Super User
Gli occhi della bambina e l’eclisse
Gli occhi della bambina e l’eclisse
Fotografie di Guglielmina Otter
con annotazioni di Roberto Roversi
PREFAZIONE
È davanti alla tela diurna della veglia o all’immagine notturna del sonno alla palpebra abbassata del cosmo durante l’eclisse, che la poesia risponde agli occhi, al volto, in un dialogo tra sguardo e voce. Roberto Roversi narra di una corrispondenza che non è solo tra organi, non solamente tra i media e i codici, ma si fa entro la medesima visione poetica. Così gli occhi, che sanno il mistero del reale, conoscono il colore dell’affetto, annunciano viaggi, diventano forza attiva d’irradiazione e d’espressione, mentre la leggera trina della reiterazione anaforica o l’altalenare di nette coppie opposte spostano il verso in un tocco di pittura che vorremmo definire “verbale”.
Se l’occhio è lume e coscienza, è altresì partecipazione ad un segreto che appena può rivelarsi nella sillaba: domande che sprigionano favole, metafore abbaglianti che riscaldano la parola, delicate innervazioni aforistiche, via via in volo di pensiero per distendersi nell’infinito della vista: “guardare vedere osservare”.
Avviene anche che la parola ritrovi in sé il desiderio e le ragioni della propria libertà, che si veda: raccontando altro traccia infanzie di mito e letteratura, nominando il colore porta le tonalità al tono, visitando gli spazi riconosce il luogo del lirico. La poesia allora illumina e purifica un concerto di sguardi ed echi, tracce che risalgono dall’antica composizione cinese o atmosfere che ammiccano dalla classicità greca.
Gli occhi del poetico paiono dunque, come voleva Ildegarda di Bingen, indicare le stelle che a tutto danno luce. Se qui lo fanno è per la capacità di donare. Nella sinestesia operante del verso, nel gioco antinomico di vecchio e giovane, si apre una scena ricreante le cose, del rinnovamento: “Come se il mondo fosse nuovo / davvero / per la prima volta”. I versi, Roberto Roversi lo esempla, si disegnano come sentieri nel campo del vivere.
Alberto Cappi
GUARDARE ASCOLTARE
Spesso la verità non ha tempo da perdere, per questo ama la sintesi che ha quelle pieghe in cui le piace nascondersi. Per questo ama anche la poesia che vaga alla ricerca di una mente in cui espandersi, dove parole o immagini che siano si dilatano al punto di diventare insostenibili, occupando stanze sempre anguste e mai sufficienti.
Allora, per il titolo di questa riflessione prendo in prestito un verso di una poesia di Roberto Roversi, la più breve tra quelle che accompagnano le fotografie di Guglielmina Otter, e lascio questi due verbi all’infinito consegnarsi reciproche osservazioni, scambievoli impressioni. È così che nasce un incontro, quando c’è qualcuno disposto a guardare, e qualcun altro pronto ad ascoltare. Lì in mezzo c’è spazio sufficiente per la conoscenza.
Guardare ascoltare. Chi guarda chi ascolta? È l’occhio capace della Otter a guardare l’ascoltarsi dentro e fuori della bimba? Un ascoltarsi che è un prendersi cura di sé e dell’altro. Oppure è l’occhio impudicamente candido della bimba a guardare la Otter che l’ascolta? Un ascolto che prevede la discreta premura dell’attenzione. Oppure ancora è il fotografo o il poeta a guardare l’ascolto del poeta o del fotografo? E infine chi di questi guarda l’ascolto dello spettatore, che sicuramente guarda l’ascolto di uno di questi?
Nel guardare ascoltare c’è tutta l’umiltà e la pazienza della conoscenza. Che lo sappia la Otter non sorprende, ma che lo sappia anche la bimba in parte sconcerta, e fa pensare a quanta saggezza può confondersi con l’innocenza, con l’ingenuità, ma anche con la spregiudicata spigliatezza.
Eppure quegli occhi a tutto campo non lasciano dubbi: la recita è vera, non c’è spazio è per la finzione, e se c’è finzione non è falsa, e comunque che sia raccolta nello spazio di un palcoscenico dove un’anima ascolta, e debutta emozioni da lasciar guardare allo spettatore, anche solo per vederli affiorare un sorriso, la carezza di un’approvazione.
