Super User
Poesia e politica negli anni sessanta: Le descrizioni in atto di Roberto Roversi
Nel corso degli anni sessanta l’impegno politico degli scrittori (e degli intellettuali in generale) di sinistra ha conosciuto un progressivo processo di radicalizzazione, con evidenti riflessi sul piano della ricerca letteraria ed artistica. È stato un fenomeno di portata internazionale, ma in Italia, al di là delle evidenti analogie con altri paesi, ha assunto degli aspetti particolari.
Degli ex sodali di «Officina» Roberto Roversi è stato sicuramente fra coloro che durante quel decennio hanno portato fino alle estreme conseguenze il rapporto fra la ricerca letteraria e impegno politico, fra scrittore e società. È il periodo in cui il poeta bolognese, pur nella sua gelosa indipendenza, partecipa all’attività della nuova sinistra e del marxismo critico (e per una conferma basta ricordare la direzione e la pubblicazione in proprio della rivista «Rendiconti» e la sua assidua collaborazione ai «Quaderni piacentini» e a «Giovane critica»), dedicandosi alla stesura di un gruppo di opere¹, fra le quali spiccano sicuramente le Descrizioni in atto.
QUESTO È IL GRUPPO INTEGRALE DELLE DESCRIZIONI IN ATTO COMPOSTE DAL 1963 AL 1969; DI CUI MOLTE INEDITE; E ADESSO RACCOLTE PER ESSERE LIBERAMENTE MANDATE. Bologna, dicembre 1969².
Con questa breve avvertenza, quasi alla fine degli anni sessanta, Roversi presentava, ciclostilate in proprio, le sue Descrizioni in atto, uno dei libri di poesia più singolari e rappresentativi di quella straordinaria stagione politica e culturale³. Si era nel periodo della contestazione e, di conseguenza, la scelta del poeta bolognese di rifiutare le forme ufficiali e i mezzi tradizionali della comunicazione editoriale assumeva un significato prettamente politico e rappresentava il tentativo di istituire un canale alternativo e più diretto con i suoi potenziali lettori, in special modo con le giovani generazioni. A tal proposito, partecipando al dibattito Per chi si scrive un romanzo? Per chi si scrive una poesia?,svoltosi nel 1967 su «Rinascita», egli aveva dichiarato che si deve scrivere non «per qualcuno» ma «contro qualcuno» e che bisogna rompere gli indugi e prepararsi ad «avviare il ribaltamento di tutte le organizzate sezioni di potere»4. Proprio in coincidenza col sessantotto Roversi, quindi, porta a maturazione un discorso avviato da circa un decennio e basato su un’analisi spregiudicata del ruolo dello scrittore e della letteratura nella società contemporanea che lo porterà alla convinzione di una «fragile inconsistenza, […] precarietà, […] fondamentale contraddittorietà, […] impotenza dell’atto dello scrivere», che era arrivato «il momento di spezzare la penna sul ginocchio», cioè di abbandonare o sospendere l’attività letteraria per dedicarsi interamente alla lotta politica5. Si tratta di affermazioni abbastanza singolari ed emblematiche che rappresentavano la spia di una totale negazione del ruolo tradizionale dello scrittore e della società capitalistica, chiaramente manifestata da Roversi sin dall’inizio del nuovo decennio:
Non amo il mio tempo, «questo» tempo; e non lo amo così come lo vedo, da noi, qua, mentre presume di aver raggiunto forme perfezionate di civiltà propagandare invece le (logore) parole del linguaggio politico-burocratico occidentale: libertà, democrazia, regime parlamentare; che secoli di storia hanno definitivamente usurato, coprendole di sangue, di una polvere fitta, di ricordi, di dolore, di perfide contraddizioni. Nazionalismo, metafisica, misticismo.
Non mi interessa vivere in questo paese; le vicende d’Europa, naufraga e perente, tuttavia ridondante di pretesti e di alibi, annoiano per disperazione o irritano per la loro periodica «inutilità». Così qualcuno può scrivere: la rabbia di… Sia pure, con ragione; se divergendo da: rabbia in corpore litterae, nella fattispecie per opere cattive e patite per colpa dell’autore, indicasse: per la, o per una realtà autentica che, anziché opprimere, e dunque costringere all’azione, offende e dunque addormenta e isterilisce – anche i propositi migliori. Rabbia politica, che è o dovrebbe essere giustificata6.
La poesia delle Descrizione in atto nasce proprio da questa ferma, intransigente e lucida condanna del cosiddetto «miracolo economico», della «società del benessere», della grassa, disumana e corrotta civiltà occidentale che si regge sulla falsa libertà e sull’egoismo, su un regime di terrore permanente. Alla base della ricerca poetica di Roversi vi è quindi un rovello ideologico e letterario che mira ad una consapevole e lucida trasgressione di tutte le regole tradizionali del discorso poetico, della comunicazione letteraria, ad un «uso della letteratura contro la letteratura»7.
…Lo dice uno che è fine mordente tempestivo
la lingua italiana è unificata
dalle alpi al povero cafone
un utensile è un utensile, congiuntura è congiuntura, il bastone è il bastone.
Anche la fame d’ora innanzi eguale per tutti
si dirà piuttosto una scepsi alimentare,
decelerazione digestiva, nevrotica sazietà
(milioni d’analfabeti, recuperati col tempo,
si fideranno intanto della buona fede dei dotti).
Un ministro socialista chiama i licenziamenti
alleggerimento di mano d’opera
– altrove con gli elettrodi ai coglioni
si convince qualcuno perché rispetti la noia svedese, l’ice-cream
americano, il miracolo tedesco o il sole italiano
e chi si perita con tristi occhi feroci
è un baco da ulivo irrorato dall’alto…
XII Descrizione
Quel giorno quando alle 20,25 ora italiana
la Gemini 6 si affiancò avendo
mutata ellisse alla Gemini 7 in alto sulle
Azzorre, Cosimo Moscagiuri muratore disoccupato, cinque figli, pensò
(per la prima volta?) di ammazzarsi a Milano. E s’ammazzò, dipoi.
Basta la constatazione.
Non volendo sottilizzare ma anzi semplificando
dirò che c’era, un discreto contrasto
fra quella tensione nello spazio
spettacolo Usa decisamente
allarmante e significativo
e la piccola vicenda di quaggiù (così squallida)
dove un homo faber era alle corde.
Potevano andarsene veloci quei signori
alti nell’aere libero o in più profondo cielo
ma al sopradescritto chi gli scuoteva le tasche?
come poteva immedesimarsi
sentirsi orgoglioso per la navicella della razza umana
se così poco i suoi conti quadravano
(in quel momento, anzi…) da indurlo
in una tentazione, irrazionale poi?…
XIV Descrizione
Operazione defoliante.
Nel 1967 si calcola che circa
un milione e mezzo di acri di terra sono stati trattati
in luglio la Defense Supply Agency
ha firmato con le case chimiche
produttrici trattati (contratti) per 58 milioni di dollari.
Povera america povera america povera america
la violenza dell’america fa paura
la violenza dell’america contro l’america fa paura
non la violenza dell’america contro il mondo
nell’occhio del mondo è la squallida violenza dell’america…
XXXIII Descrizione
A Torino il fatto che
un letto è affittato
tre volte al giorno a tre immigrati meridionali
con turni diversi nella grande fabbrica orgoglio della nazione
è naturale.
Io poi non ho motivo di lamentarmi
dormo nel mio letto
leggo le gazzette a letto quando è sera, disteso
fumo anche il mio sigaro dopo il caffè
intanto calcolo che un letto bene amministrato
a Torino sabauda rende fino a
centomila mensili e quattro letti
in una tale stanza (o locale) ruotando nel sonno
naturalmente scomposto di questi cafoni i quattrocento mensili…
XLII Descrizione
Sono quattro delle tantissime citazioni che si potrebbero fare e che ci servono per comprendere e per chiarire la posizione di Roversi, il senso della sua ricerca: il poeta si sente ‘estraneo’ al suo tempo, a un mondo degradato dalla tecnica e dal «progresso», che non è più a «misura d’uomo», e pertanto decide di aggredire radicalmente i miti, i valori, le ideologie razionalizzatrici del neocapitalismo, la retorica e il tronfio ottimismo dei ceti dominanti. Rispetto a Dopo Campoformio8, in cui aveva rievocato figure eroiche e immagini del mondo contadino e popolare del passato ed espresso la delusione e il risentimento per i “Risorgimenti traditi” (quello successivo alla rivoluzione francese e quello post-resistenziale, fra cui cerca di creare un singolare parallelismo), nelle Descrizioni in atto Roversi decide di lavorare sul presente (c’è infatti una sorta di contemporaneità fra il manifestarsi degli eventi e il momento della loro registrazione, cioè della stesura dei testi), di intervenire di petto sulla realtà del suo tempo, di registrare le contraddizioni e la violenza del sistema, le illusioni e speranze di quello straordinario decennio, elaborando dei testi che esprimono un’alta tensione espressiva, una grande forza d’urto, una carica eversiva e oppositiva, un intransigente agonismo morale e ideale.
Nelle Descrizioni in atto Roversi, anche se continua a svolgere la funzione di “poeta civile”, ha ormai superato le ideologie e le poetiche progressiste in voga nel precedente decennio, combinando un arduo sperimentalismo con una posizione politica estremistica, radicale. Pur consapevole che la letteratura non può avere alcuna efficacia pratica, nessuna capacità di trasformazione della realtà capitalistica («…lo scrivere non risultava essere un’attività con / particolari ripercussioni…», XXXIII Descrizione) Roversi, a differenza di Fortini (con cui in quel periodo condivide un’analoga posizione ideologica), crede che la poesia (e quindi la letteratura), se è munita di una determinata carica espressiva e politica, possa ancora svolgere una funzione di contestazione, di critica, di denuncia («È compito (magari superstite) della poesia contestare stravolgere calpestare», XXXII Descrizione). Insomma, il poeta bolognese parte dalla convinzione che nell’attuale società capitalistica tutto viene ridotto a merce, anche i prodotti dello spirito, per cui l’unico modo di sottrarre l’opera letteraria al processo di mercificazione, di omologazione e di neutralizzazione consumistica è di trasformarla in un’arma di lotta politica. Di qui l’esasperazione stilistica dei suoi versi e l’intransigenza del suo messaggio politico:
So bene che il «lavoro» letterario non serve, ovviamente, a fare la rivoluzione o a produrre il dissenso politico, ma so altrettanto bene, intanto, che posso e devo scrivere per questa rivoluzione e per questo dissenso – se non ho altro strumento per le mani e non sono altrettanto bravo artificiere per le bombe o tattico per le battaglie. Se non sono bravo e buono per queste faccende più utili. Sarò poi uno dei mille al momento di un’azione; ma intanto, magari imprecando di non sapere fare meglio o più (per una cattiva educazione), adatto la mia biro a picchiare sul vivo e dico con gli altri, ripetendo con gli altri, che bisogna uccidere il tiranno; e non uso questa sporca lingua, invece, per le mie caccole private o per celebrare le belle mani di una laura-beatrice, moglie figlia o ganza del colonnello. Così l’appello dello scrivere resta, sia pure rognoso, un atto politico. Non perde la misura9.
