Super User
La contemplazione del tramonto dalle vasche di acqua calda
Sei portato da un vento
che neanche si vede
in un vicolo fra grattacieli dove
due gatti
guardano le banane fiorire
da un seme piantato nella spazzatura
Dentro grandi spazi d’erba con foreste incorporate
mi guardo allo specchio mi palpo
la faccia a sinistra
a destra di sotto di sopra
penso all’estate che è appena passata
dico mettiamoci in azione
POSSIAMO INCOMINCIARE…
Il viaggio sembra non finire
sono sobrio appoggio l’orecchio
per terra là dove un piccolo fiore
fa guerra
a un barattolo schiacciato di pessima birra Henneger
MIAGOLA UN
Correva ed è volato
come uno straccio sul prato
a duecento all’ora
La ragazza esce correndo da una porta
per osservare un disco volante planare
Nessun altro l’ha veduto
LA RAGAZZA HA LA FACCIA COPERTA DI FRAMMENTI DI
VETRO
***
Mentre ero assorto nei miei pensieri
è venuto qualcuno che sembrava mi volesse
far prigioniero.
Queste nebbie all’improvviso
oggi decidono l’inverno
e la sapienza della vita
da polvere ritorna sasso.
Mi devo pentire per tre cose
l’acqua il sangue il fuoco
ma non per l’ombra più saggia
di quella che non induce a dormire.
L’ombra del risveglio.
E sento grande traffico nel cielo.
Anche la cometa guarda, aspetta.
***
Amo ciò che finisce
o ciò che comincia e vibra. Vibrando nel verde dell’alba.
Il tramonto amo, fuoco sulla
mano dei fiori
al bordo dell’autostrada. E amo
l’ombra del vecchio.
Il vecchio passeggia da solo col bastone
conversa con l’aria.
Amo i capelli delle ragazze che non si spaventano
il grido del corvo contro il tetto della casa
lo zoccolo del cavallo senza ferri
quando solleva la polvere vicino alla tomba etrusca.
Alle volte
si può morire di niente.
O vivere di niente.
***
L’angolare raccoglie tutto lo stadio stracolmo
in un circolo che stringe le dita.
La casa vicino alla cascata
chi la ricorda?
Non si possono ancora spezzare le spade.
Come la fai vedere la guerra? Che mali racconti?
Che suoni?
Pochi molto pochi, erano quelli che volevano la pace in
un tempo di pace.
***
Fuori sacco viaggiava
la notizia cattiva.
Dentro al sacco viaggiava
la notizia buona.
Fammi uscire, gridava
la notizia buona.
Resta dentro, bisbigliava
la notizia cattiva.
La voce della cattiva
rimbalzava come il tuono
e il grido della buona
respirava come una foglia.
Poco dopo il mondo
si cavò la voglia
del tuono.
Un bambino trovò la foglia gialla per terra
Era la guerra.
***
Artaud mi piace da matto.
E mi piace Dashiel Hammet.
Anche Hammet mi piace da matto.
Poi mi piace come ho detto Hölderlin
nel mulino sul fiume
con la sua fantasia che è un lume di barca alla deriva.
Anche Hölderlin mi piace da matto.
Mi piace Goethe mentre viaggia in Italia.
Poi mi piace Courier il vignaiuolo
Courier il pamphletista
Courier assassinato nel bosco, da solo.
Anche Courier mi piace da matto
con la sua macchia sul codice di Longo detto il Sofista.
E poi mi piace Cavalcanti che arriva da lontano.
Cavalcanti mi piace da matto là nel suo esilio fra le paludi.
E mi piace Salimbene de Adam
coi suoi racconti degli inverni gelati.
Anche Salimbene mi fa impazzire.
E poi Bonvesin de la Riva e poi
Morgenstern che suona contro il vento
e ad ogni momento vuole vivere e morire.
Bonvesin e Morgenstern sono favolosi.
Chi altro mi piace da matto?
Risponderò domani.
Adesso butto sassi nel fiume.
Ho le mani occupate
ad (per) allontanare i cani
della violenza vecchia della guerra
che già Omero
– ah, Omero mi piace da matto –
mentre cantava fra il fuoco ha maledetto.
Dura da migliaia di anni: è passata indenne tra guerra e distruzione e perdite di civiltà
La poesia è una meraviglia e insieme un sacrificio, ma soprattutto è una sorpresa continua perché sempre si rinnova.
Roberto Roversi è nato a Bologna nel 1923 è uno dei maggiori poeti italiani del ʼ900, ha fondato la rivista Officina con Pierpaolo Pasolini e Francesco Leonetti. Autore versatile, ha scritto numerosi testi di canzoni per Lucio Dalla e per gli Stadio, quali Nuvolari, Anidride solforosa, Chiedi chi erano i Beatles.
Lei è scrittore, poeta, autore di canzoni, e di testi teatrali. Una vena artistica così fertile e versatile è frutto di una cultura approfondita o piuttosto l’effetto di un talento innato?
«È frutto di un progressivo apprezzamento della capacità e della qualità della scrittura per comunicare. Mi riesce più facile scrivere che parlare, perché scrivendo mi sento più a diretto contatto con le parole. Ciascuna parola è un’entità perfetta da riempire di significati di volta in volta diversi e, quando scrivo, la scelta di un termine piuttosto che di un altro è più meditata e di conseguenza la comunicazione è più appropriata».
Quali sono le sue principali fonti di ispirazione?
«La realtà».
Gran parte della sua produzione letteraria ha la forma del poema, che sembra trasmettere al meglio la totalità delle immagini e delle impressioni che vuole comunicare. Nel panorama di oggi, crede ancora che la poesia riesca a comunicare un messaggio o la ritiene piuttosto un esercizio letterario fine a se stesso?
«La poesia dura da migliaia di anni e, come forma di comunicazione, è passata indenne tra guerre di istruzione e perdite di civiltà. Penso quindi che tutt’ora possieda la carica potenziale di comunicazione che sempre ha avuto. Naturalmente in questi nostri anni, durante i quali si sono mescolate forme di comunicazioni varie – tecnologie e mediatiche – la poesia sembra un poco dispersa ma, secondo il mio parere, essa si muove sempre come un pesce rosso dentro l’acqua del mondo. Va tutelata, difesa, conservata, perseguita e amata, dimenticata e ripresa; è una meraviglia e insieme un sacrificio, ma soprattutto è una sorpresa continua, perché sempre si rinnova. Tutti scrivono in questi anni ed è bellissimo: c’è la quantità di informazioni, di fogli che volano, di scritture che si cercano nell’aria attraverso la poesia. Sono quindi certo che anche oggi la poesia approderà a qualche cosa di buono: da questi fogli stanno uscendo una costruzione che ridarà ordine ai valori che sembrano perduti, ma non lo sono».
