Otto anni dopo. Rilettura degli «Scritti corsari»

 “Tutto si può collocare nel futuro,

anche la demenza umana”.

GADDUS, in una lettera del ’65

 

Premetto che la presente – anche se è una nota quasi privata – non è d’occasione. Non è una nota scritta soltanto per questa occasione, anche se l’occasione è gradita. È invece vero che da un po’ di tempo mi muovo, sia pure adagio, e senza altro scrupolo che non sia quello di una buona disposizione intellettuale e di una rinnovata curiosità delle idee, a rileggere e a ricontrollare l’uso ancora possibile e plausibile, l’utilizzazione diretta e attuale di un’opera pasoliniana dell’ultimo periodo, nei riguardi della quale, da quando era uscita (organicamente, e allora mi sembrò subito, non occasionalmente radunata da giornali sparsi) avevo motivato un deciso consenso. D’altra parte mi ero già proposto di proseguire la stessa operazione di scandaglio nei riguardi di altre quattro opere che ritengo essere fra le basi argomentative di questi nostri ultimi trent’anni. Mi riferisco a Dieci inverni di Fortini, aSocialismo e verità di Roberto Guiducci, aDiario in pubblico di Vittorini, a Una pietra sopra di Calvino. Ciascuna di queste aveva centrato, per me, uno spaccato del tempo ed era andata a inserirsi nel manipoletto di opere “particolari” che ho collocato nello scaffale preferenziale (con i libri di Mario Tronti, di Raniero Panzieri, di Asor Rosa, di Cacciari – sempre per il versante italiano. E tralascio i recentissimi, che sono ancora lì aperti sul tavolo).

Ho sentito il bisogno di compiere ciò, al fine di valutare bene (ripeto, per uso privato) in questo momento, se non dobbiamo ormai cominciare a ritenerle scaglie di marmo della storia (sia pure della nostra storia), da affidarsi quindi a una tiepida e incostante museografia oppure se queste opere durano ancora intrepide, sia pure impolverate dal tempo, quali frammenti vibranti e squillanti, anche nella durata, da cui attingere nuovi riferimenti e qualche proposito di comportamento – in questa epoca d’angoscia.

Ma intanto comincio da queste pagine di Pasolini. Che non sono molte (circa centocinquanta), dato che tralascio i “documenti e allegati”, anche contro l’invito dello stesso autore: il quale preavverte che l’occhio di chi legge deve (dovrebbe) correre dall’una all’altra “serie”, poiché – aggiunge – gli scritti della parte seconda e ultima sono integrativi, corroboranti, documentari. E infatti non mancano frammenti interessanti anche nelle pagine seguenti. Ma il mio progetto di lettura non si riferisce a untutto Pasolini, sia pure da riscontrare nei limiti di un’opera sola. Il mio fine è di utilizzare questo testo nel modo più diretto possibile, esercitandomi sopra perfino con alcune volute o necessarie scorrettezze. E poi il libro non l’ho avuto in regalo: sono quindi uno spettatore/lettore pagante: razza esemplarmente indiscreta, indisciplinata, poco prevedibile, mai del tutto controllabile.

E così, scrivendo e pensando fra me e me le riflessioni seguenti, non so né posso prevedere le conclusioni. Non so se ricalcherò la mia linea precedente, che porta difilato al campo del consenso motivato, oppure se potrò o dovrò scantonare scegliendo una strada più tormentata che, questa volta, utilmente mi contraddica. Il fatto è che in questo momento anch’io mi sento impaziente: e poi curioso: e con il bisogno di rassodare (se possibile) o di cambiare (se necessario) qualche mia prospettiva mentale istituzionalizzata – essendo che le idee, tutte insieme, si sono fatte molto pesanti da portare. E allora, a questo fine, rimetto gli occhi sugli Scritti corsari.

