. Che fervore, te lo ricordi? Che fervore, quell’uomo. Forza, ecco la parola. Non una forza equivoca ma una forza contagiosa; un rapporto “en plein air” con le azioni. Ecco la vera forza. Forza, volontà di fare. Riusciva dove voleva»72.

E ne è convinto perché ha appreso che l’uomo, per la forza degli avvenimenti, può perdere la lucidità dell’odio e del disprezzo, la volontà, che è disperazione, di continuare a vivere. Sa, insomma, di non poter cambiare nulla, di non poter condizionare nulla:

«quel che è peggio, dice Gropius, (unica frase filata borbottando nella sera) noi non possiamo condizionare nulla. Già, condizionare, cioè prepararenoi stessi. Sopportareil fastidio della noia,il rischio della pena. Sopportare l’inutilità che èfragilità, che ci circonda. Riusciamo soltanto a sopravvivere»73.

Mentre Gropius, quindi, che «ha visto padre e madre morire, una sorella morire, morire mille altre persone, strappato e sbattuto» viene riconsegnato alla società che non ha saputo difenderlo (…)», viene

«ridato in pasto a una società chenonessendo riuscita a divorarlo in un modo s’accinge al pasto usando la corda della dolcezza, della lacrima facile, del rimorso e di un guasto sorriso»74, ad Ettore il mondo si ripropone con la faccia di Schumann:

 

«Oggi, dopo vent’anni. (…)I tedeschi sono di nuovo i soldati

che sfilano rigidi dinanzi agli ufficiali raggianti»75.

«Cambiar faccia al mondo… Eh, sì

ma vedi, tu, dolce, lieta Alalia,

braccia di mare,

il mondo ha ragione, ha

il mondo ha sempre, sempre,

sempre, il mondo ha sempre,

il mondo non ha perduto,

ha… il mondo ha – la faccia

di Schumann»76.

E quando sullavia Emilia gli guizza innanzi, materializzata,la sagoma di Schumann, Ettore lo insegue:

«davanti a loro si protendeva, incuneandosi e attestandosi, la fila delle macchine (come uccelli spaventati o addirittura spaventati bufali), tutti sembravano ossessionati, erano ossessionati dalla frenesia di tornare. Schumann scomparendo nelle curve appariva laggiù nella sua mole densa, sinistra, allorché la strada s’apriva in lunghi rettilinei»77.

Ma, durante l’inseguimento, un incidente nel quale Ettore trova la morte nel mentre gli si ripropone per l’ultima volta l’immagine di Schumann, «prigioniero incallito, sudato nel collo, sporco di polvere», ma consapevole, certo di sopravvivere.

Schiacciata fra presente e passato si consuma l’esistenza di Ettore, dove la morte diventa l’unica possibilità concessa all’uomo; a meno che non si cominci a “pensare nuovo”. Da qui – come dice Zagarrio – la necessità di morire e la sua esemplarità attiva78.

Nelle «Descrizioni in atto» (1969) R. Roversi proclama la possibilità e, quindi, la necessità della guarigione; infatti se si vuole vivere (e non sopravvivere), non ci si può permettere di morire:

 

«Nessuno che voglia vivere può permettersi di morire.

……………………………

Rovesciandosi le tasche

chi deve vivere vive

chi cammina avanza

avanza un poco, un poco procede s’inoltra mentrela

notte fischia spezzando spezzandosi. È tutto»79.

Sicché chi s’accorge della sua povertà e pensa, quando è sera, alla morte, curandosi le ferite vive e viene deducendo che, nonostante gli sbagli e la rabbia, il tempo può cambiare le piaghe in oro, in malinconie che si traducono in un fervore sconosciuto; e s’alza come un lazzaro guarito:

«S’accorge d’essere ancora una volta un povero

seduto sulla paglia egli conta i giorni

mentre vede oltre la finestra le grandi nuvole

correre verso il mare.

Quando è sera pensa anche alla morte.

Eppure ognuno cura le ferite, questo

lurido infetto bituminoso marchio

che segna le spalle

tutti gli sbagli (pagati), e con quanta rabbia

consumata inutile;

eppure a conclusione (magari d’una giornata) si deduce

senza il gessetto con i riflettori spenti

che è giusto vivere così

perché il tempo cambia le piaghe in oro, in sorprendenti

malinconie che si traducono in un fervore sconosciuto

e ognuno dal suo cantuccio dove

la noia può alle volte consumare

intere settimane s’alza come un lazzaro guarito»80.