In un suo scritto apparso sul Manifesto del 6 giugno 1981, dal titolo Pasolini nella memoria, scrive: “Siamo ai Giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato; fra lo splendore giallo s’alza un profumo contatto, molto padano, del fieno falciato, a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e là. Noi tre (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che ‘dobbiamo fare’. Il nome già proposto è Eredi. Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: Hitler ha invaso la Russia. È il 22 giugno del ’41 e noi eravamo fuori dal mondo”. Crede che oggi la cultura sia animata da ideali così?
«Nel ’41 eravamo ragazzi di liceo, andavamo al Galvani, Pasolini era un anno più grande di Leonetti e di m. Eravamo giovani, molto più inesperti del mondo di quanto lo siano i giovani adesso; siamo rimasti sorpresi da quella notizia, ma non particolarmente turbati (ci siamo turbati in seguito prendendo atto delle cose che stavano accadendo) e siamo andati avanti a parlare. Allora la letteratura e la poesia ci sembravano determinanti per la nostra vita. Credevamo molto nei nostri progetti, anche nell’incertezza di quegli anni. Sono convinto che tutti i giovani, anche quelli di oggi, abbiano questa intensità di sentimenti e di curiosità rispetto alla vita, proprio come noi allora. Cambia la qualità delle domande che si pongono, i riferimenti e le culture che hanno dietro alle spalle, ma la meraviglia di fronte alla vita, le preoccupazioni e le difficoltà sono quasi le stesse. I giovani di adesso li sento non come nipoti o pronipoti, ma come fratelli: oggi come allora hanno poche certezze e deboli speranze, ma riescono a trovare in sé stessi la forza di lottare per ciò in cui credono».
Dopo la pubblicazione per Einaudi di Dopo Campoformio si è costantemente rifiutato di pubblicare le sue opere presso grandi editori, limitando la sua produzione a fogli fotocopiati di cui si è occupato direttamente. Una scelta ideale dettata dalla legazione di qualsivoglia forma di potere oppure il tentativo di intraprendere un percorso culturale nuovo e del tutto indipendente?
«Negli anni ’60, nelle frange un po’ estremiste della sinistra giovanile, stavano emergendo alcune problematiche relative alla comunicazione e più precisamene alla libertà di stampa, che mi avevano particolarmente coinvolto. Il problema della comunicazione, della scrittura e della distribuzione era per me in quel tempo impellente. Cominciai ad interessarmi attivamente a questo problema e lo legai ad un altro che mi sembrava altrettanto urgente e che veniva disatteso in ordine alle discussioni che si facevano: la comunicazione viene gestita da chi ha il potere. Maturai progressivamente la convinzione che quest’ultimo aspetto fosse indissolubilmente legato a un altro, per lo più ignorato o sottovalutato anche dagli addetti ai lavori: la distribuzione della comunicazione. Non basta avere il possesso della propria comunicazione ma bisogna anche saperne gestire la distribuzione. Decisi quindi di uscire dal mono editoriale – non per polemica, anzi, avevo pubblicato da Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e Rizzoli – ma per dare un segnale chiaro e approfondire una questione che per me era determinante. Quando scrivi una poesia non puoi solo essere in balia delle tue idee o dei tuoi sentimenti, ma devi anche riflettere sul mondo in cui diffonderai il testo che stai scrivendo. Solo sottraendosi a questi vincoli, la poesia oggi può cercare di diventare – naturalmente a mio parere – ciò per cui vale la pena di cercare il mondo e la realtà. Quindi disattesi la proposta di Calvino di pubblicare Le Descrizioni in Atto Einaudi e le pubblicai ciclostilate».
Ha sempre condotto una vita appartata, lontana dai mass media e dalle istituzioni, ma non solitaria. Crede che per comunicar più efficacemente e liberamente le proprie idee sia preferibile un atteggiamento da osservatore più che da attore? Il poeta in particolare necessita di questa riservatezza?
«Sono sempre stato dietro le cose e occupato nei dettagli delle giornate fin sopra i capelli, non mi sono mai sottratto a nulla di concreto, faccio solo ciò in cui credo e con tutto me stesso evitando di disperdermi, di seguire vanitosi percorsi».
Leggendo qualche articolo della rivista Rendiconti, uno dei pochi tentativi attuati di affrontare la riflessione politica e sociale attraverso la scrittura e la comunicazione, appare evidente che lei consideri la cultura non come uno strumento “al servizio di”, ma come un modo di costituire una politica e una realtà. Crede che sia possibile, anche alla luce dei meccanismi che reggono oggi il mercato editoriale, che la comunicazione politica possa assumere questo ruolo?
«Indipendentemente dalla scrittura, dalle persone, dalle cose, credo che un uomo non si possa alzare la mattina se non con il proposito di rifare il mondo: io mi alzo per rifare il mondo, totalmente, e pertanto il mio impegno deve essere totalizzante e assoluto. Questa tensione tuttavia – che deve anche essere la molla di qualsiasi tipo di comunicazione – va corretta da due elementi fondamentali per l’integrità mentale: l’oblio e l’ironia. L’oblio perché consente di scaricare in parte tutte le quantità di informazioni che giornalmente si debbono inglobare, impedendo così di esserne travolto, e ironia perché modifica e corregge in modo rigoroso, vigoroso e realistico tutte le tensioni sentimentali e operativa. L’uomo deve attrezzarsi e affrontare coraggiosamente il mondo, con tutti i cambiamenti che provoca lui stesso, altrimenti viene travolto dall’indifferenza, dalla nevrastenia, dalla depressione e dal suicidio. Il mio non è un ottimismo generico, ma una concreta interpretazione dell’unico modo in cui, secondo me, possiamo disporci di fronte alla vita».
Le parole, come le usa nel testo poetico sono spesso cupe e dimesse. Una scelta artistica o uno stato d’animo?
«Ho riflettuto molto su questa domanda. Pensavo di usare le parole in modo diversificato, ma credo che il lettore interpreti meglio dell’autore. L’autore propone un testo pensando che emergano determinati contenuti, poi accade che il lettore ne accolga degli altri. Considero le parole “una per una”, come un’ape che succhiando da un fiore si riempie di miele. Nei miei scritti ogni parola cerca di avere in sé, con rigorosa fatica, una sua pienezza, un suo splendore. Il leggero abbassamento di tono nell’insieme del discorso è vero ed è cercato – soprattutto nei testi teatrali che ho composto – perché sono un brechtiano convinto. Cerco sempre di abbassare l’etica perché non oltrepassi certi limiti e diventi troppo retoricamente esplosiva. Ma la mia tensione è sempre quella di dare alle parole il massimo del loro potenziale comunicativo emozionale, usando sempre il meno di pennellate aggiuntive. Nel Medioevo c’è stato un gran fiorire del canzoniere d’amore, ma quello che ha resistito nei secoli ed è arrivato fino a noi è il Canzoniere di Petrarca. Perché? Sebbene tutti nascano da un’argomentazione comune, i sentimenti rivelati da Petrarca sono stati espressi con una scrittura che ha elevato il tono della comunicazione rendendola duratura: l’aggettivazione, la sonorità del verso, la concatenazione dei vocaboli hanno elevato il testo, e le singole parole, verso le nuvole, cioè verso l’alto, senza pensare con cura alla durata della poesia – a mio parere – cercare sempre di catturare le “parole api”, che non sempre devono essere necessariamente, le parole con le ali più splendide, d’oro».