Pasolini stesso senza malizia, senza retorica, ma con uno di quei suoi scatti molto risentiti che a me pare tutt’ora molto generoso, ad apertura di libro dà il mandato a me lettore di “rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta”, dato che, a suo giudizio, sono io che devo “ricongiungere passi lontani che però si integrano” e organizzare “i momenti contraddittori ricercandone la sostanziale unitarietà” (e dico che non è un lavoro da poco nemmeno per lettore scaltrito) al fine di eliminare le eventuali incoerenze (ossia “le ricerche e le ipotesi abbandonate”) e sostituire “le ripetizioni con le eventuali varianti”, o altrimenti “accepire le ripetizioni come delle appassionate anafore”.

Ricordiamoci che gli scritti “corsari” furono stampati negli anni dal 1973 al 1975 per lo più su «Il Corriere della Sera»: poi raccolti in volume, sempre nel ’75. Perciò essi coprono la prima metà degli anni ’70, un periodo fra i più foschi e tuttavia fra i più dinamici di questo dopoguerra. Un periodo in cui fare politica non era uno dei modi ma ilsolomodo, per tanti, di rapportarsi alla vita. In quegli anni un dinamismo frastornante e disarmato nella sostanza (anche quando esibiva sanguinando i suoi strumenti di tortura e di guerra) trasformava ogni rapporto col reale per lo più in un vitalismo pragmatico da cui veniva sottratto ogni progetto di cauta riflessione o di contrapposizione organica.

Queste pagine di Pasolini, proponendosi invece un occhio-verità sugli accadimenti di ogni giorno (tutti, sempre, molto significativi) esigevano di essere lette e intese proprio come interventi legati direttamente alla realtà, senza nessuna intermediazione, se non quella specifica di un linguaggio fortemente emozionale. Insomma, come interventi politici. E allora: quale era lo specifico della politicità di Pasolini? Quale era, quale è ancora la qualità, la durata “politica” dei suoi scritti ecc., dai primi agli ultimi?

La domanda può essere intesa come generale e riferirsi al complesso della sua comunicazione: ma può essere inoltrata da un lettore anche con riferimento particolareggiato a una sola opera (non è un procedimento scorretto). Ed essere motivata, in profondo, dalla constatazione che nei suoi scritti (preciso ancora che nelle mie intenzioni e nei miei riferimenti mi limito ai saggetti d’argomento direttamente politico) c’è una particolare insistenza nell’aggrumare i dati e gli elementi del sociale per interferire non tanto in essi ma con essi, discutendoli e selezionandoli. Quindi anche in queste pagine di Pasolini la quantità di materiale “esterno” inglobato è notevole; alle volte addirittura sorprendente. Lui colloquia con tutti e sembra che sia presente a tutto, e abbia anche visto direttamente tutto. O quasi tutto.

Eppure non è stato, non è mai diventato unpamphlétaire. Un saggista politico non alla Ronchey ma alla Swift. Gli mancava un elemento determinante, l’ironia. La particolare stravolgente malizia che riesce a fare diventare foglia anche l’affusto di un cannone. O viceversa, naturalmente. E che ha benedetto tante pagine di Gadda. Nel Pasolini degli scritti corsari il cannone resta cannone, un terribile sputafuoco. Non mi sentirei di concludere nemmeno che sia stato un osservatore diretto, voglio dire con la foga partecipativa di essere tutto dentro all’occhio che vede. In ogni suo aggancio alla realtà che si sta facendo, e quindi spesso è terribile, c’è invece inerente un sussulto abbastanza evidente di ribrezzo (o forse è più esatto direrifiuto?) come se di volta in volta si accingesse per una pietà viscerale o per dovere o per scelta sacrificale a provvedere al soccorso di una piaga infetta. Ecco: sembra la cura a un lebbroso compiuta senza allegria – e senza speranza.

