Per capire il nostro presente

Scrivevo sul precedente foglietto, a proposito della necessità, per capire il nostro presente, di ricordare un poco della nostra storia (recente) costellata di fatti drammatici e ormai disattesi; scrivevo, per cominciare, sull’8 settembre anno 1943; cercando di collegarmi, agli interventi di vario genere apparsi sulla stampa italiana al seguito delle dichiarazioni di Ciampi che ne aveva parlato come dell’inizio della liberazione d’Italia. L’8 settembre 1943, lo ricordo appena per i giovanissimi, è il giorno della resa sottoscritta dall’Italia con gli eserciti alleati già sbarcati in Sicilia e in procinto di risalire l’Italia combattendo contro l’esercito tedesco che l’aveva occupata.

L’aggettivo “vergognoso” non era addebitato in senso moralistico, sentimentale; ma realistico e pratico; nel senso di “criminale” mancanza di valutazione e previsione delle conseguenze sulla pelle della gente comune, di un intero popolo; sui soldati schierati in mezza Europa e abbandonati senza un ordine, senza un preavviso a inevitabili tragiche diaboliche rappresaglie. Ma oltre l’intero esercito; il popolo intero.

Il termine “vergognoso” infastidisce chi aveva allora e continua ad avere oggi la pancia piena; non chi aveva allora e continua ad avere oggi la pancia vuota. E voleva essere, nell’ambito dell’auspicata conoscenza di sé come aggregato sociale, solo una sferzata di terribile attualità. Infatti, sottostando a poteri verbosi retorici e improvvisati, subiamo spesso con fatalismo conseguenze indescrivibili nel senso del sacrificio e del dolore; da cui poi non ricaviamo gli aiuti per rinnovarci, corretti definitivamente dai precedenti errori, dalle precedenti nefandezze.

La nostra rassegnazione ai malanni subiti e patiti, è secolare ormai. Basti appena l’accenno che, dopo l’8 settembre, e con le vicende precedenti del 25 luglio (da corte a comunale cinquecentesca, con quel tanfo di torbido, fosco, improvvisato che sarebbe piaciuto a Stendhal), trascorso appena un anno e invitati a un referendum monarchia o repubblica, la metà degli italiani, senza traumi, ha rivotato per i Savoia. Rassegnati e ignari come sempre.

Tutto il secolo XVIII, per non rifarci più indietro, è stato per noi un passaggio da un padrone all’altro. Prima spagnoli, poi austriaci poi francesi; l’Ottocento, un condominio prevalente con i francesi; poi fine Ottocento e primo Novecento con Austria e Germania ma subito a inizio guerra trasferendoci con Francia e Inghilterra; infine seconda guerra mondiale con Germania hitleriana, per concludere l’itinerario con gli alleati angloamericani. Insomma un subire, un palleggiare un arrancare e mai una scelta decisa, voluta; ma quasi sempre subita, premuta, ostentata; da società timida e mascherata.

Ecco perché, a mio parere, il lavoro più urgente per capire qualcosa di noi stessi dovrebbe essere quello di un bagno totale; di una derattizzazione per vedere di preparare i conti con gli anni che verranno e per consegnare ai giovanissimi una società almeno senza più i pidocchi della smemoratezza, dell’oblio, dell’ignoranza. Ma nessuna istituzione aiuta veramente e con coscienza, così ciascuno deve fare sempre i conti con se stesso. Questo bagno, che mi permetto di definire necessario e urgente, dovrebbe intanto spazzare via dal nostro corpo sociale la patina di servilismo, in realtà poco fruttuosa, che a tutti i livelli ci ricopre e ci distingue; rendendoci rassegnati. Natale da nababbi esaltano, manovrando cifre e umori, i pubblici uffici istituzionali; e magari tanti si lusingano e godono. Ma in generale non è vero e noi restiamo vestiti come sempre, camicia con la cravatta però calzoni o sottana con le toppe e con i buchi; insomma, un davanti e un didietro che ci  impegna a nascondere sempre, con impudica esaltazione, le nostre vergogne. E con la retorica di Ciampi, anche le sue dichiarazioni servono a mettere una toppa, non lasciando spazio e voglia per considerazioni faticose anche dolorose ma alla fine necessarie. Siamo un cavallo con tre zampe sole, la quarta, necessaria per correre, ce la siamo venduta al mercato. Perché a incensarci senza approfondire siamo bravissimi; annegando in ogni occasione i nostri mali nella retorica, accontentandoci spesso di nuotare in una deprimente volgarità. Altrimenti, dopo centocinquant’anni, non saremmo ancora qui a discettare e a spaventarci con gli irrisolti terribili problemi del Meridione e delle Mafie.

