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Passato e presente
La nota scritta da Roberto Roversi per Casadeipensieri2010, ventennale della rassegna culturale internazionale del Parco Nord.
Il passato è una discarica a cielo aperto sulla quale volano e si azzuffano centinaia, o migliaia, di gabbiani.
Il presente è un fiume che si inoltra in una buia caverna in cui tremula, laggiù in fondo, un lumicino.
Ma il presente, nel suo divagare misterioso, canta o urla secondo le occasioni.
Fra presente e passato permane la porta girevole dell’oblio, che si apre e si chiude, lasciando entrare nell’archivio delle singole memorie le spoglie vuote ma tuttavia ancora fumiganti delle azioni o delle idee o dei sentimenti già consumati, patiti, goduti, sofferti, rimpianti.
Il passato è dunque fatto di ombre e luci già riconosciute, restaurate, catalogate, riconoscibili da date trascritte e ben visibili sulla fronte.
Il presente è indiscutibilmente ambiguo e faticoso, incerto e violento, non lasciando tregua all’ansimare frenetico della vita, che ci alita sul collo.
Ma oggi in questo agosto dell’anno 2010, il presente è terribile e vile e ci costringe a vegliare insonni e a lacrimare per freddo furore.
“Da FIAT una scossa al paese”.
“FIOM capisca che il mondo è cambiato, non c’è spazio per attività non rimunerative”.
“Per i lavori ci sono diritti ma anche doveri, decisivi per tutelare la nostra competitività”.
Il presente:
Obama a Marchionne: Grazie Sergio, l’ad FIAT riceve il presidente alla Chrysler: rinati grazie al suo coraggio…
“Hai fatto un gran lavoro”.
La replica: “Il ruolo del governo USA è stato diverso da quello italiano”.
Il presente:
Nuovo incontro FIAT – sindacati e nuovi diktat in tutte le fabbriche come a Pomigliano sennò niente investimenti.
Il presente: venti miliardi di investimenti nella Fabbrica Italiana, ma alle condizioni di Marchionne.
Il presente? Questa estate è un mare di sangue lungo 50 chilometri.
C’è una battaglia all’ultimo sangue che si combatte sul campo ma gli operai per farsi riconoscere devono salire sui tetti.
Amo Bologna
Per far parlare, terrei sempre come base le seguenti domande (che non dovranno mai essere poste in diretta ma via via sottintese):
1) Come ti trovi in questa città?
2) Ti sei fatto degli amici?
3) Come trascorri le ore libere, le giornate libere?
4) Alla sera, cosa fai di solito?
5) Quali particolari differenze trovi fra questa e la città da cui provieni?
6) Ami Bologna?
***
SCENA I
VIALI E STRADE DI BOLOGNA
Esterno – Giorno
Ore 9 di mattina.
Attraverso il finestrino di una macchina in movimento vediamo sfilare le vetrine e le insegne dei negozi della città, attraverso una leggera foschia che sta cominciando a diradare.
Insistiamo in prevalenza su scorci di vetrine e di insegne indicative di una determinata abbondanza e della prevalenza di certi prodotti e oggetti rispetto ad altri: boutiques, vestiti, scarpe, auto, biancheria, alimentari di lusso.
Fermandoci a un semaforo, riscontriamo abbastanza ravvicinata l’opulenza fantasiosa, e caratteristica per densità cromatica (quindi anche festosa) del negozio di un salumaio.
D’altra parte non possiamo non notare i cassonetti rigurgitanti, per lo più, di rifiuti non familiari ma industriali o commerciali.
Arriviamo in via Paolo Fabbri e subito intravediamo Guccini che aspetta sotto casa, poco distante da un cassonetto chiuso, sopra cui è stato appoggiato un pallone afflosciato; potrebbe essere addirittura rosso-blu.
Prima di salire, a Guccini cade in terra il borsello o il giornale. Si china per raccoglierlo e nel sollevarsi vediamo il suo viso molto vicino, attraverso il parabrezza.
Salendo, può dire una frase brevissima. Per esempio: “Siete perfetti, spaccate il minuto”.
SCENA II
VIALI E POI COLLINA DI BOLOGNA
Esterno – Giorno
Ore 9,30 di mattina.
L’auto procede verso la collina. Guccini siede a destra del guidatore e, parlando, si voltaanche verso ilsedile posteriore su cui siede qualche tecnico chenon sivede.
Ci si avvia verso Casteldebole, centro di allenamento della squadra di calcio del Bologna, mentre possiamo sentire sovrapposto questo discorso di Guccini:
GUCCINI
Sì, adesso è molto diverso, qua da noi; anche solo da dieci anni a oggi. Una volta almeno c’era la dimensione di una vita di provincia, ravvicinata, con delle scadenze ma anche con pause; alcune anche lunghe. Si lavorava ma anche si beveva. Si faticava ma anche si cantava… Adesso il ritmo è frenetico ma senza felicità, qua come altrove… La bolognesità, se così si vuol dire, che poteva essere una piccola filosofia della vita, fatta di ironia ma anche di entusiasmo, o se non vogliamo dire entusiasmo si può dire forse speranza mantenuta e difesa, è scomparsa…
Una filosofia della vita a Bologna non c’è più, come nonc’è più in alcun altro posto. Adesso beviamo tutto dall’America; e in questo senso, soprattutto, Bologna non c’è più… Parlare del mitico sindaco Dozza della liberazione e del dopoguerra è come parlare del viaggio di Cristoforo Colombo. Sono passati secoli… I tempi della storia, e quindi anche della storia di questa città, si sono dilatati, allungati fin quasi a spezzarsi. Anche se della storia, cioè della memoria storica, non si potrà mai fare a meno. Per vivere.
Oltre i finestrini dell’auto vediamo tutto il verde intorno e la città laggiù in basso. Abbiamo così un momento visivo di grande respiro. Vediamo anche da lontano il centro di Casteldebole.
Sentiamo ancora la voce di Guccini che continua:
GUCCINI
Però, c’è ancora qualcosa di buono… A Bologna, per esempio, basta anche mezzo chilometro, cinquecento metri, per cambiare aria e prospettiva. Dalle pietre si passa alle foglie, dal grigio al verde… Si può anche arrivare al cielo partendo dall’asfalto. Le colline di Bologna, intorno a Bologna, sono ancora una sorpresa di verde… quasi intatto. Questo è certamente un risultato fra i più lodevoli, direi fra i più lusinghieri, di questi quarant’anni… Altrove, forse, ci sarebbe solo cemento e cemento… a soffocare la città.
L’auto entra nel centro di Casteldebole.
SCENA III
CAMPO DI ALLENAMENTO A CASTELDEBOLE
Esterno – Giorno
Circa le ore 10,15 di mattina.
Sulcampo di gioco gli atleti in tuta palleggiano, corrono, si allenano.
Restiamo al margine; ma in mezzo al campo c’è 1’allenatore il quale, come ci vede, chiama presso di sé con un gesto della mano un giocatore che ha appena calciato in porta un pallone. Questo glisi avvicina e noi vediamoche è Demol. Scambiano alcune parole poi Demol viene verso di noi, cortese e sorridente.
DEMOL
Si dispiace, ma i piani sono cambiati. Non è un buon momento, questo, per la squadra e non posso allontanarmi. Ho dieci minuti, se volete. Dove possiamo metterci? Qua?
Indica alcune panche al bordo del campo. Guarda meglio Guccini e può esclamare:
Guccini! L’ascolto spesso, lei mi piace… ecc.
Siede con Guccini su una pancae sipuò stabilire che lui parla, rispondendo alle domande 1, 2, 5 sottintese, mentre si sente lontano e vicino il vociare dell’allenamento.
N.B. Per questo incontro resterei fermo sulla situazione e sul personaggio. Cogliendo magari l’occasione di sua frase per staccare e passare alla scena seguente, che avvia un altro racconto.
SCENA IV
GRANDE SUPERMERCATO ALIMENTARE
Interno – Giorno
Circa le ore 11,30 di mattina.
Siamo dentro a un supermercato (ma potremmo anche essere, dopo avere considerato i personaggi, dentroa uno dei sofisticati negozi d’abbigliamento del centro – via D’Azeglio o via Farini, per esempio).
Due neri altissimi (fuoriclasse di basket di una delle due squadre bolognesi) spingendo un carrello procedono con attenzione a scegliere roba che buttano nel cesto.
Vedono Guccini avvicinarsi per il corridoio e prima lo salutano da lontano con un cenno poi gli stringono la mano con vivacità.
Poche parole che non ascoltiamo.
Poi spingono il carrello verso la cassa, pagano e insieme a Guccini escono con la borsa dicartone che contiene laroba acquistata.
SCENA V
PARCHEGGIO DAVANTI IL SUPERMERCATO POI STRADE DEL CENTRO CITTADINO
Esterno – Giorno
Le ore 11,45 di mattina. Appena fuori dal supermercato uno dei due atleti dice:
PRIMO ATLETA
Lasciamo questa borsa in macchina e poi andiamo a piedi. Questa è una città dalle strade molto strette.
Il gruppetto si avvia a piedi. Lo vedrei per via del Porto, piazza Roosevelt… E intanto noi cerchiamo di cogliere particolari ancora minuti della città: gli ultimi particolari. Alcune botteghe artigiane, un calzolaio, un restauratore di mobili, un idraulico, un droghiere nella sua bottega di legno. E poi, di sfuggita ma con l’intensità di un occhio che cerca, qualche androne di palazzo dove ci sia da scoprire qualcuno o qualcosa, oppure che abbia in fondo un giardino, magari con il muro decorato.
Ai due atleti, perché possano intanto parlare non in diretta ma sopra le immagini, farei le domande 2, 3, 4. E questo fino alla conclusione dell’incontro.
Proporrei di sentire sempre la loro voce originale, quindi in inglese, con la traduzione a nastro scorrevole a stampa in basso.
Intanto, arrivando da piazza Roosevelt possiamo già intravedere – ma solo intravedere – dall’altezza dell’Albergo dell’Orologio, Piazza Maggiore.
