Un passo avanti e uno indietro
Credo che il racconto di Sciascia segni un momento specifico, tipico, nella vicenda dello scrittore – e su questo converrà fermarsi; credo anche che raccolga in una sventagliata piuttosto rapida e abbastanza secca, ma variamente colorata e codificata, un gruppetto di problemi, alcuni dei quali di fondo, che suggeriscono o possono suggerire tutta una serie di utili riflessioni. Il momento specifico (e tipico, come ho detto) nella vicenda dello scrittore è biforcabile in due elementi, in due direzioni: a) rinuncia alla sicilianità esplicita come back-ground folkloristico-decorativo del racconto, a parte alcuni particolari che sono tuttavia riducibili a tocchi e ritocchi marginali; b) impatto dell’esprit de finesse con un pessimismo sostanziale sempre presente anche nelle opere precedenti ma in una prospettiva un po’ defilata seppure già abbastanza definita; pessimismo tuttavia mai prima d’ora reso così esplicito, quasi con violenza, e mai prima d’ora dichiarato in modo così fermo e argomentato, perfino in versi. Tenendo conto, o meglio, tenendo fermi i due punti indicati, si può anticipare intanto che il libro di Sciascia può essere inteso come una novità nella storia personale dell’autore e certamente come un progresso e un atto di meditato autoriscontro culturale rispetto alla situazione di stallo, sia pure fortunatissimo, rappresentata dai libri precedenti, circoscritti dentro una geografia definita e caratterizzante. Alle volte fin troppo definita e fin troppo caratterizzante. Sicilia e mafia come Spagna e toreri, tanto per dare una rapida indicazione e fare una insinuazione altrettanto rapida; Sicilia e mafia, o quel tanto di Sicilia e quel tanto di mafia voluti, essendo le travi portanti di racconti in cui i personaggi si disponevano dentro circoli precisi (i vivi e i morti), al modo che si collocano entro i cerchietti prestabiliti sul terreno gli intervistati negli studi tivù. Coppole e scoppole, finestre socchiuse, un mondo epico e tragico antichissimo e nello stesso tempo aggiornato anche se stazzonato dal gran fuoco delle trazzere; spiare; fichidindia; insomma i supporti del giuoco dialettale che raccoglieva e conteneva i personaggi canonici di una commedia dell’arte di presa rapida, traducibilissima e anche pronta per essere subito filmata. Di conseguenza la scelta odierna mi sembra una scelta meditata, all’interno del mondo registrato dall’autore, quindi responsabile e in un certo modo criticamente provocante. Anche il paesaggio si è sgranato e le definizioni degli oggetti risultano più sfuggenti o struggenti, intorno ai protagonisti si agita una ventosità da cavalli da corsa seguiti col teleobiettivo, la quale fa muovere i vestiti come fossero bandiere o quasi che l’aria che si solleva dal corpo li sollecitasse, sicché le persone sembrano trascinate o, alle volte, sospese; le distanze si sovrappongono non si accomunano; gli spazi appaiono dilatati ma non deprimenti, in quanto non sono che distanze da punto a punto (da città a città) e non natura percorsa goduta e ferita; oppure, se appare una natura circoscritta e “raccontata” essa non sovrasta, cioè non incombe, si compone di alcuni elementi e basta ed è illustrata da una aggettivazione di trasandata ovvietà: “spiaggia stupenda”, “dolcissima sera di maggio”, “alti alberi” ecc.; il rapporto fra i luoghi abitati non è più mediato dalla campagna e dalla sua solitudine ma dal segno bianco e asciutto di una strada da scorrimento veloce (tramite più o meno alienante, secondo i casi, ma che non promette più né consente deambulazioni); i luoghi si slavano, defoliandosi dalle connotazioni iconografiche e uniformandosi, nello sviluppo dentro al sistema, al cliché del consumismo speculativo (grandi magazzini, ingorghi stradali ecc.; “era l’ora che il traffico stringeva la città in un feroce groviglio”). Così la Sicilia di questo Sciascia, cioè di questo racconto di Sciascia, a me sembra una Sicilia “altra” e non direi, come invece l’autore avverte in nota forse per uno scrupolo residuo, che potrebbe essere anche la Sicilia; semmai una Sicilia è (o può essere) è una Sicilia come dicevo contrastante la norma del codice abitudinario (che ha finito per trasformare in apologhi “neri” e in aneddoti tutte