Super User
Il miele e il veleno
Ne L’uomo parallelo Tonino Guerra ha scritto: “La mia è una linea penetrante, un segno che dà una sensazione di profondità. Potrei parlare tre ore su qualsiasi segno che lascio sulla carta o sui muri”.
Questa sua capacità di proliferare approfondendo; direi, la tensione di superare lo schema del testo parlando e di prolungare il racconto con precipitosi fantasiosi astutissimi dettagli (suggeriti dal cuore? piuttosto, dagli occhi della mente) sempre allarmante, coinvolgente, sorprendente; la definirei come inevitabile moto di una disposizione che è in bilico fra l’intenerimento supremo e la più sfacciata, la più armata malizia (spesso sotto i panni di una disarmata semplicità).
Guerra vuol definirsi, tende sempre a definirsi poeta contadino; poeta e contadino; con la libertà ma anche con tutto il sospetto quotidiano che questa disposizione consente (la vigilanza costante, l’attenzione continua della cultura di campagna, che non concilia mai il sonno). È come ci fossero sempre le cicale vicino all’orecchio durante il giorno, e i grilli implacabili durante la notte. Una cultura quasi spenta e di cui Guerra raccoglie (è un atto compiuto e ripetuto, non la presunzione di un proponimento) e trattiene sulle punte delle dita gli ultimi autentici fuochi prima del silenzio. Fuochi che sulle dita bruciano; anche solo a raccontarli.
Ma non ho alcun mandato, specie in questa sede, per stendere il consueto soggetto su un autore che non finisce di stupire proprio perla sua imprevedibilità (mentre a livello ufficiale sembra già osannato e incalcinato come una statua a cavallo). Nessun neo; e perfino angelicato, a leggere pagine e pagine del volume miscellaneo collegato alla mostra a lui dedicata nella Repubblica di San Marino, del 1985. Semmai mi propongo di dichiarare alcune considerazioni maturate nel corso della frequentazione, sulle pagine, di questo autore molto provocante. E assai poco rassicurante, a mio vedere.
Ma intanto, muovendo da un orizzonte più allargato, mi piace trascrivere un gruppetto di pagine, forse già conosciute e pubblicate altrove, che ho trovato riportate in una bella tesi di laurea discussa a Urbino nel 1970, da Enzo Carichini. È la parte di un diario, definito inedito, del dott. Gioacchino Strocchi, che scrive dell’incontro con Tonino Guerra mentre erano avviati in campo di concentramento, nel 1944; e poi in Germania.
5 agosto 1944 – …a mezzogiorno usciamo dal carcere di Forlì. Nel pomeriggio sopraggiunge un grosso contingente di rastrellati del Casentino e del Riminese. Familiarizziamo subito con alcuni del Riminese; uno di questi è Tonino Guerra. Non si dà gran pensiero per questa avventura. Canta a squarciagola e declama versi di Stecchetti (Olindo Guerrini)
…8 agosto – …Campo di concentramento di Fossoli… giungono da tutta l’Emilia altri contingenti di rastrellati; tutti malridotti e scalcinati come noi… Tonino continua a far chiasso per tutti e canta…canta spesso un motivo nostalgico che rimpiange la partenza di una rondine, la rondine più bella, che risuona nel mio spirito come una eco benefica.
12 agosto – …(Verona)… ci conducono alla stazione ferroviaria…, chiusi in un vagone bestiame, il caldo e il fetore danno una spossatezza indescrivibile…, con le sue battute spiritose Tonino tiene sollevato il morale di tutti. Restiamo in quel vagone fino alle ventitré del giorno successivo. Il caldo, il sonno, la sete sono tremendi…
15 agosto – …alle quindici un autobus ci trasporta a Leverkusen.
17 agosto – …alle diciotto scendiamo alla stazione di Troisdorf.
6 settembre – …molti amici di baracca si illudono che la guerra stia per finire a breve scadenza… gli amici romagnoli li vedo raramente, e soltanto di sera; alcuni, addetti ai lavori notturni, non riesco a vederli mai. Tonino, per risolvere il problema della fame, aveva in programma tre o quattro fidanzate tedesche; ma ora non sa decidersi a mettersi all’opera. La fame, la nudità, la durezza del lavoro, non hanno spento, però hanno attenuato moltissimo il suo spirito.
18 dicembre – …prima di raggiungere il campo, mi imbatto in Gino R… È diretto alla fabbrica. In pochissimo tempo tutti gli amici che lavorano nelle varie officine, sono informati del mio ritorno. Il primo a farsi vedere è Tonino. Per venire subito dice di aver rimandato l’appuntamento con una ragazza tedesca. Ora è a posto! Non fa niente. Questa sera deve portare un pacchetto di frutta e dolciumi, regalo natalizio di una ragazza tedesca. Passa la giornata dipingendo in una baracca alla periferia della fabbrica e i tedeschi fanno a gara a comperare la sua produzione artistica…
26 dicembre – …Oggi siamo senza pane…
31 dicembre – …Dopo il bombardamento siamo relegati nel campo. Vita durissima: si mangia una volta al giorno, alla sera, quando ce n’è; manca l’acqua e la luce… le baracche sono molto fredde. È incominciato a nevicare…
8 gennaio 1945 – …Nevica quasi tutti i giorni; ma non fa molto freddo… Tonino, dietro mio incitamento, s’è messo a lavorare di gran lena: scrive poesie di ispirazione paesana e familiare. Peccato che le scriva nel dialetto del suo paese, così aperto!… mi legge le sue poesie la sera dopo cena (lo stomaco non è mai gravato da troppo cibo e permette al cervello di lavorare benissimo in qualsiasi ora). Gli amici romagnoli approvano incondizionatamente, ma dicono che nessuna parola di Tonino batte la favola che ho scritto io precedentemente per muovere l’amico a scrivere. Ha per titolo La vecchia dei tre capelli: una cosa da poco, ma agli amici è piaciuta moltissimo. In tutte le poesie di Tonino trovo qualche cosa da criticare; egli non se la prende: sa che lo prendo sul serio e, dopo le nostre discussioni, a volte anche molto vivaci, corregge, modifica, rifà da capo. Il suo stile è impressionistico. I concetti si susseguono legati da un filo tenuissimo e si presentano al lettore con balzi improvvisi e rapidi.
