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Lunedì, 11 Febbraio 2013 17:02

Sobria ilare divina intemperanza

Di Mirò, come lettore semplice e marginale, apprezzo soprattutto l’ordine misterioso e leggero della scrittura. Un ordine danzante, per musica interna trattenuta e difesa. Anche dentro a quel suo drammatico ineffabile splendido girovagare – che è poi un ricercare e inquisire con l’occhio che non perdona – la sua sostanziale chiarezza, che è una fermezza ironica e solare, non è mai delusa e si propone anzi come il principio di una entrata in paradiso. Che importa se le porte via via si rinchiudono in fretta? Importa invece che via via si possano in qualche modo riaprire (chiudere, riaprire), in questa sorta di giuoco angustiato (non angosciato) e infinito; il cui unico sollievo è nella proposta di non avere né considerare mai una stazione o una stagione d’arrivo. La pittura di Mirò è dunque una proposizione di segni stellari in partenza, che contiene solari speranze e mai nessun diario o epistola o fremito conclusivo. Le esperienze di scrittura visiva sono subito consumate per liberare il campo per altre divagazioni e sperimentazioni concrete e vitali. Esaltanti.

Ho presente sempre, come archetipo per le mie considerazioni non formali, la straordinaria realtà visiva e tattile di «Personnage» 1975. Uomo elefante, elefante uomo, o solo parte di una latebra sfuggita ad un antico animale (gigantesco frammento osseo); oppure l’abbozzo, l’inizio, la nascita nuova non di un mostro di cui s’era perduta memoria ma di un uomo nuovo che avrà bisogno di spazi infiniti; quindi da riconquistare. Una cauta tenera forma appena abbozzata per il ritrovato paradiso perduto. Gli occhi che guardano, infissi scavati in quella struttura aperta, sembra davvero che stiano dipingendo il mondo.

Questa totalità espressiva, con l’uso di mezzi e materiali plurimi, è sempre sembrato a me il magistero più autentico di Mirò, insieme alla sua mobilità danzante ed espressiva. Infatti, tutto ciò che può essere palpabile, manipolabile, può essere circoscritto e può essere depositato. Ogni sua opera è una cerniera rigorosa per costringere le ombre a sfuggire dalle opere, e le opere, quindi, a definirsi. Si può vedere; anzi, più modestamente, io credo di vedere tutto ciò, esemplarmente, sempre nel «Personnage» 1975 già indicato. Parte di maschera, o di viso, sollevata sopra il probabile piede unificato (così denso da non voler lasciare la terra); oppure sopra l’ombra solidificata; sollevata, ripeto, da due steli che lasciano libero chi guarda – interrompendo o separando la figura – di oltrepassare il limite dell’oggetto e di progredire senza soste, per arrivare proprio laggiù, in fondo al mondo. E dove il mondo si conclude. Perciò si ha la sensazione di andare oltre i limiti di spazio e tempo tradizionali e di attingere la virtualità di un paradiso nuovo, tutto felicemente schematizzato. Per l’appunto, ripeto, il suggerimento struggente e vitale di una attesa, come conquista continua non come suggestione transitoria.

La verità, aggiungerei ancora, è che Mirò opera come, per esempio, se potessi anche solo nei propositi, vorrei dipingere, operare io. Cioè, come un uomo normale. Tale e quale. Pittura, scultura, disegno; e qualsiasi altra cosa egli possa o voglia toccare. Anche solo sfiorare. Altri grandi artisti fermano, bloccano l’ammirazione. Si resta estasiati a guardarli, a perlustrarli in dettaglio; ma comunque, sempre, il quadro, la statua sono lì davanti; e io qua; in mezzo lo spazio del mio respiro. Tocco con gli occhi ma non sfiorerei mai con la mano. Sono, insomma, in atteggiamento di ammirato rispetto. Guardo, non mastico. Non trituro fra i denti; non assaporo vitalmente, non mi lascio contaminare, azzerare. Con Mirò, questo divino contadino della terra arata nel cielo, tutto si capovolge e anch’io posso entrare dentro ai suoi segnali come fossero i miei. da sempre. Percepisco di continuo il fremito delle sue ali e ho il vento fra i capelli. Perché egli è vigoroso e leggero, asciutto e di continuo modificabile in senso improvviso e ineffabile, sia che tracci un segno con matita, sia che investa di frammenti quasi bombardati antiche porte, grossi frammenti di pietra, legni nodosi. Egli riesce a sollevare tutto in alto, a volo, con un soffio soltanto. Che vale una vita.

