Il quinto giorno di Bologna, il più discusso della quattrogiorni
1) Le giornate di Bologna hanno avuto, con ieri, una prima conclusione (La seconda è certo più importante, seguirà poi, se non si lascerà cadere neanche una briciola dei proponimenti ripetuti fino all’esasperazione. Ma per il momento soltanto a voce). E quella di ieri sera, in un certo senso, la giornata più drammatica per le emozioni dei sentimenti che raccoglieva ma anche la giornata che poteva ingrovigliarsi dentro ai fili degli attacchi retorici. È cominciata con il ronzare degli elicotteri, che sempre promettono qualcosa di importante – o fuori dalla norma. Poi le radio locali hanno cominciato a collegarsi con piazza Maggiore e a dar notizia sul corteo che, silenzioso, avrebbe dovuto arrivare davanti alla stazione nell’ora esatta in cui il massacro era stato compiuto. Ero alla stazione quando sono arrivati gli stendardi di tanti comuni italiani e la gente, fianco a fianco era molto motivata sentimentalmente; ma percepivo che non era uno di quei duri cortei politici che parlano lasciando allibiti anche dentro al silenzio. Direi invece, con tenerezza e partecipazione, che lacrimava, disarmato nella sua speranza di autentica giustizia. Era grandioso, in qualche modo, e terribile.
In questa Italia, massacrata dalle infamie ufficiali come mai nella sua storia. Piangeva e gridava dentro di sé, ma senza troppa speranza (anche se voleva averla e la cercava). Senza speranza nella giustizia, in una società che è anche giustizia. E quindi anche senza verità e senza autentica libertà. Queste sensazioni grezze ma autentiche sono state raccolte nelle parole fredde come il ghiaccio pronunciate dal padre di un giovanissimo morto, in cui si denunciava questa scelta pubblica e istituzionale di parlare parlare parlare e di non fare non fare non fare. Il caldo era forte ma la gente restava e aspettava. La gente aveva pazienza. La gente sa ancora ciò che vuole; oggi le manca la forza politica di fare. Non si può più accettare di ascoltare le parole.
2) Alla sera grande concerto in piazza, ad alto livello artistico, con Beethoven. La musica, si sa, è musica; e spesso salva capra e cavoli. Era straordinaria comunque piazza Maggiore, illuminata a giorno per ragioni televisive. Esplodeva in una magnificenza viva, in una vitalità che avevamo dimenticata. Questa piazza nel cuore della città, da anni era ormai quando calava la sera un tetro cupo fiume di droga per giovani infelici e abbandonati; un Lete senza speranza; un’autentica foglia; e si era trasformata in un luogo dove si poteva vivere, dove si viveva, dove si voleva vivere. La constatazione mi porta a concludere: anche questo è un dato a favore delle cose fatte; soltanto se, passata la festa delle idee e della memoria, non torneranno a spegnersi le luci, chiudendo porte e finestre e ributtando la città in braccio al suo sonno affannato. Perché non è uno spettacolo, anche di soli suoni, che fa di una piazza una pietra viva; infatti nei mesi scorsi ci hanno suonacchiato e sballacchiato senza ottenere esiti particolari fuori dal momento perché alla fine si spegnevano le luci e tutti erano servizi. Adesso direi che la piazza, cavata dal buio in cui era lasciata per rassegnazione, deve tornare ad essere popolata in ogni senso; un atto di partecipazione continuata.
3) Ma si potrebbe parlare a lungo indugiando sulle cose fatte, sulle parole dette, su ciò che è accaduto. Torno a ripetere, per me questi giorni a Bologna ci volevano e come; questo schiaffo a faccia piena di vitalità politica dentro tante contraddizioni, che i giovani hanno portato, era necessario, era urgente e noi lo aspettavamo. Non è stato un oceano? Ci basta un fiume, se porta acqua. Non si sono conclusi pensieri d’oro dentro stazioni d’oro? Ho scritto ieri che basta anche un po’ di ferro, se dà suolo buono e straccia la carta. Per fortuna abbiamo ascoltato poche parole ufficiali. Si lasciava che la gente si cercasse, si parlasse. C’è stato quindi questo squittinio agro-dolce, questo peccare con una dolcissima furia e con una rabbia attiva che usciva fuori dalla rassegnazione; queste esplosioni (o questo ritorno) di partecipazione diretta. Conclusioni, le presenti, che si raccolgono se abbiamo la pazienza di andare dentro le cose. Non riceviamo più nulla continuando la balorda zuffa sugli specchi.
4) Concludo ripetendo che, secondo me, niente avrà avuto senso se adesso ci si limiterà a smantellare i tralicci dei palchi senza insistere in diretta a lavorare su problemi. Perché gli agnelli della stazione non riceveranno certo giustizia dalla giustizia ma solo dalla nostra libertà. E noi dobbiamo essere liberi per essere giusti. Per loro. Il resto è vento.
il manifesto, 4 agosto 1981.
Gliommeri (I vecchi e le auto fuori serie)
I. DICE: io c’ero
quando Garibaldi trapassò le alpi
come Napoleone
cavalcando un animale ammaestrato:
era un leone
e aveva per amici
un topo e un cannone.
Il topo parlava cinque lingue
(anche il latino)
il cannone era claudicante
e si fermò a Torino.
II. DICE:
oggi fra le braccia di Bologna
c’è solo il vento
o dall’altra parte della sorte
lacrime e sangue, non ancora morte.
Era rude e forte un tempo non
rassegnata
oggi è più arida che bella
è mascherata ma
voglio sperare
dato che i viali di sera non sono il suo destino
che non si lasci soltanto imbellettare.
Bologna, guizzante serpe di campagna
alzati parla torna a primeggiare.
III. DICE: vedi
i vecchi sono vecchi e
non finiscono mai d’invecchiare
d’inveire supponenti e brontolare
ma hanno il destino di dimenticare
perfino il nome della moglie
o in ottobre il colore delle foglie.
I giovani hanno il mondo stretto in mano
e il treno della vita
li porta per prati e mari vicino e lontano.
I vecchi grattano l’aria russando nel sonno con inerte furore
sotto rinfuriare dei giorni
i giovani hanno l’ebbrezza d’amore.
IV. DICE:
No! Io sono vecchio
claudicante come un passero ferito
ma non mi sono mai quietato.
Come un orso nel bosco
aspetto l’inverno per dormire e una sera
per risvegliarmi a primavera
lottare col lupo o il cacciatore nascosto tra le foglie
e a navigare adagio sulla neve che si scioglie.
V. DICE:
Anche i cavalli mangiano le mele.
L’anello con il segno verde del sole.
Il variopinto mondo delle merci.
Stamattina mi sono svegliato
con un cielo scuro un cielo molto scuro molto basso
volevo scagliare un sasso contro il cielo.
Stamattina mi sono svegliato presto e male
c’è poco da scherzare
non era più domenica.
