Roberto Roversi

Roberto Roversi è uno dei maggiori poeti italiani del Novecento. Nato a Bologna nel gennaio del 1923 e laureato in Filosofia all’Università di Bologna nel 1946, ha fondato la rivista “Officina” assieme a Pier Paolo Pasolini (uscita dal 1955 al 1959). Dopo la pubblicazione per Einaudi di Dopo Campoformio, si è costantemente rifiutato di affidare le sue opere ai grandi editori, limitando la sua produzione a tirature limitate di cui si occupa direttamente. Dall’incontro con Lucio Dalla sono nati i tre dischi che hanno rivoluzionato il linguaggio della canzone d’autore: Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa e Automobili (il cui titolo originale doveva essere Il futuro dell’automobile).

 

Qual è stato il motivo che ha spinto una multinazionale come RCA, nei primi anni Settanta, a tentare un esperimento così audace e al tempo stesso spericolato come quello dei tre dischi realizzati con Lucio Dalla?

Francamente, sul piano realistico, concreto e preciso non me lo so spiegare, se non con questa mia convinzione: il merito di aver portato avanti concretamente l’operazione ad alto livello si deve semplicemente a Lucio Dalla, che era alla ricerca di nuove responsabilità, di nuove collocazioni, alimentato da una curiosità che lo conforta e lo qualifica anche adesso. Quindi si è buttato, non dico a corpo morto, ma con una dedizione, con una convinzione eccezionale nel realizzare questo lavoro. Egli è stato abile sia sul lato concreto-artistico, sia nel risolvere i contrasti quasi quotidiani che potevano venire fuori non proprio dal dissenso, ma dalla poca convinzione e dal sospetto del potere ufficiale, pratico ed economico.

 

Renzo Cremonini è stato il fautore del Vostro incontro?

Renzo Cremonini è stata la persona che mi ha messo in contatto con Dalla. È sempre stato un tramite straordinario: nel sollecitare le operazioni, nell’evitare le eventuali contraddizioni, nel risolvere anche certi dubbi che potevano nascere e prendere il sopravvento. Sicuramente è stato il più convinto di tutti.

 

Lei ha conosciuto Ennio Melis?

L’ho incontrato alcune volte. Erano incontri casuali: cordiali, civili, ma nient’altro. Da quello che ho capito era una persona di potere, ma aveva anche il potere di giudicare bene, di prevedere, di tentare, e se l’operazione è stata portata avanti, lo si deve sì a Dalla, ma anche alla controparte ufficiale.

 

Le canzoni musicate da Dalla e scritte da Lei hanno la struttura del sogno, della visione, e sfuggono alla classica struttura della “canzone” o, addirittura, della “canzonetta”. Qual è stata la vostra invenzione creativa di partenza?

Era una presunzione apparentemente esorbitante, ma sostanzialmente ironica, che io tuttora coltivo; anche con una canzone si può rifare il mondo. Ogni canzone era pensata in questa funzione. Direi attraverso l’enunciazione, l’identificazione di un particolare. I tre dischi sono collegati tra loro in una progressione di riferimenti, di argomenti abbastanza vicini tra di loro; non c’è scoordinamento, fino al terzo disco che è Automobili

 

Che Lei non ha voluto firmare, usando lo pseudonimo di Norisso…

Certo, perché un conto erano le canzoni scritte, che Dalla suonava in giro per l’Italia (era un lavoro nell’insieme complesso, completo e diverso); un conto era il disco, che invece era un po’ sminuzzato, direi… Non mi sentivo di avallarlo a occhi chiusi. Ma Dalla ha ottenuto tutto quello che era possibile.

 

Lei ha dichiarato che ad attrarla è stata “l’insofferenza umana e artistica” di Lucio Dalla.

È stata l’insofferenza rispetto agli standard normali. Dalla è un uomo, oltre che un artista e un cantante. È sempre un passo avanti al proprio corpo, calpesta la propria ombra, ombra che gli è davanti e non dietro le spalle. E quindi è un miracoloso sperimentatore. Ha una voce straordinaria e una vitalità mentale e culturale direi scompaginata, nel senso positivo: per lui tutto può entrare e tutto può essere sperimentato.