E allora, non essendo né questo né quello, direi che il Pasolini che leggo adesso mi sembra intanto unconservatore di cuore e la sua propensione innovatrice, così drammatica, mi sembra soltanto formale. L’ombra di una cosa. Il suo sogno. D’altra parte, anche se mi contraddico in parte subito, direi che Pasolini è stato, dal momento in cui ha assunto un pubblico rilievo e qualche fama (cioè da quando ha conquistato e rassodato non tanto un potere reale ma almeno il diritto a una presenza motivata e ascoltata a un livello alto); è stato, ripeto, un giudice di quegli anni. Perché sotteso a lutto ci sento un settarismo di rabbiosa violenza, che tende a correggersi con l’esercizio della tenerezza attenta ma che al fondo, per potere precisarsi e per potere comunicare, ha bisogno di un impatto diretto. Come uno scontro sul campo. E quando lo scontro non è in atto sente la necessità di cercarlo, di andare a provocarlo. Come un animale da preda si aggira con i nervi scoperti e dietro la spinta di una fame esistenziale, continuamente alimentata dalle circostanze. Tutto ciò, si intende, all’inizio del suo operare si svolgeva dentro i limiti della giovinezza e di una splendida inesperienza caparbia e curiosa, poi, col passare degli anni veniva ristretto prima nell’ambito di una traumatica autodifesa dalle aggressioni esterne e poi dedicato a cercare di correggere una realtà sfilacciata, inquinata dalle occasioni.

In questo senso ho detto che era un giudice. Senza volgarità o superbia matta. Manaturalmente un giudice; disposto a fare tutti i conti anche con la minutaglia della realtà – ritenuta anch’essa indispensabile ma anche partecipe al grande guasto del mondo che si compiva. E tutto detto e fatto con terribile semplicità. La sua “posizione” politica (o potrei dire: la sua “politica”) in realtà è teologica; perché cerca la verità rannicchiata nei cuori; cerca e non può fare a meno di cercare gliinterni; e gli uomini. Gli uomini negli interni – in un atto che fanno, in un angolo di strada, in una stanza, a fare dire scrivere quella cosa, quel gesto. O a sconvolgere il mondo ma mai come massa, come singoli. Insomma, tutto recepito e ridescritto come dei continui, prolungati primi piani.

Voglio dire che Pasolini tende (in queste occasioni) a ridurre i fatti a particolari e tende ad allargare – ma di propria mano – i particolari a fatti esemplari, tipici o atipici. Mette in atto una inesauribile manipolazione del reale. Il contenitore in cui esercita questa acuta, insistita e un po’ ossessiva operazione di contaminazione che si conclude di volta in volta in esemplificazioni contratte e folgoranti, è la pagina scritta, con il segno appena segnato che vibra così come una lastra di metallo caduta per terra e percorso da vibrazioni sovrapposte. Questa “condizione di comunicazione” sempre all’erta e pronta ad avviarsi, è alimentata da una rabbia del cuore mai acquietata. Ma l’insistenza a mantenere uniformemente al grado più alto di accensione lo “stato dei sentimenti”, mi induce a pensare che lasua realtà, in effetti, sia più ricordata che partecipata. Come ho già detto, anche quando le cose e gli avvenimenti sono a portata di mano, li sento come mediati da un ricordo di grande dolore. O di grande violenza. O di una ingiustizia feroce e presente. Questi “momenti” sono partecipati registrati e infine contrapposti e contraddetti con un massimo grado di tensione, di partecipazione. Come conseguenza, una tetraggine appena sfiorata (non certo inzeppata); l’intermittenza delle iterazioni; la risalita dopo grumi di scrittura affrettata o precipitosa. Spesso, semplicemente e completamente spaventata.

Poiché la storia di questi testi corsari sprofonda, come ho detto, in anni che le commemorazioni giornalistiche oggi, con sapida retorica, dicono di piombo e di fuoco. La spinta sindacale, innervatasi con eccezionale dinamismo alla fine degli anni ’60 o al principio del nuovo decennio, dopo essersi ufficializzata si stava ormai squilibrando dietro schematismi generali – fra la presunzione e l’impaccio – che cominciavano a raffreddare il moto delle cose appena pensate. In altre parole, questa grande forza della nostra società si involveva progressivamente dentro a un trionfalismo affrettato, che gli negava di intravedere i nuovi pericoli emergenti e che l’avrebbe debilitata fino a portarla agli attuali autentici malanni. Poi gli attentati di Brescia e al treno Italicus avevano lacerato con traumatica violenza la struttura di una società ancora abbastanza forte alla base, ma infastidita poi perplessa con sgomento di fronte alle interferenze imprevedibili che affioravano intorno a queste periodiche azioni delittuose. Infine si concretava in forme sempre più massicce la violenza di una “sinistra” datata, ideologicamente involuta e arretrata, ma che appariva terribile.