Mi sono svegliato che la città d’acchito
era perduta. Mi son succhiato un dito.
L’ho ritrovata.
La città è calda e buona bella quando
ronfa vicino al fuoco
come un gatto.
Basta un gesto d’amore e si risveglia subito, per poco.
VI. DICE:
Possiamo essere felici oggi
che è un giorno di sole.
Raccogliamo le briciole del mondo
chiniamo la testa sull’acqua
e la beviamo.
Oh! benefica luce e vento ardito
vi addito alle api laboriose
che indugiano sui fiori
bevendo il tenero consenso del destino.
VII. Nuova Ford galaxy
benvenuta a bordo
airbag lato guida, passeggero e laterali
cambio sequenziale
multimedia system
salite a bordo
allacciate le cinture
la città è piena di luci
anche di notte c’è il sole
la città meravigliosa vi aspetta.
VIII. Modello esclusivo giulivo
sul viso rallentando
nuovissimo prodotto
conforto di occhi e labbra
gazzelle sulla sabbia.
La ricerca Korff la lancia
come prodotto che splende
per levigare la pelle
e invecchiare cantando
volo sull’auto nuova
come su un aeroplano.
Precipito in un fosso
mi rompo per fortuna
solo un osso, solo un osso.
IX. DICE:
la passione ci guida
Fiat Doblò
ma non so
se potremo mai arrivare
alla succursale.
O se è più dolce il sole del mare
o la pace per te che vince la guerra.
C’è un bastone in terra.
Ti guiderò fino all’inverno.
Amore eterno.
Ho raccolto il bastone.
X. DICE: Limpidi rivi
e divaganti umori
fiori fioriti ed esaltanti odori
attese di eventi
e speranze mai deluse.
Limpidi orrori
e divaganti errori
che si propongono vestiti
di malizia e di sonno.
Ma per gli anni a venire
occorrerà cortesia
destinati a una rovente estinzione.
Palla di fuoco.
Immemori degli avi.
Limpidi rivi degni d’onore
fra frasche che ridono
turbandosi
nel silenzio dei boschi
lì dove si annidano sfuggendo
a una dannata sorte
che non conoscono il canto del sole.
XI. DICE: trenta volte sono caduto
trenta volte sono tornato in vita
nel corso della mia vita il mio fiato era corto
ma la mia vita era lunga
io aspettavo sempre il giorno
giorno del mio ritorno.
Trenta volte sono caduto
trenta volte mi sono rialzato
trenta mi sono perduto
trenta volte impolverato
trenta sono approdato
altrettanto sono tornato
aprendo l’uscio mentre spuntava il giorno.
Che meraviglia! Che malinconia!
Questa è una sera da venti parole
questa è una sera di lunghi silenzi
e di nuvole rosa.
Questa è una sera che anche il mare
vuole cantare.
XII. DICE: lo grido forte
questa è una ballata sulla morte.
La morte è una puttana
che alza la sottana ogni momento
sia sole pioggia o vento.
Baldracca maledetta!
Altro non voglio dire.
In fretta
la voglio solo maledire:
possa anche lei morire.
XIII. 25 aprile 1945
uno prendeva il fucile
saliva sulla montagna
la montagna era lì che aspettava
e non aveva pietà
un altro prendeva il fucile
andava per la pianura
anche la pianura aspettava
e non aveva pietà
nelle città era fuoco
terribile rosso il tramonto
il fuoco bruciava le case
e non aveva pietà
giovani cadevano morti
fra l’erba senza colore
pendevano morti dai rami
spezzati come poveri cani
i mesi gli anni passavano
i giovani non davano tregua
un mitra stretto nel pugno
pianura montagna città
poi è arrivato un aprile
sangue di sole e di rose
come un vulcano che esplode
ha gridato la libertà.
ilfilorosso, anno XXV, n. 50, gennaio-giugno 2011.
Invettive contro il tarlo
9.
ti notifico, libro della mafia libro della malora,
che non credo a nessuna tua parola
neanche nell’indice finale
compresso dalla legatura di porco, di cinghiale.
Sfoglio le pagine rapido, mi inoltro
nel folto del tuo bosco e ahi! m’imbatto
nell’ombra che s’interra dentro al foglio
scoglio dove tu banchetti e inviti.
Viene la sera e consuma fra gridi
leggeri la candela, la pagina ferita
nel silenzio del salone si lamenta
10.
così era e così è. Tu corri
per sottrarti ma io ti inseguo
perseguo la tua traccia
sollevo i veli al tuo fantasma bianco
non ti do tregua requie pace sonno
è inutile che fingi indifferenza
impallidisci risecchisci stendi
una cortina di nebbia sulla strada
che cala fra le pagine
tarlo avaro assassino
lo sai alla fine la mia mano
afferra il regolo lo cala per colpire
e ti scaglia lontano
dal tomo del Balestrieri che mi è caro
11.
nei libri antichi è scritta la saggezza,
parola di Brecht.
Ma dalle severe biblioteche non esce
solo il sapere lucido di sole;
non esce solo con le piume
dell’esile gabbiano
la poesia claudicante per l’attesa
e prossima a cantare;
esce anche la fame del tarlo
che insinuato rode
con occhi di delirio;
escono grida e voci di una storia
che racconta come
troppe volte i sapienti
servono i potenti sorridendo.
Dalle biblioteche dice Brecht
escono i massacratori.
Io aggiungo: anche i massacrati.
Ma i loro nomi il tarlo
in un’ora appena li ha divorati
Queste tre invettive, con delle piccole varianti, confluiranno più tardi nel volume Libri e contro il tarlo inimico, Pendragon (200 copie numerate fuori distribuzione), 2013.
Diario di una vittoria scritto da uno sconfitto
I. Soldati e mendicanti fra i ruderi.
Avendo perduto il dono della poesia
i mendicanti e i soldati ci chiedono perché
scriviamo tutti le stesse inutili parole.
Sotto quel vuoto un uomo il
viso di un uomo marcato negli occhi
dal tempo e dal fumo e dal fuoco
di una battaglia
lucidamente perso in una memoria estrema
sopra la terra siede e aspetta.
Fra l’erba sul prato gli anni camminano.
Il tempo passa, ti accorgi di non
avere
più nemici.
È terribile, uomo.
Il castello con le porte spalancate –
più niente da espugnare –
solo sedere a tavola e banchettare.
I cani magri.
I mendicanti si chinano.
I soldati seduti sulle casse.
Le armi appese.
Il dio del viaggio e dell’
annuncio è lontano…
II. Ho camminato per dieci anni
dentro all’uliveto
percuotendo il tamburo.
Uscivano i sassi dalla terra
mi seguivano come cani
mi guardavano e tacevano.
Silenzi sotto il vento della sera così breve.
Cadevano guazze improvvise –
la matita non scriveva.
