Il vino per i ferraresi

La nostra terra che non produce il vino che le occorre deve importarlo dalle province che ne producono in eccesso.

 

La fertile, ubertosa terra della provincia di Ferrara, così procace nel produrre grano, granoturco, bietole, patate, frutta, canapa, foraggi, ecc. non è affatto attrezzata ad offrirci il vino che annualmente beviamo.

Nel nostro territorio, della superficie seminativa di circa 200 mila ettari, con 330 mila abitati intelligenti e tenaci lavoratori di tutti rami dell’attività umana, la vite affaccia i verdi e radiosi pampini ora qua, ora là a guisa di limitate oasi incastonate in una vasta area opulenta di molteplici prodotti ma non di tanti grappoli quanti occorrerebbero per saziare sia pure in regime razionato, la nostra sete di vino.

In questi pochi mesi del mio Commissariato alla Sezione della Viticoltura, ho voluto rendermi conto della quantità di vino che qui si beve. Non posso garantire esatte le cifre, ma penso ch’esse siano molto vicine al vero.

L’ispettorato Agrario Provinciale ha accertato una produzione di uva da vinificazione e da tavola aggirantesi, negli ultimi ani precedenti a questa guerra, in circa Q.li 300.000. La cifra mi sembra ora esagerata perché sono state, recentemente, abbattute numerosissime alberate ed è pacifico che le viti maritate alle medesime, abbiano subito la sorte di tutori.

Ritengo, perciò, che la quantità di uva raccolta per la vinificazione nel 1941 non superi di molto i Q.li 200.000. Sicché il vino da questa derivato avrà raggiunto gli ettolitri 125.000. Di questi forse ettolitri 30.000 appartengono a vino col 10 per cento di alcool (Comacchio, Codigoro e vari Comuni dell’alto e medio ferrarese produttori di clinton), mentre la rimanente quantità è rappresentata da vini bianchi e rossi con gradazione alcoolica che va dal 4 al 7 per cento e raggiunge con fatica l’8 per cento. Sono appunto questi tipi di vino a basso contenuto alcoolico che interessano i campagnoli perché con essi preparano, sposandoli all’acqua, quelle bevande acidule, dissetanti che, se pure abbondantemente ingurgitate (da cinque ad otto litri al giorno) non procurano problemi al sistema nervoso, ma riparano le perdite liquide dell’organismo, proteso nella fatica ed eccitano moderatamente i tessuti a resistere al lavoro continuato sotto la sferza del calore solare.

I vigneti del ferrarese producono quindi, in prevalenza, vino da lavoratori, mentre il vino cosiddetto «Buono», è quasi totalmente importato.

Difatti nell’annata che va dal 15 novembre 1940 al 14 novembre 1941, fra uva vinificata e vino, si importarono io provincia da: Modena, Reggio Emilia, Bologna, Forlì, Ravenna, Mantova, Padova, Verona, Toscana, Puglie, ecc. circa 150.000 ettolitri di vino. Questa cifra l’ho desunta dai bollettari degli uffici comunali di imposta e consumo ed è al netto dei passaggi di uva e vino effettuati Fra Comune e Comune della provincia.

Pr ragioni che è superfluo elencare, ritengo che nella pratica la cifra citata risulti superiore di varie migliaia di ettolitri e penso che essa salga effettivamente ad ettolitri 175.000.

Cosicché noi ferraresi, oltre alla produzione locale, abbiamo bevuto 175.000 ettolitri di vino importati ed, in totale, nell’annata 1940-41, circa ettolitri 300.000.

A conti fatti il vino di importazione, sulla base del prezzo medio per ettolitro di L. 275, rappresenterebbe, per Ferrara, la spesa di 50.000.000 di lire all’anno!

Ma le vicende del momento hanno determinato questa situazione:

1) La necessità di convogliare alla distillazione, in un primo tempo, ettolitri 11.000 di vino poscia ridotti a 2 mila.

2) La enorme difficoltà di importare il vino occorrente a Ferrara dalle provincie usuali fornitrici.

Infatti dal 1 ottobre 1941 a tutt’oggi, fra uva trasformata in vino e vino, sono qui affluiti da fuori provincia, circa 60.000 ettolitri di vino. Ben poca cosa in confronto del fabbisogno di ettolitri 175.000.