Da lì, senza alcun indugio – avremo occasione di scrutare la grande piazza altre volte in seguito – passiamo subito dentro al cortile di Palazzo d’Accursio.
Ammiriamo la grande casa di legno appena allestita…
Ed entriamo dentro seguendo per un momento il lavoro di restauro sul Gigante.
A questo punto, e a conclusione dei discorsi precedenti, Guccini potrebbe domandare, accennando al Gigante, se hanno visitato o conoscono altre opere d’arte della città.
Un particolare atto o movimento all’interno di questo luogo molto teatrale e molto ristretto – una specie di teatro anatomico per un personaggio di metallo – potrebbe stabilire la fine dell’incontro.
SCENA VI
CASA DI DALLA
Interno – Giorno
Ore 12,30 del mattino.
Siamo in casa di Dalla, in piedi vicino all’ingresso. Guccini è appena arrivato.
Qualche libero convenevole, qualche scherzo poi Dalla può dire:
DALLA
Mi sembra di essere a “Fantastico” con questa telecamera. Volete vedere la casa? Bene, ve la mostro… Poi magari usciamo.
Perlustranola casa, senza sentire voci o discorsi particolari (magari qualche commento o scherzo in diretta); poi, compiuto il giro, Dalla potrà dire:
DALLA
Io amo ormai questa casa, che è dentro una torre. Una torre antica di Bologna.
GUCCINI
E Bologna, l’ami?
Dalla, senza rispondere, indossa il cappotto ed esce, seguito dall’amico.
SCENA VII
STRADA E POI PIAZZA SAN DOMENICO
Esterno – Giorno
Ore 13,30 del giorno pieno.
Seguiamo prima Dalla e Guccini per strada poi mentre arrivano in piazza.
DALLA
Se amo Bologna? Ti rispondo adesso… Guarda, tu forse Bologna la conosci meglio di me; ma io voglio che tu guardi ancora una volta quelle due tombe, in questa piazza… Sono tombe di glossatori, cioè giuristi del Duecento… Uno è Rolandino, ha avuto storie con Federico II, ma non è questo che conta… Voglio dire che questa città, dove la tocchi vibra suona di storia, cioè di cose fatte, cose grandi, ma fatte per l’uomo, per gli uomini… Insomma, è una città concreta… Però io credo che abbia anche un po’ di fantasia… Se amo Bologna?
Non risponde ancora. Forse la risposta la cerca.
SCENA VIII
STUDIO DI REGISTRAZIONE
Interno – Giorno
Ore 14,30 circa del pomeriggio.
Sentiamo lavoce sovrapposta di Dalla, mentre lo vediamo con Guccini trafficare con i vari congegni, preparandosi per qualcosa:
DALLA
Se amo Bologna? Sono sempre qua e là, sempre in giro… Quando sono lontano non ho nostalgia, ma quando ci torno e ci sto non ho voglia di andarmene. Mi trovo bene. È una città che non si fa desiderare ma che ti convince, quando ti trova…
Alla fine si rivolge verso Guccini e gli dice:
DALLA
Senti questo abbozzo, è appena accennato.
Avvia un nastro e si sente la sua voce che canta e dice le parole. A questo punto azione aperta fino a conclusione.
SCENA IX
NUOVA LIBRERIA FELTRINELLI
Interno – Giorno
Ore 15 del pomeriggio.
In questo nuovo modernissimo contenitore di libri e di cultura, Guccini entra per incontrare Luca Carboni.
Convenevoli e poi Guccini può dire, ad esempio: “Cominciamo a parlare un poco qua dentro e poi usciamo?”. Si avvicina Romano Montroni, il direttore della libreria. Guccini può congratularsi (è stata completamente rinnovata e riaperta da poche settimane) e chiedergli come hanno risposto i bolognesi a un’offerta libraria di livello europeo.
Legandoci al breve intervento di Montroni, Guccini può chiedere a Carboni se è buon lettore di libri e commentare che è divertente per loro trovarsi in una libreria piuttosto che in un negozio di dischi. Un negozio di dischi così a Bologna non c’è.
Infine si può entrare in argomento. Guccini: “È per parlare di Bologna che ci siamo incontrati. Parlarne come sappiamo per poterla non spiegare ma semmai farla capire agli altri. A modo nostro”.
Luca Carboni potrebbe rispondere alle domande 1, 3 e 6.
SCENA X
STRADE DI BOLOGNA
Esterno – Giorno
Uscendo dalla libreria Guccini e Carboni possono avviarsi verso via Zamboni, passare davanti all’Università. E lì imbattersi in un gruppo di studenti che li riconoscono, li fermano e con i quali possono mettersi a parlare. Gli studenti sono naturalmente meridionali e quindi è facile coinvolgerli in alcune domande sulla città; per esempio le n. 1 e 5.
Ritorniamo su Carboni e Guccini di nuovo soli, mentre camminano sotto i portici: dall’Università verso piazza Aldrovandi e poi verso la chiesa dei Servi, nel colorito mondo della fiera di S. Lucia: gli alberi di natale, pezzi di presepio, torroni a pile (a indicare la permanenza non certo entusiasmante di una tradizione locale che man mano va estinguendosi. Forse anche qui si potrebbe interrogare almeno un venditore, proponendogli la sola domanda n. 1).
Sulla base di un discorso conclusivo, quale: a Bologna manca sul serio, a parte il tendone alla Fiera, un luogo ampio per concerti rock; proporrei di concludere questo incontro nel piazzale delle torri alla Fiera, in un contesto di architettura “nuova” rispetto all’antico o anche nobilmente tradizionale che è il cuore della città. Dato che, come si può ricordare anche dicendolo, lì proprio la scorsa estate Dalla e Morandi dovevano dare un loro concerto.
È interessante anche utilizzare fino in fondo l’inquietudine particolare della luce che va spegnendosi, in questo momento di passaggio verso la sera.
Le luci intorno, man mano, possono accendersi.
SCENA XI
TENDONE DA CONCERTO ALLA FIERA
Interno – Sera
Ore 20,30.
All’interno del tendone è in corso un concerto di vari gruppi rock giovanili.
Uno di questi sta suonando ma è ormai alla fine.
Il tendone è pieno di giovani che ascoltano muovendosi e ballando.
Mentre il gruppo, che ha terminato di suonare, raccoglie materiale e strumenti prima di allontanarsi, i giovani in sala riconoscono Guccini. Festa.
A richieste di cantare o a domande personali, potrà rispondere, per esempio: “Oggi sono, siamo in giro soltanto per sapere da giovani e vecchi, bolognesi o immigrati, come si vive in questa città. O, anche, che cos’è questa città, questo posto, per loro”.
Discorsi vari, scambi di battute.
Siamo adesso nel retro palcoscenico, dove i CCCP/Fedeli alla Linea stanno per presentarsi al pubblico per una esibizione.
Festoso incontro con Guccini, che riferisce a loro – anche a loro – la ragione della sua venuta.
Primo inizio di discorso, poi tutto viene rimandato a dopo. I CCCP/Fedeli alla Linea si presentano al pubblico e cominciano a suonare.
Intanto noi possiamo fare panoramiche fuori dal tendone, verso le luci dello svincolo, verso 1’inizio dei viali, seguendo il via vai delle auto e il moto delle luci.
Inuna pausa dell’esibizione, Guccini può salire sul palco per riprendere il discorso e magari concluderlo.
Si riprende a suonare, e i giovani sembrano dimenticare ogni altra cosa o persona e riprendono quel loro movimento che sembra rovesciarli quasi con tenerezza dentro loro stessi.
Li lasciamo così, interrompendo bruscamente (seccamente) la scena per riaprirla con quella che segue.
SCENA XII
SALA DI UN CENTRO CIVICO DELLA PRIMA PERIFERIA
Interno – Sera
Ore 22.
Un primo piano su una coppia di anziani cheballano; in mezzo a tante altre.
È in corso una festa danzante di quartiere per persone anziane.
La gente in sala, che balla i soliti balli tradizionali locali, manifesta però vitalità e molta simpatia. Tutte le teste sono bianche ma i sorrisiaperti e le gambelente ma non del tutto incerte.
L’orchestra è composta di quattro persone, anch’esse non più giovani.
Quando finisce questo ballo, c’è un momento molto rapido di pausa (quasi un assestarsi) e poi, all’improvviso, scoppia un applauso e la gente si apre lasciando un breve varco attraverso il quale passa Quinto Ferrari, con la chitarra, per salire sul piccolo palco.
Si fa subito silenzio e Ferrari comincia a cantare. Proporrei di scegliere “Méll e òtzant quarantòt” e “Nostalgi’d Bulagna”, perché oltre ad essere molto belle, consentirebbero di panoramicare sopra lavoce per far vedere Piazza Otto Agosto, magari nel giorno di mercato (venerdì e sabato), e poi alcune vie tipiche e un tempo popolari della città, quali Via del Pratello,via del Borgo San Pietro, borgo di Santa Caterina (con la vista di via Saragozza). Se si può continuare in questo rapido compendio di autentiche bellezze bolognesi, accompagnati dalla voce viva e reale di Ferrari, proporrei di continuare mostrando scorci di via Santo Stefano, via San Felice.
Ritornando in sala, vediamo tutte le coppie ferme, un poco trascinate da questocanto e portate a ricordare. Un momento, io credo, di forte autentica emozione.
E ci accorgiamo che, fra la gente, c’è Dino Sarti.
Quando Ferrariconclude, applausi naturalmente e feste.
Sartil’abbraccia e abbraccia anche Guccini.
La gente si dispone ai tavoli, l’orchestra si dispone a riprendere a suonare, ma ancora per poco.
Intanto Ferrari e Sarti possono rispondere alla domanda n. 6 di Guccini.
Un riferimento di Sarti consente di far vedere un momento del suo ultimo concerto di ferragosto, in piazza Maggiore (una consuetudine durata per anni); e subito susseguente, sempre collegandosi a un confronto o a una frase di Sarti, possiamo vedere il mitico concerto di Guccini, di sera e sempre in piazza Maggiore, certamente di fronte io credo ad almeno centomila persone. La piazza, anche in questa occasione, era una straordinaria arena.
