Prospetto delle riviste: Il Mulino

IL MULINO. Rivista mensile di cultura e di politica [dal N.° 39. Prima: Rivista mensile di attualità e cultura].

Bologna. N.° 1: Novembre 1951. Fascicoli di pp. 72-88, a numerazione continua, mm. 240x170. Ultimo uscito finora: N.° 45, A. IV, luglio 1955.

Dir. Pier Luigi Contessi [Fino al N.° 38 erano dati inoltre i nomi dei seguenti redattori: Francesco Compagna, Gianluigi Degli Esposti, Renato Giordano, Gino Giugni, Federico Mancini, Nicola Matteucci, Luigi Pedrazzi, Ezio Raimondi, Mario Saccenti, Antonio Santucci; amministratore Fabio Luca Cavazza].

S.p.A. Poligrafici «Il Resto del Carlino», Bologna.

 

Da una fervorosa serietà a un risentito conformismo: questo, a volere schematizzare, ci sembra il diagramma dell’attività (rivolta alla discussione politica e a studi storici, economici, sociologici) de Il Mulino; cominciato come «quindicinale di informazione culturale e universitaria» con cinque fogli post-goliardici (25 aprile-25 giugno 1951), precari e dispersi, e del resto «preistorici», e giunto a questi fascicoli floreali, così ben stampati. Un lungo lavoro che, a parte ciò che diremo, vale in toto.

Il primo tempo che vide il giornale di gioventù diventare miracolosamente rivista, assumendo una periodicità nettamente scandita, avviò un lavoro d’indagine che se diceva incertezze, dubbi, mostrò nondimeno un più accentuato rigore intellettuale, ove interne tendenze diverse agivano dialetticamente. È il momento del centrismo illuminato, che andrà smorzandosi come un tramonto. È il momento, vivo ed eccitante, in cui Il Mulino costruisce la sua fortuna (però ne uscivano alcuni redattori).

In un vero entusiasmo si arrivò (e con un’opera organizzativa non solo fornita di mezzi, ma veramente scaltrita) a un frequentato Convegno di amici e di giornalisti, da cui uscì una Relazione [1954] che provvedeva, alle diverse discipline e «ricerche», articolati programmi o indicazioni. La rivista viene intesa in alto loco come la meglio rappresentativa della nuova generazione; è avvolta di simpatia che promuove autorevoli rinforzi collaborativi; e poté darsi con il nome inadatto di neo­illuminismo una certa fama di movimento di nuove idee.

Matura invece alla distanza un tono, o un periodo, «ministeriale». Sostenuto certo da alcuni specialisti spigolosi e previdenti, macinatori di documenti, che furono allievi dell’Istituto Storico di Napoli, da cui Chabod dona sapienza: i quali, addestrati con rigore al neo-storicismo di tono liberaleggiante, abituati altresì a lavorare «a squadra», senza respiro e senza concederne, non politicanti ma già politici, e ragionatori sottili da contro-riforma, offrono pagine fitte fitte, con note, richiami, riferimenti, postille, corsivi (non gradevoli alla vista, di gusto «cattivo»: e questo appunto dona fascino di «uomini gravi» che disdegnano la «bella» pagina).

Pare tuttavia di trovarvi un certo vuoto o sfacelo interno. Non si sente più la fiducia (non velleitaria o compitata a fil di penna o a denti stretti) in un lavoro vivificato da un liberalismo operante e attivo, che non può essere che su basi rigorosamente laiche. Come si può altrimenti compiere la «rivoluzione liberale» che più o meno esplicitamente ci si assume? Né certo basta rinculare in un centrismo oscillante, tutto cauteloso e puntuto, per avere pace e per convincere: questa posizione può preludere a una debacle morale che va diffilato al qualunquismo.

Grava sul Mulino l’impressione (nonostante alcune collaborazioni, e celebrazioni, stupefacenti) di un disinteresse scettico nascosto, e di una insicurezza dei propri passi. Cagione a noi, come a molti altri osservatori, di dispiacere. Peraltro il lavoro organizzato a largo raggio prosegue senza soste.

Resta da dire che presto la letteratura fu destinata a una serie di recensioni finali in corpo minore. E ciò è sintomo interessante. Poté parere dapprima che si trattasse della freddezza per i problemi schiettamente letterari già osservata autorevolmente nel dopoguerra (che noi crediamo preludio di una letteratura di meno sfuocato impegno umano). Ma allo stato delle cose del Mulino, soprattutto nella sua base, conviene domandarsi altre cause e concause di tale celato e facile disprezzo per la ricerca letteraria: 1) forse che le tecniche in genere sono aride sopraffattrici (tendendo al neopositivismo dei «fatti e non parole») e nel gruppo del Mulino in particolare i tecnici sono sopraffattori di qualsiasi comprensione per la genuinità?ma nessun movimento di cultura ha mai potuto prescindere dal momento dell’arte; 2) e forse che la ricerca letteraria, essendo autentica e sempre rivoluzionaria, non è dirigibile come l’opera dell’intelligenza? 3) o forse che il dispregio è, anche, un «compenso» intimo di taluni inibiti letterariamente, cioè segretamente delusi?

Una simile e assoluta sordità alle ragioni delle lettere si illustrerebbe ora, se si vuol credere alle voci correnti, di un prossimo supplemento o sezione letteraria, la quale (oltre che immettere alcuni nel giro delle relazioni) avrebbe l’intento specifico di riposare, ricreare e dilettare gli spiriti seri di tutti i lettori, e pertanto, dovendo stare all’altezza della rivista, si azzarderebbe a far conto solo degli scrittori che sono già sicuri monumenti.

 

 

 

Officina, n. 3, settembre 1955.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Officina
  • Anno di pubblicazione: n. 3, settembre 1955
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