 

In questa società, dunque, «marcia marcia marcia fino al midollo», è necessario – dice Roversi – «innanzi tutto documentare con freddezza / (ma non con la disperazione che un tempo / nasceva dall’osservare / bensì con la frenetica temperanza / che viene dall’ottenere le cose lungamente sperate) / uno sfacelo»81.

Bruciate, infatti, tutte le vanità, attribuisce ora alla poesia il compito di “contestare”, “stravolgere”, “calpestare”:

 

«È compito (magari superstite) della poesia contestare stravolgere calpestare.

Fino a ieri e salvo sublimi eccezioni

la viola di cristallo, la tenera allodola appassita struggente

contese l’uomo al mondo col lampo di uno sbadiglio rosato

oggi, istrumento di scasso, oggetto di rapina,

disciplinata frusta, tavola bianca di schemi

e di severi decaloghi

(schivando tutti gli altripericoli)

colloca in prima istanza ognuno al suo posto in attitudine di…»82.

 

Roversi, insomma, consapevole che «lontano è quel tempo (delle rose) / quando…», sa anche che non c’e più spazio per la lirica:

 

«Altro che lirica o la soave natura

il mito di edipo la fila dei cipressettidi Bolgheri

la voce della madre

il fumo della prima focaccia sulla manodel bambino.

I ricordi dell’infanzia non esistono più.

Ora adesso sempre un continuum e contare sulle dita magari

quanto resta da fare effettivamente»83.

 

Sicché propone contro e/o in sostituzione della poesia sentimentale una poesia “semantica”:

«Noi non crediamo più di dover sopravvivere. Abbiamo (il sottoscritto parla a mezza voce per sé) dormito sui miti – e un po’ involgariti nell’affanno di una resistenza passiva; è giusto pensare, è giusto sperare, senza alcuna euforia (del tutto fuor di luogo e francamente superficiale) che si apra anche per l’operare in poesia, dopo un discreto interregno di sonno smosso da singhiozzi, di remore e di sbalzi di canguro, il tempo di una organicità pragmatica cioè concentrato sui problemi non sulle poetiche. Una poesia semantica contro, o sostitutiva, della poesia sentimentale»84.

Ma, come dice G. Scalia a proposito della collaborazione di Roversi con L. Dalla85, la letteratura passa in azione, e le “descrizioni in atto” diventano ancora di più in atto, in partecipazione al plurale86. Tale collaborazione può anche apparire strana; ma essa è strana solo se non si intendono le ragioni dell’operare poetico di Roversi che affida alla canzoneun compito non dissimile da quello affidato alla poesia:

«non è vero che con la canzone non si può altroche cantare,

con una canzone oggi si può intanto discutere

sbagliare ridere avvertire comunicare, lottare»87.

Per Roversi, infatti, «la canzone è una comunicazione con un segno specifico (che è la voce che canta); è anche un mezzo straordinariamente efficace e diretto di distribuzione di messaggi; perciò non può esimersi (se non sottraendosi a se stessa e consegnandosi alle ceneri) di interferire nella realtà, incorporandola e semmai risputandola con una bava che lascia il segno»88.

Sicché anche nei testi per L. Dalla («Ilgiorno aveva cinque teste», «Anidride solforosa», «Il futuro dell’automobile») il discorso di Roversi si sviluppa attraverso una considerazione critica della realtà che scaturisce dalla “registrazione” di vicende che si incrociano fra di loro come nelle “parole incrociate”:

«Sei le colonne in fila, il gioco è terminato

Nel bel prato d’Italia c’è odore di bruciato

Un filo rosso lega tutte queste vicende

Attenzione:

dentro ci siamo tutti, è il potere che offende»89.

Dalle Cinque teste nell’auto vecchia che tornada Scilla a Torino, attraverso i due innamorati di “Grippaggio”, la “Giornata alla borsa valori”, “Carmen Colon” vittima ventesima, viene disegnato un paesaggio devastato che coinvolge l’uomo:

 

«Il paesaggio è un’Italia sventrata

dalleruspe chel’hanno divorata»90.

 

«Sull’argine in fila

diecimila baracche

e caverne di fuggitivi»91.

 

«Carmen Colon

è la vittima ventesima

fra i bidoni viola dell’agosto

il suo corpo sotto il lenzuolo è nascosto»92.