Siamo alla fine. Possiamo vedere Ferrari e Guccini che parlano brevemente fra loro e Ferrari che indica uno dei suonatori, sul palco, che sta rinchiudendo la sua fisarmonica.
SCENA XIII
IN AUTO, PER UN VIALE CHE PORTA FUORI BOLOGNA, VERSO LA PRIMA CAMPAGNA
Esterno – Notte
Ore 24 circa.
Guccini è in macchina con il suonatore di fisarmonica, che tiene lo strumento, abbastanza ingombrante, sulle gambe.
Può darsi che ci sia nebbia, in giro. Parlano.
Andrebbe molto bene se l’uomo della fisarmonica oltre a essere un pensionato fosse anche uno venuto a Bologna da parecchio tempo ma non nato a Bologna.
Allora le domande n. 1 e n. 5 servirebbero da buon stimolo per raccogliere impressioni e memorie.
L’uomo dovrebbe inoltre riferirsi alla sua situazione attuale e al fatto che vicino a lui, oppure nella sua stessa casa, sono venuti ad abitare parecchi africani – che può magari impegnarsi a descrivere.
Mentre si riferisce a uno di questi (e di tutti è da credere parla con simpatia e rispetto, magari commiserandoli) facciamo uno stacco per passare a…
SCENA XIV
EVEN CLUB
Interno – Sera
Ore 24 circa.
Mark, africano del Senegal, animatore incontrastato di questolocale, soprattutto nelle serate del giovedì sera in cui lui propone al “suo” pubblico, tutto o quasi tutto formato da immigrati africani, una certa musica – assolutamente congeniale.
Cerchiamo di vedere bene e anche di capire, sul momento, volti e vestiti,gesti e balli e suoni e voci.
Poco dopo vediamoun giovane africano alzarsi, salutare gliamici e uscire dallocale.
Così anche noi ritorniamo a Guccini e al suonatore di fisarmonica.
SCENA XV
DAVANTI A UN CASALE POI DENTRO AL CASALE.
Esterno – Interno, Notte.
Ore 0,15.
Guccini e il suonatore di fisarmonica sono appena scesi dall’auto.
Vedendo due finestre illuminate, il vecchio dice: “Sì, sono in casa”.
In quel momento, arriva un’auto che si ferma. Ne esce il giovane africano della scena precedente.
Il vecchio si avvicina, gli parla e poi tutti e tre entrano incasa.
In alcune stanze troveremo il gruppo da incontrare. Ascolteremo le loro risposte alle domande 1, 2, 3, 4, 5, mentre è evidente che li incontriamo in un momento di intima festa. Sempre ascoltandoli e rimanendo sui loro volti, sui loro gesti e sulle cose, possiamo fermarci quanto è possibile. Solo verso la fine potremo sovrapporre alcune immagini dell’assegnazione della laurea honoris causa a Mandela. La chiesa di Santa Lucia, l’interno pieno di gente, via Castiglione, le due torri…
Bologna, Pasolini, Roversi
Mercoledì 25 novembre 2015, ore 20.45
Circolo Arci “Kino”, Via Gramsci, 71 – Pieve di Cento (BO)
Bologna, Pasolini, Roversi
Letteratura come progetto. L’esperienza della rivista «Officina»
Incontro con Antonio Bagnoli, editore, Casa Editrice Pendragon – Bologna e Davide Ferrari, scrittore, poeta, direttore della rivista «Riforma della scuola»
Modera: Franco Stefani
Roberto Roversi – Leonardo Sciascia • Dalla Noce alla Palmaverde
Lunedì 16 novembre 2015, ore 17
Biblioteca Nazionale Centrale di Roma
Presentazione del libro
Roberto Roversi – Leonardo Sciascia
Dalla Noce alla Palmaverde
Lettere di utopisti 1953-1972
Intervengono: Giulio Ferroni e Antonio Bagnoli

Pier Paolo Pasolini e Roberto Roversi: poeti civili
Mercoledì 11 novembre 2015, ore 19.00
Aula III – Scuola di Lettere, via Zamboni 38, Bologna
PIER PAOLO PASOLINI E ROBERTO ROVERSI: POETI CIVILI
presentano Gianluca Farinelli, Antonio Bagnoli e Marco A. Bazzocchi
Gaetano Curreri esegue dal vivo alcune canzoni su testi di Roberto Roversi
segue la proiezione di 12 dicembre, documentario con testi di Pier Paolo Pasolini
Piccole tiritere per bimbi e bimbe curiose
Indice
Il cane [1]
Il cane [2]
Il cane [3]
Il cane [4]
Il cane [5]
Il cane [6]
Il cane [7]
Il cane [8]
Il cane [9]
Il cane [10]
Il cane [11]
La mosca
Il gattomerlo
Il silenzio e il topo
L’acqua [1]
Il vecchio. L’uomo vecchio
Il cane e il bambino [12]
La lumachina [1]
Lumache e lumachine
La lumachina [2]
Il cane [13]
Il bambino di Canzano
Il cane [14]
Le rane
Il capretto
La tigre
Un topolino e la giraffa
Parole del vento
Il cane, un leone, un maiale
Il gatto e un cane
Un gatto
Una mosca, una vespa, un’ape e un calabrone a Woodstock nell’agosto dell’anno 1969
I. Due dita e il lombrico
II. Due dita e il lombrico
Il piccione
L’acqua [2]
L’acqua [3]
I mesi
Tu
Acqua [1]
Acqua [2]
Acqua, ancora
Il topo topino
Pesci
Il bicchiere
Il tempo
L’iridescenza delle cose disarmate. Qualche pensiero sulle Piccole tiritere di Roberto Roversi
di Maria Luisa Vezzali
Il cane [1]
Un cane è fermo sotto il sole d’estate.
Dietro la rete
guarda la gente passare.
Non ha voglia di niente
e neanche di abbaiare.
Ha una grande sete e la noia addosso.
Una bambina che gioca per strada
si ferma a guardare.
Lo chiama: “Cane, cane, Fido, Fido!”.
Fido fa un balzo, scuote la coda
e si mette a saltare perché vuole abbaiare.
Adesso è molto contento e vorrebbe giocare
ma la bambina per la paura corre via e scompare.
Il cane [2]
Almeno
tu sapessi leggere. Sei scemo
– dice Bibi a Bobi.
Bibi è un bambino e Bobi un cagnolino
bianco e nero
con i due occhi verdi
come l’erba del prato.
– È vero che sei scemo
sei cretino.
Se perdi qualcosa
non la sai trovare
– dice ancora Bibi –
così sei anche meno di un topo
o di un tappo di bottiglia.
Un ladro non lo sai acchiappare
o la mosca che ti vola sul naso.
Non sei un cane ma solo un cagnolino
che per caso
è capace di saltare e d’abbaiare.
Bobi è sdraiato
nell’ombra del giardino
e dice: “Neanche tu
un ladro vero lo sai acchiappare
sei capace soltanto di parlare.
Sei un bambino
come me, che sono un cagnolino
bianco e nero e con l’occhio verdino!”.
Il cane [3]
Geppetto il cagnolino ha il codino
eretto
mentre rincorre una palla
calciata da un bambino
ma non sa ancora
quella cosa rotonda cos’è
e perché balza in alto e corre via.
Sa soltanto che gli mette addosso
una grande allegria.
Per questo Geppetto il cagnolino
ha il codino eretto
mentre corre dietro a quella cosa tonda
calciata da un bambino
qua e là per il giardino.
Il cane [4]
Il cane Bernardo
oggi è in piena malinconia
perché ieri è andato via
il cane Flop, suo amico sincero.
Flop è un cane nero
allegro e scanzonato
che sa tenere allegro almeno un poco
senza abbaiare
il vicinato.
Flop ha traslocato per sempre
in un’altra città
che si chiama Firenze.
Così oggi è un bel giorno d’agosto
ma il cane Bernardo sta
come se fosse un giorno di gennaio
e gli mancasse il pane.
È un gran brutto affare
e per chiamare l’amico
comincia ad abbaiare
come se si fosse perduto in un bosco.
Il cane [5]
Questo cane io lo conosco
anche se si nasconde in un giardino
come dentro un bosco.
Un giorno un bambino
lo teneva in braccio
perché era un cucciolo appena nato
e il bambino l’aveva trovato
in un prato.
Poi è cresciuto, è diventato un cane
che abbaia fra le lame del cancello
per spaventare i ladri e farsi bello
ma non è più quello che un bambino
aveva trovato appena nato
in un prato
come uno straccetto abbandonato.
Adesso grande grosso prepotente
corre qua e là abbaiando
contro la gente.
Però non si sa come
ancora non ha un nome.
Il cane [6]
Il cane cagnolino Dolcemare
qualche volta arriva, alle volte scompare.
Sembra un cane vivo o un cane ombra.
Sa abbaiare, tacere secondo la voglia
quando il vento
adagio adagio adagio foglie le muove.
Non lo vedo per giorni, settimane
poi ritorna
con il viso bagnato e qualche riga nera;
ma non ritorna per fame
perché non è ingrato.
Sembra invece contento
mentre si stende al sole
vicino alla ringhiera
aspettando la sera.
Il cane [7]
A mezzanotte circa il cane non dorme,
mi guarda.
Con l’occhio dice “sono qua,
aspetto una parola”.
Ma a notte fonda
chi ha più voglia di parlare?
“Se non rispondi – dice l’occhio – sta’ sicuro
che me ne vado”.
Anche un cane può partire, scomparire,
invece di dormire.
Senza paura
salta il muro del giardino
e via per la pianura.
Non ha timori, un cane.
Guarda il lume delle case, le cime
lontane e saluta la sera.
La saluta con gli occhi prima di partire
forse per sempre.
“Per chi rimane e tace – dice –
basta la posta e avanza”.
Il cane [8]
Il cane cagnolino
corre dietro a un bambino
che gioca a palla.
La palla con un balzo
cade dentro a un giardino
dove c’è un vecchio scalzo
che cura i fiori.
Il vecchio si mette a
imprecare, gridare.
Addio alla palla,
non tornerà più fuori.
La guarda il cagnolino
e la guarda anche il bambino
così grande e gialla.
