Pasolini figlio di Rebora sacerdote del mondo infuocato

Occorre ripensare alle cose, alle idee emerse o distrutte, agli uomini, alle donne che hanno importato, che importano. Molti e molte (insieme alle idee) diventati, diventate ombre della storia, ombre della memoria. Altri e altre, invece, da trasferire e ricollocare adesso in un diverso contesto, con un laborioso faticoso trasloco. Altri ancora, dispersi tutt’ora nella piazza domenicale della vita a inseguire soltanto la vita. Così forse, in questo tempo di grandi e freddi orrori, possono tornare a presentarsi e tornare a parlarci, non in sogno ma come presenze utili alla nostra vita intellettuale, uomini e donne che non si contentano di essere soltanto morti e di rabbrividire, sulla carta scritta, nella fredda gloria dei trapassati – alla quale continuano ad aspirare, come unico orizzonte possibile e salvifico, tanti vivi di oggi (ignari d’essere già morti alla vita).

Marxismo, parafascismo, sinistra critica, destra rinnovata, gramscismo, crocianesimo ritrovato, cattolicesimo rivoltato ecc. sono tutte formulazioni lì disposte come su scivoli di una coloratissima fiera che le fanno cadere direttamente nel mare delle dispute contrapposte; un mare troppo inquieto, pronto, avido nello stravolgere arraffare complicare torcere distorcere i muri portanti del nostro tempo – che è dunque da affrontare di nuovo o da soccorrere crudemente e direttamente con la serietà rispettosa, almeno, di pensieri perseguiti dietro lo stimolo di buone disposizioni.

Per questa via, e al seguito di questi stimoli, mi è capitato e mi capita di riprendere vecchie considerazioni e di concludere magari correggendomi un poco che, per esempio, Pasolini ai nostri giorni, tirato di qua di là di su e di giù, da ogni parte, a causa di una utilizzazione caotica, ha perso o annacquato – benché quell’autore di validissimo e intenso spessore mentale e poetico – la propria identità specifica; impinguato e appesantito globalmente da troppe deleghe genericamente consenzienti, che lo investono anche nell’ambito delle previsioni e delle anticipazioni del nostro futuro sociale. Avendo poeticamente e drammaticamente intuito varie vicende di fondo oggi disvelatesi nel loro negativo, Pasolini sembra già essere, istituzionalmente, una riconosciuta statua di marmo e non più, non più sangue che urla e che non si consuma. Così la sua memoria, già catalogata nei libri, è placata da questa fama accondiscendente, da un consenso senza più fremiti.

Dicevo che questo autore ha perso (a me sembra che gli abbiano fatto perdere, al seguito appunto di una progressiva e osannante giubilazione) ogni identità specifica, originale, per immergerlo nel brodo asettico in cui sono messe a lievitare tutte le larve per lo spettacolo della comunicazione. Costretto anche lui nei ricchi panni, tartassati ormai da troppe mani, di personaggio con molti volti e altrettanti umori, che ogni parte politica e sociale intende gestire in libertà di intenti e di conclusioni.

Possiamo allora domandarci: questa situazione realisticamente verificata è conferma di una grandezza che si può prestare senza inquinarsi a elargire ombra e luce in ogni dove, oppure è proprio il segno di quell’implicita ambivalenza di sostanza che autorizza i draghi di oggi a risucchiarlo dentro al micidiale zolfo della comunicazione spettacolarizzata e della cultura esibita?

Sia come sia, dopotutto. Per me, e per quel che serve e che cerco, tendo (e intendo) a trattenerlo e a collocarlo ben fermo in un mondo inquietissimo di resistente, persistente, totalizzante sacralità. Un mondo di macerie mai concluse, anzi tormentate e in continuo vilipese, in mezzo alle quali sussiste forse ancora integro il miracolo di uno spazio autonomo, che può ancora accogliere senza interferenze la libertà dello strazio e la libertà della speranza conquistata. In questa collocazione di residua, resistente anche se tormentosa e spesso astiosa sacralità. Pasolini si colloca come un protagonista non solo dei suoi anni ma anche dei nostri. Con la sofferenza diretta e indiretta che si è detto; anche con l’inquietudine troppo spesso ferita e respinta, a cui si contrappone la temperanza buona e convinta di una speranza, sotterranea come un fiume, che si condensa non solo nel brivido della ragione calpestata ma anche della vita in ogni momento ritrovata. E il dubbio che brucia è al centro di ogni cosa; dubbio che non consente previsioni, mai, ma solo intuizioni annichilenti, senza respiro.