 

Il disco Come è profondo il mare è stato pubblicato nell’autunno del 1977, un anno socialmente molto complesso, pieno di buio ma anche di lampi creativi innegabili. Quanto quei tempi possono avere influito sulla scrittura di Dalla?

Quei tempi hanno sicuramente influito: erano tempi esagitati, straordinariamente vitali, ma anche contraddittori e un po’ pericolosi. Per interpretarli occorreva stare sempre non alla finestra, ma in mezzo alla strada. Dalla aveva già una sua maturità, una sua convinzione. Il passaggio dalle canzoni fatte assieme alle sue canzoni autonome è un progresso, un approfondimento, non un regresso. Quando Dalla scrive “canzonette” sono sempre di primissima qualità e sempre motivate.

 

Quale dei Vostri tre dischi ritiene migliore, nel senso che riconosce in esso un perfetto connubio tra musica e parole?

Non mi sono mai posto questa domanda, penso che i tre dischi siano connessi uno con l’altro, collegati. Ogni disco è un progresso, è una identificazione di problemi, è il tentativo di approfondirli, di collocarli all’interno dello stato delle cose in cui venivano prodotti. Sono affezionato a tutti e tre: ci sono alcuni che personalmente mi attirano di più, ma e una valutazione puramente sentimentale che mi trattengo dal fare, non o un giudizio critico.

Il rapporto con Dalla è stato un rapporto non previsto, ma neanche casuale. Dopo aver rappresentato la mia prima commedia al Piccolo Teatro di Milano, dove c’era una scena di spogliarello in un night che mi aveva particolarmente colpito, sia per la musica di Carpi che per l’allestimento scenografico, mi ero improvvisamente proposto per la prima volta di tentare di scrivere una commedia musicale che a quei tempi sarebbe stata una novità, oggi un’ovvietà. Ne parlai una volta con Cremonini e lui si disse interessato. Ne parlò con Dalla, mi riferì il suo interessamento generico e io mi misi a scrivere per fare una prova, un esperimento. Essendo io completamente sprovveduto in questo campo specifico, scrissi alcune canzoni con dei linguaggi diversi: populista, d’amore, epico. Le consegnai a Cremonini aspettando di avere un giudizio critico circa l’opportunità che questi testi, eventualmente corretti, o altri simili potessero poi diventare testi di canzoni. Passarono circa un paio di mesi e fui avvertito da Cremonini che erano stati musicati da Dalla e quindi sarebbe stato opportuno incontrarci per ascoltarli e discuterne insieme. Non era stata fatta nessuna sostanziale correzione: così come io avevo scritto i testi, Dalla li aveva cantati, e così è stato anche per i due dischi successivi: Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa. Il futuro dell’automobile (non Automobili che è un titolo fasullo, un po’ generico, arrogante e sviante) era il solito titolo problematico collegato a una realtà concreta e si avvicinava ai due titoli precedenti. Ecco la ragione per cui trovai lo pseudonimo di Norisso, scelto a caso: era quello di un conte veronese del Settecento, socio della Accademia dell’Arcadia a Roma. Una scelta ironica, momentaneamente rabbiosa. Rabbiosa in riferimento a me e non nei riguardi di Dalla o di altri. Con Dalla mi lega tuttora amicizia e profonda gratitudine per il lavoro svolto con tanta attenzione.

 

Lei ha detto che Dalla è “fornitore, in ogni occasione, di meraviglie, come un orgoglioso Fregoli della canzone”. È questo che l’ha spinta a collaborare con lui?

Questo mi ha spinto a continuare a collaborare con lui. All’inizio non sapevo dove saremmo andati a finire. I testi del primo disco erano scritti per provare varie possibilità, non sapevo cosa sarebbe venuto fuori; poi mi sono accorto della sua capacità eccezionale di cantare anche, come si diceva tra noi, l’elenco del telefono: infatti ha cantato la quotazione della Borsa Valori di Milano!

