Super User
Officina, Numero 4 – Dicembre 1955
La nostra storia
G. Scalia, Serra, pp. 127-136.
Testi e allegati
M. Luzi, Conversazione durante il viaggio, pp. 137-139.
G. Caproni, La piccola porta, pp. 140-142.
G. Bassani, Poesie del ’46 (Con un allegato di C. Garboli), pp. 143-147.
La cultura italiana
A. Romanò, Analisi critico-bibliografiche [III], pp. 148-157.
Prospetto delle riviste [III]: Digressione per «I gettoni», pp. 158-164.
Appendice
Una lettera 1940 di C.E. Gadda, p. 165.
Officina, Numero 3 – Settembre 1955
La nostra storia
A. Romanò, Manzoni, pp. 87-91.
Testi e allegati
A. Bertolucci, Fogli di un diario delle vacanze, pp. 92-95.
F. Fortini, Versi – Allegato: L’altezza della situazione, o perché si scrivono poesie, pp. 96-104.
La cultura italiana
Prospetto delle riviste [II]: «Galleria», «Itinerari», «Letteratura», «Il Mulino», «Nuovi argomenti», «L’Ultima», pp. 105-119.
Appendice
C.E. Gadda, Il libro delle Furie [III], pp. 120-123.
Officina, Numero 2 – Luglio 1955
La nostra storia
F. Leonetti, Leopardi, pp. 43-58.
Testi e allegati
P.P. Pasolini, I campi del Friuli, pp. 59-66.
La cultura italiana
A. Romanò, Analisi critico-bibliografiche [II], pp. 67-72.
Prospetto delle riviste di letteratura nell’ultimo decennio [I], pp. 73-79.
Appendice
C.E. Gadda, Il libro delle Furie [II], pp. 80-83.
Officina, Numero 1 – Maggio 1955
Fascicolo bimestrale di poesia
cm. 14x21.
Anno I (numeri 1-6) – Anno II (numeri 7-12).
Redattori: Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi.
Ufficio: via Rizzoli 4, Bologna.
Amministrazione: Libreria Palmaverde, Bologna.
Responsabile: Otello Masetti.
Arti Grafiche Calderini s.r.l., Bologna.
*****
La nostra storia
P.P. Pasolini, Pascoli, pp. 1-8.
Testi e allegati
R. Roversi, Il margine bianco della città, pp. 9-16.
F. Leonetti, La nuda primavera, pp. 17-23.
La cultura italiana
A. Romanò, Analisi critico-bibliografiche [I], pp. 24-28.
G. Scalia, Un paradigma: l’attualità di De Sanctis, pp. 28-32.
F.L., Due versi sulle viole, pp. 32-35.
Appendice
C.E. Gadda, Il libro delle Furie [I], pp. 36-40.
Statale adriatica, chilometro 220
Al chilometro 220 ci aspettano ombre ombre e mille sentimenti,
l’asfalto della strada è una sabbia di conchiglie rare
ma non c’è al mondo posto più bello per fare l’amore
di quella trattoria dove allevano le quaglie vicino al mare
Al chilometro 220 la tabella di marcia è mantenuta,
c’è il tempo per la barba ma lo specchio si rompe in cento pezzi,
nel silenzio le orecchie fischiano dentro a un tempo sereno,
molti uomini con pazienza aspettano il passaggio di un treno
Al chilometro 220 si incrociano le strade del mondo
Stesa sull’erba c’è una ragazza bionda che conosco
dieci giovani merli le calano sul ventre di foglie
manderà scintille come la paglia in un giorno d’agosto
Al chilometro 220 finalmente qualcuno è vicino
Io ho moglie e figli (dice), non posso mai riposare
non riposo nemmeno la domenica di natale
anche a pasqua e al principio d’estate devo sempre andare
Al chilometro 220 ci avviciniamo al nostro appuntamento
Fermo la cisterna, con un fischio chiamo l’amico
dicono che l’amico l’altra notte è partito
non scendo, metto in moto e non mi volto indietro
Al chilometro 220 l’impatto è terribile come un colpo di vento
È uno scarabeo la macchina rovesciata nel fosso
brucia e sembra un tronco, un tronco arroventato,
corre corre la gente a guardare, il cielo rosso
Poi la vita torna a sorridere, la vita non può aspettare;
altri uomini arrivano e si guardano intorno
Un TIR con quintali di «bionde» dentro al rimorchio
suona, chiede strada, dentro una galleria scompare
Rodeo
L’asfalto si snoda in turniché,
in curve defilate
Le città piccole o grandi si spengono come candele
Esce un odore lungo di caffè
dalle finestre spalancate
L’ultimo raggio di sole dorme sul tuo ginocchio
Poi la strada si riempie di gente
agli incroci o nei viali fanno un blocco
fanno blocchi stradali,
c’è fumo nell’aria e intorno non si vede più niente
Ruote di gomma, cataste, altoparlanti che gridano,
donne e ragazzi allineati
allungano un foglio attraverso i vetri abbassati,
parlano di fabbriche
dicono di cinque fabbriche occupate
Il paesaggio qua è ormai cambiato
I camion sono fermi contro i muri
È scomparso il mare, il vento sembra un vento invernale
batte e ribatte contro le serrande chiuse
Un giuoco