Sul piano di necessità normale mancherebbero quindi alla nostra provincia 115.000 ettolitri del gradito «licore» che la leggenda attribuisce al grade patriarca Noè.

E dove potrà, Ferrara, trovare tanta grazia della Provvidenza?

Ammettiamo anche di ridurre la cifra dello strettissimo fabbisogno per superare i prossimi sei mesi, posto che il vino nuovo è bevibile quando sarà maturo e non prima del giorno di S. Martino (11 novembre) a metà della quantità citata. Chi potrà consegnare nei prossimi mesi a Ferrara almeno 60 mila ettolitri di vino? Si commoveranno forse Modena, Ravenna, Mantova, ecc. che in questa annata ci propinano il vino col contagocce, quando non lo consegnano affatto?

Per Ferrara occorre un «vinidotto», non il contagocce, altrimenti il maggior numero dei ferraresi dovrà rinunciare al vino, non soltanto come delizia del palato e dei sensi: ma come vero e proprio alimento, così opportuno, ora che gli alimenti scarseggiano e sono necessariamente calcolati a base di razionamento.

Come vedete non ho fatto in questa rassegna questione di prezzo perché al produttore il vino comune è pagato a ventuno lire per ogni grado alcoolico e precisamente il vino comune da dieci gradi di alcool, procura al produttore, posto nella cantina, L. 210 l’ettolitro.

La questione ch’io prospetto è, al contrario, quella quantitativa perché è logico che chi stenta a trovare vino, o lo trova a prezzi elevatissimi, si chieda: «Ma dove è andato a finire il vino che l’Italia ha fino qui prodotto in misura molto superiore al proprio fabbisogno e, fra Forze Armate e distillazione, nell’annata 1941-1942, la quantità da serbare, sui circa 40 milioni di ettolitri prodotti, è di 6-7 milioni, vale adire il 15 per cento della produzione complessiva?».

Di fronte a queste risultanze cosa può fare la sezione della viticoltura di Ferrara in materia di approvvigionamento del vino?

Si diceva un tempo che il vino si fa anche coll’uva. Ma io dico ancora oggi (mi auguro di non essere tacciato di eccessiva ingenuità) che il vino si deve fare coll’uva e, più precisamente, col prodotto della vite. Ebbene di viti in provincia di Ferrara, ve ne sono proprio poche e gli impianti viticoli non si improvvisano.

Ecco perché Ferrara, che non produce il vino che le occorre, avrebbe il diritto di averlo dalle provincie che ne producono in eccesso.

Non è forse vero che Ferrara fornisce a tante provincie del Regno: grano, zucchero, patate, frutta, canapa, carne e tanti altri prodotti agricoli minori? Ed allora perché Ferrara non mercanteggia, colle provincie vinicole che abbisognano dei nostri prodotti, il vino che le occorre?

In clima fascista le barriere tra provincia e provincia non dovrebbero sussistere, ma poiché il vino che ci occorre non giunge, mi pare che se alla fascistissima Ferrara venisse concesso di dare quanto produce di più, in cambio di quanto produce in meno di quello che le occorre, come il vino; Ferrara potrebbe ottenere il giusto riconoscimento del suo diritto di provincia che lavora strenuamente per aumentare, con ritmo crescente, la produzione a profitto del Paese il cui fronte, compatto all’interno, deve ad ogni costo vincere per la maggiore grandezza della Patria.

Ma se il cambio dei prodotti non dovesse effettuarsi, bisognerà che, per qualche anno, ci dimentichiamo il vino per accostare, di nuovo, le labbra alla ciotola dell’acqua drenata, in provincia, dagli acquedotti alimentati e dai fontanili di Castelfranco e dal paterno Eridano.

Valga dunque questa minaccia a stimolare i camerati agricoltori ferraresi di piantare viti senza perdita di tempo, nella più larga misura, soprattutto laddove è possibile.

E se pianteremo viti, Ferrara agricola potrà, in pochi anni, completare la propria gamma produttiva e mettersi nella condizione di porgere ai propri figli, il vino che occorre per ristorare i muscoli e rallegrare gli spiriti, perché la umanità che lavora deve anche godere.

 

Corriere Padano, 11 luglio 1942.

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Corriere Padano
  • Anno di pubblicazione: 11 luglio 1942
Letto 4726 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 12:58
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