In quest’ottica autolesionistica l’intellettuale doveva annullarsi in quanto tale per trasformarsi in “soggetto” rivoluzionario. Era un atteggiamento abbastanza diffuso in quel particolare momento politico che ha spinto molti scrittori verso l’afasia o, addirittura, il silenzio. Basta ricordare il caso di Giorgio Cesarano, che, dopo aver pubblicato La tartaruga di Jastov (Milano, Mondadori, 1966), uno dei libri di poesie più significativi degli anni sessanta, nel periodo della contestazione ha interrotto quasi completamente il suo lavoro di scrittore per dedicarsi all’attività politica e alla riflessione teorica10. Anche Roversi mette in discussione il ruolo e la funzione tradizionali dell’intellettuale, ma senza rinnegarli totalmente; e attraverso un serrato processo di analisi e di verifica della cultura letteraria, del lavoro intellettuale e della società di quel decennio spinge fino alle estreme conseguenze il discorso sulla politicità della letteratura, esprimendo una posizione ‘minoritaria’, di rara coerenza ed estranea a qualsiasi genere di compromessi. Si noti, ad esempio, la critica severa rivolta all’indirizzo della sinistra «ufficiale» («…gli uffici della rivoluzione / chiudevano per ferie dal I° al venti agosto / gli uomini di questa rivoluzione / lubrificati gli slogan per i geli invernali / andavano in vacanza nelle ville sul mare / dal primo al venti agosto…», XX Descrizione), dei «vecchi maestri» che «hanno insegnato a mentire; a tradire» e che «hanno offerto veleno alla fame»11 e della stessa corporazione dei letterati che «sillogizza ma non opera»12 («Gli artisti, come i politici, non hanno alcuno interesse di cambiare il mondo / il mondo essendo così pertinente alle loro spalle», XXX Descrizione). È una scelta che nasceva dalla convinzione che tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio del nuovo decennio stava iniziando una nuova fase economica sociale e politica e che, quindi, si doveva «ricominciare da capo»13, a costo di pagare questa scelta con l’(auto)emarginazione, con l’estremo isolamento:
[…] meglio finire in ceppi costretti al
silenzio o condannati a consumarci
in questa solitudine che si scompone,
meglio ancora, ancora meglio finire sotto il voltone
di un ponte abbandonato,
sullo scalino invernale
della casa di Galvani,
meglio divorato dai cani
che (piuttosto che) finire sul palco del signore (spellarsi le mani)
a sostenere le code,
meglio spiaccicato sull’asfalto,
nudo in un vento di vecchiaia, gelido, che osannato
sul palco del vincitore…
IX Descrizione
Rifiutare i simboli il prestigio
le vecchie uniformi le cattedre,
la regina che siede in una villa veneta con il ragno di noia,
vivere (forse) come amava di vivere Gramsci in carcere quando
nelle case bianche ascolta il tramonto calare e ricorda la Russia…
XI Descrizione
La stesura delle Descrizioni in atto ha accompagnato Roversi per quasi tutti gli anni sessanta segnando una fase per molti versi nuova nell’iter letterario dell’autore bolognese. Tuttavia, è facile notare che nelle prime Descrizioni, pubblicate nel 196314, la ricerca sperimentale appare ancora contenuta, mentre vi è un diffuso senso di amarezza, di solitudine e di angoscia, un risentimento ancora contratto, un pessimismo che non riesce ancora a tradursi in rivolta, espressi mediante uno stile alto, drammatico:
Ritorneranno quei tempi (duri)
Piangeranno contro i muri le madri
Aspettando il ritorno dei figli.
Questo tempo ha uomini di così debole fiele.
La presunzione li fa rendere superbi
Grandi (leggere le gazzette)
Ma api al miele
Corrono ai peccati di sempre
Non c’è nulla che li trattenga.
Parole di ammonimento
Sono spazzate dal vento via.
Cederanno ancora una volta alla morte.
È fango la volontà di riscatto…
I Descrizione
Il colore dei sassi fra i binari
di ruggine sfibrata, colorati di stanca
ruggine, il colore denso di polvere, sporco
di polvere, sporco di pioggia, di lacrime,
il colore biondo di sassi allineati,
sono sprofondati nella terra, levigati.
L’edera si morde irta le fibre […]
Questa è la solitudine. È la paura
indefinita, dura,
di restare per sempre conficcati al suolo,
d’esser solo, ignorato ignorante ignoto,
sbiadire dentro a un’ombra
nel vuoto ossessionato respiro del tempo, per sempre.
II Descrizione
Esplodono in questa notte d’ottobre
le mille finestre della città,
la desolata grandezza di queste pietre
si può toccare con una mano.
Nell’ora d’autunno, terribile, pensiamo
quanta è breve la vita, come occorre
affrettarsi con disperazione per
non trovarsi coinvolti in una sola morte
fra i vivi angustiati ai teleschermi
o delizianti agli stadi (senza gloria),
fra queste facce fra gli zigomi rossi
giacche beate, mucchi d’ossa, legni
e schiene dondolanti, capovolti,
ipocondriaci e affamati,
spazzatura della storia.
V Descrizione
Però man mano che si procede nella lettura (e si va avanti nel tempo) il cupo pessimismo e l’amarezza si trasformano in «disperazione attiva», in «quella strenua tensione di resistenza»15 e in quella «rabbia politica» che sono gli aspetti più tipici della produzione roversiana. Così l’«uomo» non «costumato» e «tutto dentro sbrecciato»16 e lacerato si trasforma progressivamente in un uomo che è caparbiamente deciso a contrastare la «razionale immobilità»17, il «vilipendio» delle «istituzioni» e la «misurata indifferenza»18 del suo tempo, in un poeta che si pone il compito di «documentare con freddezza» e con sarcastico distacco «uno sfacelo», la degradazione «consumata e collettiva»19. Contemporaneamente Roversi acquisisce una sempre maggiore consapevolezza e libertà creative ed espressive con l’abolizione quasi totale dei segni della punteggiatura e l’uso su vasta scala della tecnica del montaggio, che provocano un evidente processo di erosione della struttura del poemetto, con la produzione di testi più “aperti” e più complessi rispetto al suo precedente libro di poesie.
Nel tessuto poetico del libro convivono infatti diversi registri stilistici (lo stile alto, l’ironia, la parodia) ed esso assume un ritmo spesso iterativo e martellante, un taglio sentenzioso, didascalico o discorsivo, mentre le cerniere delle strutture poetiche tradizionali vengono fatte saltare: si assiste così ad una vera e propria deflagrazione del discorso che viene sottoposto a forti sollecitazioni, ad un continuo sforzo di tensione. Inoltre, bisogna sottolineare che nell’operazione di assemblaggio i versi inventati dall’autore vengono intrecciati, in una sorta di miscela esplosiva, con citazioni di classici, giornalistiche, scientifiche, con espressioni che derivano dal linguaggio parlato burocratico, ecc. Questi materiali vengono sottoposti ad un processo di straniamento e di ironizzazione, con l’obbiettivo di provocare uno stridore, un contrasto tra i diversi piani testuali e linguistici, con effetti di choc e con esiti e risultati fra i più originali e più alti degli anni sessanta. È stato lo stesso Roversi a spiegare la scelta di questa determinata tecnica di composizione, che evidenzia l’influenza della ricerca letteraria dei vociani, degli espressionisti, dei surrealisti, ed in particolar modo di autori come Jahier, Majakoskij e Brecht:
Ho cercato una contaminazione linguistica del mio discorso […] anche dietro sollecitazioni in atto […]. Ho «cercato» cioè una persistente deflagrazione del discorso; soprattutto con l’assunzione ironica del tono (o di un tono) lirico; […] di strisciare o strusciare due sassi per fare scintille; di esasperare le mie contraddizioni […]20.
In sostanza possiamo definire il modulo espressivo delle Descrizioni in atto (e di tutta la produzione letteraria roversiana di quel periodo) come un espressionismo linguistico al quadrato. Sul piano formale la sua ricerca letteraria presenta un’evidente analogia con lo sperimentalismo neoavanguardistico, però bisogna precisare che mentre la ricerca di gran parte dei rappresentanti del gruppo ’63 è fine a sé stessa, cioè è di natura letteraria e culturale, lo sperimentalismo del poeta bolognese porta in sé una tensione extraletteraria, istanze di natura etica e politica, è espressione di un sempre più consapevole agonismo ideale, politico e culturale, di un conflitto fra lo scrittore e la società capitalistica. Le Descrizioni in atto si presentano infatti come una sorta di work in progress, una serie di prove, di materiali che sembrano dettati da scatti di rabbia e di esasperazione, la cui elaborazione testuale presuppone però un ‘calcolo razionale’21, un lucido processo di sperimentazione che deve esprimere, descrivere e rappresentare la violenza e l’assurda follia di una società che è «marcia marcia marcia fino al midollo»22. Non a caso Fortini ha scritto che «il lettore di Roversi è introdotto ad un sentimento costante di orrore e furore»23. E si cita ancora, a mo’ di esempio, dalla XV Descrizione:
Privi di corrente 30 milioni di americani
bloccati negli ascensori dei grattacieli
fermi tra un piano e l’altro
così decine di donne sono svenute (svennero)
950 mila persone prigioniere nel sottosuolo
i detenuti di un penitenziario nel Massachussetts
hanno tentato un'evasione in massa,
nell’ospedale della città di Boston …
L’avaria si è manifestata improvvisa
(e) proprio nel momento di punta,
milioni di uomini con gli occhi puntati
alle fonti di illuminazione chiedevano: è la fine del mondo?
i marziani hanno invaso la terra?
è scoppiata la prima guerra atomica?
Un guasto tecnico crea una situazione di caos, di sconcerto, fa esplodere l’angoscia e il panico fra abitanti della metropoli statunitense: è un paesaggio apocalittico in cui viene facile immaginare l’invasione di marziani o di russi, lo scoppio della guerra nucleare. Roversi critica duramente il mito dell’infallibilità della scienza: nel suo cammino verso il progresso l’uomo ha creato dei “mostri”, delle macchine infernali che in poco tempo possono distruggere l’intero pianeta:
La scienza e la tecnologia dunque
non bastano a pensare per noi,
ancora è l’uomo che deve impedire
alla macchina di rivolgersi contro di lui.
L’energia sarebbe servita per sventare
un evento catastrofico in un complesso atomico
nel nord-est americano
del quale non si conosce l’esistenza.
Bisogna ricordare che a quel tempo il pericolo di una guerra nucleare era all’ordine del giorno e veniva avvertito come una reale e incombente minaccia per l’inasprirsi delle tensioni fra i due grandi imperi del mondo (USA e URSS). In quel contesto la guerra del Vietnam ha assunto un significato davvero emblematico, di evento traumatico e simbolico che ha contrassegnato negativamente un’intera epoca. Non a caso nelle Descrizioni ritorna in maniera ricorrente, ossessiva e viene registrata come uno dei massacri più orrendi della storia dell’uomo:
Nel Vietnam non basta il terrore.
Seimila soldati Usa perduti finora.
