Giovedì, 06 Febbraio 2014 18:53

Testimonianza

Non solo ricordare e celebrare ma rileggere con amore, vale a dire con l’attenzione motivata e profonda che è sostenuta sempre e tanto più in questa occasione dalla necessità di non lasciare disperdersi nulla delle buone voci che si alzano a confortare un poco la nostra vita. E con Ceccarini è proprio questa condizione che resisteva e durava, che resiste e dura dopo il primo incontro con i suoi testi e dopo la prima lettura. A conferma, qui sottoscritta, che era un poeta vero, senza discussione.

Poesia che si attestava quasi sempre in una sorta di immobilità misteriosa, intenta solo ad ascoltare, a percepire, così pareva, suoni e voci lontani di alta significazione in una scelta molto selettiva; per poi protendersi “con trepida febbrile eleganza”, non a registrarli ma a trascriverli con rigorosissima attenzione, direi anche con cautela, nel verso.

Questa rigorosa e mai modificata disposizione operativa, è a mio parere, il contrassegno costante e “mirabile” della poesia di Ceccarini. Anche in quest’opera (che raccoglie tre gruppi diversificati nel tempo ma ravvicinati come conclusioni molto convincenti di un processo e progresso “accanito” di lavoro inesausto) fin dalla prima poesia è resa subito esplicita ed emozionante, tipica, questa condizione assolutamente essenzializzata (“dove nulla si muove” – dove “arde di sete l’immobilità rovesciata del tramonto”). Mi affascina questa sua capacità, direi quasi volontà di ascolto, di attesa paziente, di cauta vibrante aspettazione di un evento – sempre da recepire come un brivido della riflessione, del pensiero all’erta, del sentimento di una speranza che nonostante tutto non si lascia mai pacificare.

La sua poesia, così la custodisco, è il tramite (non solo un tramite) per spingere, con una fermezza talvolta sorprendente, ad ascoltare – nel silenzio – un presente che tende a precipitose deflagrazioni ma di cui il testo fissa solo il respiro affannoso di preavviso misterioso; quindi essa consente, sempre così bene servita e se bene ascoltata, di penetrare nel prezioso sacrario del tempo della memoria e del cuore in attesa di ogni lettore. (“Solo se viandante / o se ancor prima dell’estate / il giovane passato ti serva / per darvi inizio”. – E ancora: “e da attimi di silenzio / e questi sono fatali”).

Ammiro il suo progressivo ridursi, o concentrarsi, accentrarsi, nell’impegno di non tralasciare mai nulla nel vasto immanente panorama delle cose e delle emozioni che meritano attenzione, per poi selezionare con raffinatissima misura, cancellando il residuo, il superfluo, la sovrapposizione, l’esasperante completezza che offusca e trasuda.

I due ultimi versi della prima raccolta del 1968 già indicano e precisano la sostanza del suo lavoro (processo) creativo: “quando dico che me ne vado ho le palpebre chiuse / ma qui c’è ora troppa luce”.

E una vibrazione di fondo che rimanda indirettamente alla sua amatissima Emily che dice: “Trovare è il primo atto / il secondo è perdere”. Questo moto di luce-ombra o di ombra-luce è il moto inquieto e misterioso / avvincente della poesia di Ceccarini. Che è già nostra.

 

 

 

 

 

Giovedì, 06 Febbraio 2014 17:15

Notizie

22/1/’79

 

Io applaudo.

E io fischio.

 

 

1/12/’78

 

Ah, quante stelle in ciel

strelle strellasse

che si spengono

e diventano buchi neri e severi,

fuochi slavati dentro all’infinito

pallide bardasse

che si toccano col dito.

 

 

25/11/’78

 

Il cavallo della morte si azzoppò

fra Lovoleto e Pechino.

Fu un bambino da un campo

che si accorse della chose

quando vide la morte impolverata

camminare a piedi

e dietro lemme lemme il cavallo

con aria incazzata (non lo credi?).

«Muoviti, sveglia, dai!»

imprecava la morte. Ma il cavallo

«in culo che mi voglio sderenare,

brutta befana»

rispondeva biascicando a bassa voce

«sono peggio del ladrone in croce

a portare a spasso per il mondo

questa balena maledetta

che ha sempre fretta

e come una saetta

non fa altro che travolgere e accoppare

tutta la gente che si vede intorno.

Se vuole camminare,

perché non si compra una bicicletta?

Sono un cavallo tutto sballinato

e non un cavallo da crociato».

Racconto queste cose perché

per circa mesi tre

nessuno morì nel vasto mondo.

La tregua benefica fu adottata

perché la gamba di un cavallo

si era azzoppata.

E la morte, per un momento

disarcionata,

non poteva più correre come il vento.

 

 

27/9/’78

 

La carriola era una signora bennata

invitata al matrimonio

della bistecca con il fuoco.

E questo, perché

lei conosceva il cuoco.

Ma la cerimonia nuziale

finì male

anzi in un vero disastro.

Infatti un fiasco ubriaco

tentò di violentare una bottiglia.

Ci fu un generale parapiglia.

Per fortuna che la bistecca

era una bistecca di maiale

e veniva dal basso.

Così non si fece sorprendere

o incavolare

dallo sconquasso.

 

 

6/7/’78

 

Ya nadie piensa en ti, Miss X nina.

I giorni della gloria,

del passero e

della mina vagante.

Poco distante c’era il diario

di una vecchia signora

morsicchiato dai vermi.

Dentro, tutta una storia un po’ tetra

e un po’ orrenda

di padri e figli

(in quel mese così rigido).

Chi lo trovò

lo mise sopra un tavolo

e ce lo lasciò

decidendo di leggerlo la prossima primavera.

Ma una sera

un cinese che suonava la tromba

lo rubò. Da quel giorno

del diario più nessuno parlò.

 

 

6/10/’78

 

«Ho letto l’ultimo articolo di Sciascia»

disse il girotondo

al cervo volante e alla trottola

«e non so che dire.

Mi sembra di morire

tanto è profondo».

«Eh, certo è uno scrittore molto fine

– rispose il cervo volante

calando sopra una botte di vino cerasuolo –

e in Italia, come dice Le Monde, c’è lui solo

Sciascia è un cassetto pieno di idee come di trine».

La trottola si mise a girare

per disperazione. Era autodidatta

e non capiva niente

di politica, semantica, morale,

comunicazione.

E con ambascia

non conosceva neanche Sciascia.

 

 

22/9/’78

 

DRAMMA DI UN VERO SAPIENTE NEL

MESE D’APRILE

Un saggio antico

(il suo nome lo so ma non lo dico)

con la mano destra scriveva

sul libro della verità

mentre con la sinistra

accarezzava la luna

ferma nel cielo lì a metà.

Poi la luna calò nel mare

essendo il mese d’aprile

e andò con un branco di tonni a pescare.

Il saggio resta solo

e continua a scrivere, a chiosare

tuttavia si annoia

perché con la mano sinistra non sa più

che cosa fare.

E non ha gioia.

 

 

7/10/’78

 

Sintagma e Apoftegma

erano entrati in finale

nel campionato mondiale

di tennis a Detroit.

Dopo il primo set Apoftegma

si sentì male

poiché era stato ferito a un dito

con una pietra lanciata da uno spettatore

inviperito

e criminale.

L’incontro naturalmente fu sospeso

e Sintagma fu proclamato vincitore

di quel torneo

e solo lui ebbe l’onore

di ricevere l’assegno del vincitore.

 

 

6/10/’78

 

Un uomo senza dio

incontrò un uomo con dio.

Ciascuno andava per la sua strada.

Si incontrarono a un bivio (bada

di ricordarlo) nelle isole Aran.

– Passa tu!

– No, avanti tu, non io!

Laggiù in fondo era il mare.

In mezzo a tante cortesie

non ci fu verso

di farli passare.

Ancor oggi sono lì fermi a declamare

– Passa tu!

– Non passo io!

l’uomo senza

e l’uomo insieme a dio.

 

 

12/1/’79

 

Goethe Johann Wolfgang

cameriere in un dirigibile

suonatore in una jazz-band

e scrittore di poesia futuribile

fu chiamato a Radio Città

per spiegare in quattro parole

come la vita sia dura

per un povero poeta

che non si accontenta di una felicità banale

né vuole una vita grigia e quieta

ma cercando spazio dentro un temporale

la sua giornata è tutta un’avventura.