OrdineGiornalisti Emilia-Romagna: rivista trimestraled’informazione e di dibattito, anno XXIII, n. 75, settembre 2009
Quale grafico utilizzare
PRIMA VOCE: Ti comunico che
(pausa)
sono reticente… necessariamente reticente
in questi anni in cui
la parola è…
(Pausa)
ti comunico che in questi anni la parola è del tutto consumata
e io sono di necessità reticente in quanto dovendoti…
(Pausa)
Proprio perché devo comunicarti un mio
sentimento – in questi anni in cui la
parola è consumata – sento di dovere
essere reticente…
(Pausa)
Vai più lontano.
Non guardarmi.
Ascolta soltanto.
(Pausa)
Passa un treno.
Un jet rompe il muro del suono a mezzogiorno.
Non più la sirena di una fabbrica
ma il suono della polizia che dice
sto arrivando.
SECONDA VOCE: Come al solito
sei inconcludente.
Preannunci.
Prometti.
I tuoi sono bisbigli del cuore.
(Pausa)
Io sto ancora aspettando.
Il tuo sentimento non lo conosco.
Dovrò aspettare l’estate?
La neve dell’inverno?
Il fuoco del prossimo inferno?
(Pausa)
Il sole d’agosto?
Il tuo sentimento non lo conosco.
(Pausa)
PRIMA VOCE: Dovevo comunicarti forse che ti amo e
certamente che non ti dimentico. Ma
il tempo di questa occasione
è già passato.
Lo riconosco.
Non ho aspettato agosto.
Non la neve né
il fuoco di quell’inferno. Ripeto
(Pausa)
forse ti amo
certamente non ti dimentico. Ma l’occasione
di questo sentimento
è trapassata.
SECONDA VOCE: E allora buona giornata a te.
(Pausa)
PRIMA VOCE: Buona giornata a me.
SECONDA VOCE: I cavalli sono pronti, signore.
PRIMA VOCE: I cavalli, signore, sono pronti.
SECONDA VOCE: I cavalli
(Pausa)
I cavalli partono da una terra
(Pausa)
e arrivano a una terra.
PRIMA VOCE: Stabilire quindi
entità ed incidenza
SECONDA VOCE: e qualità
PRIMA VOCE: qualità, con grafico
corrispondente,
del trasferimento.
Da luogo a luogo.
Da luogo a luogo.
Oceano Atlantico, anno II, n. 3, gennaio-aprile 1985
Domenico Tempio. La Carestia
Percorrendo il secolo XVIII da cima a fondo, sembra che ogni regione abbia una propria Arcadia, anche diversificata all’interno della stessa regione. È vicina l’Arcadia veneta a quella lombarda? Eppure sono a un tiro di schioppo. L’accidia vibratile e costante, il sottilissimo filo rovente nel petto, di Gasparo Gozzi sono vicini alla bonomia bofonchiante e astuta (con l’occhio semichiuso come a far filtrare la luce) del Balestrieri, che sfinge di sforzarsi e invece senza sforzo riesce a vedere tutte le cose, o quasi tutte le cose che non sono tragedia? O l’Arcadia emiliana alla siciliana? Il Savioli al Meli? Si possono tracciare alcune sospette linee comuni solo restando sulle generali, circumnavigando il pelago arcadico sul naviglio di concetti o preconcetti già rincalzati da tanti apporti critici assunti come conclusivi. Ancora: cosa ha a che fare Tempio con Parini? Tutti e due in orbita, ma uno sembra sulla Luna l’altro su Marte.
Eppure sono nello stesso secolo, nella seconda parte del secolo e l’uno scrive in lingua l’altro in dialetto. Comunque, alla base, hanno il suono della stessa lingua che chiama. Cos’è, allora, che li fa accogliere, magari in una successione alfabetica oppure in una disposizione regionale, in una stessa antologia? Parini, con quei nobili, detestati ma non disprezzati, fra il gretto e l’illuministico, propensi in varie occasioni a restare in qualche modo attenti al progresso delle nuove idee; fra accademie e salotti, tante a Napoli come indica il dottissimo Nicolini, tante a Bologna (ne ho contate ventisette, salvo errore) e a Venezia (Gasparo Gozzi è protagonista nella costituzione quasi esilarante e nella prosecuzione quasi clownesca di una di queste), e a Milano, dove occorre sempre essere un po’ritenuti, conservare un paravento quasi riservato pure in mezzo alla più disparata libertà di comportamento.
Cos’è che li fa coesistere, senza lacerazione, in una stessa antologia, in successione alfabetica, come sotto una campata di una grande certosa con le lapidi brunite? Tempio, vicino a quei marinai barbuti appena sbarcati, con la plebe affamata e incanaglita, con il terremoto, l’eruzione del suo grande e leggendario vulcano, con uno sconquasso geologico e fisico di una terra che sembra splendida e invece sembra sempre perduta, con uno sconquasso geologico e fisico, con il rombo continuo nella notte del vulcano che non si rassegna. Balestrieri con il suo gatto e le vacanze nelle ville sui laghi, che lo ospitano non pietose ma tradizionalmente garbate. Le osterie del tempio piene del fumo di pipa e d’arrosto, odori di cibo forte e di sudore. Il sudore, ad esempio, in Parini non c’è; non c’è negli altri milanesi, semmai qualche profumo leggero e l’odore d’incenso, che sorvola.
Noto poi che sonetti per monacazione non ne girano molti da Napoli in giù mentre sono esercizio vorticoso e assillante da Roma in su, andando oltre il fiume superbo d’Italia. Insisto, che rapporto fra il dialetto del Tempio, ispido come un fuso e grondante, nella Caristia, sangue e lacrime, e in cui ogni verso sembra una incisione sulla pelle del braccio, e l’italiano agrodolce sapientemente modulato, seccamente disperato, insofferente e irritato, anche irritante, del Parini, che digrigna adagio i denti con una smorfia di disgusto fra i lumi e le cornici dei palazzi riscaldati? Fra le notti del Tempio, squattrinato e dolente ma a letto con la amatissima (anche riservata e costante) serva, e la solitudine secca del Parini, nel freddo cauto e nel silenzio delle sue stanze illuminate dalla lucerna appoggiata su un tavolo accanto agli ultimi fogli appena vergati?