E poi, dai “Muri del ventuno” fino alla “Intervista con l’avvocato”, la Fiat e la storia dell’Italia attraverso l’automobile, la sola in grado di avere un futuro perché si sa già come sarà il motore del duemila:

 

«Il motore del duemila

sarà bello e lucente,

sarà veloce e silenzioso,

sarà un motore delicato

di metallo prezioso,

avrà lo scarico calibrato

e un odore che non inquina;

lo potrà respirare un bambino o una bambina»93.

mentre nulla sappiamo del ragazzo del duemila e del suo cuore:

«Noi sappiamo tutto del motore,

questo lucente motore del futuro.

Questo lucente motore del futuro,

ma non riusciamo a disegnare ilcuore

di quel giovane uomo del futuro;

non sappiamo niente del ragazzo

che sarà fermo sull’uscio ad aspettare

Dentro a quel vento dell’anno duemila

non lo sappiamo ancora immaginare»94.

Ma nella “Intervista con l’avvocato” affiora anche la crisi dell’automobile e la segreta speranza che il fuoco del futuro non bruci solo chi è in basso:

 

«Eh, lo so bene avvocato

che niente è mai per l’eterno,

che ogni giorno è rovesciato

e che ogni anno finisce in inverno

Dal giacimento di Ekofisk

che butta greggio a mitraglia,

lassùnel mare del Nord,

c’è petrolio per l’Italia

Un’isola lunga un chilometro

con serbatoi di cemento e d’acciaio

Ma il fuoco anche di questo futuro

non brucia soltanto chi è in basso?»95.

Roversi, dunque, bruciati definitivamente, attraverso le “descrizioni in atto”, lirismo e partecipazione sentimentale alle cose e agli eventi, è già pronto per quel tono epico che caratterizza il suo ultimo romanzo intitolato «I diecimila cavalli» (1976). L’esemplarità del titolo è fuori discussione; essi, infatti, «sono, e restano, tutti quelli che si muovono e corrono, che operano – e scelgono di conseguenza – perché le cose possono cambiare dietro spinte continue; sono quelli che tengono più duro, che durano di più, opponendosi sul piano delle idee e delle cose»96. Quella «lacrimosità dell’intelligenza un po’ risentita», quella «partecipazione alle cose anche sentimentale» che era presente in «Registrazioni d’eventi» qui non c’è più97. Lo stesso protagonista Marcho Marcho, più vecchio di dieci anni, risulta rovesciato rispetto a Ettore: mentre Ettore, infatti, il passato se lo sentiva addosso fragoroso incalzante e opprimente, Marcho Marcho al passato non ritorna più perché il suo interesse è per le cose a venire98.

«Non si defila, non inveisce, non piange, non scappa. Cerca, tenta, si muove, progredisce, impara»99, e aspira ad essere uno dei “diecimila cavalli”. Emblematico è il vero attacco del romanzo:

 

«Non puoi far nulla (nel caso specifico)

se non sei come loro

se non sei

non sei un rivoluzionario se non fai la rivoluzione

non sei un operaio se non fai l’operaio

né un uomo se non stai fra gli uomini

se non vivifra gli uomini non sei un uomo»100

Marcho Marcho, infatti, che è vissuto «da vero imbecille sfiorando tutto», sa ora che due possibilità gli si offrono: o lasciarsi andare, ed essere fottuto per sempre, o fare il salto, lasciare la nave, cambiare la vita e ricominciare…101. Ma siccome qualcosa merita d’essere fatto lascia l’ufficio, la vita di tutti i giorni e parte insieme a Fraulissa:

«Parlarono in un soffio, lui e Fraulissa. Alla mattina presto serrarono porta e finestre, consegnarono chiavi, chiusero la partita. Partirono, andando andando, procedendo a cercare. Cominciando a farlo»102.

Dopo un passaggio in macchina concesso da due giovani (uno di questi viene ucciso dalla polizia nel corso di un inseguimento), giungono nella megalopoli di Mariko, alla periferia della quale s’è costituita una tenda. E qui Marcho Marcho comincia a fare ,ad essere con loro, ad essere, ad essere un rivoluzionario facendo la rivoluzione, a stare fra gli uomini, a vivere fra gli uomini, ad essere uomo. È dunque, un personaggio in azione, ma recuperato all’azione dal suo essere uomo; sicché procedendo «cambia, si muta, acquista» per via anche della sua disponibilità e ai sentimenti e alla politica. Lo stesso mondo di idee che si svolge all’intemo dell’opera, per quel suo procedere di pari passo con l’azione, con i personaggi e con la loro umanità, si libera delle cerniere del dogmatismo. Per Roversi, infatti, «non è la rivoluzione che deve recuperare l’uomo ma è l’uomo che deve recuperare la rivoluzione»103.

