Siamo noiosi?

La rivista mensile dei fumetti e dell’informazione “Linus”, diretta da Oreste Del Buono, ha aperto un dibattito molto interessante sull’uso della satira politica; se non sia ormai urgente, muovendo sempre da sinistra e tenuto conto dei grandi sommovimenti elettorali di questo ultimo anno, rettificare il tiro e coinvolgere nella critica della satira anche gli amici, quelli della “nostra” parte, oltre naturalmente tutti gli altri che purtroppo da sempre si identificano con le stesse ingualcibili facce di creta. O in altre parole: il dibattito è sull’uso della satira, sui nuovi contenuti da assumere e sulla necessità di questi, sull’utilità veramente politica di ricuperare alla satira queste più allargate prospettive. In realtà è ormai tempo di proporsi il problema, impostato da Del Buono e ripreso in altra sede da Attilio Mangano in questi termini: “Se la satira politica non arriva a cogliere il quadro delle novità che sullo stesso terreno ideologico e di costume una vittoria elettorale delle sinistre ha provocato, sussiste il rischio di un suo relativo inaridimento ecc.”.

Come si vede il problema offre dunque più d’una posizione d’approccio e sollecita valutazioni molto attente; così un artista come Chiappori, con tutte le carte in regola, può intervenire nel fascicolo di novembre sostenendo che conta non tanto “rettificare” ma “alzare” il tiro e colpire più duro e più forte. Tuttavia in quella sede il dibattito è appena avviato.

Ripeto che l’argomento è di grande importanza, perché consente un aggancio in profondità con un linguaggio che dal perbenismo borghese è stato sempre considerato stravagante, o appena volgare, o gestito da oscuri interessi; comunque “minore” se confrontato con la serietà rilevante dei linguaggi ufficiali (epico-seriosi, sclerotico-sentimentali, o lardellati dall’impegno di procedere in grigio per non offendere il riposo ronfante del potere).

Si è scritto spesso che la satira politica in Italia non c’è; o non c’era fino a pochi anni fa, tranne casi noti come il “Fortebraccio” dell’Unità: mentre prima del fascismo era presente sui giornali con una violenza critica spietata ed esemplare. E l’appunto era magari vero fino al ’68; dopo, specie su alcuni fogli minori, sono cominciati ad apparire i fumetti politici – e di questi alcuni con poche zampate hanno certamente lasciato un segno. L’identificazione del lettore giovane con il soggetto ideologico è stata immediata, l’esplosione del rapporto rapida; molti delle nuove generazioni si sono educati alla politica e all’impegno dell’ideologia attraverso questi messaggi; partendo da questi messaggi. Eppure solo da poco la satira politica, e soprattutto la satira proposta dal fumetto, ha avuto riconosciuto il diritto di una dignità “militante” senza riserve. Ma fin dal mio titoletto iniziale volevo annotare una convinzione, che è questa: “Siamo ancora noiosi”, i nostri discorsi sono sempre (e anche giustamente) seri, polverosi (un poco), moralistici (alquanto), con una patina magari leggera ma persistente di opacità che ne attenua il rigore – o soltanto lo rallenta; discorsi molto previdenti e anche accattivanti, certo, ma in cui i neologismi faticano a collocarsi e in cui i nuovi segni linguistici trovano persistenti resistenze. Se questo è vero allora è altrettanto vera una seconda convinzione, cioè che sia ormai tempo di allargare la nostra area linguistica e il campo dei nostri interventi per ricuperare rodare e immettervi questi nuovi linguaggi. Mi pare che sia urgente ricostruire una più completa o addirittura una nuova mappa di segni che riconducano all’uomo, o permettano di ricondurre all’uomo, tanti temi che non sono entrati o sono stati elusi o accantonati nel dibattito culturale della sinistra di questi anni. Abbiamo bisogno, direi con una “certa urgenza”, di ridefinire linguaggi, modi e toni per “l’amore”, per “il sentimento” (di cui non bisogna più aver paura), per “la morte”, per “il riso” e per la diversa e nuova “felicità” – che è una conquista strappata (dunque politica) e non un regalo frivolo o innaturale; e anche per la nostra “rabbia” che si può e si deve fare immagine veduta e concreta.

Con questi “diversi” linguaggi ci possono essere consentite le più imprevedibili esemplificazioni e interferenze, per trasformare “l’orrore” della storia dell’uomo nella “nuova” ricognizione che l’uomo deve compiere in se stesso per ridefinirsi. E un momento, molto importante, di questa operazione è certamente quello di vincere la noia con il riso – che è una forza più forte e una novità esaltante e non una diversità o una limitazione che irrita. Ridere non vuol dire (sempre) divertirsi: spesso significa ferirsi, soffrire, mortificarsi con violenza o ridere verde; essere costretti a guardarsi mani e faccia in uno specchio appena deformato. Ridere in questo modo, come igiene mentale, porta però a conoscersi, riconoscersi, punirsi, correggersi; a scollarsi dall’uso dei buoni principi, che sembrano sempre intoccabili. Inoltre il riso “volgare” della satira porta a contrastare l’adattamento alla disperazione, che è una generale degradazione, così bene proposto dal sistema.

Il potere gestisce e diffonde “l’uso” della disperazione come stato attitudinale generalizzato per mantenersi, sull’onda di questo riflusso, nel suo rabbioso equilibrio. La satira e il riso, che è un colpo, gli lacerano le uova in mano, gli rovesciano l’abito e gli ribaltano le ossa. Opponiamo dunque la violenza colorata e popolare, magnifica, di un discorso satirico organizzato per soffiar via il grigiore che i mass media diffondono con ostentazione e per conoscersi meglio, meglio vedere, meglio intendere, meglio lottare.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 28 novembre 1975.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 28 novembre 1975
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