Ma al diavolo! Dodicimila miliardi sono pronti per essere spesi per panettoni spumanti viaggi e altro. Speriamo in meglio il prossimo anno. A parte il biblico problema (incubo) dell’immigrazione. Per il quale serviranno assai poco gli onesti ma frettolosi tamponi da brava massaia della signora Turco.

In una Italia dove troppo si promette e niente si fa.

 

E, adesso, ci rivolgiamo a spettacoli recenti, tutti da sceneggiare.

A Genova, tempo fa (un anno, due anni?) al Congresso diessino, avviato nell’incertezza, fra i “distinguo”, i dissidi mal dissimulati, proprio l’ultimo giorno arriva D’Alema (da tempo defilato) e fa un discorso grande acuto lucido chiaro lungimirante, da vero statista che ha in mano frusta e in testa idee (l’esaltata aggettivazione è dei giornali e degli inviati speciali); tanto che i delegati balzano in piedi (prima erano seduti) con le lacrime agli occhi e applaudono applaudono si sbracciano si sbracciano e lo confermano, da ospite che era, padrone della sala, delle anime, dei pensieri; del partito. Erano convinti, credo, delegati e simpatizzanti, appena chiuse le porte della sala e tornati ognuno a bàita, che qualcosa almeno di meno eccitato isterico fumoso (e contorto) potesse rendersi presto visibile e comprensibile. Invece, varie settimane fa abbiamo letto sui giornali una intervista a D’Alema nella quale («non mi hanno neppure invitato») si lamentava, per una riunione importante dei vertici del partito, di essere snobbato e di sentirsi emarginato. Tanto che si era impegnato già da tempo – come ormai fanno tutti i politici un tempo di vertice ma che si sentono quasi fuori giuoco, esempio Gorbaciov – ad avviare una propria “Fondazione”, predisposta a sollecitare e a raccogliere qualche nuovo consenso e qualche contributo economico alla luce del sole. E invece, in questi giorni, capita una nuova assise diessina ed ecco i delegati, a un discorso di D’Alema appena ricuperato, balzare in piedi con gli occhi lucidi, spellarsi le mani, gridare come a un gol di Maradona; e i giornali riprendere la manfrina del discorso lucido esemplare chiaro fremente preciso, da capo carismatico. Mentre Veltroni, che ogni volta sembra sul punto di prevalere, è ribattuto in una zona d’ombra.

Dunque uno stillicidio di umori e di sostanza. Chi è che decide? Dove sta seduto il vero capo? Dove si sta andando? A chi credere, almeno per una stagione? Penso che il buon cittadino, perplesso e desideroso di chiarezza e almeno di alcune mezze verità, abbia sul momento deciso di non fidarsi di alcuno.

 

 

 

Il giuoco d’assalto (in cui due giuocatori debbono “mangiarsi” vicendevolmente), a cura di Salvatore Jemma e Roberto Roversi, n. 2, dicembre 2000.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su fogli volanti
  • Testata: Il giuoco d’assalto
  • Anno di pubblicazione: n. 2, dicembre 2000
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