Dov’era la mia strada, amici,
dove l’ombra del mio cuore?
La città emiliana è antica come le viscere della terra.
Non rimpiango
niente – aspetto tutto.
Se stringo la vita in pugno
è polvere
ma se ascolto parole parole
diventano oro nella sabbia.
Così ho ricominciato a scavare.
Ah, la città emiliana antica come le viscere della terra.
Irta di ponti, di torri.
Con ciminiere dipinte di bianco
gru su cui si inerpicano e
camminano camminano e cantano
i vecchi operai meridionali che
hanno ancora la speranza di qualcosa.
Questo mondo è pieno di fulmini.
Chi parte, qualche volta ritorna.
Chi parte, qualche volta scompare.
Ci salva l’immaginazione
se non perdiamo la traccia del nemico.
ilfilorosso, anno V, n. 8, gennaio-giugno 1990.
Due testi
La nostra vita di un anno
1. Fiorisce l’elleboro? Cantano pochi
uccelli fra cui lo scricciolo. Le
api in semiletargo fanno larghi voli di purificazione
e soleggiamento.
2. Cantano fringuelli, Capinera, Merlo, Pettirosso.
Tra gli alberi fioriscono il nocciolo, il
corniolo, tasso e poi l’ontano. Fioriscono favagello, lau-
rotino,
pié di gallo. Le api iniziano la covata.
3. Compaiono i fusti fertili dell’equiseto.
Fioriscono primula, viola, anemone dei boschi, erba tri-
nità,
farfaro, dente di cane, alloro, pungitopo, tamaro.
Se la stagione è favorevole escono i primi sciami delle
api.
4. Cadono le corna dei daini, il ghiro si risveglia dal letargo.
Orione e Sirio si vanno abbassando verso est.
5. Sciamatura naturale delle api e inizio del grande raccolto.
Fioriscono egopodio, aro, rosolaccio,
sambuco, pervinca, coronilla,
madreselva pelosa, maggiociondolo,
sanguinella, agrifoglio.
6. Partoriscono le femmine del daino.
I ghiri si corteggiano e si accoppiano.
Cessa il canto del torcicollo, maturano
le ciliege e i fichi fioroni,
compaiono i fusti sterili dell’equiseto,
fioriscono malva, ginestra, millefoglie, verbena,
alliaria, vilucchio, orobanche e poi il tiglio.
7. Gli uccelli tacciono, impegnati nella muta del piumaggio.
Di sera scintillano le lucciole; di giorno sui salici è
possibile vedere
l’aromia muschiata.
Le api finiscono il grande raccolto e eliminano i fuchi.
8. Friniscono le cicale.
Gli apicultori controllano le famiglie, eliminano i favi
vuoti,
sostituiscono le regine, tolgono i melari.
Partono i rondoni verso sud.
Fioriscono ibisco e ortica, maturano le mandorle.
9. Partono i cuculi e l’averla, comincia il passo autunnale.
Il daino muta pelliccia,
le api si preparano all’inverno.
Cominciano ad arrossarsi
le foglie della vite vergine sui muri.
Maturano i fichi settembrini.
10. Invasione di storni.
Le mantidi religiose depongono le uova
e muoiono.
Le api finiscono la covata.
11. Quasi tutti gli insetti muoiono,
api in semiletargo,
partono verso il sud i torcicollo.
Daino e muflone vanno in amore.
Presenti cinciallegre, cinciarelle,
cinge bige e
more.
P.S. Nella pianura i tori addentano le siepi
e prima del tramonto
distesi
sanguinano
aperti come un’onda di fuoco.
I castagni del viale si accartocciano dentro la
polvere e hanno la prima ruggine.
Questi giorni metallici.
Suscitano solo bisogni mai speranze.
Siamo sempre prevenuti nei desideri…
***
Terza considerazione breve
(Una sera
in cui rifletteva
sul povero passato
sul presente
sul breve futuro.
Era una notte)
ha vissuto, alle volte, due vite. Una vita
era la vita nel corso della vita in una
ineguale elisse
l’altra vita era la vita nel corso del fiume nel
suo ritorno verso le origini
dentro le lame della sua giovane infelicità e
il Liverpool è una squadra di calcio con
la maglia rossa
sul tavolo ho il volume di Sartre
aperto alla pagina 53 dove dice «mi
piaceva questa incertezza
e che la storia mi sfuggisse da ogni parte»
leggo e guardo ogni tanto
la Tv senza voce. Nella partita
Roma-Liverpool allo stadio Olimpico di Roma
uomini irati corrono lanciandosi coi piedi una
palla da destra a sinistra e da sinistra a destra
scrive Sartre «al cadere del giorno
sperduto in una giungla di parole»
la palla sembra neve ed è fuoco.
Guardo leggo e penso
alle malinconie di Molière
nelle notti di Parigi coperte
di neve.
A lumi spenti.
È possibile avere malinconie allo stato attuale?
(Le grandi malinconie di Molière sul
palcoscenico quando
si spengono i lumi
lui resta solo e in quel momento il
centravanti del Liverpool ha segnato un gol
Molière spegne i lumi soffiando sulla piccola fiamma
è lui l’attore comico di non molto talento
le notti di Roma sono terribili per la loro dolcezza
un grido è gol e
Lengua, n. 5, 1985.
Due righe, tre righe per un tempo ca(la)mitoso. Magari anche quattro righe, specifiche
1. Di sicuro risponderò fuori tema, o male, al quesito propostomi; ma mi voglio dedicare lo stesso premettendo che posso proporre solo alcune considerazioni del tutto personali (per quel che valgono) in ordine a un pacchetto di problemi che sono invece molto impegnativi (L’ascoltare – I giovani – La poesia come un linguaggio – La diversità di questa poesia dai tempi di “Officina” ecc.). Mi valga almeno in piccola parte l’attenzione non di un solo giorno e una pratica diretta sia pure marginale e artigiana in merito ad alcuni aspetti (o momenti) dei problemi suddetti. I quali, è ovvio ma è meglio insistere, meriterebbero e spero che meritino ospitalità e dibattito continuato sulle pagine di questa rivista. Perciò, senza aprire la strada mi azzardo come so ad avviare intanto il discorso. Le mie considerazioni richiedono alcune esemplificazioni preliminari che mi adatto a fare anche se molti potranno scansarle. Infatti è vero che viviamo in tempi tali che un po’ di chiarezza (di sana chiarezza) dentro alla semplicità e un po’ di pazienza dentro all’insistenza non possono fare male; e anche in questo caso, dunque, male non faranno.