Posso rifarmi, per aggiungere altre considerazioni, all’opera per me preziosa di Dodds (Pagani e cristiani in un’epoca d’angoscia), là dove è scritto, con riferimento a quei secoli lontani: “In un mondo così impoverito sul piano intellettuale, così insicuro su quello materiale, così carico di paura e d’odio com’era il mondo del terzo secolo, ogni sentiero che promettesse uno scampo doveva esercitare un’attrattiva sulle anime più serie. Molti, oltre a Plotino, debbono aver dato un nuovo significato alle parole che Agamennone pronuncia in Omero: fuggiamocene nella nostra patria”. Come dire, e interpreto dunque a modo mio, ripariamo nella nostra patria; sfuggiamo al destino che non è nostro e abbandoniamo anche precipitosamente i luoghi di una battaglia ormai consumata, che non ci appartiene più, a cui tutto abbiamo dato; questa torva battaglia che è in terra come un serpente avido e amaro. Liberiamoci, se ci riusciamo (e in questa lotta ci impegniamo), da questa violenza che tutta intera ci inviluppa e non dà pace; sottraiamo noi a questi lacci terreni di orrido grigiore, dopo la lunga fatica e la lunga odissea. Prepariamoci a un diverso e più doloroso scontro; inevitabile.

Per assecondare in qualche modo questa prospettiva, muoverei proprio dall’indicazione sopra citata di paura e odio, come caratteristica nera di quell’antico mondo, per trasferirla pari pari in un diabolico sinistro ricalco nel nostro mondo senza pace e senza onore anche nelle idee; così vilipeso e mortificato con forza feroce giorno dopo giorno sul piano intellettuale. Ebbene, Pasolini lo ritrovo vivo, ancora vivo, non nello sfacelo documentario di Salò, un’apocalisse di legni incandescenti e designati alla cenere selvaggia; non come testimone acre e urlante di una disfatta; non dibattentesi nello sfacelo della storia; non un cronista di antichi e recenti tormenti; ma nella inesauribile foga di rivalsa contro la storia e i tormenti della storia; con foga e rivalsa dentro alla perdizione che non si consuma mai e può diventare luce; dentro allo smarrimento, alla lacerazione. E così disponendosi, inerme e in qualche modo nuovamente terribile, certamente inflessibile, si colloca a mio parere esemplarmente nel circuito di Rebora e di Testori. Tre grandi autori, ciascuno con le proprie lacerazioni operanti, la cui inesorabile esaltazione è stata la mancanza di sazietà. In altre parole, la pienezza esaltante dei rapporti con un dio sempre cercato inseguito e sempre perduto e mai ritrovato, sempre più lontano; dio inteso anche soltanto come un’esaltazione dei sentimenti, prima ancora che una conquista per una lucida rassegnazione senza tormenti. Da qui la sazietà mancata, per la impossibilità constatata nel tormento della ricerca di potere proseguire per un sentiero di fuoco; tanto che ogni alba ripropone non solo il martirio della conoscenza non consumata ma anche il martirio del proprio corpo e della speranza che dilegua e va riconquistata. “Io inganno tutti, inganno tutto il mondo” esclama, dal cuore, Rebora prossimo a morte, il 26 febbraio 1957. È l’insaziabile fame della loro passione vitale (non passioni) che non lascia perdere niente e insegue anche il frustolo più minuto, a renderli simili, vicini. È questa la fame che accomuna in un unico respiro, così almeno sembra a me, i tre compagni scontratisi (o incontratisi, intanto) in un viaggio di divincolante sofferenza.

Uno dei tanti possibili passaggi a conferma, è per esempio alla pagina 95 della “Passio Laetitiae” di Testori: “Leggitore, et anca te leggitrice, saverài mai cosa signifiga la vuotità del tutto? Saverài mai cosa signifiga sentire il Dio in del te, intendo in del di dentro, et capire che Esso è no lux, benedicite, pase, strada de carità, ’me t’avevano contato, ma violazione, ’cupamento, terribilità del suo essere tutto didentro della tua bocca, la quale può no aver altra vita che in dell’enormità de questo Dio de exercítua et de guerra che la penetra et impienisce?”. Ciascuno di questi grandi va per il proprio cammino in salita, sanguinando per diverse vicende, ma: l’asperità in salita, senza sollievo di alcuna difesa – anche se in Testori e non in Rebora e non in Pasolini la nostalgia alta, rapinosa della pace presepiale come un ordine sommo dei sentimenti entra costantemente in giuoco a temperare la sfrenatezza inquieta che è sempre vicina a esplodere ma poi sempre si ricompone nella lucida aspettativa di un nuovo dolore – è la connotazione stretta e comune a questi autori in percorso accidentato che porta alle aquile. Cerco di ricuperare alla verità necessaria delle nostre giornate, e anche alla nostra dilaniata poesia, questa lucidità del delirio perseguito e calpestato, chiamato e conturbato dentro alla tempesta del mondo, fino a farlo annegare in un sangue mentale ed esistenziale non versato ma donato. Per il preludio di un possibile evento, per un’attesa ancora tutta intera da consumare. E c’è Pasolini lì nel mezzo; ancora vero, e intero.

 

 

 

Lengua, n. 14, 1994.

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Lengua
  • Editore: Crocetti Editore
  • Anno di pubblicazione: 1994
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