La metafora (Conversazione con Roberto Roversi)

Una conversazione fra Lucio e il suo maestro, il poeta Roberto Roversi, sul tema della metafora; un documento emozionante e prezioso, di altissimo valore poetico e comunicativo.

 

Lucio: Ciao Roberto, che cosa è per te la metafora?

Roberto: Ti leggo alcuni miei vecchi appunti, per essere precisi sulla definizione di metafora. Secondo me:

 

La metafora è l’arbitrio della ragione che gioca.

In poesia la metafora è il balletto notturno della passione o della immaginazione estetica che si denuda e non vuoi dormire, è un’indicazione da elaborare concettualmente.

È un dire e non dire, è cantare dietro al ventaglio, è l’ombra cinese delle passioni.

C’è sempre una interferenza nei riguardi della metafora, che nasce dal percorso primo che è la comunicazione, perché non e è metafora se non c’è un appunto iniziale di comunicazione diretta; tu copri qualcosa che hai già scritto o musicalmente o con la penna o dentro la testa, gli hai già dato un contenuto.

 

Lucio: Intendi dire che esiste già una geografia di partenza?

Roberto: Certo. È il nascondiglio dell’orso che siede e guarda il ghiaccio prima di cedere al lungo sonno invernale. È quel momento di sospensione, perché è complicata la metafora, capisci? È un telo che viene messo sopra dell’acqua corrente, che va intesa e elaborata prima che il telo messo sopra sia imbevuto e appesantito dall’acqua. Direi che la sostanza principale è in quest’altra indicazione:

La metafora non ha canto ma solo sussurri, in quanto è sempre mediata, come comunicazione, da un intervento di ironia della ragione, che vuol trasferire in una direzione similare ma lievemente decentrata la comunicazione primaria.

“Ti amo” è il modo diretto che l’innamorato usa.

Ma alle volte la metafora era il fiore.

È uno strusciare di tende o di seta per riuscire a guardare dalla finestra, aprire leggermente questa tenda che copre la finestra, strusciarla adagio, perché la metafora riceve una grande lucidità, una grande determinazione e soprattutto una grande tenerezza nel voler comunicare.

 

“È morta tua madre”. Glielo dico in altro modo: c’è l’intervento della ragione, della riflessione e del sentimento, in forma più sfumata, più intenerita, che non può fare a meno di comunicare quello che deve comunicare.

È proprio trasferimento semantico, di segni, sostanzialmente.

E non è un complemento della comunicazione, ma sostanzialmente una importante diversificazione, spesse volte tollerata ma altre fondamentale, della comunicazione stessa. Sai, la poesia del Settecento era metaforica al massimo ma comunicava poco, era ridondante: trovati quei tre o quattro cliché fondamentali, tutti copiavano, era diventata ripetitiva e inutilizzata. Quindi la metafora, per essere attiva e efficace realmente, deve essere completamente rinnovata e avere la partecipazione diretta dell’attenzione sentimentale o ragionativa.

 

Lucio: L’altro argomento, secondo me, è che la metafora non può avere continuità, se no una metafora estesa diventa allegoria.

Roberto: Diventa falsificazione, appesantimento della comunicazione stessa, perdita di vitalità comunicativa. Occorre utilizzarla come un farmaco estremamente importante, rapido, efficace, ma limitato nel tempo.

 

Lucio: In definitiva, i processi comunicativi di oggi, dal punto di vista della comunicazione, sono allegorici ma non metaforici.

Roberto: Giusto, la metafora non è molto usata.

 

Lucio: Il telegiornale è un’allegoria della comunicazione, anzi, un’allegoria dell’informazione, perché, come nella metafora, nella costruzione del linguaggio vengono omessi dei particolari. “Achille il leone” invece di “Achille coraggioso come il leone”.

Nell’uso che le news in generale non fanno della metafora, c’è l’uso allegorico del fenomeno comunicativo all’interno del format.

C’è una festa spesso necrofila, un sabba; la comunicazione spesso hai la sensazione che sia allegorica, e in quanto tale referente a un piano della comunicazione la cui valenza è priva di libertà: è coatta, guidata, come la costruzione di un farmaco che deve spaventarti e poi immediatamente avere una composizione chimica tale da fartene dimenticare.

Roberto: Certo. Sempre parlando della comunicazione, la metafora ha bisogno sempre di appoggiarsi su qualcosa, una costruzione limitata oppure prolungata con tempo limitato, ha bisogno di appoggiarsi su un terreno, su una formulazione iniziale.

Non puoi fare una metafora senza un concetto o un sentimento già stabilito, non può essere inventata una metafora se non su una volontà di comunicare poi qualcosa che va fuori dalla metafora stessa. Direi che il giornalismo e la comunicazione, a livello mediatico attuale, non usino metafore.

 

Lucio: Però l’allegoria sì.

Roberto: L’allegoria la può usare, direi anche l’eccesso e la sovrabbondanza di comunicazione, l’eccesso di precisazione, che è sempre ironicamente interferito da ombre oscure inserite in mezzo, ma la metafora richiede dei forti sentimenti nella direzione della comunicazione.