Oppure, e concludo, fra i giacobini toscani: il Crudeli, il Fantoni o il Batacchi (e uno diverso dall’altro) e i bolognesi, un po’ tristi e un po’ solenni, che cercano sempre di schizzare un sorriso dentro l’amaro della vita, forse per salvarsi da una tristezza completa? E il dialetto? Dialettali i siciliani (ma il Meli è come parlasse in lingua), i Napoletani (e De Liguori fa cantare con parole d’angelo e non dei trivi, cioè ripulite e angelicate); bilingui i veneti, i bolognesi, i milanesi, in una ironica e rapida, non affrettata, appropriazione di linguaggi, di linguaggio da riformare.
Domenico Tempio nasce a Catania il 22 agosto 1750, muore a Catania il 4 febbraio 1821. Ripeto: fatica a districarsi dal moralistico dispregio dei benpensanti. Rapide secche annoiate invettive lo colpiscono con le frecce puntute tutt’ora, né gli danno tregua. Fra mille tascabili che invadono le autostrade della poesia, non uno è dedicato alla voce alta di questo imperterrito malizioso triste stravolto violento profondamente vivo poeta in lingua siciliana.
“Giovanni Agostino De Cosmi, il maggior maestro del democratismo siciliano, in una lettera del 1808, così scrive: Io ho sempre ammirato e letto le Poesie di Tempio, unico Poeta a mio credere del nostro secolo, e della Nazione, ed originale nella sua maniera. La nazione nel linguaggio del Cosmi è naturalmente la Sicilia o, meglio, sono i siciliani, e perciò è di grande importanza il suo riconoscimento del Tempio come poeta nazionale”. (Cito dal saggio di Niccolò Mineo: Aristocrazia, borghesia e plebe nella “Carestia” di Domenico Tempio, nella miscellanea “Domenico Tempio e l’illuminismo in Sicilia”).
Ha scritto Nino Pino in un suo saggio, del saggio del 1968 pubblicato nel volume XVII, serie III dell’Archivio Storico Siciliano, Domenico Tempio tra Voltaire Rousseau e Giovanni Meli: “Nacque, crebbe, visse, scrisse, vagabondò, sempre a Catania. Vi si spendé. Vi scoprì giorno per giorno il suo mondo, nel brulicare limaccioso della realtà cittadina, nella sperimentazione caleidoscopica dell’esistenza propria e degli altri, negli orizzonti e nei fantasmi della sua cultura della sua arte, del suo sarcasmo, della sua trivialità plebea. Non se ne allontanò neanche quando con decreto reale fu nominato notaio del casale di Valcorrente (1791). La sua è l’esistenza legalitaria del disadattato, del refrattario geniale, un tipo d’infingardo non comune e non conseguente bloccato sulla soglia del quieto vivere che ne alimenta la venatura mordace e idilliaca: il dolore per la perdita della moglie e della figlioletta, la dedizione totale della gnura Caterina, vi avranno inciso la loro componente”.
Non riesce ad inserirsi nel contesto sociale, né questo d’altra parte, involuto e rigido com’è, ne permette l’utilizzazione appropriata. Diviene studioso e poeta di professione, inutilizzato come tanti dalla struttura arretrata dell’ambiente. Sua unica e costante evasione perciò i libri, la cultura letteraria, e filosofica, e soprattutto la poesia – una dilagante tavolozza lirica che assomma i motivi più vari e sconcertanti – la spregiudicatezza, il gusto caricaturale, la tematica turpe, il motteggio, la denunzia fustigante. Negato a qualsiasi altra attività, vive in croniche strettezze: tuttavia ha dimestichezza e amicizia con uomini di cultura, prelati, aristocratici, ne è stimato, protetto, sovvenzionato, ad un certo momento giubilato con vitalizi… Non mi sembra pertanto che si possa schematizzare troppo, come alcuni vorrebbero. Intendo riferirmi al cliché piuttosto abusato di un Tempio analfabeta, autodidatta, blasfemo, ringhioso, sfuggito da tutti, a tu per tu con l’indigenza più cruda, che a un certo momento si degrada a sfruttare l’abnegazione della gnura Caterina la quale si da a fare la sguattera per sfamarlo. E alle pagine 178 e 179: La Carestia. Ambiente e scenario: la Catania del 1798 e i tumulti popolari di quell’anno. Domenico Cicciò ha definito La Carestia “l’epopea della fame”; ed essa, la fame, è in realtà la grande protagonista; e con essa, “il malgoverno, l’intrallazzo, il malcostume, i nodi al pettine per una classe dirigente corrotta e parassitaria, l’esplosione del sottofondo torbido e piagato di una società in crisi di decadenza con le sue contraddizioni laceranti”.
La Carestia è in quartine di versi settenari misti ad ottonari, riuniti in venti canti. L’autore vi lavorò intorno per due decenni, a partire dal 1800. Pubblicata postuma la prima volta, in due parti negli anni 1848 e 1849 a Catania, dall’editore Giannotta.
“Una cosa mi pare si possa ammettere – ha scritto ancora Nino Pino – nella Carestia c’è tutto Domenico Tempio, con la sua biotipicità, le sue bizzarrie. Quello autobiografico e decadente, quello smaccato antiarcaico e antiretorico, quello ironicamente fustigatore e paradossale, sensuale e lirico, quello piuttosto inchinevole e cortigiano, quello aspro e licenzioso anche per una certa quale rivincita verso se stesso e gli altri, l’erudito, il neoclassico, il fantasioso, l’allegorico, il verista e modellatore di tipi stagliati: tutta una vasta, poliedrica gamma di addentellati che, se spiega gli apprezzabili tentativi di sfaccettarlo, non si presta tuttavia a catalogazioni e a classifiche…”.
Poesia, anno XXI, n. 230, settembre 2008
Primavera e inverno di un protagonista
A vent’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, un poeta e amico riflette su alcune stagioni della sua ricerca
Tante pagine si vedono stampate su Pasolini, in questo momento; tante conclusioni, talvolta affrettate, si leggono; e ciascuno ha da dire la sua, aggiungendo parole a parole. Sarà anche giusto, nella libertà dei singoli, ma ho scrupolo ad accodarmi, se non fosse questa occasione che è buona e amichevole, e a me consente solo un cenno meditato.
Per entrare dunque in un merito specifico, mi va bene ripetere una convinzione, una vecchia convinzione, via via aggiornata ma mai modificata, e cioè che per me sono quattro gli approdi fondamentale nel percorso tormentoso e tormentato della ricerca artistica di Pasolini: 1942 Le poesie a Casarsa;1957 Le ceneri di Gramsci; 1968 Teorema; 1975 Gli scritti corsari.
In dettaglio: una raccolta di poesie nel dialetto/ lingua friulano; un gruppo strettissimo di poemi vincolati a straziare il reale in lingua italiana; un resoconto, secondo la definizione dello stesso autore e che io direi fulminante, in contemporanea con la scrittura del film; di interventi scritti, nei due anni estremi, quasi in diretta sulla strada, in mezzo al fumo dei gas lacrimogeni, anche se pubblicati, prima che in volume, su grandi giornali e riviste.