Nessun altro artista contemporaneo, per me, ha saputo dare con la sua opera questo senso di ordinato furore, di smisurata libertà, di ordinata felicità anche nel dolore. Perché Mirò non è rimasto lontano dal suo tempo, non si è sottratto, ma ha camminato intorno al vulcano non lasciandosi accecare. O bruciare troppo. Così a me piace, ripeto, proprio per l’assoluta libertà che la sua opera esprime. Libertà di ricerca e libertà di amore tenerezza sorpresa continue per le cose. Per tutte le cose. Che possono diventare di volta in volta segno, scrittura, oggetto radunato e diviso, voce, saluto; in ogni caso, sempre oggetto non consumato ma conservato. Lo ha detto anche lui: Per me un oggetto è vivo. Mirò salva la vita dalla morte della vita.

 

 

 

Carte d’Arte, anno IV, n. 5, estate 1993.

 

 

 

Lunedì, 11 Febbraio 2013 14:59

La Borsa Valori

 

ALIMENTARI:

Alimont

meno cinque

o cinquanta. Così!

Buton

ahi! Meno dieci.

Bon. Ferraresi

Motta

Eridania

Zuccheri Roma

quarantacinque più.

 

CEMENTIERI:

Eternit

Italcementi

Unicem

meno novanta

più trenta

undici più.

 

IMMOBILIARI:

Condotte d’Acqua

sono nove più

le Gilardini

settantanove

Risanamento

trenta più

Coge

diciotto

Certosa

sessanta

e i Beni Stabili

a venti più.

 

I FINANZIARI:

Bastogi

Agricola

Centrale

GIM

a trenta meno;

Generalfin

IFI privata

IFIL

INVEST

a più cinquanta;

Mittel

Finmare

più uno e un quarto;

SAROM

SME

STET.

 

CHIMICI:

Anic

Brioschi

Erba

Italgas

Perlier

Pierrel

Rumianca;

più due e cinquanta

la Lepetit.

 

Vendo le Bastogi

compro Comit o Ras

vendo Richard Ginori

compro Buton e Sip;

Coge do via in un amen

compro Sifa e Fisac

butto la Snia Viscosa

prendo Smeriglio e CIR.

Non ho contanti e vado

al riporto final;

nel mese di novembre

sarò nel Portogal.

Se Liquigas o Enel

Dalmine Falck IFIL

stamattina non crescono

…………………………………

…………………………………

capsula dottor Knapp.

Lunedì, 11 Febbraio 2013 14:17

No

Mi pongo, o mi propongo alcuni problemi, in questo momento, e tento se non di risolverli, perché non sarei capace, almeno di centrarli e precisarli meglio intanto a me stesso, e così di chiarirli un poco. In altre parole, faccio o cerco di fare come tante oneste persone di fronte al moto violento e per nulla rassicurante delle cose di questo mondo. Meglio, del nostro piccolo mondo italiano. Che a me sembra, nella sostanza della realtà che ci circonda, tornato marginale greve e impervio come negli anni più lenti o più bui della nostra storia. Natural­mente, è appena il caso che ripeta ancora una volta di sapere che mi pongo sempre e al solito in una posizione debole e insicura, di scarso pregio – tanto più al presente, vedendo le fotografie dei numerosi brindisi e dei sorrisi a mandibole tese dei vincitori nella corrida degli ultimi referendum.

Riconosco di essere, dunque, un incallito perdente nella gran corsa per ordinare il mondo nuovo o in quella di conservare con le unghie e con i denti gli infiniti privilegi del mondo vecchio; non avvicinandomi di proposito, in questo modo, neanche per sbaglio a quelli che esaltano il così detto nuovo e rifuggendo da sempre come dalla peste da quelli che intendono trattenere e abbarbicarsi ai fracidi privilegi e alle incallite camarille. Embè? Gran cosa! Né qua né là, sorride con ironia il mio unico ascoltatore, e poi conoscendo un poco i tuoi umori, neanche al centro; e allora dove ti intani? Forse sotto, per nasconderti? O sopra, per apparire e magari ti credi il più bravo, il più saggio, il più pronto come il gran veglio della montagna? A me, a dire la verità, sembri piuttosto un arlecchino poco azzimato che enuncia il suo lazzo con la voce stravolta e si becca subito il calcio dal padrone. Ecco, proprio questo è il destino in terra (e in cielo) degli eterni scontenti, degli inarrestabili mugugnatori e piantagrane, di non avere in nessuna occasione voce in capitolo e neanche l’ombra di un ascoltatore; quindi di non potersi fare riconoscere neppure come un venditore su pubblica piazza di un qualche foglietto della buona fortuna con sopra impressi i numeri del lotto, da poterlo leggere almeno con un poco di curiosità o di piccolo divertimento. Ma dire sempre no che divertimento è? Non ci si sente frustrati? E dove può portare? Come si è anche visto nei giorni scorsi e nelle ultime elezioni ballerine (perché al suono delle caccavelle si presumeva di passare da un prima a un dopo a passo di danza) non può condurre se non nella solita stanza affollata di tante, di troppe persone diverse, antagoniste in parte, comunque incapaci di coesistere dopo quell’unico anticipato abbraccio.

