Giovane giovane a cuore scoperto

Nel libro di Enzo Golino il periodo friulano.

Ma la celebrazione può essere opprimente.

 

Enzo Golino, Pasolini: il sogno di una cosa,

Bologna, il Mulino, 1985. Pagg. 276. Lire 25.000

 

 

Non mi sembra possibile dar conto, in due cartelle, di questo libro interessante e composito; organizzato su vari piani e direzioni di indagine; molto informato ma anche partecipe all’oggetto e ai vari problemi della indagine assegnatasi. Così, muovendomi fuori dalle regole, cercherò di fare una annotazione (non recensione) ogni volta fermandomi su un capitolo, o su un problema. Dato che il volume è organizzato su una introduzione, sette capitoli e una conclusione, potranno essere nove le brevi puntate da dedicare a questo volume di Golino. Vedremo. Comunque oggi comincio proprio dalla introduzione: un maestro «naturale»: Pasolini, un maestro naturale.

Vorrei però qui, in apertura, fare alcune considerazioni del tutto personali e generali, con l’occhio al cumulo di materiale (verbale, documentario, celebrativo, stampato) che viene distribuito o è annunciato in arrivo nelle prossime settimane, dato che il 2 novembre si sono compiuti dieci anni dalla macellazione oscura e rituale di Pasolini in una notte senza luna, vicino al mare.

La prima, contempla un mio senso di affaticata oppressione, osservando e ascoltando l’arroganza o la violenza celebrativa, esasperata fino alla saturazione, su questo autore. L’oppressione è confermata dal sentimento continuamente rilanciato, riproposto, e legato a queste manifestazioni, che Pasolini è stato tutto. Calciatore (con fotografie in maglia rosso-nera che lo assomigliano a Rossi), pittore, musicista, naturalmente poeta, scrittore, drammaturgo, regista, sceneggiatore, politico all’inizio, pedagogo con genialissimo vigore; viaggiatore; e nei primi anni della giovinezza disponibile, per talento e genialità, alle più svariate e brillanti (eccezionali) prospettive professionali. Così confezionato può essere – e in effetti è – riducibile e utilizzabile per ogni occasione. Le ripetute occasioni celebrative che si inseguono ormai con un ritmo frenetico, lo propongono e lo dispongono in una sorta di refrigerazione cautelativa, per cui il personaggio e le opere a lui delegate riverberano spesso un senso di raggelata «rispettabilità» che un poco confonde e un poco smaga.

D’altra parte è proprio dalla nostra tradizione e situazione culturale, contrassegnata per lo più da dettati accademici (intendo, assegnata e consegnata alla regolamentazione dell’università), soggiacere soltanto alle esclusioni o alle cresimazioni, non sopportando per assoluta mancanza di pragmatismo, lo scontro diretto con la realtà in movimento e con i riscontri «a misura d’uomo e di necessita». Dobbiamo, o dovremmo accontentarci di sbalordire o ignorare, di spellarci le mani o volgere la testa dall’altra parte.

Le richieste praticistiche di una critica in movimento, che non si accontenti mai del già detto, fatto e pensato, ma ricresca ogni momento su se stessa col vigore della curiosità rinnovata, non sono quasi mai cose di casa nostra.

Noi dobbiamo accontentarci, speriamo ancora per poco, del sistema ternario (a scanso di equivoci e a collaudo di una conoscenza chiara, distinta: Dante, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Ariosto, Boiardo, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Saba, Ungaretti, Montale, mentre stiamo già aspettando la nuova terna, sulla coda della cometa di Halley). Pasolini sembra ormai uno di questa nuova terna; mentre noi in attesa di conferma ufficiale, stiamo da tempo esaminandone i vari miracoli, compiuti nel corso degli anni.

Ecco quindi, lui, giovane giovane, segnato da una sfavillante partecipazione con altri giovani (con gli altri giovani) attraverso la meditazione pedagogica: io ti insegno non cosa io so, ma cosa devi sapere tu; inoltre non ti propongo niente, ti convinco; e non io, ma attraverso le cose che tu devi, naturalmente ma anche urgentemente, sapere. Nel libro di Golino, questa parte iniziale è subito interessante e lucida. Attraverso una documentazione niente affatto sovrabbondante, ma determinata, aiuta a percepire non solo la qualità del personaggio giovane in piena luce, anche i suoi risvolti, partecipativi ma inquieti; generosi ma assillanti, alle volte frenetici proprio per l’orgoglio di fare e di essere.

Eppure anche nel momento pedagogico-friulano di Pasolini, cioè prima della tragedia del riconoscimento – la pubblica denuncia della sua omosessualità – e dentro a un fervore «aperto» (da pastore che canta e che conduce; da giovane savio che perviene e sorveglia senza pressione ma con partecipazione continua, insonne) traspare, come una fluorescenza acida (acidula), un senso di dannunzianesimo da agape; un fervoroso splendore sempre al limite della dedizione o partecipazione totale; l’impossibilità di essere (di vivere, di esistere) fuori – non solo del dramma – ma della tragedia. Il fuoco irrequieto della contemplazione dei sentimenti; come vivere a cuore scoperto, partecipando contemporaneamente delle vicende del mondo…

 

 

 

l’Unità, 3 novembre 1985.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: 3 novembre 1985
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