Inquieti, per il vero, sono i personaggi dei «Diecimila cavalli», ma quanto più umani, tanto più duri per volontà e disponibili a cercare, attraverso lotte talora aspre ed errori, la conciliazione problematica sì, ma possibile, fra interiorità e mondo. E come nel «Wilhelm Meister» di Goethe, al quale si è voluto dare il nome di “Erziehungsroman”104, il rapporto col mondo trascendente delle idee è elastico, allentato, e l’idealismo più concreto. Per Roversi infatti “il progresso reale” si consegue attraverso la correzione, il rinnovamento, la sperimentazione che consentono di «scalciare le vecchie utopie» che fanno vecchie le nuove rivoluzioni105; non il marxismo, quindi, è in crisi, «ma sono in crisi le interpretazioni del marxismo (…), gli abiti delle quattro stagioni del medesimo stracciati dall’uso; ma il torso di legno duro rimane; soprattutto resiste»106. È necessario, insomma, «tenere sveglia la discussione» e dire cose che interessano tutti, registrare i problemi, stringerli a pochi punti che siano chiari per tutti, come dice «O terror do mundo»:

«non so dire le cose, ho paura di dirle, mi vergogno. Ma le cose sono così, le cose stanno in questo modo. Siamo intorno al fuoco e facciamo politica: con quattro legni teniamo un fuoco acceso, con quattro parole teniamo sveglia la discussione. In ogni modo facciamo politica. Fare politica è dire cose che interessano tutti, cavarne qualche conclusione. La vedo così. Si cerca di registrare i problemi, di stringerli a pochi punti, però che siano chiari per tutti poi si attacca e via. Sono contento che sia così. Sento che siamo molto uniti, che qualche cosa si può fare»107.

Solo così, infatti, si può prendere coscienza della conciliazione degli opposti in atto nel neocapitalismo dove le fabbriche producono accanto ai missili i dentifrici, accanto ai biscotti i fucili:

«Nice dice che il futuro del capitalismo si è in un certo modo manifestato in Suisse, ivi ha preso le prime confidenze con gli anni duemila e sta per sorprenderci tutti (…) la Bld. fabbrica missili e dentifrici, un’altra fabbrica produce biscotti e fucili»108.

Da qui la necessità di “contrastare” rifiutando «l’atroce spinta a comperare che è soltanto una corsa verso la morte, una dissipazione dell’uomo»109.

E quando poi non rimane altro, urlare110; ma, comunque, cercare di far mucchio contro quelli di Roma, dove c’è uno «sempre con pipa pipetta in bocca» che «da quando è diventato importante ha la sua puzza sotto il naso»111.

La tenda, dunque, si pone come centro di aggregazione di tante individualità (Marcho Marcho, Fraulissa, Nice, Il calabrese, O terror do mundo, Nello Savore) le quali offrono tutte – chi con i propri problemi, chi con la propria cultura antagonista, chi con la propria voglia di lottare, chi con il proprio entusiasmo e il proprio amore, chi con le proprie incertezze – un essenziale contributo alla ricerca; sicché essa si qualifica come laboratorio integrale da cui si diparte l’azione mai fine a sé e astratta, ma quotidianamente da verificare per rinnovarla e rinvigorirla. Da qui la centralità della tenda («La tenda – prosegue – quella è una bandiera. Piantata in mezzo, gira. La fabbrica viene dopo. Sicuro, è importante anche lei. Certo, è la fabbrica. Sta sopra a tutto. Eppurein questo momento è la tenda, lasciamelo dire»)112 e la sua capacità di contrastare con “i persiani” (oppressione, sorpresa violenta, rancore, odio)113, “i fagiani dorati” (rappresentanti della giustizia ingiusta)114, “i fiumi infernali” (rappresentanti del potere economico)115. Ma tutto ciò non,basta, a spiegare la vera essenza di questo romanzo “magmatico”115bis; non a caso, infatti, Roversi ha dato una funzione essenziale all’amore116 (storia d’amore fra Marcho Marcho e Fraulissa) e alla pietà («Il filo rosso = la pietà (è la pietà)»)117 la quale consente di non essere «puri mattoni sassi o acqua piovana come vorrebbero alcuni»118, ma uomini interi, seppure angustiati, che hanno il coraggio di andare avanti.

