Postfazione

Subito: sono un intruso. Ma poiché ho letto con prolungata attenzione, posso intanto, e almeno, cogliere – chiudendo le pagine di questo libro che per me ha un fascino sottile prolungato e stimolante – uno spunto molto personale che mi rimanda sul mare della memoria; mentre il contesto è ben denso di più fondi suggerimenti e tante indicazioni, con cui confrontarsi in dettaglio.

E allora dirò che le mie conoscenze, le mie letture calviniane nello specifico risalgono a tanti anni fa quando, in una fine di dicembre, dopo aver letto il Grisar arrivai, quasi per una spinta direttamente collegata, a Carew Hunt, che mi suscitò grande interesse e mi addusse vari problemi, intruppato com’ero per mie dirette curiosità fra eretici ed eresie, muovendo dal tempestoso Medioevo. Uscito allora nell’autorevole collezione storica laterziana, oggi non so proprio come sia considerato. Se con un rispetto attivo ancora dovuto, oppure come un’opera rispettosamente datata.

Riprendendola in mano, vedo i miei segni (leggeri) di allora al margine delle pagine (segnetti non deturpanti, cautelosi, solo memorizzanti). E infatti, ecco, per me, subito si rimettono in moto. In calce a pagina 106, la brevissima nota che riferisce l’affermazione di Renan su Calvino: un uomo tutto di un pezzo. Questa mi produsse, giovanissimo, una piccola folgorazione e l’assunsi subito, per poi mantenerla, come un prezioso giudizio di valutazione generalizzato. E Calvino, per questo e con altro poco che segue, entrò nel mio piccolo sacrario privato, fra gli uomini esemplari da seguire, senza debordare ma con una rovente fiducia. Uomini “buoni” (come il sapore delle idee proposte che servono; “giusti” (per il disinteresse pratico delle e nelle azioni; “liberi” (per l’intransigenza nelle idee conquistate dopo lungo prolungato faticoso assedio.

Vorrei dire, con un filo rosso cavato fuori dal fondo dei pensieri, che una impressione altrettanto forte, e un po’ nella stessa direzione di una commossa rilevanza intellettuale, l’ebbi sempre in quegli anni, come un fiato provocatorio ed esaltante dal bronzo (che sembrerebbe quasi sempre costringere le figure in una immobilità perniciosa e tetra), incontrandomi in diretta con il monumento (il grande glorioso monumento) di Goethe e Schiller davanti al teatro di Weimar. Il Teatro nazionale. Schiller, con quel rotolo di carta scritta in mano, sembra sia sul punto di distribuire nel vento, perché le porti lontano, la tavola delle leggi. Una nuova tavola delle leggi. O di una verità che splende.

Ecco, voglio dire, cerco di dire, che da entrambe le direzioni, a me che ero in attesa di voci che parlassero corredando il detto con l’esempio, sentivo arrivare soffi di un vento di forte misura, che mi aiutava a soffiar via, implacabile, le prime nebbie dell’incertezza, dell’inquietudine, della solitudine, della solare ignoranza che aspettava le ombre divine. Quelle che stravolgono i giovani. Ecco perché, senza essere stimolato particolarmente da interessi di religiosità approfondita, dopo la lettura del volume del Grisar e quella dell’opera dello Hunt, mi rimase conficcato il chiodo calviniano.

Lutero mi induceva a confrontarmi con problematiche di spessa densità religiosa; mentre Calvino riusciva a trascinarmi, con una certa violenza che era misteriosamente profonda e leggera, e che a un certo momento diventa inevitabile, a confrontarmi con problematiche dell’uomo (e non dell’uomo sull’uomo), degli uomini (e non degli uomini sugli uomini) entro le quali, o confrontate con esse, quelle religiose mi sembravano per tanti versi di alto spessore ma non determinanti. Non determinanti per tutti, almeno. Né per me, intanto.

Da quelle prime letture giovanili, e dalle tante altre assemblate saltuariamente nel corso degli anni, ricavai e poi ho sempre ricavato quasi la fisica sensazione di aggirarmi fra un gran fermento di sette, allargate o ristrette, ferocemente o almeno violentemente disputanti, e un grande avvampare di roghi, e un gran girare, girovagare di lettere di denuncia. Non lettere anonime ma con nome e cognome, da singoli contendenti a principi, a potenti, a giudici, a ecclesiastici. Lutero scrive lettere e lettere ad Anversa contro la setta di Pruystinck, che finirà bruciato a fuoco lento; quasi in pari data Calvino denuncia Quintin il sarto e la sua setta, e anche costui finirà al rogo; così anche il monaco Martino di Magonza è bruciato come eretico impenitente. Si costituivano sette quasi come oggi si formano piccole o grandi società commerciali; nelle quali la sottomissione al capo era un impegno giurato; ma tale sottomissione disponeva l’“adepto in una situazione di privilegio di fronte al comune mortale al quale non si dava alcun peso, non più che a un cavallo”.

Certo, anche Calvino pone la sovranità, direi l’autorità di Dio sopra tutti (sopra tutto), e quindi dispone la cognizione dell’uomo come di un peccatore perennemente da restaurare; ma c’è, nella sua semplice rigorosa freddezza, che pare inesorabile, una umiltà totale, che tende ad abbracciare, o anche annullare, tutti noi. Ci induce a una pietà privata senza cavilli e in un mondo come il nostro, così poco parsimonioso, ci sollecita a rientrare nei limiti morali e pratici di una severità convinta; direi quasi, insonne.

L’utilità, direi anche la funzione di opere come questa, che Monda ci presenta, è anche quella di consentire ai camminatori solitari che leggono, di percepire frammenti sparsi di verità come continuo alimento di vita.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: I travagli dell’imperfezione. Impegno etico-spirituale in Giovanni Calvino, di Davide Monda
  • Editore: Pendragon
  • Anno di pubblicazione: 2001
Letto 3057 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Marzo 2013 11:12
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