Gli ingressi e le scale

Parlo per conto mio con la città di pietra e di strade, che sta lì seduta nel mezzo della nostra pianura da secoli e secoli – e non parlo con la città degli uomini così strani e così sovrapposti. Voglio dirle che adesso comincio a non capirti più, citta mia; non riesco a capire. Guardo scruto seguo tocco palpo striscio lecco ma non mi servi d’umori; e invece soprattutto oggi mi dovresti servire senza arroganza, senza precipitazione, senza approssimazione. Non sei una colf filippina, non cinese, non della Malaysia né dell’Africa romana; non hai negli occhi colori nuovi o strani raccolti in altri orizzonti. Sei una città emiliana (altro che Europa o mondo) di pietre e di cose dentro a una nazione tempestata dagli affanni; eppure sei sfuggente, adesso, anche dopo averti guardata seguita scrutata toccata palpata. Ho continuato a servirti, citta, da abitatore onesto che ti ha sempre abitata, dividendo il rusco nei vari contenitori, non buttando carta per terra, usando perfino gli autobus 13 e 17 che ci scuotono le budella più delle mani adirate di belzebù nel fondo dell’inferno, e mi sono mantenuto calmo e convinto, ligio ai tuoi voleri, attento agli accadimenti. Eppure non mi sono districato neanche un poco in mezzo alle tue pietre, dalle pene del nostro inferno privato e quotidiano. Per questa ragione ti dico che sei diventata spietata come una tigre, indifferente come il pierrot lunaire che con chitarra e fiore in bocca regala lacrime di ghiaccio alla luna. Sono ormai vecchio, per la tua corsa verso un futuro così poco chiaro. Anche solo per inseguirla, questa tua corsa, sia pure ciabattando, forse mi manca il fiato. Ma un vecchio può essere davvero sperduto ansante inutile? Non può, con l’ultima sorsata d’aria, dire in due parole cosa è oggi una città, anzi la città, per lui semplice cittadino senza coda? Anche se non posso che limitarmi a esprimere malumori diretti, necessità dirette, problemi che bruciano come carboni sotto le tue pietre illustri, bagnate dai secoli e adesso via via restaurate per adeguare il tuo sodo corpo campagnolo all’avidità della speculazione selvaggia in atto e alla quale un governo nazionale di tecnici senz’anima ha spalancato i cancelli come davanti a una torma di topi. (Ma non dimentichiamo che un governo di tecnici è ancora più fetente di un governo, per se stesso fetente, dei così detti politici. Senza andare troppo dietro nel tempo, basterebbe il ricordo del governo Amato per pareggiare il conto; eppure molti sono ancora lì che si ripropongono come nuovi). L’orgia della privatizzazione caratterizza il ballo inarrestabile dei nostri giorni; nei quali, sul serio, non avviene alcuna rivoluzione né delle mani pulite né dei piedi sporchi, ma solo sommovimenti tellurici di grado minimale, esemplati e amplificati da una stampa ambigua, senza più alcuna reale curiosità della e nella nostra vita; e senza più reale curiosità e volontà di giustizia – che non sia frastornante ed esornativa. Così, città, ti inchiodo a una parete della casa e nel chiuso della mia stanza ti osservo in dettaglio e ti ascolto per sentire il calore del tuo respiro. E ti sento respirare forte e incerta. Così ti esprimi. Sei un cantiere rumoroso e invadente per farti le pulizie delle rughe, ma poi chi ti potrà abitare? Sei una formica coperta dalla zampa astuta e cauta dell’elefante. Io chiedo chi sono i signori che ti hanno comperata strada per strada, casa per casa, finestra per finestra, pertugio per pertugio. Dove andranno a rintanarsi, ad annidarsi gli altri che non fanno ombra, i giovani, i vecchi, la gente? Chi sono i nuovi padroni del mondo, che guadagnano miliardi ogni giorno e possono spendere miliardi ogni giorno? Una per una, con soffi di vento malvagio, vengono spente le candele infiammate del tuo destino, della tua storia fatta – fatta, non scritta soltanto. Da agosto, il problema di fondo si è riferito alle piste ciclabili, alle righe gialle (gialle come il sottomarino dei Beatles). Un problema, ma secondario di fronte ad altri impegni stravolgenti da risolvere in fretta. Poi il museo morandiano, buona cosa in sé. Ma la Manifattura, ma l’Arena che imputridiscono da anni? Mi sembra che lo stato delle cose, in generale e in particolare, nella sostanza della conduzione potrebbe essere esemplificata con un riferimento al palazzo dove, alla Fiera, sono alloggiati la Camera di Commercio e gli uffici dell’I.V.A. All’ingresso vetrate, bar, spazi ampi (nel solito sperpero), luci; poi la scala per salire al primo piano, buia tetra sporca ammuffita scrostata, degna appena di una cantina abbandonata. La contrapposizione fra cura e presunzione del generale e l’incuria e l’indifferenza (la strafottenza) del particolare sembra rappresenti bene, e bene documenti, la disposizione culturale del nostro mondo, del nostro tempo. Certo, qua è colpa del governo centrale, non insisto. Ma in una città che curasse e preservasse più la funzione indispensabile di tutte le scale che la vetreria e le luminarie di tutti gli ingressi vorrei continuare a vivere. D’accordo, per il tempo che mi resta.

 

 

 

Carte d’Arte, anno VI, n. 7, ottobre 1993.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno VI, n. 7, ottobre 1993
Letto 3122 volte Ultima modifica il Venerdì, 08 Marzo 2013 17:16