Solo il sonno, il riposo degli occhi, pretende e ottiene l’intervento del volto per distinguere tenerezze, sensazioni, il passare fugace di un pensiero, di un sogno, della vita. Solo l’invisibilità degli occhi nel sonno chiede il dettaglio delle labbra, delle guance, le ombre delle ciglia, degli zigomi per offrire a chi veglia il racconto del sogno, immaginato, presunto, inseguito in un guardare ascoltare che restringe la propria azione nel seno di un unico soggetto, lasciato fuori a congetturare, estraneo a quel mondo che da qui troppo gli assomiglia alla morte.
Ma l’età della bimba è un’età in cui la morte non ha peso. È un chiudere gli occhi come per il sonno, un’attesa per un nuovo incontro o un altro risveglio, e così non è altro che un intervallo di tempo in cui il “per sempre” è comunque “per poco”, una pausa, un’assenza momentanea.
È un’età in cui però la fantasia ha consistenza, e ciò che genera ha la sostanza della realtà. Per questo se il gioco visto da fuori è finzione consapevole, da dentro invece è un vissuto che assorbe e segna il tempo della vita, dove gioie e serenità sono dolci come il sorriso di una madre, paure e timori sono densi come il pianto di un padre.
Gli occhi di un bimbo non sono mai davvero innocenti, e i suoi sogni sono tutt’altro che innocui. Ci rivelano la nostra origine da un mondo dal quale siamo partiti, al quale non arriveremo, dal quale tuttavia è impossibile affrancarsi.
Sono piccole finestre aperte su grandi spazi che non basterà un’esistenza intera a colmare. La Otter ci ha guardato dentro, ma guardare ascoltare significa anche ascoltare guardare. La musica è lieve, la parola sussurrata al limite dell’udibile.
Restano così alcune immagini di occhi aperti a specchiare il respiro di un incontro, o altre immagini di un volto con gli occhi chiusi, a trattenere per sé il segreto perduto.
Guardare, per dirla ancora con Roversi, è il mistero della sorpresa. Ma il mistero della sorpresa bisogna saperlo ascoltare.
Angelo Andreotti
***
Solo gli occhi sanno
vedere il colore dei sentimenti
– la più grande pittura –
Li vedono mentre i
colori si muovono
negli occhi
sulla pelle del viso
nel mistero delle mani
che non riescono a
nascondersi mai e sono
destinate a tutto vedere tutto toccare
(i guanti sono il cappio
al collo dell’impiccato)
Occhi che vedono lontano
occhi che guardano vicino
occhi giovani sorpresi
occhi vecchia montagna e vecchio mare
che è insonne nella notte
Nell’occhio c’è sempre
l’annuncio del viaggio dove bisogna andare
Guardare un occhio che guarda
il principio del mondo la foglia d’Adamo
la prima giornata della nuovissima Eva sul prato
oppure l’alba di un giorno
che ancora deve arrivare
che ancora non è stato creato
In quest’ora uomo o donna
fanno i conti con la vita
e i bambini dormienti al risveglio
hanno la luce sul naso sulle labbra sulle dita
***
Perché quando chiudo gli occhi
negli occhi mi entrano stelle
poi mi addormento e negli occhi
c’è subito il sole?
***
Gli occhi sono
le ruote della luce
velocissime girano
conducono lontano
dove cominciano le sorprese
***
guardare ascoltare
guardare è il mistero della sorpresa
***
guardare vedere osservare
comincio a guardare
osservo
prima di parlare
se guardo gli occhi brillano
***
c’era una luce
e il sole sembrava neve
bianco era
e l’occhio lo guardava
affascinato
dentro
come rondini
volavano i pensieri
***
nell’aria del mattino
galoppavano tre cavalli d’Orlando
con biglie leggere
dalla finestra
inseguivo con gli occhi
lo loro verde ombra sul prato
***
Marco è mio amico
non si fa mai aspettare
arriva di corsa
vuole arrivare primo
poi insieme cominciamo a leggere le storie
colora sempre le figure
di rosso
io preferisco rosa o azzurro
perché si lasciano guardare
***
la missione del giovane
è di cominciare a vivere
il mondo
come se il mondo fosse nuovo
davvero
per la prima volta
***
l’occhio è giovane dice
cerco ma ancora devo trovare
per questo sono inquieto con
felicità
poi un giorno viene il sole
via il buio sulla terra senza luna
***
il giovane spesso è ferito
perché vuole troppo vedere
il vecchio è due volte cieco
perché ha già troppo veduto
l’occhio del giovane insegue
l’orma del cinghiale su campi inondati di sole
l’occhio del vecchio è amaro gelido
come le notte d’inverno senza neve
***
l’occhio giovane dice
amico ti ho trovato senza cercare
l’occhio dell’uomo vecchio lamenta
amico ti ho perduto e non volevo
ma questa è la vita
***
L’occhio giovane guarda e
non ha nostalgia delle
cose già viste che sembrano perdute.