Quattro momenti che corrispondono ad altrettanti momenti capitali della vita di Pasolini; vita, quale che sia il giudizio complessivo a cui ogni singolo lettore della sua opera vorrà approdare, di sferzante, desolante, talvolta epica talvolta frammentata e dispersa drammaticità (disperata sempre, alimentata, direi meglio: illuminata da un cupo rancore e da una cupa avidità inesausti). Una vita comunque intensamente vissuta, goduta, sofferta. Una vita che altri, il potere reale, hanno contrastata con una violenza progressiva, prima esplicita e insofferente poi quasi macabra nella sottile perfidia degli atti. È utile anche oggi ricordare, o non dimenticare, che Pasolini è stato colpito, aggredito e ferito dall’arroganza culturale di un tempo e di una ufficialità culturale che, in realtà, non lo tollerava; non l’ha mai tollerato (non dico: capito). D’altra parte neanche poteva. Tale intolleranza complessiva e di fondo è riscontrabile anche ai nostri giorni, in mezzo al frastuono delle pubbliche cerimonie; ed è verificabile, a me pare, in quel sotteso fastidio da brivido che fuoriesce come un filo rosso da molte, da troppe parole, frasi di circostanza. Infatti, in quella progressione di tempo, nell’arco di quegli anni, Pasolini come autore con la propria opera si andava confermando al centro di un nodo aggrovigliato di problemi da contrastare, poi da liquidare direttamente. Anzi, sinistramente.
Quindi si può collocare subito, per una corretta comprensione, nella posizione centralizzata di avversario pubblico e accanito del sistema di potere allora in atto; e per questo, nonostante un successo cinematografico assordante e un poco cupo, ogni volta si cercò di ributtarlo ai margini, e di intralciare ogni organico contatto che con accidiosa fatica e pazienza (o anche intemperanza) cercasse o fosse stato capace di intrecciare. Quando si proponevano di inglobarlo era per inquinarlo, comprometterlo, infiacchirlo. Se non impaurirlo, preoccuparlo costantemente.
Tuttavia, dentro a queste quotidiane offese e forti amarezze, Pasolini non tollerò, non accettò mai questa opposizione che lo escludeva; cercando nelle scelte e nelle conclusioni del proprio lavoro, spazi e modi per contrastarla, per ribatterla, argomentandole contro con lucida violenza. Ma è anche vero che partecipò (sì, partecipò) al dolore di questa esclusione solo in parte come un’offesa rivolta contro se stesso; perché, aumentando la sua acre disperazione, la intese soprattutto come una prepotenza più generale, che lo oltrepassava e che riteneva andasse a colpire la ragione e la “purezza”, intesa come una ebbra ilare incantata giovinezza del mondo.
In altre parole, un’offesa a tutto ciò che era ancora un poco lontano dalla corruzione volgare degli anni (quegli anni), dall’intrigo viscido del potere (di quel potere), dall’interesse avido (che sopraffaceva ogni speranza), per affidarsi alla sorpresa di una fantasia libera e ancora non inquinata; alla volontà di giustizia, al desiderio stimolante di riservarsi il futuro e al desiderio, alimentato ad alto livello di tensione, di agire, conoscere, comunicare, dubitare, perdersi e ritrovarsi. E anche di amare, nella grande forte libertà del cuore.
Parlando con Ferdinando Camon, Pasolini aveva detto: «il fondo del mio carattere non è il malessere, bensì la gaiezza, la vitalità, e questo io paleso non solo nell’opera letteraria ma nella vita stessa. E gaia, vitale, affettuosa è nell’intimo la mia natura; son le continue angosce oggettive che ho dovuto affrontare che hanno esasperato gli aspetti del mio malessere».
Le angosce oggettive, suscitate – l’ho ricordato – dall’esemplare incalzare delle istituzioni ufficiali del potere reale, intente a maciullare e sgomentare quell’amor di vita che in Pasolini giovane era, in verità, stupendo; e che coincide con una “lietezza” che è autentica libertà. Una esclusione e una concomitante tensione angosciosa a partire dalla vicenda friulana, subito nel dopoguerra, che lo vide emarginato e pubblicamente vilipeso come “diverso”, infine espulso dalla scuola in cui insegnava, poi dal Partito comunista, poi dal proprio paese, con la conseguente fuga a Roma, come approdo di un naufragio; sempre inseguito da una polemica rissosa e paesana, tipica di quegli anni incarogniti.
L’episodio è centrale, nella vita di Pasolini; e si aggancia anche alla morte barbara del più giovane fratello partigiano. Perché, accusato in pubblico come corruttore di giovani, Pasolini sottostava all’improvviso (con l’angoscia stupefatta e improvvisa di chi passa da un sentimento di libertà felice a una costrizione impaurita e opprimente) al saldarsi di una duplice condanna-croce che si trascinerà addosso per tutti gli anni romani.
Una era la sua definitiva esclusione dalla parte cattolica, che lo considerava un transfuga (adesso infetto) non più recuperabile e lo cominciava a combattere come un doppio avversario. L’altra, di essere considerato come inquinato e infetto dalla parte comunista e violentemente scaricato.
Per precisare, si può anche ritenere che il marxismo di Pasolini fosse soltanto una sua personale e originale rivelazione; una sfolgorante contaminazione di vari nodi culturali e politici; anche sentimentali. Una sua originale intuizione, da fruire senza accademici scrupoli di rigore. La composizione di queste due parti del mondo, o di mondo, è certamente stata depositata come scrittura alta e forte ne Le ceneri di Gramsci e poi resa attiva e contrastante nelle opere seguenti.
Il marxismo è la ricerca di una innocenza perduta non solo del singolo ma anche in generale; innocenza che deve o dovrebbe essere ricercata e ritrovata a ogni costo, per alimentarsene ancora come necessità di vita. Come verità di vita. E nella verità sono compresi soprattutto cercare e capire. Al contrario, mai deve o dovrebbe essere richiesto un obbligo di sistematicità, un rassicurante sistema chiuso da norme delegate e da deliberare. Il cattolicesimo è la ricerca di verità perduta, dentro a una grande speranza che si chiude nel sangue e nel cuore, proprio dentro di sé. Entrambe le parti chiedono e concedono; ma erano (sono ancora) inesorabili, a tutela di precisi pregiudizi.
Tale ricerca si traduceva in una sperimentazione continua di vita (una verifica) ossessiva, anche nella sua insaziabilità pubblica di fare, cercare, scrivere, parlare, esporsi e anche esibirsi. Un’apertura di mano famelica (da leone affamato) su tutto l’arco delle cose.
In questa disposizione si colloca, a mio parere, Pasolini in Teorema…
News
17.10.78
Climaterico e improbabile
sotteso nell’inconscio
il pronto referto clinico
si impantanò in un cerchio.
Lo districarono a fatica
col laser della memoria
falsificando gli addendi
della mitologia della storia.