Nello stesso periodo Pasolini, usando non tanto una autorità che gli veniva di continuo contestata, ma la possibilità certamente acquisita di farsi leggere, ascoltare e pubblicare (comunque, dimenare scandalo) tende non tanto a essere o stare fuori dal Potere Reale, ma ad esserecontro. Ed è scelta molto coraggiosa e pericolosa. Non lo rifiuta (sarebbe moralistico) ma lo contesta (con una tenacia assorbente).

Al tempo dei ragazzi di vita, al tempo dei primi processi, erano le istituzioni ufficiali che si opponevano a Pasolini; il quale, essendone ancora fuori si presentava vulnerabile, certamente, ma ancora temibile e perciò apertamente perseguibile con puntiglio e cattiveria.

Mentre ultimamente a Pasolini non sfuggiva, è chiaro, la posizione preminente acquisita: ma invece di parteciparla, in qualche modo, cominciava a provare, direttamente sulle cose e contro le cose, a usarla. Chiedendo magari aiuto ad altri, per allargare questa possibilità e capacità di intervento, come ha documentato Scalia. La collaborazione al «Corriere della Sera» mi pare senza dubbio che sia stata accettata e usata direttamente ai fini di questo progetto di primo intervento. Pasolini ha patito anche la sua debolezza operativa, in quel periodo. L’impossibilità, cioè, di ordinare e allargare questa sua area operativa, trasferendola da quella degli scritti personali e degli umori esacerbati (che poco poco riuscivano non dico a intaccare ma a scuotere i noduli delle istituzioni ufficiali, nonostante le ripetitività delle descrizioni e delle invettive) a quella di una contrapposizione effettuale, ideologica o teorica, tutta sulle idee, a più mani; nel segno di una collaborazione allargata che testimoniasse di un consenso ritrovato. Anche fra i vecchi amici.

Perché Pasolini, nel corso di questo suo ultimo azzannare la vita e la carta, percepiva una monotonia nelle cose che stava dicendo, o scegliendo di dire. Una sorta di pesantezza, per quanto appassionata. Anche tutta una serie di approssimazioni, trascinate dal vento del furore. Scriveva: “Io vivo nelle cose e invento come posso il modo di nominarle”. Scriveva: “Sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede”; e aggiungeva: (scegliendo, quasi per darsi o ricevere forza, di farsi più che agnello pastore, cioè di giudicare): “uno scrittore che cerca di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

Ma a conferma di una reale situazione di debolezza, che lo sollecitava a quelle iterate richieste d’aiuto, basta un riscontro della tabella dei suoi argomenti privilegiati, individuati i perseguiti in questi suoi scritti; tabella abbastanza limitata, ripetitiva e anche riduttiva. Tenderei a comporla (ricomporla) con alcuni termini-chiave subito in evidenza: OMOLOGAZIONE – CONSUMO (CONSUMISMO) – FUTURO (MONDO FUTURO) – NUOVO POTERE – DISPERAZIONE.

L’idea di omologazione è inquieta e originale, in un primo momento, ma poi si appanna con precipitazione per l’uso continuato e generico a cui viene consegnata: OMOLOGAZIONE DEI CITTADINI DI DESTRA E SINISTRA – OMOLOGAZIONE DELLA CULTURA DI DESTRA E SINISTRA – ACCULTURAZIONE OMOLOGANTE – INTERCAMBIABILITÀ DI TUTTI GLI ITALIANI GIOVANI – L’OMOLOGAZIONE BRUTALMENTE TOTALITARIA DEL MONDO COME FINE DEL NUOVO FASCISMO – QUEL NUOVO FENOMENO CULTURALE OMOLOGANTE CHE È L’EDONISMO DI MASSA ecc. ecc.