il giuoco sembra arrivato al rush finale
Questi uomini e le donne
dicono dieci parole,
sono parole dure come un sasso,
non è carbone acceso da spegnere sotto il tacco
Dentro quest’anno
per la prima volta
avremo una recessione globale;
dicono che tutto cambia
e gli uomini lo sanno
nel mondo industriale
Dicono che non sarà sempre così
Anche se questi tempi sono duri
indietro
indietro
indietro non ci lasciamo buttare
Dicono dieci parole o di parole
ne raccontano cento
mentre riprendiamo questo viaggio
La macchina corre via sopra un viadotto
Corriamo come un aliante
che striscia leggero le grandi ali sul prato
e vediamo là sotto
bianco nudo e solo un uomo
che agita un violino rotto
e con un’ombra si sta battendo a duello
Il silenzio intorno
è un silenzio strano
un silenzio duro
un silenzio bello
L’asfalto si snoda in turniché,
in curve defilate
Le città piccole o grandi si spengono come candele
Esce un odore lungo di caffè
dalle finestre spalancate
L’ultimo raggio di sole dorme sul tuo ginocchio
Poi la strada si riempie di gente
agli incroci o nei viali fanno un blocco
fanno blocchi stradali,
c’è fumo nell’aria e intorno non si vede più niente
Ruote di gomma, cataste, altoparlanti che gridano,
donne e ragazzi allineati
allungano un foglio attraverso i vetri abbassati,
parlano di fabbriche
dicono di cinque fabbriche occupate
Il paesaggio qua è ormai cambiato
I camion sono fermi contro i muri
È scomparso il mare, il vento sembra un vento invernale
batte e ribatte contro le serrande chiuse
Un giuoco
il giuoco sembra arrivato al rush finale
Questi uomini e le donne
dicono dieci parole,
sono parole dure come un sasso,
non è carbone acceso da spegnere sotto il tacco
Dentro quest’anno
per la prima volta
avremo una recessione globale;
dicono che tutto cambia
e gli uomini lo sanno
nel mondo industriale
Dicono che non sarà sempre così
Anche se questi tempi sono duri
indietro
indietro
indietro non ci lasciamo buttare
Dicono dieci parole o di parole
ne raccontano cento
mentre riprendiamo questo viaggio
La macchina corre via sopra un viadotto
Corriamo come un aliante
che striscia leggero le grandi ali sul prato
e vediamo là sotto
bianco nudo e solo un uomo
che agita un violino rotto
e con un’ombra si sta battendo a duello
Il silenzio intorno
è un silenzio strano
un silenzio duro
un silenzio bello
Assemblaggio
Pollock è stato il primo pittore
a strizzare con le mani
un tubetto di colore
sulla tela distesa
Così ha dipinto il mondo
Soprattutto nei giorni di festa
mi piacerebbe essere ricco
mentre faccio funzionare il disco
che mi hai regalato
e che mi picchia in testa
ABBASSO GARIBALDI
ABBASSO
ABBASSO
ABBASSO GARIBALDI
L’amore non è cosa da poco
L’amore non è un giuoco
Il nostro amore poi
è fango e fuoco
Per questo vorrei chiamarti
per ringraziarti
ma il telefono è occupato
il telefono è tagliato
il telefono è ingorgato
non possiamo comunicare
Mi sento molto solo
In qualche momento
mi piglia la voglia di crepare
Ascolto il disco e ripeto le parole
mi toccano la pelle
mi fanno molto male
come la punta di un pugnale
Io sono scosso
Eppure la vita non può
rifugiarsi in una botte
o fermarsi con le scarpe rotte
nella polvere
ABBASSO GARIBALDI
ABBASSO
ABBASSO
ABBASSO GARIBALDI
Pollock è stato il primo pittore
che ha strizzato
un tubetto di colore
sopra una tela distesa
Oggi sono lontano
La mia ragazza invece
è buona, è intelligente, è molto bella
purtroppo non sa piangere;
alle volte ci prova
e stringe una cipolla nella mano
La mia incertezza non è più assoluta
Lo so anch’io che questi sono anni
tutti da ricordare;
lo so che non c’è un giorno
un solo giorno che si può buttare
Una politica culturale senza prospettive
Non posso, perché non so, suggerire o tracciare indicazioni generali ma posso bofonchiare qualche onesta opinione motivandola con la curiosità che ho e che non si spegne per il passo del mondo. Questo passo, questo movimento me lo sento camminare come un ragno lungo il filo della schiena, e basta che apra gli occhi al mattino per sentirmelo non già graffiare ma sforzarsi in salita, per arrivarmi alla testa, tanto che provo tutt’ora sempre qualche brivido. E così. Se questo è male, pazienza; e se sbaglio mi scuso; ma comunque non avendo obblighi con alcuno credo di essere libero di esternare un parere se questa sede amica me lo chiede perché lo vuole buttare nel mucchio.