Dopo questa avventura
viste negletto e adespoto
sempre con la paura
di una crisi di rigetto.
Un giorno che pioveva a dirotto
incontrò passeggiando
una giovane iterazione
e l’amore sboccio.
Andarono ad abitare
vicino alla stazione.
24.10.78
Lohengrin diventa amico
di un geco.
Passeggiano per un bosco.
Il colore fosco dell’aria
li sgomenta.
Arriva un epiornite
tutto odoroso di menta.
Portato dalla luce di un’onda
si arena sulla sponda destra del fiume
e al lume di una rosa
comincia a leggere il vangelo.
Lohengrin tace e ascolta, intanto il geco
si è fermato per telefonare
alla frequenza dell’immagine
che abita nei dintorni.
Costei li invita a cena.
Ottimi gli antipasti e la carne
ma il budino di cioccolato
non era lievitato
stava li moscio e faceva pena.
E per una cena raffinata è stato un peccato.
Anche il geco si è seccato.
10.11.78
Arriviamo di volata
alla fine della giornata. Che
si è sfaldata
spappolandosi sulla bagnera.
Per questo la sera è così salata.
I pesci hanno le ghette
e vanno a un ballo che comincia alle sette.
Un cavallo si fa psicanalizzare
dal dottore
perché non riesce più a fare l’amore.
Una stella si è impantanata
in una cavedagna
e fa una lagna infernale
perché nessuno viene a cavarla via
e perché il freddo fa male.
Un tale piscia sotto una grondaia.
Il figlio della giornalaia
ha la tosse cattiva.
Io cerco la chiave che apriva il tuo cuore.
Non serve più, è arrugginita.
9.12.78
Lohengrin aveva un solo
e unico lettore delle sue opere
che abitava in una casa di campagna
vicino a Stettino.
Costui lo conosceva tanto bene
che spesso lo prendeva in castagna.
“Questo l’ha già detto dieci anni fa
a pagina settantuno
nel libro intitolato
nessuno pensi all’eternità.
Questa è una ripetizione
di cosa già scritta e letta
nella glossa perfetta
del Cinquantadue alla vita
del pittore Ligabue”.
Era una lagna a non finire
che lo faceva impazzire.
tanto che un bel giorno
Lohengrin decise di toglierlo d’intorno
e di farlo morire.
Si presentò a casa sua all’improvviso
suonò
e quando aprì la porta
lo strangolò.
10.12.78
Tutti i ritratti in cantina
e i muri vuoti.
oggi dipingerò la cucina
di bianco.
(da “Stilb” n. 1 gennaio-febbraio 1981)
Trenta poesie (Poesia della metamorfosi)
1. Ero molto deluso quel giorno e
mi bruciavo sul ferro.
2. Cummings dice che io porto il tuo cuore nel mio cuore.
3. Miles Davis alcuni anni fa in un palazzetto dello sport.
4. Nelle case allineate
i televisori sono accesi
le luci abbassate
le cucine riordinate
le persone congelate
con il braccio sul tavolo a guardare.
L’aria livida da cimitero.
Una luce fa il bianco e il nero.
5. Jim Morrison chiede prima di morire cosa hanno fatto alla terra? Voglio udire l’urlo della farfalla.
6. Non aveva egli pazienza.
Così ha scritto sull’ardesia
(pietra che brucia)
codesta frase giacobina:
la libertà si consuma
mentre la ditt. cammina. E
procede. Così come procede la vita…
Certo questa poesia è incompiuta.
La finirò domattina.
7. I pensieri di alcuni bambini.
8. Il racconto di Alcide Cervi quando comincia a dire: Questi sono dolori grandi, che offendono la vita.
9. L’ultima orazione di Castro sul Che.
10. Incollare le pagine tagliare le pagine. Spegnere il lume, abbassarlo. La notte può essere inverno. Seduto
davanti alla porta vedo sgozzare il maiale.
11. La pioggia taglia le mani e i capelli
io io io…
12a. Poiché non c’è l’occasione per un solo grande dolore
assumo mille rimedi e medico le ferite della speranza.
Lascio cadere i miei occhi sulla brace
e mi confronto con la spada del mondo.
12b. Un manovale che si è impiccato in carcere viene seppellito per pubblica carità.
13. Con mio padre non parlavo mai tranne qualche sera quando tornavamo tutti e due
dalla città.
14. Le parole dei poveri
nascere e camminare.
Il riso di un padrone chiude con violenza una porta.
15. Non dico le parole che amo dico solo le
parole che ricordo.
Un altro farà una strada più breve noi
dobbiamo andare in salita.
16. Le ultime poesie di Hoelderlin Scardanelli: Lo spirito di Dedalo e della foresta è il tuo.
17. La ruota del mulino
la ruota del suo mulino
il falegname la pialla la
voce del mugnaio che batte il grembiale e chiama le anatre.
La colorazione della pianura è un giallo fradicio
un rosso gridato che
talvolta si perde nel verde nel nero vacuo nel nero grigio nero nero
nero sapiente e
prelude (non posso fare a meno di pensare che preluda) alla notte
18. Il futuro si apre ogni giorno e brucia la mano.
19. Parte da zero.
Le chiatte brulicano di luci mentre sul fiume adesso è caduto l’inverno.
Dove primo ottobre
staccava i rami con un sorriso e l’io errante di me
poteva lasciare orme non labili contrassegnando il percorso
occhi di cervo abbandonati sulla riva
guardano le voci di un altoparlante davanti al bar.
Qui ci sta un soldato che non ha meta e ride.
La forza taumaturgica elle maschere è grande se appena dieci minuti fa ho visto colombina passare in un treno per Basel.
20. Così un racconto ho cominciato qua con tre orsi (che ballano) di pelle nera
ballano vicino a un fuoco circonflesso da una luce rotta e lasciano impronte lasciano sulla neve orme di sangue
i bevitori d’acqua i bevitori di lacrime i bevitori di parole.
21. La prima parte si riferisce a un sentimento appena
accennato di disperazione e preannuncia qualcosa.
È come guardare un gatto negli occhi.
Nella seconda parte un uomo scocca i suoi dardi senza pensare al futuro che è troppo vicino e senza pensare al passato che è troppo lontano. Così.
Stretto fra i due muri di ieri e di oggi
l’uomo quest’uomo partecipa alla guerra dei mondi. È l’alba.
Il sonno di ognuno è spazzato via.
La pianura della città al mare si copre di polvere. I
cavalli fumano sciabolano l’aria volano
Oh la tranquilla ironia degli angeli nudi
che prendono il caffè
seduti sulle nuvole e si preparano allo spettacolo.
Due motociclette su un filo di
acciaio disteso salgono fin lassù portando notizie dalla terra.
22. Ma in generale il racconto è il racconto delle ceneri di un uomo portate da una città all’altra della pianura padana.
