Pasolini: un radicale non-radicale

Contrariamente a questo sosteneva Camon, mi pare sul Giorno, in una commemorazione per altro giustamente commossa, non credo proprio che ci si debba sentire orfani di Pasolini. Un poco colpevoli per qualche cosa non compiuta nei suoi riguardi, forse.

La scomparsa di Pasolini è fuori dubbio che ha lasciato un vuoto di lettura e di partecipazione non ancora colmato, nell’ambito del giornalismo di idee, dall’improvvisazione di altri personaggi che si sono proposti e si dispongono. Certo: Pasolini «corsaro» è raccolto in volume e quindi è da leggere intero, se si vuole; ma altrettanto valido è il gruppo dei problemi che lui ha aiutato a individuare, circoscrivere, riconoscere e che sono ancora insoluti. Non solo: ma restano lì appiccicati a mezza via, perché nessuno più ci si impegna sul serio dentro. Uno di questi problemi in primo piano si riferiva ai «diritti civili» e faceva capo ai radicali. Credendo che torni utile riscontrare tutto ciò, accetto anch’io di stendere alcune considerazioni da lettore onesto.

Il radicalismo di Pasolini era qualcosa di approssimativo, di molto approssimativo, come il suo marxismo. Ma era anche pieno di rabbia giusta e di una giusta verità. Quindi era giusto e utile in particolare e in generale e per questo possiamo, anzi dobbiamo, parlarne. Riconoscendo subito fuori dai denti che nell’ambito della cultura ufficiale le quotazioni di Pasolini, in questo momento, sembrano decrescere; con la stessa intensità con cui sale l’attenzione dei giovani nei suoi confronti. Ho parlato di approssimazione, che è certo un limite ma è anche un merito se è determinata dalla convinzione di non volersi dare impegni troppo teorici e argomentati e di non calcolare, volutamente, la necessità di strumenti specifici politico-ideologici per affrontare determinate questioni. Gli bastava la «sincera ansia democratica»; gli basta di agire e pensare «in nome di una reale tolleranza», come scriveva nella sua lettera a Pannella pubblicata sul Corriere della Sera del 18 luglio 1975. Nello stesso contesto sono da indicare altri due punti di rilievo: il riferimento ai potenti democristiani che «accettano e assimilano imperturbabili, e ormai consapevoli, il cinismo della nuova rivoluzione capitalistica (la prima grande rivoluzione di destra): e ciò li rende perfettamente nuovi e moderni, i più nuovi e moderni di tutti». E la conclusione parziale: «tuttavia è chiaro che ciò che, oggi, conta individuare e vivere è una obbedienza a leggi future e migliori – simile a quella che, dopo Piazzale Loreto, è nata dalla Resistenza – e la conseguente volontà di ricostruzione». Fondare la possibilità di questa obbedienza, concludeva Pasolini, «è il vero nuovo grande ruolo storico del Partito comunista italiano ma è anche tuo, anche dei radicali, anche di ogni singolo intellettuale, di ogni uomo solo e mite».

Questa è una indicazione realistica (metodologica) che sfiora appena le ragioni del sentimento per trasferirsi subito sul terreno di una pratica politica che chiede sì impegno ma soprattutto durata, fatica e magari fuoco (cioè, la tensione prolungata) della riflessione. Con la conseguente capacità e volontà (una indifferenza faticata) di essere anche impopolare; cioè di proporre tesi o conclusioni contro la norma delle buone usanze ideologiche in corso. Ma il grosso di queste idee-conclusioni, organicamente disposto in otto paragrafi, Pasolini lo trasferì nell’intervento letto al congresso del Partito radicale, tenutosi a Firenze, se non sbaglio. In quell’occasione, offrì due affermazioni precise: «Sono qui – disse all’inizio – come marxista che vota per il Pci e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali». E alla fine concluse: «Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi; il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi; e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare, a bestemmiare».

C’è rigore nell’identificazione fatta del ruolo dei radicali dentro il contesto italiano; un contesto impantanato nella melma del ritualismo arrogante di ogni genere (a livello di potere). Non aggregato, libero, agile pattuglia d’avanguardia, il radicalismo è vero, è verissimo che ha da svolgere la sua funzione ineguagliabile di cane da guardia e d’attacco per i diritti civili: diritti che, si badi bene, non sono quelli che ci servono ma quelli che noi dobbiamo volere che servano ai nostri avversari. E che sono tali, affermava Pasolini al paragrafo terzo del suo intervento, nella loro utilità di fondo, solo se sono diversi; se sono diritti nuovi; e non quelli che promuovono, possono promuovere al rango di coloro che questi diritti li hanno già. Perché così c’è solo un adeguamento alle istituzioni in atto e nulla di rivoluzionario; cioè nulla di cambiato. Tutelare il diritto altrui significa tutelare l’altrui libertà, e questa è la sola vera «giusta» democrazia: così si identifica altrettanto correttamente nei radicali un francescanesimo politico non astratto o trionfalistico, ma militante, resistente, mai indifferente; davvero da «bacio al lebbroso». È un’identificazione morale molto scandita e ripetuta, che si aggruma anche in un’idea di libertà che è struggente e, direi, religiosa. Perché il radicale è colui che vuol dare tutto ma è anche colui che vuol sapere tutto.

Mi scuso per queste sommarie indicazioni tutte da svolgere; che possono però far intuire la bella complessità di problemi aperti ma ancora da affrontare in diretta. Vero è che Pasolini c’era dentro e li promuoveva. Mentre adesso, nella direzione da lui tenuta, è altrettanto vero che c’è un silenzio impacciato. O motivato.

 

 

 

Rinascita, anno 36, n. 28, 20 luglio 1979 (ripubblicato in I Radicali. Compagni, qualunquisti, destabilizzatori?, a cura di Valter Vecellio, Roma, Edizioni Quaderni Radicali, n. 5, 1981)

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Rinascita
  • Anno di pubblicazione: anno 36, n. 28, 20 luglio 1979
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