Intervista a Roberto Roversi

È uscito, per i tipi di Tullio Pironti editore, un nuovo libro di Roberto Roversi, intitolato La partita di calcio. Si tratta di novanta lasse, che corrispondono ai minuti di una partita, contrassegnate, più che dallo svolgersi dell’avvenimento agonistico, dai discorsi e dalle riflessioni dei giocatori in campo e dei personaggi seduti sulle gradinate, che finiscono per costituire un tutt’uno. Tra i personaggi, Agrippa D’Aubigné, Che Guevara, Chet Baker, Ulrike Meinhof, Achille Varzi, Glenn Gould, il vecchio Goethe.

L’oggetto delle riflessioni è costituito dagli eventi e dai drammi del nostro tempo, raccontati per sprazzi di immagini, in uno stile sobrio, senza gli “slittamenti lirici” ai quali ci ha abituato la tradizione letteraria del nostro Novecento, e caratterizzato, inoltre, dall’uso di lacerti verbali tratti dalla cronaca giornalistica e burocratica, con funzione stigmatizzante nei confronti dell’iconografia ufficiale, oltreché dall’ironia graffiante. La raccolta s’inserisce in quel poema in fieri, intitolato L’Italia sepolta sotto la neve,che Roversi va componendo da parecchi anni, pubblicandolo “a puntate” in agili volumetti artigianali e a tiratura limitata, curati da piccoli editori di qualità, o su riviste “alternative”. Abbiamo colto l’occasione per rivolgere all’autore, molto schivo, ma sempre pronto ad incontrare i numerosi giovani che frequentano la Libreria Palmaverde, della quale è titolare, alcune domande.

 

Vuole spiegarci meglio il titolo del Suo nuovo libro, La partita di calcio?

 

È una ristampa. L’edizione del 1991, un librettino minuto tirato in 29 copie, aveva la più corretta e complessiva intitolazione L’Italia sepolta sotto la neve, parte seconda (164-245). Il titolo recente è una sovrapposizione del momento.

 

Anni fa Lei decise di rompere con le grandi case editrici, di stampare in forma artigianale le sue opere. Ora scrive: «Bruciarono i libri come teschi di capre / le nere civette affogarono in un lago italiano / Italia è il paese coperto di lacrime / dove è fiorito tutto poi ogni cosa distrutta». Nell’era della globalizzazione, dell’informatica, nella quale la comunicazione naviga via Internet, quale ruolo può avere il libro, specie se stampato in pochi esemplari?

 

Da più di cinquant’anni il mio lavoro è quello del libraio antiquario – potrei dire meglio, o più esattamente per me, di libri vecchi. Da mattina a sera, di notte (in casa, sui muri della stanza in cui dormo) e di giorno, molto spesso anche alla domenica e per ferragosto, sono fra i libri, siedo fra i libri, chiudo gli occhi fra i libri, sogno anche fra i libri (incendi dirompenti e fra le fiamme le pagine si accartocciano annerendo cancellando il soffio vitale della scrittura). Non i libri nuovi tirati a lucido come manichini nelle vetrine degli abiti confezionati; ma i libri viaggiatori che magari arrivano da lontano, alle volte da molto lontano; come camminatori solitari per impervi sentieri, o come liberi corridori degli altipiani; affaticati dal viaggio, impolverati, con qualche macchia, un poco feriti dal tempo. (È incredibile quanti pensieri inducano a muoversi emergendo nella mente del libraio, le vecchie raccolte private che molto spesso vengono quasi con furia svendute dagli eredi (dai figli, dalla moglie). Si sfogliano i volumi e la polvere resta sulle dita. Alle volte si trovano annidati al fondo di cassetti appartati, come monaci eremiti). Sono sempre lì, negli scaffali e ansimano ancora un poco, con la voglia, appena ripreso fiato, di parlare. Hanno anche strani odori, come pesci che sembrano risaliti da mari profondi. Una cosa che sempre mi ha colpito (mi colpisce) è che sembrano ormai indifferenti alle vicende del mondo; mentre, in verità, sono in semplice ma drammatica attesa di una mano, di uomo, di donna o di bambina che li prenda come si afferra il dorso del gatto, li stringa adagio fra le mani, li apra li guardi li ascolti di nuovo parlare, ammonire, cantare o dire frasi sottovoce; togliendoli con quell’atto dalla solitudine e dal silenzio. Dal silenzio della solitudine.

