Trucchi, trappole, menzogne. Intervista a Roberto Roversi

Come ti sembra l’attuale atteggiamento della stampa sul ’68?

 

Celebrativo-declamatorio, con tutta l’ironia del caso per un caro defunto che tuttavia ha dato qualche fastidio. Naturalmente c’è anche tanto di altro, e in aggiunta: il senso acre di rivalsa e spesso, anche, una rimozione nevrotica che cancella tutto, vuol cancellare tutto con un atto di sordo rancore, quasi come a rifugiarsi contro il grembiulone della nonna, quando si è bambini e si ascolta, o si è appena ascoltato, il tuono. Ho letto molto, quasi tutto (non tutto), libri e articoli e questa è la mia attuale conclusione. Così si sperpera tutto e non si impara da niente. Neanche da pezzi brevi e grandi della propria vita.

 

 

Cosa è stato per te il ’68?

 

Per me? Anche se non ero di primo pelo, una occasione – appunto, breve e grande – di imparare. E di infuriarmi per bene, dentro ai miei errori e a quelli di tutti gli altri. Non era poi tanto difficile individuarli e io, da parte mia, ci ho scritto molto intorno, in quegli anni. Ma in ogni caso capivo che era in atto una glaciazione, da cui tuttavia non saremmo sortiti fuori nuovi, né noi né il mondo. Non si poteva, non era ancora il tempo. C’era troppa furia, troppa approssimazione, dico in generale, e la mancanza di maestri veri, di qualche guida. Si era tutti mischiati in un branco e ciascuno azzannava sé e gli altri senza troppo badarci. Non avevano la pazienza, non mediocre ma necessaria, di guardarsi in giro. Scartavano tutto troppo in fretta, arraffavano le idee. Se devo dirlo, è stato un tempo di molta partecipazione ma anche di molta mortificazione. Badavo a dire: vi seguo nei progetti e nella rabbia, ma badate che il modo di fare lo sbagliate; fermatevi a riconsiderarlo; per carità, state perdendo, state sperperando la più grande occasione. Non si può sempre urlare, bisogna qualche volta anche sussurrare, sia pure dentro a una battaglia. Macché, non essendo niente mi mandavano al diavolo o neanche leggevano. Seguivano gli esimi maestri (anzi, i supplenti) del tutto e subito. Ciarpame di parole. Un tempo, per me, profondo e disperato. Ma nonostante tutto una bella disperazione – mescolata di sana rabbia che non è ancora pacificata.

 

 

Le Descrizioni in Atto ciclostilate in proprio nel ’69, ponevano per la prima volta e in maniera chiara e inequivocabile il problema della GESTIONE DELLA COMUNICAZIONE.

Questa esperienza è legata al clima di contestazione o era una tua esigenza che sarebbe venuta fuori con o senza il ’68?

 

Senza quel clima, e senza i problemi inerenti a quel clima, forse non mi risvegliavo così a fondo dal sonno letterario, affidato a icone normalizzate e ben dipinte: la buona casa editrice, il bel libretto, il critico importante, i sani rapporti con dediche e biglietti. In quegli anni venne fuori venne fuori bene, e molto duro, il problema della gestione della comunicazione, con tutti i nessi correlati e le necessarie scelte. Per me fur come un pugno nello stomaco. Saltai dalla finestra e scappai per i campi, inseguito da qualche fucilata a casa. Morto Vittorini non riconoscevo più santi in paradiso, il terreno era tutto grigio e pieno di belle piantine tutte allineate e allo stesso livello. Per me, con tanti altri di cui stimo almeno la compagnia, sono ancora dentro al bosco, con rare molto rare sortite al seguito di qualche fischio lanciato da qualche buon conoscente o qualche raro amico.

 

 

Per tanti giovani come me, Roversi, Pasolini, Fortini, Sereni, sono stati e sono dei “maestri” non solo di letteratura ma soprattutto di vita, esempi di “uomo totale”, vi abbiamo amato e vi amiamo per il vostro “moralismo”, la vostra coscienza storica e ideologica. Quali erano i tuoi “maestri” e/o valori giovanili?

 

Mi metti in una compagnia che io non merito e aggiungi parole che voglio esclusivamente prendere come un augurio a migliorarmi, a controllarmi e a continuare nella ricerca di non sbagliare almeno le scelte grosse e di invecchiare senza troppa vergogna. In quanto ai giovani, io non vorrei dire loro neanche di stare attenti al fuoco perché si bruciano. Devono impararlo da loro, dopo essersi bruciati. Per esempio io, da giovane, cercavo i maestri e i maestri non c’erano. Negli anni bui erano tutti rintanati e inguaiati e ciascuno pensava a sé, mica pensava a un bischero di giovane come me. Sicché le mie rogne, nei momenti più duri, me le sono grattate da solo, con unghiate che mi facevano sanguinare. Io dico che sono più fortunati i giovani adesso, che non hanno finalmente più maestri saccenti e prevaricatori; che poi, al momento necessario, non riesci a rintracciare neanche la loro ombra. Bisogna organizzarsi e radunarsi, per scavare la terra in proprio, con la zappa di casa e radunando il terriccio in quanto, al contrario, i grandi della letteratura, nel nostro bel paese, pensano per lo più a irritarsi fra loro e a farsi mettere in lista per il premio Nobel; o altro grande premio consanguineo. Sereni lo stimavo moltissimo; guardavo sempre a Vittorini. Sembrano tempi lontanissimi, in quanto maremoto.

