Da Roversi a Romanelli

Il piatto della speranza

su cui anche il povero più povero può allungare il cucchiaio.

La finestra sul cortile anzi sul mondo

della quale anche l’uomo la donna più orbata per disperazione e futuro

può sentire il fruscio di ali che volano.

Ognuno ha per un minuto

la sua porzione di gloria

come un hamburger addentato da denti bianchi o anneriti

di uno studente affamato.

I rivoluzionari camminano

con scarpe da tennis

lanciano con le racchette morbide azzurre di vene

bombe inquiete che volano

indi si inchinano al pubblico prima

di allontanarsi cantando.

 

La pace ti sfugge dalla mano

la casa è bruciata dall’ultimo lampo di sole.

 

Ci sono moduli infiniti

per catalogare rovesciare conteggiare rifiutare approvare

come una città italiana esiste resiste conflittua si provoca

in questo giorno di aprile di un anno quattro duemila.

 

Eppure tenace irriducibile senza sogni che gravano

l’uomo la donna persegue il suo cammino.

Lontano dalle vette

travolto stravolto incantato

dal ludibrio splendente delle strade.

Delle autostrade.

Così misteriose e cupe dopo la prima pioggia di primavera.

 

Cos’è che disturba il sonno degli uragani?

Camminare leggeri sul mare

raccogliendo fiori dalle onde e corpi vaganti di sirene senza volto

aprire la porta di ferro di una nuvola solitaria e disperata

osservare il panorama polveroso della città esemplare

essa appare con i suoi silenzi

da polo a polo

con le sue tombe etrusche o azteche aggredite dall’erba di secoli

e con i richiami delle trombe

che da caverna a caverna chiamano gli uomini le donne alla prossima guerra.

GUERRA È. È VITA SCANNATA.

 

Ma le strade deserte.

Ma le finestre spalancate e vuote.

Ma le giovani spose con lacrime giacchiate di perla sul viso infuriato!

Nell’angolo di una stanza piena di segni

versano il caffè sul tappeto

percosse dall’avverso destino che costringe a un addio.

PARTIRE E

tutti sognano di ritornare

 

di ritornare dal gran combattimento della vita

nelle scuole le lavagne nere sono secche di segni matematici

e i gessetti bianchi stridono

tracciati da mani invisibili di piccoli geni.

 

Domani sarà la domenica

dell’ultima partita

le nuvole leggere bige sfioreranno la terra

gli uomini le donne le sfioreranno coi palmi

inoltrandosi esse nell’infinito

come accadeva un tempo in un campo di fiori.

 

Sia come sia – dice l’uomo la donna – mi sento ebbro di futuro.

Deduco da linee mai interferite e simmetriche

il responso di un destino regale:

l’uomo la donna consegna la propria morte destino

sui gradini dei palazzi delle metropoli ancora vogliose di voci

come il corpo della vergine trafitta

nei rituali notturni sacrifici sui monti.

 

La verità è:

    pur nel silenzio e nell’ordine

l’uomo la donna non sarà mai quieto ma inquieto

non lo sarà più

non suonatore di flauto per strade e sentieri

non giorno notte-notte giorno

gregge camminatore e disperso

propenso solo a partire partire partire senza toccare un approdo

per conquistare terre di mare e pianure

per sfuggire ai ghiacci che inondano

per riconquistare in parte la smarrita ragione dei cieli.

 

Se non più notte

non più sonno né sogni ad occhi aperti l’uomo la donna

donna (e uomo) deve

è segnato

battere legni e tamburi

e mani

per svegliare la città impietrita nel ferro

aduggiata nel canile dove non entrano fuochi

e tornare a cacciare nei boschi e per strada la buona

LA GRANDIOSA INFINITA VERITÀ DELLA SPERANZA.

 

Gli squali guizzano in gruppo nei fiumi delle strade

balzano improvvisi verso le nuvole erranti

poi mordono la luce si inabissano per dormire.

 

Uomini donne al richiamo di un concerto di guerra

dipingono i muri dell’intera città rossi di sangue

poi siedono al fuoco di un bivacco

    parlano degli antichi filosofi

ASPETTANDO

che dalla morte

esca

implacabile

la vita.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: poesie in altre pubblicazioni
  • Testata: Carbild, di Toni Romanelli
  • Editore: Galleria Studio G7
  • Anno di pubblicazione: 2004
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