Sul cammino accidentato delle canzonette

Quella che è appena, passata, devo confessarlo, è stata una settimana da Bandiera gialla, da tempesta di sabbia. Ma non racconterò i miei guai: voglio accennare solo a alcuni incidenti sul lavoro. Intanto è finita prima di cominciare la mia carriera di scrittore satirico (i dettagli, in altra occasione). Poi su l’Unità mi sono preso qualche mazziata da un lettore per via del mio pezzo in morte di Villeneuve. E, ancora, il 16 maggio, una domenica, ho letto su Paese sera l’intervista in cui Lucio Dalla, a chiusura di tutto, diceva: “Ma sai, quello per me, non è stato un periodo bello, anzi traumatico. Con Roversi c’era sempre conflittualità. È una persona assolutamente pura e io diffido dei puri. Quelle erano canzoni un po’ intellettualoidi, nel senso che mancava la grande partecipazione di chi le scriveva, di chi le cantava, di chi le ascoltava. Senza che lo fosse era un po’ sentita come roba da salotto. E poi io non amo la musica epica, mi dà fastidio anche fisicamente. Non mi piaceva urlare, quelle canzoni, come fossero cantate su un tavolo da chi aveva capito e era molto più avanti”.

A questo punto mi sono detto: boia d’un mondo! allora voglio dire due o tre cose anch’io. Confesso che mi ero ormai scordato del tempo in cui Dalla rovesciava un po’ di musica sopra i miei testi e poi li cantava. Faccende passate in fretta, dimenticate da tutti. Però credevo che residuasse tra noi una porzione di innocua cordialità: tale da affiorare nelle saltuarie occasioni e da far pensare e dire in merito alle comuni vicende, ciò che è giusto, sia pure di scarsa importanza. Perché credo che anche le cose più insignificanti non debbano venire mai travisate, e si possano raccogliere perfino dalla polvere.

Se Dalla oggi per sua fortuna (e merito) è un dio, nessuno di noi è un gatto bastardo a cui si può tirare i peli grattandogli la pancia. Così dico: puro equivale, quasi in ogni dettaglio, a pirla: anzi a un pirla bietolone e pericoloso, a cui non si può lasciare in mano neanche uno zolfanello per la paura che dia fuoco alla casa. Quello sono io? Bene. Però ribatto: quando ci siamo impattati, al tempo di gnà Ava, lui era incasinato nei propositi più di re Carlo in Francia. Pare a me che qualcosa alla fine sia stato fatto se poi ha ripreso per conto suo a camminare sul filo, di filato, e in salita.

Con questi testi, e le conseguenti deprecate canzoni, si tentava di rintracciarne e avviare un possibile discorso, incerto e inquieto, certo poco brillante e molto limitato ma attraverso la cautela e l’attenzione di una ricerca insistita e paziente. Nessuna presunzione, se mai il bisogno di guardarsi intorno e capire – in un periodo di grande angoscia del mondo. Soprattutto, nessun salotto in vista. E nessuna presunzione. Ma sì! adesso mi rendo conto come sia naturale dopo tutto che Dalla allontani con fastidio, con una mano, tutto ciò che ha a che fare col tempo del sole cieco e della fatica oscura. E che butti nel rusco anche il sottoscritto. Con una insofferenza alla Scelba. E da uomo, adesso, di potere. Io lo invidio; perché è già in teleselezione col Duemila, mentre noi siamo impeciati con le beghe di questo interminabile Ottantadue. Quindi, sinceramente, ancora lunga lunga lunga e prolungata fortuna in ascesa a Lucio Dalla.

 

 

 

il manifesto, 23 maggio 1982.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 23 maggio 1982
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