2. I maghi ufficiali tendono con ogni mezzo (coercitivo) a far rinculare la situazione della cultura (quindi delle idee) nel recinto in cui devono stare già marchiati i cavalli danzanti; lì, dove il gioco della destrezza spiaccicata sostituisce la voglia integra di fare, di buttarsi nel reale senza tenere conto troppo dei consigli interessati. Tanto più che quella voglia (di fare) è ritenuta tutt’ora abbastanza pericolosa. Da un’altra parte i moralisti in servizio effettivo, demandati anch’essi ufficialmente ad illustrare le coscienze, sono homini ben rodati dall’uso e dall’abuso delle parole distribuite (con) insistenza opprimente; e ben lucidati dentro alle idee, quasi ogni sera battono direttamente a macchina con due dita i fogli di ventidue righe da 55 battute degli exempla quotidiani; mentre i centri accademici ci hanno ormai riferito tutte le definizioni e tutte le conclusioni delle loro scelte che conducono questo e quello diritto all’immortalità, suggerendoci nello stesso tempo di essere soddisfatti dei risultati da essi autorevolmente sottoscritti. Bisogna poi aggiungere, come prima postilla, che questo è anche il tempo dei quarantenni bravini intelligentini scatenati, col borsello pieno di inviti e di articoli, allestitori di giostre serali e di scadenze museografiche; in generale più spietati o insensibili di parecchi loro predecessori (esemplati fino a pochi anni fa come una razza in estinzione). E con una seconda postilla sarebbe opportuno ricordare ancora una volta che le comunicazioni ufficiali ci intrecciano addosso una infinità di girandole decorate per renderci di volta in volta o tranquilli o ammirati o impauriti sia pure dentro a un’angoscia inquieta che non ha precisi legami, e in un mondo che è gestito tempestosamente per fini determinati (il primo dei quali è di privilegiare, comunque, la forza del denaro). Se ne conclude che le nostre curiosità sono non solo pilotate ma educate e sollecitate, secondo schemi che proliferano ambiguamente; e che la sorpresa è sconquassata da una seconda sorpresa sopravveniente, la meraviglia da un’altra meraviglia che esplode nel minuto successivo, il capolavoro da un nuovo capolavoro individuato nel giro della (una) giornata. Perciò a chi è solo spettatore diligente toccherebbe, se non ci si muovesse, subire aspettare beccare; comportandosi con rassegnazione come i polli nei capannoni infuocati maleodoranti degli allevamenti della nostra pianura. Chi si azzarda in qualche modo a contrastare esibendo obiezioni e dimostrandosi addirittura riottoso a lasciarsi inghiottire dalla “grande bocca aspirante”, non può mettere neanche il naso nella sala in cui si svolgono i festini (calibrati) dei consumi intellettuali.
3. Tuttavia bisogna cercare di riproporre, non dico di imporre, qualche segno magari ripetitivo, magari iterativo, d’insofferenza non solo formale ma articolata e motivata. Insofferenza e attenzione; per esempio quelle che possono riservarsi al prato particolare della poesia nostrana: grezza, itinerante, ridondante, spesso spocchiosa, farneticante, pretestuosa, ingenua, sentimentale, interessante, lacerata, viva con furore o un poco abbandonata ai venti eppure interessata a carpire i rumori che girano; mica rassegnata comunque; neanche simile, dopotutto (come alcuni vorrebbero) a una flottiglia di carta che si può affondare con un ramoscello. Noi, dico noi tutti, lasciando di interessarci dei geni, dei maestri, dei sommi poeti del nostro tempo (di questi anni) vediamo piuttosto di interessarci con una serietà legata alla pazienza alla poesia non ancora battezzata dalle gazzette e dai baroni; alla poesia dei molto giovani o dei molto soli e isolati, che non è poi detto che si debba fare per le strade, nei ghetti, nei viali; ma anche per le strade, nei ghetti, nei viali e, aggiungo, nelle fabbriche, negli androni delle case di periferia o delle case “occupate”, oppure dentro a piccole officine personali. Per chi comunica a questo livello di isolamento e di abbandono o comunque con questa discrezione, i tempi sono certamente duri; li paragonerei agli operai oggi in cassa integrazione a zero ore, quindi senza più un futuro e con un presente parecchio disperato (o disperante). Lo vediamo in giro che stanno scomparendo, infatti, le ultime riviste che servivano con decoro e con una certa continuità questa utenza non ufficiale; e non per mancanza di attenzione ma perché è una utenza povera scompaginata frastornata, che andrebbe “incentivata” o ricuperata con mezzi più elaborati, più rapidi, più stimolanti, più puntuali e anche più nuovi (più liberi?) di comunicazione – mentre non sembra più possibile elargire un tal servizio fuori dalle strutture, a causa dei costi tipografici. D’altra parte o – se si vuole – come una conseguenza di ciò, stentano a formarsi e a definirsi nuovi progetti (che comunque sono pochi); non ci sono collane aperte sia pure dentro al rigore, se non quelle beatificanti delle case editrici canoniche. In proprio poco o nulla si può fare; anzi si fa niente (a meno di non inserirsi in un qualche modo nella pista di go-kart in cui svettano molte dive culturali del momento). Sembrerebbe di doversi accontentare a leggere solo le pagine proposteci, tramite i canali ufficiali, dal genio di turno (magari ripescato nei più svariati cantoni al seguito di una politica degli scambi e delle opzioni controllata in modo che anche un modesto autore diventa folgore di guerra nei risvolti stilati dagli uffici stampa). E con questa maschera è presentato; la conferma verrà poi dal crocchiare delle gazze appollaiate sui rami della critica.
4. Le cose dette fin qui (con sussurri e grida) potrebbero riferirsi a uno sfogo personale – voglio sperare non moralistico, perché in questo caso toccherebbe soltanto i sentimenti e non le occasioni; mentre credo che il discorso debba essere portato con urgenza, con insistenza, su alcune necessità di fondo che sovrastano a questi problemi. La prima di queste necessità è di tracciare finalmente un rilevamento delle pubblicazioni periodiche o episodiche, per lo più ciclostilate, che girano come piccoli pesci dentro al mare della cultura “comunata” a braccio. La seconda è di ricavare da questo rilevamento innanzitutto una mappa poi un metodo efficace per organizzare la rete di distribuzione di questo eclettico nevrotico sistema di comunicazione che, è una mia convinzione, dovrebbe puntare sempre più sulla distribuzione locale, legata alla città, alla provincia o alla regione. Uscire da questi limiti riporterebbe il problema dentro alle contraddizioni tradizionali, che lo sappiamo sono oramai invalicabili. A questo modo diverso di organizzarsi dovrebbe sottostare un rapporto in atto, quindi organico e collaudato, fra i vari centri della comunicazione al fine di garantire sul serio una circolarità di rapporti continuati; di rapporti e di segnali. Con lo scambio degli indirizzari; oppure, meglio ancora, con la creazione di una piccola banca centralizzata dei dati e degli indirizzi, a cui liberamente attingere secondo le necessità. Questo indirizzario comune, da alimentarsi senza interruzione, dovrebbe essere “lavorato” con scrupolo, cioè suddiviso per regione, per città, per gruppi di interesse e di periodicità. Inoltre si potrebbero identificare, selezionandoli fra quelli che operano, alcuni centri editoriali (piccole tipografie, cooperative, rotoprint ecc.) disponibili a un lavoro continuato ma competitivo, quasi militante. Oppure, altra ipotesi, si potrebbe allestire, avviare un unico luogo per tutti, sia per la stampa che per il ciclostile. Questa scelta molto più impegnativa richiederebbe di bandire presto una sottoscrizione e di scegliere la località in cui fissarsi (Pesaro, Bologna, Bergamo, Napoli?).