 

Lucio: Adesso ti leggo questo testo, anche perché ho in realtà un concetto della modernità aristotelico, la canzone è del 1983. Ha un testo curioso, che ritengo sia abbastanza appropriato a dimostrare quanto e come io usi spesso metafore, e anche tu. Quando abbiamo scritto insieme, si partiva da un presupposto ideologico, quindi una sorta anche di tenerezza e di prudenza nei confronti dell’uomo che nasce dall’amore, quando, come dicevi tu, l’avverti, lo proteggi, e se devo dire: ‘È morta tua madre’ non glielo dico, cerco l’anima per dirglielo prima delle parole.

Roberto: Metto l’anima dentro la metafora!

 

Lucio: Sono quattro personaggi che si corrono dietro senza conoscersi, e poi c’è un personaggio centrale, che spesso ricorre nelle mie canzoni, che è l’individuo. Dico “aristotelico” in quanto per me la modernità è la posizione di questo individuo, che con tutte le tempeste del mondo galleggia perfettamente nel mare ed è all’interno di un cristallo o anche di una massa. Però, facendo parte della massa, in qualche modo la primeggia, la usa: il suo solido, il suo liquido, comunque galleggia o è connesso nella materia o comunque è l’uomo…

 

L’altra parte del mondo

 

Marta aspettava che l’amico si calmasse

O che siccome guidava, almeno si fermasse

Sandra dall’altra parte del mondo viveva sola in mezzo

ai grattacieli

Tutto un altro tipo di problemi ma viveva sola fino in fondo

Ciccio a Messina viveva gli anni sempre uguali

O meglio, viveva in naftalina, andava in giro ogni tanto

e d’estate

Mandava a casa qualche cartolina

Vogliamo parlare per un attimo di quelli come Andrea

Che a sedici anni sanno tutto della vita

La vivono in silenzio, in apnea e col sorriso sulle labbra?

In una piazza di Trastevere mi dice – Aò, appena

cominciata, la vita è già finita –

Allora io cosa posso fare se non star zitto anch’io?

Oppure posso cantare io e provare fino in fondo

Dire a tutti che siamo uguali, tanti pezzi di un mondo

che senza pietà cancella tutto e se ne va

Rimaniamo a bocca aperta, lui ce la chiude e se ne va

Come un bambino gioca e si nasconde, lo cerchiamo

dappertutto

Lui chiude gli occhi e si nasconde

Passa vicino, lo chiami e non risponde

Lo trovi addormentato per la strada o sdraiato sulle onde

Poi di colpo apre gli occhi, ci frega e ci confonde

Nell’incanto della notte

Marta e il suo amico litigavano ancora a diecimila metri

sopra il mare

Andavano a cercare qualcosa o qualcuno o forse soltanto

un posto per ricominciare

Sandra spazzata via da un amore andato a male, aveva

già lasciato

L’altra parte del mondo, il suo aereo fra un’ora dovrebbe

atterrare

Era decisa a tutto, aveva ragione in fondo

Con due valigie finalmente all’aeroporto e il passaporto

nella mano

Ciccia aveva capito che non era un deficiente, che era

meglio partire

Senza cartoline, sparire, andarsene lontano

Non ci sarebbe molto da dire dei sedici anni di Andrea

Se non che, sdraiato per terra, mentre guardava passare

un aeroplano

Gli era venuta un’idea, come un sospetto che il mondo

potesse cambiare, fermarsi in una mano

E che tranquillità guardarlo senza pietà

Giocarci come fanno a Napoli

I bambini in Sicilia, in Libia o in Tunisia

O dove il mondo non si è ancora fermato

O dove, se una volta si è fermato, gliel’han portato via

O dove il mondo è avere solo un pallone

Dargli un calcio, farlo volar via

Così in alto che si vede la scia

Nell’incanto della notte”.

 

Roberto: Sì, è la metafora di un ragionamento quasi filosofico, di una considerazione sul mondo. È perfettamente pertinente, come supporto esemplificativo di una argomentazione sulla metafora come questa.

 

Lucio: Mi incuriosisce il mondo come se fosse giovane, è bambino, è come se galleggiasse sulle onde. E poi questo Andrea guarda il mondo senza pietà, da esterno, il mondo diventa un pallone e ci giocano i bambini della Sicilia, della Libia e della Tunisia, e riprende una forza tale…

Roberto: È come estrarre da se stesso un momento equivoco nel rapporto col mondo, un’incertezza, il bisogno di crescere conoscendo, e superando certe sovrapposizioni metaforiche che accompagnano come una nuvola il testo esplicativo dalla forte connotazione.

 

Lucio: E poi la metafora pura non esiste più… Arriva, se arriva, artefatta.

Roberto: La preoccupazione non è tanto come arriva, ma come hai realizzato il processo dentro di te: la metafora non è artificio. La forza sentimentale che lega gli individui – anziché dire brutalmente: “È morta tua madre”, dici: “Si è spenta una luce” – ha una sorta di ambiguità, induce a una riflessione, a un momento di rapporto coi propri sentimenti e quelli degli altri.

 

Lucio: Nasce anche dalla pietà.

Roberto: Logica che va continuamente contraddetta: i numeri del lotto sono una metafora! E anche i soprannomi!

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Lucio Dalla
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: Gli occhi di Lucio, di Marco Alemanno
  • Editore: Bompiani
  • Anno di pubblicazione: 2012
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