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Venerdì, 22 Marzo 2013 09:08

Officina, Numero 4 – Dicembre 1955

La nostra storia

G. Scalia, Serra, pp. 127-136.

Testi e allegati

M. Luzi, Conversazione durante il viaggio, pp. 137-139.

G. Caproni, La piccola porta, pp. 140-142.

G. Bassani, Poesie del ’46 (Con un allegato di C. Garboli), pp. 143-147.

La cultura italiana

A. Romanò, Analisi critico-bibliografiche [III], pp. 148-157.

Prospetto delle riviste [III]: Digressione per «I gettoni», pp. 158-164.

Appendice

Una lettera 1940 di C.E. Gadda, p. 165.

 

 

 

Venerdì, 22 Marzo 2013 09:04

Officina, Numero 3 – Settembre 1955

La nostra storia

A. Romanò, Manzoni, pp. 87-91.

Testi e allegati

A. Bertolucci, Fogli di un diario delle vacanze, pp. 92-95.

F. Fortini, Versi – Allegato: L’altezza della situazione, o perché si scrivono poesie, pp. 96-104.

La cultura italiana

Prospetto delle riviste [II]: «Galleria», «Itinerari», «Letteratura», «Il Mulino», «Nuovi argomenti», «L’Ultima», pp. 105-119.

Appendice

C.E. Gadda, Il libro delle Furie [III], pp. 120-123.

 

 

 

Venerdì, 22 Marzo 2013 09:03

Officina, Numero 2 – Luglio 1955

La nostra storia

F. Leonetti, Leopardi, pp. 43-58.

Testi e allegati

P.P. Pasolini, I campi del Friuli, pp. 59-66.

La cultura italiana

A. Romanò, Analisi critico-bibliografiche [II], pp. 67-72.

Prospetto delle riviste di letteratura nell’ultimo decennio [I], pp. 73-79.

Appendice

C.E. Gadda, Il libro delle Furie [II], pp. 80-83.

 

 

 

Venerdì, 22 Marzo 2013 08:43

Officina, Numero 1 – Maggio 1955

Fascicolo bimestrale di poesia
cm. 14x21.

Anno I (numeri 1-6) – Anno II (numeri 7-12).
Redattori: Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi.
Ufficio: via Rizzoli 4, Bologna.
Amministrazione: Libreria Palmaverde, Bologna.
Responsabile: Otello Masetti.

Arti Grafiche Calderini s.r.l., Bologna.

 

*****

La nostra storia

P.P. Pasolini, Pascoli, pp. 1-8.

Testi e allegati

R. Roversi, Il margine bianco della città, pp. 9-16.

F. Leonetti, La nuda primavera, pp. 17-23.

La cultura italiana

A. Romanò, Analisi critico-bibliografiche [I], pp. 24-28.

G. Scalia, Un paradigma: l’attualità di De Sanctis, pp. 28-32.

F.L., Due versi sulle viole, pp. 32-35.

Appendice

C.E. Gadda, Il libro delle Furie [I], pp. 36-40.

 

 

 

Mercoledì, 20 Marzo 2013 17:00

Statale adriatica, chilometro 220

Al chilometro 220 ci aspettano ombre ombre e mille sentimenti,

l’asfalto della strada è una sabbia di conchiglie rare

ma non c’è al mondo posto più bello per fare l’amore

di quella trattoria dove allevano le quaglie vicino al mare

 

Al chilometro 220 la tabella di marcia è mantenuta,

c’è il tempo per la barba ma lo specchio si rompe in cento pezzi,

nel silenzio le orecchie fischiano dentro a un tempo sereno,

molti uomini con pazienza aspettano il passaggio di un treno

 

Al chilometro 220 si incrociano le strade del mondo

Stesa sull’erba c’è una ragazza bionda che conosco

dieci giovani merli le calano sul ventre di foglie

manderà scintille come la paglia in un giorno d’agosto

 