le sue tragedie); una Sicilia trovata,vale a dire ri-scoperta, con l’aggiunta di nuove tensioni della memoria; in un certo senso una Sicilia inventata; non più la Sicilia peccato, la Sicilia leggenda, la Sicilia tributo. Basterebbe questa intuizione, o questa nuova disposizione, a stabilire il peso dell’operazione tentata con questo racconto da Sciascia anche contro se stesso e il conseguente habitat. Ma se non c’è più, almeno con quel tale rilievo pregiudiziale, quella Sicilia, non voglio poi sostenere che il paese abbia perso ogni rilievo e che l’uniformità greve a livello consumistico e di sviluppo capitalistico proponga (e dipinga) un luogo asettico, tecnologizzato in superficie, dove tutto può accadere: un paese stadio, una cinecittà, un paese-Melano, un paese-dormitorio, un paese-petrolio; luogo di comodo comunque deputato alla scenografia capitalistico-migratoria. Non si passa a una astrattezza simbolica sostitutiva ma a una schematicità che salva e conserva l’essenziale; una essenzialità entro cui si organizza prima, poi si svolge il disegno argomentativo. Perché questo è il punto, che deve essere raggiunto: Sciascia ha una sua tesi da proporre, una confessione mediata da registrare, mescolando il thrilling al Cahier de doléances;o più esattamente, utilizzando il thrilling per sottoporre l’elenco dei propri possibili reclami – al modo di un Courier mai soldato, dunque con meno memorie addosso e con meno rancori ma certo con molti più sgomenti essendo meno vecchio (poiché dentro a questo suo racconto, inzeppata, suona continuamente al vertice una irrequietezza della ragione che produce dissonanze violente, stridori, barlumi di discorsi, intuizioni ecc.).
Dunque il passaggio dalla lupara al revolver (rivoltella, pistola beretta calibro x o altro) si accompagna a un contemporaneo passaggio dalla campagna alla città – un passaggio, conseguente, dalla oppressione alla pressione programmata e più subdola; l’obiettivo si sposta a seguire il o un bersaglio in continuo movimento e mescolato fra la gente, come un uccello in branco e non isolato su un ramo: “in un grande magazzino… o dove le tante porte, gli ascensori, le scale mobili e soprattutto la folla consentiva di confondere ecc.”; un certo affanno nei movimenti dei personaggi presuppone la precisa angustia dell’autore che si accorge di non essere più in sintonia col solito paesaggio, non più servito dall’iconografia tradizionale all’interno della quale si sentiva protetto o magari sicuro. Ci accorgiamo di una inquietudine ambigua e un po’ incerta che connota il discorso (l’ho appena sopra accennato); ci accorgiamo di sbalzi d’umore – un borbottio da cane sdraiato accanto al fuoco, quando sente rumori lontani o un passo lontano.
Tale atteggiamento, o questa disposizione, connota il pessimismo in senso classico: abbastanza feroce con il nuovo da sperimentare, sulla base di precedenti delusioni. Tuttavia questi sbalzi d’umore, frequenti, abbastanza rilevanti e alle volte veramente irritanti (ricordo come è trattato, con trasandatezza isterica, un personaggio qual è il Pontormo, di una stravolgente drammaticità oltre che di travolgente grandezza, chiuso nelle sue ire e nei suoi silenzi, stilita di grande ingegno dentro al verde profondo degli orti fiorentini; ancora: come è liquidato il romanzo manzoniano, con l’abulia uterina di un ricordo liceale, fra il lusco e il brusco, in modo definitivo; senza neppure far presumere o presumere sia pure stridendo che quella “noiosità” è una delle poche isolate, nel gran mare dei fogli a stampa, che aiuti in tutti i modi, profondamente bruciando, gli uomini a invecchiare e a morire); questi sbalzi d’umore, dicevo, non li prenderei troppo per buoni; o per sostanza vera del discorso. Un umore, così come una rabbia, può essere destinato a scomparire o a essere riassorbito. Riferendomi al punto b indicato all’inizio, voglio dire che l’esprit de finesse è anch’esso un moralismo condizionato o contrabbandato dalla verve; e che il pessimismo, si può magari affermarlo con la pezza d’appoggio di riferimenti celebri, chiede la volontà o semmai la possibilità di sorridere “duro” piuttosto che quella di indignarsi “teneramente”. In altre parole esprit de finesse e pessimismo sono due mimesi di uno