Gli specialisti della coscienza

Il resoconto “fantastico” di questa utopia contemporanea che è la rivoluzione tende a diventare, oggi, più affascinante della rivoluzione stessa. Più affascinante e più vera del suo realizzarsi sul campo. Poiché è sognata nella volontà di farla, la rivoluzione intesa come pratica smarrisce l’ordine dei suoi contorni e si perde nell’ingorgo del traffico ideologico, perciò diventa obiettivamente improponibile nelle scadenze immediate prefissate da ogni estremismo. Un sogno della cosa. Comincia dunque a configurarsi come una possibile verità la seguente conclusione: oggi è più efficace, in ogni senso, raccontare “la volontà” della rivoluzione invece di perseguirla; proporla come annuncio di un progetto piuttosto che come un atto che si sta realizzando o si va a realizzare; e questo non per viltà o per pigrizia ma, piuttosto, per una intuizione generalizzata e rinnovata.

È più efficace annunciarla che realizzarla in quanto il linguaggio – nella ricerca di una espressione diversa – è sostitutivo della forza tradizionale, già identificata e così monotona nella sua struttura. Una travolgente retorica dei sentimenti (politici) sta emergendo come un dato determinante sul riflusso delle ultime delusioni e delle recenti contraddizioni.

Si può dire che nella pratica rivoluzionaria lo stile dell’enunciato va sostituendosi alla forza della fede e alla pratica delle armi; e sembra vero che l’utopia della rivoluzione, che si potrebbe altrimenti definire la narrativa delle ipotesi, ha già stabilito una nuova e sperimentata ideologia che consiste nel combattere mantenendo l’impegno di colpire ma usando l’arma della comunicazione – con intero il fascino che esprime la descrizione di un progetto e la suggestione sottile della sua immaginazione. Tuttavia perché questo sia possibile senza ironia, perché possa prolungarsi con una carica sempre rinnovata, occorrono i protagonisti, i personaggi esemplari, i sorprendenti e formidabili “narratori delle cose occorrenti”, quelli che indossano, con una autorità che non esclude la sofferenza, l’abito tragico e mortificante ma sempre disinteressato del moralista. Quelli che Franco Fortini nel suo articolo su Il Corriere della Sera del 2 gennaio ha chiamato: gli specialisti della coscienza.

Dunque: la rivoluzione non e più commentata perché viene fatta o mentre è fatta, ma è raccontata perché è immaginata, con l’intensità di una volontà “fantastica”; è definita con l’arma dello stile; è proposta in anticipo come un progetto delle cose corretto dai sentimenti, come comunicazione delle sue intatte possibilità anziché del suo corrompersi in una realtà improvvisata o stracciata da cento delusioni.

Emerge da questo contesto la figura del protagonista come quella di uno straordinario narratore di miti o come uno specialista straordinario del gioco alto della lingua. Come il nuovo enunciatore, o denunciatore, da una foresta di segni. Il racconto di queste favole utopiche in cui la società è protagonista diretta scopre la realtà e ce la rivela con una immediatezza concreta neppure sfiorata dalle sottili indagini sociologiche o dallo snobismo della cultura sofisticata. Di fronte al sillogizzare incruento delle anime morte, questa rigogliosa utopia insofferente di vincoli è una dinamo che illumina, alimentata da acque misteriose. Allora sì che l’enunciato è già una definizione e la rivoluzione va intesa ancora una volta come una inebriante ricerca di libertà.

Queste brevi considerazioni sono sollecitate dalla lettura del libro appena tradotto per Einaudi Ribellarsi è giusto in cui Sartre è uno dei tre interlocutori di un dialogo prolungato ma in realtà è il protagonista indiscusso in mezzo al crudo bla bla dei rumorosi e generosi compagni di strada – con la sua folgorante memoria storica, la straordinaria tristezza e una giovinezza intellettuale altrettanto straordinaria, in mezzo a grigie nubi.

Inoltre dalla lettura dell’intervista di Noam Chomsky che la rivista Il Ponte ripropone come analisi di un ingegno rigoroso fino allo spasimo e teso a raccogliere e proporre una globalità di giudizio che spalanca le finestre sul mondo e non resta legato a quattro pietre. Infine, dallo scritto citato e da altri scritti di Franco Fortini.

Con una obiezione, o con questa obiezione: procedendo così avanti c’è il rischio di perdere il rapporto con “questa” realtà che è la nostra e di scindere i collegamenti ricominciando ad aggregare al rammarico autopunitivo la giustificazione degli errori – come spesso è accaduto –; dato che chi ha il potere effettivo gestisce in modo autonomo e sovrano anche la maschera di una irritata insofferenza. Insomma c’è e rimane il pericolo di perdere l’identificazione dell’oggetto contro cui rivoltarsi e finire a concludere con il personaggio brechtiano: “Si sta bene, da soli. Il caos è finito. È stato il tempo migliore”.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 6 febbraio 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 6 febbraio 1976
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