Al chilometro 220 finalmente qualcuno è vicino

Io ho moglie e figli (dice), non posso mai riposare

non riposo nemmeno la domenica di natale

anche a pasqua e al principio d’estate devo sempre andare

 

Al chilometro 220 ci avviciniamo al nostro appuntamento

Fermo la cisterna, con un fischio chiamo l’amico

dicono che l’amico l’altra notte è partito

non scendo, metto in moto e non mi volto indietro

 

Al chilometro 220 l’impatto è terribile come un colpo di vento

È uno scarabeo la macchina rovesciata nel fosso

brucia e sembra un tronco, un tronco arroventato,

corre corre la gente a guardare, il cielo rosso

 

Poi la vita torna a sorridere, la vita non può aspettare;

altri uomini arrivano e si guardano intorno

Un TIR con quintali di «bionde» dentro al rimorchio

suona, chiede strada, dentro una galleria scompare

 

 

 

 

Mercoledì, 20 Marzo 2013 14:33

Rodeo

L’asfalto si snoda in turniché,

in curve defilate

Le città piccole o grandi si spengono come candele

Esce un odore lungo di caffè

dalle finestre spalancate

L’ultimo raggio di sole dorme sul tuo ginocchio

 

Poi la strada si riempie di gente

agli incroci o nei viali fanno un blocco

fanno blocchi stradali,

c’è fumo nell’aria e intorno non si vede più niente

 

Ruote di gomma, cataste, altoparlanti che gridano,

donne e ragazzi allineati

allungano un foglio attraverso i vetri abbassati,

parlano di fabbriche

dicono di cinque fabbriche occupate

 

Il paesaggio qua è ormai cambiato

I camion sono fermi contro i muri

È scomparso il mare, il vento sembra un vento invernale

batte e ribatte contro le serrande chiuse

Un giuoco

il giuoco sembra arrivato al rush finale

 

Questi uomini e le donne

dicono dieci parole,

sono parole dure come un sasso,

non è carbone acceso da spegnere sotto il tacco

 

Dentro quest’anno

per la prima volta

avremo una recessione globale;

dicono che tutto cambia

e gli uomini lo sanno

nel mondo industriale

 

Dicono che non sarà sempre così

Anche se questi tempi sono duri

indietro

indietro

indietro non ci lasciamo buttare

 

Dicono dieci parole o di parole

ne raccontano cento

mentre riprendiamo questo viaggio

La macchina corre via sopra un viadotto

Corriamo come un aliante

che striscia leggero le grandi ali sul prato

e vediamo là sotto

bianco nudo e solo un uomo

che agita un violino rotto

e con un’ombra si sta battendo a duello

Il silenzio intorno

è un silenzio strano

un silenzio duro

un silenzio bello

 

L’asfalto si snoda in turniché,

in curve defilate

Le città piccole o grandi si spengono come candele

Esce un odore lungo di caffè

dalle finestre spalancate

L’ultimo raggio di sole dorme sul tuo ginocchio

 

Poi la strada si riempie di gente

agli incroci o nei viali fanno un blocco

fanno blocchi stradali,

c’è fumo nell’aria e intorno non si vede più niente

 

Ruote di gomma, cataste, altoparlanti che gridano,

donne e ragazzi allineati

allungano un foglio attraverso i vetri abbassati,

parlano di fabbriche

dicono di cinque fabbriche occupate

 

Il paesaggio qua è ormai cambiato

I camion sono fermi contro i muri

È scomparso il mare, il vento sembra un vento invernale

batte e ribatte contro le serrande chiuse

Un giuoco

il giuoco sembra arrivato al rush finale

 

Questi uomini e le donne

dicono dieci parole,

sono parole dure come un sasso,

non è carbone acceso da spegnere sotto il tacco

 

Dentro quest’anno

per la prima volta

avremo una recessione globale;

dicono che tutto cambia

e gli uomini lo sanno

nel mondo industriale

 

Dicono che non sarà sempre così

Anche se questi tempi sono duri

indietro

indietro

indietro non ci lasciamo buttare

 