La trasmissione andò in onda alle dieci di sera.

Parlarono per due ore.

Molte telefonate di persone disperate.

Poi arrivò la questura.

 

 

30/12/’78

 

Iato e Beneficenza

andavano di galloppo

sopra un somaro zoppo

verso Vicenza.

Iato diceva: «Lassame

ire libero e solo».

Beneficenza replicava:

«Sarei davvero brava

se ti lasciassi prendere il volo.

Devi restare con me».

«E io resterò qua con te»

Iato rispondeva mordendo

la canna della pipa.

Arrivarono a Vicenza

ma subito Beneficenza fu arrestata

perché mendicava senza autorizzazione

e Iato anche lui finì in prigione

perché tratteneva il fiato

prima di rispondere.

E tutto ciò senza una ragione.

 

 

23/9/’78

 

Hegel era un signore

che vinto dal rancore

per far dispetto alla suocera

gridò un mattino che l’arte era morta.

O se non morta, prossima a morire.

Poi chiuse a chiave la porta

e ritornò a dormire.

La suocera che faceva poesie

dalla mattina alla sera

per la notizia morì di dolore.

Da allora Hegel riprese a zufolare

canzoni d’amore

lungo il Neckar

quando andava a pescare.

 

 

11/12/’78

 

Quando parlava sembrava il mare.

Quando taceva sembrava il mare.

Quando urlava sembrava il mare.

Quando guardava sembrava il mare.

Quando dormiva sembrava il mare.

Quando cantava sembrava il mare.

Quando cacciava sembrava il mare.

Quando pescava sembrava il mare.

Quando giocava sembrava il mare.

Quando moriva sembrava il mare.

Era il mare.

 

 

10/10/’78

 

– Ti lamenti?

– No, non mi lamento.

– Eppure ti sento lamentare.

– Sarà il vento.

 

 

 

L’Arma Propria, anno 1, n. 0, giugno-agosto 1979.

 

 

 

 

Giovedì, 06 Febbraio 2014 14:18

I cavalli attendono

Come è ben detto nel volume curato da Pierre Laguillaumie “La lezione del Maggio ’68 ci ha dunque invitati a braccare la repressione ovunque si trovi”. È allora vero, anche per me, che il problema più urgente da affrontare perché si possano porre in modo politicamente corretto e aggiornato le premesse per far continuare una lotta di fondo che valga a fare progredire non già in qualche modo ma con una progressione finalmente autentica il fronte della sinistra, è quello dell’allestimento in ogni dettaglio della gestione di canali autonomi, autogestiti, della comunicazione; di canali che siano con rigore alternativi, fuori dalle sgrinfie dei signorotti del saper-tutto domenicale e delle melliflue amebe del trionfalismo reclamistico-televisivo.

Affrontare questo problema come un problema di ordine pratico è, più che urgente, essenziale per il rilancio di una realistica condotta di lotta della sinistra, per un mutamento sostanziale degli strumenti e delle strutture dell’informazione di massa e non per i soliti vaniloqui granguignoleschi che approdano a nulla (o quasi) e sono una mescolanza, in conclusione, di apologhi marginali e senza sfoghi legittimi. Un problema così imponente così importante ne connota e apre una sfilza di altri che si presentano subito specifici, fra i quali il primo è quello di una riorganizzazione, vale a dire di una rimpostazione della (o di una) nuova tabella di segni; si richiederebbe insomma un riscontro di tutto il linguaggio attualmente in atto (cartellonistico, giornalistico, tivù, ludico, rotocalchesco) per preparare la messa in opera di un nuovo e diverso raggruppamento di segni che non funzionino più quali emittenti neri del potere, mistificando la verità e traducendo (o trasferendo) ogni notizia nell’ambito della più sconcia ambiguità ideologica o in quello della malizia programmata; ma che si dispongano immediatamente come il veicolo di una informazione alternativa al sistema. Ne consegue che un problema altrettanto urgente è quello di preparare e avviare (produrre) giornali “autonomi” al servizio di una informazione sul serio preparata e amministrata dalla base; e non più i soliti densi quotidiani politico-narrativi, vassoio per una insalata di opinioni insinuazioni falsificazioni divulgazioni interessate e opprimenti (deprimenti) da cui il medio-lettore è adesso alla fine incanaglito e rincoglionito; giornali, invece, che siano a misura della testa dell’uomo, dell’uomo che è gestore-utente della comunicazione; e a misura, aggiungerei, delle sue legittime curiosità e del suo bisogno. Magari, partendo subito dal punto di biforcazione più liso e retrivo ma tuttavia più incidente e meno contestato che è il quotidiano sportivo soprattutto qua da noi; poiché il quotidiano sportivo va inteso in una accezione piena e consapevole null’altro che come un quotidiano politico, anzi il quotidiano politico per eccellenza, gretto e altrettanto pericoloso nella sua apparente leggerezza sorniona, suscitatore di stimoli e di basse curiosità, strumento del potere. Per intanto, dunque, una gazzetta dell’oggi sportivo alternativa dovrebbe porsi come antagonista ai cinque fogli ufficiali e disporsi a battaglia sconvolgendo le carte e trasferendo il discorso sul campo aperto della battaglia ideologica per poi celebrare il proprio funerale a vittoria (si spera) consumata. Eppure, quanti ne hanno parlato, impostando un discorso politico e non la solita manfrina di sociologia della lettura che si ammanta di consuntivi come una marchesa di perle mentre la conclusione resta un sospiro (un bel sospiro) senza deduzione? Si legga nell’inchiesta di Enzo D’Arcangelo “Sport e società” (Alternativa n. 38, del 14 novem. ’71): “Di fronte a queste contraddizioni la sinistra parlamentare non fa un minimo discorso critico. I quotidiani di sinistra cercano di competere con i quotidiani sportivi sul piano tecnico: recentementel’Unità ha dedicato un inserto di 12 pagine al ciclismo professionistico e Paese-Sera 24 al prossimo campionato di calcio. Tutto perché il fenomeno è popolare e di massa!”. Eppure, chi ha mai messo le mani nel cestone delle cronache ludiche ebdomedarie, intessute per lo più con le trame di un pervicace dannunzianesimo vitalistico o, nei casi più ambiti, di un gaddismo istrionico e incrinato; oltre che, in forma più subdola, di tutte le insinuazioni e deviazioni patologiche-ieratiche-isteriche dell’ideologia imperante? Si è già detto: calcio come ideologia, ma intanto si deve aggiungere, precisando il dettato, calcio come reazione (proprio in questi giorni abbiamo un esempio, per connotarne i protagonisti, nell’intervista pro domo sua di alcuni divi della pedata e del calcagno, che sfrigolano il loro perbenismo da maggioranza silenziosa e da piccole trombe del sistema) e sport come reazione, quale è adesso connotato svolto amministrato dalle nostre parti e da altre parti ancora: selettivo-razziale, luogo d’incontro e d’esercitazione per alta acrobazia repressiva. (“Per i proletari, oltre il calcio, c’è solo la strada aperta del ciclismo e della boxe, ossia gli sports più faticosi e più soggetti a sfruttamento; il primo trova diffusione nelle regioni centrali dell’Italia dato che tutti i ragazzi delle campagne per andare a scuola fanno largo uso della bicicletta, il secondo è diffuso principalmente tra i sottoproletari del Sud e delle isole (specie in Sardegna) e tra i boscaioli del Veneto, Trentino ecc. Esclusi completamente i meno abbienti dalla pratica di sports come lo sci, il nuoto, la scherma, il tennis, il tiro, la ginnastica ecc.” D’Arcangelo, cit.).