Il tempo (intendo: il nostro tempo) è proprio denso e furibondo ma ripeto lo sento in movimento, impaziente di cantare. E tutto incrostato e insozzato anche di sangue, eppure fermenta con una vitalità e una novità di sostanza che lasciano spesso senza fiato e costringono a guardare osservare considerare riflettere. Per questo dico che chi vive oggi ha motivi continui per essere offeso ma anche per essere sorpreso e ammirato (o, spesso, anche indignato). Ma fra sdegno sorpresa ammirazione (ci aggiungerei, come quarto ingrediente, il dubbio) per me sono piuttosto motivato dalla sorpresa e dallo sdegno (due frammenti equilibrati e opposti della mia attenzione sul mondo). Aggiungo anche che il mio sdegno privato ed esistenziale appartiene, anzi si riferisce, per lo più a tutto ciò che è tornato ad essere ufficiale, ridondante e molto spesso anche turpe: e suona come le ruote del carretto della morte, accompagnato dal borbottio sciammanato e legiferante con ostentazione di una quantità sempre più rilevante di sciti della penna (stilografica) e della macchina da scrivere (a testina ruotante) che in ogni pagina di foglio o rivista espongono un monito e una paternale immersa nel giulebbe di un’ironia facile e interessata. È per questo che ho concluso, per mio uso privato, essere questo il momento di controllare con attenta severità la curiosità (di ogni tipo); e che occorre anche leggere il meno possibile, cercando (con una cavillosa e insistita malizia) di far fruttare fino all’ultima goccia il poco (calcolato) che ognuno di noi decide di leggere (ancora).
O di vedere. O di ascoltare. Limitare il consumo per controllare i dettagli; per ritrovare il tempo e la voglia di farlo. Il dettaglio, che è la squisita ebbrezza della conoscenza. Così si stabilirebbe a mio parere, come un primo atto conclusivo e conseguente, la necessità di aprire bene gli occhi ma di incerarsi le orecchie. Con cera d’api. Non capitasse di imbattersi e d’essere frastornati da qualche canto sguaiato di sirena.
Quanto premesso, così in breve, schematizza anche la mia disposizione nei riguardi della politica culturale, che nelle città grandi (ma ringhiosamente anche nelle città piccole o piccolissime) si traduce in iniziative o comunque in programmazioni pletoriche, esorbitanti, snervanti, frastornanti (ma sempre, ripeto, con conseguente inevitabile slittamento – direi, per mimesi nevroticamente ripetitoria, – nei centri di periferia, che boccheggiano d’invidia e di stanchezza come pesci sull’erba). Questa politica culturale senza tante prospettive reali di ricerca ma immersa dentro alla pentola delle occasioni, sono convinto che sia la conferma della inquietudine negativa, nel senso di un vuoto di idee, che coinvolge le amministrazioni. Le quali per sopravvivere debbono restare legate al proliferare sempre più vistoso dello (o di uno) spettacolo – da addentare e masticare ogni volta più rapidamente. Senza grandi problemi di digestione. A smentirmi subito e in fretta, è vero che c’è il riscontro della massiccia partecipazione giovanile alla maggior parte di questi raduni riciclati dentro all’olio bollente della storia rivisitata o del privato; ma, sempre a mio parere, ciò accade perché anche i giovani in questo momento sono in lista d’attesa, con parecchio dramma addosso e il loro andare così vistoso e precipitoso conferma non tanto un’accettazione voluta e convinta ma piuttosto la mancanza di scelte (di scelte); la presenza di vuoti reali.
Sia pure succintamente documentata ed espressa, questa è la ragione per cui leggo «le manifestazioni spettacolari» più in funzione esclusiva di un fine che di un principio. Come esplicazione pubblica di una ovvietà (traumatica o desolata) che sta declinando, oramai e nonostante tutto, più che il tramestio di piedi in moto di partenza, il tramestio di una nuova situazione o invenzione culturale che si stia proponendo. Il nuovo dunque tende a passare un poco sulla testa di tutti: per sfiorarlo appena con la punta del naso bisogna alzarsi in punta di piedi, o avere la voglia di speculare di notte, senza troppo dormire. Invece molti hanno il bisogno, magari fisiologico, di dieci ore di sonno.