[Pubblicata, con due piccole modifiche, in 16 copie numerate dalle Edizioni Pulcinoelefante nel 1994]
Il cane [9]
Il cane topo in un giorno d’agosto
con il cielo basso e caldo
ai margini di un bosco
di betulle
corre dietro a una farfalla
rossa azzurra verde bianca gialla.
La farfalla passa via leggera
sopra fiori e foglie, le foglie del campo.
“Per te non c’è più scampo” abbaia il cane
che corre con la lingua in fuori.
Ma la farfalla in un lampo
vola via
dentro la luce del sole
rossa azzurra verde bianca molto gialla
e piena di allegria.
Il cane [10]
(vedi n. 9)
Il cane in un pomeriggio d’agosto
con il cielo caldo caldo
molto basso
ai margini di un bosco
di betulle
insegue una farfalla
verde bianca rossa azzurra e molto gialla.
La farfalla vola
sui piccoli fiori di un campo.
“Per te non c’è scampo”
dice il cane
mentre corre con la lingua in fuori
ma la farfalla leggera vola via
fra le foglie del sole
giovane d’allegria
verso altri amori.
Il cane [11]
(vedi n. 8)
Il cane Paolino
corre dietro a un bambino
che gioca a palla.
La palla con un balzo
cade dentro a un giardino.
Addio alla palla,
non tornerà più fuori.
La guarda Paolino
e la guarda anche il bambino
che piange in mezzo ai fiori.
La mosca
C’è una mosca nera coi calzoni
che cammina anzi vola
accompagnata dai tuoni
di primavera.
La sera è nera e lei è sola
ma la mosca si accontenta di poco.
Cerca di passare la nottata
sdraiata sul dorso di una cicala
innamorata, vicino a un fuoco
che comincia dopo poco a crepitare.
La mosca tace e ascolta
ascolta una cicala con il fuoco cantare.
Il gattomerlo
Il gatto ha preso il merlo
– il gattomerlo.
L’ha preso quasi al volo, questo è un fatto.
Brutto gatto
lascia subito il merlo
così giovane e solo.
Il merlo non sta zitto
ma chiede aiuto
arrivano Enrico Gianni Renatino
arriva Pia
“gatto gattaccio con quel pelo ritto
lascia il merlo
lascialo volare via”.
A tante grida
lu’ gatte s’asprittette
apre la bocca e il merlo schizza via.
La giornata si chiude con questa fantasia
e in questa libertà.
Ormai si sa
che il brutto gatto con il pelo ritto
non mangerà più il merlo.
E, a pancia vuota, deve stare zitto.
E sdraiato accovacciato in un angolo
deve stare zitto.
Il silenzio e il topo
Il buio assoluto non c’è
non c’è
il silenzio.
Il silenzio assoluto non c’è. Non sento
il silenzio e davanti agli occhi
ho un bersaglio di fuoco in una lunga
mattina.
Nell’orecchio i sassi insistono
con un rumore
di topi.
Alla notte svegliano nel letto un bambino
correndo
su una trave.
Sono i ghiri, dicono in casa,
e raccontano una storia vera
per non dare spavento
oppure è il vento della sera.
L’ombra del piccolo topo che sale contro
il muro.
Poi arriva il sole.
L’acqua [1]
L’acqua invece c’è.
L’acqua esiste.
L’acqua non si scioglie
è sciolta.
L’acqua non si calma
è calma.
L’acqua non rotola, corre
e cresce sbianca urta si ferma.
Rispecchia un piccolo cielo vicino
a una luna-gatto, così impolverata.
L’acqua la raccolgo con la mano
e non brucia. L’acqua è fontana.
L’acqua mi riflette durante la giornata
vede la mia bocca e io guardo lei.
L’acqua non si stanca mai.
Neanche quando chiudo gli occhi
l’acqua manca.
Mi aspetta. Se sto correndo dietro i pensieri miei
e la mia bocca.
Il vecchio. L’uomo vecchio
Un vecchio? Quale vecchio?
Il vecchio che si addormenta vicino al fuoco
mentre fa friggere un uovo?
Ma quale fuoco?
Il fuoco del caminetto? O
il semplice calore del termosifone?
Il vecchio che raccoglie l’acqua con un secchio?
Dov’è il fuoco che può addormentare un vecchio?
E dov’è l’acqua? Manca? Il
vecchio vicino allo specchio. E poi:
quale vecchio? E quale fuoco?
Non facciamo un poco confusione
nel fare riferimento allo specchio
di questo vecchio?
O al secchio?
Il cane e il bambino [12]
Michele Michelino è un bambino
abruzzese.
Abita vicino alla marina
un poco lontano dal paese.
E una mattina per andare a scuola
pedalando in fretta
sul prato in bicicletta
è caduto e si è fatto male
a un piede.
Adesso è a letto col piedino ingessato.
Siede appoggiato al cuscino
e ha teso per terra, lì vicino,
il cane, che dorme.
Il cane è un cagnone
e ha un bel nome antico,
si chiama Teodorico.
Dorme sempre,
anche quando è il tempo di abbaiare.
O di mangiare.
La lumachina [1]
La lumachina sul gambo di un fiore
dondola come una vela leggera
nel vento rosso di cielo
mentre aspetta la sera.
La lumachina si lascia dondolare
ma sta con gli occhi aperti
perché vuole guardare
un maggiolino che sale
per il gambo della malva lì vicino.
Poi e non dico una bugia
ho sentito la lumachina cantare
con una vocina leggera leggera
mentre aspettava sul mondo
il sonno della sera.
Chiamava le stelle una per una
poi parlava alla luna
poi sgridava il rospo dentro al fosso
e con un grido giocondo
salutava una lucciola solitaria
che correndo nell’aria
dava luce a tutto il mondo.
Lumache e lumachine
Lumache e lumachine si vedono
da tutte le parti
per terra vicino a un muro
su una siepe appena annaffiata,
addormentate sul gambo
della ruchetta selvatica
o all’oscuro
sotto una foglia.
Lumache lumachine sono
di formato diverso
piccole come un granello di sabbia
o grandi come l’occhio del bue
che grida perché è solo
dentro una stalla vuota.
Però tutte si muovono
con grande rapidità;
sembra che debbano partire
per l’America ma
quando si accorgono che le formichine
sono andate tutte a dormire
e non le possono salutare
anche il viaggio in America
decidono di rimandare.
Per restare sul gambo a dondolare.
La lumachina [2]
La lumachina non è una cosa da poco
anzi è una cosa veloce leggera
che sulla foglia insegue per giuoco
le onde del vento
e si muove si ferma addenta il gambo
si abbranca lo lascia ritorna
allunga le corna
paziente impaziente divora una foglia
si chiude nel guscio
non si lascia toccare.
Ma io la prendo, a casa la porto.
Adesso dorme sopra i fogli di un libro
aperto sul tavolo
e forse sogna che io sono il diavolo
buono dei fiori.
Il cane [13]
Il cane è ben solo
lì vicino al tavolo
accucciato al suolo.
Il cane non può neanche abbaiare
“Taci, cane” dicono
e gli buttano un ossicino
da rosicchiare.
Il bambino di Canzano
A Canzano si mangia il tacchino
dice il bambino
ghiotto
ma poi vede lì sotto
nel campo una tacchinella
che cammina come una regina
altera e snella.
Ha le penne spazzolate
dal vento leggero del mare.
Non lo voglio mai più mangiare
– dice il bambino
che guarda dalla finestra –
neanche se è un tacchino
che hanno fatto ingrassare
per il giorno di festa
del nostro paese.
Il cane [14]
È finita la vita felice del cane.
Stamattina il vecchio padrone è morto.
È caduto lì in terra
vicino alla gabbia del corvo
e alla finestra sul porto.
Proprio come un soldato
colpito da una pallottola in guerra.
Oh dio come è bella Napoli
e come sarà bella Napoli domani.
Ma il cane grida di rabbia e di dolore
perché lo trascinano via da questa casa
dov’è rimasto solo il corvo sbalordito
che continua a gracchiare
vicino alla finestra spalancata
su Napoli e il suo mare.
Le rane
Le rane erano di legno,
un giuoco per bambini?
O le rane erano vere?
Erano davvero grosse e nere
oppure verdi?
Ditemi il vostro pensiero:
come erano fatte le rane?
Erano di rame risplendente?
O come tutte le cose da niente
cantavano nei pantani?
Saltavano nei fossi
fra i sassi grossi?
Erano pescate di notte
dai pescatori ghiotti
che le cercano con una lampada in mano?
Ma che strano animale
la rana salterina
la rana canterina
la rana con le gote gonfie
fin quasi a scoppiare
come il soldato che suona
la sveglia alla mattina
per correre in guerra ad ammazzare.
Il capretto
L’animale ostile resistente
era un caprettino
che aveva male a un dente
e stava in un ovile abbandonato
in mezzo a un prato
dove passava solo qualche vento.
Erbe alte con i fiori e verdi
nascondevano questo caprettino
ma lui tremava tremava tremava
per la paura
come un bambino quando l’aria
si fa scura.
La tigre
Per favore, dice la tigre al domatore
nel circo fra le sbarre,
non frustare nell’aria
non gridare nel vuoto
farò quello che chiedi
se la tua voce mi darà un invito
non una imposizione;
una domanda non una schiavitù.
Tu sei re in questo momento
e io sento che il più forte sei tu.
Alzi la polvere nel vento.
Ma ti prego non urli, non gridare
nell’aria non frustare, fa’
che io possa saltare come
se fosse per mia volontà.
Allora quando volo
da sgabello a sgabello
credo di ritrovare
l’odore buono della prateria
e la voce lontana del leone
che mi aspetta paziente sotto il sole.
Un topolino e la giraffa
Per favore un poco di silenzio…
non sento quasi niente
dice il topolino alla giraffa.
Cosa dici?
Vuoi ripeterla ancora quella storia?
Il tuo racconto è bello
ma non è quello
che credevo di ascoltare.
Così la storia resta ancora tua
e non diventa mia.
Allora mi rimetto in viaggio
ti saluto e vado a casa mia
a rosicchiare un poco di formaggio.