5. Stendo queste piccole note perché gli interessati, a mio parere, non si districheranno dalle maglie di queste “deficenze”, anzi ne resteranno impigliati finendo sul piatto di porcellana delle buone intenzioni e delle profferte ufficiali, se non si renderanno conto che non si può rimandare neanche di un giorno la soluzione di questo manipoletto sincrono di problemi; e quindi se non si affretteranno a rendersi autonomi; non più costretti dalla necessità (o dalle necessità) a un continuo mendicare e peregrinare fra piccole e grandi istituzioni, fra piccoli o grandi centri di potere. Altrimenti finiranno come sempre, dopo una selezione; cioè pelati sconvolti assimilati vezzeggiati scoraggiati usati pagati stravolti distrutti – oppure scalciati brutalmente fuori dal branco. Perché non è in atto alcun genere di pietà, sia pure tattica o dedicata ad accettare i tempi lunghi. Dato che il potere reale è trattenuto da chi ha dovuto sputare le sette camicie per sedere al tavolo col principe. Le cose poi che dovrebbero essere impresse a penna, al ciclostile o a stampa, sulla carta così disposta e pronta a essere distribuita, è problema i cui termini si possono solo esemplificare o strumentalmente definire – lasciando agli strateghi della morte di Marx, agli esegeti del rimpianto facile e del sospiro lungo, l’incarico di tracciarne i diagrammi ma in negativo. Per me, posso ripetere che i giudizi le proposte e i progetti più stimolanti nella loro apparente tumultuosità partono (o provengono) – in ordine a tutti i problemi di fondo del nostro tempo – prevalentemente non dai messaggi ufficiali ma si annidano nelle lettere, nei fogli, nei messaggi, nei segnali dei non integrati; di coloro che non si accontentano del mondo che è (che c’è) e lo vorrebbero fare, contribuendo a farlo. Sono lettere segni messaggi che provengono dai “buchi neri” più remoti o marginali o sconsolati o infiammati – senza stanchezza; e portano il soffio profondo della realtà che non si quieta, anzi che avanza sia pure stridendo. Ho scritto più del dovuto senza adempiere al mio mandato – come temevo. Della lingua, del linguaggio di questi giovanissimi estensori di testi non ancora catturati o non ancora dannati parlerò un’altra volta, in questa sede, se sarò accettato. Oggi mi sono preoccupato preliminarmente del vuoto attraverso il quale la loro voce e i loro segnali andrebbero a perdersi. Ripeto: è urgente allestire i muri contro il vento. E gli steccati contro il leone.
Lengua, n. 0, 1982.
Romanò, oltre la catena dei giorni
La collaborazione di scrittura critica di Romanò nella rivista “Officina” fu subito determinante, e molto specifica. Ho scritto collaborazione e non partecipazione, perché una cauta inquietudine, che nella sostanza e nella generalità era della sua natura umana e che, nel particolare si rivolgeva a questa operazione editoriale piccola ma convinta, mi sembra l’abbia sempre trattenuto da una adesione più interna, più direttamente coinvolgente. Così che in quei fascicoli le sue pagine sono, per l’appunto, determinanti e specifiche (premetto subito, fra le più illuminanti della rivista) ma lì collocate, quasi deposte, come per una buona occasione che consentisse di ripararsi e riflettere scrivendo. Pagine, per la tormentata lucidità, immediatamente necessarie, tanto da confermare non vero che la rivista alla fine risulti essere stata niente (come vorrebbe oggi qualche sodale di malfermo umore), se dentro alla macerazione marxiana e a generose arroganze talvolta intempestive c’è sempre stato spazio aperto per la continuazione, intanto, del lavoro perseguito da Romanò.
Un lavoro dedicato (concordando con l’impostazione metodologica che era anche di “Officina”) ad avviare una rivisitazione critica della nostra cultura letteraria novecentista. Da chiarire qua con questi brevissimi cenni: cosa “eravamo” in quel momento, proprio nel concreto della realtà che si toccava con mano e che ci circondava con le parole; come era presumibile uno sviluppo; dove si doveva approdare espellendo le sovrapposizioni di comodo; e con quali pesi esistenziali e culturali salvati dal tempo o rinnovati attraverso la fatica in atto della nuova ricerca.
Un impegno non da poco, e non solo della redazione. Ma che sottintendeva intanto la peculiarità di Romanò riguardo ad altri compagni di questa cordata, egualmente motivati secondo proprie prospettive, per la sua drammatica, autentica (sembrava quasi quotidianamente rinnovata) religiosità; intesa non come sudditanza ad un progetto di possibile pacificazione rassegnata ma come impegno totale nell’individuare la porta di passaggio per riemergere dal fuoco di un inferno non ancora spento verso una autentica salvazione che il mondo non poteva in alcun modo concedere; e che quindi occorreva, come dire?, sottrarre al mondo; ma dopo averlo di nuovo riconosciuto.
Questo restauro di civiltà (una ricomposizione compiuta sulla pelle mentale ed esistenziale di ciascun uomo, uno per uno); questo risultato di un lavoro, poteva dunque essere raggiunto solo restando dentro alla realtà del mondo, cercando di capire e di approfondire, con una dedizione costante e collaborando con altri. Questa “istanza di collaborazione” non quasi necessaria ma necessaria senz’altro, era una realtà operativa instaurata, direi esaltata dalla “resistenza” appena conclusa come fatto tragico e feroce d’armi ma ancora attiva come propulsione ideale e come sostegno alla spinta di nuova riflessione. Perciò la “salvezza esaltante”, come fine ultimo prima della vita e del lavoro che si svolge nella vita, era mediata non da una sottrazione di sé dalle cose del mondo, ma da una continua partecipazione riflessiva al loro svolgersi. Quindi con l’attenzione attiva alle inquietudini del presente e con la correlata necessità di partecipare a una verifica costante, molto parcellizzata, dei persistenti e resistenti legami istituzionali con persone, idee, riflessioni, scritture dei decenni precedenti. Il titolo della sezione su “Officina” (“La cultura italiana”, n.d.r.) in cui Romanò si impegnava a lavorare, in uno spazio ritagliato tanto da sembrare quasi autonomo, a me sembra confermare proprio questo.