Intanto. Ma appena si è detto del quotidiano sportivo come di un quotidiano politico (su questo problema cercherò di tornare in maniera più argomentata) è della ossessiva e generalizzante pressione della tivù con gli elfi e gli gnomi delle sue fiabe pubblicitarie; è della strarompente pubblicità della strada, verbale e iconografica al livello di una violenza ossessiva, che bisogna affrettarsi non tanto a parlare per constatazioni di sdegno iconoclasta ma per assumersi l’obbligo anche in questo caso di elaborare strumenti e dati alternativi; ripeto: autonomi e autogestiti. Se non si provvederà a organizzare e programmare un lavoro a breve e a lunga scadenza su questo e su questi problemi; se la sinistra anziché prendere atto dei movimenti e delle realizzazioni degli altri (magari mugugnando) non affronterà in maniera organica, insistendoci sopra, il problema degli strumenti audiovisivi e quello altrettanto “grosso” delle video-cassette; poi quello dei giornali (come ho accennato), quello dei libri libroni libretti, l’altro (ancora) della pubblicità in generale; ebbene, senza radunare e disporre, privilegiandoli, questi problemi temo che ogni altro discorso oscilli fra l’avventurismo senza venerdì o sabato di piccole frange e il coretto isterico connotato dall’incertezza di coloro che si guardano intorno presi soltanto da un grande smarrimento.

Con questa premessa semplice, con cui ho voluto mettere in luce in un rapido abbozzo l’urgenza di una dieta problematica volevo arrivare a dire, in un campo specifico, che ha molto ragione Gian Carlo Ferretti quando (nel fascicolo recente di Problemi n. 29-30) sostiene o riafferma, riprendendo e sviluppando tesi in precedenza enunciate (ad esempio neL’autocritica dell’intellettuale), che “ogni discorso settoriale, comunque, non può essere impostato che come astrazione determinata rispetto a quell’orizzonte più generale. Ogni compito di lotta specifica non può non essere concepito che nel quadro di quegli obiettivi più generali. E viceversa. Ogni lotta per la trasformazione di un ente o di un istituto, a livello nazionale, non può prescindere dal lavoro concreto, specifico, direttamente legato a una realtà anche circoscritta, che in quella stessa prospettiva si muova ecc.”. In altre parole, come anche ribadito nella premessa stesa da Schiavina e Russo alRendiconti n. 22-23 (scolastico), un costante rapporto di prassi-teoria-prassi dovrà sovraintendere ad ogni funzione operativa che sia esercitata finalmente nella direzione di un rinnovamento, dalle radici, della cultura; e nella quale l’intellettuale dovrà finalmente assumersi tutta intera la propria responsabilità. Ogni altro proposito o progetto di lavoro è destinato a esaurirsi nel limite e nel cerchio di fuoco di esperienze individuali facilmente controllabili, catalogabili e subito e nella sostanza inefficaci. Quale ad esempio, per rendere il dovuto omaggio autocritico alla tesi, quella del sottoscritto con un ciclostilato ecc., su cui è perfetta l’annotazione di Ferretti che, “il suo atteggiamento, in generale, non appare certo immune da contraddizioni e da equivoci chiuso com’è nell’ambito di una presa di coscienza in definitiva privata e condannato altresì – sul terreno pratico – a quella stessa impotenza che Roversi stesso aveva denunciato”.

Da questo saggio di Ferretti, che va letto intero, risalivo con la memoria, collegando analoghi problemi ad analoghe esigenze (o problemi molto simili a esigenze molto simili; esigenze di soluzione o di risoluzione, naturalmente), a quel denso inserto di carta giallina, apparso come supplemento nel fascicolo 5-6 della rivista Ragionamenti, del settembre 1956. Si intitolava “Proposte per una organizzazione della cultura marxista italiana” ed è tutto da leggere, salvo necessarie modificazioni di prospettiva e con l’aggiunta di alcune altre e nuove divergenze sopraggiunte. Perché il richiamo si innesti nell’intreccio della problematica in discussione, esemplarmente, produrrò alcune estrapolazioni da intendersi quali sono:

1) “Se dal tumulto del dopoguerra, dove si è cercato con generosa e affannosa violenza di impadronirsi della cultura antifascista italiana e straniera, si è passati ad una più acuta opera di ricerca (che in taluni settori ha dato indiscutibili risultati) questa ha avuto come contropartita, con la ripresa delle parole d’ordine dell’anticosmopolitismo e del nazional-popolare, l’arresto del contatto critico con gli sviluppi della cultura nei paesi capitalisti, il silenzio sulla storia recente del movimento marxista internazionale, la superficialità della politica delle alleanze culturali. Detto altrimenti, al regime della guerra fredda e alla politica delle due ipotesi – pace e guerra – è corrisposta una direzione culturale che oscillava fra l’astratto ideologismo (o conservazione dei testi) e l’accettazione di strumenti di lavoro e di comunicazione, di rigorosa osservanza accademica e borghese. Un regime di doppia verità ecc.”.

2) “Il primo passo per iniziare la fine concreta degli “intellettuali” come categoria o ceto separato e privilegiato è proprio nell’esame delle condizioni nelle quali si svolge il loro lavoro; non o non solamente nell’ambito della società capitalistica ma nell’ambito di quella società socialista iniziale che è rappresentata dalle organizzazioni politiche, sindacali, dai loro centri studi, riviste, istituti di cultura. Gli uomini di cultura marxisti debbono impegnarsi a non disgiungere mai una discussione, una proposta, una ricerca su di un problema generale o particolare e specifico da quella sulle forme organizzative nelle quali quel pensiero dovrà svolgersi e comunicarsi. Non si superano le deficienze della cultura marxista italiana se per ogni indagine compiuta, ogni pensiero espresso, ogni ricerca realizzata non ci si domanda entro quale sistema organizzativo della cultura socialista quell’indagine, quel pensiero, quella ricerca debbano inserirsi, come funzioni e perché quella rivista, quell’istituto, quell’organo di stampa, quella casa editrice destinata a trasmetterli. La critica delle condizioni della cultura socialista è la condizione di una cultura socialista critica”.

3) “È proprio dal rapporto fra lo specialista con le masse – rapporto non romantico né gratificante, bensì semplicemente di informazione e di osservazione, di scambio e quindi di compartecipazione di esperienze e di conoscenze – che debbono nascere i temi e i contenuti particolari delle ricerche”.

Ho compiuto questo piccolo esercizio bibliografico, sia perché come ho detto questo richiamo (o rimando) si colloca all’interno di un discorso ancora oggi apertissimo, sia per ribadire una sovrana affermazione leninista che suona: non si tratta di scegliere una via (come era il caso alla fine degli anni ottanta o all’inizio degli anni novanta), ma di sapere quali passi pratici dobbiamo fare su una via già nota, e in che modo precisamente farli. In che modo precisamente farli. Aggiunge Lenin: si tratta del metodo e del piano di attività pratica. E questo per togliere l’aria disperante della (o di una) crisi ogni qual volta si ripresentano problemi che sembra portino la maschera stanca dell’iterazione, sempre inappagati nella loro volontà di soluzione.