Parole del vento
Ti porterò via stasera
grida il vento alla fiera
– che cercava un sentiero nella foresta
perché si era perduta
dopo la gran bevuta per la festa del matrimonio
o il fidanzamento
del demonio con una bambola di juta –
perfida regina
dovevo accorgermi prima
che sei sciocca, non astuta.
Il cane, un leone, un maiale
Il cane azzanna la zampa a un leone
che urla “Ahi, mi fai male!”.
“Scusami, dice il cane, credevo
di addentare la gamba di un maiale”.
“Allora sei perdonato” dice con modestia
il re della foresta
e se ne va superbo a bere dentro al fiume
mentre il cane corre via saltellando
e si mette ad abbaiare
per avvertire il maiale
che sta per arrivare
e che gli deve azzannare
prima che cali il sole
la gamba.
Questa idea un po’ stramba
è la promessa fatta stamattina
a una cagnolina vaporosa
fresca come una rosa
che passeggiava nel parco comunale.
Era così bella
che sembrava una stella.
Dunque è poco male
se per lei il cane
addenta la zampa del maiale.
Il gatto e un cane
Il gatto è un gatto
un gatto forse italiano
oppure il gatto
è un gatto persiano.
Il cane invece è un cane
abruzzese.
Il cane è un amico dell’uomo
ma il gatto è un amico del gatto?
Se dieci gatti inseguono un uccello
caduto con l’ala ferita
il cane nero può insegnare filosofia
a un bambino che giuoca con una matita?
Ascolto la sera che viene e promette
aspetto le reiterate fantasie della notte
il gatto nero mi strofina il piede lo vedo.
Chi crede che domani sarà un altro giorno
sbaglia mille volte
il gatto nero è
portatore di fortuna
i suoi occhi scavano la pietra come la luna
guarda senza sognare perché è all’attacco
che vuole andare.
Le mie parole non sono oscure
sono semplici e chiare
perché cercano di parlare
ai gatti neri che ho conosciuto stasera.
Un gatto
Questa vita di gatti è
più solenne
della vita degli uomini.
Il gatto paziente
si struscia al mio piede
non chiede mai niente
ma vede.
Indovina il cammino
dal piede.
Una mosca, una vespa, un’ape e un calabrone
a Woodstock nell’agosto dell’anno 1969
Come tirava la musica quella sera
non c’era caso di poter dormire
bisogna volare o ballare o applaudire
anche per il calabrone
nascosto in mezzo a un fiore.
Tanta bella gioventù in confusione
che dormiva nuda sopra i prati.
Nudi giovani e beati
da quei suoni divini
da quelle belle parole.
Mosca vespa e ape tutte insieme
ascoltano e si dimenticano di volare
anche il calabrone dondola beato
mentre il vento passa sopra il prato
accendendo candele nella notte.
È cosa meravigliosa
vedere il cielo che inghiotte
il cuore di una rosa.
I. Due dita e il lombrico
Due dita catturano un lombrico.
“Due dita, perché mi catturate?”.
“Cosa mi dai se te lo dico?”.
“Un bacio”.
“Un bacio da un lombrico?
Ti catturiamo per darti in pasto a un pesce”.
“Abbiate pietà, vi prego, se vi riesce
per un povero lombrico
che viene da lontano.
Da dove, non lo dico.
Due dita, chiedetelo alla mano
di lasciarmi andare
invece di pescare”.
“Ci rincresce, la mano ha dichiarato
che questa non è giornata
per un povero lombrico catturato
e di non darti pensiero;
questo per te è un giorno nero nero.
Anzi, sai cosa ti dico?
Oggi è proprio la fine del lombrico”.
II. Due dita e il lombrico
Due dita catturano un lombrico
fra due pietre, sulla riva del fiume.
Il lombrico perde il lume
della ragione: “Perché mi catturate?
Sono un povero lombrico solitario.
Lasciatemi in pace”.
Due dita rispondono che questa
non è giornata per opere di pietà
e neanche è una giornata di festa.
È una giornata così, metà e metà.
“Forse domani ma da un’altra mano
e proprio per un favore
a te lombrico che vieni da lontano”.
“E se adesso mi mangia un pesce?”.
“Allora ci rincresce
e domani
un altro ci sarà. Dico,
un altro lombrico”.
Il piccione
Il piccione è nato
e non sa ancora che fare.
Accucciato sul davanzale
si mette a tubare
perché è incerto se tentare di volare
o se restare lì solo sotto il sole.
L’acqua [2]
Acqua benedetta acqua sovrana
acqua ferma acqua rapinosa
acqua che vai sposa al mare in burrasca
acqua immobile sotto la campana di Pasqua
acqua che riflette il cielo come uno specchio
e dentro le nuvole che corrono
acqua che respira e canta vicino all’orecchio
di un bambino.
L’acqua [3]
Un giorno è accaduto
che l’acqua non c’è più.
Gesù, come si fa
se l’acqua non si dà?
Ho una sete da morire
gli occhi da lavare
una doccia vorrei fare
la minestra da preparare
l’acqua da far bollire.
Invece l’acqua non scorre più.
Il fiume è prosciugato
il lago è seccato
il ghiaccio è secco come un legno bruciato
i mari sono neri
come i cattivi pensieri.
Cosa capiterà? Pazienza, il vino c’è!
Vino barbaresco o trebbiano in eccedenza
così potremo ridendo fare a meno
dell’acqua latitante
e cuoceremo la pasta napoletana
dentro al vino frizzante, in un baleno.
I mesi
Mese di luglio è un mese fetente
nevica sempre nevica e copre di neve la gente
gennaio invece sì che è bello un mese forte
un mese benedetto
ti strappa via dal letto
c’è sempre il sole
un’aria calda
un mare che sembra schiuma di sapone
e profuma di viole.
Tu
Ma non essere un soffio del vento
una campana che suona svogliata smorzata
una litania del parroco senza denti
un carro funebre come nel film di Bergman
una gallina con la risipola
una vitellina con l’afta epizootica
una vespa schiacciata dal piede del cavallo
una vecchina con la gobba
una donna che starnuta
una principessa che inciampa nella lunga sottana e quasi cade a terra
invece devi essere l’uomo la donna il bambino
in un mondo senza guerra
il cuore di un pulcino.
Acqua [1]
Acqua bianco cuore di perla
col tuo grande valore
dato che sei giovane cantando
lascia la solitudine della montagna
pérditi ma non dimenticarmi
nel mare delle città
che hanno mille mani e mille cuori.
Férmati e bacia la fronte di un bambino.
Tu hai la sorte
di portare l’aquilone del mattino
al mondo dei pesci e dei tuoni
al mondo dei sogni.
Acqua benedetta e sovrana della terra e del mare
non avere paura degli uomini:
Acqua, non devi mai tremare.
Acqua [2]
Acqua di tenero passo e tenera voce
acqua veloce e chiara
saetta di colore sopra la vita amara
ascolto il tuo pianto e il tuo sorriso
mentre porti bianche schiume verso il paradiso.
Acqua, ancora
Pròvati a toccare l’acqua con la mano
a toccare nuvole con la mano
bianca mano
nuvola nera
mano leggera in una bella sera
uccellino in un cielo di forte colore
quanti autunni devono invecchiare
prima che tu ritrovi la voglia di volare
sulla pelle del leopardo
in un’onda di venti africani.
Anch’io umile so che non posso ancora morire
prima di ritirare la mia mano
adesso prigioniera del tempo dell’acqua
e di altre nobili fatiche.
Il topo topino
Il topo lo celebro come il
vincitore della battaglia di Lissa
fra spari e cannoni. Topo topino bianco…
che non è mai stanco di combattere
e di osare. Sempre in rissa
per la conquista del mangiare.
Pesci
I pesci parlano. Dicono
basta col mare
la salsedine è cupa ormai
per noi costretti a navigare,
senza vacanza opportuna
senza neanche un’ora di riposo
sempre correre ci sia il sole o la luna.
Il pesce grande mangia il piccolino
anzi lo divora
e la balena bianca è scomparsa dall’oceano
restano solo i pesci verdi minori
veri mariuoli, borseggiatori senza grinta o pietà.
Il mare aperto adesso fa
davvero pena.
Il bicchiere
Il bambino piccolino
non può bere il bicchiere di vino
non lo può neanche toccare
se lo tocca lo fa rovesciare.
Il bambino piccolino
può solo correre in giardino
e giocare coi fiori
o correre beato
sul prato
insieme ad altri bambini
piccolini.
Pasolini, Roversi: due poeti nella storia
Martedì 15 settembre 2015, ore 20.30
Bologna, Festa provinciale dell'Unità, Parco Nord, spazio libreria
PASOLINI, ROVERSI: DUE POETI NELLA STORIA
dialogo con Gian Mario Anselmi, Marco A. Bazzocchi, Roberto Chiesi, Davide Ferrari, Matteo Marchesini
con un intervento di Antonio Bagnoli sul carteggio inedito Pasolini-Roversi
conduce Federico Diamanti

Un giorno a Bologna
Dice:«Nonostante tutto mi piace abbaiare sotto la luna; specie adesso che è al primo quarto ed è veramente una luna leopardiana, trasparente come un fiato.
Bene, ce ne sono capitate di cose, in queste settimane. Dentro alla città, fuori della città ma tali da coinvolgere in ogni modo la città. A segno ripetuto che il mondo intero è diventato ormai un solo paese e che niente sorprende più».
Simone:«Piccola filosofia da settimana enigmistica. Però è anche vero che dentro a un mondo così compresso basta niente per perdere il bandolo della matassa. Prendete Umberto Eco, che col suo romanzo ha perso, per il momento, il primo posto nella classifica delle vendite, soltanto perché il suo fior di editorone non gli ha ristampato per tempo il volume. Questi dirigenti di ferro, tutti statistiche e computer. Capita spesso che uno zolfanello gli brucia le dita».
Marco:«i politici sono spesso sciatti o sbadati, o anche fragili, come quei tali editori. Vagoni di treni, trainati».