Mi sento di rispondere, a questa sfilza di precisazioni, che è tutto vero; o se non tutto, buona parte; e mi prendo di seguito e rassegnato i miei calci, le mie botte arlecchinesche. D’altra parte, preventivati. Ma in politica, cioè nella grande terribile pentola della realtà sociale, i forsennati rumorosi balli sotto i ciliegi, con conseguenti interminabili applausi e grandi luminarie, secondo il mio modesto avviso hanno sempre accompagnato un sentimento di speranza, magari sincero, ma hanno coperto subito mille magagne vecchie mentre si cominciava a confezionarne altre mille di nuove.

Così, se non sbaglio, il giorno stesso della vittoria «segnica» referendaria, abbiamo visto apparire sugli schermi la solita trafila dei faccioni tranquillamente impuniti; la maggior parte appartenenti a quelli che per anni e anni hanno accompagnato il nostro progressivo avvilimento, la incalzante ribalderia del nostro paese. E non un viso nuovo, fra questi; non una parola nuova, non una sillabazione diversificata, non un piccolo programma concreto. immediato, necessario, realizzabile. Tanto che sono adesso convinto che per quanto greve e irritante, il governo presieduto da Amato nella sua espressionistica virulenza, nella sua saltabeccante mobilità ministeriale, nella sua suadente perfidia enunciata con decoro accademico, era politicamente più stimolante di quanto possano sembrare le logorroiche enunciazioni dei capintesta di questa ultima sceneggiata. Aggiungo, forse era anche più nuovo.

Nuovo? Perché, e in che modo? Nuovo, perché si proponeva senza esitazione come la mano operativa della nuova situazione di potere reale in atto; cioè come esecutore su mandato della realizzazione sempre più decisa e più precisa di una società duramente inesorabilmente conservatrice ma senza tragedie; duramente di destra – o anche dura soltanto – inesorabilmente collegata, anzi unicamente collegata alle vicende e alle peripezie del capitale finanziario; e in cui, allora, l’uomo di carne e ossa con i suoi modesti ma indispensabili bisogni di fondo, quotidiani, scompare, è annientato assorbito relegato in una nebbia sociale. Ciò che ci dobbiamo aspettare, dalle prossime vicende, sarà un vischioso stridio come di ruote non lucidate per smuovere il carro di questo squinternato paese ufficiale per le strade riservate ai sensi unici delle leggi di mercato. Con la guerra quasi in casa; con una magistratura che si è improvvisamente esaltata a tutelatrice del candore universale delle anime dopo decenni di assopimento profondo; con un’Europa bucherellata come un formaggio svizzero (quindi senza più il potere di suggerire quel riferimento politico e culturale di provenienza ottocentesca, condito con la panna montata di una sovrana utopia); penso che oggi si debba soltanto cercare, per salvarsi davvero e rinnovarsi (o cominciare a rinnovarsi almeno un poco), di compiere verifiche affondi e progressi con piccolissimi atti, con brevissimi passi, scatti in avanti, per raggiungere e conquistare piccolissime verità; novità che incidano con tagli sottili nella realtà.

Il trionfo del referendum? Mi ricorda i francesi di sette anni fa; la sera di Parigi tripillante e illuminata; i balli, i suoni, il vino. Anche le notti italiane hanno stappato qualche bottiglia di prosecco; ma dove sono i buoni conduttori, i buoni pastori, gli onesti giusti traghettatori? Dove dove dove? È meglio per il momento, e in questa occasione, concludere; rispondendo all’obiezione iniziale, che non si deve stare né qua né là, né sopra né sotto, perché non è il tempo di nascondersi. Semmai, si possono per giusta causa riprendere le vesti di Arlecchino; il quale non ha dimenticato nulla, guarda bene il mondo intorno, conosce gli umori del padrone, e sa che tutto non è ancora cambiato, che tutto deve ancora cambiare; perciò, dopo una battuta feroce ha i nervi ancora guizzanti e i riflessi ancora pronti per balzare da un lato e schivare il calcio nel didietro. Perché i padroni danno sempre i calci; anche a Natale; anche nei giorni del Signore. O anche in aprile, nei giorni di una presunta rivoluzione tutta confetti e babà.

 

 

 

Carte d’Arte, anno VI, n. 4, aprile 1993.

Lunedì, 11 Febbraio 2013 12:40

Ulisse coperto di sale


 

Vedo le stanze imbiancate

tutte le finestre spalancate.

Neve non c’è, il sole c’è,

nebbia non c’è, il cielo c’è!