Ecco il punto: circoscrivere i problemi fondamentali e cercare di risolverli con metodologie riverificate, costituendosi e organizzandosi in gruppi di lavoro e specificando limiti e modalità dell’impiego e dell’impegno. Ma tali problemi non potranno essere affrontati e risolti (nella loro possibilità di soluzione) se non ci si proporrà di risolverli dall’interno, cioè producendo le nuove situazioni autodirette e autogestite entro cui la prassi potrà svilupparsi in modo autonomo. Il problema dell’intellettuale in questi anni era, ma sta diventando sempre più il problema della sua collocazione di lotta organizzata all’interno di questi problemi, e della sua identificazione come architetto di rifugi atomici che riparino dall’inquinamento ideologico e dal bombardamento segnico a cui è soggetto, senza pezze d’appoggio, e senza altra speranza di salvarsi che in un rabbioso ricupero di coscienza critica e di consapevolezza culturale il consumatore medio (l’io, il tu, il lui) che adesso si muove indifferente, sprovveduto, perduto. Perché dovrebbe risultare chiaro che – al di fuori dei ludi verbali o gratulatori ma in definitiva assai poco consolatori sulla letteratura della reazione o della restaurazione – noi avremo e possederemo solo ciò che saremo stati capaci di conquistare o di raggiungere; di conquistare e di produrre; di raggiungere e di mantenere; e questo, cioè questo ciò, è la nuova organizzazione della comunicazione che si deve scegliere ed elaborare per tornare a saldarci con le masse. Questa saldatura tra popolo e intellettuali consiste nella ricerca e nell’attuazione dei canali alternativi della comunicazione. Ecco perché si può identificare come un fatto di notevole rilievo nella direzione sopraindicata l’apparizione di un quotidiano come IlManifesto, molto nuovo nella geografia cultural-politica italiana e in un certo modo dirompente nella sua esemplarità. Proprio “quel” quotidiano di pura informazione politica, senza la nera, i bene gli altri e le fotografie dall’Australia; strutturalmente nuovo nell’ipotesi di un lettore già diverso. È così che attraverso questo tipo di intervento diretto e di ricerca diretta si potrà instaurare un rapporto di saldatura fra intellettuali e masse senza situazioni privilegiate e senza creditori chirografi. In caso contrario, ancora una volta “questa mancata saldatura tra masse e intellettuali farà dell’Italia il paese delle sommosse, anziché il paese della rivoluzione; e lascerà oscillare le masse, pure così cariche di volontà di lotta, tra il riformismo e il massimalismo” (Del Carria, a pag. 185 del primo volume). Poiché il tempo segna a burrasca (in parte mentita e in parte reale), non vorremmo assistere alla periodica derattizzazione della stiva della sinistra al fumo delle solite crisette; e proprio perché in questa nota condensata ho cercato più volte l’appoggio di qualche rimando bibliografico, vorrei concludere – o avviarmi alla conclusione – con un riferimento alla pagina cinquantadue del libro di Dodds (Pagani e cristiani in un’epoca di angoscia), a cui potrei rimandare chiunque si dispone a leggere con la rabbia di capire le cose “correnti” e da cui levo questa analogia che per me è folgorante nella sua linearità e apparente semplicità, come accade per le affermazioni che sono subito giuste (o esatte): “Anche Sophie Scholl ebbe un sogno (come Perpetua, aggiungo), mentre era chiusa in prigione l’ultima notte della sua vita: le sembrava di arrampicarsi per una montagna scoscesa, portando in braccio un bambino che doveva essere battezzato; alla fine ella cadde in un crepaccio, ma il bambino si salvò. La montagna con i suoi crepacci corrisponde alla scala pericolosa di Perpetua; il bambino non battezzato richiama Dinocrate, che mori non battezzato all’età di sette anni. Nei sogni di entrambe il bambino si salva, e i loro cuori materni ne traggono conforto; ma mentre Perpetua sogna un dio pastore e una vittoria simbolica nell’arena, Sophie Scholl è felice di vedersi cadere nell’abisso: la fede in un futuro miracoloso è più difficile nel ventesimo secolo di quanto non lo fosse nel terzo”. Addirittura impossibile. A noi semmai è assegnato di disfare il tempo e il futuro con le nostre mani, ricomponendolo dai suoi minuti frammenti; magari sempre cominciando da capo e magari poco per volta; ma sempre, come ci hanno insegnato e non dobbiamo mai dimenticare di essere, pazienti davanti alla verità. Dobbiamo evitare di lasciarci prendere, come in mostruose tele di ragno, dall’orgasmo di scadenze che sono dette sempre prossime mentre nella realtà vengono di continuo rimandate, in uno scambio di ambiguità perplessa, di improntitudine magari storicizzata. Ricordiamo (rassegnandoci) che non abbiamo neppure il tempo di scaricare i bagagli. Come dice il Goethe ricordato da Fortini nel suoUna volta per sempre: i cavalli attendono.

 

 

 

Giovane critica, n. 30, 1972.

 

 

 

Barba Piero lo chiamavano i suoi alpini della prima e terrificante guerra mondiale. “Agente ottimo ma impromovibile” lo definivano i suoi capi nella Ferrovia e gli agenti della polizia durante il ventennio fascista. “Con che silenziosa ostilità”, confidava, “ho portato i miei ven-t’anni di miseria e di soprusi”. Infine, ancora: “Confino e prigione spirituale! La persecuzione Fascista mi ha privato dello scrivere, ma non mi ha impedito di pensare!”. E durante la seconda guerra mondiale, relegato (in effetti, confinato da Firenze) a Bologna, affermava con convinta durezza: “Ho solo il problema di conservarmi”.

Che uomo era, dunque, Piero Jahier? che scrittore, che poeta era, dunque, Piero Jahier? Ciascuno ha il suo giudizio, oggi; io seguo, direi insegno, il mio. Sia giusto o meno, e per le generali intanto, lo avvicino e lo raffronto, per segni continui e particolari, a Rebora e a Mandel’stam. A uno, per la costante tensione, che incrudeliva e poi finiva a sovrastare, per perdersi, dico meglio: immergersi negli altri come atto inevitabile necessario urgente di conoscenza di sé e del mondo, di cui tuttavia era, il prossimo, in ogni momento protagonista inesorabile. Ricercare e avvicinarsi agli altri era come ferirsi di volta in volta per riconoscere il proprio sangue, assaporare quasi amaramente la propria vita già trascorsa, trasferirsi in una disposizione di quotidiana attesa. Era insomma una forma dura di donazione. All’altro, per questo impedimento esistenziale di trovare riposo, di rasserenare il cuore e soprattutto i pensieri; per questa continua, prolungata ambivalenza esistenziale fra la ricerca di un approdo dell’anima e la pulsione acuminata dell’esistenza quotidiana che non dava tregua: “Se l’anima indietreggia, indietreggia anche la poesia”. E invece, trascriviamolo una seconda volta: “Quattro anni di esilio a Bologna con la famiglia spezzata in due… Confino e prigionia spirituale!”. Nato a Genova nell’aprile del 1884, morto nella cara e amata Firenze nel novembre del 1966. Di famiglia valdese, il padre era pastore nella chiesa, due anni di studi religiosi; poi l’entrata, dopo la morte tragica del padre, nell’amministrazione ferroviaria; avendo già presto imparato che “volere è una forza ed amare una potenza”. Ed è questo l’elemento primario, di fondo, della sua personalità, della sua umanità. Con me e con gli alpini ne è una costante verifica, e rende quest’opera, alta e insigne, oltre il suo valore, un unicum fra le opere ‒ e sono tante e un manipolo anche notevoli(ssime) ‒ scritte da artisti soldati in quella prima guerra infernale. “Criticano sempre / perché mi accompagno con gli inferiori. / Ma non mi accompagno con gli inferiori; / mi accompagno coi miei uguali. / Tu credi di essere più istruito perché hai fatto le scuole; / e che il soldato popolo ti sia inferiore. / Credi che la saviezza dipenda dall’alfabeto. / E la nobiltà dal sartore. / Ma io tutte queste cose non le credo. /Tu, cos’è stata fin qui la tua vita? / Sei nato, ài empito pelle, vuotato pelle, fregato pelle. / Eppoi tuo zio Capo Divisione ti ha impiegato. / E da allora ài empito più pelle, vuotato più pelle, fregato meglio pelle. / E se mi parli, non mi sai parlar altro che di questo empir pelle e vuotar pelle e fregar pelle che ti è stata la vita. / E allora io mi accompagno col mio trombettiere contadino, invece. / Che à un’anima tanto ricca che trabocca in poesia, / quando mi racconta il combattimento contro la miseria ch’è stata la sua vita. / Viaggi e battaglie di un contadino italiano contro la miseria”. E poi, altrove: “Ma tu, ricordati di FARE IL BENE CON DISPERAZIONE. / Se fosse con soddisfazione, chi non farebbe bene? / E bene perché fatto con disperazione; perché abbandonato ‒ a ogni costo ‒ a qualunque opinione. / E del resto, apri tranquillo il suo solco, e lascia cadere il tuo seme. / Tanto il vento e il sole sono di Dio”. Si intende dunque, subito, il suo orecchio e il suo cuore per la voce di Claudel, ma intanto già il Rebora dei Frammenti gli era vicino, senza troppa letteratura e con le ferite reali della vita: “Con la falce nell’erba / frusciava il mio baleno”. E di Rebora così scriveva Giuseppe Raimondi, che nei primi anni gli era amico: “Il suo viso, affilato e avanzante, con qualcosa di ferreo e di fiero, perfino di guerriero, nelle ombre profonde, nelle parti oscure, di quel viso”. Anche Jahier, come Rebora (a mio giudizio), sotto le vesti di guerriero (soldato in divisa) ha una intima voracità d’amore, una costante ebbrezza di dedizione, tale da bruciare la carta su cui scrive (rovesciandole sopra il fuoco interno). Certo, Rebora, via via, come uno che cammina a piedi nudi entrando nel mare, si inabissa in dio, cercando di perderlo e ritrovarlo in una ricerca inesausta; Jahier “continua ad affrontare la vita, non per sé ma in mezzo agli uomini, con la stessa foga di quando va alla montagna”, però sa anche, per non perdersi, che una delle prime difese “sarà di non lasciarsi rubare la poesia dalle nuove abitudini della terra”. Non perdersi, non disperdersi dunque, ma restare partecipe della vita. Nel 1912, insieme a Prezzolini, Jahier ottiene un mutuo trentennale per la costruzione in cooperativa di una piccola casa, che lui chiamerà, sempre amandola, la “casa rossa”, lì a Firenze; dov’è inoltre amministratore (meglio, gerente) de La Voce. Accanto, molti nomi che faranno la storia della cultura e della letteratura italiana del Ventesimo secolo. Poi il fascismo; il lungo travagliato silenzio, il lungo faticato drammatico silenzio (quasi un rabbioso disamore per la scrittura, che non può avere spazio di vita). “Anni che ora contano doppi… è la caduta inesorabile di ogni illusione” dirà alla fine, sentendoli addosso come un peso non scaricato. E ancora: “È certo che la mia presenza in vita è un rimprovero a tanti letterati italiani i quali non mi perdoneranno mai di essere stato sotto il Fascismo quello che in fondo avrebbero voluto essere stati loro”. Negli anni ha fatto lavori di traduzione. A un amico (Romeo Forni), che visitava negli ultimi tempi l’uomo dai capelli di lana bianca, raccontava che “la domenica prima c’erano ottantamila sportivi allo Stadio, che si trova a un centinaio di metri in linea d’aria dalla casa rossa. Lo stesso giorno, l’invecchiato e illuso Richicchi, mazziniano, inaugurava sul viale dei Mille la lapide a tre partigiani caduti, davanti a uno sparuto manipolo di curiosi”.

