Il quinto giorno di Bologna, il più discusso della quattrogiorni

1) Le giornate di Bologna hanno avuto, con ieri, una prima conclusione (La seconda è certo più importante, seguirà poi, se non si lascerà cadere neanche una briciola dei proponimenti ripetuti fino all’esasperazione. Ma per il momento soltanto a voce). E quella di ieri sera, in un certo senso, la giornata più drammatica per le emozioni dei sentimenti che raccoglieva ma anche la giornata che poteva ingrovigliarsi dentro ai fili degli attacchi retorici. È cominciata con il ronzare degli elicotteri, che sempre promettono qualcosa di importante – o fuori dalla norma. Poi le radio locali hanno cominciato a collegarsi con piazza Maggiore e a dar notizia sul corteo che, silenzioso, avrebbe dovuto arrivare davanti alla stazione nell’ora esatta in cui il massacro era stato compiuto. Ero alla stazione quando sono arrivati gli stendardi di tanti comuni italiani e la gente, fianco a fianco era molto motivata sentimentalmente; ma percepivo che non era uno di quei duri cortei politici che parlano lasciando allibiti anche dentro al silenzio. Direi invece, con tenerezza e partecipazione, che lacrimava, disarmato nella sua speranza di autentica giustizia. Era grandioso, in qualche modo, e terribile.

In questa Italia, massacrata dalle infamie ufficiali come mai nella sua storia. Piangeva e gridava dentro di sé, ma senza troppa speranza (anche se voleva averla e la cercava). Senza speranza nella giustizia, in una società che è anche giustizia. E quindi anche senza verità e senza autentica libertà. Queste sensazioni grezze ma autentiche sono state raccolte nelle parole fredde come il ghiaccio pronunciate dal padre di un giovanissimo morto, in cui si denunciava questa scelta pubblica e istituzionale di parlare parlare parlare e di non fare non fare non fare. Il caldo era forte ma la gente restava e aspettava. La gente aveva pazienza. La gente sa ancora ciò che vuole; oggi le manca la forza politica di fare. Non si può più accettare di ascoltare le parole.

2) Alla sera grande concerto in piazza, ad alto livello artistico, con Beethoven. La musica, si sa, è musica; e spesso salva capra e cavoli. Era straordinaria comunque piazza Maggiore, illuminata a giorno per ragioni televisive. Esplodeva in una magnificenza viva, in una vitalità che avevamo dimenticata. Questa piazza nel cuore della città, da anni era ormai quando calava la sera un tetro cupo fiume di droga per giovani infelici e abbandonati; un Lete senza speranza; un’autentica foglia; e si era trasformata in un luogo dove si poteva vivere, dove si viveva, dove si voleva vivere. La constatazione mi porta a concludere: anche questo è un dato a favore delle cose fatte; soltanto se, passata la festa delle idee e della memoria, non torneranno a spegnersi le luci, chiudendo porte e finestre e ributtando la città in braccio al suo sonno affannato. Perché non è uno spettacolo, anche di soli suoni, che fa di una piazza una pietra viva; infatti nei mesi scorsi ci hanno suonacchiato e sballacchiato senza ottenere esiti particolari fuori dal momento perché alla fine si spegnevano le luci e tutti erano servizi. Adesso direi che la piazza, cavata dal buio in cui era lasciata per rassegnazione, deve tornare ad essere popolata in ogni senso; un atto di partecipazione continuata.

3) Ma si potrebbe parlare a lungo indugiando sulle cose fatte, sulle parole dette, su ciò che è accaduto. Torno a ripetere, per me questi giorni a Bologna ci volevano e come; questo schiaffo a faccia piena di vitalità politica dentro tante contraddizioni, che i giovani hanno portato, era necessario, era urgente e noi lo aspettavamo. Non è stato un oceano? Ci basta un fiume, se porta acqua. Non si sono conclusi pensieri d’oro dentro stazioni d’oro? Ho scritto ieri che basta anche un po’ di ferro, se dà suolo buono e straccia la carta. Per fortuna abbiamo ascoltato poche parole ufficiali. Si lasciava che la gente si cercasse, si parlasse. C’è stato quindi questo squittinio agro-dolce, questo peccare con una dolcissima furia e con una rabbia attiva che usciva fuori dalla rassegnazione; queste esplosioni (o questo ritorno) di partecipazione diretta. Conclusioni, le presenti, che si raccolgono se abbiamo la pazienza di andare dentro le cose. Non riceviamo più nulla continuando la balorda zuffa sugli specchi.

4) Concludo ripetendo che, secondo me, niente avrà avuto senso se adesso ci si limiterà a smantellare i tralicci dei palchi senza insistere in diretta a lavorare su problemi. Perché gli agnelli della stazione non riceveranno certo giustizia dalla giustizia ma solo dalla nostra libertà. E noi dobbiamo essere liberi per essere giusti. Per loro. Il resto è vento.

 

 

 

il manifesto, 4 agosto 1981.

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 4 agosto 1981
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