La piazza, le piazze di Bologna

Mi è capitato di esprimere un personalissimo parere, in una sede amica, su questo argomento che mi coinvolgeva come cittadino riflessivo. Mi interessa adesso ritornarci sopra, non per caustica insistenza, ma perché credo che parlando di questo e su questo si possa e si debba parlare e discutere di molto altro ancora. In temi in cui la confusione delle lingue (e dei propositi) è somma ma la sostanza delle conclusioni è sempre mediocre o deludente; o ripetitiva di vecchi schematismi fino alla noia. Dato che ognuno di noi è troppo spesso pilotato verso preoccupazioni o approvazioni, respiri sostenuti d’attesa o respiri di sollievo, a seconda delle intitolazioni giornalistiche e dei sommari delle Tv, mai come in questi giorni esasperate nel produrre esecrazione. E quindi mai, come in questi giorni, occorre ascoltare e agire con cautela personalissima, in gran sospetto di tutto, fidandosi della voce pubblica poco o niente. Anzi, dovessi dire, niente di niente. Quasi ricominciando da capo.

Di queste righe, dunque, l’argomento non vuol essere tanto piazza Maggiore e il progetto del suo restauro; ma il concatenato giudizio di merito da assegnarsi all’avvenuto ripristino della adiacente piazza del Nettuno. Indugiarvisi ancora sopra, a cura e a lavoro compiuti, potrebbe sembrare una insistenza inutile, un biascicare di umori ristretti dentro le quattro mura cittadine. Invece, a mio giudizio, non è così. La verità, al contrario, porta a radunare manipoli di considerazioni circa il futuro non solo di questa città ma di tutti gli aggregati urbani del nostro paese, aggrediti da malversazioni gabellate per forme di tutela, di rispetto, di conservazione, di promozione culturale e turistica. Considerazioni per nulla al mondo da delegare, finché è possibile o sarà possibile, esclusivamente o prevalentemente agli uomini di scienza: urbanisti, architetti, sociologi del territorio, amministratori politici.

Per Bologna, intanto, non dobbiamo fare altro che tirare le fila di quotidiane impressioni che ci sfilano sotto gli occhi. La città non è soltanto cambiata, non sta soltanto cambiando – con le correlate approssimazioni, sul momento forse inevitabili – ma di certo è degradata. Vistosamente, precipitosamente. Ha perso qualsiasi riferimento a un ordine possibile, ancora attuabile nonostante il precipitoso rovesciarsi del mondo. Soprattutto, sembra consegnata a un futuro senza alcuno spiraglio di ampio respiro; un futuro intruppato con gli altri centomila paesi di questo paese dei limoni.

Piazza del Nettuno, per esemplificare, riaffidata adesso all’uso pubblico, sembra uscita dal negozio del barbiere dopo un prolungato trattamento capillare. Un guasto al buon senso della storia; una dolorosa sconclusione. Tanto da fare esclamare a chi la vede oggi ma già conoscendola ieri: «Ma chi ti ha conciata così?».

Ma in che cosa consiste, a essere concreti, l’offesa? Nella scancellazione, attraverso successivi massaggi lavaggi e spargimenti profumosi, del primitivo volto del luogo – non una maschera arzigogolata ma duro e severo volto inciso nel sasso – per riconsegnarcelo azzimato come il cagnetto che ha il fiocco perfino sulla coda. È la manomissione della sostanza reale del luogo (della sua specificità), fortemente connotata e inimitabile, che credo di dovere contestare agli ideatori e ai realizzatori dell’operazione. Non la mancanza di scrupolo ma una risoluzione che rende intollerabile ogni scrupolo oggettivo. La categorica convinzione di disporre di tutti i dati selettivi e ufficiali per non tradire la verità storica e culturale del luogo.

Mentre a Bologna occorrerebbero centomila scrupoli aggiuntivi, ai tanti già necessari in simili occasioni, in simili necessità.

 

La città invece è vilipesa e assalita da oltre centotrent’anni da ruspe picconi demolizioni e poi bombe d’aeroplano. Era rimasta immutabile da secoli, con pietre che il fiato del tempo aveva tormentato fino alle ossa; dopo, questo immobilismo è stato sconvolto da pubblici e privati interessi, e dentro a una indifferenza cittadina abbastanza perniciosa. Così Rubbiani interviene e il centro medievale alla fine risulta azzimato come lo scenario tirato a lucido di un’opera d’argomento trecentesco al teatro Comunale. Poi, in altro tempo, via le mura per allargare i viali, dare respiro alla città, riadattarla ai venti della collina. E i bombardamenti dell’ultima guerra che hanno prodotto guasti e dopo riedificazioni contrastanti, sconclusionate. Proprio per queste (e altre) ragioni il problema della piazza, delle piazze non è limitato o soltanto finanziario, ma di fondo, per la città.

 

 

 

Carte d’Arte, anno V, n. 9, novembre 1992.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno V, n. 9, novembre 1992
Letto 2810 volte Ultima modifica il Venerdì, 08 Marzo 2013 17:14