Dobbiamo avere la pazienza di decidere

Per cominciare chiaro dirò il seguente. Come tanti, che ne hanno per i fatti loro, anch’io (se è permesso) sussisto per alcuni loghi (principi, convinzioni) che non mi turbano ma al contrario mi aiutano a reggere il peso non effimero delle ormai troppo brevi giornate (di vita). Uno, che mi suscita in cuore e in testa forte rabbia emozionata, vedendolo anche contrassegnato a grandi lettere in nero in sedi istituzionali e negli almi tribunali, è il seguente: La legge è uguale per tutti. L’altro, luminosamente aureolato nelle pagine sode de Il capitale è il seguente (lo riassumo e semplifico senza defraudarlo): La ricchezza degli uni è fatta sulle spalle degli altri. Per dirla in breve, se noi europei siamo come siamo, è perché per secoli abbiamo delibato, con ferocia insaziata e implacabile, il sudore dell’Africa e degli altri continenti. Noi abbiamo l’acqua frizzante, loro devono fare dieci chilometri con un vaso, chinarsi fino a terra per riempirlo pazientemente, poi tornarsene alla capanna sotto il sole (africano). Voglio, insomma, ricordarmi ogni momento che noi, nella nostra supponenza becera, ammolliamo (e immoliamo) il nostro lucroso interesse nella ipocrisia più sfacciata e ridondante. “Democrazia” strilliamo ogni momento poi, se ci sfrugugliano, bombardiamo a destra e a manca, con bombe d’ogni genere che parlano venti lingue e, ci dicono, sanno dove e come scoppiare, e se sbagliano, chiediamo subito scusa, perché riteniamo di essere ben educati (da ragazzini e ragazzine avendo avuto l’assistenza e l’insegnamento di pedagoghi ferratissimi dottissimi moralissimi). Così non ci è mancato niente per crescere perfettamente educati e magistralmente attenti ai buoni comportamenti. Allora, perché siamo ridotti così squinternati e piagnucolosi? Partecipi di esaltazioni nevrotiche e piazziaiole, che durano una mezza giornata, poi sudditi delle più turbate inquietudini e dei risentimenti più aspri ma generici, raccattati?

Sì, perché?

Sì, perché da vent’anni c’è questo clima, c’è questa aria sul suolo italiano? È davvero colpa di un suolo uomo? Non lo credo. Credo invece che ciascuno di noi dovrebbe guardare nei cassetti di casa propria (o guardare dalla finestra di casa) e fare i conti personali, quindi tirare le somme del dare e dell’avere delle cose fatte, pensate, partecipate. In realtà, a livello pubblico esplicito abbiamo delegato la conduzione della partecipazione sociale attiva a un gruppo di comici slombati e usurati, ambigui e, al fondo, inaffidabili, in quanto il vero comico è colui che induce, riesce a indurre, chi vede e ascolta, a ridere sferzante di se stesso senza delega, a compiere cioè una operazione pedagogica; ecco perché il vero comico, e non quello fasullo avido grottesco, è un personaggio drammatico, acutamente insaziabile nella ricerca della realtà, e dopo aver fatto ridere non fa dimenticare e fa pensare, fa riflettere, e più che gli applausi merita gratitudine e il consenso del rispetto. Totò è un esempio preclaro di simile condizione, anche fino a diventare indispensabile.

Orbene! Se siamo nel grigiore completo, come società di gestione operativa, lo ripeto, non è colpa di uno solo, come ci incalzano a pensare, e a verificare le ombre, i signori politici grotteschi e inaffidabili che militano nell’opposizione, ma sono proprio loro, nel provinciale guazzabuglio di una dilacerata situazione storica, che hanno contribuito con le loro ciarle vanitose, arroganti e prive di Nutella, alla consistenza e resistenza in vetrina di una situazione di potere uninominale.

Adesso, dopo queste nuove elezioni, si canta vittoria adottando un frasario da terza armata dopo il Piave. Considerazioni, ripeto, squallide, risibili, senza realistica sostanza. Non sarà questa opposizione senza braghe che potrà o saprà sciogliere, o almeno allentare, i nodi delle supergrigia stagione politica.

Nelle prossime settimane qualche ventata che scompigli i capelli di questa Italia attualmente gestita in ogni suo androne, di vertice o di cantina, da una ratatuglia politica che mal ce ne incoglie; qualche ventata, dicevo, dovrà naturalmente alzarsi e soffiare. Vedremo in quale direzione, se in cielo o in terra. La verità è che, a considerare con pacata e curiosa pazienza, sembra di star cavalcando, con poche inevitabili diversità, gli identici tempi e malanni e feroci scontri ed esibizioni di malcostume e rapina, dei mesi, degli anni seguenti alla conclamata data del 1860, quando un’Italia si formò quasi intera incollata (come ho già scritto e detto altrove) dallo sputo di Garibaldi; ma subito dopo tartassata dall’avidità, dalla grezza presunzione, dall’ignoranza di una classe politica non di una sola parte, ma di tutte le parti. Proprio come ai giorni nostri. Che sono perciò giorni amari.

Non bisogna dunque smettere di provocare e di provocarsi.

Cominciando col togliersi dai piedi non uno ma tanti esimi lorsignori. E mandarli ad arare i campi.

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 15, 21 giugno 2011

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su fogli volanti
  • Testata: Foglio degli Eremiti
  • Anno di pubblicazione: n. 15, 21 giugno 2011
Letto 2985 volte Ultima modifica il Venerdì, 01 Febbraio 2013 14:42