Car(r)o armato, lucido come un fiore

Come essere e cosa essere. L’impegno davvero oneroso è duplice. Per il momento è duplice. Oneroso, perché sta al centro della ricerca sulle cose che adesso urgono nel mondo; per quanto si riferisce al nostro vivere, al nostro scegliere, al nostro recriminare, al nostro riflettere, al nostro collaborare, al nostro rifiutare, al nostro sperare. Come e cosa tuttavia non propongono all’incirca, come potrebbe presumersi genericamente, un impegno ravvicinato, quasi sovrapposto. Quindi, uno sforzo collegato.

Come è un atteggiamento che completa una lunga ricerca; è il corpo intero (che si vede) della pratica, quindi una figura rifinita; insomma, è ciò che si vede dopo una nascita conclusa. Cosa lascia il campo del cercare, e l’impegno relativo, più drammaticamente aperti (direi, scoperti); sconvolge l’impeto della ricerca, l’inquina con cento nuovi dubbi, lo tormenta, lo perseguita; tanto da fare vibrare notte e giorno idee e sentimenti smossi alla ricerca del vero. La verità inseguita da secoli dall’uomo e che non è l’impossibile risultato finale, l’approdo quasi sacrale susseguente alla ricerca inesausta; ma la coda dell’inquietudine inesorabile, alla quale la mano di ognuno che vive si tende, per afferrarsi e trovare un approdo anche di breve momento, prima di cedere a un dubbio rinnovato, a una risorgente inquietudine.

Perciò muoverei (mi muoverei) da come, preferendo per scrupolo una partenza più misurata, di impegno più limitato nei dubbi e negli errori; e anche perché, in questo tempo, non si può ritornare di nuovo, io credo, a essere precipitosi. Mentre, invece, la fretta malsana connota ogni atto del presente, toglie pregio e pause a ogni riflessione motivata e impedisce ogni successiva correzione; sicché l’errore compiuto, invece di essere cancellato o attutito dentro la pazienza (questo straordinario metodo di vita), si assomma nel cumulo irrisolto che viene trascinato avanti e impedisce ogni sostanziale progresso.

Possiamo dunque essere una cosa, anche se non completamente rifinita, per intanto più rassegnata; già determinata senza gravi dubbi a discutere per esempio sulle armi; cominciando negandone ogni utilità in ogni senso e impegnandosi a sottrarre quanto è più possibile di dotazioni dagli importi enormi che ogni Stato eroga implacabilmente ogni anno; sottraendoli a più giusti e urgenti impegni sociali.

Sappiamo che nel mondo, ogni minuto, vengono spesi un milione di dollari per le armi. D’altra parte sappiamo pure che, rispetto ad anni non molto lontani, Stati Uniti ed Europa hanno ridotto la spesa del 25%. Però ricerche recentissime di una rivista specializzata inglese ammoniscono che il commercio delle armi è ancora fiorentissimo, e che molti paesi europei, convinti dal ripugnante pragmatismo economicistico in atto che il denaro non puzza, continuano a produrre armi, a commerciare in armi, ad esportare armi. Così contribuendo in modo determinante, fra l’altro, ad alimentare senza soste tutte le innumerevoli e spesso quasi clandestine o ignorate guerre locali. La Germania esporta per 6 milioni di dollari; 5 la Cecoslovacchia; 2 l’Italia, la Svezia, l’Olanda. E come è stato sottolineato con rinnovato sgomento, i maggiori esportatori mondiali di armi si possono indicare fra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Tanto da rendere probabile, proprio in questi giorni, che i Paesi occidentali impegnati pubblicamente, con buoni atti e buone parole, a ricercare e a seminare pace fra i contendenti della ex-Jugoslavia, forniscano alle parti spietatamente e tribalmente in lotta le armi per il reciproco massacro.

In Italia siamo, a proposito delle spese per gli armamenti e dei nuovi stanziamenti, in una situazione che è stata definita “aberrante”: per il 1992 lo stanziamento richiesto è superiore del 3,7% al 1991, con un importo globale, dunque, di 26.500 miliardi. E questo, proprio mentre i due colossi mondiali un tempo antagonisti hanno già promosso una riduzione notevole degli armamenti e, in contemporanea, stanno rivedendo in modo approfondito e globale le strategie di difesa. Anche se più per necessità, determinata dal dissesto economico e dallo sconvolgimento politico, che per intima e maturata convinzione.

In Italia, una politica ufficiale ancora dissennata obbliga i cittadini responsabili (cioè quelli che non intendono lasciarsi infinocchiare) a una attenzione implacabile nei riguardi delle singole scelte politiche; e a una partecipazione senza soste a tutti gli atti e a tutte le ripulse che possono essere organizzati e avviati per contrastare intanto, e anche per rovesciare, questa logica implacabilmente collegata e legata a una chiave di lettura della politica mondiale da ritenersi del tutto tramontata.

Essere una cosa, dunque, che non dà tregua contro questo muro di conservazione di interessi costituiti e di omertà, è già una prima piccola ricostituzione del proprio privato edificio di lotta politica che non si lascia addormentare; o sgomentare. E che si sforza, con un moto riflessivo modesto ma convinto, di individuare alcuni nuovi approdi; da cui proseguire.

 

 

 Nunatak, dicembre 1991.

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Nunatak
  • Anno di pubblicazione: dicembre 1991
Letto 2661 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:08
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