10 febbraio – …Un gruppo di italiani lascia il campo e partono anche Tonino, Erio e Alvaro.
Io e Tonino da qualche settimana scrivevamo con grande fervore in dialetto romagnolo; la sera leggevamo ciò che avevamo scritto e facevamo le critiche del caso con grande semplicità e sincerità. C’illudevamo in questo modo di vivere nella nostra pianura soleggiata, dominata da colli a noi così familiari. Così terminava una delle ultime poesie di Tonino:
che, ’d nota, la rumagna la va in fôm
la dvȇnta zil, e’ zil dal noti beli,
e San Marȇn l’è una campana ad steli
che, in sem a e’ car, la speca tra ch’i et lom.
Ed ecco la traduzione di questi versi:
di notte, la Romagna va in fumo
diventa cielo, cielo di notti belle
e San Marino è una cappa di stelle
che insieme al carro, spicca tra gli altri lumi.
Questi ultimi mesi, sebbene tormentati dalla fame, dagli allarmi, dai bombardamenti e dal minacciare continuo del fronte non lontano, sono stati i meno brutti della mia deportazione. Ora tutto è finito!
10 febbraio – …Tonino, Erio ed Alvaro sono passati da Troisdorf fuggitivi dalle retrovie del fronte. Non è stato loro permesso di entrare nel campo, perché ora sono in forza presso un’altra organizzazione. Io non ero nel campo e non ho potuto vederli.
2 marzo – Il fronte si sente vicinissimo. Nel lager di Siesburg si sta malissimo: lo apprendo dal biglietto che trascrivo per intero inviatomi da Tonino:
Carissimo dottore,
come ha saputo, ieri siamo passati a Troisdorf. È stato un vero peccato non esserci potuti salutare.
I nostri venti giorni di lavoro nelle retrovie sono stati tremendi! Ieri sera, dopo quaranta chilometri di marcia, siamo giunti a Siesburg ove ci hanno alloggiati nel più brutto lager che io abbia mai visto.
Leverkusen era una reggia! Si dorme in terra, fra gli sputi. Avremmo tante cose da dire, ma siccome il latore della presente ha fretta, sono costretto a terminare.
Mi pare si definisca bene fin da allora la particolare vitalità di Guerra, che si traduce nella sua scrittura; alimentata in prevalenza da una curiosità insaziabile, che dal generale tende a rovesciarsi, direi a precipitare nel particolare.
Ho sotto gli occhi la trascrizione delle sue lezioni di sceneggiatura tenute nella Repubblica di San Marino alcuni anni fa (lezioni che continuano ancora). Alcune affermazioni molto motivate all’internodi discorsi specifici riescono a suggerire altri tasselli per ribadire questa impressione. Dice: “Io preferisco una visione inventata, a qualche cosa d’altro, perché se io sono un artista, devo dare il mio timbro a questa cosa qui… La realtà va ricreata, va ridata. Io non posso fare com’è, perché com’è la dà la televisione, è molto importante dare uno stile a una cosa. Se non c’è lo stile non c’è niente”.
Certo, quasi a contraddirmi immediatamente, da un’altra parte dice, con riferimento al dialetto: “Non voglio niente. Io conosco bene questa lingua, mi esprimo bene in questa lingua e sono aiutato da tutti quelli che parlano questa lingua. In più, godo il sapore di sentire una parola in dialetto; sento dentro questa parola tutto il passato che si è accumulato in quel suono, in quel rumore… Tutto quello che hanno fatto i nostri vecchi è una cadenza dentro questo suono e questo linguaggio”. Direi: una cadenza dentro al suono del linguaggio, in realtà. Un’aggiunta di squisitissimo umore nella vibrazione di quel suono “che inventa”. Ame sembra, ripeto, che si proponga non lo sgomento di un commiato ma l’inquietudine precipitosa per avvenimenti ancora tutti da accadere. Guerra non è partecipe né spettatore di un mondo che muore. Guerra sostituisce il mondo che non c’è più nella sua terra, con un altro mondo più vero e autentico nella sua fantasia. Non il mondo che c’è stato e non c’è più, ma il mondo che non c’è ancora più e che dovrebbe invece esserci ancora, che ancora dovrebbe venire. Un evento; non una partecipazione a un commiato. Un mondo che si può prevedere e illustrare con la fantasia.