 

 

NOTE

1                Cfr. A. Robbe-Grillet, Una voce per il romanzo futuro, in «La Nouvelle Revue Française», luglio 1956. In questo saggio teorico, considerato il manifesto dei “Vojeurs”, Robbe-Grillet illustra gli elementi fondamentali del “nouveau roman”.

2                Cfr. R. Roversi, Rendiconti n. 8, ottobre 1963 e G. Zagarrio, Roberto Roversi in Novecento, IX, Marzorati, Milano 1980, pag. 8719.

3                Intervista a Roversi premessa a: L. Caruso e S.M. Martini, Roversi, Il Castoro, La Nuova Italia, Firenze, febbraio 1978, pag. 3.

4                Conversazione introduttiva a cura di G.C. Ferretti premessa a: R. Roversi, I diecimila cavalli, Ed. Riuniti, Roma 1976, pag. IX.

5                R. Roversi, Dopo Campoformio, Einaudi, Torino 1965.

6                R. Roversi, Dopo Campoformio, Feltrinelli, Milano 1962.

7                R. Roversi, Caccia all’uomo, Mondadori, Milano 1959.

8                R. Roversi, Registrazione d’eventi, Rizzoli, Milano 1964.

9                R. Roversi, I diecimila cavalli, Ed. Riuniti, Roma, 1976.

10              R. Roversi, Ai tempi di re Gioacchino, Libreria Palmaverde, Bologna 1952.

11              Le porte, I, Libreria Palmaverde, Bologna 1981, pp. 130-132.

12              Le porte, cit., ibidem.

13              Cfr. Nuovi Argomenti, marzo-giugno1962 e G. Zagarrio, op. cit., ibidem.

14              Cfr. F. Camon, La moglie del tiranno, Lerici, Roma 1969 («Tiene sempre il colloquio su toni alti, sui temi di fondo: e questo non solo per evitare scadimenti e non impaludarsi in zone morte, ma anche per guidare sempre il discorso sui temi storici obiettivi e non parlare mai di sé se non in caso strettamente necessario. È possibile trarre una qualche conclusione che colleghi e giustifichi queste impressioni? Non lo so, ma se fosse possibile non potrebbe essere se non una conclusione che ribadisca nell’uomo-Roversi l’intento e la coscienza, propri dello scrittore-Roversi, di svolgere un’opera educativa integrale, in cui anche l’immagine di sé e i minimi attimi della vita sono importanti e in ogni caso non sono zone private ove sia possibile un colpevole rilassamento, e che quando si dà un’immagine pubblica di sé quella privata non può essere diversa o contraddittoria senza che quella pubblica suoni falsa e bugiarda»).

15              Il primo numero di «Rendiconti» risale al 1961.

16              R. Roversi, Poesie, Landi, Bologna 1942.

17              R. Roversi, Rime, Landi, Bologna 1943.

18              R. Roversi, Caccia all’uomo, cit.

19              R. Roversi, Dopo Campoformio, cit.

20              Cfr. R. Roversi, Dopo Campoformio, Einaudi, Torino 1965, pag. 111.

21              R. Roversi, op. cit., pag. 14.

22              Cfr. R. Roversi, op. cit., pp. 10-14.

23              Cfr. R. Roversi, op. cit., pp. 18-19.

24              R. Roversi, op. cit., pag. 17.

25              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 19.

26              R. Roversi, op. cit., pag. 20.

27              R. Roversi, op. cit., pp. 21-22.

28              R. Roversi, op. cit., pag. 19.

29              R. Roversi, op. cit., pag. 25.

30              R. Roversi, op. cit., pag. 28.

31              R. Roversi, op. cit., pag. 25.

32              R. Roversi, op. cit., pag. 27.

33              Cfr. R. Roversi, op. cit., ibidem («“Godi le galline paonazze, / oh tu che puoi”, grida Silvestro / ritto nel campo (…) “Donne, ragazze, amori: a questo caldo / nudi nel fiume, e andare”»).

34              R. Roversi, op. cit., ibidem.

35              R. Roversi, op. cit., pp. 27-28.

36              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 29 («Un tempo, bischeri, ci svegliava / una campana di frati al mattino, / così vicino alla misera casa; / bassa la nebbia sul campo meschino, / si faticava fino all’ora tarda. / Senza riposo, uomini; la paga / se oggi è poca allora era uno sputo / da schizzare nel fango. / Chi conosceva osteria, paese, / balli leggeri, guance di ragazze? / questi son tempi meglio, c’è speranza / di morire da uomini»).