Per il “consumo”: I BENI SUPERFLUI RENDONO SUPERFLUA LA VITA – L’IMMENSA IDEOLOGIA CONSUMISTICA – PRODURRE E CONSUMARE – LA CHIESA POTREBBE ESSERE LA GUIDA DI TUTTI COLORO CHE RIFIUTANO IL NUOVO POTERE CONSUMISTICO, ecc.

Sul “futuro” (il futuro del mondo): UN MONDO INESPRESSIVO, SENZA PARTICOLARISMI E DIVERSITÀ DI CULTURE, PERFETTAMENTE OMOLOGATO E ACCULTURATO – IL FUTURO CHE A NOI, RELIGIOSI E UMANISTI, APPARE COME FISSAZIONE E MORTE, ecc.

La “disperazione” (privata o pubblica): PROVO UN IMMENSO E SINCERO DISPIACERE NEL DIRLO (ANZI, UNA VERA E PROPRIA DISPERAZIONE) – MA È POSSIBILE PREVEDERE UN MONDO COSÌ NEGATIVO? QUALCUNO, COME ME, TENDE A FARLO, PER DISPERAZIONE – SONO DISPERATAMENTE PESSIMISTA – ATROCE FORMA DI DISPERAZIONE DEI GIOVANI FASCISTI, ecc.

Queste succinte estrapolazioni non fissano certo il discorso generale, a cui servirà fra l’altro una valutazione più approfondita dei dettagli; ma credo che aiutino a concludere almeno la mia nota con una indicazione oscillante fra un calo di tenuta e, per altri versi, una resistenza ancora attiva. Certo, c’è una modificazione di tensione che impone un uso diverso del libro. E in riferimento a ciò, e solo per mio scrupolo, dirò che mi accorgo che leggendolo tendevo ad acquietarmi dentro a un consenso in cui prevaleva più un magma affastellato dei miei sentimenti, che una precisa convinzione puntellata dallo smalto delle argomentazioni. Forse (con una sacrosanta ingenuità) mi accontentavo di averlo (questo libro), di conservarlo, più che usarlo e rimetterlo in discussione. Queste pagine, così, tendevano a ingrigire (non dico intristire) dentro a una considerazione che non imbrigliava ormai quasi più i nostri pensieri. I miei pensieri. Mentre tornano di nuovo a farsi attive oggi, che non mi accontento più. E comincio a correggerle con altro. Solo così posso riprenderlo in mano e tornare a leggerlo, per usarlo. E le idee che si bruciano consumandosi, anche queste possono ridare una qualche sostanza ai nostri discorsi; e alla nostra rinnovata (ma lucida e libera) miseria.

Non è forse una nuova collocazione splendida, per questo libro che amo, mentre, per me, lo sto portando fuori dall’applauso e dal rimpianto – non più come pagine calpestate e stravolte, ma come un possibile luogo reale d’incontro?

Adesso so che non voglio più sentire gli zoccoli di Pasolini camminare sul piano di sopra; e che comincerò a leggerlo, a leggerlo/rileggerlo non più come un contemporaneo ma come lo leggeranno i posteri, fra la sorpresa e il fastidio. Così questi scritti corsari che un tempo avevo giudicati e patiti (non goduti) come una filotea, mi ritornano in mano come un brogliaccio scattante di umori considerazioni situazioni in parte perfino consumate, sulle quali posso ritornare per cancellare, sottolineare, approvare, scontrarmi, impensierirmi. Dato che a tutti noi spetta di continuare a lavorare poco o molto, in generale, è uno stimolante lavoro anche quello che può essere riservato al margine di queste pagine.

Gadamer, nel corso di una conferenza pubblicata nel 1972, disse: “Fra i contemporanei di Hegel, Goethe era senza dubbio lo spirito più universale. Ciononostante, egli non era in grado di leggere Hegel”. Bene, noi che universali non siamo, cerchiamo almeno di rileggere – così – Pasolini. Che non è Hegel.

 

 

 

Logos, anno III, n. 13-14, gennaio-aprile 1984.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Logos
  • Anno di pubblicazione: anno III, n. 13-14, gennaio-aprile 1984.
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