È sintomatico che le perdite americane
tendono ad aumentare di settimana in settimana
per la terza decina di novembre (’65)
ci si attende un nuovo record,
Nelle foto: civili sud-vietnamiti
considerati partigiani dai soldati americani
e poi Roger Laporte il giovane
cattolico pacifista
che si è dato fuoco cosparso di benzina
morto all’ospedale Bellevue di New York
ieri sera – grande il vento della giovinezza –
dov’era ricoverato dopo il tragico gesto […].
Il napalm è un’arma del terrore; al Pentagono…;
imminente il bombardamento di Hanoi,
parlano i giornalisti americani
e raccontano “la sporca guerra”,
l’Urss prova nuovi razzi nel Pacifico.
La condanna della guerra e della politica di potenza statunitense e sovietica, quindi, non è un tema isolato, bensì fa parte di un discorso abbastanza organico e coerente, ispirato ad un consapevole antimilitarismo e ad un lucido pacifismo. Infatti, la guerra del Vietnam diventa ad un certo punto uno dei motivi conduttori del libro. Partendo da questo dato, Giovanni Raboni, in una delle recensioni più significative, ha parlato di un «Vietnam di Roversi», come la ‘cornice’ nella quale inserire tutto il discorso letterario e politico delle Descrizioni in atto, precisando che «Roversi ha lavorato in orizzontale su temi di soffocamento, assassinio, sterminio e genocidio che invero […] non sopportano prelievi o copiature di sorta […]. Per assurdo, o meglio alterando a priori i rapporti quantitativi, innestando una specie di illimitata e spaventosa moltiplicazione […] ci dà qui a suo modo la conferma che non è possibile scrivere una o due poesie sul Vietnam, sul napalm, sui gas, sulle mutilazioni» bensì «una poesia sola e interminabile»24.
Di fatto le Descrizioni in atto compongono uno dei libri di poesia più unitari ed omogenei degli anni sessanta: ogni testo rimanda direttamente all’intero mosaico, tanto che il libro può senz’altro essere considerato un unico e lungo poema. Per scriverlo Roversi si è ispirato direttamente alla cronaca politica e sociale di quel decennio, con la chiara intenzione di denunciare e demistificare i meccanismi perversi, le ingiustizie, l’orrore di quella determinata società, partecipando attivamente e direttamente al processo di trasformazione politica e sociale. In questo senso la sua poesia assume una valenza utopica, un messaggio di riscatto e di speranza, in quanto insieme al rifiuto della follia, del terrore e del genocidio di massa essa porta in sé la promessa di un altro mondo e di un’altra esistenza.
Oggi Roversi è sicuramente un autore poco letto e sottovalutato che quasi mai compare nelle antologie della poesia (della letteratura) italiana del Novecento. Egli non ha mai amato la pubblicità: la sua attività di scrittore è stata sempre improntata ad uno stile di vita austero, schivo, riservato; persino durante la sua giovinezza e nel periodo di maggiore fortuna. E questo ha sicuramente nuociuto alla diffusione e alla conoscenza delle sue opere, che raramente hanno raggiunto un pubblico di massa. Ma in particolar modo gli ha nuociuto la sua adesione alle idee e ai valori del marxismo critico, la sua appartenenza alla cultura comunista, su cui in quest’ultimo ventennio è calata, come si sa, una generale quanto sommaria condanna. Ma in tempi di bilanci come questo credo che sia giunto il momento di un esame (o riesame) più spassionato e più equilibrato di tutta la sua produzione, di una lettura (o rilettura) e di una rivalutazione delle sue opere più trascurate.
NOTE
1 Contemporaneamente alle Descrizioni in atto Roversi ha scritto il romanzo sperimentale Registrazioni di eventi (Milano, Rizzoli, 1964) e i testi teatrali Unterdenlinden (Milano, Rizzoli, 1965), Il crack («Sipario», n. 275, marzo 1969) e La macchina da guerra più formidabile («Quaderni del CUT», n. 9, Bari, 1971). Queste opere sono da ricondurre a una stessa poetica e a una medesima posizione ideologica e formano quindi un corpus abbastanza omogeneo ed unitario.
2 All’edizione del 1969 sono seguite altre due tirature ciclostilate (1970 e 1985). Successivamente, «un poco riveduta e con aggiunte» che arrivano al 1973, è stata diffusa una quarta edizione a stampa: Bologna, I quaderni de lo spartivento, n. 1, 1990. Io citerò sempre dalla prima edizione ciclostilata.
3 Successivamente in un’intervista Roversi ha dichiarato: «Sono stati gli studenti a insegnarmi a usare il ciclostile per il mio libro […]. La poesia può continuare ad avere una sua ragione solo se si carica di una tale politicità da richiedere la clandestinità per non essere essa stessa oppressa dalle istituzioni. Per istituzioni non intendo però i canali tradizionali della diffusione culturale, l’editoria, le riviste, il mercato, o meglio non solo questi, ma proprio i detentori del potere. Il mio vorrebbe proporsi come un libro clandestino, che si nasconde o cerca di nascondersi, non per riservarsi a pochi, ma per sottrarsi alle eventuali premure o oppressioni del sistema»: Valerio Riva, Il romanzo di un giovane inedito, in «L’Espresso», 24 maggio 1974.
4 Roberto Roversi, L’angoscia genera i pidocchi, in «Rinascita», 10 novembre 1967. Un resoconto del dibattito, al quale hanno partecipato diversi scrittori e critici di sinistra, viene fatto dallo stesso curatore Giancarlo Ferretti nel suo libro La letteratura del rifiuto ed altri scritti, Milano, Mursia, 1968, poi 1983, 2 ed. accr., pp. 199-244, e da Giampaolo Borghello nel saggio Due dibattiti di «Rinascita», in Linea Rossa, Venezia, Marsilio, 1982, pp. 199-244.
5 Ibidem. Per l’esame del graduale passaggio dalla «letteratura del rifiuto» al «rifiuto della letteratura» si rinvia ai classici volumi di Giancarlo Ferretti, La letteratura del rifiuto, cit., e L’autocritica dell’intellettuale, Padova, Marsilio, 1970.
6 R. Roversi, La settima zavorra, in «Rendiconti», nn. 4-6, 1962.
7 L. Caruso-S. M. Martini, Roberto Roversi, Firenze, La Nuova Italia (Il Castoro), 1978, p. 44.
8 R. Roversi, Dopo Campoformio, Milano, Feltrinelli, 1962. Per dare l’idea di una sostanziale continuità della sua ricerca poetica Roversi aggiunge alla seconda edizione del libro (Torino, Einaudi, 1965, con diverse varianti rispetto alla prima edizione) Iconografia ufficiale, che a tutti gli effetti può essere considerata una descrizione in atto.
9 F. Camon, Roberto Roversi, in La moglie del tiranno, Roma, Lerici, 1969, p. 174, poi in Il mestiere di scrittore, Milano, 1973, p. 181.
10 Per questo si rinvia agli studi già citati di Giancarlo Ferretti, La letteratura del rifiuto e L’autocritica dell’intellettuale.
11 R. Roversi, II Descrizione.
12 R. Roversi, X Descrizione.
13 R. Roversi, III Descrizione.
14 R. Roversi, Cinque descrizioni per la cartella di Guareschi, Padova, Prandstraller, 1963.
15 G. Ferretti, La letteratura del rifiuto ed altri scritti, cit., p. 233.
16 R. Roversi, X Descrizione.
17 R. Roversi, I Descrizione.
18 R. Roversi, X Descrizione.
19 R. Roversi, XLVI Descrizione.
20 F. Camon, Roberto Roversi, in Il mestiere di scrittore, cit., p. 182.
21 G. Zagarrio, Le descrizioni in atto di Roversi, in Febbre, furore e fiele, Milano, Mursia, 1983, pp. 387-402.
22 R. Roversi, XLVI Descrizione.
23 F. Fortini, Le descrizioni in atto, in «Paragone-Letteratura», n. 182, aprile 1965, poi in Saggi italiani e Nuovi saggi italiani, Milano, Garzanti, 1987, I vol., p. 153.
24 G. Raboni, Il Vietnam di Roversi, in Poesia degli anni sessanta, Roma, Editori Riuniti, 1976, p. 191.
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)
Trenta volte
(L. Venegoni – R. Roversi)
Ho chiuso l’uscio di casa
quando spuntava il giorno
nuvole basse intorno a me
Mentre partivo lontano
la vita era fatta di legno
le strade fiumi deserti per me
Finestre di vetro sbarrate
la gente rideva in casa
mentre guardava un’altra realtà
E a me che passavo e chiamavo
non rispondeva un cane
ero perduto nella città
Sono sicuro.
Trenta volte ci sono caduto ma ora
contro il muro non ci sto più.
Il futuro
è un amico che cerca di tirarmi su
Se l’uomo è germe di grano
serve per fare il pane
ma anche per guardare lontano
Se la memoria si perde
il cuore è sasso di pietra
e l’ombra nel verde si allungherà
C’è un uomo che tende la mano
al pane che splende o al grano
nel fuoco di ogni giorno che va
Così mai niente si ferma
la vita ritorna dall’ombra
e un nuovo giorno rinascerà
Sono sicuro.
Trenta volte ci sono caduto ma ora
contro il muro non ci sto più.
Il futuro
è un amico che cerca di tirarmi su
Nota
È il testo di una canzone con musica di L. Venegoni; cantata al Palasport di Torino in una serata rivolta a proporre ancora una volta il problema atroce incombente e sociale della droga. Questa canzone, insieme ad altre, è raccolta nel disco “Non ci sto più”, dedicato ad Andrea Bragagnolo, DJ, morto per overdose; e il cui ricavato delle vendite è a favore delle associazioni torinesi che operano quotidianamente per l’uscita dei tossicodipendenti dalla droga: Centro Torinese di Solidarietà/ Gruppo Abele/ Lenad.
Per la Ferrari cinquant’anni sono un giorno
Quando si celebrano le nozze d’oro di solito, e per fortuna, si è circondati da parenti festanti – soprattutto dai nipoti e dai pronipoti, che sono giovani e rallegrano la festa. E quasi sempre, con i confetti ancora sul tavolo si sfoglia l’album delle fotografie di famiglia, per immergersi per un giorno, per un’ora, per un attimo nei ricordi come in un’acqua che scorre e ridà buona lena alla voglia di vivere. Quante persone si scoprono o ritornano, quante occasioni di giusta o meno giusta sorte si ritrovano negli anni ormai passati. Cinquant’anni, è stato detto, sono un giorno o possono contare per secoli, scomparire nel ricordo, sperdersi in una nebbia fitta o restare una semplice riga d’enciclopedia. Ma non per la Ferrari, senza retorica. Per la Ferrari cinquant’anni sono un giorno, si può dirlo. Sono ancora un giorno. E un giorno sono anche per lui il grande Drake: Enzo Ferrari, sempre presente.