Si può perciò concludere che l’approdo su questi problemi – così efficace e stimolante per la rivista e determinante, nel breve cammino poi svolto, per la discussione più generale – non fu una accensione critica di Romanò determinata dall’occasione; ma l’occasione della sua partecipazione così continuativa fu un modo per continuare anche in questa sede una riflessione che si era avviata fin dal momento della conclusione della guerra.
La quieta e acuminata sapienza di Romanò, come poteva sembrare in apparenza, era invece una macerante, direi una inesorabile inquietudine che non si esaltava ma perseguiva, con una costanza quasi massacrante, il proprio impegno di analisi e il proprio cammino dentro a questo impegno. Come una verifica, temporalmente antecedente, a cogliere archetipi critici poi di nuovo riaffermati nella sostanza delle argomentazioni in “Officina”, si possono ricordare annotazioni di lettura apparse anni prima su “Il Ragguaglio Librario” di Milano, a partire dal 1945. In queste pagine, al seguito di una annotazione che si apriva a ventaglio – restando sempre dettagliata e partecipata – per lo più su un volume appena pubblicato, si metteva in moto, proponendo una partecipazione diretta oltre che della mente critica anche di una composta violenza dei sentimenti, la sua tensione non a muovere dal divino (un divino già cercato e riconquistato, comunque direttamente perseguito) verso l’uomo – dall’ombra di Dio verso il sangue dell’uomo – ma a collegare, è questo il punto di grande vitalità e di durata nella conclusione della riflessione di Romanò, il divino all’umano; a rapportarlo per riconoscersi, non per confrontarsi e tanto meno per giustificarsi. “Inquietato – per riprendere sue parole da una recensione del 1947 a Lisi – da una prospettiva incalcolabile”. È vero, per lui: nelle sue pagine la piccola voragine aperta, appena aperta, si sente che è disponibile solo per progredire nell’affondo dentro ai problemi della riflessione non certo per arrivare ad una qualche immediata conclusione – così ambita, altrimenti, da quanti si sentono deputati a stilare referti definitivi. Il suo è il dramma in scrittura “di una spiritualità (affatto propensa a dilagare o a divagare) che si cerca, si smarrisce e si cerca di nuovo” (parole del dicembre 1945).
Nel 1947, scrivendo sulle idee estetiche di Eliot, precisa ancora, come per riaffermare una convinzione determinante: “Non abbiamo un metodo, ma abbiamo un esempio di partecipazione, una affermazione di stile, un accento, in ultima analisi, di poesia”. La partecipazione, come opera costante di vita intellettuale e di vita privata; l’irrequietezza, cauta e pensierosa, per sottrarsi alle immediate seduzioni o persecuzioni del presente. Di fronte alle enfasi giaculatorie di certi soloni del tempo (i quali sembravano non avere passato con cui confrontarsi, con cui scontrarsi, e magari da cui sottrarsi; ed essere passati poco tartassati attraverso il crogiuolo della guerra, per dedicarsi subito a rovistare con le mani dentro all’oggettistica culturale del presente), la generosità paziente ma inflessibile di Romanò (che si dedicava alla riflessione ed alla scrittura con la costanza di perseguire e di approfondire per individuare e segnalare, quindi con vera disponibilità culturale) è un esempio di altezza critica e di moralità letteraria elargito dalle pagine di questa rivista; contrassegnata almeno da una perseverante indipendenza di riflessione di cui i partecipanti non dovrebbero risentirsi, ricordandola. Prendo per Romanò ancora sue parole, sempre dal lontano 1945, da diversa collocazione; e le uso a conclusione: “Un’angoscia continuamente taciuta nelle sue virtuali derivazioni patetiche, una disperazione esuberante e l’insopprimibile anelito a una finale verità; l’assillo della propria vita spirituale ridotto volontariamente a dei limiti senza scampo, giuocata giorno per giorno sul filo dell’assoluto”.
In altre parole, è quanto ho cercato appena di delineare nelle righe precedenti; con qualche personale emozione. “Scrivere o leggere ha significato mettere in giuoco un destino che pesa al di là della catena dei giorni, cercare la verità dell’esistenza e la strada unica che porta ad una regione religiosa”.
Le precedenti estrapolazioni si riferivano al “Diario aperto e chiuso” di Carlo Bo, ma le sento enunciate come per una rispettosa suddivisione e partecipazione dei compiti.
A chi, come il sottoscritto, scompensato dalle prolungate violenze della terra e della guerra appena subite e partecipate, ma dedicato alla ricerca di soccorsi reali alla riflessione (per la ricomposizione e la ricostituzione di un bagaglio culturale non più deludente), le pagine di Romanò sulla rivista “Officina” erano di un aiuto privilegiato. Queste righe ne siano testimonianza; mentre sono contento che altre generazioni, al nostro tempo, le ritrovino ancora vibranti di quella autentica e non ancora esaurita vitalità.
Lengua, n. 11, 1991.
Prefazione a Tempo di viaggo, di Tonino Guerra
La terra, come la vediamo, si è ormai ridotta a essere come una palla da tennis, da stringere nel palmo di una mano con il gusto o l’obbligo o l’impegno, drammaticamente ossessivi, di rilanciarla oltre una siepe (la siepe della propria incontinenza e della propria incostanza); sicché oggi tutti si muovono, viaggiando qua e là, su e giù, sospinti da mille bisogni, imperterriti e determinati nonostante tragici impedimenti o ammonimenti, alla ricerca di sole o di pane o per sfuggire l’affanno dei giorni; inesauribili masticatori di strade, di mari, di vette, di pianure.
Molti, di questi loro divagare o peregrinare, danno una letteraria relazione, una documentazione, anche in poesia, con risultati, per il lettore, spesso resistenti, ma sono sempre viaggiatori sospinti da una tradizionale curiosità. Credo che non ci sia un riferimento possibile con le pagine che seguono, riempite da una scrittura di alta emozione.
Infatti, Guerra non è andato a visitare la Russia; ma con travolgente insistenza, quasi privilegiato fra tanti, è stato scelto, come una sorta di confessore laico della Russia: a lui la Russia si è disvelata nei più intimi risvolti. Guerra non l’ha camminata ma è stato, come dire, camminato e percorso: innervato, trascinato, affascinato, profondamente incuriosito.
La Russia gli ha dettato riga per riga ogni più lucido o particolare sentimento. Guerra, in questo sorprendente volume, che non è una raccolta, nel recesso silenzioso di Pennabilli (dove vive), è stato visitato dalla Russia che gli ha narrato raccontato cantato suggerito queste camminate sorprendenti, questi ascolti di voci rivolte a commuovere.
Il vero risultato è quello di sfogliare, con affascinata cautela, un canzoniere (d’amore).
Questo volume ne ha il ritmo, la risonanza, la scansione e, al fondo, il brivido di una gratitudine ammirata.
