Fare, non fare, disfare

La bozza programmatica relativa alla nuova amministrazione della città di Bologna sembra più impegnativa, complessa e complicata di quella che ha di recente impegnato l’amministrazione Clinton o di quella che, tempo addietro e a seguito dell’ultima crisi politica, ha visto impegnato per la sua conclusione e poi immediata applicazione, il governo del premier inglese Major, che ci impiegò due giorni appena, con ministri e tutti i segretari.

Questi tempi rallentati, prolissimamente impantanati; verbosi, ripetitivi, bizzosi; quindi diabolicamente lenti e poco conclusivi; anzi, direi, sconclusivi; appartengono, sono un privilegio della nostra vita politica; della nostra realtà politica. E con questi tempi, misurabili in anni e non in ore, dobbiamo fare i conti. E questi tempi, tenerceli. Così siamo, così dunque agiamo.

Non ho calcolato in giorni il tempo che è già passato dalle dimissioni di Imbeni; ma credo, almeno un mese. Un mese almeno. E siamo ancora a sottoscrivere, pubblicamente, benevoli ottimismi. «Mi spinge l’ottimismo» ha appena annunciato Vitali; e l’ottimismo, mi pare di intendere da ciò che posso leggere sul giornale, è suscitato e mantenuto attivo dall’avere constatata la «disponibilità», così credo si possa dire con correttezza nel gergo politichese, delle altre forze politiche a sostenere la Giunta.

Ma se la politica, nella sua essenza generale, nella sua sostanza reale, non fosse l’inetto cafarnao di squallidi umori, di proliferanti interessi, di avide arroganze e di omologazioni culturali sullo standard medio americano; confermando anche in questi giorni così tormentati e difficili il suo viso di vespa; se non fosse, ripeto, così e così, i tempi sarebbero davvero più rapidi; le intuizioni più attive e stimolanti; gli approcci alle cose più profondi; il rapporto con la gente, sul serio, più diretto e partecipato. È da una infinità di tempo che non si riesce a intendere nulla che non sia generico, presuntuoso; e che non ci si può fermare su qualcosa di realmente concreto, fatto o fattibile. Basterebbe, a inchiodare il discorso sullo specifico, il piano del traffico. Dopo referendum pubblici; dopo aver chiamato gente da fuorivia quando c’è un’università millenaria qua da noi; e dopo aver speso soldi per le conclusioni ben note: porto via le auto da qua e le sbatto là. Oppure targhe alterne, come conclusiva novità.

Ed è tutto così, via via. Perché la politica in generale, cioè il fare sulle cose sul territorio, è sempre rimasta vincolata qua in Italia a paradigmi operativi invalicabili. Tanto è vero che la spettacolare invenzione, a seguito dei recenti sconquassi, fra l’altro dibattuta e teorizzata con lunghe articolesse e tavole rotonde, suggerisce modestamente e ambiguamente di passare dal verticalismo dei partiti al trasversalismo dei raggruppamenti. Anziché salire o scendere la montagna, nuotare nel mare per allontanarsi oppure per ritornare ad una riva. Ma poi le idee sono le stesse e gli uomini quasi sempre non cambiano.

Quindi è fuori discussione che ci aspettano, in avanti, giorni ancora più cupi, più irritanti, più difficili; perché non sussiste alcuno sblocco culturale. E perché la nostra arretratezza è almeno decennale rispetto alle più immediate necessità. Basta vedere l’impegno governativo nella direzione dello stato sociale.

Per Bologna; anche per Bologna, i tempi sono difficili e continueranno a esserlo. Vincolata purtroppo a rapporti di forza intricati e imbriglianti. Se uno dice l’altro disfa; se uno si azzarda l’altro reprime. Anche, o soprattutto, all’interno dei singoli partiti. Incroci contrastanti, di piccola macelleria. Ma mentre in alto ci si incontra, si parla, si discute, la città sul serio si degrada e degrada. I poveri, una volta semi-occulti, diventano una presenza drammaticamente prepotente, non più controllata. Non potendo e trovando altro, si sistemano come possono, dove possono: nel giardinetto di piazza Minghetti (davanti alle poste, davanti alla ricchissima Cassa di Risparmio); nel giardinetto di via San Gervasio (davanti al liceo Minghetti, vicino a via Marconi). Questo per fare due esempi, per indicare situazioni che anche solo ieri non c’erano. E poi: i quattrocento profughi della ex-jugoslavia a cui è stato intimato lo sfratto e il rimpatrio e la collegata affermazione dell’assessore che non è possibile far nulla in quanto Bologna ha già in carico ottocento sfollati. Si prova un brivido. Con quello sfracello terribile che sta accadendo a duecento chilometri in linea d’aria da noi, una società davvero civile e avanzata; responsabile di un proprio ruolo; non è in grado di as­solvere a un autentico impegno di assistenza? e di partecipazione? La verità è che a questo punto il problema di fondo (che non ho sentito neppure sfiorato perché, a mio parere, non è ritenuto più un problema dato che si ritiene d’avere in mano sia ben stretta la soluzione) è ancora, è sempre il seguente: la città, una città, va amministrata come un’impresa o come un impegno complesso, complessivo e sociale? Se come un’impresa, le attività cittadine devono produrre reddito; ciò che non lo produce, si taglia. Questa è la logica che induce a chiamare anche i privati ad amministrare; perché essi hanno il pelo sul cuore e gli occhi soltanto sul registro dei conti. Ma ci avviamo davvero verso un mondo organizzato sul dare e l’avere; o non piuttosto dobbiamo batterci per un mondo, giusto e pulito, in cui gli impegni sociali siano almeno equiparati ai bisogni più specifici e urgenti? Ai bisogni primari della società post-industriale violenta e incerta e ancora senza la maschera di alcuna nuova specificazione? Affrontandolo sul serio, si comincerebbe intanto a sottrarre questo problema terribile alle futili sceneggiate televisive, ridondanti e incruente, che vorrebbero strizzarci soltanto qualche lacrima per qualche mezz’ora soltanto. E rimandarci a letto contenti di cuore.

 

 

 

Carte d’Arte, anno VI, n. 3, marzo 1993.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno VI, n. 3, marzo 1993
Letto 2827 volte Ultima modifica il Venerdì, 08 Marzo 2013 17:15