Parlo di libri vecchi; ma anche i nuovi. No, i libri sono vivi ancora, naufraghi rigorosi anche fra i marosi tecnologici. Così, almeno, li intendo io, vecchio libraio di vecchi libri. Perché, ripeto, sempre danno tremori e offrono sorprese; non finiscono di stupire. Anche il più modesto libercolo, ha sempre la chiave di una frase dentro il marasma delle pagine, che ti apre il cuore. E come il cagnone amato o il gatto amatissimo riposano il muso sulle tue ginocchia e ti guardano pieni di una giovane malizia, invitandoti a leggerli, non a sonnecchiare o a divagare.

Così davvero, c’è spazio giusto e utile per tutti. Per tutto. Spazio e vita. Per il sapere intubato nei dischetti e intrappolato nelle strade informatiche; e per quello che sembra ormai procedere sul dorso di un asinello ma che arriva, passo dopo passo, lontano. Là, almeno, dove voleva o doveva arrivare.

 

Nella prefazione, Ciro Vitiello sostiene giustamente che Lei non assume nel libro il ruolo del moralista. Ma esiste, comunque, un “furore etico”, una “rabbia”. Il poeta deve indignarsi o guardare il mondo con distacco?

 

Non so proprio cosa devono fare i poeti, un poeta. Scrivere buone poesie? È una risposta. Vedo che ciascuno sceglie la sua strada e fa i conti con il suo onesto sentire. Per me, che scrivo ben convinto in ogni momento di dovere fare meglio, di non essere mai, neanche per un istante, rassicurato ma sempre inquieto e tremebondo; bene, per me posso solo confermare che mi indigno e continuo a indignarmi, come ogni uomo o ogni donna pensosi, in ogni ora del giorno, a seguito soprattutto delle pubbliche vicende. E le occasioni sono infinite, perciò è anche faticoso decidere quali sono le peggiori, le più oppressive e vivere sotto il cumulo dei detriti quotidiani; non potendo o sapendo, ripeto, fare finta di niente. Ma l’indignazione, che poi è sinonimo di partecipazione diretta e costante del cittadino alla politica, cioè al precipitoso vorticare del mondo, è la frustata che fa saltare dalla sedia e obbliga a non impigrire, a scuotere le proprie idee, a dar fuoco costante ai sentimenti, a non star lì quasi imbambolato aspettando gli eventi, o se si è avanti negli anni ad aspettare con cupa rassegnazione l’arrivo della gentile signora a cavallo. E certamente mi riferisco a chi, come il sottoscritto, è sulla retta d’arrivo di una lunga corsa.

 

Montale scriveva: «Spesso il male di vivere ho incontrato». Ora Lei scrive: «È la voglia di vivere che salverà il mondo». Mi sembra una notevole presa di distanza dall’ampio arco decadente descritto dalla nostra letteratura novecentesca…

 

Restiamo in pianura, per favore. Noi, accontentiamoci di respirare (ancora), ma non come le carpe matronali e dorate al bordo dei laghetti, ma ancora come uomini, l’ho appena detto, ancora acquietati. Ecco, lasciando con tutto l’istituzionale rispetto Montale ai suoi monumenti, mi vorrei per l’occasione avvicinare a Jovanotti, che non sarà un premio Nobel per la grande letteratura ma sicuramente un bravissimo artista che riesce a scuotere i giovani per il forte aggancio delle sue canzoni. Bene; in una di queste, molto acclamata, ha un verso più volte ripetuto, che è tutto un programma di vita accolto o raccolto dai giovani, dai giovanissimi, con immediato favore; e direi con intima convinzione: «Io penso positivo perché sono vivo, perché son vivo». Non si poteva comunicare con più lucida semplicità una riflessione, direi una convinzione, come autentica medicina dei mali di testa e di cuore. Così, anch’io credo che ogni mattina – se uno non è sopraffatto dai pugni sul viso di un destino crudele, ma è soltanto normalmente tempestato dalla vita – debba alzarsi con la convinzione di espugnare la propria giornata per rifare il mondo; trascinandolo fuori, con le proprie mani, dall’oscuro bieco antro di macerie in cui è accucciato, per volere e inganno dei poteri forti.

Bisogna, in aggiunta, è ovvio, condire questo proponimento con il sale di una giusta ironia – senza la quale non vale neanche pensare, in ogni direzione. Si può credere di poterlo fare anche con la matita e un foglio di carta (per sé, si intende) o con alcune costanti scelte di vita che sono affidate alla dignità, alla lealtà, all’onestà, e al rifiuto del torbido egoismo.