Le api di Tonino Guerra non sono api di campagna ma api d’oro; non fanno un miele (il miele) da conservare in un vasetto sopra lo scaffale, ma un fiume di miele come un’acqua che corre verso il mare; il Po che si volge dolcissimo e profondo verso un mare delle meraviglie. Non c’è, non la sento, non raccolgo la nostalgia reale di cose perdute(nonostante le garanzie dell’autore); sento invece la fame vera di cose lida venire, ancora da venire. La sua poesia non è un commiato ma una proliferazione d’affetti del desiderio; una continua e poco tranquilla, nonostante le apparenze, aspettazione. Mi commuovo poco, leggendo Guerra, perché ho paura, dietro la pagina, di bruciarmi le mani che reggono il libro o gli occhi che leggono. Come se, alla fine, potesse o volesse sortire dalle righe a stampa, ergersi e chiedermi se voglio vendergli l’anima. Allora mi dico: altro che miele, qua è in giuoco l’inferno, oltre che dell’autore, anche del lettore. Un po’ di inferno, almeno. Potrebbe essere il Tonino Guerra descritto con parole assai fini e gentili da una riga di Francesco Fuschini: “C’è Tonino e Tonino: quello dei libri e quello con i baffi e gli occhi che guardano in blu”. Aggiungerei il rosso a quel blu tutto di cielo, e il quadro davvero corrisponde.
Per fortuna queste tavole, che compongono l’opera che in una veste editoriale di squisito rigore qua si presenta, tendono a confermare, almeno a confermarmi, quello che speravo e credevo e che ho appena annotato. Cioè, che Tonino Guerra sia un poco meno buono e gentile dell’oleografia ufficiale; e che gli si scarichino addosso, travasandosi nella scrittura, una buona dose di umori neri, che rendono sotto sotto, da percepire in controluce, vibrante e sconnessa, tutta in movimento e un poco sulfurea, la sua pagina.
Sono disegni di quarant’anni fa, e fatti per un libro che potrebbe sembrare lontano le mille miglia dalle corde e dagli interessi di Tonino Guerra, che si firmava ancora Antonio: Venti secoli di bora sul Carso e sul golfo; una narrazione storica di Fabio Cusin per le Edizioni Gabbiano di Trieste. Cosa c’entra, meglio, cosa c’entrava Guerra con la bella lucida e dolente città per lui così lontana? Alla domanda allora non avrei saputo rispondere con prontezza; oggi forse mi riesce. C’entra, risponderei, come con la Russia o con la Val Marecchia. Vale a dire, perché è un posto del mondo, dove si può fare il nido, durante un viaggio (un transito) e lì inventare un milione di storie; e dove si può disfarlo dopo il riposo goduto. Un incontro e una sosta nella vita. Durante questa pausa, o questo incontro che è prolungato e goduto fino alla completa consumazione, Guerra si diverte, si impegna a capire; e dopo avere capito o partecipato, si impegna a distruggere e a reinventare. Rimette in moto la fantasia tutta intera e sminuzza, ritaglia, ricompone, cancella quasi partecipasse a un banchetto della storia o della vita. Basta guardare la celere scomposizione di ogni dettaglio, che non riesce a mantenersi integro in nessun caso. Queste tavole, almeno al mio occhio, hanno il breve segno dilacerante di chi vuoi graffiare; mail graffio poi non cade, non si annida dentro l’idea della cosa narrata, ma proprio dentro alle singole persone protagoniste. Sicché la storiaci viene presentata visivamente come fatta di mezze pietre che volano; sbrecciata, incalcinata e che sta per cadere a terra. Frantumandosi ancora. Qua le pietre sono una impietosa disperazione dietro all’ironia del sorriso. Come una spada nascosta sotto il cuscino di un sovrano. Ho idea, già da me espressa, che Guerra stia per passare, come da una riva all’altra di un fiume, dal miele al veleno. Guardando bene queste tavole così accentrate e comunicanti, mi sembra che si stia preparando a questo, con cauta malizia, già da quarant’anni. Per lui non è mai tardi, vivace e ossessivo sulle cose com’è.
L’orto d’Eliseo, di Tonino Guerra
Continua il profilo del Marecchia che Tonino Guerra ha cominciato a disegnare con brividi di pazienza e occhi profondi quando ha concluso Il miele.
Partendo da lì, e man mano che procedeva in questo canto della memoria e della malinconia (che però non ha lacrime ma piuttosto i sorrisi anche amari e la speranza), Guerra ha teso a restringere e a definire il panorama del mondo – del suo mondo – quasi fosse una vera tornatura di campagna da arare e seminare per un giusto e faticato raccolto. Così la terra del Marecchia (la terra intorno al Marecchia) affiorava dal mare del tempo ancora umida di piccoli misteri, di riverberi di luce, di voci d’uomini e animali, di stravolte fantasie. E terra, cose, orme, voci, tutto scorreva lungo quel fiume.
In quest’opera, che si stringe in pugno ma ha il peso di un vaso antico appena cavato da un solco, in mezzo al verde, Tonino Guerra con una occhiata riduce tutto a un piccolo orto, a un uomo vecchio, a una piccola talpa. Ed è la guerra di Troia.
L’orto è subito una città assediata, il vecchio non è il re Priamo solo bagnato di saggezza e di anni ma Ulisse assai poco rassegnato, che non cerca neanche il sonno. E la talpa, oh la talpa è come uscita dalla fantasia di Ariosto o di Rabelais.
