La cronaca come racconto non solo di cose accadute

Caro Soglia,

sono molto contento della replica a una mia nota precedente e ringrazio. E vorrei aggiungere: finalmente sono riuscito a ottenere quei rilievi che Cicchetti in una lettera da voi pubblicata sollecitava come provocazione perché questo discorso sulla comunicazione non restasse stagnante o un poco marginale come tenevo e ancora temo.

Allora, per progredire anche solo un poco nella direzione del mio programma, vorrei estrapolare due punti dal tuo intervento e ribatterli se mi riesce e argomentarli per chiarirmi meglio. Capovolgo l’ordine di comparizione e chiamo per primo in aula Il Resto del Carlino.

Confesso che di tale giornale so poco o niente; da trent’anni non lo leggo né lo sfoglio; ho soltanto esaminato in gennaio la pagina di cronaca, per una settimana, allo scopo di compiere quel semplice (attento) rilevamento. Tu che da tanto ci racconti e contrasti le artificiali falsificazioni, le manipolazioni violente, le interferenze subdole del foglio in oggetto sai molto meglio di me che faccia abbia nella realtà dei giorni e quale maschera di volta in volta si adatti per esercitare i pubblici soprusi; ad ogni modo non ho mai inteso di proporlo come “nostro” esemplare.

Ho ribadito la seguente convinzione: dal suo particulare, che è di vendere vendere vendere se è possibile di più per guadagnare di più o comunque per avere (se possibile) più potere ed esercitare di conseguenza una pressione ancora più greve sulla pubblica credulità. Il Resto del Carlino ha adattato strumenti aggiornati di comunicazione, ha cercato e selezionato neologismi, nuovi segni, il fumetto, una utilizzazione stravolta (piuttosto cinematografica e narrata) della fotografia ecc. con questo non volevo sostenere che perciò solo quel giornale è esemplare e che conviene inseguirlo e imitarlo.

Il Carlino lucra nel suo campo e parla nel suo gergo, perché si propone di racimolare un consenso che si tramuti in pratici vantaggi o in un’aggiunta di potere (o di pressione) che aiuti a difendere i privilegi di papaveri farneticanti e della classe al vertice che abbiamo sotto gli occhi. Sostenevo (magari con beneficio d’inventario) che l’adozione di un nuovo linguaggio – più esattamente: il proponimento di rinnovare il linguaggio adattandolo alle nuove situazioni in movimento, tremendamente caotiche eppure sottoposte a uno straordinario anche se disordinato sforzo di rinnovamento – questa adozione è ormai un impegno urgente per allargare l’area della comunicazione; e che è necessario sottoporsi a questo aggiornamento con la stessa (e capovolta) astuzia della ragione, messa in atto dagli avversi facitori di scandali, per mutare la secca pelle.

Facevo anche un riferimento, per la verità, a una certa piattezza risentita, un poco contrastata, che mi pareva spolverasse la nostra superficie.

È vero che le intitolazioni del Carlino le proponevo in un certo modo come efficaci (ma per l’uso richiesto dall’ideologia che illustravano e almeno nelle esemplificazioni che avevo sotto il naso); è vero che riscontravo un particolare controllo nella aggettivazione che mi sembrava non più tanto “consumata” (sempre per l’uso strumentale a cui dette notizie venivano destinate); però ai fini di una disinformazione smontata spolverata rimontata in cui queste intitolazioni acquistavano la funzionalità programmata.

Concludevo sulla necessità generale (quindi per tutti, in ogni settore) di impegnarsi a inventare (mettendo in modo la fantasia linguistica) nuove parole, o le nuove parole; ma soltanto per dare e avere il modo di inseguire e raccontare o contestare la novità dei termini e dei modi di una vita che si va facendo e scomponendo sotto i nostri occhi soprattutto per la travolgente e faticata spinta popolare.

Cogliere questi contrasti e questi scatti – che a me sembrano respiri della società e nei fatti soltanto – è l’impegno di una registrazione che non li intenda più come cronaca nera; ma li raccolga, dicevo, per selezionarli disporli commentarli inventarli (reinventarli) in un grande affresco delle passioni e delle mancanze; e con insoddisfazione; per spezzare e travolgere, con questa persistenza e violenza dell’attenzione, lo specchio di miserie individuali che sembrerebbero senza sbocco e senza storia. Dico miserie private, scatti orribili della coscienza. So che il discorso è complesso e dopotutto farlo nemmeno mi compete. O forse non mi compete se è inteso solo come un proposito o un impegno stravagante; peggio, come una contestazione o un consiglio. Mi può competere come lettore (assiduo) – e il discorso si fa generale – se rifiutiamo la definizione paralizzante della cronaca come cronaca nera.

Ecco il secondo punto della mia replica. Anche il Carlino legge, non può non leggere, la cronaca in controluce: ma la legge con i propri sofisticati vetri antiabbaglianti; mentre chi è ucciso in una periferia anche da moglie o da amico sono convinto che non è diverso da chi è ucciso in un atroce combattimento. Su questo punto non cambio parere. Se Bologna ha meno cronaca di sangue di altre città (di tutte le altre città) sono contento, con la convinzione della ragione; ma purtroppo anche a Bologna in qualche modo si muore, e chi muore per lo più in un certo modo sono i meridionali, quando esplode una loro terribile violenza: in altre parole sono i marocchini, come li definisce il tranquillo, ma nell’antica sostanza perfido, razzismo petroniano.

Dunque se c’è premura di riconoscerlo, ecco che la trascrizione di una cronaca dovrebbe in continuo mordere il braccio sacrificato della emarginazione o della cultura emarginata. Questo intendevo a mio modo; come una richiesta eventuale.

L’Unità, che mi ospita, comporta ad ogni lettura – perché così è il taglio a cui dispone – il coinvolgimento “con” o “nei” cento atti collaterali che si compiono quotidianamente e che anch’io, lo ripeto instancabilmente, ho compiuto con gli altri (perciò sentendomi diretto responsabile) questo è un punto di discussione e non da poco; sarebbe stimolante ascoltare altre voci. Su questa conclusione: la cronaca che viene registrata sul foglio è sempre un racconto non solo di cose accadute ma di ragioni occorrenti e di errori riparati; o da riparare.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 27 febbraio 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 27 febbraio 1976
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