 

Potremmo parlare, a proposito della Sua poesia, di “ventriloquismo”: le “voci di dentro” dello scrittore si materializzano nei personaggi e nei loro discorsi. In che misura sono autobiografici il giocatore di calcio e il signor D’Aubigné, “spiriti portanti” del libro? E Che Guevara?

 

D’Aubigné è il poeta (grande) che ha scritto straordinari versi sulle rondini; e nel contempo era quella carogna (grande) che, come comandante d’armata, assediava castelli, conquistava città, distruggeva fortezze, razziando, depredando, violentando. L’ambiguità dell’uomo forte e senza scrupoli che si interseca con una tenerezza quasi disperata e lacrimata, vita e morte conquistate nello stesso momento dalla parola, dalla scrittura alata (direi, quasi prepotentemente angelicata), che tutto tende a scancellare lasciando solo il cielo (il respiro della grande poesia) dopo avere tutto mescolato, patito, vilipeso, intrappolato, e dopo un violento atroce pentimento di volta in volta, quindi in un alternarsi di fuoco e acqua senza mai pausa; questa ambiguità è oggi lo specchio, secondo me, del nostro mondo, della nostra vita. Il “Che” invece è l’ebbrezza dell’uomo, instancabile alla ricerca del proprio destino, per distribuire poi l’eventuale conquista agli altri; per dividerla con gli altri. Il “Che” è una delle voci che non fa dormire alla notte, e fa pensare al mare tempestoso. Al mare, come cantava Omero, insonne. Il suono delle sue parole è il rumore dei suoi passi. Il calciatore, invece, sempre in corsa, è quest’uomo, quell’uomo, io, tu, lei o un altro; eppure anche lui cerca corre domanda parla, ha passato e presente davanti agli occhi, sulle spalle; e non si ferma. Anche lui, con una semplice palla sul piede, che è come un fucile in mano, non dorme mai. E ascolta quei passi.

 

Nella Sua opera hanno avuto sempre un ruolo importante gli animali. In I diecimila cavalli, i cavalli rappresentano l’umanità impastoiata. In questo Suo ultimo libro ritorna spesso l’immagine delle rondini, prima tetra, poi via via gioiosa. Che cosa rappresentano?

 

Le rondini sono aspettazione, attesa. Risoluzione, se arrivano, di una speranza. Le rondini, esemplarmente, sono anche il ripetersi di una straordinaria vicenda della natura; il ritorno periodico di un’armonia, di un ordine millenario che non è imposto dagli uomini. La conferma che tutto accade, o può accadere, se si mantengono attivi, vale a dire non si perdono, gli agganci di fondo che preservano la nostra sorte.

 

Si pone il problema di come comunicare, più precisamente di come convertire il visibile (la vita) in dicibile (la poesia), soprattutto per uno scrittore che voglia parlare a grandi masse. Quale linguaggio poetico le sembra più consono, in particolare quale ha scelto per il Suo libro?

 

Non avendo pubblico, da sempre, non so proprio rispondere; né dovrei azzardarmi. So che la poesia è brutale e terribile, anche solo ad avvicinarla. Giusto è, a mio parere, raggiungere e conservare, per sé, una grande umiltà, precauzione nel fare e rifare, infine una onesta e ferma convinzione della necessità di sottoporsi ogni volta alla verifica lacerante dei propri sistemi, dei propri mezzi operativi. Nessuna gratificazione ma continue piccole ferite. Quello che conta è andare avanti, camminando sui sassi. Sì, i sassi.

 

In quale rapporto si pone «Rendiconti» rispetto ad «Officina»? Quali gli elementi di continuità e quali le novità sostanziali?

 

«Officina» era redazionalmente sostenuta da personalità diverse e anche composite; in un particolare momento non solo della storia (diciamo pure, della storia italiana) ma della loro vita. Pasolini cominciava ad emergere con forte determinazione critica e poetica; Fortini, lucido e genialissimo teorico della Sinistra, col suo cruccio di non vedere ancora accolta ed esaltata la propria poesia; cruccio che lo rendeva ispido e spesso intollerante fra la sua eccezionale vitalità riflessiva… Mi pareva, in tutto quel fervore, che mancassero i necessari raffronti con il fascismo e soprattutto con il nostro fascismo. Da qua, poi «Rendiconti», ma non solo per questa risposta. Le domande erano tante e la rivista è durata fino ad oggi. Un monologo prolungato.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Antonio Catalfamo
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: Il racconto della realtà
  • Editore: Solfanelli
  • Anno di pubblicazione: 2012
Letto 3079 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:27