Qual è, dov’è, lo zoccolo duro di questa durata? Per esempio anche la Bugatti è un marchio disegnato, con le ali, da un angelo invasato ed errante; così celeste, ricorda un cielo spazzato dal primo vento di primavera. Anche la Bugatti è un mito, eppure non è la Ferrari. La Ferrari ha il rosso sangue di una giovinezza sempre ripetuta e sempre in viaggio per cercare; la sua voce soffia sul collo dello spettatore e lo avvolge; e anche quando è quieta e riposa la senti pronta a scuotersi e ad azzannare. La sua forza, la sua durata contro il tempo e l’oblio, è che si fa amare, temere e non tollera di essere soltanto ammirata. Chiede di più, molto di più.
Accende fuochi, non consente riposi. Il motore della Ferrari bisogna volerlo ascoltare; e per ascoltarlo bisogna volerlo aspettare, con emozione. Perché si annuncia, come un galoppo serrato su erbe e polvere nelle strade del tempo.
Per questo pacchetto di minute emozioni per nulla retoriche, potrei anche rifarmi alle mille miglia degli ultimi anni Quaranta e degli anni Cinquanta; quando, a me seduto su un muretto davanti ad una villa vicino a Bologna, all’inizio di un lungo rettifilo per Modena, le rosse sconvolgenti e diaboliche si annunciavano in fondo alla curva, con la voce di un motore che risvegliava le foglie facendole dondolare. Al volante magari un Biondetti scatenato. Era come l’urlo della farfalla nella canzone di Jim Morrison. A vederle sfrecciare veniva voglia di allungare la mano per una carezza. Sembravano di carne viva.
Guardare, per credere, la prima Ferrari 815 (la primissima Ferrari senza marchio del 1940). Una linea che è un’onda ordinata fremente di mare; ne ha il rigore, la bellezza e una lucentezza composta che non concede confidenze. Chiede subito d’essere ascoltata e creduta.
O si può guardare, per credere, la prima Ferrari con marchio, la 125 del 1947. Il muso si è contratto e fatto più aggressivo (visto di fronte sembra il muso della balena di Pinocchio), eppure ancora insiste e persiste la eccezionale sobrietà lineare, che diventa definitiva.
E tutti questi elementi costitutivi li ritroviamo, via via in macchine o prototipi studiati e realizzati negli anni. Di questi ultimi, vorrei solo indicare la berlinetta speciale 312/S del 1969 e la PE modulo del 1970, da collocare in un grande museo aprendo una sala speciale.
«La mia vita, che non esito a definire un ansimante cammino» disse una volta Enzo Ferrari già avanti negli anni. E ancora: «le ragioni per le quali si corre e per le quali fabbrichiamo macchine da corsa sono quattro: tecniche, sportive, politiche, morali». Ecco perché la Ferrari non è mai stata, soltanto, una scuderia di macchine da corsa e le rosse di Maranello, dal motore potente, sono una realtà che non si oscura.
l’Unità, domenica 1 giugno 1997.
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)
Questi venti anni di Repubblica
L’Italia è grata; e l’Italia è ingrata. Dunque cedete Savoja e Nizza (per l’intelligenza del sillogismo si rimanda alla pagina del Cattaneo, autore che si spera molti avranno letto). Per trasposizione argomentativa potremmo affermare: la repubblica è buona, e la repubblica è cattiva; dunque rimandiamo tutto a domani. E sarebbe questa la maniera più ovvia per dichiarare che le cose sono come sono e conviene prenderne atto. Se la FIAT fabbricasse strumenti per la medicina invece di auto, tutti avremmo ancora la bici ma saremmo gli ammalati più fortunati del mondo, e i più assistiti. Questo è un punto: ciò che facemmo o stiamo facendo è accaduto nella maggior parte delle azioni per volontà altrui, e noi stiamo appena agitati o tesi in un regime di camarille, soloni e burocrati scaltri e dentro a un’economia di mercato.
Il denaro è ancora il grande signore del mondo. (Ci soccorre Russell, per un momento: «È impossibile convincere qualcuno a rinunciare a una parte della sua potenza. Questa è la più tremenda scoperta che ho fatto in questi ultimi anni: gli esseri umani possono venire convinti a fare molte cose, a credere in questo o in quello, a consumare certi tipi di alimenti e non altri, a vestire in un determinato modo, a servire questo o quel Dio, ma è assolutamente impossibile convincere qualcuno a rinunciare a una minima parte della propria forza. Qui sta la chiave di questa storia di lacrime che è il destino dell’uomo»).
Ogni celebrazione assume dunque l’aspetto equivoco di un banchetto in cui il vino si mescola alle lacrime, magari finte; uno spettacolo mimato, accademico e folkloristico. Vediamo come: da una parte si illustrano i meriti «ufficiali» che la prefica dalla tribuna del congresso racconta e numera con orgasmo: il benessere rattrappito e univoco, la pace sociale, la prosperità in campagna, il pieno impiego in città, la lotta contro i rumori, la pulizia delle strade, la costruzione di un ponte e l’esportazione di agrumi; dall’altra sta la realtà abbastanza cruda e monotona nella sua durezza irreversibile che costringe all’impegno della vita (o contro la vita) per ramazzare la capacità di sopravvivere soltanto, non dico di vivere. C’è uno scompenso profondo, che i teorici ufficiali dello Stato di diritto si limitano a ignorare; e che i burocrati dell’ideologia si ostinano a codificare in formule senza più peso. Ma il fatto è che la frattura fra cittadino e nazione, fra uomo e Stato si accentua e si fa micidiale; eliso ogni rapporto, le parti antagoniste si riducono immediatamente agli estremi, attenti al proprio particolare.
La contestazione è affidata a minoranze. È pur vero che esistono, o sopravvivono, queste oasi di autentico rigore (se ne è avuta prova anche recente), ma nella dialettica dei gruppi esercitano soltanto una tensione utopico-morale, che ne rende autentico l’impegno ma ne limita l’esercizio nella pratica della politica quotidiana. Questi «temporali d’opinione» spaventano solo in margine i politici e i detentori del potere economico, pronti a insinuarsi con forbita indifferenza in ogni manifestazione che possa essere illustrata in un’ampia iconografia ufficiale. Ma superando queste argomentazioni generali, che si riferiscono a una situazione presente abbastanza distratta e subdola nell’equivoco e nell’indifferenza conclamata dal di dentro di un pragmatismo soltanto verbale, si può cogliere l’occasione per ribadire la necessità di un pronto ricupero di impegno rivoluzionario «totalizzante», inteso questo come volontà (dopo meditato proposito) di stravolgere (conducendoli) in altro senso e ad altre fini le scadenze e i programmi di lavoro. Le circostanze inducono a ricercare con sempre più deciso rigore la strada non già di collusioni o di rapporti integrativi che si dimostrano sempre equivoci e ritardanti (autentici trabocchetti di cui godono soltanto i furbi) ma quella della diversificazione delle responsabilità comuni, dell’opposizione specifica e senza quartiere, codificata e quotidiana; della durezza che contrasti l’apparente bonomia che seduce; traducendo questo progetto in una opposizione che si impegni a spazzar via la bieca servitù economica, lo schiavismo mimetizzato, i pregiudizi religiosi, i misticismi fasulli, i personalismi ontologici, la vanità del singolo, la sua avidità di potenza.
Si impegni subito, e presto, a voler riformare prima l’uomo, a ripulirlo dalle vecchi incrostazioni che ancora lo seducono per prepararlo a una società nuova. Altrimenti continueremo in eterno a insistere (e persistere) in questa ipotesi di «mondo nuovo» per un uomo invece decrepito, irriducibilmente malato e inutile; autentico appestato; pieno di sconci umori. Perciò non mi sembra sia tempo, o il tempo, di giubilei. Eppure: in un momento di generico ottimismo dei potenti, di calcolo delle alleanze e di abbracciamenti universali (fra i lebbrosi), e al principio dei ludi agostani, una proposta di tal genere, me ne rendo conto da me stesso, quanto poco sia attuale. Persistendo in essa, ne chiedo scusa al lettore.
Rinascita, anno 23, n. 26, 25 giugno 1966.
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)
Piero Jahier: uno che “portava” la vita
«Siamo quello che siamo»
(da Contromemorie vociane)
Questa nota, breve, non è un compianto o una commemorazione, né tanto meno una declamazione sulla bara, ora che Jahier è morto; vuole solo riproporre, ribadendo alcune affermazioni non peregrine, l’opera e la figura di un uomo esemplare; soprattutto perché, essendo morto un uomo di coraggio, indifferente e severo, e un intellettuale non riducibile alla norma; poiché è morto uno scrittore, un operatore culturale ecc. che anteponeva con decisione la sostanza delle cose a ogni frivola apparenza, il commento funebre (il commiato funebre) sui grandi fogli d’informazione è stato sbrigato ancora una volta con burocratica freddezza e con una secchezza annoiata: la piccola fotografia d’archivio che lo ricorda in una maturità ancora piena, il riferimento d’obbligo ha Con me e con gli Alpini (chi non ha letto la storia dell’alpino Somacal Luigi nella propria antologia scolastica?), e infine il riconoscimento di «serio moralista di grande impegno» ma, ahimè, di successo mediocre; scrittore non eccelso ma «sincero e originale». Siccome analogo trattamento, da diverso prospettive e circostanze, fu riservato a Elio Vittorini, nell’equivoco pasticciaccio di riconoscimenti a mezza bocca o a fiato mozzo, di piccole ripulsine e sussulti, di frecciatine, omissioni ecc., allora è giusto che prendiamo noi la penna per ricordare i nostri morti, per accompagnarli e celebrarli con l’umile rispetto che si deve ai maestri. Liberandoli dalla canizza e della rabbia di questa.
È vero che la fortuna di Jahier è stata come raccolta e immediatamente congelata nei limiti di una rispettosa indifferenza (o indifferente rispetto, comechessia), da parte della nostra cultura; perché l’uomo e l’opera – cioè l’uomo che si poneva con rigore come antagonista in tempi calamitosi e l’intellettuale che sceglieva l’essere al parere e si confinava a un lavoro minuto, paziente, tra il popolo che era il suo popolo; l’uno e l’altra, intendo, apparivano remoti o comunque lontani, in mezzo alle vicende di una cronaca tormentosa di fatti, episodi, avvenimenti grandiosi, tragici, orripilanti o comunque rumorosi. O, se non lontani, dentro come tanti; e dunque come comuni testimoni, documentatori appartati ma duri e resistenti, irraggiungibili dai tentacoli della vanità, dalle sirene mondane, dall’amor di potenza, dalla partecipazione al lucro («Meno che mai potevo dirti che quella situazione mi aveva portato a riflettere più a fondo sullo stato di necessità assoluta, di non libertà assoluta di masse di uomini comuni, creatori e conservatori della cosiddetta civiltà. E mi aveva deciso a finire, oscuro, tra loro, che mi amavano e mi avevano a volte sfamato, piuttosto che farmi complice delle loro ribadite catene»). Ma è altrettanto vero – e in questo a me pare stia raccolta, tutta intera e affascinante, la sua lezione «pubblica», di uomo armato di lettere, e non bellettristicamente di uomo di cultura o letterato tout-court – che l’impegno di Jahier nei riguardi dei fatti pubblici, della situazione politica, dell’insieme delle contraddizioni sociali, era di una sostanza assai diversa, e dunque più resistente e immediatamente più «utile» e moderno, dell’impegno esemplato dalla retorica tardo-romantica di parte della cultura europea degli anni cinquanta.