Da partecipe di un mondo vincolato, intruppato, reso troppo facilmente percorribile, la Russia che si è disvelata a Guerra e gli ha dettato questi acuti sentimenti, è davvero nuda, misteriosa, sovrana.
Introduzione
Anche se sembra ovvio e quindi inutile, conviene ripeterlo in ogni occasione che non si può accompagnare i testi, quando sono ancora in movimento, per proporsi di esaminarli criticamente (con critica sufficienza, troppo spesso). Semmai si può essere presenti e partecipi nell’unica disposizione di volerli capire bene. Di volerli capire in generale, intanto, come dovrebbe essere obbligo stretto per i libri di poesia.
Restando sui testi, e in mezzo ai testi, è inevitabile mescolarsi alla loro drammatica irrequietudine (magari trasformata anche in intemperanza) ed essere coinvolti dentro al marasma delle emozioni e dei sentimenti. Tanto più questo è vero per i vecchi lettori, che cercano nuove speranze.
In ogni modo ciascun lettore, d’altra parte, e anche questo è ovvio, può arrivare direttamente a un approdo deduttivo che potrà servirgli sia in riferimento a quella specifica lettura sia per altre letture a venire. E l’inesorabile progressione e concatenazione che la poesia con costanza propone, facendo quasi sanguinare i pensieri – come mani e dita impegnati sulla roccia, che aiutano la salita. Tanto più, dunque, un libro nuovo che si propone resistente e motivato, per una richiesta di umile attenzione e di irrinunciabile pazienza, è la spinta e il naturale aggancio a una lettura che non si consuma, anzi si arricchisce in uno scontro con il testo pagina per pagina.
Il critico deve naturalmente collocarsi in altra disposizione, dato che a lui è richiesto un diverso servizio; non solo di capire e di far capire ma di giudicare e di spendere qualche elogio o qualche dolorosa censura. Quindi buona disposizione in questa come in altre occasioni consimili sembra dover essere quella di disporre sempre, in modo specifico e diretto, dell’umiltà dell’attenzione; che deve consentire (e dare atto) di ritrovarsi in qualche modo in mezzo a una giusta foresta dei segni. Giusta, nel senso della verità e dell’utilità per il lettore.
È muovendo da queste considerazioni molto specificate che posso sentirmi di valutare anche su queste pagine (fra questi testi) la persistenza di una impressione stimolante; cioè, che gli autori qua ritrovatisi, quasi accorrendo a una voce (e non per motivi soltanto occasionali), risultano essere uno per uno, per le specificità proprie, così diversi; eppure, nel contesto complessivo, così vicini (così ravvicinabili) per sottili simmetrie interne; per sottili ma resistentissimi filamenti tematici; per risonanze di segni; per taluni affondi (sprofondi) nell’impianto narrativo che raccoglie comuni frammenti avvitati o nascosti nella memoria; e per la minuta insistenza di particolari eccitazioni dei sentimenti. Affidate magari a una memoria anche conflittuale o irritata.
Soprattutto, per la conferma di una costante tensione di rottura con tutto ciò che inzeppa il paniere della poesia italiana in questi tempi apertamente calamitosi; e per la propensione a muoversi in avanti, in un procedimento che unisce e disunisce ma che produce un sentimento di tensione verso un impatto disinibito con la realtà (non solo delle cose e dei fatti ma delle idee e, appunto, della memoria). Questi grumi si presentano o si rappresentano come uno sconvolgimento delle parole, poco apparente ma implacabile certamente; e apprezzabile. A conferma della passione di scrittura e di comunicazione.
Altra deduzione successiva, ma da concatenare, è il sentimento della terra (come Heimat non come Vaterland) che si condensa in frammenti ma che evidenzia una costante dei testi anche dietro il velo di affanni inquieti o irritati. Vale a dire, una insistenza piuttosto culturale, un riferimento reale che resiste e dura ancora, dura sempre, nonostante le varie manomissioni della esperienza, della vita, e del lavoro particolare di scrittura.
Questo sentimento si ricompone e resta impresso nella mente del lettore come, per esemplificare, campi prolungati e appiattiti in faticose ordinate geometrie; prati di lunga discesa e filari drammaticamente severi di pioppi da cui scendono a terra foglie alitate da un polveroso splendore. Infatti, aggiungo, c’è molto improvviso e straordinario (nonché emozionante) sfolgorio dentro a queste pagine.
Ogni raggruppamento di versi si assesta in un ordine selezionato, che ogni volta ha l’aspetto di un piccolo miracolo; con quel tanto di preoccupato mistero che il segno poetico, al modo di un fucile lucidato e appoggiato al muro imbiancato di una casa, sembra profferire all’osservatore/lettore.
Come nelle storie di Beirce per esempio (che mi suggeriscono la breve metafora enunciata), in cui il fucile si trasforma sempre nel sogno di una morte. E tuttavia, ciò che permane in mezzo o dentro a questo incalzante mistero, è la resistenza della terra che si calca, è l’orizzonte annegato nella notte; è quel particolare singhiozzo dell’aria. Appunto, è Heimat. L’indistruttibile regno delle lunghe grandi memorie che ciascuno si porta addosso come una borraccia piena d’acqua, prima dell’attraversamento di un deserto. E quest’acqua è nient’altro che l’inevitabile riserva delle parole, della propria lingua, dei segni di scrittura ritrovati, tutelati e difesi. Sono conquistato da questa battaglia linguistica, contro l’effimero o la fragilità o l’incostanza della scrittura, che ciascuno propone testo dopo testo, verso dopo verso.
In questo quadro di scrittura, come lettore rispettoso ma non subalterno, mi ritrovo completamente. Passando da autore ad autore.
“Poi, da solo, andai verso via…”
I
I buoni libri inducono a impressioni variamente traccianti e variamente sovrapposte; e a tali, come lettore, mi aggrego e mi accingo a trascriverle. Intanto, e mi scuso, per un momento sento di ricordare (di dover ricordare) che fra il 23 marzo e il 25 marzo (giorni in cui ho riletto i testi qua dentro contenuti) sui quotidiani in prima pagina (fra i tanti) apparivano le seguenti intitolazioni:
Israele uccide il capo di Hamas: lo sceicco Yassin –
Al Qaeda minaccia: “Pagheranno gli USA” –
Il numero due di Hamas Rantisi e le Brigate Ezzedin al Qassam:“Adesso sarà guerra aperta. Vendetta di tutti i musulmani” –
Sharon: “Un diritto ucciderlo” –
Samone (Ivrea), Porta il velo, non può fare la maestra –
Il patto scellerato di Tanzi per tenere a galla la Parmalat –
Rifiuti, i sindaci bloccano i treni –
Israele, Ragazzino Kamikaze a 14 anni.