Tutto scomparso, tutto cambiato

mentre ritorno da un mio passato

tutto è uguale, irreale

sono Ulisse coperto di sale!

 

È vero

la vita è sempre un lungo, lungo ritorno.

Ascolta,

io non ho paura dei sentimenti.

E allora guarda,

io sono qui,

ho aperto adagio adagio con la chiave;

come un tempo

ho lasciato la valigia sulla porta

‒ ho lasciato la valigia sulla porta.

Ho guardato intorno prima di chiamare, chiamare

non ho paura,

ti dico che sono tornato per trovare, trovare

come una volta

dentro a questa casa

la mia forza

come Ulisse che torna dal mare

come Ulisse che torna dal mare.

 

Una mano di calce bianca

sulle pareti della mia stanza

cielo giallo di garbino,

occhio caldo di bambino!

Tiro il sole fin dentro la stanza

carro di fuoco che corre sul cuore

perché ogni giorno è sabbia e furore

e sempre uguali non sono le ore!

 

Voglio dirti:

non rovesciare gli anni come un cassetto vuoto.

Ascolta:

anche i giovani non hanno paura di un amore

e mai, mai, mai

strappano dal cuore i sentimenti;

io ti guardo,

la tua forza è un’ombra di luce

la tua forza è un’ombra di luce.

 

‒ LA MANO AFFONDATA

NEL VENTO DEL VENTO ‒

aria calda,

urlano quelle nostre ore

strette in un pugno

urlano come gli uccelli,

i sassi si consumano,

non si consuma la vita

la giornata è uguale

a una mano che è ferita

io sono Ulisse al ritorno

Ulisse coperto di sale!

Ulisse al principio del giorno!

Lunedì, 11 Febbraio 2013 11:33

Carmen Colon

 

 

Carmen Colon

con i suoi dieci anni

con i suoi piedi nudi

sull’asfalto dell’autostrada.

 

Carmen Colon

i capelli sono folti e chiari

le sue mani sono di donna

la polvere è sul prato.

 

Carmen Colon

voce forte dell’assassino

c’è un’altra voce che la chiama

non sono gli occhi di un ragazzino.

 

Ahi Carmen Colon

Carmen Colon

Carmen Colon

Carmen Colon

 

Carmen Colon

corre veloce nell’erba

intorno al collo ha perle di luce

lama arrotata di coltello.

 

Carmen Colon

le macchine passano in fretta

si baciano i giovani bevono Cola

la guardano e non vedono.

 

Carmen Colon

il primo colpo è un sasso in fronte

nella carne non fa male

il sangue è freddo e leggero.

 

Ahi Carmen Colon

Carmen che chiama

Carmen pugnale

Carmen sull’erba.

 

Carmen Colon

non ha più sorella o fratello

la sua vita si è fermata

è in ginocchio e non la vede più.

 

Oh Carmen Colon

questa ragazzina e la morte

commuovono la tivù.

Grandi i titoli sopra i giornali.

 

Carmen Colon

è la vittima ventesima

fra i bidoni viola dell’agosto

il suo corpo sotto un lenzuolo è nascosto.

 

Carmen Colon

nessuno per lei si è fermato

né un aiuto o una mano le hanno dato

filavano via verso il mare.

Lunedì, 11 Febbraio 2013 11:05

Tu parlavi una lingua meravigliosa


I sassi della stazione sono di ruggine nera.

Sto sotto la pensilina dove sventola adagio una bandiera.

In un campo una donna si china su due agnelli appena nati.

Striscia al vento nudo sopra il fuoco, il fuoco violento dei prati.

 

Un uccello, isolato, raccoglie sopra un vagone abbandonato

il cielo grande d’ottobre e gli strappa il fianco bianco e gelato,

intorno, dopo la notte, ci sono tronchi sporchi di mosto

e mille macchine in fila, laggiù, in un deposito nascosto.

 

Apro il giornale e provo a leggere per nascondermi un poco

mentre lei parla ad un uomo ed io riconosco il suo suono un poco roco.

Chiudo il giornale, la guardo, lei è voltata e non mi vede,

i capelli sono biondi e sono tinti; dunque lei alla vita non cede.

 

Vuoi guardarmi? Occhio della mente, occhio della memoria!

Una donna è vecchia quando non ha più giovinezza!

E ascolto la marea del cuore perché siamo vicini.

L’ho ritrovata per caso ma non è più una ragazza.

 

Vorrei chiamarla e dirle: le volpi con le code incendiate

non parlano ma gridano pazze fra gli alberi per il dolore.

Sediamoci per terra oppure là sopra panchine imbiancate,

sediamoci sopra un letto di foglie secche ed ascoltiamo il nostro cuore.