Questo (equivoco e dolce, forsennato e cauto, sempre al limite fra il deliquio e una lucidità sprezzante; astioso, impaziente, esorbitante, severo, ma bisognoso di continue verifiche a scadenza) proponeva al pubblico la figura dell’intellettuale come una piccola divinità caduta fra i mortali, in una dedizione ai lebbrosi e con un conseguente bisogno, quasi una necessità, del consenso e del plauso (applauso) per durare in questo lavoro infetto (che doveva almeno svolgersi in pubblico per consentire a un consesso più vasto, o più vasto possibile, di surrogare i mancati vantaggi che altre disposizioni e altri ingaggi avrebbero consentito). L’impegno di Jahier, e di quanti come lui (ma sono pochi) avevano inteso negli anni di questo nostro secolo tormentato che partecipare vuole dire dedicarsi (cioè sacrificarsi, cioè scegliere fino in fondo; un partire senza ritorno), non era soltanto un impegno politico (cioè di contrasto a una fazione) ma un preciso progetto di lavoro, una scelta definitiva, una necessità («debbo scavalcare la miseria per entrare in poesia», o altrove: «i migliori sono quelli che corrono a espiare»).
Ma rileggiamo a questo proposito la pagina, stupenda, in cui Jahier dà un ragguaglio della propria vita illuminando i dettagli di questo suo operare:
«Fu nell’adolescenza che sentii, con assoluta certezza, di non esser tanto chiamato ad agire, nella vita, quanto a esprimere. Ma con altrettanta certezza sentii che non avrei potuto esprimermi se non avessi avuto il coraggio di essere, anzitutto, nell’agire, un uomo comune che si guadagna il pane vendendo qualsiasi merce, all’infuori della poesia.
Chi è salito più in alto?
Perché io voglio scendere, quanto è salito.
«Povero e orfano di padre, la povertà mi aveva negato gli studi universitari. Ma ero terribilmente fiero della responsabilità della mia posizione di povero. Ritenevo che in una società savia, ogni uomo avrebbe dovuto iniziare la vita nella posizione di povero, per poter imparare ad essere giusto. Così, quantunque fossi deciso a lottare per migliorare la mia cultura e la mia condizione (da ferroviere, presi due lauree, studiando la notte) nessun miraggio di carriera o di notorietà poté avvelenare il concetto religioso della poesia che mi aveva comunicato il mio maestro di liceo, Fedele Romani.
«Essa era una testimonianza alla verità della propria anima, che doveva esser resa anche a costo della vita stessa; implicava il massimo di pericolosità nel cozzo inevitabile con gli interessi e le passioni umane, le proprie e le altrui, e fors’anche un mendicare per tutto il cammino. Ma era questa la condizione assoluta alla sua permanenza nel tempo, alla sua eternità, rispetto agli interessi temporali e alle caduche passioni…
«Scampato di guerra, nulla desideravo quanto approfondire quelle trame di me stesso pubblicate (Ragazzo; il I Quaderno di Con me e con gli Alpini; le Resultanze in merito alla vita di Gino Bianchi). Venne il fascismo a impegnarmi ancora su posizioni di vita vissuta, quando non potevo più dispor di me stesso, perché sentivo di dovere, a ogni costo, ai miei quattro figlioli quegli studi regolari che la sorte aveva negato al padre. Presto, minorato e interdetto, misero schedato politico in consegna per coatta collaborazione tecnica a polizia e milizia ferroviaria che mi sequestravano perfino i foglietti di appunti, dovetti comprendere di avere io stesso condotto al naufragio quel mio piano illusorio di libera traversata della vita come scrittore, e che quella redentrice fatica di Adamo ferroviere, mi aveva murato in una tomba ventennale di coatto silenzio.
«Posso chiedermi a volte se avessi il diritto di infliggere tante sofferenze ai miei cari; ma non mi pento, per quanto riguarda me, di avere accettato di essere un uomo comune, pur di conservarmi il rispetto della mia anima…
«Vorrei soltanto che mi rimanesse abbastanza tempo e freschezza per riprendere il dialogo interrotto, con lo stesso amore».
Come ho già scritto altrove: chiuso il quaderno, si intende l’abisso di prospettiva che divide questa posizione da quella esibita e conosciuta di tanti coetanei («gli intellettuali che gridavano guerra tra sigarette e stravizi» o i tanti che si affidavano, incongrui, all’onda della storia). Se c’è una esaltazione stilistica che potrebbe, all’avvio, creare qualche equivoco, l’epicità di Jahier (cioè quella sua tensione di consumarsi nelle cose da fare, nelle opere della vita) a mio parere è sempre didascalica; e il lirismo non è una esercitazione dello stile o una eccitazione sentimentale predisposta all’esaurimento ma una «necessità» per strumentalizzare a fini specifici il sentimento, la sua carica di comprensione, e di persuasione («fare il bene con disperazione»); e questa strumentalizzazione si organizza non su un progetto di umanitarismo generico ma, come ho detto, pedagogico («questa è assistenza d’amore»). Il primo, comunque, presuppone una concezione aristocratica della società, per cui l’interesse e ogni possibile attenzione sono, alla fine, soltanto una curiosità e una trasposizione (o un trasferimento dall’alto) di elargizioni paternalistiche: il regalo, il dono, il soccorso ecc.; questo invece chiede la partecipazione della ragione – una partecipazione fortemente interessata e caratterizzata. Il lirismo, dunque, è una tensione che si consuma, svolgendosi, operando; non una esagitazione che si consuma, avvampando, in se stessa.
Nella misura in cui Jahier si oppose al ribellismo concitato e irrazionale dei suoi compagni in letteratura, identificandosi con una lucida continuità nell’impegno di un operatore didattico (con la rigidità e la severità che tale progetto comportava) egli fu un rivoluzionario, e un isolato, naturalmente. In questo senso un «maestro» è rivoluzionario: se opera e si oppone, cioè se si sforza di modificare, entro situazioni di fatto, la condizione degli uomini. Mentre tanti colleghi si esaltavano disponendosi a utilizzare la guerra come un farmaco privato, in Jahier è subito tipico un proposito violento, tenero, misteriosamente ottuso (nell’apparenza di un candore semplice) di regresso, di rientrare nei ranghi, di perdersi nel numero, di imparare dagli altri, di identificarsi e direi consumarsi nella grande massa anonima che fatica con disperazione la vita («è il momento di ritirarsi e di soltanto guardare»).
La sua ambizione è orizzontale, prospettica, contro l’egoismo realistico e verticale degli altri; il suo progetto di lavoro è subito metodico, non esaltante e improvvisato ma convinto, demistificato. Cerca i collegamenti, si propone di allargare la serie dei rapporti umani, sente di non poter agire se non conoscendo; provoca un discorso continuo, in cui egli sia piuttosto un uditore o un partecipe che un artefice da applaudire; non chiede consensi ma convinzione; non vuole suscitare ammirazione ma simpatia e, alla fine di tutto, fiducia, cioè amore. I suoi alpini non sono soldati, ma montanari; la caserma è una casa per un raduno, da cui partire per le proprie vicende. Si vede allora a quale utile e «rigenerata» (dall’interno) nozione di impegno porti questa esemplificazione – riscontrata sulla carne di un uomo che si è consumato; e come tale nozione, anziché esausta o esautorata si ri-proponga ancora come il progetto di lavoro più esaltante, o più utile, per uomini del nostro tempo. Buttarsi e operare «direttamente», senza mandanti anonimi o intermediari interessati; senza chiedere o proporsi null’altro che la necessità di questo lavoro; für ewig.
Da molto tempo non si chiudeva una vita più degna.
Rinascita, anno 23, n. 47, 26 novembre 1966.
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)
L’angoscia genera i pidocchi
C’è un artigiano molto bravo che fa, da un legno speciale, cannelli per le pipe; e li comprano, li cercano quelli che fumano la pipa – e che possono pagarlo, beninteso. C’è un artigiano, bravissimo, che ricostruisce le gomme usate delle macchine (auto-mobili), così bene che sembrano nuove; queste le comprano, le cercano quelli che vanno in auto – e che possono pagarle, beninteso. Certo (o è possibile): l’uomo delle pipe ha meno clienti dell’uomo delle gomme; il primo può lavorare in casa, credo, mentre il secondo ha l’officina da qualche parte. I corridori, (quelli a cui piace correre), si sa, sono più numerosi dei fumatori di pipa (cauti, indolenti, con le loro fisime particolari). Cioè: è vero che ogni prodotto ha il suo pubblico, o un suo pubblico, i suoi consumatori, i suoi estimatori, senza i quali, ovviamente, non sussisterebbe alcuna ragione perché fosse compiuto – e comunque levigato («Così, un volume di Properzio e 8 once di tabacco da fiuto possono essere un medesimo valore di scambio, nonostante la disparità dei valori d’uso tabacco ed elegia»). Esiste allora anche un pubblico (di consumatori) per i romanzi e le dolci poesie (che sono così dolci); di conseguenza sarebbe giusto dire, o semplicemente confermare, che si scrive per questo pubblico, per coloro a cui interessa un romanzo o piace leggere una dolce poesia; per un pubblico esercitato alla lettura, conquistato ad essa, o per un pubblico sollecitato a questo tipo di consumi dai mezzi di pressione (oppressivi) tradizionali: giornali, settimanali, rai-tv, prospetti pubblicitari a domicilio, lotterie, concorsi, ecc. («Il denaro poiché possiede la proprietà di comprar tutto, la proprietà di appropriarsi tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto come possesso eminente»). Ma questo discorso è troppo generico-giornalistico dopotutto, anche se le cose stanno proprio così.
Appare, dal giro sopradescritto, che non voglio dare una risposta tecnica a questa domanda, ma una risposta politica, e abbastanza sbrigativa; solo così sono capace di rispondere (e male) in data odierna. Altro che scrivere: si vorrebbe piuttosto buttare nel cestino perfino il proprio atto di nascita (perché siamo così inguaribilmente subdoli, legati alle nostre unzioni, alle malizie per conservare un piccolo sperma di martirio individuale ai nostri caropalazzeschi?). intanto neppure per un momento credo che si possa scrivere per qualcuno (sia pure il pubblico indistinto); ma semmai, per questa strada, che si debba scrivere contro qualcuno; credo che il pubblico, ad esempio, non si debba amare, non debba essere partecipe, ma un antagonista. E innanzi tutto credo che si debba scrivere contro se stessi (rovesciare la propria casacca, umiliare nascoste ambizioni, bruciare lo scampanellante ontologismo che fa bella mostra di sé come un diavolo goethiano sulla spalla di ogni artefice – abgelebten Zeiten; cercare di ridursi all’osso per ritrovarsi, in qualche modo). Ma intanto (e chiedo scusa se mi rifaccio per un momento a Brecht, così inattuale) se «per gli uomini odierni i problemi hanno valore nella misura delle risposte che sono loro date», aggiungo (o concludo) che si scrive o si dovrebbe scrivere per uomini interessati, in qualche modo, al tipo di risposta (o di risposte) che si dà ad alcuni problemi. Se l’interesse comune converge su alcuni problemi, è la discussione su di essi che apre l’interesse comune.