Passano giorni di sole e vento, notti di luna calma e respirante, indefinibili silenzi di acqua e della pianura, mezzogiorni di fuoco, ma la battaglia fra il vecchio e la talpa non si quieta. Tutto si storce in ironia, in poesia, in un movimento che ha il ritmo del vento che corre sull’erba. Si legge, si ascolta e si può dire che non si vorrebbe mai concludere, mai chiudere il libretto.
I giorni che sventrarono la Palmaverde
Registrazioni del 17, 19, 24 e 27 gennaio 2007
a cura di Mattia Di Leva, Maria Gervasio, Salvatore Jemma
libretto con testi e immagini (pp. 32) e DVD (12'0'')
La libreria Palmaverde di Elena Marcone e Roberto Roversi, aperta nel 1947, ha chiuso definitivamente la sua esistenza negli ultimi giorni del gennaio 2007. È stato uno spazio di incontro per migliaia di persone, giovani soprattutto, fin dai dagli inizi, quando, oltre a Roversi, i giovani si chiamavano Fortini, Pasolini, Scalia, Leonetti, Romanò. E ha continuato, in ogni contingenza politica e culturale degli ultimi sessant’anni, ad essere un punto di riferimento sia come libreria antiquaria che per la sua attività editoriale e le altre mille iniziative, piccole e grandi, sempre in tono con le cose e gli avvenimenti del mondo. Il lavoro racconta attraverso le immagini, in fotografia e in video, lo smantellamento della libreria.
Il film è in bianco e nero. Libri e libri, carta e carrelli, scaffali con fregi e senza, ma anche scale, operai che si muovono, voci in sottofondo. Scale. C’è anche lui, c’è la sua poltrona, Roberto appare lì in fondo, col paltò (siamo a fine gennaio 2007). Poi ci sei anche tu, e tu. (Jean Robaey)
Per impervi sentieri
AudioLibro (durata 45' 38")
L’AudioLibro contiene le seguenti tracce:
1. La violenza di 700 pecore
2. Quel mio bosco
3. Uomo cieco
4. La disputa si fa arcaica
5. Se vai per l’autostrada
6. Data 1990
7. Cerco la parola, le parole
8. da Libro Paradiso, 18°
9. da Libro Paradiso, 23°
10. La barca in silenzio
11. La notturna tempesta
12. Il tedesco imperatore
13. da Una terra
14. L’Italia sepolta sotto la neve, vv. 2396-2620
15. Rispettiamo dunque le istanze…
La traccia “L’Italia sepolta sotto la neve” vv. 2396-2620, è uscita in “Radio Frontiera” I (Gallo et Calzati, 2004). La traccia 2 “Quel mio bosco” è tratta da Quel mio bosco (Edizioni Gruppo Abele, 1994), le tracce 8 e 9 sono tratte da “Il libro paradiso” (Lacaita, 1993), le tracce 12 “Il tedesco imperatore” e 13 “da Una terra” sono tratte da Dopo Campoformio (Einaudi, 1965). Tutte le altre tracce sono apparse sparsamente in fogli volanti e libretti.
Ah, che l’amore
Ah, che l’amore
spesso rende cupa
la nostra vita
e anche ci rattrista.
Così tu alto andavi
libero con le ali
dal vento frastornate
sfioravi agile i burroni
e t’impennavi
come un’allodola
immemore, nel cielo.
Ti invidiava chi
dal prato, con occhi cupidi
come la serpe che guata fra l’arsa
peluria dell’agosto,
ti guardava, spiando nel tuo volo
fragilità di penne e morte.
Tu incupito dal male
come arco il corpo.
Il libro della settimana. “Registrazione di eventi”
Nel secondo romanzo di Roversi già il titolo ha un suo preciso significato: i fatti, caotici e anonimi, vi sono divenuti eventi, cioè disegnano un destino, sono stretti da una necessità che tuttavia rimane estranea, nel suo fondo, al protagonista di questa singolare cronaca narrativa.
Nella fiera delle premiazioni e dei riconoscimenti pubblici, nelle recensioni e segnalazioni mi sembra che, tutto sommato, «Registrazione di eventi», il romanzo di Roberto Roversi stampato da Rizzoli (secondo dell’autore: preceduto nel ’59 da «Caccia all’uomo» che ritrascriveva la diretta esperienza di guerra su un canovaccio o schermo storico: il brigantaggio politico borbonico contro i francesi in Calabria, all’inizio dell’ottocento), non abbia ricevuto il consenso che meritava. Una lettura (o rilettura) distesa, fuori della fretta giornalistica, dovrebbe permettere di sistemare al suo giusto posto il romanzo di Roversi che è, con tutta probabilità, il libro di autore italiano giovane (Roversi è nato a Bologna nel 1923, laureato in filosofia vi dirige una libreria antiquaria) più interessante di tutta la annata.