Dicono dieci parole o di parole

ne raccontano cento

mentre riprendiamo questo viaggio

La macchina corre via sopra un viadotto

Corriamo come un aliante

che striscia leggero le grandi ali sul prato

e vediamo là sotto

bianco nudo e solo un uomo

che agita un violino rotto

e con un’ombra si sta battendo a duello

Il silenzio intorno

è un silenzio strano

un silenzio duro

un silenzio bello

 

 

 

 

Mercoledì, 20 Marzo 2013 12:15

Assemblaggio

Pollock è stato il primo pittore

a strizzare con le mani

un tubetto di colore

sulla tela distesa

Così ha dipinto il mondo

 

Soprattutto nei giorni di festa

mi piacerebbe essere ricco

mentre faccio funzionare il disco

che mi hai regalato

e che mi picchia in testa

 

ABBASSO GARIBALDI

ABBASSO

ABBASSO

ABBASSO GARIBALDI

 

L’amore non è cosa da poco

L’amore non è un giuoco

Il nostro amore poi

è fango e fuoco

 

Per questo vorrei chiamarti

per ringraziarti

ma il telefono è occupato

il telefono è tagliato

il telefono è ingorgato

non possiamo comunicare

Mi sento molto solo

In qualche momento

mi piglia la voglia di crepare

 

Ascolto il disco e ripeto le parole

mi toccano la pelle

mi fanno molto male

come la punta di un pugnale

Io sono scosso

 

Eppure la vita non può

rifugiarsi in una botte

o fermarsi con le scarpe rotte

nella polvere

 

ABBASSO GARIBALDI

ABBASSO

ABBASSO

ABBASSO GARIBALDI

 

Pollock è stato il primo pittore

che ha strizzato

un tubetto di colore

sopra una tela distesa

 

Oggi sono lontano

La mia ragazza invece

è buona, è intelligente, è molto bella

purtroppo non sa piangere;

alle volte ci prova

e stringe una cipolla nella mano

 

La mia incertezza non è più assoluta

Lo so anch’io che questi sono anni

tutti da ricordare;

lo so che non c’è un giorno

un solo giorno che si può buttare

 

 

 

 

Mercoledì, 20 Marzo 2013 11:07

Una politica culturale senza prospettive

Non posso, perché non so, suggerire o tracciare indicazioni generali ma posso bofonchiare qualche onesta opinione motivandola con la curiosità che ho e che non si spegne per il passo del mondo. Questo passo, questo movimento me lo sento camminare come un ragno lungo il filo della schiena, e basta che apra gli occhi al mattino per sentirmelo non già graffiare ma sforzarsi in salita, per arrivarmi alla testa, tanto che provo tutt’ora sempre qualche brivido. E così. Se questo è male, pazienza; e se sbaglio mi scuso; ma comunque non avendo obblighi con alcuno credo di essere libero di esternare un parere se questa sede amica me lo chiede perché lo vuole buttare nel mucchio.

Il tempo (intendo: il nostro tempo) è proprio denso e furibondo ma ripeto lo sento in movimento, impaziente di cantare. E tutto incrostato e insozzato anche di sangue, eppure fermenta con una vitalità e una novità di sostanza che lasciano spesso senza fiato e costringono a guardare osservare considerare riflettere. Per questo dico che chi vive oggi ha motivi continui per essere offeso ma anche per essere sorpreso e ammirato (o, spesso, anche indignato). Ma fra sdegno sorpresa ammirazione (ci aggiungerei, come quarto ingrediente, il dubbio) per me sono piuttosto motivato dalla sorpresa e dallo sdegno (due frammenti equilibrati e opposti della mia attenzione sul mondo). Aggiungo anche che il mio sdegno privato ed esistenziale appartiene, anzi si riferisce, per lo più a tutto ciò che è tornato ad essere ufficiale, ridondante e molto spesso anche turpe: e suona come le ruote del carretto della morte, accompagnato dal borbottio sciammanato e legiferante con ostentazione di una quantità sempre più rilevante di sciti della penna (stilografica) e della macchina da scrivere (a testina ruotante) che in ogni pagina di foglio o rivista espongono un monito e una paternale immersa nel giulebbe di un’ironia facile e interessata. È per questo che ho concluso, per mio uso privato, essere questo il momento di controllare con attenta severità la curiosità (di ogni tipo); e che occorre anche leggere il meno possibile, cercando (con una cavillosa e insistita malizia) di far fruttare fino all’ultima goccia il poco (calcolato) che ognuno di noi decide di leggere (ancora).