23. [segue]
24.Mandel’stam, Pilniak, Olesa, Babel o la signora Cvetàeva
guardano in silenzio camminano per la pianura
si avvicinano ascoltano parlano.
Raccolgono la neve.
25. La Polonia non è lontana è vicina.
Guarda attraverso i vetri.
Aspetta.
26. Due capre si dissanguano
dentro l’ombra degli elicotteri.
Siamo ormai nel duemila
Non soffocherete più gli uomini, signori del fuoco!
Spartire le cose pescate è un atto di giustizia.
27. In questo stupendo intrico del vivere
c’è troppa tempesta poco tempo nessuna soddisfazione
mentre aggiungono la bellezza andata perduta
e io confesso che sono stato felice in qualche momento.
Le macchine volanti piegano gli alberi segati da una vecchia
tempesta
escono fra le foglie uomini di rame
e un ragazzo albino siede davanti alle pietre
accecato dalla luce.
28. Vivere ascoltare imparare
navigare su un fiume
partire partecipare ritornare
con sette cuori diversi.
29. Il potere è ancora potere soltanto.
La verità è difficile.
30. Allora anche voi
passate transitate transite
ma non disperdetevi.
Cercate ancora.
(Ripeto: accade più in un’ora che in cento anni).
(da “Stilb” n. 7 gennaio-febbraio 1982)
La poesia è una cosa…
La poesia è una cosa…
I diari di Hitler (che sono falsi)
la risposta del generale argentino (autentica)
il bambino (orfano di genitori assassinati) che sorride
dalla pagina
di un giornale perché l’hanno venduto a una famiglia
italiana e adesso lo cercano ma non lo possono più trovare
QUANDO ANCH’IO ERO GIOVANE
MOLTO GIOVANE TROPPO GIOVANE AHI!
MIA MADRE COI SUOI LUNGHI VESTITI
I SUOI LUNGHI CAPELLI…
oggi andrò
(essendo un maggio di buona lena e di cielo onesto)
al mare. Mi sveglierò presto.
Andrò al mare
per non lasciarmi sgomentare
dalle cattive notizie.
OGGI NON LEGGERO I GIORNALI
SEMPRE PIENI DI MALI DISGRAZIE MISERIE
Con i piedi fra la sabbia guarderò le formiche
un pezzo di legno sull’onda
lenta gioconda profonda
del mare
ascolterò il vento
SULL’ACQUA DEL MARE HA UN SUONO STRAORDINARIO
QUANDO ARRIVA CON UN PICCOLO GRIDO
SULLA RIVA DEL MARE
COME UN TRENO RAPIDO D’ARGENTO IN
ORARIO A UNA STAZIONE SUL MARE.
I DIARI DI HITLER (FALSI MA POTREBBERO
ESSERE ANCHE VERI)
La risposta del generale argentino (VERA MA NON
POTREBBE ESSERE FALSA)
Il bambino
anch’esso argentino
orfano di genitori ammazzati
sorride dalle pagine di un giornale italiano…
MA OGGI SUL LITORALE (ADRIATICO) ARIA DI FESTA
NEGLI ALBERGHI PIENI
SI MANGIA LA MINESTRA DI GAMBERI
FRIGGONO IL PESCE VERDE NEI RISTORANTI
CON LE PALME DAVANTI
Quando ero giovane
Molto giovane troppo giovane
ahi!
Mia madre diceva che mi voleva bene
E IO NON VEDEVO IL MONDO
NEANCHE LO CONOSCEVO
MA ALMENO SONO STATO
PER UN ANNO FELICE.
Più felice del bambino argentino
che a causa di un generale
sorride dal giornale
e non ha nome
DATO CHE L’HANNO VENDUTO E COMPERATO
SOTTO BANCO
E HA VIAGGIATO FINO ALL’ITALIA
FRANCO DI SPESE POSTALI.
La violenza di settecento pecore
Il legno è suscettibile, il legno è sensibile.
Il legno piange.
Il legno chiama la foresta. (Via Telex?).
Chiama l’ultimo luogo che ha perduto.
Il legno ascolta le voci. È affondato nell’argilla.
Affondato nell’argilla è anche l’uomo che
vede intravvede lungo i tralicci l’ombra del
legno chiusa dentro a un pugno verde.
Sotto, le pecore. Con indifferenza. Le pecore.
La violenza di settecento pecore che masticano la coda
del sole caduto per terra, arroventato, non si può immaginare.
Poi c’è il vento in ginocchio.
Che cerca oro fra la torba.
Il vento fischia sperando di essere ascoltato.
Il vento grida.
Un vento sulla periferia con gli occhi di ferro.
Un vento lontano ferito alla mano. Un vento strano.
Parlo di sole di alberi di vento parlo di mare con
le sue ondate parlo di gerani parlo di rose
parlo parlo parlo parlo parlo
perché l’uomo massacrato dorme lì fra sole
mare vento aria acqua e un albero di mele
è sdraiato in un profumo di lillà
e grida senza voce
il cielo riceve fra le mani la sua ombra.
Cosa ti posso dire?
Che tutto può cambiare anche in un solo giorno.
Che cambia colore l’acqua colpita da un areo
spaccatosi in volo.
Che mi sono accorto che la vita passava.
Cosa ti posso dire?
Una mano insanguinata può toccare le rose.
Quando tutto finisce la speranza comincia.
Frammenti da un deserto
…perché dalle pagine o anche solo da varie righe di questo autore che avevo letto o riscontrato fino ad ora, magari estrapolate in diversi contesti, mi sembrava che le conclusioni di critici autorevoli e attenti tendessero piuttosto, se non sbaglio, a un non-giudizio; trincerandosi e avvolgendosi dietro o dentro i veli di una sottile ironia gustosa, del giuoco itinerante e intelligente, della sofisticazione argomentativa bibliograficamente ben aggiornata…
un non giudizio che riassumerei così: sotto il vestito, niente; pepli e non ossa manierismo raffinato ed esagitato, o dissacrato; un batti e ribatti senza un rovello del fabbro, ma in camicia e cravatta, facendo solo scintille. Faville…
a me, non avendo impegni di accademico decoro o dio intrattenimento salottiero ma solo obblighi di attenzione privata, pareva che le cose si muovessero invece per altre strade e deducevo proprio all’incontrario: sotto il vestito, tutto; carne e ossa (piaccia o dispiaccia all’autore). Così il re – il piccolo re, il grande re, il delfino, il nipote del re, il predestinato al trono – anziché nudo andava in giro vestito, eccome; sempre ricoperto da un armamento affatto compiacente: segni appuntiti come spada, spadone, elmo, corazza…
cos’è che mi portava a questa compiacenza?