Insomma, una buona regola igienica è di non smaniare troppo per gli avvenimenti della cultura che ci tirano addosso la voglia o la necessità sociale di vedere tutto in un amen. Suggerirei invece di chiudere gli occhi per abituarsi ben bene a guardare il o nel buio. Non è detto che sia meno meraviglioso o miracoloso di un giorno pieno di lustrini e pizzi e con la banda in piazza. O di tanti quadri quadrini quadroni appesi con un filo alle pareti di lunghe gallerie e davanti ai quali siamo invitati a stupire. Perché è da pregare gli dei che ci liberino, come dagli spettacoli mastodontici in piazza, anche dai capolavori fitti come foglie alle pareti. Stasera parlerò col mio gatto. Entrambi siamo convinti che il nuovo è lì lì per arrivare ma ancora non è arrivato. Con la sua musica nuova. Come il treno di Cage.
La tribù: foglio dodicinale del Movimento per la fondazione del villaggio: Istituto di cultura teatrale e antropologico della comunicazione e comuna baires a Milano con l’elefante delle scimmie metropolitane, n. 47, 12 ottobre 1983.
I muri del ventuno
Sono le otto di sera
quando appare la prima bandiera rossa
sui muri della Fiat
C’è questo nuovo settembre dentro al vecchio settembre
va a picco con tutta la vita il vecchio dolore che dura
A Genova e a Milano a Torino una chiave apre il destino
Sono le nove di sera
quando appare una seconda bandiera rossa
sui muri della Fiat
La gente è sulla strada, la gente non vuole parlare.
La gente ha di brace le dita, non vuole parlare
La vecchia rabbia spacca e la giornata diventa terribile,
ordinata
Sono le dieci di sera
quando appare una quarta bandiera rossa
sui muri della Fiat
Si chiudono i cancelli e i tetti sono occupati
Gli operai hanno gli elmetti, c’è un grande silenzio in giro
Tutti sono soldati, lavorano lavorano e trattengono il respiro
e intanto cento bandiere
si alzano nel vento
saltano e ridono sulle ciminiere
Quando il sole dal giorno cade nella sera
la fabbrica è illuminata, gli operai sono al tornio;
oppure sopra i cuscini dormono dormono come bambini
Alla Fiat-Centro Parodi parla agli operai che ha intorno:
«la vigilanza sia armata, continuare il lavoro,
i turni si svolgano esatti,
unità, compattezza anche durante la notte»
A un giorno succede un altro giorno
e la gente è nella lotta
una dura lotta, una lotta che scotta
Questa è la situazione dovunque si guardi o si vada:
dalla Diotto a Garavini, da Moncenisio a Cantieri,
Sopra rotaie piegate
i giorni diventano anni;
si ricorderà la memoria
Non c’è ancora la vittoria, ma badate:
unità, compattezza
Si riaprono i cancelli,
tornano cauti i padroni
Si ammainano le bandiere
dai tetti, dai muri
e dalle ciminiere
Queste giornate di ferro
queste giornate di gloria
si sono fatte leggenda,
sono ormai nella storia
La signora di Bologna
Mi accarezza la mano,
legge adagio il futuro
È seduta sul vuoto
Con il pollice striscia
la linea della mia vita
e brucia il mio passato
Ha lunghe dita magre
e ha trecento mattini
da riempire di favole
Poi cammina leggera
mentre la nebbia gialla
cade nella pianura
Ma che città è mai questa?
improvvisamente so
che il ricordo non basta
Siamo ormai nel duemila,
è un deserto la notte
alberi in fila
È il sogno di un’avventura
un’avventura sognata
nel buio di questa sera
Mi fermo a fantasticare
il fumo come un dannato
mi lecco le ferite;
lei mi può cancellare
o mi può richiamare
con due sole parole
Cosa potrei lasciarle
se lei mi lascerà?
Restano antiche paure
È ferma nella piazza
vola con i piccioni
è ferita dal sole
Sono verdissimi gli occhi
che s’aprono in un sorriso,
li corregge con la matita
Poi un giorno è partita,
ha rubato il marito
alla sua migliore amica
Dopo mesi è tornata
il marito è distrutto
l’amica è disperata
Come in una storia antica
mi ha cercato e chiamato,
non sono tornato
Il verde che strisciava
sulla linea della mano
non è quello di prima
L’età dell’automobile
gettona tutti i miti
nei chioschi di benzina


