Agli uomini caduti noi dobbiamo amore

Povera Italia mia, povera Italia. Mentre scrivo, il calendario indica lunedì 25 maggio dell’anno 1992. Un anno già segnato da molti disastri.

Ma ieri, in Sicilia, isola senza più aranci e limoni, hanno assassinato il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, i tre agenti di scorta: Antonio Montinari, Rocco Di Cillo, Vito Schifani.

Fogli stampati e tivù che nelle tragedie ci sguazzano hanno rovesciato le solite carrettate di retorica riempiendoci non il cuore ma le orecchie, tanto da dovere spegnere il video o buttare il giornale. Trascrivo appena questa indicibile perla regalata da un cronista televisivo: «Palermo si è svegliata con angoscia, perché nessuno si aspettava che un giudice come Falcone potesse essere ucciso».

Da trent’anni, a scadenze sempre ravvicinate, patiamo insulti atroci, soprattutto in Sicilia; dove i validi e costanti e intransigenti servitori di questo Stato dissossato vengono regolarmente falciati dalla mafia; o come suggeriva meglio, senza impazienze, Giovanni Falcone, da Cosa Nostra. E se da trent’anni subiamo questo stillicidio di morte, siamo ormai vaccinati contro reazioni solo umorali, sputate fuori sul momento e subito gettate dietro le spalle come la buccia di un lupino. Voglio dire che, ormai, le parole delle facce di bronzo non riescono neanche più a incastrarci fra le reti delle emozioni ufficiali; e che adesso ci sentiamo liberi di formulare private deduzioni da contrapporre alla verbosità dell’impassibile mostro statale. Ci siamo ormai accorti da tempo che essendo la mafia, anzi Cosa Nostra,quasi per intero lo Stato, noi dobbiamo per fermo dovere ripugnare questo Stato nella parte in cui è corrotto e traditore. Uno Stato che per gran parte fa vergognare e ci fa vergognare. Uno Stato in cui i servitori onesti sono ammazzati come cani o emarginati come lebbrosi; uno Stato che non suggerisce in alcun fatto o atto onestà, onore. Il quadro allestito in diretta, in ogni direzione, anche in questi giorni, rappresenta una conferma quotidiana di questo semplice ma tremendo enunciato. Così che questo Stato, per lenire appena in parte il tossico virulento degli esempi disastrosi della cronaca di ogni giorno, può pescare soltanto nel barile della rimembranza storica, in cui sovrapposti e mescolati al sale grosso come le sarde resistono i fatti duri reali e necessari di mezzo secolo – che coinvolgono soprattutto i nonni e bisnonni; mentre per i tempi recenti non saprebbe proporre ai giovani se non una partita di calcio, quattro ruote in rosso o una barca in regata. Spende come un nababbo ma non costruisce alcuna emozione duratura, da far vibrare nei sentimenti come sostanza della vita. Così l’Italia di questa ultima tornata del secolo è un luogo sociale con lamiere e calcinacci che non ha più pensieri sul proprio futuro; ma ha solo un pugno di luoghi comuni, già vistosamente usurati, sul proprio passato. Potrebbero davvero i giovani bere le acque ufficiali, per beneficio di testa e cuore, se da trent’anni la politica di vertice qua da noi in Italia è svolta quasi soltanto a mezzo di stragi? Stragi di ogni genere: seguite sempre, con meticolosa protervia, da processi mai conclusi, sempre ripresi, sempre rimandati, sempre involti e sempre capovolti.

So bene, anche da questo versante, di non esprimere alcuna novità, poiché da gran tempo abbiamo avuto soltanto Governi poco decorosi, disposti a raccattare gli interessi più svariati.

Un dettaglio ricavato da una cronaca giornalistica proprio di oggi 25 maggio, a convalida semplice della mia scrittura: «Racconta un ex-agente della scorta del giudice Falcone: Quando cominciai a fare la scorta al giudice ogni spostamento mobilitava una dozzina di uomini e prevedeva una sincronia quasi perfetta. Dall’alto, a seguirci, c’era sempre un elicottero. Era il vero occhio dell’apparato di sicurezza, quell’elicottero. Sorvolando il percorso del corteo arrivava a destinazione qualche minuto prima, restava quasi immobile sfiorando i tetti dei palazzi, sorvegliava la strada, le traverse, gli angoli, segnalava qualsiasi strano movimento di auto o di persone. Se a un semaforo si restava imbottigliati nel traffico, essendo in dodici riuscivamo a uscire dalle auto e a bloccare qualsiasi movimento tutt’intorno all’auto di Falcone. Ma poi, improvvisamente, si scoprì che l’elicottero costava troppo e dal ministero giunse l’ordine: sospendere la copertura aerea. Un risparmio doveroso? Forse sì, commenta l’agente; almeno se avessero fatto lo stesso con tutti quei politici che in elicottero si fanno portare a Ustica per i bagni».

Detto e fatto. Quindi non il governo dello Stato ma la gestione dello Stato, inteso come un panno bagnato da strizzare fino all’osso. E adesso vedo che stanno eleggendo il nuovo presidente. Niente di nuovo in sostanza sotto il sole. Nulla cambia, nulla è cambiato, nulla cambierà; perché questo Stato ha già buttato nel fango tutte le sue bandiere.

 

 

 

Carte d’Arte, anno V, n. 7, estate 1992.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno V, n. 7, estate 1992
Letto 2603 volte Ultima modifica il Venerdì, 08 Marzo 2013 17:14