Già il titolo ha un suo preciso significato: i fatti, caotici e anonimi, vi sono divenuti eventi, cioè disegnano un destino, sono stretti da una necessità che tuttavia rimane estranea, nel suo fondo, al protagonista, Ettore, e al narratore. È vero che, come accade in tutto un certo filone di narrazioni moderne, il confine fra il personaggio e il narrante, anche quando, come qui, venga usata la terza persona, è labilissimo, anzi continuamente spostato (o ambiguo) per un effetto deliberato: ma in «Registrazione di eventi» direi proprio che esso rimane ancora percettibile e contribuisce a dare una particolare intonazione al romanzo: il narratore è l’ombra di Ettore, che si è caricata del suo stesso sforzo di vivere in qualche modo, ma cui è stato deferito in più il compito della registrazione della necessità, un compito che, per una particella infinitesimale, la distacca. Al limite, la vera identificazione Ettore-narrante avrebbe dovuto portare al silenzio e alla morte, non già perché Ettore non abbia coscienza di quanto accade intorno e soprattutto dentro di lui, ma perché in lui questo grumo non può arrivare all’espressione. È l’«altro Ettore» (È il fischio di Ettore che pensa a se stesso, parla a se stesso, confabula, vive con sé, confidente, figlio, padre a se stesso amorevolmente: in uno stato di soggezione, di crudeltà delirante, di severità opprimente, di condiscendenza, di ricatto sentimentale, di persecuzione e assoluzione…») a parlare, a fare romanzo, a registrare le linee di questo destino e, come figlio-padre, a distaccarsi inevitabilmente: alla fine, con tutta la sua pietà e impotenza, assomiglia al vecchio infermiere che assiste, senza poter far nulla, alla morte di Ettore in una autolettiga bloccata dal traffico dei gitanti domenicali.
Questo minimo (ma esistente) distacco fa sì che nella scrittura di «Registrazione di eventi» non si trovi nessun mimetismo linguistico, nessuna identificazione di un «tipo» o di un ambiente attraverso il linguaggio; al contrario direi che questo è, come scelta, tutto un linguaggio «alto», che non significa affatto aulico, ma che allude piuttosto a una qualità di tensione astratta. Certe insorgenze più risentite («omo», «ingrippo da titillare», «ismita», «sgrasié») hanno un semplice valore di spezzatura della tensione stessa; certe formule liricizzanti («la luce fatta impalpabile dalla tenerezza consumata del giorno ingrigiva alzando l’ombra dalle cantine delle case») rappresentano dei rischi-limite ma per lo più controllati.
Semmai la citata tensione astrattiva, che corre proprio sul filo del coltello, ha la sua controspinta salutare in un frantumarsi della frase ora ironico ora quasi folle, fino a una sorta di ecolalia terribilmente seria, dove il linguaggio tenta fisicamente di liberarsi dalla strozzatura feroce del reale: «Scavalchiamo la banca gentilissimo oh dottore, dottore dei miei stivali, macaronico, economista eccelso, conoscitor di scienze, addestratore di uomini, sapiente domenicale etc.»; «L’alba mezza smorta nell’aria, un’alba mezza smorta, sul fiume un’alba stesa nel suo letto defunta…». Inoltre mi pare si debba dare in questo senso (cioè nel senso della correzione dei pericoli di quel tono «alto») un rilievo alla disposizione tipografica della pagina, che a tratti passa da una prosa «ininterrotta», a una struttura a incastro, a una imitazione visiva (a un desiderio represso) di versificazione. Questa strutturazione della pagina non riporta tanto alla vieta immagine di una partitura, piuttosto a quella di una scheda perforata che situa anche spazialmente le sue registrazioni.
Effusione e repressione (controllo) in una continua, nuda coscienza di necessità, mi sembrano i termini in cui si muove questo bel libro di Roversi. Ma il termine più sopra indicato di «astrazione» non deve indurre in errore: quella necessità è concreta, circostanziata nei nostri anni, dunque una necessità storica, venuta fuori dalla guerra, dalla bomba di Hiroshima, dalla Resistenza tradita, dalle infinite speranze capovolte: non per nulla una chiave è Schumann, il tedesco già sconfitto e ora ricomparso o Gropius, l’unico superstite di una razzia nazista. Del resto intorno a Ettore si annoda una vicenda ben concreta, di interessi radicati nella realtà del «miracolo economico italiano»: le difficoltà in cui si trova il suo commercio, la fatica a vuoto per trovare un credito nelle banche, l’esosità serena e del tutto sorda della madre etc.
Appunto la prima parte del libro, con i tentativi tutti frustrati di salvarsi economicamente senza perdere di dignità, nello splendido squallore degli uffici bancari, dentro una città arrostita dall’estate, è eccellente proprio per la penetrazione e la puntualità raffigurativa di una realtà economico-sociale. Ma «il mio insuccesso non nasce dalle circostanze… Mi par d’intendere alle volte, come una estrema ragione, come la verità di un patimento storico (e non arrivato) che è la situazione del mondo che costringe al fallimento». Non c’è nessun salto astrattivo in questo ricollegare l’incidente singolo a una necessità dolorosa più vasta. Se si pensa che Roversi è stato, con Pasolini e Leonetti, l’animatore della rivista «Officina», si può capire come il mondo di cui qui restituisce la paurosa strozzatura sia il mondo, ben preciso, che ha a che fare con noi ora.
Ettore muore in un incidente senza riuscire a estrarre la sua vita, diciamo: la vita, dal nodo che la contraffà: e proprio il blocco finale di pagine è forse il meno felice, abbandonato a una rievocazione più facile, ai pericoli del «tono», che erano stati meglio controllati prima. Ma malgrado questa riserva, che si avanza proprio in vista della serietà globale del libro, «Registrazione di eventi» è un’opera sulla quale il critico o meglio: il lettore si sente spinto a impegnare tutto il proprio consenso.