Simone:«Per esempio, i loro discorsi, le parole, il loro modo di partecipare alla fine di Guttuso. Una morte in tutto e per tutto tristissima, settecentesca; con gli dei incupiti che riverberano grandi ombre itineranti sul capezzale del morente. Una morte da controriforma, tormentata da terribili dolori e terribili scrupoli. Una morte sottratta a se stessa».
Marco: «È vero, sul serio, che ciascuno deve vivere la propria morte; deve viverla come una scelta; come un dolore grande dentro al più grande dolore. Però non può sottrarla agli altri; non può nasconderla. Non può nascondersi».
Simone: «Tanto più quando per tutta la vita si è lavorato in pubblico, partecipando i propri risultati agli altri e non sottraendo neanche un attimo alla propria esibizione – che proponeva uno specchio del mondo ben chiaro. Con quelle immagini… Parrebbe a me, in questo caso, che si dovrebbero avere alcuni doveri non tanto di coerenza ma di chiarezza, di grande chiarezza. Mentre in questo caso lo spettacolo si è afflosciato dentro a quattro muri di un vecchio umido palazzo. E tutta l’epopea della vita, conclamata con le opere nel corso di anni e anni?».
Io: «Forse una conferma di quella che un tempo si chiamava la miseria dell’uomo – alla quale nessuno si sottrae? Vale a dire che ogni grandezza ha i piedi di creta e ogni personaggio frana al momento della resa dei conti. Perciò occorre giudicarli sempre, dentro al supposto fulgore, con ironia e con parecchio sospetto. Per non aspettarsi qualche esempio che serva, mentre non possono dare niente».
Marco: «Tu però ricordavi il breve testamento scritto, di Benedetto Croce…».
Io: «Un filosofo, per fortuna, e uno scrittore fra i maggiori. Lo ricordavo a sollievo dell’amarezza irritata. Una pagina straordinaria, stesa poco prima della morte, in cui diceva di aspettarla in piedi, perché in un ozio vile lei non l’avrebbe sorpreso. È questo alto coraggio che aiuta a vivere, molto più dei quadri/quadroni pieni di contraddizioni».
Simone: «E allora?».
Io: «Nulla. Morire non è facile, anzi è terribile. Ma neanche vivere è facile. Per la morte io credo solo, affidandomi ai sapienti, che bisogna prepararsi già durante la vita per non lasciarsi sorprendere dentro a uno spettacolo pietoso. Se uno vive da protagonista, sulla scena del mondo, suscitando e accettando gli applausi e le relative conseguenze, non può morire in solitudine se prima non si accomiata dal mondo. Non può lasciare a mediocri eredi l’incarico alto, l’esempio alto del commiato… Questa morte, invece, mi è stata sottratta dal protagonista stesso; che ha vissuto dimenticandola, o non conoscendola (per sé, intendo); e giunto al muro l’ha graffiato da solo, con le dita. Non era invece uno che già su questa terra voleva edificare il regno dei cieli?» (Cito da Heine, Fiaba invernale: «Wir wollen heir auf Erden schon/Das Himmelreich errichten».
Bologna: rivista mensile del Comune, n. 1-2, aprile-maggio 1987.
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)
Dall’armadietto dei piccoli monologhi per voce maschile recitante
C’è il diavolo?
Ma si può essere così matti?… Se c’è il diavolo? questo m’ha chiesto mia moglie stamattina, che c’era appena il sole… Mo dimmi sù, sai se il diavolo c’è davvero? mi ha chiesto. Eravamo ancora a letto datosi che l’ora era antelucana e l’alba sembrava lontana e io ci avrei fatto sopra ancora una bella dormitina… perché non sono poi tanto giovane adesso e dormire un poco mi piacerebbe dopo che ho fatto la guerra e la guerra non faceva dormire. Così mia moglie mi chiede del diavolo e io non capivo la sua domanda. Ripetere, le ho detto, io mica capisco a quest’ora del giorno. A quest’ora della notte, ha risposto lei. E io: Signora, se è notte ebbene notte sia e allora parliamo di questo diavolo mentre è ancora notte. Wiligelmo, ha detto mia moglie, mi sono sognata il diavolo adesso e ti chiedo se è un sogno vero o fasullo, se devo ridere o piangere. Ma va là, ho risposto, dormi mia bella dormi e lascia che il diavolo vada in campagna… Non è una cosa vera, non è una cosa seria questo diavolo che entra nel sogno delle spose nottetempo… Che sia un diavolo guardone? Fai sempre lo scemo, ha detto mia moglie… la mia signora si chiama Gisa ma il suo nome vero sarebbe Adalgisa, però datosi che è troppo lungo così in casa la mia signora la chiamiamo Gisa ma fuori la chiamano signora Adalgisa, perché fuori casa il nome deve essere detto tutto intero per rispetto… così la mia signora mi dice che faccio lo scemo, che quando lei parla io mi diverto a sfotterla, che era meglio se sposava Matteo che adesso ha fatto fortuna e che alla domenica la portava a mangiare gli agnolotti nell’osteria lungo il Savena che non c’è più ma lui era un signore e tu cioè io sei uno che ti dimentichi sempre anche l’anniversario del nostro matrimonio e la prima notte di nozze hai pisciato nel vaso senza neanche un po’ di sentimento… La mia signora comincia a piangere e dice fra i singulti cosa si vive se si vive senza cuore, il cuore è tutto e tu più che mangiare bere e fare quella cosa non pensi ad altro e io sono molto infelice ed è perciò che sogno i diavoli… Questa notte sono stata con un diavolo e tu mi devi dire una volta per tutte… devi darmi almeno una volta una risposta interessante e con un po’ di intelligenza… devi dirmi insomma se il diavolo c’è o non c’è, se bisogna crederci almeno un poco a questo diavolo… Al diavolo non ci credo no, io non ci credo… nessuno ci crede al diavolo… Ma mia moglie mi dice che il papa polacco al diavolo ci crede… Al diavolo con la coda, le chiedo?… Certo, al diavolo con la coda… Se lo dice il papa… la cosa mi preoccupa… un papa non può scherzare col diavolo… Lui sa le cose del cielo e della terra e un diavolo è una cosa della terra profonda e non si spreca in dettagli… un diavolo se c’è fa cose grosse…
Così rispondo a mia moglie: Gisa, guarda l’alba verde come copre il cielo… sembra fieno di paglia… ma bada che se il diavolo c’è deve fare cose grosse… Faceva cose grosse questo tuo diavolo nel sogno?… Mia moglie con la testa fa sì e comincia di nuovo a frignare… La coperta andava su e giù sollevata dal petto che ha due tette mica male devo dirlo, perché per dire le cose come sono mia moglie ha due mondi che sembrano la testa di due neonati… Così friggeva e piangeva, la mia signora… Cosa faceva, le chiedo? e intanto accendo una sigaretta perché mi sentivo di fumare e l’ebbrezza del sonno era tutta scomparsa… Doveva pur fare qualcosa sto’ diavolo, se ti viene da piangere, le dico… Lei risponde; faceva cose che mi vergogno a dichiarare e che faceva il sonno tutto vergognoso… Di che vergogna parli, Gisa bella? le chiedo io… Parlo di questa unica vergogna del diavolo che non faceva cose belle in sto’ mio sogno… Ti vergogni per questo? le chiedo. Per le cose del diavolo? chiede lei. Sì, rispondo. E lei: non mi vergogno per le cose del diavolo, ma per il senso di vergogna che queste cose facevano… Non capisco, dico… Fa’ conto, risponde lei e si alza a sedere sul letto, di vedere non un albero grande ma l’ombra grande dell’albero. L’albero rinfresca e la sua ombra grande ti porta lontano e ti mette paura… Quando la mia signora parla difficile è segno che bisogna stare attenti a che aria tira… È capace che ti frega e ti fa passare per scemo… A me, poi, gode a incastrarmi… perché così fa il confronto con Amadeo… no, con Matteo, che è quello che la portava a mangiare i tortelli sul fiume nel momento della gioventù… Così le rispondo duro duro: Non rompere col tuo diavolo. È già mattina e il diavolo se ne è ito. Ne parleremo se vuoi la prossima notte… La prossima notte, se il diavolo si ripresenta, dice lei, io mi faccio la pipì nel letto per la paura… Ma se il diavolo non c’è, di che cosa avrai mai paura… Sai nel letto, ci sono io vicino… Oh, in quanto a te, dice lei, è come se il diavolo fosse solo a tormentarmi, perché te la russi che sembri un bue quando fa molto caldo… Ma il fatto è, insisto io, che il diavolo non c’è e se non c’è il diavolo neanche c’è ragione per la sua paura… Ma chi ti ha detto che il diavolo non c’è, replica lei… O almeno che non c’è questo diavolo mio che mi entra nel sonno con tutte le corna e col suo ghigno?… Lo dicono i dotti, lo dicono i sapienti, azzardo io: lo dice anche il giornale che il diavolo è stato per sempre sconfitto e se ne è andato lontano dagli uomini dentro all’ombelico della terra… Ma là in fondo cosa ci sta a fare? chiede mia moglie. Là in fondo, tutto solo, fischia e mette i marroni arrosto… Non ci credo, dice lei, tu mi pigli in giro e adesso sono sicura che il diavolo c’è proprio, che salta fuori alla notte e si butta dentro al mio sogno… Io alla notte non voglio più sognare, anzi non voglio più dormire perché se no ci entra il diavolo e dentro al sogno fa cose vergognose… Ma quali cose vergognose? chiedo io… Le cose vergognose non si dicono e neanche si vedono, sicché quando il diavolo nel sonno me le fa io chiudo gli occhi, lei risponde.
Chiedo a voi cosa devo fare… Ma voglio un consiglio svelto e preciso prima di notte… perché ho già impressione all’idea di andare a letto stasera con una matta che si sogna il diavolo e vede il diavolo e ha paura del diavolo… Ma almeno, sul serio: il diavolo c’è davvero o non c’è? bisogna essere sicuri? tranquilli? Parlate, ditemi qualcosa, accidenti a lui… accidenti a voi… È un bel mistero.