37              R. Roversi, op. cit., ibidem.

38              R. Roversi, op. cit., ibidem.

39              R. Roversi, op. cit., ibidem.

40              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 40 («I campi sfiorire dentro il mare, / le onde strappare i rami dei cedui, / case crollare, i visi intorno ai tronchi / infuriati di schiuma, / le grida perdersi sulla duna, / cadere il fondo cielo come una piuma. / Gli uomini con la giacchetta scura / e il bavero rialzato, / la cicca sul labbro paonazzo / seduti sulla ghiaia; / e donne ad amare le case / perse nei gorghi, poca roba raccolta ad asciugare, / rubato l’ordine misero alla giornata, / perduta la pace guadagnata, / anche il pianto ora è vecchio, inutile; / tutto da incominciare. / (…) Tutto intorno è mare»).

41              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 38 («È indice dei tempi / che le ragazze alzino un poco / la sottana e ridano negli occhi / con tanto candore d’angelo»).

42              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 39 («Poi le care ragazze / sbiadiscono nelle case, / appassiscono il cuore, / accanto alla fontana delle piazze / coprono il bucato con la cenere»).

43              Cfr. R. Roversi,op. cit., pp. 41-42.

44         R. Roversi, op. cit., pag. 40.

45         Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 53 («“Azure gloom of an Italia night” / è povero il suo inglese: / pomeriggi vissuti ad ascoltare / i dischi, le voci alterne / dell’uomo e della donna BBC, / il fruscio che debilita, / la punta sottile nel grammofono, / un progredire monotono / d’anima spenta in acque salse e nere, / immaginare cosa sarà la vita / (la propria vita) nei prossimi trent’anni»).

46              Cfr. G.C. Ferretti, La letteratura del rifiuto, Mursia, Milano 1969.

47              R. Roversi, op. cit., pag. 59.

48              M. Forti, Le proposte della poesia e nuove proposte, Mursia, Milano 1971, pag. 406.

49              R. Roversi, op. cit., pag.68.

50              Cfr. R. Roversi, Ai tempi di re Gioacchino, Libreria Palmaverde, Bologna 1952.

51              R. Roversi, Dopo Campoformio, cit., pag. 72.

52              R. Roversi, op. cit., pag. 71.

53              R. Roversi, op. cit., ibidem.

54              Cfr. G. Zagarrio, op. cit., pag. 8721.

55              R. Roversi, op. cit., ibidem.

56              R. Roversi, op. cit., pag. 73.

57              Cfr. anche P.P. Pasolini, La ricchezza, in «La religione del mio tempo», Garzanti, Milano 1961.

58              Cfr. R. Roversi, op. cit., pp. 81-82.

59              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 89.

60              R. Roversi, op. cit., pag. 88.

61              R. Roversi, op. cit., pp. 93-94.

62              R. Roversi, op. cit., pag. 71.

63              Cfr. F. Camon, Il mestiere di scrittore, Garzanti, Milano, 1973.

64              Cfr. R. Roversi, Registrazione d’eventi, Rizzoli, Milano 1964, pag. 161 («Chi voleva non poteva, chi poteva, e per di più con affetto non voleva. Assolutamente non voleva»).

65              Cfr. R. Roversi, op. cit.,pag. 7 e pag.31.

66              R. Roversi, op. cit., pag. 93.

67              Cfr. R. Roversi, op. cit., pp. 86-87 («Ma alla fine era solo; non più padre, il padre con la barba stretta al mento, grigia-bianca nella magrezza; non più madre asciutta d’acqua e di carne sulle grandi ossa contadine, ingenua nella sua tristezza; non più sorella. Con lui partiti nel paesaggio invernale e morti uccisi per sempre, come? nelle camere di fuoco. Cos’erano gli anni, i mesi del ’43!»).

68              R. Roversi, op. cit., pag. 98.

69              R. Roversi, op. cit., pp. 142-143.

70              R. Roversi, op. cit., pag. 143.

71              R. Roversi, op. cit., pag.142

72              R. Roversi, op. cit., pag. 143.

73              R. Roversi, op. cit., pag. 150.

74              R. Roversi, op. cit., pag. 172.

75              R. Roversi, op. cit.,pag. 178.

76              R. Roversi, op. cit., pag. 184.

77              R. Roversi, op. cit., pag. 189.

78              G. Zagarrio, op. cit., pag. 8722.

79              R. Roversi, Le descrizioni in atto, ciclostilato in proprio, fuori commercio, Bologna 1969 (XXI descrizione).