Non ha
il giovane occhio il ricordo
di un viaggio già compiuto
egli ha la prima notte e il primo sole
delle cose godute toccate e
non ancora perdute
il viaggio della luce che splende
è adesso il mio viaggio
***
non ho ancora visto niente
devo vedere tutto
per questo sono felice
***
il concetto di vedere
– di cosa veduta o ancora da vedere –
conduce
con moto inarrestabile
alla sbalordita bellezza della natura
illuminata all’improvviso
dalla luce verde dell’alba.
L’alba custodisce e regala
il silenzio dei monti.
La giovinezza giovane
vede quel silenzio
lo regala
***
la giovane creatura dice:
nell’agosto del ‘99
aspettata e veduta ho l’eclisse del sole
il cielo non è nero nero
le foglie di ghiaccio
gli animali piangevano adagio
sentivo le voci del freddo ho avuto paura
***
cosa veduta
meglio
di una parola parlata
anche la parola veduta è buona
leggere è veder piangere le pagine
e dà conforto
***
ciò che è giovane
è gioia da vedere e da cantare.
Ma i giovani hanno forse gioia
e vedere me te il mondo intero
che troppe volte si oscura fin quasi sparire?
e
quando ritorna
ha sempre la polvere e l’ombra
di un lungo viaggio fra la violenza
per ritornare alla luce?
***
tocco gli occhi con la mano
dentro gli occhi sta bruciando il mondo
è rosso il cielo
come posso cancellare dagli occhi la paura del fuoco?
***
giovane vita
albero delicato
acqua di un fiume leggero in un giorno d’arsura
vorrei correre fuori senza più ritornare…
***
si incendia la stanza
nel risveglio delle cose vedute
scendo adagio dal sonno
vedo il sogno cadere sfiorando
il colore
di una pianura bagnata dalla lun
***
sognare
è come sfiorare
con una mano
il silenzio
del mare
***
gli occhi della vita
non conoscono dubbi
hanno solo la verità della luce
che parla e dice
tutte mie siano le montagne
tutte mie…da Callimaco, Inno ad Artemide
***
GLI OCCHI E L’ECLISSE
Gli occhi che vedono parlano ascoltano
Sono avanti nel tempo
Conquistano il futuro
i giovani occhi
le vedono le cose
le trapassano come frecce veloci
***
ti vedo sembri un orso
uomo grande uomo nero
se c’è il sole non ho paura
ma al buio
vedo le scintille dei tuoi occhi
adesso vola via
ti prego
***
per guardare la caduta del sole
devo chiudere gli occhi
la sua morte è lenta nell’aria
accieca
Se muore la luce del sole muore anche la nostra luce
gli occhi cercano il mondo senza vederlo più
***
forse
forse gli antichi greci
forse avevano questi occhi
prima della battaglia
lucenti di destino
occhi sfiorati
dalla luce che gli dei
regalavano ai giovani guerrieri
come uno scudo d’oro
su cui avere gloria oppure ombra infinita
gli occhi giovani splendevano
erano spade
le ragazze dai capelli lunghi leggeri
danzavano prima della battaglia
***
si trovavano favole antiche
favole nuove
negli occhi di questa
bambina farfalla
bambina foglia
bambina vento
bambina lunga corsa
bambina breve sonno
bambina sicura destino in bianco futuro
e poi sogni
sogni a non finire
ogni giorno è la sorpresa di
guardare
l’erba crescere
scendere la sera e
vedere una farfalla che vola verso la luna
***
Cominciò il giorno.
Era bello vedere cadere la neve
sulla schiena degli elefanti.
E, dopo, dormire.
Dormire.
Risvegliarsi avendo fame.