 

Lei avrebbe voglia di lavorare ancora con un musicista?

Ascolto le canzoni, seguo la musica, ma mi sembra che in questo momento le problematiche che mi attirano siano completamente esautorate di ogni interesse da parte del pubblico. Appartengo, e credo senza nessun vittimismo o lagnanza, alla parte dei vinti. Scrivendo un testo e recitandolo non saprei chi avrebbe voglia di ascoltarlo, oltre me, in quanto i problemi che continuano a interessarmi sono superati da tanti altri molto più urgenti, magari anche più affascinanti, ma a mio parere meno corrosivi.

Continuo a scrivere per L’Avanti il mio lungo poema che dura da più di vent’anni, L’Italia è sepolta sotto la neve, di cui sto componendo la quarta e ultima parte. È sulla realtà concreta delle cose che ci circondano: nei dettagli, nei sentimenti, nelle contraddizioni, nelle superbie, nei timori. Lo sto finendo proprio in queste settimane. È un’operazione molto complessa, e non lo dico per dargli un’aura sublime, ma perché ci ho lavorato a lungo mettendo dentro più materiale e più polpa possibile. Le prime tre parti sono state pubblicate in tirature molto limitate, direi quasi per gli amici, e anche quest’ultima avrà la stessa sorte. Poi si presenterà il problema di radunare le varie parti per comporre il volume completo, ma di questa conclusione dell’opera omnia, detto in maniera ironica, naturalmente, mi interessa meno. Io sono fuori dalla grande editoria da quarant’anni, dopo aver pubblicato prima con Feltrinelli e poi con Einaudi. Con Dopo Campoformio io mi sono messo da parte e tutto quello che ho scritto in poesia l’ho sempre pubblicato in edizioni assolutamente appartate, distribuendole quasi a mano, il modo che ritenevo più valido, più affascinante e corrispondente ai miei interessi e alle mie volontà.

 

Continua a ritenerla una giusta decisione?

Una decisione discutibile, innegabilmente, come tutte le decisioni drastiche, ma dal mio punto di vista, se non giusta, molto confacente alle mie convinzioni e al mio stato d’animo.

 

Ogni musica vive del proprio tempo, Lei concorda?

Infatti i nostri tre dischi sono completamente dimenticati, mai suonati, nemmeno una volta; mai ricordati, come forse è giusto che sia.

 

Molti considerano quei tre dischi un monumento alla creatività, peraltro mai eguagliato.

Non lo so, non spetta a me giudicarlo. Sento molte radio private, ascolto musica in varie direzioni per imparare e per essere sollecitato vitalmente e intellettualmente, e non c’è una volta che venga inserita in scaletta, anche di straforo, una nostra canzone di quegli anni.

 

Le radio non riflettono quello che il pubblico ama realmente.

Sì, questo è vero. Ho cercato di mettere nei miei testi tutto il potenziale in una direzione riflessiva ben definita. Oggi, come allora, sono pronto ad accettare critiche, ad accendere la discussione. Scrivevo testi in funzione dell’argomento che cercavo di elaborare, e di circoscrivere, tenendo conto che dovevo usare un certo linguaggio perché doveva confluire in quello musicale, che poi e il padrone assoluto delle canzoni. Mi rendo conto che solo uno come Dalla poteva avere amore, interesse e volontà di affrontarle musicalmente, realizzandole in maniera così gagliarda.

 

Ci sono cantautori che apprezza?

Ci sono cantanti interessanti, nessuno che mi abbia davvero stravolto la vita, ma evidentemente nemmeno le nostre canzoni hanno stravolto la vita degli altri. Alcuni come Guccini o De André li ho ascoltati con rispetto e con ammirazione, ma senza provare il subbuglio di un vulcano, cosa che invece accade quando si ha a che fare con parole fuori della norma.

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Marialaura Giulietti
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: Come è profondo il mare
  • Editore: Rizzoli
  • Anno di pubblicazione: 2007
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