Il futuro
Vi voglio parlare del futuro non come di un uovo sodo ma come di un uovo di pasqua… Capisco che la frase sembra involuta e ve la chiarisco subito… Perché è scritto anche in un libro. Chi ha le idee chiare chiarisce le frasi scure in quattro e quattr’otto… E poi anche in casa moglie e figli, e anche gli amici, dicono che dico cose profonde e oscure che nessuno capisce mentre potrei anzi dovrei dire cose meno profonde ma chiare che tutti possano capire… Ma le cose profonde, dico io, sono profonde appunto perché pochi possano intendere datosi che se tutti potessero intendere allora vorrebbe dire che le cose oscure sono così poco profonde da non essere più oscure e tutti potrebbero alzare le spalle dicendo: ma cosa ci fa perdere tempo questo con cose tanto chiare che non riescono nemmeno a essere oscure, figuriamoci poi profonde!
…Ma ripiglio il mio discorso dal principio, all’esempio dell’uovo sodo e dell’uovo di pasqua riferito al futuro… cioè al nostro futuro… e parto con questa premessa che poi non è una premessa ma è una domanda… si intende una domanda così detta retorica, che io faccio a me stesso per le ragioni di svolgere il discorso e tale domanda è la seguente: ma il futuro cos’è?… Anzi, meglio: cos’è il futuro? e la domanda è disposta per parlare del futuro in generale prima di scendere nel particolare di questo futuro… Prima di tutto occorre precisare bene che il futuro è il futuro e che non c’è nessun futuro che non sia futuro… Così che la prima considerazione da accantonare come un dato reale è che non c’è nessun futuro che sia passato… oppure, se si dà un futuro che sia passato questo è un passato e non più un futuro… Così resta la certezza che il futuro è tutto un futuro intero e che niente può entrarci dentro a sfrugugliarlo… Allora la domanda conseguente è questa: se il futuro è il futuro e non il passato, questo futuro com’è? questo futuro cos’è?… Vi apparirà chiaro a tutti voi che ascoltate che la domanda, come diciamo, è piena di arzigogoli e fregature… Bisogna risponderci dentro molto precisi e colpirla al cuore, se no si fa la figura dell’asino… Allora rispondo che il futuro è la cosa che non si è ancora risolta… cioè, per un esempio, il futuro è l’uovo di gallina fresco che deve diventare sodo ma ancora sodo non è.
Qualcuno potrebbe replicare anzi chiedermi oppure domandarmi ma che cosa è questa menata dell’uovo di pasqua che lei ha messo come enunciazione del suo dire iniziale?… cosa c’entra, mi scusi, l’uovo sodo e l’uovo di cioccolata col futuro? siamo a teatro?… e poi il futuro è una cosa seria, si preannuncia assai tremendo e noi non possiamo star qui in piazza a scherzarci addosso… Non siamo bambini ma uomini posati e col futuro abbiamo uno scontro diretto… Mi scusi, qualcuno potrebbe ancora continuare, ma lei è una persona molto poco seria e anche se siamo dentro a un divertimento di monologo ci sono cose da non toccare e allora la saluto e me ne vado… La lascio lì col suo futuro sodo o dolce… Ma guarda un po’ che gente…
E va beh! replico, pazienza. Avete ragione tutti… Vi amo tutti. Vi benedico. Vi bacio in bocca come fanno i russi. O sull’orecchio, come fanno i francesi che sono più peccaminosi. O sul naso, come gli esquimesi che hanno soltanto freddo. Ma lasciatemi un po’ continuare… È mai possibile che in questo paese non si riesca a concludere un discorso perché ti interrompono con mille pernacchi?… Lasciatemi finire, sacchi di merda, e poi decidete in merito, se vi sembra che non dica cose intelligenti o cose nuove.
Beh! perché lei grida?… Venga pure avanti, parli, parli, non è impedito da nessuno… Cosa? parli più adagio. Ma che dialetto parla, lei? È romagnolo? non la capisco… Ah, è bolognese, viene da lontano. Bene, parli adagio, misuri le parole, vediamo se riusciamo a capirci. Sono semplicemente un coglione?… A Bologna il futuro è già tutto pinto e dipinto e noi stiamo perdendo tempo dietro a falsi programmi?… Ma cosa vuol sapere, si tolga dai piedi, vada a vangare… I bolognesi! Da dove vengono? Son gente di città o di pianura, mangiano carne o pesce? Boh! Il futuro?… Quasi gli mollo un cazzotto a sto’ bolognese… Cerca rogne? A chi vuole insegnare? E poi in un giorno di festa, dove tutti se ne stanno tranquilli dentro a grandi discorsi sulla vita e sul futuro… Perché queste cose sono serie e noi non regaliamo vento… Se qua si fa qualcosa questo qualcosa è subito preciso concreto difficile. Dunque lei non rompa e mi lasci continuare… Il futuro, dicevo, il futuro. Che cosa è il futuro? Non ricordo se ero io che lo dovevo spiegare a voi o se io vi proponevo una domanda a cui voi dovete rispondere… Ecco, io risponderei che il futuro e l’ombra dell’albero grande… no, l’ho già detto… che il futuro, ah, sì, questo era la cima del mio discorso… che il futuro non è dolce e fragile come un uovo di pasqua ma è necessario e duro, anzi meglio, è compatto come un uovo sodo, vale a dire come un uovo cotto lungamente sulla fiamma. Vale a dire che il futuro è qualcosa che si deve lentamente preparare ma che si deve anche attendere con attenzione e parsimonia nell’ordine dei minuti che scorrono via.
Così a questo punto io non so più cosa dire in proposito di questo futuro se non che dato e concluso che è un uovo sodo, detto futuro non va poi mangiato col sale e bevuto col vino. Ma va conservato con grande cura e con premura osservato… Può anche darsi che dentro a questo futuro ci stiamo anche noi… oppure che il futuro lo guardiamo di lontano… mentre gli altri lo navigano come pesci rossi… E forse sarebbe la cosa migliore di guardare svolgersi il futuro sotto i nostri occhi come una corsa all’autodromo o alla televisione… goderla senza parteciparvi, senza correre i rischi… guardare il futuro che arriva e noi seduti in poltrona, i piedi su una sedia, la boccia fresca del vino accanto, e anche il bicchiere, poi guardare guardare guardare la fatica degli altri dentro alla nostra noia annoiata. O alla nostra noia tranquilla come quella delle mosche… Decidete un po’ voi cosa è il meglio… io ormai mi sono impelagato, non ci capisco più niente… Sì, forse ha ragione quel signore che grida: è senz’altro meglio il passato… Ma non è vero, non ci credo non ci credo non ci credo, che tutto il passato sia meglio di tutto il futuro. Quel buco nero che ancora deve riempirsi mi dà un brivido che è una meraviglia. Un brivido che è voglia, non è paura… Un brivido caldo… caldo… Buonasera.
Sulla pensione di invalidità e vecchiaia (INPS) ai poeti
Io non sono certo uno che vuol togliere il pane dalla bocca alla gente. Tantomeno a questi poeti, che neanche li conosco. Perché non sono cattivo. Soltanto cerco di stare al sodo, ecco tutto; e di badare alle cose mie, se è possibile. Ma questa mattina ho letto sul giornale che la Camera dei Deputati ieri ha votato una legge che concede ai poeti, uno per uno, e purché abbiano la qualifica di poeti, una pensione di invalidità e vecchiaia di tre milioni al mese, esentasse. Avete capito bene: tre milioni e niente tasse. Ogni ventisette del mese. E due stipendi a natale.
Beh! dico, a parte che in questo momento… eh, lo sappiamo, ma poi, sì, è vero, in ogni momento… una pensione di questo peso mi sembra eccessiva… insomma, mi sembra fuori luogo… una cosa che ti fa incazzare, che poi ci vengono a dire che bisogna limare di qua e di là e che la classe lavoratrice deve stringere i calzoni e non stare a regnare tanto e poi loro… Ma lasciamo perdere… Perché, badate, dire con la voce tre milioni è dire niente… tre milioni… è niente. Con la voce. Ma se pensate a quanti poeti ci sono in Italia, a quante persone ha la categoria dei poeti, allora si suda freddo e comincia a girare la lesta… Son più di due milioni questi poeti… Anzi, per dire meglio, insomma più esatto, sono due milioni e diciassette, come scrive il giornale… Provate a moltiplicare due milioni e diciassette per tre milioni e sentirete il botto che ogni mese vien fuori… Avete fatto il conto?… Cosa? Eh, è proprio la somma giusta… Ma poi, tanto per dire, e dato che la pensione è da re, facciamo una domanda: come sono reclutati e schedati e rubricali questi poeti? Chi è che stabilisce tu sei poeta, anche tu sei poeta, tu no, sei un bischero passa via e va a lavorare? Chi è che lo dice?… Ho chiesto in giro, mi sono documentato sul problema… mi hanno dato anche uno stampato… Ma non son venuto qua per dar aria alla bocca. Ho le cifre. Aspettate, cavo il foglietto dalla tasca… Dove l’ho messo? Qua no… qua no… sta’ a vedere che mi è scappato fuori quando ho preso il fazzoletto per… Sta’ buono, è qua, per fortuna… Ecco. Sono i professori dell’università quelli che decidono e questo almeno mi sembra giusto. Se non le sanno loro, queste cose!… Professori dell’università di Torino, Padova, Ferrara, Camerino e Messina… Invece non mi sembra giusto… non mi sembra molto giusto il modo di dare il giudizio… perché loro decidono solo sulle cose stampate. Fogli scritti a mano o robaccia ciclostilata, niente… E invece chi queste poesie non le vuole stampare? Chi le dice solo a voce? o le canta con la chitarra o le zufola? Questi, come stanno le cose adesso, restano fuori dalle scatole, i tre milioni li cuccano gli altri… Perché gli altri, basta che non siano cani soltanto capaci di abbaiare, qualche giudizio di questo e di quello se lo pigliano e allora entrano a testa bassa nella lista… E quando uno ha il tesserino e il benestare per il bonifico mensile, può cavarsi le scarpe, mettersi in pantofole davanti alla tivù e aspettare l’inverno… Tre milioni! La vecchiaia è assicurata… può tirare un sospiro di sollievo… accarezzare i nipotini… Però, a pensarci bene, tre milioni sono troppi… Una esagerazione… Forse che Andreotti è un poeta?… Un poeta, oltre che pittore, e Fanfani?… Un milione al mese bastava… Con un milione al mese si vive… e si potevano accontentare tante più persone… magari dando un milione al mese anche ai giovinastri che ciclostilano… Ma non c’è più niente da fare, la legge è passata, hanno già rilasciato 77442 tessere definitive… Il primo a ricever tessera, attestato e contante è stato il signor… pardon, l’artista Adelmo Buonafonte Silvestris, che abita a Scardonecchia in provincia di Avellino… Non lo conosco ma lo ripeto, io non sono intendente dei giornali di poesia… sarà magari bravo ma non lo conosco… Lui intanto è già passato alla cassa… Cosa farete d’ora in avanti? gli hanno chiesto. Vivrò di rendita, ha risposto e intanto mostrava la copertina del suo libro intitolato “Come può pensare uno che basti chiamare”… Non mi pare giusto… A voi pare giusto?… Due milioni e diciassette poeti… è la città di Milano compreso Sesto San Giovanni e la Bovisa… O è la città di Roma, se togli via il Vaticano ma con Fiumicino nel conto… Come se Roma e Milano scrivessero scrivessero scrivessero… cantassero dalla mattina alla sera… Un mare di parole dietro i muri pronte a scattar fuori appena una finestra si apre. Come l’acqua del fiume. Un’alluvione. Un terremoto. Un maremoto. Una slavina. La fine del mondo. Parole e carta, carta e parole… via le case, gli alberi, le pietre, perché su tutto cadono le parole… Come se la città intera fosse sepolta dalle foglie. Un cumulo… Parole e carta… (si allontana)… parole che salgono, parole che scendono… la carta come la schiuma delle lavapiatti quando si rovescia nel mare… e intanto questi signori ricevono tre milioni al mese… Ma torno a chiedermi, chi sono i poeti? Come sono fatti?… Sono belli?… E gli uomini, non hanno bisogno di chiedere?… Mica li conosco, i poeti… No, sì, una volta ne ho visto uno che veniva dai viali… Camminava come un pollo… Ha attraversato col verde… Tre milioni al mese… Per parlare con le rime… Amore, cuore, figlio, sbadiglio… Bah!