***
Zorba il gatto bianco con baffi acuti
ha la voce di Kengah l’airone
uccello così geniale che appare
volante sul mondo
senza preoccupazione
neanche di un prossimo ciclone
io passo le ore a guardare
le sue grandi ali che lo portano lontano
ma Zorba è qua vicino
dorme nell’ombra steso sopra il cuscino
ho molti secoli
per imparare a vivere
l’occhio è maestro più che il cuore
oh cuore mio il tuo destino è segnato
la polvere alzata dalla ruota del tempo
copre le foglie appena toccate dalla nebbia
di settembre
piange al luce del mondo
il grande gennaio cominciò appena quell’anno
me lo ricordo ancora
ancora lo vedo arrivare
***
apro gli occhi
il mondo torna vivo. reale.
compatto. dolcissimo nembo d’estate.
rosso di fiori
(Alla digitalizzazione del testo ha collaborato Sofia Bernardi)
Giovani a Bologna, città cambiata
A un giovane che non la conoscesse affatto, come si potrebbe spiegare la città di Bologna, proprio oggi, mettiamo un sabato 30 maggio dell’anno 1981? Spiegarla in due parole, fuori da ogni agiografia o da ogni rabbia? Per me, comincerei ricordando che nel corso di quasi trent’anni Bologna è stata un prototipo non solo per l’Italia; e che adesso non lo è più. Oggi non solo è cambiata, ma è completamente trasformata. Anzi, esautorata.
Il mio discorso lo avvierei da qui. Trasformata, perché gli anni in corso hanno cambiato perfino la faccia di marmo dei monumenti figuriamoci gli uomini e le relative idee; ma trasformata non come Milano o Roma, per esempio, che si sono inzeppate, inciucchite, contraddette, mortificate e anche sviluppate però dentro a una linea preesistente di contraddizioni, quindi abbastanza riconoscibile. Bologna si è stravolta e oggi è irriconoscibile. Tesa, appesantita, caotica, greve dentro a un’opulenza che la gonfia. E non dico ricchezza, che potrebbe essere un dato: ma un’opulenza da credenza piena, che mette cioè in moto non tanto la voglia di pensare quanto quella di godere bene e subito.
Dentro alle sue fibre legnose, nello specifico di questo benessere da botteghe illuminate, la città per le cose da pensare è logorroica, senza più tanta convinzione. Non fa che dibattere e ciarlare ma basta tastare intorno con la mano aprendo bene gli occhi per accorgersi del rallentamento e dell’invecchiamento di quegli stimoli culturali che un tempo rappresentavano il momento principale della sua felice intemperanza. E anche se certi cattedratici, a parte subiecti, non concordano con le conclusioni, insisto a proporre per un primo esempio il Dams; vale a dire il corso universitario di laurea nelle discipline dello spettacolo allestito negli anni settanta e che non è mai riuscito a coinvolgere culturalmente la città; contribuendo invece in modo diretto, a mio parere, a mettere in luce una serie di contraddizioni drammatiche sia della popolazione giovanile sia della situazione in generale. Infatti si sforna forza-lavoro per qualcosa che sul posto non c’è, non c’è mai stato, non pare debba esserci in un futuro prossimo.
Capita dunque, con periodica ferocia, che ad ogni sessione di laurea si compiono omicidi rituali di massa sacrificando al nulla giovani speranze e giovani teste pensanti.
Se poi aggiungiamo che le case non si trovano, che la droga ha messo Bologna al terzo posto in Italia, si può constatare la gravità terrificante del problema giovanile. Ma vorrei aggiungere che questo potrebbe essere indicato come un problema legato alle contraddizioni delle società industriali (e post-industriali); se non si cogliesse dentro la città, come determinante un drammatico rallentamento di tensione politica e morale, di speranza attiva e culturale. Qua in effetti siamo calati dentro a un farraginoso appiattimento (nonostante lo zelo ribadito di un’amministrazione che si sforza, con un po’ di affanno, di cercare) il quale fa concludere che l’oro in opere e giorni dei passati anni sessanta si è polverizzato e che un grande periodo della nostra città si è concluso (drammaticamente).