O di vedere. O di ascoltare. Limitare il consumo per controllare i dettagli; per ritrovare il tempo e la voglia di farlo. Il dettaglio, che è la squisita ebbrezza della conoscenza. Così si stabilirebbe a mio parere, come un primo atto conclusivo e conseguente, la necessità di aprire bene gli occhi ma di incerarsi le orecchie. Con cera d’api. Non capitasse di imbattersi e d’essere frastornati da qualche canto sguaiato di sirena.

Quanto premesso, così in breve, schematizza anche la mia disposizione nei riguardi della politica culturale, che nelle città grandi (ma ringhiosamente anche nelle città piccole o piccolissime) si traduce in iniziative o comunque in programmazioni pletoriche, esorbitanti, snervanti, frastornanti (ma sempre, ripeto, con conseguente inevitabile slittamento – direi, per mimesi nevroticamente ripetitoria, – nei centri di periferia, che boccheggiano d’invidia e di stanchezza come pesci sull’erba). Questa politica culturale senza tante prospettive reali di ricerca ma immersa dentro alla pentola delle occasioni, sono convinto che sia la conferma della inquietudine negativa, nel senso di un vuoto di idee, che coinvolge le amministrazioni. Le quali per sopravvivere debbono restare legate al proliferare sempre più vistoso dello (o di uno) spettacolo – da addentare e masticare ogni volta più rapidamente. Senza grandi problemi di digestione. A smentirmi subito e in fretta, è vero che c’è il riscontro della massiccia partecipazione giovanile alla maggior parte di questi raduni riciclati dentro all’olio bollente della storia rivisitata o del privato; ma, sempre a mio parere, ciò accade perché anche i giovani in questo momento sono in lista d’attesa, con parecchio dramma addosso e il loro andare così vistoso e precipitoso conferma non tanto un’accettazione voluta e convinta ma piuttosto la mancanza di scelte (di scelte); la presenza di vuoti reali.

Sia pure succintamente documentata ed espressa, questa è la ragione per cui leggo «le manifestazioni spettacolari» più in funzione esclusiva di un fine che di un principio. Come esplicazione pubblica di una ovvietà (traumatica o desolata) che sta declinando, oramai e nonostante tutto, più che il tramestio di piedi in moto di partenza, il tramestio di una nuova situazione o invenzione culturale che si stia proponendo. Il nuovo dunque tende a passare un poco sulla testa di tutti: per sfiorarlo appena con la punta del naso bisogna alzarsi in punta di piedi, o avere la voglia di speculare di notte, senza troppo dormire. Invece molti hanno il bisogno, magari fisiologico, di dieci ore di sonno.

Insomma, una buona regola igienica è di non smaniare troppo per gli avvenimenti della cultura che ci tirano addosso la voglia o la necessità sociale di vedere tutto in un amen. Suggerirei invece di chiudere gli occhi per abituarsi ben bene a guardare il o nel buio. Non è detto che sia meno meraviglioso o miracoloso di un giorno pieno di lustrini e pizzi e con la banda in piazza. O di tanti quadri quadrini quadroni appesi con un filo alle pareti di lunghe gallerie e davanti ai quali siamo invitati a stupire. Perché è da pregare gli dei che ci liberino, come dagli spettacoli mastodontici in piazza, anche dai capolavori fitti come foglie alle pareti. Stasera parlerò col mio gatto. Entrambi siamo convinti che il nuovo è lì lì per arrivare ma ancora non è arrivato. Con la sua musica nuova. Come il treno di Cage.