ROBERTO ROVERSI. Registrazione di eventi. Rizzoli, Milano, pagg. 204, L. 2.000.
La Fiera letteraria, giovedì 31 dicembre 1964.
Prefazione a Il libro delle chiese abbandonate, di Tonino Guerra
Oggi ogni editore è portato a presentare un nuovo libro come un’opera più che importante, addirittura un capolavoro. Non c’è ordine nell’esaltazione; e il pubblico dei buoni lettori capita che sia frastornato, irritato o soltanto reso sospettoso dal proliferare di inviti che tendono con anticipo a sciogliere ogni dubbio, a suggerire ogni giudizio conclusivo.
Dentro a questo quadro generale come si può collocare questa opera di Guerra? Se è vero che riesce ormai difficile accompagnare con parole corrette anche i testi più solidi, convincenti; destinati a durare ben oltre lo spazio di una mezza stagione di premi.
Subito, si può dire, come la conferma di una rinnovata sorpresa della fantasia e di una solidità di scrittura che resiste alle offese della terribile omologazione in atto, lievitando con morbida perizia e intransigenza di scelte dentro agli umori di una storia diretta che non si consuma; dentro al fiato miracoloso della vita che viene disposta sempre in un rapporto con le cose e le persone senza perdere neanche un dettaglio – scivolando quasi fiume silenzioso, implacabile sui fogli che si vanno riempiendo.
Le chiese abbandonate non sono cattedrali spente in un deserto né umide pietre sparse dagli inverni; neanche luoghi di un desolato mormorio della memoria – contrassegni di una devozione ormai consumata. Ma risaltano, ad apertura di pagina, come luoghi ancora vivi di verità e di attese sopravvissute ad ogni vicenda di fame e di guerra. Sul serio, anche se disadorne, ancora luoghi di riparo, di drammatico conforto. Navi di pietra che il mare del tempo è riuscito ad offendere ma mai ad affondare nonostante le tempeste.
Così resistono ad ogni massacro e sono centro di nuove vicende, straordinarie, nelle quali è sempre protagonista la gente, sia di Romagna che di fuorivia, unita a calcare con piedi giusti l’erba del mondo.
Tonino Guerra è ancora un vero cantore di popolo, non lasciando nessuno fuori dalle sue storie senza età eppure così vicine alla vita da darci l’emozione di essere raccontate dentro a un futuro che non ha più paura del passato (non, come oggi spesso accade, dentro a un presente inquieto e timoroso del futuro).
Proseguimento di un lungo appassionante volo della fantasia mai stanca di portare luci e ombre in giro per l’universo dei lettori.
Realistico plauso per il maestro Carlo Bagnoli
Realistico plauso per il maestro Carlo Bagnoli
che in terra messicana, con arte verace,
onora se stesso, e l’arte sua, e la patria
Si sbiancano le crode, qua da noi, dopo
l’urlo dell’estate in cui la storia s’è dolcemente impigrita,
e tace – così sommesso è il suo palpito,
l’angoscia della vita – la conturbata vita dell’arte.
Altrove, sciogliendo in un miracoloso impeto
gli oscuri, labili simboli musicali, e fermo
in se stesso –
è l’appariscente e totale,
il mago che non si torce,
il silenzioso artefice che non s’affanna ma morde,
il liberatore della voragine, suscitatore di fuoco,
l’assoluto il libero l’incontaminato –
è l’artista.
Lo riconosciamo nella sua povera solitudine e nella sua superbia
che non si spezza
diritto, intrepido nei marosi, navigatore.
Poi a noi spettatori con il gesto di
chi dona sapendo, riverso su noi con il cuore
dentro al suo cuore
e i fulmini dell’acuminato intelletto
a noi nella nostra povertà, oh! egli dice a noi
con un sol gesto
la precarietà della vita,
la forza necessaria a redimerci,
la dura passione che occorre a sopravvivere.
Che altro non è l’arte che questo discorso in chiarezza,
questo lento procedere fra i fuochi,
questo spietato sillabare di chiuse cifre che crescono
perché l’uomo sia più vero.