Temporali. Trimestrale di narrazioni, n. 2, dicembre 1989.
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)
L’inquietudine dell’incertezza
Devo scrivere, per questa occasione; sento che devo scrivere; ho certamente voglia di scrivere eppure patisco un impaccio non precisato, perciò indefinibile, che mi costringe di volta in volta a rimandare. Scriverò più tardi, nel pomeriggio, concludo; stasera, domani. D’altra parte non mi capita nemmeno per un attimo di pensare o di decidere di non scrivere. Le “cose” da discutere, da chiarirci, sono tante infatti; i problemi che ciascuno di noi deve affrontare ogni giorno, ogni ora, direi ogni minuto sono così vigorosi strazianti impellenti e sminuzzati, che sarebbe davvero impensabile, da parte di chi vive nel mondo d’oggi, non sentire oltre che l’impegno privato, proprio la voglia di partecipare almeno con la scrittura a ogni tipo di discussione – con tutta la modestia del caso. Eppure questo spazio aperto e direi drammatico fra la voglia di fare (meglio, di dire) e l’atto diretto dello scrivere e del concludere è ben disegnato; capita di sentirne il fiato sul collo in più di una occasione; quasi che fosse in corso una sorte di feroce rarefazione nella sostanza dei problemi – proprio mentre i problemi nella loro generalità e globalità sembrano tutti pesanti come massi. E siccome questa situazione si è variamente e faticosamente ripetuta anche in altre occasioni, da parte mia cerco in qualche modo di spiegarmene la ragione, per superare utilmente questo impaccio, se possibile; e per non disperdermi troppo; anzi, per tentare – se mi riesce – di trovare almeno un bandolo di questa maratona argomentativa, partendo intanto, oggi, da questo mio impegno per la rivistina. Così mi accorgo che progressivamente, e certo non all’improvviso, è andato annebbiandosi fin quasi a scomparire un concreto riferimento all’idea di città. Nella sua corporeità vitale, nella sua sostanza reale, nei suoi minuti impegni e cavilli, nei suoi obblighi precisi e decisi, nei suoi diritti chiaramente dichiarati e imposti rigorosamente. Ma a questo proposito è forse opportuno chiedersi se possiamo trovare in Italia una città che si possa proporre, anche se parzialmente, esemplare al fine di suggerirci stimoli argomentativi e un poco tranquillizzanti. Torino, Genova, Milano, Roma, Napoli, Palermo? Bologna? In questo momento, a mio parere, sussiste soltanto un vorticoso cono d’ombra sotto il quale tutto sembra appiattirsi e involgarirsi. Siamo d’accordo tutti, o quasi tutti, che al tempo presente sembra essere diventato un impegno di enorme difficoltà e complicazione anche l’atto stesso, lo stesso impegno di amministrare il bene pubblico; ma è soprattutto vero che è saltata in aria, se esaminata e controllata specularmente, ogni possibile e omogenea chiave di lettura e ogni probabile previsione del futuro prossimo delle città. Sempre più trasformato in un generico e trasandato contenitore di monumenti inviperiti, di proliferanti sedi finanziarie, di gelidi palazzi per la burocrazia imperante, di case e casone ristrutturate e sconvolte al servizio di miliardari di ogni risma e cultura; infine, di una periferia enorme, sempre più distesa, non più controllata né controllabile, in cui si depositano milioni di anime morte o perdute, presenti solo per gli infidi registri statistici sempre inviluppati in approssimazioni.
Prendiamo questa nostra a Bologna, nel mazzo delle città che ho prima elencato; precisando, solo per scrupolo, che come cittadino che la vive da sempre, ho ritenuto con tranquillo impegno di stendere alcune minute e varie considerazioni in parecchi fogli già negli anni passati; suscitando per lo più solo rimbeccamenti indiretti e infastiditi e magari l’esclusione dal saluto – anche nei mesi passati. Ma è necessario insistere senza arroganza però con convinzione, parendomi che una città sia una parte della propria vita o, meglio, del proprio cuore; non pietra soltanto. Se essa si perde, si perde anche la nostra vita – almeno quello spazio lungo o breve ma fulminante che a ciascuno resta. Napoli, per esempio, in questi giorni ad agosto, è orrendamente abbandonata a sé stessa, ed è un esempio micidiale di cultura amministrativa – nonostante lo straordinario popolo napoletano soggetto e squinternato. Bologna sembra vivere un poco più in alto, anche se in questo momento fra i mille problemi, il determinante sembra essere quello delle piste ciclabili. In una città, tanto per precisare, e non è la sola, con un inquinamento atmosferico sempre al limite del disastro, proporsi questo impegno primario sembra avventato; e semmai susseguente alla risoluzione del più importante e tragico problema del traffico – che si prolunga con modesti i rappezzi giornalieri; e sembra irrisolvibile, al momento. Il nodo, dunque, è che stiamo parlando del divario sempre più accentuato fra un problema amplissimo e di enorme difficoltà e un problema idillico e modesto (un problema quasi campestre, fra uccellini e margherite sopravvissute) – a cui si dà appunto per questo il privilegio della precedenza. Per i grandi problemi, invece, accade ormai come per gli eterni lavori di rappezzo nelle autostrade; interventi sommari per coprire buchi e difetti sul momento e domani si vedrà. La metodologia del tampone, senza alcuno sforzo per riuscire a ridefinire in modo diretto il futuro che ci aspetta – il quale è grigio assai, a dir poco.
Su questa linea di agganci problematici per approssimazione, basterebbe anche riferirsi a un secondo esempio, che contiene una intervista del 17 giugno con l’assessore Bottino. Cito: “Quel qualcosa in più da fare a Bologna è la volontà di realizzare con l’Arena del Sole un palcoscenico mirabile di livello internazionale”. Mentre i lavori procedono sobbalzando come un vecchio camion con le balestre in disuso, è almeno la decima volta che si ascoltano elargiti con gioiosa e generica convinzione questi megapensieri.
Una città che è letteralmente senza teatri (e non dico senza teatro); in cui i buoni e saggi e attivi e stimolanti sono acquartierati come truppe disperse dentro e sotto strutture di latta o relegati quasi nella campagna come fori boari; che ha per teatro “principe” il Duse; che ha lasciato smantellare indifferente il glorioso Contavalli, dissipando le sue glorie dialettali; che da dieci anni spende e spande interminabili blabla intorno all’Arena (come intorno alla Manifattura) non dovrebbe darsi finalmente una mossa risentita seria e realistica, espungendo le alate fantasie e ricuperando con onesta convinzione la concretezza, per concludere subito i lavori di questo tormentato teatro e renderlo un luogo immediatamente fruibile di divertimento teatrale e di riconoscimento teatrale; di spettacolo teatrale – come già stabilito fin dalle sue origini; aprendolo oltre che alle compagnie di giro, anche alle avanguardie locali, al teatro dialettale bolognese (e non solo) che è un pozzo ancora tutto da esplorare. Perché non sono i politici a dover “fare” teatro, ma la gente di teatro, i seri organizzatori; quelli che sanno molto bene le cose e non si lasciano incantare.
L’assessore conclude: “Io in genere amo il teatro che c’è. Mi innamoro però sempre di più dei progetti. Quindi mi piacerà vedere l’Arena del Sole come palcoscenico. E come produzione non c’è che l’imbarazzo della scelta”. Per me è come dire, adesso tiriamo su la fabbrica e copriamo il tetto; seguirà una bella bandiga ufficiale secondo la norma. Penseremo dopo, tanto non c’è fretta, se produrre automobili, bicchieri, carta vetrata o salsicce; oppure pappardelle della nonna.
In effetti il teatro non è un progetto ma una costante e drammatica realtà (necessità) della vita mai consumata. Della vita privata e della vita sociale – che non si accontentano (o non dovrebbero) di parole. Con tutto quello che c’è in giro nel mondo proprio in questo momento.
Nunatak, settembre 1993.
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)