 

 

 

(Già in EnnErre, n. 18, I, 2003).

 

 

 

 

 

Mercoledì, 05 Febbraio 2014 17:10

Piovono pietre

Da L’Italia sepolta sotto la neve, III, vv. 561-667.

 

piovono pietre cadono luci da nubi ricurve

sulla terra così desolata nei giorni senza amore

le città chiudono le porte quando è l’ora del

ritorno delle pecore

per sgomentare i leoni.

Correndo vedo pianure calpestate dalle navi in arrivo

sull’acqua le stelle scuotono bandiere sconosciute bruciate.

Quale amarezza nell’ora della sera più fonda.

Suonano chitarre spagnole negli angoli

dei paesi persi fra i monti

cavalieri infuriati insanguinano le piazze

so come fermarli gridano uomini giovani tra i lampi

inseguono le persone fuggitive.

Quello che è da dire è detto, in giornate cruente.

Al primo autogrill ricordo

il caffè fuma nella tazzina gialla di plastica

ascolto una canzone di Jim e sono arrivato alla luna.

Il motore del TIR tedesco è uguale

al concerto di Bach in una sala deserta

corre sull’autostrada aperta

per le gallerie di gelo verso le montagne

là dove una tempesta può portare primavera.

Esulta esulta anche tu sul filo

vieni vieni a guardare la fronte corrugata

della pianura che un fulmine

ha appena svegliato da un sonno di nebbie

il suo sangue è l’azzurro volo del biplano a elica

sulla pazzia per prati di un cavallo albino.

Divorano le ossa cantano

scavano la terra scoprono città immemorabili

affiora oro bianco fra la polvere

è lo specchio del tempo e noi qui insieme a

contare i passi per arrivare al fiume

ci aspetterà l’amico decapitato dalla nostra voce

il rullo dei tamburi i fucili puntati l’uomo insanguinato.

Il giorno

è un giorno diverso anche le ragazze impudenti camminano svelte

non guardano intorno

la città assediata brucia di fiori aspetta il

barbaro che porta tempesta

 

il suono delle sue spade dice parole non conosciute.

Se questa è la fine si può

domani trovare un faro sul mare

esultare perché le parole cadono prigioniere

rane bagnate dal fango fra i piedi

di mendicanti e soldati che dormono in mezzo alle rovine di Roma.

Questa non è una fine è il principio di un mondo

con il suo grido che apre le acque dei fiumi

un uomo a cavallo oltrepassa al galoppo veloce le sbarre di

ogni confine.

Lasciami posare il coltello sul tuo cuore vita perduta

vita ritrovata

il principe del silenzio vola sopra le foglie

tocca gli occhi del bosco risveglia api enormi

la città ha un brivido urla un jet lontano

l’arte come la vita ripete il futuro.

Leggo mille significati

quando viene la sera

e li accende come perle nere.

Nel tramonto ascolto suoni rumori

il Che come un Cristo con le ciabatte

su tavola di legno.

Il Che nella memoria questa sera mi arride e

sento la montagna camminare

sulle mie gambe in un vuoto che non vedo

dentro la solitudine della lunga strada inquieta.

Il giorno in cui mi hanno cavato la vita strappandomi da casa

erano soldati i bottoni lucenti

vestiti da soldato luccicavano le divise

splendevano gli occhi avidi sembravano soldati.

I passi del dottore argentino che chiedeva una verdura nuova.

Quando questi anni saranno polvere nella polvere

la vergogna dell’uomo ricadrà sopra me sopra te e non sulla terra

salvata dalla vergogna che l’uomo travolto

nell’oceano di dolore voluto non può sopportare. Il cane

dove sarà il cane? Leggero

con la pazienza fra i denti a raccogliere foglie. Odio

le foglie indifferenti alla morte

nella vita di un anno sono rassegnate al destino

sento le foglie cadere in un soffio il vento non dà più la vita

le foglie il mare di foglie mio rosseggiante cuore di foglie

foglie ansimanti

cuore d’agnello appena squartato

onde di foglie si inseguono nell’autunno italiano

risalendo dai prati agli appennini scontrosi

nelle case fra i rami con vestaglie di donne.

Foglie una foglia cadono cadono cadono ancora

rosso tramonto sul marmo appena lavato.

Che segnali mettere per dire

agli abitanti del futuro

di non scavare sotto Carlsbad nel New Mexico?

Nel fatidico ’68 non ero ancora nato.

Casa che non sei casa ma acqua sfiorata col dito

la casa era la casa della formica del ragno

che ride a un giorno verde appena uscito dal sole

la casa della carpa addormentata al bordo del macero

la casa dell’uomo perduto poi ritrovato

l’uomo senza fortuna l’uomo dimenticato

la casa era la casa delle scarpe ordinate

la punta delle matite nei cassetti dei mobili vecchi

riflessi da specchi straniti incrinati

vicino a finestre socchiuse

e, oh anche tu lo sapevi amor mio mio cuore

era la voce la casa dei passi in arrivo

luci di porte socchiuse

voci le voci le voci correvano andavano

per le scale di pietra fino ai paradisi infiniti

 

 

 

MicroMega – La verità della poesia, n. 3, luglio-settembre 1996.

 

 

 

Martedì, 04 Febbraio 2014 17:09

Epoca ed eventi

Ai vecchi, che non siano celebri o venerati, oppure celebri e venerati – perché, allora, gli si permette tutto, anche l’abuso costante di lasciarsi adulare – è consentito su richiesta, come unico vincolo che ancora li possa collegare (e non dico legare) al mondo nuovo che si sta facendo, il contributo di una qualche memoria, che non sia vessatoria né meravigliosa ma reale; e che non si concluda sul tono di “ah, come erano belli quei tempi, i miei tempi; belli giusti diversi per la nostra gioventù”.

Ecco dunque che, avendo sotto gli occhi i cinque fogli con l’elenco dei volumi esposti nell’aula Carducci dell’Università, posso avviare una privata pellicola mentale a colori con riferimento ai volumi stessi, anzi, più direttamente, alle copertine dei volumi; e una correlata pellicola filmica in bianco e nero, sempre mentale, attinente ad alcuni fatti episodi proponimenti del tempo di cui si conserva qualche memoria; con i primi entusiasmi o sorprese di letture poetiche da parte di amici e compagni, verso la fine degli anni ’30 e nei primi anni ’40. Dopo, per varie stagioni e per precise ragioni, sarà una “gentile signora” a menare la danza. Voglio dire che vari volumi esposti in questo luogo carducciano memorabile – dove ho ascoltato parecchie lezioni non più dimenticate di Carlo Calcaterra – si leggevano allora; e così si può andare, per l’occasione, come sulla barca del Cavalcanti, dal Carducci verdino agli ultimi verbo-visuali, completando e ricordando un bell’arco di tempo e di lavoro. Più di un secolo di poesia e, in alcuni casi, di buona poesia, con cime di alta poesia.