(21 settembre 1964, foglio stampato in 5 esemplari)
Una storia di fatiche per sopravvivere
C’è un modo e un modo di parlare, o di scrivere, di ogni regione italiana; e dunque è naturale che c’è modo e modo di parlare e di scrivere di una regione come l’Emilia – e la Romagna, che le è strettamente legata: «L’Emilia è una dal Po a Cattolica, dall’Adriatico all’Appennino: in essa, dentro essa, si distingue per propri peculiari caratteri storici, etnici, ambientali, più nettamente delle altre, una parte che si chiama ed è la Romagna» (ha scritto, con esattezza, il geografo Umberto Toschi nel 1961). Voglio dire che ci si può accontentare a descriverla per quello che è soltanto in superficie, e come è illustrata, o quasi sempre illustrata, in tutte le belle tavole alla Beltrame (o nelle pubblicazioni ufficiali): con i colori lucidi verdi della pianura tagliata diritta dal filo rosso della strada romana, con i colori ocra delle propaggini d’Appennino che via via si inerpica fino a diventare montagna, con i colori lucidi azzurri del mare Adriatico che si perde a distesa; oppure, voglio dire che ci si può accontentare a spenderci sopra un bel po’ di buona malinconia di una descrizione a fil di penna, ricordando o riinventando in un giuoco fantastico dei sentimenti le profonde nebbie autunnali, i grandi freddi e le superbe gelate che strinano le cose (tali e quali sono descritte, fin dai tempi antichi, in un modo inimitabile, dal cronista medievale : «E quell’inverno ci fu molta neve e un freddo assai crudo: le vigne andarono distrutte e gelarono le acque del Po e su di esso le donne facevan danze e i cavalieri correvano in loro torneamenti. Ma anco i villani passavano Po con carri, birocci e tregge»). Ma questa «Lombardia di qua dal Po», come la chiamava nel 1550 Leandro Alberti nella sua Descrittione di tutta Italia, a considerarla dal di dentro e sfuggendo se è possibile al semplicismo della retorica tradizionale, ha poche ragioni, o nessuna ragione, per offrire di sé una immagine di lieta oleografia, come si è detto; o una immagine soltanto lirica; poiché ha una storia dura che lega il passato al presente, una storia dura davvero, spesse volte tremenda («E volentieri vedeva l’uomo in quel tempo andar per strada un altro uomo, come vedrebbe volentera il diavolo»; «e un deserto era diventata la terra: non c’era uno che coltivasse i campi, uno che passasse per strada») e altrettante volte gloriosa (…Scrivo ai fratelli Cervi, / non alle sette stelle dell’Orsa: ai sette emiliani / dei campi. Avevano nel cuore pochi libri, / morirono tirando dardi d’amore nel silenzio. / Non sapevano soldati, filosofi, poeti / di questo umanesimo di razza contadina. / L’amore, la morte, in una fossa di nebbia appena fonda, / Ogni terra vorrebbe i vostri nomi…); e questa storia ha segnato le vicende della regione e ha irrobustito la grinta della gente. Talché sono tutti, per un verso, uomini e donne indomiti.
Varie ondate etniche, nel corso dei secoli lontanissimi, sopravvennero e lasciarono tracce: dal nord-ovest Galli e Liguri, dal sud-ovest gli Etruschi, dal nord-est i Veneti; poi Italici, Romani, Germanici (Ostrogoti e Longobardi), Romani d’oriente, cioè greci o ellenizzati; e già sotto i Romani si stabilì una struttura amministrativa e di limiti geografici in qualche modo corrispondente all’odierna, con il nome prima di «Gallia Togata» (Togata enim incipit a Rubicone flumine et Placentiae terminatur), poi di «VIII Regio» al tempo di Augusto, infine di «Aemilia» nel I° secolo d.C. In tempi più moderni fu Repubblica Cispadana (dal settembre del 1796 al giugno del 1797), quindi incorporata nella Cisalpina prima, nel regno d’Italia (napoleonico) poi. Il nome di Emilia, unico per tutta la regione, fu richiamato da Luigi Carlo Farini quando, dopo Villafranca, assunse nel novembre del 1859 il titolo di «Dittatore delle Province dell’Emilia», e in tale veste preparò il plebiscito per l’annessione al Piemonte. Il duplice nome di Emilia-Romagna, nel senso sopraindicato di «Emilia compresa la Romagna», fu infine riproposto nella Carta costituzionale della Repubblica il 27 dicembre del 1947.
L’Emilia è dunque un bellissimo triangolo (in un certo senso), abbastanza snello e ben tracciato in tutti i suoi rilievi, col segno grosso e viola del Po che corre (scorre) da Piacenza a Goro e con l’Appennino all’opposto che cresce fino alle sue punte del Cimone e di monte Cusma (ha scritto Silvio D’Arzo: «Là al fondo le gole avevano il colore della ruggine vecchia e l’aria dava già nel celeste; e chi non sapeva che più in là c’era Bobbio poteva anche pensare di trovarsi ai confini del mondo»). Ma disposta in parte nella strozzatura d’Italia, dopo il grande fiato della pianura padana, che l’ingloba, è anche un passaggio obbligato, sia per chi scende a godersi gli aranci del sud («Son salito sulla torre a consolarmi all’aria aperta. Veduta splendida! A nord si scorgono i colli di Padova, quindi le Alpi svizzere, tirolesi e friulane, tutta la catena settentrionale ancora nella nebbia», J. Wolfang Goethe), sia per chi sale con la sua valigia in mano a cercare lontano una qualche aspra fortuna; ma anche, e soprattutto, nei secoli fu passaggio per truppe ed eserciti e luogo di scontri, d’assedi e battaglie («Ed io ho dimorato cinque anni a Faenza e cinque a Imola e cinque a Ravenna; e in altri conventi della Romagna, vari anni: e un anno a Bagnacavallo e un altro anno nel monastero di Monte del Re. E ’sta maledizione delle guerre invase l’intera Romagna, dilagando da ogni parte e guastandola, nel tempo che io ero là». È il grande Salimbene de Adam, lo storico del Duecento, un’aquila emiliana, che così racconta gli anni della sua vita in quella Cronaca che ognuno dovrebbe conoscere; e par di leggere un resoconto appena di ieri: «E c’era una violenta e feroce guerra in quei tempi, la quale durò molti anni; né potevano gli uomini arare né seminare né mietere né tirar viti né vindemiare né abitar nelle ville»; e più avanti: «Nessuno potrebbe credere, se non avesse veduto come ho visto io, gli orrori che si compivano in quel tempo, tanto dagli uomini che dalle bestie di ogni specie»). Cronaca di ieri, dicevo, se soltanto pensiamo, riflettendo sui dati, che l’Emilia è stata la regione italiana più devastata dall’ultima guerra, dallo scontro lungamente contrastato sul crinale appenninico fra tedeschi invasori e americani avanzanti mentre la guerriglia partigiana si conduceva con il più consapevole coraggio, giorno per giorno, notte dietro notte, per mesi interminabili, vicino e dietro il fronte. Bastino, per il ricordo, i nomi di Marzabotto e Corbari; di un paese e di un uomo. Un paese massacrato e un uomo fra tanti, che è diventato leggenda; ed ora in Romagna per affermare un qualche episodio o fatto di coraggio (straordinario) si dice «come al tempo di Corbari».