 

 

Condividi la requisitoria poetica contro gli studenti che P.P. Pasolini scrisse nel ’68?

 

Pasolini aveva i suoi umori. In quegli anni sopportava e conduceva una irritazione drammatica, spesso sconvolgente, che alle volte diventava quasi patologica. Riletta adesso ha una verità di anticipazione per certi aspetti; ma letta allora fu, a mio parere, profondamente ingenerosa. Gli mancava, vorrei spiegarmi, il senso della storia a scapito di un senso acre dei sentimenti. Ecco, direi che più che contro gli studenti era stata pensata, patita e scritta contro se stesso.

 

 

Nel ’68 si affermò un nuovo modo di fare musica. Dylan, I Beatles, I Cantautori italiani, hanno dato una svolta contenutistica, il senso del DESIDERIO e dell’AVVENTURA.

Cosa è rimasto secondo te di queste esperienze nella musica contemporanea?

 

Non mi sembra che, almeno in Italia, sia rimasto niente. Ma anche allora, direi seguendo i miei ricordi, non è che qua da noi ci fosse molto. Direi che c’era quasi niente. Vedi i testi di San Remo di quegli anni; i dischi dei cantanti più noti. Niente. È stato ribadito anche nei mesi scorsi, in varie serate mi sembra a Canale 4, con gli interventi di quasi tutti i personaggi di allora. Disprezzavano quel tempo, non l’avevano seguito, non avevano capito nulla o quasi nulla. Arroganza, indifferenza, sufficienza, anche ignoranza. Un disastro, una frana. Sudato e ben deciso nella voce e nel canto, Pietrangeli almeno, in questa occasione ancora, non mi ha deluso. Almeno non si vergogna e non rifiutava.

 

 

SARTRE E MARCUSE furono i veri Padri teorici del movimento? I nuovi concetti di QUALITÀ DELLA VITA e CIVILTÀ DEI CONSUMI si devono a loro?

 

Direi che anche Sartre e Marcuse aiutarono a dare una buona spinta al movimento delle cose, in quegli anni. Ma per entrare nel merito, e precisamente bisognerebbe fare un lungo discorso, anche utile e interessante fra noi, per rinverdire problemi, idee, dibattiti, errori, novità, improvvise aperture operative, spesso male utilizzate. Qualità della vita è un concetto-fucilata, che col rimbombo fa alzare a volo uno stormo di problemi-uccelli. Mi sembra che si precisi più avanti con chiarezza e determinazione veramente operativa; negli anni Settanta. Civiltà dei consumi è un concetto, o una impostazione di autentici problemi, che si mette in moto in precedenza; proprio come un vulcano che prolunga il suo ansimare prima di mettersi in movimento. Gli anni di cui parliamo sono un po’ stretti dentro a questi due concetti, molto più complessi di quanto la semplice formulazione, così rapida e sonora, lascia intendere.

 

 

Troppa Stampa mi sembra che stia tentando di instaurare un pericoloso e falso binomio CONTESTAZIONE-TERRORISMO. A cosa è dovuto questo atteggiamento così poco critico e pulito?

 

Ciascuno fa il suo gioco. E il potere butta le reti quando vuole e tira a riva tutto il pesce che vuole. C’è una abile e maligna mescolanza di dati ed elementi e problemi, di questi decenni, da parte anche della stampa; che tende ad affossare tutto dentro a un calderone generico; così come in una discarica di rifiuti. Se si salva qualche dato, è perché può tornare ancora utile, inserito nei nuovi cavilli messi in atto per tenere sempre la situazione calda e manovrabile. In una equivocità che consente ad ogni maschera di potere agire da protagonista.

 

 

Si ha l’impressione inoltre che nessuno evidenzi adeguatamente la Rivoluzione Culturaleiniziata nel ’68 e che vengano altresì ignorate le istanze Sociali e Civili nate in quegli anni (’69 operaio, Femminismo, Ecologismo, etc…).

Perché c’è così poca chiarezza e verità in giro? Dobbiamo proprio rassegnarci al fatto che: “La nostra società è marcia marcia marcia fino al midollo”?

 

A questo punto mi sbrigo molto in fretta. Marcia marcia fino al midollo. Io dicevo e lo torno a dire nel senso di una contestazione che si rivolge all’ambito allargato del potere reale. Adesso, anzi, è più marcia di allora. C’è una quantità di ricchi forsennati e una quantità di poveri reali e di nuovi poveri e di emarginati a cui lo stato sottrae e continua a sottrarre anche gli ultimi spiccioli di socialità che almeno, allora, elargiva. Ma se è marcia fino al midollo, ha bisogno di nuovo di essere contrastata e offesa e vituperata fino al midollo. Con una ripresa non più irrinunciabile e non più rimandabile, di politicità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Donato Di Poce
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: Quaderni Corsari
  • Editore: N. Bine Editore
  • Anno di pubblicazione: n. 0, 1988
Letto 2735 volte Ultima modifica il Venerdì, 24 Maggio 2013 16:13