Cosa succede? Come si fa?

Non credo che il problema dei giovani sia un problema da trattare a parte, come un problema dei giovani. Neanche credo che, così isolato, sia un problema. D’altra parte non credo che ci sia un problema dei vecchi o delle donne, soltanto come un problema dei vecchi e delle donne. Credo che ci sia un unico problema generale della nostra società che impone e propone soluzioni integrali, globali; dato che questo paese non si può migliorare (se non con vacui palliativi) ma si deve cambiare. Proprio così: cambiare intero.

Detto questo, ripetiamo in quattro parole la mappa culturale e geografica dentro la quale è costretto a muoversi, anche dalle mie parti, un uomo giovane che si dispone a intraprendere la propria vita. Un uomo giovane che vuole vivere. Ebbene, se non è mantenuto dal babbo; se ha bisogni concreti e se cerca il lume di qualche semaforo non credo che esistano sul momento molti punti di riferimento sicuri. Dietro alle spalle ha un mitico e ormai stitico ’68; ha il polverone di lotte intraprese all’interno di alcune speranze che sembravano spremersi agli inizi degli anni ’70; alla metà di questo stesso decennio ha il rumore del moto rabbioso vago e subito frantumato del Movimento; ha il marzo ’77 a Bologna con le sue conseguenze; infine ha la microscopica diaspora attuale, che si propone come una miriade di cellule indipendenti. Ma se appena questo giovane cerca di allungare o aguzzare lo sguardo si imbatte in un viscido panorama con miseri riferimenti sociali, senza nuove personalità morali di rilievo, con pochi veterani che possono offrire esempi, senza protagonisti di azioni, senza maestri di idee, soprattutto senza amici disinteressati; questo, occorre pur riconoscerlo, dentro a una disgregazione che sembra sempre più precipitosa. Sicché mi pare che ne consegua, come sentimento primario, spesso esplicito e sempre implicito ma costante, la paura. La paura paurosa, la paura totale che ci prende alle volte quando sentiamo il fiato della morte; o lo pensiamo soltanto. Tale paura, naturalmente, è generatrice di guasti infiniti, dentro e fuori le coscienze. Tuttavia (altrimenti la pazzia sociale sarebbe generalizzata) essa è mescolata contraddetta squilibrata corretta da un sentimento forte, anzi addirittura violento, di grande speranza. La paura è presente, anzi è il presente; la speranza è subito futura, anzi è il futuro. Ma che cos’è il futuro per un uomo giovane? Rappresenta, mi pare, la conclusione di un periodo (un momento) di stravolgente inquietudine e l’avvio di un atto di appropriazione a cui finalmente ci si dispone. Il futuro è il passaggio da una impossibilità di “salvare” la propria vita alla convinzione faticosamente raggiunta di riuscire a districarla dall’oppressione “globale” solo se l’uomo tornerà a conoscere e a riconoscere se stesso attraverso l’uomo e se non si lascerà più sabotare dai falsi fantasmi. Questi falsi fantasmi erano l’approssimazione e l’arroganza, il narcisismo caotico, la precipitazione nel volere risultati e conclusioni; erano soprattutto l’indifferenza spicciola per i problemi antropologici di fondo, snebbiati o coperti dall’ossessivo generico saggismo su argomenti teorici generali. Si va adesso precisando la convinzione che per superare l’attuale “stretta” si devono cambiare non tanto le cose ma le ragioni dentro alle quali le cose sussistono e persistono. In altre parole: rivoluzionare è conoscere fino in fondo, non è violentare. Infatti la violenza attuale non appartiene ai giovani, in quanto si è posta soltanto come un’offesa all’uomo; mostrando, nella sua volgarità, l’incapacità di ottenere qualsiasi risultato svincolante. Tornare a conoscere, invece, vuol dire rapporto nuovo con le cause e riflessioni nuove sulle conclusioni; quindi un allargamento stimolante e imprevedibile dei campi di intervento. Assistiamo all’emergere, in mezzo alla fatica sovrumana della vita, di una tensione collettiva nell’uso culturale della politica (mentre negli anni scorsi era in atto l’uso politico della cultura) con il conseguente recupero metodologico – fra l’altro – della “pazienza” quale formidabile strumento di lotta. Pensare non è più un atto controrivoluzionario; cercare di far maturare (con indipendenza e con la cautela di una vigile attenzione critica) i problemi sostituisce l’obsoleto e micidiale “tutto e subito”, che non concludeva. Voglio dire che c’è una forza giovane, assolutamente matura, disponibile a partecipare, ansiosa di fare e che riesce nonostante tutto a distribuire o a ridistribuire quella quantità giusta di autentica speranza nella vita che – come dicevo all’inizio – ogni sera riesce a uccidere la paura. Naturalmente persiste vergognosa la presenza al vertice del potere pubblico di reggitori che si vorrebbero cancellati via come un incubo. ma questo aspetto della nostra vita ufficiale e sociale dovrebbe essere affidato a un Lovecraft per essere descritto. A lor signori e alle loro ciance dedico questa notizia fra le tante: laureato al DAMS (Università di Bologna), calabrese, ventiquattrenne, intelligente, solo desideroso di fare e continuare a imparare, con alle spalle una tesi acutissima, adesso intento alla stesura di un proprio lavoro originale, non riesce a trovare un letto. Un letto. Ha dormito in una vasca da bagno. Ha dormito alla stazione. Ha cercato a Firenze. Non trova niente. Ecco, io credo che ci voglia una grande forza per scegliere ancora il positivo del mondo in tale situazione. E credo che ci voglia una grande fiducia per continuare a vivere e per continuare a cercare ogni speranza; e un grande amore per gli uomini per volere vivere fra gli uomini in queste condizioni. È un sentimento che lascia di stucco tanto è autentico generoso e provocante per tutti; e che appena ieri faceva dire a un altro, in condizioni analoghe al precedente: lavorare, far qualcosa, inventare qualcosa, sperare qualcosa è una necessità. Sennò cosa succede? Sennò cosa si fa? È dentro a questa necessità di fare che si giuoca il destino di tutti.

 

 

 

La Città Futura, 11 aprile 1979.

 

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Isabella Lo Duca e Davide Mastroianni)

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: La Città Futura
  • Anno di pubblicazione: 11 aprile 1979
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