80              R. Roversi, XLIV descrizione, in op. cit.

81              Cfr. R. Roversi, XLVI descrizione, in op. cit.

82              R. Roversi, XII descrizione, in op. cit.

83              R. Roversi, XXI descrizione, in op. cit.

84              R. Roversi, Discorso introduttivo alle Descrizioni in atto, in «Paragone-Letteratura», n. 182, 1965.

85              Cfr. R. Roversi, Il giorno aveva cinque teste (disco con Dalla), LP, DPSL 10583, RCA, Milano 1973; Anidride solforosa (disco con Dalla), LP, TPLI 1095, RCA, Milano 1975; Il futuro dell’automobile (disco con Dalla), LP, TPLI 1202, RCA, Milano 1976.

86              G. Scalia, La vita è rumore (lettera, a Roversi), in «Lucio Dalla», Savelli, Roma 1977, pag. 120.

87              Premessa di Roversi al Futuro dell’automobile citatada G. Scalia (Cfr. G. Scalia, La vita è rumore (lettera, a Roversi), in op. cit., pag. 122.

88              R. Roversi, Lo sterminato vocìo delle canzoni in «Lucio Dalla»cit., pag. 18.

89              R. Roversi, Anidride solforosa (Le parole incrociate), in «Lucio Dalla» cit., pag. 64.

90              R. Roversi, Il giorno aveva cinque teste (Un’auto targata«TO»), in «Lucio Dalla», cit., pag.42.

91              R. Roversi, Il giorno aveva cinque teste (Grippaggio), in «Lucio Dalla» cit. pag. 49.

92              R. Roversi, Il giorno aveva cinque teste (Carmen Colon), in «Lucio Dalla» cit., pag. 57.

93              R. Roversi, Il futuro dell’automobile (Il motore del duemila), in «Lucio Dalla» cit., pag. 78.

94              R. Roversi, op. cit., ibidem.

95              R. Roversi Il futuro dell’automobile (Intervista con l’avvocato), in «Lucio Dalla» cit., pp. 81-82.

96              Cfr. la Conversione introduttiva a cura di G.C. Ferretti premessa a R. Roversi, I diecimila cavalli, Ed. Riuniti, Roma 1976, pag. XVII.

97              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. X.

98              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. XII.

99              R. Roversi, op. cit., pag. XIX.

100            R. Roversi, op. cit., pag. 8.

101            R. Roversi, op. cit., pag.15.

102            R. Roversi, op. cit., pag. 18.

103            Del resto per Roversi «non è la rivoluzione che deve recuperare l’uomo ma è l’uomo che deve recuperare la rivoluzione – cioè quel bisogno di cambiare rovesciando gli schemi» (Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. XIV).

104            Cfr. G. Lukàcs, Teoria del romanzo, Garzanti, Milano 1974, pag. 191.

105            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. XV.

106            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. XX.

107            R. Roversi, op. cit., pag. 76.

108            R. Roversi, op. cit., pag. 72.

109            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 73.

110            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 74.

111            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 78.

112            R. Roversi, op. cit., pag. 147.

113            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 167 («Nicotera comandava i persiani, la frangia dei persiani piovuti chissà dove i quali cingevano con un cordone ombelicale (era un ombrello atomico, scrivevano i giornali e i fogli ufficiali in pagina prima) la cintura extra-cittadina entro cui era compresa la fabbrica») e pag. XVII («I persiani? (…) qua vengono associati al brivido cupo dell’oppressione, al mare della sorpresa violenta, al rancore, a un certo odio che fa male e a tutto ciò, insomma, che non si vorrebbe più vedere come esercizio criminale e lubrico del potere»).

114            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 139-140 («Il fagiano dorato la guardava con «l’aria che non era neppure ironica ma soltanto paziente-impaziente, meravigliata. (…) Sopra c’era la giustizia che uguale e uguale, così leggera, volava pigolando contro le pareti, batteva le ali cascava sfiorava il soffitto ecc.; c’era lì l’emblema ammaccato di bilancia e Giove, o di Giove e bilancia (…) L’altro fagiano più in carne, un fagiano da ingrasso, col testone zigrinato come i bulloni della Honda approvava e intanto si rosicchiava un’unghia») e pag. XVII («I fagiani dorati? (…) Qua stanno come i rappresentanti della giustizia ingiusta, della ingiustizia gabbellata e lacrimosa, dei fescennini calibrati e rigorosi della giustizia ufficiale, che si tramuta e recita, è ironica o lacrimosa, suggerisce o colpisce, invoca e reprime»).