 

Ci siamo scordati e perduti, ti ritrovo adesso all’improvviso

dentro una piccola stazione in un giorno grigio d’ottobre;

tu non mi guardi neppure, io solo ho l’inferno nel cuore

perché la vita è una goccia che scava la pietra del viso.

 

Ogni mattina, ogni sera io parto e ritorno da solo

come il ragazzo che ero non posso più bruciare in un volo.

Il treno arriva, si ferma; la mia ombra sale parte scompare.

Io ti vedo giovane ancora come in un sogno dileguare.

 

 

 

Lunedì, 11 Febbraio 2013 10:05

Anidride Solforosa

 

Sono andata via

perché rimanere sempre a Faenza

non è che m’interessasse troppo

non puoi sempre rifugiarti nella foresta;

e sulla spiaggia del mare

l’ombra si scioglie, ti fa disperare.

 

Ero una ragazza un po’ nervosa

ma intelligente

però di calcio non capivo niente.

Per questo non mi sono sposata, no.

 

Ma io guardavo il mondo piangendo,

perché ero contenta,

perché ero contenta, perché ero contenta!

 

‒ Ieri la città si vedeva a malapena

oggi la città si vede tutta intera.

 

Ieri il mare si scuoteva da fare pena

oggi il mare ha la barba tutta nera.

 

Gli elaboratori hanno per sorte

di aiutare l’uomo a vincere la morte.

 

Infatti se il vento dell’inquinamento

tende a salire lo aiutano a morire.

 

E aiutano anche l’amministrazione

patrimonio forestale in distruzione.

 

Verrò, verrò, è fuori discussione

perché qualcosa

deve pure accadere.

 

In giro c’è molta rivoluzione

tu sballi sempre tutto

e soprattutto non mi dai attenzione.

 

Non vedi, tu non vedi

come il mondo sembra brutto?

Però posso incontrati?

 

Posso vederti? Posso rivederti?

In un giorno della settimana?

Anche se abiti in una città lontana.

 

‒ L’uomo, l’uomo, l’uomo,

l’uomo si serve degli elaboratori

per migliorare il mondo in cui si vive.

 

Percentuali di particelle solide

presenti nell’atmosfera;

tutti i dati raccolti

sono trasmessi all’elaboratore.

 

Sapremo quante volte fare l’amore

o quante volte i fiumi

in Italia traboccano.

 

Ma i cittadini di Filadelfia

vivono sotto un cielo pulito.

 

Io ti segno a dito

e tu segna pure me. Sono felice.

 

Venerdì, 08 Febbraio 2013 17:12

Fare, non fare, disfare

La bozza programmatica relativa alla nuova amministrazione della città di Bologna sembra più impegnativa, complessa e complicata di quella che ha di recente impegnato l’amministrazione Clinton o di quella che, tempo addietro e a seguito dell’ultima crisi politica, ha visto impegnato per la sua conclusione e poi immediata applicazione, il governo del premier inglese Major, che ci impiegò due giorni appena, con ministri e tutti i segretari.

Questi tempi rallentati, prolissimamente impantanati; verbosi, ripetitivi, bizzosi; quindi diabolicamente lenti e poco conclusivi; anzi, direi, sconclusivi; appartengono, sono un privilegio della nostra vita politica; della nostra realtà politica. E con questi tempi, misurabili in anni e non in ore, dobbiamo fare i conti. E questi tempi, tenerceli. Così siamo, così dunque agiamo.

Non ho calcolato in giorni il tempo che è già passato dalle dimissioni di Imbeni; ma credo, almeno un mese. Un mese almeno. E siamo ancora a sottoscrivere, pubblicamente, benevoli ottimismi. «Mi spinge l’ottimismo» ha appena annunciato Vitali; e l’ottimismo, mi pare di intendere da ciò che posso leggere sul giornale, è suscitato e mantenuto attivo dall’avere constatata la «disponibilità», così credo si possa dire con correttezza nel gergo politichese, delle altre forze politiche a sostenere la Giunta.

Ma se la politica, nella sua essenza generale, nella sua sostanza reale, non fosse l’inetto cafarnao di squallidi umori, di proliferanti interessi, di avide arroganze e di omologazioni culturali sullo standard medio americano; confermando anche in questi giorni così tormentati e difficili il suo viso di vespa; se non fosse, ripeto, così e così, i tempi sarebbero davvero più rapidi; le intuizioni più attive e stimolanti; gli approcci alle cose più profondi; il rapporto con la gente, sul serio, più diretto e partecipato. È da una infinità di tempo che non si riesce a intendere nulla che non sia generico, presuntuoso; e che non ci si può fermare su qualcosa di realmente concreto, fatto o fattibile. Basterebbe, a inchiodare il discorso sullo specifico, il piano del traffico. Dopo referendum pubblici; dopo aver chiamato gente da fuorivia quando c’è un’università millenaria qua da noi; e dopo aver speso soldi per le conclusioni ben note: porto via le auto da qua e le sbatto là. Oppure targhe alterne, come conclusiva novità.

