Sobria ilare divina intemperanza

Di Mirò, come lettore semplice e marginale, apprezzo soprattutto l’ordine misterioso e leggero della scrittura. Un ordine danzante, per musica interna trattenuta e difesa. Anche dentro a quel suo drammatico ineffabile splendido girovagare – che è poi un ricercare e inquisire con l’occhio che non perdona – la sua sostanziale chiarezza, che è una fermezza ironica e solare, non è mai delusa e si propone anzi come il principio di una entrata in paradiso. Che importa se le porte via via si rinchiudono in fretta? Importa invece che via via si possano in qualche modo riaprire (chiudere, riaprire), in questa sorta di giuoco angustiato (non angosciato) e infinito; il cui unico sollievo è nella proposta di non avere né considerare mai una stazione o una stagione d’arrivo. La pittura di Mirò è dunque una proposizione di segni stellari in partenza, che contiene solari speranze e mai nessun diario o epistola o fremito conclusivo. Le esperienze di scrittura visiva sono subito consumate per liberare il campo per altre divagazioni e sperimentazioni concrete e vitali. Esaltanti.

Ho presente sempre, come archetipo per le mie considerazioni non formali, la straordinaria realtà visiva e tattile di «Personnage» 1975. Uomo elefante, elefante uomo, o solo parte di una latebra sfuggita ad un antico animale (gigantesco frammento osseo); oppure l’abbozzo, l’inizio, la nascita nuova non di un mostro di cui s’era perduta memoria ma di un uomo nuovo che avrà bisogno di spazi infiniti; quindi da riconquistare. Una cauta tenera forma appena abbozzata per il ritrovato paradiso perduto. Gli occhi che guardano, infissi scavati in quella struttura aperta, sembra davvero che stiano dipingendo il mondo.

Questa totalità espressiva, con l’uso di mezzi e materiali plurimi, è sempre sembrato a me il magistero più autentico di Mirò, insieme alla sua mobilità danzante ed espressiva. Infatti, tutto ciò che può essere palpabile, manipolabile, può essere circoscritto e può essere depositato. Ogni sua opera è una cerniera rigorosa per costringere le ombre a sfuggire dalle opere, e le opere, quindi, a definirsi. Si può vedere; anzi, più modestamente, io credo di vedere tutto ciò, esemplarmente, sempre nel «Personnage» 1975 già indicato. Parte di maschera, o di viso, sollevata sopra il probabile piede unificato (così denso da non voler lasciare la terra); oppure sopra l’ombra solidificata; sollevata, ripeto, da due steli che lasciano libero chi guarda – interrompendo o separando la figura – di oltrepassare il limite dell’oggetto e di progredire senza soste, per arrivare proprio laggiù, in fondo al mondo. E dove il mondo si conclude. Perciò si ha la sensazione di andare oltre i limiti di spazio e tempo tradizionali e di attingere la virtualità di un paradiso nuovo, tutto felicemente schematizzato. Per l’appunto, ripeto, il suggerimento struggente e vitale di una attesa, come conquista continua non come suggestione transitoria.

La verità, aggiungerei ancora, è che Mirò opera come, per esempio, se potessi anche solo nei propositi, vorrei dipingere, operare io. Cioè, come un uomo normale. Tale e quale. Pittura, scultura, disegno; e qualsiasi altra cosa egli possa o voglia toccare. Anche solo sfiorare. Altri grandi artisti fermano, bloccano l’ammirazione. Si resta estasiati a guardarli, a perlustrarli in dettaglio; ma comunque, sempre, il quadro, la statua sono lì davanti; e io qua; in mezzo lo spazio del mio respiro. Tocco con gli occhi ma non sfiorerei mai con la mano. Sono, insomma, in atteggiamento di ammirato rispetto. Guardo, non mastico. Non trituro fra i denti; non assaporo vitalmente, non mi lascio contaminare, azzerare. Con Mirò, questo divino contadino della terra arata nel cielo, tutto si capovolge e anch’io posso entrare dentro ai suoi segnali come fossero i miei. da sempre. Percepisco di continuo il fremito delle sue ali e ho il vento fra i capelli. Perché egli è vigoroso e leggero, asciutto e di continuo modificabile in senso improvviso e ineffabile, sia che tracci un segno con matita, sia che investa di frammenti quasi bombardati antiche porte, grossi frammenti di pietra, legni nodosi. Egli riesce a sollevare tutto in alto, a volo, con un soffio soltanto. Che vale una vita.

Nessun altro artista contemporaneo, per me, ha saputo dare con la sua opera questo senso di ordinato furore, di smisurata libertà, di ordinata felicità anche nel dolore. Perché Mirò non è rimasto lontano dal suo tempo, non si è sottratto, ma ha camminato intorno al vulcano non lasciandosi accecare. O bruciare troppo. Così a me piace, ripeto, proprio per l’assoluta libertà che la sua opera esprime. Libertà di ricerca e libertà di amore tenerezza sorpresa continue per le cose. Per tutte le cose. Che possono diventare di volta in volta segno, scrittura, oggetto radunato e diviso, voce, saluto; in ogni caso, sempre oggetto non consumato ma conservato. Lo ha detto anche lui: Per me un oggetto è vivo. Mirò salva la vita dalla morte della vita.

 

 

 

Carte d’Arte, anno IV, n. 5, estate 1993.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno VI, n. 5, estate 1993
Letto 2933 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Febbraio 2013 17:07
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