Una politica culturale senza prospettive

Non posso, perché non so, suggerire o tracciare indicazioni generali ma posso bofonchiare qualche onesta opinione motivandola con la curiosità che ho e che non si spegne per il passo del mondo. Questo passo, questo movimento me lo sento camminare come un ragno lungo il filo della schiena, e basta che apra gli occhi al mattino per sentirmelo non già graffiare ma sforzarsi in salita, per arrivarmi alla testa, tanto che provo tutt’ora sempre qualche brivido. E così. Se questo è male, pazienza; e se sbaglio mi scuso; ma comunque non avendo obblighi con alcuno credo di essere libero di esternare un parere se questa sede amica me lo chiede perché lo vuole buttare nel mucchio.

Il tempo (intendo: il nostro tempo) è proprio denso e furibondo ma ripeto lo sento in movimento, impaziente di cantare. E tutto incrostato e insozzato anche di sangue, eppure fermenta con una vitalità e una novità di sostanza che lasciano spesso senza fiato e costringono a guardare osservare considerare riflettere. Per questo dico che chi vive oggi ha motivi continui per essere offeso ma anche per essere sorpreso e ammirato (o, spesso, anche indignato). Ma fra sdegno sorpresa ammirazione (ci aggiungerei, come quarto ingrediente, il dubbio) per me sono piuttosto motivato dalla sorpresa e dallo sdegno (due frammenti equilibrati e opposti della mia attenzione sul mondo). Aggiungo anche che il mio sdegno privato ed esistenziale appartiene, anzi si riferisce, per lo più a tutto ciò che è tornato ad essere ufficiale, ridondante e molto spesso anche turpe: e suona come le ruote del carretto della morte, accompagnato dal borbottio sciammanato e legiferante con ostentazione di una quantità sempre più rilevante di sciti della penna (stilografica) e della macchina da scrivere (a testina ruotante) che in ogni pagina di foglio o rivista espongono un monito e una paternale immersa nel giulebbe di un’ironia facile e interessata. È per questo che ho concluso, per mio uso privato, essere questo il momento di controllare con attenta severità la curiosità (di ogni tipo); e che occorre anche leggere il meno possibile, cercando (con una cavillosa e insistita malizia) di far fruttare fino all’ultima goccia il poco (calcolato) che ognuno di noi decide di leggere (ancora).

O di vedere. O di ascoltare. Limitare il consumo per controllare i dettagli; per ritrovare il tempo e la voglia di farlo. Il dettaglio, che è la squisita ebbrezza della conoscenza. Così si stabilirebbe a mio parere, come un primo atto conclusivo e conseguente, la necessità di aprire bene gli occhi ma di incerarsi le orecchie. Con cera d’api. Non capitasse di imbattersi e d’essere frastornati da qualche canto sguaiato di sirena.

Quanto premesso, così in breve, schematizza anche la mia disposizione nei riguardi della politica culturale, che nelle città grandi (ma ringhiosamente anche nelle città piccole o piccolissime) si traduce in iniziative o comunque in programmazioni pletoriche, esorbitanti, snervanti, frastornanti (ma sempre, ripeto, con conseguente inevitabile slittamento – direi, per mimesi nevroticamente ripetitoria, – nei centri di periferia, che boccheggiano d’invidia e di stanchezza come pesci sull’erba). Questa politica culturale senza tante prospettive reali di ricerca ma immersa dentro alla pentola delle occasioni, sono convinto che sia la conferma della inquietudine negativa, nel senso di un vuoto di idee, che coinvolge le amministrazioni. Le quali per sopravvivere debbono restare legate al proliferare sempre più vistoso dello (o di uno) spettacolo – da addentare e masticare ogni volta più rapidamente. Senza grandi problemi di digestione. A smentirmi subito e in fretta, è vero che c’è il riscontro della massiccia partecipazione giovanile alla maggior parte di questi raduni riciclati dentro all’olio bollente della storia rivisitata o del privato; ma, sempre a mio parere, ciò accade perché anche i giovani in questo momento sono in lista d’attesa, con parecchio dramma addosso e il loro andare così vistoso e precipitoso conferma non tanto un’accettazione voluta e convinta ma piuttosto la mancanza di scelte (di scelte); la presenza di vuoti reali.

Sia pure succintamente documentata ed espressa, questa è la ragione per cui leggo «le manifestazioni spettacolari» più in funzione esclusiva di un fine che di un principio. Come esplicazione pubblica di una ovvietà (traumatica o desolata) che sta declinando, oramai e nonostante tutto, più che il tramestio di piedi in moto di partenza, il tramestio di una nuova situazione o invenzione culturale che si stia proponendo. Il nuovo dunque tende a passare un poco sulla testa di tutti: per sfiorarlo appena con la punta del naso bisogna alzarsi in punta di piedi, o avere la voglia di speculare di notte, senza troppo dormire. Invece molti hanno il bisogno, magari fisiologico, di dieci ore di sonno.

Insomma, una buona regola igienica è di non smaniare troppo per gli avvenimenti della cultura che ci tirano addosso la voglia o la necessità sociale di vedere tutto in un amen. Suggerirei invece di chiudere gli occhi per abituarsi ben bene a guardare il o nel buio. Non è detto che sia meno meraviglioso o miracoloso di un giorno pieno di lustrini e pizzi e con la banda in piazza. O di tanti quadri quadrini quadroni appesi con un filo alle pareti di lunghe gallerie e davanti ai quali siamo invitati a stupire. Perché è da pregare gli dei che ci liberino, come dagli spettacoli mastodontici in piazza, anche dai capolavori fitti come foglie alle pareti. Stasera parlerò col mio gatto. Entrambi siamo convinti che il nuovo è lì lì per arrivare ma ancora non è arrivato. Con la sua musica nuova. Come il treno di Cage.

 

 

 

La tribù: foglio dodicinale del Movimento per la fondazione del villaggio: Istituto di cultura teatrale e antropologico della comunicazione e comuna baires a Milano con l’elefante delle scimmie metropolitane, n. 47, 12 ottobre 1983.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: La tribù: foglio dodicinale del Movimento per la fondazione del villaggio
  • Anno di pubblicazione: n. 47, 12 ottobre 1983
Letto 3116 volte Ultima modifica il Mercoledì, 20 Marzo 2013 11:11