potrei rispondere: dati, riferimenti molto personali. Appigli, ad esempio, che come un rocciatore in libera andavo perscrutando con attenzione gli anfratti della ripida parete della scrittura; per appoggiarvi il polpastrello di un dito o la mano intera al fine di sostenermi e semmai avanzare, da riga a riga, verso una finale comprensione. La difficoltà della risalita apparteneva per intero a me stesso (i mezzi per ben comprendere) ma la parete dei segni non era mia e stava lì davanti a minacciarmi un poco e ad esigere molto (secondo il dovuto)… appigli, dicevo, per continuare la risalita della riflessione (e mi piace questo, dato che partecipo alla convinzione che in vita, da cima a fondo, bisogna sempre e solo impegnarsi e impegnarsi fino allo spasimo per imparare, correggere gli errori, lasciarsi scorrere dagli altri e ringraziare alla fine senz’altra rivalsa che questo sentimento di buona gratitudine)… ma per anticipazione enorme alla chiarezza, che mi consenta di disporre sul tavolo le poche carte delle mie argomentazioni, vorrei sottolineare una possibile definizione della mostra qui in atto, e più in generale dell’opera dell’autore quando si dispone nella direzione dei suoi testi di scrittura: la splendida modestia dell’inquietudine…
splendida, nel senso che, dentro continui mugolii di rabbie concettuali introiettate (come se l’autore avesse attivo, nella sua elaborazione culturale, un marzo ’77 in ebollizione e in contrapposizione inesauste) si percepisce una tensione dinamica – una masticazione continua, ma con gli occhi ha perscrutare le vie della terra o del cielo – che si rovescia dentro e contro i numerosi giudizi e pregiudizi ufficiali e i luoghi comuni (così invadenti) di un esercito della critica ormai largamente congelata supponente ferma…
e questo movimento in ebollizione costante, pronto ad ogni scontro necessario e sempre disposto a verificarsi e aggiornarsi per supportare l’impegno degli scontri, è riscontrabile da ogni foglio che si legge, da ogni immagine proposta e disposta per la comunicazione. Non c’è angolo, in cui questa continua violenza di ricerca non vada ad insinuarsi e per tradurre in una enunciazione più schematica quanto ho appena cercato di precisare, mi aggancerei all’appiglio di alcune domande, a questo punto, in riferimento al rapporto autore-lettore, testo-lettore ecc.: quante volte, ripeto, quante volte devo capire questo che vedo, che leggo; non solo, ma anche tutto ciò che vedo e che leggo? Quante volte riesco a capire; quante posso capire? E ancora: quante volte voglio capire?…
è possibile che in questi interrogativi così semplificati sia tutt’ora raccolto il dramma della comunicazione artistica; non solo, ma anche del villaggio totale (totale, piuttosto che globale, essendoci inserito il sentimento disperante di una oppressione senza uscita); come conseguenza, questa è un’altra mia domanda identificata nel mare della comunicazione: è meglio (più utile per l’anima che vuole sentire, per la testa che vuole ragionare) capire una volta sola, ragionare volendo concludere; oppure più volte di seguito, nuotando nella benefica incertezza, incorporando ogni incomprensione o eventuale schiarimento negli altri che conseguono e possono dunque di nuovo contrapporsi e annichilire? Un girotondo ebbro della ricerca, che porta da me a te e viceversa?…
questa inquietudine tende in modo generale a ritenere che ogni processo di comprensione sia, sul momento, quasi impossibile; e che è solo il dinamismo del processo di confronto e di razionalizzazione attraverso la verifica dei segni a rendere possibile, attuabile, ancora gestibili (non più detestabile per la sua ovvietà) la vitalità, l’autonomia sia pure regalata ai margini del sociale, del processo artistico. Una determinazione nella progressione continua, nel progetto del fare comunque, del produrre come emissione di sangue, nell’incertezza del viaggio in corso, piuttosto che adottare la speranza di una conclusione, di un cancello alla stazione terminale…
non possiamo più giudicare, perché il possibile, il probabile soggetto-oggetto della comunicazione non è identificabile, non sembra presente; si fa e disfà nel moto vorticoso di una ricerca che non è privata (dell’artista), non è formale (per l’artista) ma incatenata alla nostra realtà di smog nell’aria, l’una infranta, tenerezze senza lacrime, mondi di guerra e vanità presunzione superbia inganno costante e indelebile.
Altro che collages e formalismo curioso o incuriosito – dico io; e vorrei far ricordare una notizia di non troppi anni fa: nel deserto africano più infuocato, cammelliere e cammello procedono appaiati sulla sabbia ardente videro affiorare un frammento di pergamena o di altro su cui era scritto qualcosa. Era un frammento di versi di Alcmane, sacramora. Risalito per una spinta prepotente dal cuore della terra e lì – fra sabbia sole silenzio – adagiatosi in attesa…
questi frammenti di carta-cartone e altro, a me sembra non abbiano il beneficio di un’operazione freddamente concettuale, ma il livore salvifico e il fuoco di un’operazione di sopravvivenza, di recupero estremo, di lucida riconsacrazione di un frammento di terra. Sono, insomma tanti piccoli frammenti di Alcmane, che vengono a insinuarci come punture di spilli una quantità di brividi minimali ma indispensabili, urgenti: dubbi, perplessità, riflessioni…
perché, un’altra domanda proveniente da nodi argomentativi precedenti ma più in generale era la seguente (non proprio comune): queste operazioni di segni-segnali che non si sollevano sul mondo allontanandosi dal mondo ma restano in col mondo senza riposo; e che ieri oggi domani mi sono proposte; devo e posso – dopo averle individuate e ascoltate – rimuoverle per igiene intellettuale o assumerle e disporle come indispensabile nutrimento di riflessione? Come predisposto a ricevere questo o un altro messaggio, per salvarmi in qualche modo e non lasciarmi sopraffare, devo fare opera di rimozione o di accettazione? Assumo l’autore, rimuovo le occasioni? Assumo i luoghi, ogni specifico riferimento, anche solo in parte, ma rimuovo la zampata conclusiva dell’autore?…
sfiorando appena la risposta (non mi spetta altro, e in privato), dico che semplicità e complessità vengono di volta in volta riconosciute e definite a seconda dell’uso reale a cui vengono sottoposte; e per uso reale intendo un uso semantico, che è partecipazione e individuazione della mente dei singoli entro cui andare a disporsi; e dei giudizi, dei significati inseriti e proposti…
i frammenti di carta cartone e altro appoggiati alla parete li intendo dunque sollevati da terra, raccolti da terra come quel frammento dal deserto; e disposti non per l’applauso o il diniego ma perché gli occhi vi si conficchino dentro fino a ferirsi; o comunque a lacrimare.
Può essere la sabbia a fare questo effetto o il riverbero della luce in una stanza o il ricordo/saetta degli anni che non ritornano; o la comunicazione di una qualche idea che turba disturba invita
quell’inquietudine, insomma, talvolta splendida perché necessaria, che tiene in moto la vita…
così andrei cauto a sfiorare questi brandelli di carta cartine con le mani
o anche solo con un dito
(Alla digitalizzazione di questo articolo hanno collaborato Federica Polidoro ed Elena Bonfiglioli)