Bologna non è più riconoscibile fra mille ed è ormai solo una città di fiere, mercati, botteghe e banche (di una continua sventagliata di convegni convegni convegni). L’aspetto generale di salute può forse giustificare, in parte, il trionfalismo di qualche amministratore attivo; ma il futuro, più che rassicurante, sembra molto incerto; e subito contradditorio; e rende perplessi, preoccupati. Bologna ha perduto parecchio senza trovare o aggiungere nulla. Ha perduto soprattutto la splendida uniformità tra tensione al futuro, partecipazione al presente, custodia moralmente attiva di un passato tenuto vivo e utile attraverso la pratica di ogni giorno. E oggi le manca sopra ogni cosa, nonostante le svariate profferte pubbliche, l’esplicita convinzione culturale (che deve diventare dramma propulsivo delle idee della politica) che i tre primi problemi del modo, se non v0ogliamo imbarbarire per sempre, sono: i giovani per la casa, i giovani per il lavoro, i giovani per la droga cioè per una vita diversa. Comprendendoci dentro anche il così detto “problema morale”- che invece va e viene, appare e scompare nelle cronache sciagurate della vita politica quotidiana.
Solo così (per fortuna annoto un primo spiraglio di speranza nel progetto del Piano giovani presentato qua accanto) potrà essere se non fermato, almeno controllato e poi superato il degrado della città, cominciato con il marzo del ’77 e che, nonostante giorni straordinari quali quelli del settembre dello stesso anno, è in corso. Ciò può essere possibile lavorando sul concreto, non ribaltandosi nelle parole. E il concreto presuppone come tutti sanno la convinzione di scegliere e poi di fare. Altrimenti si continuerebbe anche da noi sulla falsariga esemplificata da un titolo di un quotidiano d’opinione il 31 maggio corrente anno: “A Roma, un convegno sulle tossicodipendenze. Poche le conclusioni molte le parole”. (Erano venuti esperti da tutto il mondo.) Certo, oggi è più facile dare lustro alle banche.
Rinascita, anno 38, n. 23, 5 giugno 1981.
(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)
Prefazione a Nei pensieri mobili, di Nino Crimi
Leggo questa raccolta come un breviario, in un susseguirsi di dati di ricerca. I pensieri mobili sono quelli che si fanno (si configurano) e si disfanno, si seguono e si inseguono in ogni momento (è l’ogni giorno di Crimi) in una progressione, di inquietudini costanti, inesausta, interminabile – e di trionfo molto parziale, di volta in volta.
La ricerca è nell’ordine di una possibile verità, di un’ombra di verità da rintracciare e conquistare, che ricalchi o possa sappia ricalcare la vicenda del mondo (di questo mondo, in questo momento, e per ogni singolo individuo che si preoccupi), lasciandosi pure coinvolgere nella ricerca da un moto di tempesta ma rifiutandosi a partecipare alle quotidiane compromissioni per alleggerire il carico delle responsabilità, vincolanti, private.
In questo circuito da Formula 1 che è il cuore, o la testa, dell’uomo (di un uomo) oggi, entra pure come partecipe e competitore il sentimento attivo di una natura che non respinge l’uomo, avvoltolandolo in tentacoli senza respiro, ma che vorrebbe o potrebbe aiutarlo a uscire dal disordine senza regole e dalla rinuncia senza speranza rimasta nel mezzo di questa grandiosa situazione di contraddizione esistenziale e culturale (come ogni altro uomo pensante che, voglia o non voglia, partecipi oppure tenda soltanto ad osservare ma senza oscurarsi o distrarsi), e sfiora con mano decisa, con sguardi acuti i singoli momenti, i vari dettagli di una vita sempre più infuriata.
E certi suoi rapidi, momentanei candori, sono solo un fiato tirato più a lungo per alleggerire l’affanno, la tensione della ricognizione.
Sceglie inoltre il linguaggio non più neutro ma più acremente semplificato – come scalzato dalla corteccia con un falcetto tagliente preciso nei colpi – sicché quello che ci comunica è una indicazione attendibile, coinvolgente, per partecipare alla ricerca indispensabile di verità e di riferimenti primari per tenerci agganciati alla vita. Anche per confrontarci senza interruzione con “questa” vita.
Introduzione a Favole per adulti, di Ignazio Apolloni
Premetto che secondo me a questi testi e al progetto che (in un certo senso) li condiziona oppure li giustifica, bisogna aderire o proporsi in una antitesi dichiarata. Una via di mezzo non c’è; essendo subito espliciti a voler comunicare in una direzione precisa e con segni/segnali selezionati e abbastanza definiti. Tali comunque da non offrire incertezza in alcun modo.
Per me va bene, poiché il discorso è generale (come per tutti i testi interessanti, d’altra parte). Ma vediamo come.