115            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 113-114 («Questi fiumi confabulavano sotto sembianza umana, uomini di grandi piedi, di piccole mani, di occhietti, di nasi adunchi; uomini dalla grande bazza (…) Lete l’oblio, Flegetonte il fuoco, Cocito il lamento, Stige l’odio, Acheronte il dolore sorseggiavano il vino cotto di Grecia dai bicchieri appannati») e pag. XVII («I fiumi infernali? qua sono i cinque rappresentanti di un potere economico»)

115bis       Cfr. F. Piemontese,«Roberto Roversi (I diecimila cavalli)», in Novecento IX, Mazzorati, Milano, 1980, pag. 8733.

116            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. XIII («Il discorso sull’amore, sul sesso, sulla paura della morte, inesistenti nel realismo spiritato di tanti anni, vanno recuperati uno per uno, collocandoli in una diversa disposizione che ci consenta di sentirli, direi: di risentirli, subito come nostri e come parte di una vita ritrovata»).

117            R. Roversi, op. cit., pag. 8.

118            R. Roversi, op. cit., pag. 221.

 

 

 

Periferia, rivista quadrimestrale di cultura, anno VI, n. 18, 1983.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato: Chiara Bensi e Nicoletta Defranceschi)

 

Giovedì, 05 Giugno 2014 12:19

VOTO COMUNISTA

La crisi che resta al fondo, latente, dura, drammatica, è ancora e sempre crisi di uomini, di linguaggio e di idee.

 

 

Voterò per il Partito Comunista Italiano, come le volte passate, conservando tutte le perplessità pratiche e teoriche che questi ultimi anni hanno semmai approfondito, rese più acri, qualche volta drammatiche – anziché attenuarle, schiarirle, problematicizzarle.

Ritengo che il centro sinistra “italiano” sia null’altro (almeno sotto l’aspetto operante della politica, della detenzione cruda del potere) che una progettazione del capitalismo nostrano: neo-capitalismo, capitalismo dinamico; spinto all’azione, fatto più esperto, meno grossolano, da esempi di fuorivia e dalle nuove tecniche relazionali. Ritengo pure, almeno fino adesso, che qualsiasi partecipazione anche critica all’esperimento si traduca in una sminuizione politica, in un indebolimento dell’opposizione e, in ultima analisi, in una perdita di prestigio e di potere (di quel potere “ideologico” che viene da una articolata opposizione di fondo che non si lascia abbindolare).

Non credo che in Italia – per quanto so, vedo, leggo – ci sia ancora o sia per esserci un partito di sinistra “moderno”, che possa e sappia proporre alternative (non solo burocratiche), stilare precisi impegni programmatici a lunga scadenza – senza ubbidire alle periodiche tensioni elettorali, agli slogans pubblicitari, alle parole ormai definitivamente consumate (come i pensionati, i lavoratori, le regioni – che sussistono come pure astrazioni) che dal ’48 sostengono e in qualche modo conducono il carrozzone domenicale della politica italiana.

La crisi che resta al fondo, latente dura drammatica, è ancora e sempre crisi di uomini, di linguaggio, di idee. Mancando di tutto, e del beneficio di un savio e prolungato operare, sarebbe giunto almeno in tempo di convincersi che bisogna mettersi a lavorare sul serio.

Per quanto sta in me, penso anch’io che si debba contrastare, sortendo da un provincialismo consuetudinario, a questa forsennata kermesse di parole, all’orgia dei nastri incisi, alle gite sui laghi, dal di dentro di organismi operativi moderni veramente, e moderni nel senso di una capacità e possibilità funzionale programmate, sostenuti da gruppi specializzati e liberi nel proprio impegno. Poiché ogni anno invecchiamo, vorrei invecchiare con dignità, con un po’ di orgoglio, senza vergogna, lavorando con altri, e secondo la misura delle forze, a costruire una società civile, un paese moderno; cosa che non è adesso l’Italia.

Così apprezzo, e approvo, la vostra iniziativa; proprio come una iniziativa che tenda a provocare unità di impegno e nuove e più rigorose qualificazioni nelle disperse e spesso frigide forze della sinistra laica e democratica italiana. Innamorate di sé, mi pare, e spesso verbose.

Lavorare per ciò sarebbe, o è giù, un progetto eccitante – nell’ordine delle idee e della chiarezza del nostro piccolo mondo.

 

 

 

Il voto radicale, 10 aprile 1963.