Ed è tutto così, via via. Perché la politica in generale, cioè il fare sulle cose sul territorio, è sempre rimasta vincolata qua in Italia a paradigmi operativi invalicabili. Tanto è vero che la spettacolare invenzione, a seguito dei recenti sconquassi, fra l’altro dibattuta e teorizzata con lunghe articolesse e tavole rotonde, suggerisce modestamente e ambiguamente di passare dal verticalismo dei partiti al trasversalismo dei raggruppamenti. Anziché salire o scendere la montagna, nuotare nel mare per allontanarsi oppure per ritornare ad una riva. Ma poi le idee sono le stesse e gli uomini quasi sempre non cambiano.

Quindi è fuori discussione che ci aspettano, in avanti, giorni ancora più cupi, più irritanti, più difficili; perché non sussiste alcuno sblocco culturale. E perché la nostra arretratezza è almeno decennale rispetto alle più immediate necessità. Basta vedere l’impegno governativo nella direzione dello stato sociale.

Per Bologna; anche per Bologna, i tempi sono difficili e continueranno a esserlo. Vincolata purtroppo a rapporti di forza intricati e imbriglianti. Se uno dice l’altro disfa; se uno si azzarda l’altro reprime. Anche, o soprattutto, all’interno dei singoli partiti. Incroci contrastanti, di piccola macelleria. Ma mentre in alto ci si incontra, si parla, si discute, la città sul serio si degrada e degrada. I poveri, una volta semi-occulti, diventano una presenza drammaticamente prepotente, non più controllata. Non potendo e trovando altro, si sistemano come possono, dove possono: nel giardinetto di piazza Minghetti (davanti alle poste, davanti alla ricchissima Cassa di Risparmio); nel giardinetto di via San Gervasio (davanti al liceo Minghetti, vicino a via Marconi). Questo per fare due esempi, per indicare situazioni che anche solo ieri non c’erano. E poi: i quattrocento profughi della ex-jugoslavia a cui è stato intimato lo sfratto e il rimpatrio e la collegata affermazione dell’assessore che non è possibile far nulla in quanto Bologna ha già in carico ottocento sfollati. Si prova un brivido. Con quello sfracello terribile che sta accadendo a duecento chilometri in linea d’aria da noi, una società davvero civile e avanzata; responsabile di un proprio ruolo; non è in grado di as­solvere a un autentico impegno di assistenza? e di partecipazione? La verità è che a questo punto il problema di fondo (che non ho sentito neppure sfiorato perché, a mio parere, non è ritenuto più un problema dato che si ritiene d’avere in mano sia ben stretta la soluzione) è ancora, è sempre il seguente: la città, una città, va amministrata come un’impresa o come un impegno complesso, complessivo e sociale? Se come un’impresa, le attività cittadine devono produrre reddito; ciò che non lo produce, si taglia. Questa è la logica che induce a chiamare anche i privati ad amministrare; perché essi hanno il pelo sul cuore e gli occhi soltanto sul registro dei conti. Ma ci avviamo davvero verso un mondo organizzato sul dare e l’avere; o non piuttosto dobbiamo batterci per un mondo, giusto e pulito, in cui gli impegni sociali siano almeno equiparati ai bisogni più specifici e urgenti? Ai bisogni primari della società post-industriale violenta e incerta e ancora senza la maschera di alcuna nuova specificazione? Affrontandolo sul serio, si comincerebbe intanto a sottrarre questo problema terribile alle futili sceneggiate televisive, ridondanti e incruente, che vorrebbero strizzarci soltanto qualche lacrima per qualche mezz’ora soltanto. E rimandarci a letto contenti di cuore.

 

 

 

Carte d’Arte, anno VI, n. 3, marzo 1993.

 

 

 

 

Venerdì, 08 Febbraio 2013 17:09

La piazza, le piazze di Bologna

Mi è capitato di esprimere un personalissimo parere, in una sede amica, su questo argomento che mi coinvolgeva come cittadino riflessivo. Mi interessa adesso ritornarci sopra, non per caustica insistenza, ma perché credo che parlando di questo e su questo si possa e si debba parlare e discutere di molto altro ancora. In temi in cui la confusione delle lingue (e dei propositi) è somma ma la sostanza delle conclusioni è sempre mediocre o deludente; o ripetitiva di vecchi schematismi fino alla noia. Dato che ognuno di noi è troppo spesso pilotato verso preoccupazioni o approvazioni, respiri sostenuti d’attesa o respiri di sollievo, a seconda delle intitolazioni giornalistiche e dei sommari delle Tv, mai come in questi giorni esasperate nel produrre esecrazione. E quindi mai, come in questi giorni, occorre ascoltare e agire con cautela personalissima, in gran sospetto di tutto, fidandosi della voce pubblica poco o niente. Anzi, dovessi dire, niente di niente. Quasi ricominciando da capo.

