Postfazione

 Ugolini scrive con gli occhi prima che con la penna. Depone nelle parole le cose, le voci, i suoni, l’ombra dei corpi con la stessa partecipata attenzione e con la stessa forte ma delicata premura di un pittore che cali il pennello sulla tela, anche solo per sfiorarla.

Gli oggetti, le cose, le voci, i suoni, l’ombra dei corpi e anche gli stessi corpi delle persone che si muovono per entrare in scena o stanno già in scena o emergono dalla nebbia dell’indistinto per entrarci, Ugolini li ha cercati, li ha radunati, e li precisa come un acquafortista che non può né deve sbagliare una linea; e li accoglie nel loro ordine, o naturale o disposto, dopo averli liberati dalla polvere con un battito di ciglia, quindi con una leggerezza d’emozione che riesce a sorprendere.

Preserva tutto, non lascia niente andare perduto. Gli basta un’occhiata per vedere bene e capire e partecipare; e anche per soffrire nel vedere e nel partecipare. Ugolini vede gli altri, parla degli altri ma è come si scrivesse sul cuore. Gli basta poco per capire e fare sapere al lettore quello che c’è lì, nel mondo del suo racconto, in quel momento; quello che conta veramente in quel momento dentro al respiro profondo del suo racconto, o del mondo. È come trascegliesse e disponesse le cose, oggetti persone per una scena teatrale di forte impatto emozionale; e li disponesse secondo la luce di una ragione controllata, che non transige.

Così i suoi personaggi sono contrapposti sempre drammaticamente. Gli uomini, avvolti e coinvolti da continui mormorii della memoria (una foresta scossa dal vento) fanno, se vecchi, conti ravvicinati con la morte; o con la vita (ma sempre con la stessa drammatica pazienza) se giovani. Le donne si espongono con una vitalità che è, come dire?, modernissima; con una insistenza sempre partecipante e disinteressata, pronte a dare più che a ricevere. Apro­no e seguono il racconto quasi camminassero sull’acqua, da mare a mare.

I vecchi, ripeto, fanno i conti con la morte (fuggente e ritornante) e non aspettano più la vita; i giovani fanno i conti con la vita e non aspettano ancora la morte, anche se cominciano a essere coperti dalle ombre delle prime delusioni.

C’è dunque una costante progressione narrativa e c’è una perspicacia introspettiva e riflessiva non comune (così a me pare) in queste pagine; nel progresso del racconto e nelle conclusioni collegate e, alla fine, assemblate. Tanto da mantenere attento il lettore con la buona disposizione della scrittura e da portarlo attraverso il testo verso la conclusione senza l’impervio intralcio di approssimazioni.

Se si potesse, per esempio, fare un rimando esplicativo/letterario per la collocazione di questo breve romanzo nel nostro panorama, non dubiterei di indicare Casa d’altri di D’Arzo come un faro illuminante – magari anche se indiretto.

L’atmosfera, la preparazione e poi la collegata stringatezza dell’azione narrativa, la collocazione dei personaggi dentro la natura circostante che è data sempre in una continua e sovrapposta mutazione; l’indecifrabile, dunque, alternanza delle stagioni entro cui le azioni si sconvolgono; l’avventura dei sentimenti alla ricerca di risposte essenziali; l’incombere delle piccole tragedie quotidiane che si avvicinano quasi mormorando, quasi senza dramma – come una realtà, anzi come una verità annunciata e aspettata; i due personaggi centrali (il vecchio Giustiniano e la giovane Maria); tutti questi tasselli concatenati servono a un risultato che suscita interesse e consenso veri.

Roberto Roversi

 

 

 

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Letto 2928 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Marzo 2013 11:12