Chiuso il periodo dell’impegno (dichiarato come impegno diretto, quindi legato a una contingenza schematica che bruciava immediatamente o tendeva a bruciare ogni frammento contattato; tanto che la durata della comunicazione non superava di norma i tempi brevi); chiuso d’altra parte il periodo della neo avanguardia sbriciolata (per lo più ridondante, quindi legato a una iterazione continuata fino alla noia e al grigiore delle piccole tecnologie strutturali e linguistiche); adesso notiamo sopra e intorno a noi un’assenza di riferimenti e di forme che porta a dovere e a volere riconsiderare globalmente il problema della nostra comunicazione in versi e in prosa; il problema della comunicazione scritta col linguaggio della poesia, della prosa, del romanzo, del saggio, del racconto breve, della novella. È un momento in cui ciascun operatore sente di dovere non tanto ricominciare da capo, ma prendere altre strade (certo: non avendo il vuoto intorno ma tenendo alcuni punti di riferimento che appartengono, tuttavia, alla memoria culturale e non all’attualità ancora disponibile) racimolando con cura – acuta, se si può e paziente sempre – i dati e i problemi di una realtà e di una società in vorticosa trasformazione. Anzi, che propone per la prima volta, credo, il senso di uno stravolgimento generalizzato – senza alcuna apocalissi, ma con la cattiveria abbastanza naturale anche se difficile da gestire, delle società o delle epoche che si dispongono a rinnovarsi dal fondo.
In una situazione simile (ripeto: di completo sommovimento) la condizione persistente, generalizzata e alienante – e che reputo negativa con dolore e da circoscrivere con forza convinta – è la disperazione. Che dà il senso del vuoto e nel vuoto precipita, senza offrire alternative o almeno un’alternativa; senza sottoporti nulla che sia, non dico rassicurante, ma che consenta un appiglio in vista dei futuri destini.
Se si riesce a trattenere questo progressivo sentimento di sfacelo che ogni tanto ci aggredisce; se riusciamo non solo a contenerlo ma a equilibrarlo e poi via via a espungerlo; allora in questo caso (cercato e voluto) i problemi del tempo e le varie situazioni che precipitano; la violenza del tempo e la sua eccezionale ambiguità sollecitano oppure possono anche offrire pretesti per intervenire, utilizzando norme linguistiche diverse o nuove rispetto al passato immediato. Per esempio la satira, l’umorismo stravolto, il riciclaggio in chiave ironica di formule istituzionali, la nessuna pietà per certi valori consolidati (anche quelli emersi negli anni Sessanta, a seguito di una contestazione troppo affrettata) sono alcuni fra i nuovi modi o le nuove formule con le quali si cerca di rendere più omogeneo e più organico al tempo stesso il discorso di ricerca e di ricognizione compiuto col linguaggio della letteratura. Le poesie si sbriciolano (e non soltanto, o non più, vengono sbriciolate da retori travestiti da libertini); i romanzi, i racconti ansimano furiosamente, stentando a trovare gli adatti contenitori per i nuovi segni espunti dal gran corpo del mondo infuriato (e infuocato); e fra gli operatori, i più attenti o i più appassionati nell’inseguire i problemi, non hanno scrupoli a compiere alle volte operazioni di attenta e forse necessaria mistificazione o contaminazione, anche partendo dai vecchi sofismi e dagli antichi segnali.
Il presente volume di Apolloni, un autore che opera con intelligenza e soprattutto con continuità non delusa né deludente in Sicilia, propone non tanto una mistificazione o una contaminazione (come si è detto) ma un rovesciamento delle norme codificate. Per dare una definizione possibilmente in breve e possibilmente utile a chiusura di libro, direi che mi pare sulla strada di un Borges dilatato e ispessito, senza violenza. In effetti, più che un libro di favole raccontate, questa mi sembra una raccolta di racconti favolosi. La formula, il clic di partenza, è sempre immediato e scoperto. Propriamente è il riferimento a un fatto detto e annotato, a un racconto già registrato – quindi, nei termini generali, istituzionalizzato. Il fatto è noto, nei suoi sviluppi e nelle sue tradizionali conclusioni; di conseguenza si conoscono i protagonisti. Ma subito la trama e l’ordine di successione dei fatti e la disposizione dei protagonisti sono stravolti, irrisi. La metafora globale è interrotta dall’ironia; un’ironia che però è liricizzata. Queste operazioni ricompongono l’ordine narrativo riducendolo a un grado diverso di esemplarità.