Di queste righe, dunque, l’argomento non vuol essere tanto piazza Maggiore e il progetto del suo restauro; ma il concatenato giudizio di merito da assegnarsi all’avvenuto ripristino della adiacente piazza del Nettuno. Indugiarvisi ancora sopra, a cura e a lavoro compiuti, potrebbe sembrare una insistenza inutile, un biascicare di umori ristretti dentro le quattro mura cittadine. Invece, a mio giudizio, non è così. La verità, al contrario, porta a radunare manipoli di considerazioni circa il futuro non solo di questa città ma di tutti gli aggregati urbani del nostro paese, aggrediti da malversazioni gabellate per forme di tutela, di rispetto, di conservazione, di promozione culturale e turistica. Considerazioni per nulla al mondo da delegare, finché è possibile o sarà possibile, esclusivamente o prevalentemente agli uomini di scienza: urbanisti, architetti, sociologi del territorio, amministratori politici.

Per Bologna, intanto, non dobbiamo fare altro che tirare le fila di quotidiane impressioni che ci sfilano sotto gli occhi. La città non è soltanto cambiata, non sta soltanto cambiando – con le correlate approssimazioni, sul momento forse inevitabili – ma di certo è degradata. Vistosamente, precipitosamente. Ha perso qualsiasi riferimento a un ordine possibile, ancora attuabile nonostante il precipitoso rovesciarsi del mondo. Soprattutto, sembra consegnata a un futuro senza alcuno spiraglio di ampio respiro; un futuro intruppato con gli altri centomila paesi di questo paese dei limoni.

Piazza del Nettuno, per esemplificare, riaffidata adesso all’uso pubblico, sembra uscita dal negozio del barbiere dopo un prolungato trattamento capillare. Un guasto al buon senso della storia; una dolorosa sconclusione. Tanto da fare esclamare a chi la vede oggi ma già conoscendola ieri: «Ma chi ti ha conciata così?».

Ma in che cosa consiste, a essere concreti, l’offesa? Nella scancellazione, attraverso successivi massaggi lavaggi e spargimenti profumosi, del primitivo volto del luogo – non una maschera arzigogolata ma duro e severo volto inciso nel sasso – per riconsegnarcelo azzimato come il cagnetto che ha il fiocco perfino sulla coda. È la manomissione della sostanza reale del luogo (della sua specificità), fortemente connotata e inimitabile, che credo di dovere contestare agli ideatori e ai realizzatori dell’operazione. Non la mancanza di scrupolo ma una risoluzione che rende intollerabile ogni scrupolo oggettivo. La categorica convinzione di disporre di tutti i dati selettivi e ufficiali per non tradire la verità storica e culturale del luogo.

Mentre a Bologna occorrerebbero centomila scrupoli aggiuntivi, ai tanti già necessari in simili occasioni, in simili necessità.

 

La città invece è vilipesa e assalita da oltre centotrent’anni da ruspe picconi demolizioni e poi bombe d’aeroplano. Era rimasta immutabile da secoli, con pietre che il fiato del tempo aveva tormentato fino alle ossa; dopo, questo immobilismo è stato sconvolto da pubblici e privati interessi, e dentro a una indifferenza cittadina abbastanza perniciosa. Così Rubbiani interviene e il centro medievale alla fine risulta azzimato come lo scenario tirato a lucido di un’opera d’argomento trecentesco al teatro Comunale. Poi, in altro tempo, via le mura per allargare i viali, dare respiro alla città, riadattarla ai venti della collina. E i bombardamenti dell’ultima guerra che hanno prodotto guasti e dopo riedificazioni contrastanti, sconclusionate. Proprio per queste (e altre) ragioni il problema della piazza, delle piazze non è limitato o soltanto finanziario, ma di fondo, per la città.

 

 

 

Carte d’Arte, anno V, n. 9, novembre 1992.

 

 

 

 

Venerdì, 08 Febbraio 2013 16:44

Agli uomini caduti noi dobbiamo amore

Povera Italia mia, povera Italia. Mentre scrivo, il calendario indica lunedì 25 maggio dell’anno 1992. Un anno già segnato da molti disastri.

Ma ieri, in Sicilia, isola senza più aranci e limoni, hanno assassinato il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, i tre agenti di scorta: Antonio Montinari, Rocco Di Cillo, Vito Schifani.