Mi accorgo ancora una volta che parlando o scrivendo, sia pure in modo chiaro e piano, della mia terra, è impossibile sfuggire alla semplicità e in qualche modo all’esattezza delle cose da dire; e come sia impossibile scivolare nella tenerezza equivoca, e un poco untuosa, e in una forma di nebuloso lirismo; perché tutto ciò che si vede o si tocca, o tutto ciò che si ricorda, ed è storia, è di un realismo crudo, severo. E questo, e basta. Anche se si ripropongono alla mente i nomi di grandi personaggi, o di personaggi illustri per merito, ci si accorge che furono tutti attenti ai fatti e alle cose, pratici e precisi in una loro intelligenza acuta o straordinaria: Irnerio, il più grande fra i glossatori (cioè fra gli annotatori del Corpus Juris di Giustiniano); Accursio, adunatore della Glossa Magna; l’uno, che avviò la scuola di diritto bolognese e l’altro che raccolse sistematicamente la produzione della scuola stessa; il gruppo dei glossatori che illustrarono la fama dello studio bolognese per l’Europa; i dottori della scuola di arti liberali fra cui primeggiò Guido Guinizelli; e Rolandino Passeggeri autore della grande Somma di Arte Notaria; e, fra maestri e allievi nel corso dei secoli, Dante, Petrarca, Pico della Mirandola, Copernico, Marcello Malpighi, L.F. Marsili, A.M. Valsalva, G.B. Morgagni, Luigi Galvani. Insomma, se già in Marziale, come è sempre ricordato, Bologna (cioè Bononia) è chiamata culta, è pur giusto ricordare che tutta l’Emilia sviluppò una cultura attiva e provocatoria nel corso dei secoli, soprattutto attraverso le sue antiche università di Bologna, Ferrara, Modena, Parma; e che la regione si illustrò con la fama e il sapere di uomini straordinari (basta ricordare, in questo secolo, Marconi), per lo più dedicati alle scienze, a studi precisi, o a precisi impegni sociali; in quanto la natura degli emiliani è attestata su un realismo talvolta rabbioso e talvolta puntiglioso ma abbastanza scettico sempre; realismo che può diventare spesso, nelle occasioni, uno sgomento, un sospetto di ciò che può sembrare, o è, equivoco o poco certo – insomma misterioso (anche solo per un momento). È infatti caratterizzante, nell’uomo di queste parti, a mio parere, la mancanza di debolezze sentimentali; e per la fantasia, se qualche volta cede o si concede a un tale richiamo, tale atto è compiuto in una forma cauta, abbastanza dubbiosa; ed è piuttosto una perplessità curiosa, come vorrei chiamarla, che un abbandono o una eccitazione (per ricordare un proverbio romagnolo: «Uns’ pò dì d’iqué a n’passarò»; non si può dire che di qui non passerò mai. E Bertoldo, al re che l’interroga su «qual è la più gran pazzia dell’uomo», risponde «il reputarsi savio»). La curiosità è nel conoscere le cose, nel saperle e disporle; nel realizzarle in pratica, più per tutti che per sé. Perché l’emiliano è, soprattutto, un uomo politico; cioè un uomo che fa politica; che partecipa alle vicende pubbliche, provocatorio, implacabile, talvolta impaziente. Ma anche ostinato, duro a perseguire e pronto alla difesa. Di memoria pronta a ricordare; e pronto a pagare di persona. La sua storia, come abbiamo appena visto nei rapidi stralci delle cronache, è fin dai tempi antichi una storia di sofferenza per vivere, di fatica (di fatiche) per sopravvivere; ma non è soltanto una storia di tempi antichi; è anche una storia recente – come ben sapeva, o meglio, sentiva, quell’ignoto di cento anni fa, durante i moti per il macinato, che scrisse, sulle mura non ancora devastate dalla speculazione post-unitaria, in gesso bianco, la celebre invettiva: Bologna Carogna. Perché la città non si muoveva; e i contadini, i contadini erano in armi.
Poesia Porta Pace
Eh, sì!
anche dal cielo
cadevano le bombe
mica fiori
colpivano gli alberi
gli uccelli sui rami i cuori
degli uomini soldati
talvolta anche le case
talvolta i bambini spaventati
in alto i piloti
mentre si accendono i fuochi
se li indicano con un dito
sorridono sulla via del ritorno
per l’ordine eseguito
Cartolina Poesia Porta Pace per L’Alfabeto di Atlantide, 2003