Intanto, come annotazione di una curiosità, intorno a queste modeste forme editoriali in esposizione, si potrebbe tentare una classifica non di valori testuali ma di rarità di mercato. Tanto più che oggi la disputa accanita, fra i raccoglitori delle prime edizioni novecentesche italiane, ha fatto lievitare i prezzi a quote non immaginabili solo pochi decenni fa.

Il Campana di Marradi sembrerebbe surclassare ogni altro contendente. Ma rientrando nell’ordine di una valutazione realistica e fredda, il Pascoli delle Myricae nella prima edizione del 1891 – qua presente solo in seconda edizione – potrebbe rappresentare il primo osso nella disputa fra collezionisti.

Campana distribuiva lacerava buttava scagliava dimenticava strappava il suo modestissimo volumetto in 16°; il Pascoli del ’91 ha una linda agilissima sobrietà da animaletto in agguato. In tanti anni ne ho veduto un solo esemplare nel ’50, nella raccolta quasi impenetrabile di un accanito e attentissimo studioso del secondo Ottocento italiano. È mio parere che sia anche più raro del Pinocchio nella prima edizione fiorentina del Paggi, 1883.

Rarissimi: le Rime carducciane, libriccino minuto che fa tenerezza, come un cucciolo disperso; e, per entrare nel Novecento, il Delfini del ’32 e i quattro Govoni, ormai spariti anche dai più rigorosi cataloghi di vendita.

Si saltano i decenni, eppure a vederli così ravvicinati questi volumetti suscitano sempre un tumulto di buone emozioni. Un libro non può mai lasciare indifferenti, si sa; ma questi risultano tanto più avvincenti o sollecitanti, come spinta alla lettura o alla rilettura, perché alcuni sono pietre miliari nel percorso drammatico e accidentato della nostra poesia, affollato da indispensabili formiche industriose. E aggiungerei che si può ricavare di seguito l’impressione di quanto sia scorretta la bocciatura solenne elargita da più parti accademiche, in questa tornata di settimane piovose, della letteratura e della poesia italiana di questo secolo (salvo l’esiguo gruppetto dei notabili già santificati). A contrasto, sfiorando con gli occhi anche solo parte delle suddette copertine, si partecipa di un lavoro fertile, intenso nell’insistenza, teso a fare e a concludere, alimentato da autori e da opere che, troppo spesso, hanno dovuto aprirsi la strada col machete, senza il supporto – in molti periodi – di una critica ufficiale seriamente partecipe anche se liberamente e vitalmente conflittuante.

Un esempio: Giuseppe Guglielmi – qua, per fortuna, presente – è conosciuto da cinquanta lettori (lui che è, davvero, il Gadda in poesia di questi ultimi cinquant’anni); o il gran fiume della poesia verbo-visuale, rimasto fuori da ogni porto, o da ogni porta dei vari banchetti celebrativi e ricapitolanti. Mi scuso, e non dimentico il mandato di radunare alcune briciole su Bologna al tempo delle Poesie a Casarsa.

Poche cose. Una città poco per volta preda della guerra; con un passaggio strisciante dall’inquieta indifferenza al coinvolgimento drammatico. Anche i giovani, quelli che frequentavo – avendo come professori dal liceo all’università, fra gli altri, Antonio Rinaldi, Gaetano Arcangeli, Roberto Longhi, Alberto Mocchino, Carlo Galavotti, Carlo Calcaterra – leggevano molta poesia, magari la scrivevano, tra una esaltazione privata e lo sconforto che sentivano crescere per il tempo sempre più duro – prima di doverlo masticare fino in fondo.

Ma nella pratica, se può servire una breve esemplificazione, riferisco di un bombardamento aereo sulla città, che mi sorprese mentre su una scala, nella libreria Cappelli, perlustravo lo scaffale più alto alla ricerca di qualche libretto buono e atteso. Per la fretta di scendere sdrucciolando con le mani sul legno, sbucciai la pelle a sangue ma stringevo fra i denti, mentre cominciavano a cadere le bombe, Frontiera di Sereni, nell’edizione di Corrente. Erano un po’ queste le nostre situazioni di approccio alla lettura; a conferma, dentro di noi, nonostante l’insania del tempo, di una insistenza e di una furia di voler leggere e di volere conoscere a tutti i costi, attraverso la poesia comunque consumata, le ragioni della violenza che ci circondava.

Un bisogno, attraverso quella fatica e quella sorpresa, di ripulirsi e rinforzarsi con il mezzo della parola, scoperta conservata difesa elargita; un fuoco giusto che non feriva a morte come gli altri fuochi ma che concedeva un po’ di lume per le notti che sembravano non finire mai.

La voglia di capire e di intendere, e di partecipare, come è nei giovani da che mondo è mondo, in quel momento filtrava per noi soprattutto attraverso questi libri di poesia. O dai libri di poesia. Libri maledetti, libri amati, libri divorati. Alcuni, come uccelli migratori, sono proprio in quest’aula.

Potrei aggiungere d’essere stato testimone della nascita e della conclusione editoriale delle due plaquettes di Leonetti e di Pasolini. Ma appena uscite dall’officina tipografica Tamari, sede in piazza Calderini, con la sigla editoriale del libraio antiquario Mario Landi – bottega tutta di legno in un interno di piazza San Domenico – la piccola compagnia si disperse e ciascuno camminò verso il proprio destino diventando uomo. Tenendo in ogni frangente, nel taschino della camicia, come un talismano, un opuscolo di poesia. Scelto fra i più cari e i più leggeri. In tempo di guerra; in guerra.

Così, risulterebbe oggi forse un confronto curioso veder decidere, fra i giovani, quale testo porterebbero nel taschino dalla parte del cuore, in un momento della vita, fra polvere e marce; o magari nella prossima guerra dei mondi; non potendo caricarsi di videocassette, cassette, CD con relativo armamentario. Quale, insieme al pacchetto delle sigarette, per necessario conforto? Anche solo da tastare, con la mano, ogni tanto, fra fuoco; o silenzio. Non è questa la vita?

 

Un interminabile amore. La regione della poesia. Mostra di prime edizioni di poeti emiliano-romagnoli del ’900, BUP, 1996.

 

 

 

 

Lunedì, 03 Febbraio 2014 12:42

Appunti di un lettore

Colgo alcuni elementi che mi suggestionano, cercherò poi di chiarire quali, con la cautela del lettore invischiato nella sua fame di pagine e pagine, nella attuale vivacità poetica, talvolta anche un poco frastornante (non dico, sia chiaro, disturbante) di voci, richiami, ammonizioni e confessioni, nonché di climi temporali e di ritmi.

L’essere senza maestri ufficiali, fortunatamente, invece di creare confusione, a quanti scrivono, suggerisce e dispone a brividi sentimentali o critici di varia intensità, ma continui. Così, anche al lettore più anziano, al quale credo sia consentito entrare ed osservare questo, ripeto, fragoroso e sorprendente agone, può essere consentito, senza recriminazione, affermare quanto segue: «non ho tempo di pensare di dover morire, bensì ho tempo per cercare di lottare ancora un poco contro il tempo, che è precipitoso, e questo è il suo fascino».

Il tempo, albero con mille rami sul quale si posano gli anni (e anche la poesia nel suo volo di migrazione) per riprendere fiato e per potersi guardare intorno, ancora affannati, prima di rimettere le ali, verso le terre d’Africa, magari…

Le poesie, le parole, come uno stormo di uccelli migratori che si odono trasvolare nelle ore notturne, quando molti dormono ma non il lettore di poesia (che è sempre un buon compagno di strada), alcoolizzato di versi, di ritmi di suoni, scansioni struggenti, del suo periglioso avanzare nella buia caverna del niente che la poesia lentamente, inesorabilmente, illumina.

Sono questi gli elementi già presenti in questo libro, che mi suggestionano, dicevo.