Infatti, come la trama è subito stravolta, così una calcolata e appiccicosa rimeria interna ricuce il tessuto linguistico via via che procede, quasi sfuggendo a continue aggressioni sotterranee. È la scansione ritmica all’interno di ogni testo che produce la piccola ma continuata deflagrazione della struttura del racconto. Il quale così si propone, e deve essere letto, su vari piani; che alla fine non confluiscono in un approccio moralistico ma anzi, dopo essersi di volta in volta avvicinati (direi: pericolosamente) vengono ributtati lontano. C’è dunque una frizione fra il momento della presunta verità e quello della presunta ironia; fra il momento della presunta liricità e quello della presunta retorica; o della presunta – e calcolata – ovvietà. E infine, fra il momento (tragico), filtrato in continuazione da uno stillicidio della memoria che si torce e contorce alla ricerca di una passata e irrimediabile/improbabile felicità.
Il riferimento costante di questa operazione su cui si istituisce la diversa struttura, è dato dallo scardinamento deciso e tranquillo della storia o della vicenda nella sua verità tradizionale. La storia (questa storia) non solo è stravolta ma è accantonata per essere riinventata con contaminazioni di ogni genere ma molto selezionate; in un contesto ambientale di assoluta anonimità (non però di rarefazione) anche quando in apparenza singolarmente definito. E in racconti architettati con attenta e calcolata misura, le contaminazioni o le singole invenzioni, spesso vigorose e provocanti, sorprendono.
Lascio al lettore di scegliere, catalogare, espungere. Ma una perla, almeno posso contrassegnarla: quella tartaruga che si mette le vele e naviga veloce per circumnavigare qualcosa; magari l’Africa lontana. Alla quale lei, lentissima, così arriva non in cinque secoli ma in cinque settimane. A conferma che la fantasia non è dentro la poesia, ma nella vita. Come è giusto dimostrare.
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e di Giovanni Gheriglio)
Nota a “Dolce tempo. In mez a Panèra”, di Gian Marco Pedroni
Anche nelle poesie in lingua di Pedroni c’è la sua terra, il proprio ambiente ben definito; ma, se ho letto fino ad ora bene o comunque se ho letto con qualche esattezza, con la piccola malizia e la piccola insoddisfazione (appuntite, però, come la punta di un coltello) di chi ha cercato dopotutto orizzonti più allargati e non si è accontentato più sentendosi, con amore, circoscritto, come inviluppato. Questa ambivalenza costante, tenuta quasi sempre in un bilico difficile, è a mio avviso assai interessante oltre ad essere un dato costante dei testi di Pedroni, che media i sentimenti con l’intelligenza, e non si lascia sempre conquistare fino in fondo dai moti del cuore. O almeno cerca di non lasciarsi conquistare. Così che a me – nonostante la sua ricerca lirica, un poco abbandonata con tenerissima affezione sulle orme ad esempio di Pasolini – sembra piuttosto o soprattutto un autore di deliberate asprezze, di piccole impazienze, di qualche rapida cattiveria della memoria; e anche di persistenti attenzioni fuori dal suo mondo e dal suo cuore. Ciò lo rende spesso inquieto, ma con sobrietà; vibratile, ma con determinate ironie e senza mai la dedizione totalizzante e arrogante di chi si dispone nell’atteggiamento del protagonista o comunque di chi cerca in qualche modo, e sia pure strattonando, l’a solo dell’autore che grida forte. Al contrario: Pedroni sembra sempre in cammino, in movimento, con quella ansiosità attiva che contrassegna coloro che vogliono cercare sul serio, ascoltare sul serio. E scrivere, impegnandosi, come diretta verifica della vita; magari dietro il riscontro della memoria. C’è in ogni modo, uno scarto fra i testi in lingua e i testi dialettali, anche fra quelli qua raccolti; questi sembrandomi per l’occasione più radunati e stretti, e di comunicazione feroce, rispetto agli altri che tendono a liricizzare, come ho detto, con un