 

 

 

La tribù: foglio dodicinale del Movimento per la fondazione del villaggio: Istituto di cultura teatrale e antropologico della comunicazione e comuna baires a Milano con l’elefante delle scimmie metropolitane, n. 47, 12 ottobre 1983.

 

 

 

 

Martedì, 19 Marzo 2013 17:21

I muri del ventuno

  

Sono le otto di sera

quando appare la prima bandiera rossa

sui muri della Fiat

 

C’è questo nuovo settembre dentro al vecchio settembre

va a picco con tutta la vita il vecchio dolore che dura

A Genova e a Milano a Torino una chiave apre il destino

 

Sono le nove di sera

quando appare una seconda bandiera rossa

sui muri della Fiat

 

La gente è sulla strada, la gente non vuole parlare.

La gente ha di brace le dita, non vuole parlare

La vecchia rabbia spacca e la giornata diventa terribile,

ordinata

 

Sono le dieci di sera

quando appare una quarta bandiera rossa

sui muri della Fiat

 

Si chiudono i cancelli e i tetti sono occupati

Gli operai hanno gli elmetti, c’è un grande silenzio in giro

Tutti sono soldati, lavorano lavorano e trattengono il respiro

 

e intanto cento bandiere

si alzano nel vento

saltano e ridono sulle ciminiere

 

Quando il sole dal giorno cade nella sera

la fabbrica è illuminata, gli operai sono al tornio;

oppure sopra i cuscini dormono dormono come bambini

 

Alla Fiat-Centro Parodi parla agli operai che ha intorno:

«la vigilanza sia armata, continuare il lavoro,

i turni si svolgano esatti,

unità, compattezza anche durante la notte»

 

A un giorno succede un altro giorno

e la gente è nella lotta

una dura lotta, una lotta che scotta

 

Questa è la situazione dovunque si guardi o si vada:

dalla Diotto a Garavini, da Moncenisio a Cantieri,

 

Sopra rotaie piegate

i giorni diventano anni;

si ricorderà la memoria

 

Non c’è ancora la vittoria, ma badate:

unità, compattezza

Si riaprono i cancelli,

tornano cauti i padroni

Si ammainano le bandiere

dai tetti, dai muri

e dalle ciminiere

 

Queste giornate di ferro

queste giornate di gloria

si sono fatte leggenda,

sono ormai nella storia

 

 

 

 

Martedì, 19 Marzo 2013 17:06

La signora di Bologna

 

Mi accarezza la mano,

legge adagio il futuro

È seduta sul vuoto

 

Con il pollice striscia

la linea della mia vita

e brucia il mio passato

 

Ha lunghe dita magre

e ha trecento mattini

da riempire di favole

 

Poi cammina leggera

mentre la nebbia gialla

cade nella pianura

 

Ma che città è mai questa?

improvvisamente so

che il ricordo non basta

 

Siamo ormai nel duemila,

è un deserto la notte

alberi in fila

 

È il sogno di un’avventura

un’avventura sognata

nel buio di questa sera

 

Mi fermo a fantasticare

il fumo come un dannato

mi lecco le ferite;

 

lei mi può cancellare

o mi può richiamare

con due sole parole

 

Cosa potrei lasciarle

se lei mi lascerà?

Restano antiche paure

 

È ferma nella piazza

vola con i piccioni

è ferita dal sole

 

Sono verdissimi gli occhi

che s’aprono in un sorriso,

li corregge con la matita

 

Poi un giorno è partita,

ha rubato il marito

alla sua migliore amica

 

Dopo mesi è tornata

il marito è distrutto

l’amica è disperata

 

Come in una storia antica

mi ha cercato e chiamato,

non sono tornato

 

Il verde che strisciava

sulla linea della mano

non è quello di prima

 

L’età dell’automobile

gettona tutti i miti

nei chioschi di benzina