Il tempo, il suo ritmo implacabile ma anche, soprattutto, a mio avviso, il moto continuo di queste strutture a cercare assembramenti.

Una scansione alimentata da un dinamismo introiettato. Fatta di attraversamenti, di passaggi e frammenti.

Leggo ogni testo sostenuto da una pulsione fortemente scandita a cercare di assidersi con una quieta violenza (quieta ma decisa) su un nucleo interno (come su un masso durante un faticoso cammino). In più a compensare, non a correggere questa impressione, prima di questo arresto deciso violento i versi vibrano, come il passare di un treno rapido osservato in una piccola stazione.

Così anche sembra che i testi non siano mai conclusi ma si aggancino gli uni agli altri per lasciarsi ordinatamente trasportare (non trascinare). E spesso si arroventano in questa tensione così disposta.

Le cose, il movimento delle cose, l’accadimento delle cose (più delle cose accadute, le cose che accadono), il nostro accadere.

C’è dunque un movimento, che vorrei definire impellente, dietro l’iniziale tormento delle parole (il termine parole, parole, parole è prepotentemente ribadito) che tendono a segnalare il moto, i sussulti tematici, i risentimenti riflessivi, lasciando tracce come quelle rilasciate da un jet in un cielo azzurro, senza nuvole, stracciato, come fosse un cuore ferito, inquieto, o disperato. Tuttavia, dietro lo schermo delle parole brucia sempre il sentimento forte non di una speranza ma di un’attesa.

Il fondo di quest’opera, mobile e inquietante allo stesso tempo, è agitato alle volte, e quasi drammaticamente sconquassato, da una insistenza anche autobiografica, aspramente autobiografica, avvolta da una pungente spietatezza, non per punirsi, ferirsi, o persino per cancellarsi, ma per conoscersi meglio, o per ricominciare a riconoscersi, ritrovarsi. Una furia di conoscenza. Uno sguardo volto a sezionare anche il presente.

Tutto conclude ad alimentare, in questo libro di testi, un risentito progresso; man mano che si procede si delinea come la mappa di una battaglia segnalata seguita appuntata. A conferma che la poesia, comunque si svolga, è sempre una incessante faticosa battaglia.

Il risultato, vinti o vincitori, è affidato all’indice conclusivo. Lombardo, a parere di un lettore, ne esce molto bene.

 

 

 

 

Il testo è stato pubblicato con lo pseudonimo di Roberto Colombo.

(Colombo era il cognome della madre di Roberto Roversi).

 

Oh, passa e va, passa e va! Così per sempre. Ore e ore, quando vi sia il sole. La calura dell’estate in campagna… Ah, ecco, un ricordo. Il cane bianco che alla notte andava a caccia di lepri sotto la luna. Si vedevano le ombre sui prati – ombre ritte e silenziose, in ascolto, e l’erba era come un fiume d’argento. Sembravano angeli in attesa, angeli piccoli, senza forma, labili.

Oh, passa e va, per sempre, il fumo, quando ghiotto e in silenzio entra nella scia del sole. È così fresca la stanza e immobile! Tutti gli oggetti riposano e attendono: solo rimane il raggio luminoso e il fumo che passa e va e gira e prende strane forme: circolari, quadrati, arabeschi sottili. È divertente guardare, osservare e assopirsi.

E reclinava la testa nel sonno. Chiudeva gli occhi. Un cerchio rosso che lentamente si disfaceva, allargandosi, poi si ricomponeva ed era verde, ora, con un contorno violetto. Bello, ma bisognava stringer troppo gli occhi per mantenere quell’immagine, e li riaperse: sfinito e felice.

Lungo lo stradone immaginava il sole picchiare violentemente tra i sassi, le siepi e gli alberi, senza pietà, e nel cielo quel vuoto vasto che lo sgomentava. Era un dolore camminare: ma per alcuni era un dovere. E ripensò allora come il giro dei suoi pensieri fosse inutile e sciocco: un mormorio vuoto, nel seccume del cervello. Si sentiva bruciare: provò a gridare ma non aveva voce. Allora sorrise e lentamente gli ritornò la calma: si ricompose. Come una ragazza che si alzi da un prato e dolcemente scrolli il vestito. Un bianco vestito, un dolcissimo visetto, sulla malizia verde del prato.

Così era Elena: e il ricordo gli diede un senso fresco di speranza. Come se ricominciasse a vivere. Si rimetteva in sesto: poiché quel nome lo riportava non al tempo passato, ma era vita sua, d’oggi: e, lo sentiva, di sempre. Per tutti gli anni che gli rimanevano da vivere: per quelli ancora non sarebbe morto. Tutto taceva, in quel momento: un uomo, adagio, saliva le scale. Ah, no! ecco l’orologio, lento, con colpi cupi, uno, due. Fuori il sole, il gran sole, eterno.

Pensava ad Elena. La lasciava alla mattina, verso mezzogiorno, ed essa se ne partiva per quella stradetta che lui ricordava così bene: tre case bianche, una con le imposte verdi, le altre rosse. Sempre chiuse. Una via piena di cani e di pietre: non gli piaceva, a volte l’odiava, ma lì abitava Elena e ogni mattina si incontravano quando le donne andavano al mercato con le ceste o le borse, donne vestite di nero o di scuro, volti stanchi o solo annoiati. Gli uomini comperavano il giornale, prima di andare al lavoro: così da anni, da secoli, senza più speranza o desiderio. Lui aspettava sotto il portico, all’ombra, e lei veniva, tanto bionda e quieta, diversa, con quel volto che anche di lontano si intravvedeva nuovo, suo. Ripensava a questi incontri. Ogni giorno, da mesi: quanti? provò a contare. Ah certo! Cinque. Un mucchio di ore, non sciupate e nemmeno gettate, ma con un loro significato, profondo, necessario.

Ebbe desiderio di alzarsi, ma si lasciò subito ricadere: le molle del divano diedero un suono lento e basso, come se soffrissero. Provò a toccarsi le ossa: era magro.

Con Elena se ne andava su di un prato: molta terra e poca erba: erba ancora bagnata nelle primissime ore del mattino: si sdraiavano e leggevano. Di Giotto o Masaccio, la cappella Brancacci, l’altra degli Scrovegni, o la favola incantevole della vita dell’Angelico. San Francesco che predica agli uccelli: un cielo violentemente azzurro e le bestiole annegate tra i diversi colori della terra e del cielo. Lui cercava di spiegare il dipinto come sapeva: diceva ciò che vedeva in un modo calmo e compiuto. Elena reclinava il capo sulla sua spalla e guardava i colori: assentiva o accarezzava il foglio come se volesse provare il senso dolce di prendere tra le mani un  po’ di cielo o di terra. Se si muoveva, i capelli dondolavano adagio sulle spalle, sul tenero collo. All’intorno tutto era così bello che non poteva esserci male, sulla terra, in quel momento. Se lei si voltava, lentamente lui sfiorava con un bacio leggero la guancia, morbida come una foglia, ed era tutto.

Oppure si stendevano al sole. Lei chiudeva gli occhi e parlava: pareva che le parole le uscissero dall’anima, poiché non muoveva le labbra. Se volgeva un po’ la testa lui poteva vedere il suo corpo dolcemente accasciato, con le forme tenere e leggerissime, senza provocazione, come una buona cosa sbocciata e castissima. Tutt’al più le prendeva una mano e rimanevano fermi, col viso al sole, come due fanciulli presso la riva del mare. Il sole camminava nel cielo e il sangue correva nelle vene come negli animali giovani. Lui la paragonava ad una agnella. La sua pelle era soffice come la lana.

Parlava di sua madre, della sorella lontana che un tempo la pettinava, sotto il sole, mentre lei si assopiva. Se si avvicinava un poco, lei si voltava e lo guardava sorridendo. Vedeva allora il suo profilo, puro e delicato come quello della campagna, verso sera.

Ricordava e gli pareva di sognare. L’orologio suonava di nuovo: uno, due, tre, quattro: oh, anche il raggio si era allontanato e affievolito: sembrava che tutto fosse più diffuso. Gli oggetti della stanza si erano rischiarati e parevano svegli: alzò un poco il capo e guardò un’acquaforte alla parete, e nella strada che scendeva, incisa tra dolcissimi campi, gli parve che un uomo si muovesse. Era una mosca.