Fogli stampati e tivù che nelle tragedie ci sguazzano hanno rovesciato le solite carrettate di retorica riempiendoci non il cuore ma le orecchie, tanto da dovere spegnere il video o buttare il giornale. Trascrivo appena questa indicibile perla regalata da un cronista televisivo: «Palermo si è svegliata con angoscia, perché nessuno si aspettava che un giudice come Falcone potesse essere ucciso».

Da trent’anni, a scadenze sempre ravvicinate, patiamo insulti atroci, soprattutto in Sicilia; dove i validi e costanti e intransigenti servitori di questo Stato dissossato vengono regolarmente falciati dalla mafia; o come suggeriva meglio, senza impazienze, Giovanni Falcone, da Cosa Nostra. E se da trent’anni subiamo questo stillicidio di morte, siamo ormai vaccinati contro reazioni solo umorali, sputate fuori sul momento e subito gettate dietro le spalle come la buccia di un lupino. Voglio dire che, ormai, le parole delle facce di bronzo non riescono neanche più a incastrarci fra le reti delle emozioni ufficiali; e che adesso ci sentiamo liberi di formulare private deduzioni da contrapporre alla verbosità dell’impassibile mostro statale. Ci siamo ormai accorti da tempo che essendo la mafia, anzi Cosa Nostra,quasi per intero lo Stato, noi dobbiamo per fermo dovere ripugnare questo Stato nella parte in cui è corrotto e traditore. Uno Stato che per gran parte fa vergognare e ci fa vergognare. Uno Stato in cui i servitori onesti sono ammazzati come cani o emarginati come lebbrosi; uno Stato che non suggerisce in alcun fatto o atto onestà, onore. Il quadro allestito in diretta, in ogni direzione, anche in questi giorni, rappresenta una conferma quotidiana di questo semplice ma tremendo enunciato. Così che questo Stato, per lenire appena in parte il tossico virulento degli esempi disastrosi della cronaca di ogni giorno, può pescare soltanto nel barile della rimembranza storica, in cui sovrapposti e mescolati al sale grosso come le sarde resistono i fatti duri reali e necessari di mezzo secolo – che coinvolgono soprattutto i nonni e bisnonni; mentre per i tempi recenti non saprebbe proporre ai giovani se non una partita di calcio, quattro ruote in rosso o una barca in regata. Spende come un nababbo ma non costruisce alcuna emozione duratura, da far vibrare nei sentimenti come sostanza della vita. Così l’Italia di questa ultima tornata del secolo è un luogo sociale con lamiere e calcinacci che non ha più pensieri sul proprio futuro; ma ha solo un pugno di luoghi comuni, già vistosamente usurati, sul proprio passato. Potrebbero davvero i giovani bere le acque ufficiali, per beneficio di testa e cuore, se da trent’anni la politica di vertice qua da noi in Italia è svolta quasi soltanto a mezzo di stragi? Stragi di ogni genere: seguite sempre, con meticolosa protervia, da processi mai conclusi, sempre ripresi, sempre rimandati, sempre involti e sempre capovolti.

So bene, anche da questo versante, di non esprimere alcuna novità, poiché da gran tempo abbiamo avuto soltanto Governi poco decorosi, disposti a raccattare gli interessi più svariati.

Un dettaglio ricavato da una cronaca giornalistica proprio di oggi 25 maggio, a convalida semplice della mia scrittura: «Racconta un ex-agente della scorta del giudice Falcone: Quando cominciai a fare la scorta al giudice ogni spostamento mobilitava una dozzina di uomini e prevedeva una sincronia quasi perfetta. Dall’alto, a seguirci, c’era sempre un elicottero. Era il vero occhio dell’apparato di sicurezza, quell’elicottero. Sorvolando il percorso del corteo arrivava a destinazione qualche minuto prima, restava quasi immobile sfiorando i tetti dei palazzi, sorvegliava la strada, le traverse, gli angoli, segnalava qualsiasi strano movimento di auto o di persone. Se a un semaforo si restava imbottigliati nel traffico, essendo in dodici riuscivamo a uscire dalle auto e a bloccare qualsiasi movimento tutt’intorno all’auto di Falcone. Ma poi, improvvisamente, si scoprì che l’elicottero costava troppo e dal ministero giunse l’ordine: sospendere la copertura aerea. Un risparmio doveroso? Forse sì, commenta l’agente; almeno se avessero fatto lo stesso con tutti quei politici che in elicottero si fanno portare a Ustica per i bagni».

Detto e fatto. Quindi non il governo dello Stato ma la gestione dello Stato, inteso come un panno bagnato da strizzare fino all’osso. E adesso vedo che stanno eleggendo il nuovo presidente. Niente di nuovo in sostanza sotto il sole. Nulla cambia, nulla è cambiato, nulla cambierà; perché questo Stato ha già buttato nel fango tutte le sue bandiere.

 

 

 

Carte d’Arte, anno V, n. 7, estate 1992.