Ma nemmeno questo è giusto, o è vero fino in fondo. (Si è passati, anni addietro, per il momento vago dell’impegno, la cui vicenda segna un paragrafo abbastanza squallido nella nostra piccola storia recente). Oggi è forse più esatto, o giusto, affermare che si dovrebbe scrivere al fine di compiere un’operazione (ennesima) di demistificazione nei riguardi di se stessi e degli utenti; cioè, per cercare (o tentare) una sorta di trasferimento o di occlusione verso la letterarietà della letteratura o dell’esercizio letterario; per confermare ancora una volta se possibile la fragile inconsistenza, la precarietà, la fondamentale contraddittorietà dell’atto dello scrivere, l’equivoco della sua incostanza, la sua bassezza la sua impotenza nelle circostanze. Ancora in altre parole: il pubblico attuale, così disponibile e distratto, è un pubblico interclassista, lusingato e corrotto, inserito in una situazione, di fatto, involuta, nebbiosa, mistificata. Mi riferisco alla premessa di Ferretti là dove dice: allora, in altri termini: può ecc. per ribadire che a mio giudizio anziché insistere e persistere nel cercare i pertugi, le cabale, i canali di sfogo entro queste determinate situazioni, occorre disporsi per preparare e avviare il ribaltamento di tutte le organizzate sezioni di potere (e non resti questo soltanto nel proposito); solo allora, e dopo, sarà possibile comporre il proprio pubblico, rintracciare i propri interlocutori. Sarà l’uomo nuovo, che ha finalmente il potere nuovo, l’interlocutore che potrà avere, che avrà una fisionomia socio-culturale definita; sarà l’uomo nuovo, questo nuovo uomo con tutto il potere nuovo a «configurarsi veramente come pubblico».
Proseguendo: ad esempio Guevara afferma, con esattezza, che è compito del rivoluzionario fare la rivoluzione; ad esempio Mao, in apertura del libro importante dei pensieri, afferma, con esattezza, che per fare la rivoluzione occorre un partito rivoluzionario. Poiché è troppo evidente che nessuno di noi può accettare (neppure per una scommessa, che si fa) lo squallido periplo di un processo socialdemocratico (ipotizzato, per fare un esempio nostrano, con mille bandiere dal centro sinistra cavallino), è altrettanto conseguente pensare che ci si deve disporre a distrarre il solo vero partito rivoluzionario da attitudini stravaganti per ricaricarlo verso l’unica eventualità possibile e che ci trova preparati. Ecco perché un discorso sul pubblico dei consumi non mi interessa più, oggi; né mi interessa neppure per un momento discettare sul destino e la missione dello scrittore (come quella del dotto). Io sento che è arrivato il momento di spezzare la penna sul ginocchio e perdersi nella tempesta, se non fossimo ancora (in definitiva) troppo vili per non continuare ad ammiccare l’un l’altro, ammiccarci fra noi, con cenni furtivi; e a discutere fra noi delle nostre padelle. Ma dunque?
– Così possiamo contare che tutte le navi indicate si muoveranno immediatamente?
– Sì, sì. Daremo subito disposizioni urgenti perché le navi indicate siano al più presto a Pietrogrado.
– Avete riserve di fucili e munizioni? Mandatene il più possibile.
– Sì, ma in scarsa quantità a bordo delle navi, quel che c’è ve lo manderemo.
– Arrivederci. Saluti.
– Arrivederci. Chi è che ha parlato? Diteci il nome.
– Lenin.
– Arrivederci. Passiamo all’esecuzione.
Rinascita, anno 24, n. 44, 10 novembre 1967.
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)
Il linguaggio del Festival (II)
Bologna, settembre –. Nel 1974, proprio a Bologna, il Festival nazionale dell’Unità esplose per la prima volta. Aveva già una lunga tradizione; era già un avvenimento, una scadenza importante nell’arco dei dodici mesi, per gli anni passati; ma in quell’occasione si propose come un momento (non solo concreto in senso politico ma profondo e stimolante in senso esistenziale) di verifica generale sullo stato delle cose; di sollecitazione, di promozione anche in aree culturali non coinvolte in modo diretto, almeno fino allora, nell’ideologia e nella politica del Pci.
Quel moto ascensionale che meravigliò tutti, lasciando una documentabile scia di commenti, di analisi, di dibattiti, di discorsi vari, si poté realizzare per una concomitanza di esempi dentro a una situazione sociale che, a livello del potere reale, tutti sentivano come prima o addirittura più di prima corrotta, miserabile; e che da poche settimane appena aveva tollerato e subìto la strage del treno Italicus. Infatti quello era il momento ascensionale della sinistra (accompagnato dalla giusta speranza di continuare a rafforzare, nella pratica, la volontà politica che stava aprendo vie nuove d’accesso per saltare dal ghetto dell’emarginazione); una sinistra che intanto era riuscita ad aggregare intorno a sé molte aspettative, altre rabbie di ceti sociali un tempo indifferenti o sospettosi o addirittura estranei.
In poche parole: la situazione reale, profondamente involuta, soprattutto mutata e incrinata negli ultimi otto anni dopo piazza Fontana, attraverso la vischiosità delle sue crepe e delle sue contraddizioni spesso macabre, confermava l’urgenza di un ricambio rapido e sostanziale per cercare di riemergere da un magma insopportabile. Così si può dire che dentro al festival del 1974, benché la situazione fosse inquieta fino allo spasimo, c’era un entusiasmo della ragione e della speranza che si traduceva in un bisogno di partecipazione che coinvolgeva la gente. Tuttavia anche allora mi capitò di annotare, proprio su questa rivista, nel numero del 13 settembre: «il festival sembra che non abbia raggiunto ancora il rigore di un discorso nuovo e soprattutto completo, nel senso dell’utilizzazione di tutte le possibilità di comunicazione. Voglio dire che non ha ancora elaborato un discorso organico che possa – per esempio – coinvolgere, invece di interessare soltanto, i giovani». Concludevo che secondo me era urgente, all’interno del festival, l’elaborazione di una politica della comunicazione che realizzasse un unico centro di ricerca, di programmi, di decisioni.
Adesso siamo nel settembre del 1980; il festival nazionale è ritornato a Bologna. Anche questo autunno è splendido, appannato da un filo di foschia ma irrorato da un sole senza fuoco, grasso e tondo, che sembra lì lì per scoppiare. Di gente ce ne è un fiume; della città, della campagna; ma anche gente che viene da fuori, perché Bologna è Bologna. Certamente una città di provincia, ma che da più di 30 anni è al centro di molte cose; in particolare, dei fatti più importanti accaduti, in negativo o in positivo, nel nostro paese. Perciò una proposta di incontro generale (quale via via deve determinarsi a essere un festival nazionale), se inoltrata da questa città, acquista un risalto particolare. Perché Bologna è Bologna. E il suo invito a venire mette in moto cose, persone, attese, storie, idee.
Così in questi giorni la città è piena zeppa; ma con lo smalto di tante presenze vive, non con una folla oppressiva, non con il peso dei soli corpi. Eppure ragioni di dolore, di giusta rabbia, di faticata e faticosa attesa, di duro lavoro ci sono, si trovano ad ogni angolo per ognuno; e pesano sul cuore. Si può dire che il grande raduno non è allegro (anche se è sereno, con fermezza). È un’occasione di riunione e di incontri, ma sotto senti covare il fuoco (quello che ciascuno porta dentro, come un peso di ogni giorno). Perciò potrei dire che se nel 1974 si sperava, si voleva, si credeva, oggi forse non si spera né si crede, ma è certo che si vuole. La determinazione tutta corposa e precisa della volontà prevale sopra ogni delusione ogni inquietudine, anche sopra ogni amarezza passata e presente; ma è certo vero che manca, questa volontà di volere (meglio: di continuare a volere) in riferimento preciso a qualche cosa. Sarebbe troppo ovvio riferire che si vuole solo e subito giustizia.
Ecco allora che si entra nel cuore di questo festival; il quale, programmato secondo alcune linee di fondo, è stato stravolto e tutto condizionato dalla strage d’agosto. Cioè da un fatto che ancora una volta, proprio a Bologna, esprimeva il continuo della violenza: una violenza che sembra irrefrenabile; mai perseguita, mai punita, mai colpita, mai spenta. Ed è dentro a questo festival (anche lì dentro) che si raccolgono le ragioni obbiettive che danno un peso e una precisa giustificazione, una motivazione, a queste due settimane di incontri, di discorsi, di parole, di suoni. Gli ridanno tensione politica (che sembrava rimescolata); lo caricano di una rinnovata vitalità nel cercare, nel volere; di una più definita, stimolante volontà di tenuta. Quasi che ciascuno entrando dicesse: siamo qua per non dimenticare le cose accadute; anzi veniamo perché non soltanto le vogliamo ricordare ma vogliamo continuare a pensare, a discutere, ad agire perché la violenza che ha già ucciso ma non sconfitto gli altri non uccida – riuscendo a sconfiggerci – anche noi.
Noi desideriamo non soltanto vivere ma resistere; perché non accettiamo di rassegnarci. Questo è il significato che raccolgo dal fondo di questo festival; così sento che è il modo con cui lo leggono e lo ascoltano i giovani, che non si lasciano incantare. Perché fuori da questo e nei dettagli (muovendo magari dalle mie considerazioni del ’74 sul linguaggio di quelle giornate) direi che ho registrato un sovraccarico di segnali, una sovrapposizione talvolta irritante. Tale quale si riscontra nel precipitoso affollarsi delle televisioni locali, a bande sempre più ravvicinate, così da scompaginarsi a vicenda. Un controllo e una più attenta programmazione linguistica, vincendo la tentazione del macro-spettacolo, credo che saranno indispensabili per il futuro.
Non mi sembra proponibile una comunicazione facendo coesisterne lo spazio da qui a là, cioè in pochi metri, un teatro togolese, di burattini, la musica vietnamita, un’orchestra bulgara, il teatro del Buratto e lo spazio per spettacoli sperimentali; con sovrapposta una sarabanda radiofonica a voce profonda. Nessuno riesce a ordinarsi e a dare una soddisfazione alla propria curiosità; cosicché i canali di questa comunicazione dilatata e simultanea finiscono per ingorgarsi. È la stessa obiezione da muoversi, per esempio, alla mania perniciosa, intervenuta come una moda, di allestire mostre-mostruose, architettate e organizzate in mille scomparti, in cento sale, in venti città, in centomila pezzi. Nel mare del tutto nessuno capisce più nulla; ma tutti fingono di vedere girare e capire, mentendo. Invece al festival, chi ci va vuole capire sul serio. Non si lascia fuorviare. Vuole andare al fondo delle cose con pazienza. È la ragione, nonostante gli anni delle bombe, per cui questo antico doloroso faticoso paese sta ancora fermo sui piedi – anche se la testa, lassù fra le nuvole, sembra magari bruciata da Giove.
Rinascita, anno 37, n. 36, 12 settembre 1980.
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)
Il linguaggio del Festival
1) È un atto di forza (ripetuto annualmente).
2) È una manifestazione, vale a dire uno spettacolo. Una manifestazione propagandistica.
