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Mi pongo, o mi propongo alcuni problemi, in questo momento, e tento se non di risolverli, perché non sarei capace, almeno di centrarli e precisarli meglio intanto a me stesso, e così di chiarirli un poco. In altre parole, faccio o cerco di fare come tante oneste persone di fronte al moto violento e per nulla rassicurante delle cose di questo mondo. Meglio, del nostro piccolo mondo italiano. Che a me sembra, nella sostanza della realtà che ci circonda, tornato marginale greve e impervio come negli anni più lenti o più bui della nostra storia. Natural­mente, è appena il caso che ripeta ancora una volta di sapere che mi pongo sempre e al solito in una posizione debole e insicura, di scarso pregio – tanto più al presente, vedendo le fotografie dei numerosi brindisi e dei sorrisi a mandibole tese dei vincitori nella corrida degli ultimi referendum.

Riconosco di essere, dunque, un incallito perdente nella gran corsa per ordinare il mondo nuovo o in quella di conservare con le unghie e con i denti gli infiniti privilegi del mondo vecchio; non avvicinandomi di proposito, in questo modo, neanche per sbaglio a quelli che esaltano il così detto nuovo e rifuggendo da sempre come dalla peste da quelli che intendono trattenere e abbarbicarsi ai fracidi privilegi e alle incallite camarille. Embè? Gran cosa! Né qua né là, sorride con ironia il mio unico ascoltatore, e poi conoscendo un poco i tuoi umori, neanche al centro; e allora dove ti intani? Forse sotto, per nasconderti? O sopra, per apparire e magari ti credi il più bravo, il più saggio, il più pronto come il gran veglio della montagna? A me, a dire la verità, sembri piuttosto un arlecchino poco azzimato che enuncia il suo lazzo con la voce stravolta e si becca subito il calcio dal padrone. Ecco, proprio questo è il destino in terra (e in cielo) degli eterni scontenti, degli inarrestabili mugugnatori e piantagrane, di non avere in nessuna occasione voce in capitolo e neanche l’ombra di un ascoltatore; quindi di non potersi fare riconoscere neppure come un venditore su pubblica piazza di un qualche foglietto della buona fortuna con sopra impressi i numeri del lotto, da poterlo leggere almeno con un poco di curiosità o di piccolo divertimento. Ma dire sempre no che divertimento è? Non ci si sente frustrati? E dove può portare? Come si è anche visto nei giorni scorsi e nelle ultime elezioni ballerine (perché al suono delle caccavelle si presumeva di passare da un prima a un dopo a passo di danza) non può condurre se non nella solita stanza affollata di tante, di troppe persone diverse, antagoniste in parte, comunque incapaci di coesistere dopo quell’unico anticipato abbraccio.

Mi sento di rispondere, a questa sfilza di precisazioni, che è tutto vero; o se non tutto, buona parte; e mi prendo di seguito e rassegnato i miei calci, le mie botte arlecchinesche. D’altra parte, preventivati. Ma in politica, cioè nella grande terribile pentola della realtà sociale, i forsennati rumorosi balli sotto i ciliegi, con conseguenti interminabili applausi e grandi luminarie, secondo il mio modesto avviso hanno sempre accompagnato un sentimento di speranza, magari sincero, ma hanno coperto subito mille magagne vecchie mentre si cominciava a confezionarne altre mille di nuove.

Così, se non sbaglio, il giorno stesso della vittoria «segnica» referendaria, abbiamo visto apparire sugli schermi la solita trafila dei faccioni tranquillamente impuniti; la maggior parte appartenenti a quelli che per anni e anni hanno accompagnato il nostro progressivo avvilimento, la incalzante ribalderia del nostro paese. E non un viso nuovo, fra questi; non una parola nuova, non una sillabazione diversificata, non un piccolo programma concreto. immediato, necessario, realizzabile. Tanto che sono adesso convinto che per quanto greve e irritante, il governo presieduto da Amato nella sua espressionistica virulenza, nella sua saltabeccante mobilità ministeriale, nella sua suadente perfidia enunciata con decoro accademico, era politicamente più stimolante di quanto possano sembrare le logorroiche enunciazioni dei capintesta di questa ultima sceneggiata. Aggiungo, forse era anche più nuovo.

Nuovo? Perché, e in che modo? Nuovo, perché si proponeva senza esitazione come la mano operativa della nuova situazione di potere reale in atto; cioè come esecutore su mandato della realizzazione sempre più decisa e più precisa di una società duramente inesorabilmente conservatrice ma senza tragedie; duramente di destra – o anche dura soltanto – inesorabilmente collegata, anzi unicamente collegata alle vicende e alle peripezie del capitale finanziario; e in cui, allora, l’uomo di carne e ossa con i suoi modesti ma indispensabili bisogni di fondo, quotidiani, scompare, è annientato assorbito relegato in una nebbia sociale. Ciò che ci dobbiamo aspettare, dalle prossime vicende, sarà un vischioso stridio come di ruote non lucidate per smuovere il carro di questo squinternato paese ufficiale per le strade riservate ai sensi unici delle leggi di mercato. Con la guerra quasi in casa; con una magistratura che si è improvvisamente esaltata a tutelatrice del candore universale delle anime dopo decenni di assopimento profondo; con un’Europa bucherellata come un formaggio svizzero (quindi senza più il potere di suggerire quel riferimento politico e culturale di provenienza ottocentesca, condito con la panna montata di una sovrana utopia); penso che oggi si debba soltanto cercare, per salvarsi davvero e rinnovarsi (o cominciare a rinnovarsi almeno un poco), di compiere verifiche affondi e progressi con piccolissimi atti, con brevissimi passi, scatti in avanti, per raggiungere e conquistare piccolissime verità; novità che incidano con tagli sottili nella realtà.

Il trionfo del referendum? Mi ricorda i francesi di sette anni fa; la sera di Parigi tripillante e illuminata; i balli, i suoni, il vino. Anche le notti italiane hanno stappato qualche bottiglia di prosecco; ma dove sono i buoni conduttori, i buoni pastori, gli onesti giusti traghettatori? Dove dove dove? È meglio per il momento, e in questa occasione, concludere; rispondendo all’obiezione iniziale, che non si deve stare né qua né là, né sopra né sotto, perché non è il tempo di nascondersi. Semmai, si possono per giusta causa riprendere le vesti di Arlecchino; il quale non ha dimenticato nulla, guarda bene il mondo intorno, conosce gli umori del padrone, e sa che tutto non è ancora cambiato, che tutto deve ancora cambiare; perciò, dopo una battuta feroce ha i nervi ancora guizzanti e i riflessi ancora pronti per balzare da un lato e schivare il calcio nel didietro. Perché i padroni danno sempre i calci; anche a Natale; anche nei giorni del Signore. O anche in aprile, nei giorni di una presunta rivoluzione tutta confetti e babà.

 

 

 

Carte d’Arte, anno VI, n. 4, aprile 1993.

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno VI, n. 4, aprile 1993
Letto 2884 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Febbraio 2013 14:23