Una gamba gli doleva, era stato troppo sdraiato. Un pomeriggio sciupato, e gli sembrava che la sua coscienza lo rimproverasse. E invece anche lui così d’un tratto, si trovò desto e fresco. Una voce chiamava, una bambina nel giardino inseguiva un’anitra, l’anitra starnazzava aprendo le ali bianche come quelle degli angeli: egli si immaginava questo, poiché così accadeva a lui, quand’era ragazzo. Si alzò, e nel metter i piedi a terra sentì un benessere violento scivolargli per tutto il corpo. Lontano, un uomo picchiava contro un muro. Fece alcuni passi, adagio, come un bambino e si sentì contento. Allora spalancò le finestre e guardò la campagna, il cielo, e la strada: e tutto, in quell’ora, era bello e necessario. Ogni cosa al suo posto, come sempre, senza affanno. Contento anche della sua miseria. Respirò lentamente e si sentì vivere così gioiosamente che avrebbe voluto cantare. Era, se non benessere, una pacifica indolenza con un fondo di malinconia dolce, come estenuata, ma senza rimpianti: quando il corpo, com’è naturale, non conta che per il bene che ci dona.

Cadono le foglie e indugiano nell’aria, sottilmente, con una grazia assorta: e il corpo è leggero così. Sono momenti mistici, e il peso è un non senso, le forme sfuggono, tutto è bianco, senza colore: o meglio, grigio. Cenere e polvere. La cenere della buona legna secca nei camini freschi, larghi, come bocche spalancate di qualche gnomo o fantasma conosciuto…

Ah, certo, ecco. Il cane bianco che rincorreva le lepri, sotto la luna, era morto: un pomeriggio fu trovato accanto ad una siepe, dopo parecchi giorni che era scomparso. Ed Elena? Oh quella che per lui è terra e cielo e ogni cosa bella e buona – ebbene Elena la trovò la mattina dopo.

 

 

 

Rinascita della Domenica, anno I, n. 14, 21 aprile 1946.

 

 

 

casa annusa la mia ombra

sguaina la spada in guerra per me non lasciarmi mai sola

casa le voci non vanno perdute

racconta le noci castagne cadute dall’albero

il moscerino sfuggito al vento tempesta

raccogli i pezzi di pane il latte versato e

l’ombra che resta di me

ti ho perduta per sempre? non lasciarmi mai sola

 

***

 

sulla casa bianca il fuoco di legno sulle

case d’amianto il ramarro lo scoppio dei vetri grida

il sangue nel fuoco del latte

giovani ombre mitra le voci degli ja

la pioggia travi bruciate la nebbia

il fuoco non lascia la mano

il cielo prigione di ferro i pezzi di pane il latte

versato poltiglia

di morti inseguiti sulla proda del fiume

 

***

 

ti riconosco nelle piume casa mia perduta

la gente squartava i pioppi l’aereo

trascina grandi nere farfalle acquattate

tronchi di pioppi betulle sulle strade emiliane.

il viso della bambina scalciata.

 

***

 

a pezzi beve sangue l’asfalto addentato dai carri armati

l’asfalto

l’asfalto ghiacci sull’orlo della donna impazzita.

bella imponente non fermarti mi arrendo.

il muro crolla la vetrina si schianta le scarpe

il vestito avvampa corri corri corri non fermarti mai mi

arrendo

infuriata una morte vestita di fuoco galoppa nei campi del sole

sul tuo viso ti sfregia bacia la

tempesta d’autunno sorvola verdissima i maceri

innonda strade città senza nome

travolge la notte schianta caverne di luna

e uomo nudo sul muro picchiato dal maestrale.

 

***

 

fischia un treno mai preso in braccio dal sonno.

può la tua vita arrivare nuova nella mattina del tempo?

aspettiamo aspettiamo.

 

***

 

arriva inverno di neve anche in Italia stracciata

memoria di voci stridenti con rabbia di nebbia di torri.

 

***

 

è lui il piccolo topo

visitatore incantato

adorato dal sole

ma questa mattina fa il mondo intero nero.

monache accendono sotto il velo le candele

un prete magro ripete la parole a passeri o neve:

senza fuoco non c’è amore

morte non dà salvezza

un vecchio uomo di campagna impolverato

chiama che si è sperduto

perché sottoscriva l’impegno

da lupo a pecora.

 

***

 

Nel mio disagio ho dormito sotto l’albero di tiglio

con te caduta da una stella strana

pagina vagante senza scrittura

con le parole da riempire

fioritura di una vite impossibile da preservare.

nessun fiore ha goduto più esaltante vigore.

 

***

 

nei fiumi rari abbattuti coprono le cattedrali

vento scompiglia le nubi come capelli d’amore.

scaraventata nel fosso calpestata col piede colpita con la

falce

cerco di vivere la mia disperazione odiando

la forma umana

emerge dall’acqua il ricordo ferito della casa spaccata

giorno per giorno la sento fra le dita

il suo occhio d’oro con lacrime rosse vibrante

 

***

 

i soldati disertavano cantavano canzoni e

ho raccolto dieci fucili nei fossi

olio verde per l’ultima battaglia sotto le mura

tu dici no e io mi consumo

 

***

 

vedo lettere antiche

una bocca mi indica fra i monti

l’uccello cacciatore che insegue l’ala del vento

la verità

cipolla capricciosa nel forno arroventato

tace

ancora.

 

***

 

aspetto la parola che non dà scampo.

 

 

 

 

 

 

Giovedì, 30 Gennaio 2014 10:44

Il soffio della spada sulla pianura di Ilio

Poi c’era la solitudine intorno che nuotava veloce.

L’uomo chiamato Theodor ascolta le cose quindi

le dimentica in fretta, laggiù dove c’era una nuvola nera

adesso il vetro del cielo insegue l’estate sui monti

e l’uomo che ascolta la sera venire

non può essere giovane ancora. Non può essere giovane. È un vecchio.

L’altra parte del bosco è stata colpita dal fulmine

l’incenerimento delle foglie uno spettacolo

da non perdere

il mondo si orba della luce le stagioni si sovrappongono

intanto Theodor taglia il pane sul tavolo con molta amarezza.

Che poesie scrivo (pensa) con le frontiere assediate?

Le spiagge insanguinate a non più di cento chilometri

questi nuovi cieli che hanno perduto la luce

e l’ultima strada consentita al branco di pellegrini

conduce a un mare sporco di legno che uccide le onde.

Che muse trafiggere con la freccia bagnata nel fiele di un

lupo impazzito?

 

***

 

Forti correnti di venti dell’est trascinano nuvole rosseggianti

verso distese con ghiacci immobili silenziosi (come viandanti

di pietra)

e lì si riflettono le ore trapassate i voli

della speranza e l’ombra degli uomini che bevono i vini micidiali.

Ciò che era terra non più. Notte dov’era giorno.

 

***

 

Il soffio della spada sulla pianura di Ilio.

Attendere senza speranza non è destino per l’uomo

perché ho visto molte volte che la storia

ricomincia da capo o non ha soluzione.

 

***

 

L’uomo può mordere l’ultima mela

senza attesa di morte nel paradiso perduto?

Nel confronto l’esistente siede

sulla polvere dell’esistito e

l’ombra dell’esistito rende giganti le formiche.

 

***

 

Il sangue diventa oro se guardo dall’alto la terra

con la schiena di un orizzonte di confine

delirio di colori

nel silenzio che ha paura della notte.

 

***

 

Ricordi le passeggiate per i viali d’inverno?

Solo dopo aver vissuto molto

sono diventato giovane.

Devo liberare la mente

dai pensieri che avevo appena ieri

stamattina

devo diventare non la casa della follia ma la casa buona della collina

disabitata per l’inverno

franata dentro le ali del gelo che non suona alla porta.

 

***

 

Questa è l’alba della mia memoria.

 

***

 

Due grandi ricordi della vita che corre sopra e sotto di me

di loro. Cinema e memoria. Viscere infrante.

È scritto: la più raffinata razionalità tecnica e

culturale può essere anche il più alto

livello di barbarie.

Un possibile ritorno sarà il mio nel giardino delle rose?

 

***

 

Questi silenzi spezzati quante inutili attese

speranze speranze nuove speranze protese

come il deltaplano in volo sull’orlo del cratere

prima di arrampicarsi per rompere il cielo con un coltello.