II
I sopradescritti sono alcuni degli accadimenti entro i quali, o circondati dai quali, si muove ora dopo ora la nostra vita in questi giorni di ferro. Con l’aggiunta di altre notizie caratterizzanti le nostre vicende italiane. Gli annunci non sono purtroppo molto nuovi né oltrepassano la drammaticità quotidiana; tuttavia, vanno pure trascritti come in un campo circoscritto da un filo spinato, entro il quale anche la poesia si affatica per mantenersi viva (attiva) al fine di poter rintracciare o identificare un percorso che consenta di avviarsi a un approdo – o all’approdo stabilito – di verità.
Si affatica, ripeto, e cerco di precisare, dovendo portare sempre sulle spalle sia il peso di una singola vita, sia quello altrettanto necessario o inevitabile di una società intera; di una dannata improvvida generosa e disperata generazione, impegnata a contrastare o a rinnovare dati e pensieri.
III
Comunque, quale sia il travestimento di essa poesia, non può rinunciare al suo impegno di sopravvivere agli eventi che tendono a frantumarla o a renderla ballerina, sia essa vestita di maglie ferrose, oppure da irridente Pulcinella distributore di miasmi di saggezza popolare e furbesca, oppure davvero in divisa da soldato dannato estenuato e ferito, infine da solitario irto auscultatore di cuori trafitti o da camminatore per forre e sentieri, che non sa ascoltare (non vuole mai ascoltare) i consigli dell’antica saggezza per rivestirsi di nuove foglie, di nuove spine, di nuovi allori.
IV
La poesia è vita ed è una (corpo intero e sistema astrale) – come credono bene tanti buoni lettori – pur avendo cento braccia. Questo vuol dire, con questo si vuol ripetere (ogni volta è necessario, dal nostro punto di vista, farlo) che ogni lettore ha le sue legittime rogne affrontando un testo, deducendone alla fine articolate emozioni o ripulsioni. Lasciando, a quanti sono assisi in tribuna fuori dal campo di gara e di tormento, il compito o l’impegno di stilare diagrammi e formulare rinnovate ipotesi per arrivare a rimestare periodicamente le carte al fine di ribadire l’autorevolezza di rigide supposizioni.
Appunto: la critica che rimescola le carte o clicca sul video, illudendosi di entrare con passo diritto nel cuore del mondo mentre, e si vede bene, resta sempre in un comodo prato, lontana dai luoghi dove divampano i fuochi. Le indicazioni qua appena sfiorate non inducono ad alcuna tentazione di approfondimento testuale né di consenso imitativo o di riflessione contestativa.
V
Da dentro al campo di furibonde vicende, dove all’erta fra tanti si intravedono anche vecchi soldati sbattuti dalla sorte, ma nonostante tutto ancora di buon braccio e di buona lena, le cose – direi, le faccende – stanno dunque diversamente; non sono affatto quiete e costringono a continui confronti che strappano la pelle; sottraendosi alle lusinghe delle manipolazioni istituzionali; che a conferma (e a supporto) della propria astuzia hanno perfino inventato come ultimo mortificante schiaffo all’intrepida e indistruttibile bandiera della poesia, il premio alla carriera (alla carriera poetica). Rabbrividente.
VI
La raccolta omogenea, diretta, dei testi di Jemma strettamente confluiti in questo volume, induce appunto un lettore (ripeto, non sarò il solo, credo) a riferirsi a tutti questi elementi nozionistici e variamente riflessivi, di cui sopra, come su una costruzione eretta sovrapponendo riferimento a riferimento, dato a dato. E, per mio esempio, dai testi mi sono così sentito trascinare dentro al fiume degli eventi.
VII
Tale, infatti, mi risulta essere, alla conclusione, quest’opera. Un itinerario di percorrenza – Jemma è infatti, se non erro, non un Ulisse navigatore ma un Ulisse camminatore. Poi, elargitrice di suono incalzante ma senza violenza (come dentro a un luogo illuminato ma deserto, in attesa di amore e di morte). Come a inseguire con il piede il singolare intreccio del piancito sacro che risplende e intimorisce. Ci sento infatti sotteso un suono quasi sacrale, che gorgoglia in gola come un canto della memoria che si è perduta e chiama e ricerca.
Itinerario o percorrenza che pestano la scarpa (il tacco, il piede) sul cuore reale (dunque non artefatti, non di fantasia) della città, per sprofondare nelle sue vie, nei suoi vicoli come dentro a vene palpitanti di sangue; dentro alle sue più segrete latebre; in una sorta di viaggio di apprendistato o di estrema inquietudine che emblematicamente potrei definire dantesco (nella sua tormentata e faticosa essenzialità), per sfiorare e poi per cercare davvero di arrivare al raggiungimento di una estrema ma irrinunciabile verità, che è chiarezza di speranza; e che consente in ogni modo di districarsi dai lacci di una miseria vitale che obbrobriosamente ci circonda non regalando per il momento alcuna vittoria duratura alla cattiva sorte; continuando a immergersi nelle strade, che devono sempre condurre a un qualche approdo, tanto più utile giusto vero se di proposito ricercato senza sosta.
VIII
In altre parole ancora: in questo deambulare in apparenza soltanto seccamente turistico o puntiglioso (e articolato in un fittissimo reticolo), si va alla ricerca del proprio destino (senza invocare pietà) non negletto né del tutto sperduto ma come obnubilato dalla cappa dei giorni attuali, che non consentono davvero comodo alcuno. Un viaggio di ricognizione di vita e di autentica redenzione sacrificale dai miasmi dei cupi deliri; un viaggio di virile necessaria riconquista di un rinnovato dolore che non si nega a una speranza non più mortificata, agitata invece da un approdo che non sia un misero rifugio ma una esaltante conclusione; consentita, perché guadagno di una lunga fatica.
È come (l’esemplificazione non è affatto irriverente ma consentita dal lavoro inesausto sul campo) rivoltare l’animo o il proprio corpo o gli intimi pensieri (scorrenti come su un mare) dentro a un foglio di carta di un giornale (recante le intitolazioni ricordate all’inizio) per scontrare dentro all’orrido e stupefacente cuore del mondo l’esaltante vitalità della vita che non si arrende, che non abbassa la sua bandiera, ma che obbliga ciascuno di noi a cercarla anche con affanno, e camminando dentro alla notte più fonda, sotto la pioggia più gelida; perseguitati dal buio più atroce, dalla salita più erta; ma arrivando a intravedere alla fine il filo di luce di una porta socchiusa, che si può anche spalancare per lasciarci fuoriuscire (a rivedere sole o stelle; perché a questo in qualche modo ci induce il periplo arduo incalzante sconvolgente segnalato da Jemma). Un itinerario dantesco da anni duemila, consumato dentro a un piccolo ambulacro di pietre e asfalti; ma che ha sovrastante, immanente o esplodente, la parola luce. La luce sovrana; quella che ci è assegnata per sorte e che noi speriamo ogni giorno e ogni giorno, disperati, cerchiamo.