stato d’animo che presuppone l’ironia, non già la rabbia, come componente sostanziale. Sono anche disposto a riconoscere che il pessimismo, più della tranquillità che si affida al luogo comune dell’idea, o più dell’ottimismo generico o generalizzante che si accende e si spegne come un’insegna luminosa, ha un occhio nel futuro e una memoria infallibile e può alle volte prevenire certe domande del tempo; può anticiparle, se accompagnato dal giusto comportamento dell’esprit che è dopotutto, forse, una concessione voluta alle ragioni dell’avversario; una disponibilità. Circoscritto così il quadro, sia pure per semplici accenni, vorrei dire che Il contesto affronta un grosso problema disponendosi in un modo nuovo – o affatto provinciale; e che in questo impegno le connotazioni d’umore marginali, i semplici clic sentimentali ovvi, scadono a puri referti e vengono riassorbiti alla fine. Il problema di fondo è il potere;direi meglio: non più soltanto il potere ma l’autoritarismo del potere e non l’astratto autoritarismo identificato e raccontato anche dalla pubblicistica ufficiale, ma l’autoritarismo bieco e quindi più tragico, angoscioso a livello patologico, continuamente premente in quanto, appunto, alla superficie accattivante sorridente mellifluo ubiquo anche se onnipotente e onnivoro. Non più il potere, e l’autoritarismo che ne promana, identificato,contrassegnato da tutti i suoi marchi d’infamia, ma il potere fantasma, il potere mimetico, sdoppiato, sul sorriso durbans, capace perfino di colpire se stesso e se stesso processare nella sua frenesia e nella sua fregola esibizionistica o nella continuità e razionalità delle sue regole; il potere dinamico; il potere spray, il potere sentimento, il potere amore, il potere finale della coppa del mondo, il potere calcio della domenica o gazzetta dello sport, il potere carosello e il potere Anastasi, il potere diaframma; dracula che solo a volte esibisce i suoi uncini di morte ma per lo più indossa e veste l’aspetto più quieto, più ufficiale, più burocraticamente innocuo; il potere patria, il potere mamma, il potere scuola, il potere bandiera, il potere altare della patria, il potere ah come respiro! Un potere che ha prolificato incestuosamente o ormai ha raggiunto con tutti i componenti della mirifica schiera o della laida tribù ogni pertugio, senza lasciare e senza concedere alcun vuoto, alcuno spazio libero o angolo occulto, goccia d’acqua o sorso d’aria che non siano preventivamente programmati e autorizzati.
È merito di Sciascia d’avere rappresentato questo con rigore e con una discrezione d’alta classe. Certo il problema, che è poi il problema di fondo di questo momento (di questi anni) coinvolge in modo critico anche l’autoritarismo burocratico dei partiti, l’autoritarismo filologicamente arretrato della dissidenza, l’autoritarismo dell’antiautoritarismo, più specioso e farneticante, in quanto più sfaccettato, dell’autoritarismo in atto. Il dettaglio, in fondo, finisce per contare poco. Naturalmente non posso omettere di registrare alcune stecche nel racconto, come in ogni repertorio di tenore per quanto celebre e applaudito: giovani dissidenti schematizzati superficialmente e con una certa volgarità ideologica; le insofferenze nei riguardi della o delle sinistre poco o male argomentate; e altre che ho già indicate. In margine è tuttavia giusto sgomberare il campo da un equivoco (forse): sperare nella rivoluzione (in altre parole, sperare che le cose mutino e debbano mutare, nella sostanza) non è proprio come sperare nella vita eterna (leggendo Pascal). Se un paradiso c’è ci vai, se non c’è ci resti semplicemente trombato; ma se la rivoluzione la speri e la vuoi e non puoi più sperarla e farla, non si resta in pace sull’inginocchiatoio a speculare le stelle ma si finisce in galera o su una sedia cogli elettrodi ai coglioni; bastonato, picchiato, inseguito, finito, defenestrato. Dico ciò alla fine di un breve discorso argomentato, come credo; ma sono convinto che Sciascia nonostante alcuni estri contrari non l’ha dimenticato; anche lui nelle conclusioni di questo bel racconto.
Giovane Critica, n. 29, 1971.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su riviste
- Testata: Giovane Critica
- Anno di pubblicazione: n. 29, 1971