intenerimento molto più eloquente e sobrio, più mormorato che gridato. Mentre i testi in dialetto stanno proprio fra nubi tempestose, dentro un paesaggio rabbioso e dilacerato, fra neve e tempesta, in mezzo al gorgo delle stagioni e delle passioni, in cui confluiscono ombre grandi di altri uomini e altre donne. Così che mi hanno riportato, non per un ricalco ma come connessione, al mondo che sembra sospeso sul mondo di Silvio D’Arzo, in attesa di violente tempeste non sempre consumate. Solo annunciate. Accompagnate dal raggelare dell’aria. Tale, un po’ meno annodato, è il mondo di Pedroni; enunciato e compreso dentro a questi testi, in un dialetto che sembrerebbe più adatto a zuffe «scoperte» che alla densità drammatica di uno scontro diretto col reale; ma che qua è riaccorpato a stabilire un dialogo fitto e stretto con le cose. Un dialogo impietoso; talvolta un dialogo ripeto, «petroso». Perché questi monti camminano. Sti mòunt i van…
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)
Volume. Corto animato
Sabato 9 maggio 2015, ore 21.30
Cortile del Cinema Lumière, via Azzo Gardino, 65, Bologna
ANTEPRIMA NAZIONALE
al Future Film Festival di Bologna di
Volume
corto animato ispirato al testo teatrale Parole, silenzio, dolore di Roberto Roversi
Il pittore Morandi e il critico Arcangeli
diventano personaggi d’animazione
Intervengono: lo scrittore e sceneggiatore Marcello Fois, il regista Arturo Bertusi, il compositore Andrea Vanzo e Antonio Bagnoli di Pendragon.

Stanotte ho sognato d’essere cigno
Stanotte ho sognato d’essere cigno.
Cigno bello bello bello che non
nuotava nell’acqua di un ruscello
ma sull’acqua del lago Innersee.
Sognavo che mi lasciavo portare.
C’era il poeta Yeats in piedi sulla riva
che mi guardava passare.
Gli sono andato vicino
la sua ombra era enorme
aveva la faccia di vecchio
ma due occhi da bambino.
(inedita, 11/10/1978)
Roberto Roversi – Leonardo Sciascia Dalla Noce alla Palmaverde
Venerdì 17 aprile 2015, ore 17
Casa delle Letterature, Piazza dell'Orologio, 3, Roma
Presentazione del libro
Roberto Roversi – Leonardo Sciascia
Dalla Noce alla Palmaverde
Lettere di utopisti 1953-1972
Intervengono: Angelo Guglielmi e Antonio Bagnoli

Roberto Roversi – Leonardo Sciascia • Dalla Noce alla Palmaverde
Martedì 17 marzo 2015, ore 17.30
Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, Sala dello Stabat Mater
Presentazione del libro
Roberto Roversi – Leonardo Sciascia
Dalla Noce alla Palmaverde
Lettere di utopisti 1953-1972
A cura di Antonio Motta
Intervengono: Salvatore Silvano Nigro e Matteo Marchesini

Roberto Roversi, poeta
Venerdì 21 novembre 2014, ore 16.30
Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, Sala dello Stabat Mater
Roberto Roversi, poeta
Seminario a cura del Dipartimento di Italianistica dell’Università degli Studi di Bologna
Con la partecipazione di: Marco Antonio Bazzocchi; Niva Lorenzini; Massimo Raffaeli; Fabio Moliterni; Luca Sossella.
Modera: Antonio Bagnoli
Il seminario, dedicato a uno dei più importanti scrittori italiani del Novecento, vuole indagare i vari ambiti nei quali si sviluppò l’attività intellettuale di Roversi: dalla poesia alla narrativa, dal teatro alla critica, fino ai testi di canzoni che scrisse per Lucio Dalla.
Il seminario è inserito all’interno di Il futuro si apre ogni giorno, la rassegna dedicata a Roberto Roversi dall’Istituzione Biblioteche del Comune di Bologna per l’anno 2014.
Sarà anche possibile visitare la mostra Roberto Roversi. Il libro con le figure allestita nel quadriloggiato superiore del palazzo dell’Archiginnasio e dedicata alla raccolta di disegni realizzati da Roversi in un breve lasso di tempo (1976-1979), e da lui organizzata in un album intitolato Il libro con le figure, tenuto con sé alla libreria Palmaverde per oltre trent’anni.
La mostra è aperta al pubblico, a ingresso libero, tutti i giorni fino al 18 gennaio 2015: dal lunedì al sabato 9.00-19.00, la domenica e i giorni festivi 10.00-14.00.



