Giovani a Bologna, città cambiata

A un giovane che non la conoscesse affatto, come si potrebbe spiegare la città di Bologna, proprio oggi, mettiamo un sabato 30 maggio dell’anno 1981? Spiegarla in due parole, fuori da ogni agiografia o da ogni rabbia? Per me, comincerei ricordando che nel corso di quasi trent’anni Bologna è stata un prototipo non solo per l’Italia; e che adesso non lo è più. Oggi non solo è cambiata, ma è completamente trasformata. Anzi, esautorata.

Il mio discorso lo avvierei da qui. Trasformata, perché gli anni in corso hanno cambiato perfino la faccia di marmo dei monumenti figuriamoci gli uomini e le relative idee; ma trasformata non come Milano o Roma, per esempio, che si sono inzeppate, inciucchite, contraddette, mortificate e anche sviluppate però dentro a una linea preesistente di contraddizioni, quindi abbastanza riconoscibile. Bologna si è stravolta e oggi è irriconoscibile. Tesa, appesantita, caotica, greve dentro a un’opulenza che la gonfia. E non dico ricchezza, che potrebbe essere un dato: ma un’opulenza da credenza piena, che mette cioè in moto non tanto la voglia di pensare quanto quella di godere bene e subito.

Dentro alle sue fibre legnose, nello specifico di questo benessere da botteghe illuminate, la città per le cose da pensare è logorroica, senza più tanta convinzione. Non fa che dibattere e ciarlare ma basta tastare intorno con la mano aprendo bene gli occhi per accorgersi del rallentamento e dell’invecchiamento di quegli stimoli culturali che un tempo rappresentavano il momento principale della sua felice intemperanza. E anche se certi cattedratici, a parte subiecti, non concordano con le conclusioni, insisto a proporre per un primo esempio il Dams; vale a dire il corso universitario di laurea nelle discipline dello spettacolo allestito negli anni settanta e che non è mai riuscito a coinvolgere culturalmente la città; contribuendo invece in modo diretto, a mio parere, a mettere in luce una serie di contraddizioni drammatiche sia della popolazione giovanile sia della situazione in generale. Infatti si sforna forza-lavoro per qualcosa che sul posto non c’è, non c’è mai stato, non pare debba esserci in un futuro prossimo.

Capita dunque, con periodica ferocia, che ad ogni sessione di laurea si compiono omicidi rituali di massa sacrificando al nulla giovani speranze e giovani teste pensanti.

Se poi aggiungiamo che le case non si trovano, che la droga ha messo Bologna al terzo posto in Italia, si può constatare la gravità terrificante del problema giovanile. Ma vorrei aggiungere che questo potrebbe essere indicato come un problema legato alle contraddizioni delle società industriali (e post-industriali); se non si cogliesse dentro la città, come determinante un drammatico rallentamento di tensione politica e morale, di speranza attiva e culturale. Qua in effetti siamo calati dentro a un farraginoso appiattimento (nonostante lo zelo ribadito di un’amministrazione che si sforza, con un po’ di affanno, di cercare) il quale fa concludere che l’oro in opere e giorni dei passati anni sessanta si è polverizzato e che un grande periodo della nostra città si è concluso (drammaticamente).

Bologna non è più riconoscibile fra mille ed è ormai solo una città di fiere, mercati, botteghe e banche (di una continua sventagliata di convegni convegni convegni). L’aspetto generale di salute può forse giustificare, in parte, il trionfalismo di qualche amministratore attivo; ma il futuro, più che rassicurante, sembra molto incerto; e subito contradditorio; e rende perplessi, preoccupati. Bologna ha perduto parecchio senza trovare o aggiungere nulla. Ha perduto soprattutto la splendida uniformità tra tensione al futuro, partecipazione al presente, custodia moralmente attiva di un passato tenuto vivo e utile attraverso la pratica di ogni giorno. E oggi le manca sopra ogni cosa, nonostante le svariate profferte pubbliche, l’esplicita convinzione culturale (che deve diventare dramma propulsivo delle idee della politica) che i tre primi problemi del modo, se non v0ogliamo imbarbarire per sempre, sono: i giovani per la casa, i giovani per il lavoro, i giovani per la droga cioè per una vita diversa. Comprendendoci dentro anche il così detto “problema morale”- che invece va e viene, appare e scompare nelle cronache sciagurate della vita politica quotidiana.

Solo così (per fortuna annoto un primo spiraglio di speranza nel progetto del Piano giovani presentato qua accanto) potrà essere se non fermato, almeno controllato e poi superato il degrado della città, cominciato con il marzo del ’77 e che, nonostante giorni straordinari quali quelli del settembre dello stesso anno, è in corso. Ciò può essere possibile lavorando sul concreto, non ribaltandosi nelle parole. E il concreto presuppone come tutti sanno la convinzione di scegliere e poi di fare. Altrimenti si continuerebbe anche da noi sulla falsariga esemplificata da un titolo di un quotidiano d’opinione il 31 maggio corrente anno: “A Roma, un convegno sulle tossicodipendenze. Poche le conclusioni molte le parole”. (Erano venuti esperti da tutto il mondo.) Certo, oggi è più facile dare lustro alle banche.

 

 

 

Rinascita, anno 38, n. 23, 5 giugno 1981.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Rinascita
  • Anno di pubblicazione: anno 38, n. 23, 5 giugno 1981
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