3) Un alto (unico) esempio di tecnologia socio-politica a tutti i livelli (dall’uso della gastronomia a quello tecnico-divulgativo-comunicativo).
4) È un semplice folklore (abbastanza movimentato o varieggiato).
5) È soltanto una fiera paesana dilatata con astuzia e con gusto del Kolossal (quindi commentata e illustrata da mille lampadine).
6) Non è niente o è solo un luogo in cui si mangia – in queste domeniche di settembre.
Domande, risposte, commenti. Al Festival non ci vanno soltanto comunisti; ma anche gli altri, e sono molti; magari con la voglia di far commenti generici o di trovare i peli, tutti i peli nell’uovo (come è anche giusto, d’altra parte). Molti sono giovani, e per questo li seguiamo.
È vero che appena ci entri sei dentro a un gran fumo d’arrosto. In queste notti bolognesi, tutte o quasi splendide, con una luna grassa come strutto, il fumo del castrato e della braciola resta spesso basso e denso a coprire teste e voci come la nebbia nel mese di novembre. Lo mastichi fra i denti. Poi là in fondo, a destra e a sinistra, si vedono subito il ristorante coreano, il ristorante ungherese, quello rumeno, la Fattoria (carni ai ferri e tortellini), il ristorante del Comprensorio (forse cinquecento-seicento posti comodi) con pappardelle alla lepre e con il cervo, il maiale, il coniglio in ogni salsa. Certamente si mangia – e si beve. Certamente si comprano bottiglie di vodka, e di vino rumeno che ha un profumo dolcissimo, a buon prezzo. E via con le sporte. E qualche volantino fra le mani. E sul petto alcune targhette come i polli Arena.
Ma lì pronti ci sono i bambini, diciamo di Ozzano dell’Emilia, che hanno preparato il loro giornale al Centro ragazzi del Festival; e lo distribuiscono; e sono i bambini che hanno fatto le interviste: D. Ti piace il festival? R. Sì, tantissimo. D. Perché sei venuta? R. Perché sono a lavorare allo stand dell’Udi, perché mi interesso dell’emancipazione della donna.
Oppure: D. Che cos hai fatto? R. Io ho solo mangiato, anche se non splendidamente; forse alla sera si mangia meglio. D. Cosa ne pensi del Festival? R. Mi piace perché ci sono molti cartelli e mostre, come allo stand della Regione Emilia-Romagna; credo che siano le cose più utili, più che fare cose che assomigliano al Luna park.
Oppure: alcuni del gruppo (di Ferrara) dicono che il Festival è troppo commercializzato; troppi ristoranti e spettacoli, però c’è da dire che non siamo andati ancora a vedere le mostre che ci sono.
I ragazzi hanno anche illustrato il ciclostilato con un disegno a piena pagina intitolato «Festival dell’Unità»; in alto a destra il sole (un bel sole vivo, di campagna); a metà una lunga riga che segna la strada (il viale d’accesso) e un Manarini a sinistra – alcuni chiamano così gli autobus dell’Atam dal nome del carrozzaio – e una macchina a destra; sotto alla strada quattro alberi; in primo piano un bar con macchina da caffè e il compagno addetto, a braccia spalancate (un bellissimo gesto d’invito); un alberone tondo al centro; tre tavoli e tre seggiole per mangiare. Mentre leggevo, un altoparlante quasi sopra la testa scandiva: «Il compagno Malossi di Minerbio, in cucina per favore».
Le annotazioni precedenti non vogliono essere solo colorite o marginali; ma credo che possano aggiungere qualcosa, e in modo esplicito, a una prima conclusione – abbastanza comune; che il Festival pare proporsi immediatamente due scopi: 1) sorprendere piacevolmente; 2)dare un senso di forza attraverso la quantità (in tutti i sensi, dicono alcuni: dalle persone alle cose). Io aggiungo: 3) dare un senso di funzionalità a tutti i livelli. Tali conclusioni uniscono individualmente conforto psicologico a una tensione politico-militante molto acuta anche se, e cercherò di spiegarmi, per lo più indirizzata nelle generali. Indirizzo «generico», quindi tracciato con motivazioni di presa immediata nella gente, non bisognoso perciò di particolari argomentazioni o di sostegni problematici, rivolto all’antifascismo come moto giustamente indignato della coscienza e alla Resistenza come richiamo a un fatto unitario che è tutt’ora proponibile. Poiché intendo riferirmi, per non cedere a una apologetica rituale, soprattutto alle impressioni, reazioni, critiche del pubblico giovane (il solo che può suggerire con necessaria novità o assolvere con un consenso molto argomentato, in entrambi i casi), si deve dire che l’offerta ufficiale al Festival non è ritenuta completamente esaustiva; l’insieme dei problemi che essa suscita non sempre è accompagnato in dettaglio da proposte alternative o nuove in un senso rigoroso. Nella sostanza, l’obiezione più comune è che il discorso, in ogni senso, è indirizzato contro piuttosto che per qualcosa.
Tutto l’apparato, dicono, dà un senso di forza globale; però questa sensazione è in gran parte suscitata da una ragione già codificata nel sentimento e nella memoria piuttosto che da una presa di coscienza di nuovi problemi che non siano esplicitamente politici; e ciò si può spiegare, dicono, anche con il vuoto che sottostava (sotto molti aspetti) e che da non molto si cerca di colmare, con interventi utili ma non ancora decisivi, al problema della comunicazione. Sembra anche a me questo il punto più importante per esaminare come e cosa comunichi questo Festival.
Per una prima esemplificazione, si potrebbe avvicinare l’operazione ormai annualmente acquisita del Festival a una delle grandi esposizioni industriali, magari anche solo italiane (e una per tutte si potrebbe scegliere, quella di Milano). A parte le diverse necessità e le opposte prospettive, imponenza e importanza sono uguali; entrambe sono connotate da rigore amministrativo, burocratico e tecnologico; entrambe radunano e presentano la gamma più ampia e perfezionata di prodotti; entrambe allargano di anno in anno l’area di intervento e di rapporti, in collegamento con altre economie e diverse ideologie.
Ora la domanda è questa (una delle domande): il Festival che ha scelto, e per me giustamente, di essere un luogo, non un tempio, di stimolo di consensi, di provocazioni, di verifiche anche soltanto esornative e strumentali ma in ogni caso spettacolari, ha subito anche una promozione e un allargamento linguistico (vorrei dire: da traduzione simultanea, in cuffia), oppure resta comunque dialettale e perciò ha un limite, accettato e consegnato, nella quantità e nella qualità dei suoi messaggi? Può arrischiare o addirittura proporsi di impostare discorsi metodologici e ideologici nuovi o diversi, rivolti al proprio pubblico di utenti, oppure deve limitarsi per le circostanze e le scelte precostituite a fare consuntivi vincenti, iconograficamente qualificanti ma immediatamente fruibili da un pubblico soddisfatto (a parte la naturale rabbia politica)? Ad esempio, l’uso del circuito interno televisivo resta limitato alle operazioni e alle manifestazioni programmate, oppure può considerarsi libero e alternativo nel senso di poter recepire le voci di un dissenso improvvisato oppure quelle di un contraddittorio non canonico? In altre parole: potrebbe il sistema di distribuzione della comunicazione del Festival accettare organicamente e uniformemente, vale a dire anche in modo capillare, una quantità di riverifica ideologica immediata, che sarebbe anche necessario promuovere e incanalare ma che può interrompere il fiume quieto e opulento del consenso o del discorso ufficiale? Il teatro, il cinema, considerati per lo più «spettacolo» da una parte del pubblico, sono appaiati abbastanza rapidamente al divertimento «gastronomico»; occorrerà operare in profondo per rompere questo rapporto grezzo e provinciale. D’altra parte i gruppi teatrali sono relegati in un luogo ridotto, e con un appoggio pubblicitario limitato, debbono contare sul solito conforto degli amatori. È necessario trovare e inventare un pubblico nuovo e diverso per questi spettacoli; o suscitare nuove e diverse voglie nel pubblico già attento. Secondo me questo è un problema di base su cui è urgente fermarsi e discutere.
Anche se è vero che, a conforto di questo invito e di questa necessaria speranza che deve realizzarsi, sul viale d’ingresso c’è il padiglione della Cooperazione degli anni ’70, visitando il quale si deduce l’impegno, un nuovo impegno teso «a una proiezione culturale di massa producendo cultura e offrendo canali e strumenti per fare cultura».
Il Festival esaurisce in modo esaustivo gli impegni di sollecitazione politico-morale che gli competono; e, ad esempio, con struggente tenerezza e con la necessaria passione (dentro a un discorso politico rigoroso) muove la memoria nel ricordo fotografico di anni e anni di storia emiliana e italiana; sembra però che non abbia raggiunto ancora il rigore di un discorso nuovo e soprattutto completo, nel senso dell’utilizzazione di tutte le possibilità di comunicazione. Voglio dire che non ha ancora elaborato un discorso organico che possa – per esempio – coinvolgere, invece di interessare soltanto, i giovani. Mi riferisco alla canzone, usata per il tramite del personaggio (esclusivamente) e non per la sua possibile o probabile carica alternativa. Mi riferisco alle piccole compagnie teatrali militanti, costrette a vivere in una indigenza epica e a mortificare di continuo estro e umori (e la grande tensione di ricerca e di novità) nell’impatto contro dure situazioni burocratiche, mancanti di sollecitazioni autentiche e quindi non disponibili od ostiche.
Insomma questo Festival (come in altre occasioni, via via, i festival locali, che però possono essere più rapidamente esaminati in dettaglio) ha proposto in modo urgentissimo la necessità di una più pronta elaborazione della politica della comunicazione; e dell’unificazione di questa politica in un unico centro di ricerca e decisionale. Una politica della gestione della comunicazione. Il Festival insomma dovrebbe proporsi di diventare, anche in modo preminente o comunque nel suo settore specifico, un luogo di incontro e di scontro, di verifica e di programmazione dello spettacolo inteso come fondamentale veicolo comunicativo; e un centro di verifica della comunicazione generale. Tanto che non si potrà più proporre il folklore – per fare un esempio – al modo anomalo di un recupero, di un reperto scavato e salvato dal fiume della storia, dal rimbellimento economicistico o propagandistico di una cultura che si darà per morta. Sarà invece ancora un pezzo vivo di cultura, salvato con le unghie e i denti dall’assalto mortale e dalla violenza del nemico e riproposto come ammonizione e per servire ancora una volta alla lotta.
E per altre strade, ecco la funzione e il peso determinanti, e non complementari, del ciclostilato compilato dai ragazzi; del teatro sperimentale; delle canzoni di un cantautore o di un complesso che cercano solo di cantare; della riverifica di un linguaggio televisivo che non sia mimetico al sugo di Lasciaeraddoppia o del telegiornale. Tutti questi momenti e diversi atti possono diventare oggetto di una programmazione non saltuaria ma che trova nel Festival il coagulo per verifiche immediatamente pubbliche e generali; sciogliendosi anche dall’equivoco del personaggio che spesso condiziona affetti e scelte anche a sinistra, stravolgendo il discorso a un pubblico che potrebbe essere meglio servito in altro modo.
A una domanda dei ragazzi di Ozzano uno ha risposto: c’è molta collaborazione e questa è la nostra forza. Questi magnifici militanti devono proporsi di diventare i destinatari di tutte le necessarie novità della comunicazione; quelle che consentono oltre al numero degli iscritti una forza reale, una presenza reale e la capacità di rompere ogni accerchiamento e ogni isolamento anche nel modo di fare e distribuire le informazioni.
Rinascita, anno 31, n. 36, 13 settembre 1974.
(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)
La Dura Epica Vicenda
La Dura Epica Vicenda
Un poemetto inedito e due canti dal poema Dopo Campoformio
IMMAGINI
Fabrizio Sclocchini
***
[Estratti da Dopo Campoformio, Una terra e La raccolta del fieno]
***
LA DURA EPICA VICENDA
(23 settembre 1860-20 marzo 1861)
I
Affondo il cucchiaio nella nuvolosa sprisciocca
fresca di fiamma e odorosa di prati
piango lacrime felici
perché il tempo è galantuomo
e a chi rispetta la terra e il mare dona lucente furore
Calmati, cuore mio, il cammino non è breve
per sfiorare con l’orma del piede
l’erba d’oro e la polvere dei secoli
a Isola a Castelli a Civitella
a Corropoli a Tortoreto che odora di mare
II
Era il tempo che le pecore accucciate
mormoravano strani riti notturni con i lupi
e guardavano ammirate
il lavoro dei giovani poeti sperduti fra i dirupi
che schizzavano versi d’amore
sulla schiena sublime del vento
Assiso sultrono degli anni
ho l’epica ebbrezza che l’oblio non cancella.
Cuor mio, la folgore di un dio
non disdegnò l’impeto e il suono
del campo di battaglia a Civitella
dove l’uomo eguagliò il suo destino
e l’aquila gli fu sorella
III
Furono i giorni di grida e di bandiere
poi il vincitore masticò le pietre
una per una lanciando le ossa ai cani
senza l’agio di rimpianti.
Così tacquero le canzoni si spensero le speranze.
La memoria urla la gloria
là dove la nobiltà della sconfitta
si erge sovrana
IV
Il gregge per il tratturo transitava lento
brucando dai sassi fiori
ma gli agnelli guardavano stupiti
le onde del cielo
coprire con lacrime azzurre
i soldati caduti la battaglia che si spegneva
in un Abruzzo avvolto nelle sue antiche memorie.
Nomi non se ne fanno, la fortezza taceva.
Nell’aprile l’Italia già polverosa canuta
impigrì davanti allo specchio
aspettando la sua quarta glaciazione
NOTE MESSE IN APPENDICE, IN FORMA ESIGUA DI UNA BALLATA SENZA
ZUCCHERO, MOLTO AMARA, MA UNA BALLATA DI PURA VERITÀ.
Il Maggior Generale Pinelli adirato per la resistenza impensata
ostinata
di Civitella che non voleva cadere
con un bando ha ordinato alle schiere dei soldati Savoja
di incendiare
i paesi vicini dove questa resistenza fosse provata
e di eseguire ipse die il comando
senza alcuna pietà
di fucilare inoltre
tutti i cittadini che si trovino armati
ed eziandio tutti coloro senz’armi alla mano
che venissero da altri indiziati
fedeli a Ferdinando lontano.
A difendere da una parte e ad assaltare la Fortezza dall’altra
questa è la verità delle cifre sicura;
382 soldati e 4 ufficiali dentro le mura
assedianti 3379 soldati e 167 ufficiali
i banditi come era usanza dei Regi
insepolti abbandonati a marcire.
Oh, l’Italia nasceva
con grande dolenza e dolore!
Nelmarzo 22 da Torino
Sessantuno era l’anno
ordinanza spietata del Ministro di Guerra
sia demolito il Forte,
siano demolite le mura di questa città.
È nemico il destino di chi si tiene fedele
alla parola che ha data
al giuramento prestato
a chi non chiede pietà
e con un’arma nel pugno da bravo soldato
lì sta
…………………
ANDANDO, ANDANDO, ERO LIETO DI ARRIVARE
Andavo. Nell’anno miracolosamente emerso dopo una tragedia epocale:
il 1946.
Andavo.
Da Bologna si arrivava in treno merci. Ma prima, ad Ancona, si poteva prendere una corriera.
Fino a Giulianova.
Ed era un bell’andare. Si cominciava ad essere miracolati, io almeno, dalla premura delle persone, che s’accorgevano di me foresto ed erano piene di buone premure.
Ancora una corriera per Teramo. Con quel contadino caricato a mezza strada, nel bivio verso Canzano, che entrò sedette e per un saluto a un’altra persona, sollevò la coppola, con la dignità e la fermezza di un antico romano, ed era vestito di panni solidi e odorosi di buona acqua di fiume.
Odore? Profumo? Era nell’aria?
L’aria strisciava, ordinatamente composta, sulla pelle come una brezza che mi pareva quasi curativa.
Ero, naturalmente, ben disposto e cominciavo ad essere catturato da quel mondo, che mi riportava a un ordine che avevo quasi del tutto dimenticato.
Per me, che venivo dalla tempestosa Emilia, più avvoltolata nel grigiore torbido del mondo.
Invece lì, il grande dolore, come negli antichi, era stato già pazientemente assimilato. Divenuto non sentimenti, non tanto sentimenti, ma storia.
Dopo il furore insensato e lacerante della guerra, stupidamente o sapientemente impietosa, non percepivo più l’odore denso dolente tormentato doloroso inquieto della canapa superstite in attesa di
naufragare nei maceri, ma quello di erbe fresche e giovani sopravvissute al diluvio, di tenere foglie d’alberi alti e svettanti che si disperdevano nell’aria.
Mi sembrava di entrare, lentamente ma con armonia, dentro a un rinnovato sentimento delle cose.
Venivo da una guerra, come tutti ma in quel momento io solo, le strade erano ancora tartassate dai micidiali cingoli dei carri armati; dappertutto erano andati distrutti borghi, paesi, città; l’Italia sembrava arata nella polvere ed io da questo Abruzzo, che tanto aveva sofferto, in quelle ore traevo motivi di non attesa lietezza per le cose che vedevo e che sentivo.
Io mi trovavo bene, io c’ero.
Macerie, polvere.
Macerie, polvere, rovine di pietre. Ma io c’ero e la natura mi abbracciava.
Si può essere lieti in quella situazione e in quel modo? Si può.
Ero un reduce giovane e forte che riconquistava la vita, infervorato da lieti sentimenti e l’Abruzzo, ripeto, mi ha reso subito felice, mi ha accolto, ripeto, con felicità.
Ecco perché mi libero e mi accaloro, anche dopo tanti anni trapassati.
Teramo e il suo mondo intorno, i Prati di Tivo ancora straordinariamente intatti e silenziosi fra antichissimi tronchi, Civitella del Tronto con la sua formidabile fortezza disegnata da un genio tanti secoli prima e tutta la sua riviera su cui si placava, così mi pareva, il mare di Ulisse.
Dal buio delle notti di guerra l’Abruzzo tornava a dare senso e peso alla vita, al lavoro dell’uomo.
Martin Sicuro.
Alba Adriatica.
Tortoreto.
Il ponte sul Salinello, fiume che ancora scorreva libero dal cemento; la lunga strada alberata e ancora contadina da Giulianova a Teramo.
Teramo era lì che aspettava e a Teramo sono arrivato.
Abruzzo ardito e tempestato e mai piegato una goccia del suo cielo mi è caduta sul palmo della mano e lì è restata.
***
[Estratto da Gianni D’Elia (a cura di), Conversazione in atto, «Lengua», n. 10, 1990].
Da ribelle a frate, però…
Dicono che verrà in Italia, nel corso della prossima tournée in Europa. Dicono che canterà una sera a Milano e una sera, probabilmente, a Bologna. Parlano di un pool di banche che finanzierebbe qua da noi le due serate; anticipano di stadi stracolmi come uovi. Sempre, negli ultimi anni soprattutto, sul nome di Bob Dylan si sono spese notizie, sospetti e c’è maretta, discussione. È un personaggio che, ad ogni occasione, viene affrontato in una sorta di ricapitolazione globale. Gli si rivoltano, impietosamente, furiosamente, le tasche dell’anima. Per esempio, è da sempre che si disputa sul disimpegno (o sul falso impegno) di Dylan: per scivolare su un “privato” che galleggia come una macchia di petrolio sul mare di una ideologia di continuo inquinata: e per fermarsi sulla mistica, più esattamente, sul suo momento mistico. Momento che sta ad indicare – è possibile – il suo lento ma continuo incanutire (è ormai un uomo di più di 40 anni).
Dicono che si è fatto frate ma che è un frate interessato, e che la conversione alle vie del Signore è fasulla e che lui mira soltanto a restare sulla cresta dell’onda. Con conseguente mantenimento di percentuali che, sia pure ridimensionate, consentono di vivere senza economie. Per me, saranno obiezioni o critiche molto giuste, o soltanto giuste, inoltre ritengo giusto che ciascuno chieda ad un uomo pubblico di rispettare l’immagine con cui si è imposto e con la quale ha convinto; ma ogni uomo pubblico ha da parte sua, credo, il diritto (e, aggiungerei, forse anche il dovere) di cambiare, se segue un filo di coerenza e se può dare, al pubblico, non giustificazioni ma motivazioni.
Direi che tra questo obbligo di servizio e questa necessità di cambiare e magari di stravolgersi si muove Dylan, straordinario braccobaldo che sta invecchiando dopo aver imparato “Puoi essere il diavolo o puoi essere il Signore ma dovrai sempre servire qualcuno”; e dopo aver ribadito anche con un’affermazione più arretrata “chi non è degno di fiducia deve soccombere”. Forse Dylan non vuole più servire nessuno, potendolo fare; ma ritiene di non dover ancora soccombere pensando di meritare ancora fiducia. Anche se il suo momento attuale non mi sembra buono.
Sono fermo a Saved, un disco dell’anno scorso, che mi sembra lagnoso, fra un white spiritual scaricato di tensione ed il ricordo di un rock che non è più felicità nella libertà ma che è affumicato come se avesse sulla testa, a coprire il cielo, una lamiera prefabbricata. Quel che mi dà fastidio è la pulizia senza malizia; è la maestria al servizio di una inquietudine che è senza sfondo, senza dramma, senza traumi, senza fuoco. E senza giuoco. Lì Dylan mi sembra ancora molto bravo ma come spento dentro (si lamenta, cantando, come una piccola capra cieca portata al macello). Tuttavia questo suo volere “essere”, nonostante tutto, è ancora un soffio drammatico, vitale; il cercare, il suo volere ancora un rapporto col pubblico può significare che il suo ciclo non è chiuso.
Per me Dylan sta cercando il fiammifero per accendere un altro fuoco. Ecco perché questo cercare cantando, dentro la polvere dei giorni, non mi sembra cosa da poco. Se non merita un entusiasmo rinnovato merita certo molta attenzione. Se viene in Italia, faremo qualche conto in diretta. Ma chissà se verrà.
l’Unità, 28 giugno 1981.
(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)


